Quattro personaggi in cerca di storia: Elisabetta

TRA AMICI – di Elisabetta Brunelleschi

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Il messaggio le era giunto su posta elettronica e pareva da provenienza sicura. Ma la richiesta non la convinceva. Pensò quindi di parlarne con gli amici che sentiva più vicini: Antonietta, Roberto e Livio.

Dato che le chiedevano entro tre giorni una risposta e non poteva perdersi in inoltri, attese di risposte e ulteriori inoltri, considerò che l’unico modo per comunicare velocemente e tutti insieme fosse creare gruppo su WA.

Prese il telefono e con pazienza si lasciò guidare dai passaggi che la pagina WA via via le indicava.

Amici cari, così lo volle nominare. Poi aggiunse i membri: Antonietta, Roberto e Livio. Ecco fatto, ci siamo, premi Chat vocale e aspetta le risposte!

Uno squillo, un altro e un altro ancora; lo schermo si illumina, Antonietta e Roberto rispondono:

– Ma chi è? Chi ci chiama, Amelie, pronto!-

– Ciao carissimi, ho creato questo gruppo perché vi devo chiedere velocemente un consiglio, e mi pareva più semplice. –

R. – E allora dicci tutto, siamo qua!-

A – Nel gruppo ho messo anche Livio, ma ancora non ha risposto …-

An: – Si, aspetta e spera, lassù il telefono prende solo se ti affacci alla finestra di camera, chissà lui dove sarà!-

Am: – Aspettiamo ancora un po’.-

R. – Può darsi che non sia in casa, al mattino scende in paese-

An: – Dai Amelie, parla sono curiosa!-

R: – Ma sì, soddisfa la nostra curiosità.-

Am: – Sono stata contatta da un giornalista di una testata locale, mi chiede un’intervista.-

R: – Tutto qui, e figurati …-

Am: – Roberto tu la fai sempre facile.-

R: – Certo, cosa vuoi che sia, loro domandano e tu rispondi!

An: – Ma non sarà una truffa? Hai controllato?-

Am: – Sembra una email sicura!-

An: – Cosa vogliono saper da te?

Am: – Del mio lavoro di insegnante, anni e anni a contatto con i ragazzi-

R: – Ma il giornalista, dicevi …-

Am: – Franco Tanetti-

R: – Lui, proprio lui!! Tanti e tanti anni anni fa, era responsabile della sezione sportiva di un quotidiano nazionale, seguiva la squadra, ci tallonava, voleva informazioni, impressioni. Uno scocciatore, credetemi!-

An: – Roberto, tu giocavi in serie A, è normale che fossi rincorso da giornalisti e fotografi!-

R: – A me piaceva solo giocare, lo sapete, e invece te li ritrovavi anche all’uscita delle docce, sotto il portone di casa!-

Am: – Esagerato! –

R. – No, no, è proprio così. Comunque se il Franchino …

An: – Ragazzi noi chiacchieriamo, ma Livio non si fa vivo, ma scusa ti ho interrotto.-

R: – No, figurati, dico che se il Franchino è approdato a una testata di paese, la sua carriera non ha più speranze.-

An: – Ma dai sarà oramai vecchiotto, anche tu Roberto hai abbandonato da un bel po’..-

R. – Venticinque anni, ora vivo di rendita, di ricordi, di squadre amatoriali e grigliate miste con amici.-

An: -Bravo, ma Livio?-

Am: – Amici, chissà dove si sarà cacciato! Poi gli racconteremo tutto. Ma cosa mi consigliate?-

An: – Ma accetta, fatti intervistare, a me è capitato per motivi di lavoro. Quando si pubblicano i risultati di una ricerca, di solito l’ateneo convoca una conferenza stampa, e non ti puoi sottrarre Certo è sempre consigliabile rileggere cosa scrivono prima che il testo venga pubblicato. Onde evitare sorprese. Lo puoi chiedere.-

R: – Ma sì , buttati, alla fine codesta testata non è una comare in cerca di chiacchiere. Comunque dipende da te, puoi inventare, infiorettare, raccontare la prima che ti viene in mente.-

Am: – Cari amici, vi ringrazio, parlare fa bene. Rispondo e poi resto in attesa, vi terrò informati. Ma ora questa Chat? La elimino?-

– No!- Esclamano all’unisono Roberta e Antonietta

An: – Ci sarà occasione per altre conversazioni, comunicazioni, Chissà! E magari risponderà anche Livio. Ma dove si sarà cacciato? –

R: – Strano che non si sia fatto vivo. Dopo pranzo vado subito a casa sua. E vi farò sapere.-

An e Am: – Bravo, ottima idea! E parleremo tutti insieme sulla chat! –

Roberto subito dopo pranzo sale in macchina e raggiunge via dei Cordoni.

La strada, che iniziava dalla periferia della città, curva dopo curva s’inerpica nella campagna per poi finire in uno spiazzo circondato da poche case. In quella più vecchia, ai margini del bosco, abitava Livio. Dopo aver parcheggiato vi si avvicina: le finestre sono sprangate, dalla cassetta della posta ciondola la pubblicità di un centro commerciale. Suona il campanello e nulla. Livio evidentemente non è in casa.

In quel momento ecco giungere un’altra auto. Roberto ne approfitta per chiedere informazioni:

– Manca da cinque \sei giorni, mia moglie lo ha visto salire su un taxi. Aveva tre enormi valige. È un tipo solitario, non sappiamo molto di lui!-

Scambiano qualche altra parola, si salutano. L’uomo si allontana casa e Roberto resta immobile davanti davanti alla casa di Livio.

Non riesce a capire, possibile, si chiede, che sia partito senza dir nulla. Erano amici da tempo immemorabile, avevano superato insieme tante vicissitudini. Si ritrovavano regolarmente tutti e quattro anche per raccontarsi banalità. Come, quella dell’intervista, ma Amelie, è così, che ci vogliamo fare! Ma alla fine pur di non sentirsi soli qualsiasi argomento era valido. Tra loro non vi era stata partenza non fosse stata annunciata e motivata. E ora lui spariva senza dir nulla a nessuno. E dove?

Così rimuginando camminò intorno alla casa e sbirciò al di là del recinto dove si estendevano l’orto e il giardino che Livio amorevolmente coltivava. Lì non vi era segno di abbandono e nell’orto le cicorie e le erbette che lui preferiva crescevano rigogliose.

Lentamente riprese la via del ritorno. Giunto a casa telefonò alle amiche che risposero al primo squillo.

– Partito cinque giorni fa, così dicono i vicini. È salito su un taxi con tre valigione! –

Am: – Come? Senza dir nulla, senza salutarci..-

An: – Diamo tempo, forse si farà vivo. Certo fa strano, non che lui fosse incline alle confidenze, tra noi era il meno chiacchierone… ma scomparire così …. –

Am: – Strano molto strano, ma hai ragione, diamogli tempo, forse si farà vivo.

Passano dieci giorni e di Livio non si hanno notizie.

L’unico parente era un cugino che abitava in un’altra città. Roberto ha il contatto. Dopo due giorni finalmente risponde. Non sa nulla di Livio, i loro rapporti sono cordiali ma saltuari. Dice che si erano visti da pochi mesi, e aggiunge che gli era parso stanco, provato da non so che cosa, ma lui lo aveva rassicurato dicendogli mi sento bene.

Passano altri giorni.

Era un giovedì mattina, Antonietta non lo avrebbe mai più dimenticato, quando come tutte le mattine, alle sette accese la radio.

Il corpo di uomo senza vita è stato ritrovato sulla spiaggia di San Juan di Porto Rico. La polizia ne ha disposto il trasferimento al reparto di medicina legale del City Hospital. Dai primi accertamenti si tratterebbe di un turista italiano.

Un sobbalzo, un presentimento, Antonietta è incerta, vorrebbe chiamare gli amici.

Ma no!, si disse, cosa vado a pensare. 

Fa colazione ed esce. All’università l’aspettava un incontro con un gruppo di dottorandi.

Ore dodici, la radio di Amelie era accesa. Le piace ascoltare musica mentre traffica per la cucina. E alle dodici e trenta quando passano le notizie del giornale-radio e lei di solito o spegne o cambia stazione, quel giorno senza un perché, non fa nulla. Lascia che le notizie scorrano finché l’orecchio sente qualcosa:

È stato identificato l’uomo ritrovato ieri sulla spiaggia di San Juan di Porto Rico, si tratta di un turista italiano di 57 anni di nome Livio Brandicardi. Il Consolato si sta occupando del caso.

Amelie sobbalza, si piega, porta le mani al volto.

Il corpo non presenta segni di violenza. La morte secondo le autorità del luogo sarebbe da attribuirsi a cause naturali. Sarà effettuata l’autopsia.

Amelie non crede, non è possibile, sarà un caso di omonimia.

Squilla il telefono, non vorrebbe rispondere, ma gli squilli insistono. Sono loro gli amici.

Roberto inizia con toni disperati:

– Avete sentito i notiziari? Ecco dov’era scappato e il perché non lo sappiamo, non lo sapremo mai.- 

Am: – Ma siamo sicuri che sia lui, potrebbe essere un altro con lo stesso nome. –

An: – Tu vuoi sempre illuderti, vuoi scacciare lontano la realtà. –

Am: – Voglio sperare. –

Roberto nemmeno le ascolta e continua dicendo: – L’unico cugino che gli era rimasto forse è già stato avvertito, saprà qualcosa in più, cerchiamolo. –

Il cugino, come loro, ha appreso la disgrazia dai notiziari. Non ha parole, non sa spiegare. È dispiaciuto e non sa dire altro.

Trascorrono altri giorni tra incredulità e rassegnazione. Poi inaspettatamente i tre amici vengono convocati dal Console di Porto Rico. Vi si recano insieme. Un’impiegata gentilissima e in perfetto italiano li accoglie e li annuncia al console.

Entrano nell’ufficio carichi di emozione. Poche parole di convenienza e il Console mostra la lettera ritrovata sul comodino della camera dove Livio aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita.

È chiusa, sulla busta vi è scritto (gli amici riconoscono la sua calligrafia): da consegnare a Roberto Carcanti, Antonietta Villesti, Amelie Tornaveri quando tutto sarà finito.

Cari amici,

        vi sarete sentiti traditi, me ne sono andato senza dirvi nulla. Ma questa è stata la mia scelta. Ora vi dirò la verità. Otto mesi fa, si era in primavera ricordate, andai dal medico per certi strani disturbi che da un po’ mi affliggevano. E lui dopo aver ascoltato e fatta qualche domanda sui dolori alla schiena, l’appetito e il peso che stavo perdendo, subito mi prescrisse una serie di esami. Il risultato finale fu: tumore al Pancreas. In fase avanzata. Non c’era più nulla da fare.

All’inizio pensai di confidarmi con voi. Ci incontrammo a Pasqua, ricordate, a casa tua Roberto, cenammo e io tenevo pronto dentro di me un bel discorso con cui vi avrei spiegato la malattia. Vi guardavo, c’era tranquillità nei vostri sguardi. Antonietta parlava dei suoi passati amori, Amelie dell’ultima conquista e tu Roberto ci raccontavi delle assurde pretese della tua ex-moglie, che ancora una volta era ripartita all’attacco per non so più quale questione finanziaria.

Io tacevo e vi ascoltavo. Mi faceste notare che quella sera me ne stavo come in disparte. Dissi qualcosa ma non la verità. Il discorso mi rimase in gola. Il cielo intorno a noi era sereno ed io non lo volli rannuvolare.

E così decisi scomparire e cercare la fine prima che lei trovasse me, lontano lontano da tutto e da tutti.

Qui accanto a me ho un sonnifero. Lo porterò in spiaggia e davanti al mare mi addormenterò.

Cari amici miei, perdonatemi se non vi ho parlato.

Davanti al mare azzurro vi penserò.

Il vostro amico Livio

P. S: il mio testamento, olografo, è depositato da un notaio.

Quattro personaggi in cerca di storia: Stefano

Mondo difficile – di Stefano Maurri

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Amelie a causa del suo carattere timido e taciturno, aveva come unica consolazione chattare con una persona che si faceva chiamare Roberto che con il suo atteggiamento ricordava nel modo di fare e  di porsi Roberto Baggio. Lei aveva di Roberto Baggio un poster in camera e una maglietta autografata che aveva comprato a un’asta on line. Roberto cercava di consolarla e di convincerla che forse se avesse conosciuto meglio  se stessa avrebbe potuto affrontare il mondo. L’aveva invitata a recitare, ma per il momento non se la sentiva. La mamma Antonietta pensava solo alle mode, guardava la televisioni e si comportava come i concorrenti di affari tuoi si era rifatta il culo, le labbra il seno e aspirava a partecipare a tutti i giochi

Livio lavorava in un carrozzeria dove al muro troneggiavano le foto di tutte le pornostar del pianeta Accanto troneggiava una foto del presidente Trump che era diventato il suo idolo perché sperava di vedere reimmigrati tutti i giovani di prima generazione che giravano per il quartiere. Conoscendo la sua tendenza i giovani immigrati  andavano a pisciare sul bandone

Nel quartiere erano in maggioranza e non poteva dare sfogo alle sue voglie di ordine e giustizia

Il quartiere era noto in tutto il mondo come Rogoredo, un quartiere dove soltanto i peggiori malintenzionati riuscivano a sopravvivere. La stazione era piena di scritte che indicavano, come quelle degli anni 70, l’arrivo di una nuova partita di eroina (dio c’è) Lui si rivolgeva a quelle persone dicendo “sto cominciando a stirare la camicia nera!”.

Ogni tanto si accendevano risse, sia tra gli immigrati sia tra chi voleva farsi giustizia da sé. Amelie non usciva e chattava con Roberto che ripeteva che bisognava trovare una pace interiore che li tenesse separati da tutto questo.

Alla fine decisero di incontrarsi e si trovarono in piazza del duomo come nella canzona di Ornella Vanoni

All’appuntamento si presentò un signore in carrozzina di circa 60 anni. Faccia spiritosa e comportamento affabile. Amelie rimase perplessa. Non sapeva come comportarsi, ma poi decise che non importava né l’età né l’handicap, ma contava il suo animo gentile. Amelie salì sulla carrozzella con lui e andarono in giro per Milano cantando le canzoni della Mala di Orella Vanoni, di Cesare Cremonini quando diceva “da quando Baggio non gioca più e Senna non corre  più non è più domenica” infatti il loro amore travalicava i giorni della settimana e si spandeva in giro per la città. Quando tornava a casa Amelie era accusata di essere una scialacquatrice di soldi, di vivere alle spalle della famiglia e lei rispondeva “la vita è adesso” e bisognava viverla fino a quando era possibile.

Un giorno alla carrozzeria di Livio si presentarono quattro energumeni che cominciarono a cazzottarlo fitto fitto e poi dopo che era svenuto lo caricarono su un furgone e lo trasportarono nel boschetto di Rogoredo, convinti che lì avrebbero potuto seppellirlo tranquillamente. Purtroppo per loro passava una volante che intimò loro di fermarsi. Accelerarono per non farsi prendere e abbandonarono il cadavere di Livio, quando la polizia si presentò alla casa la moglie Antonia li ricevette, rimase angosciata anche se sapeva che le caratteristiche del marito avrebbero portato in quella direzione. Appena saputa la fine del marito decise che avrebbe fatto giustizia da sé. Cominciò a girare nelle strade di Rogoredo informandosi su chi erano i componenti della banda. Nessuno rispondeva ma da alcune indicazioni intuì che poteva essere la banda che si faceva chiamare fratelli di Mahmud; era difficile arrivare fino a  loro, l’unica cosa che sapeva era che erano fanatici di calcio e che se avesse messo in giro qualche annuncio dicendo che Roberto Baggio sarebbe venuto apposta per raccontare alcune delle sue esperienze, li avrebbe attirati dove voleva. Lo disse alla figlia  la quale lo comunicò a Roberto e lo convinsero a  interpretare il ruolo di Roberto Baggio che si era infortunato e non si poteva più muovere, lo pettinarono  con il codino e quando ricevettero la comunicazione della disponibilità dei quattro, organizzarono la trappola di fronte allo stadio di San Siro. Appena tutti fossero stati presenti le due donne uscirono da dietro le macchine e con due pistole 465 cominciarono a sparare senza dare a questi il tempo di fiatare, poi di corsa Amelie e sua madre, tutte e due sopra la carrozzina di Roberto,   andarono al karaoke che si svolgeva a Legnano, cantando le canzoni degli anni ottanta e terminando la serata con la canzone “uno su mille ce la fa”.

Quattro personaggi in cerca di storia: Sandra

QUATTRO PERSONAGGI IN CERCA DI STORIA – di Sandra Conticini

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Livio era un grande studioso di antropologia botanica ed aveva girato il mondo in lungo e in largo, ma fu in Amzzonia che sbocciò la sua passione per le  piante allucinogene utilizzate nelle tribù. Dopo tanti anni di lavoro in luoghi malsani decise di tornare nella  casa di bassa montagna vicino a Firenze. Era un tipo  curioso di tutto, solitario e, quando era partito per l’Amazzonia  aveva lasciato qualche amico, ma con il tempo e la lontananza aveva perso le loro tracce.  In Italia  continuò a studiare  e,  mentre era alla presentazione del suo libro, vide Amely, una sua vecchia compagna di Università, insegnante di materie scientifiche. Non era cambiata per niente, sempre molto bizzarra nel vestire. Anche quel giorno non si era smentita, la giornata era abbastanza calda nonostante fosse la metà di ottobre, aveva un paio di stivaletti di gomma rossi, pelliccia di marmotta, pantaloncini viola ed in testa un cappello di paglia giallo con fiocco a pois e fucsia, borsa verde acqua.  Alla fine della serata lui la salutò e lei, con fare malizioso e sbattendo le ciglia, le disse che non si ricordava di lui. -Strano perchè i miei uomini, anche se ne ho avuti diversi, li riconosco…. Livio pensò fra sé e sé che non era davvero cambiata, sempre la stessa sciocca.  Lui ricordava ancora quando il marito la buttò per le scale insieme a tutti i suoi cenci e, quando tornò a casa pentita, non la volle più vedere! Parlarono un po’ di quegli anni passati poi si scambiarono i numeri di telefono con la promessa di rivedersi ma, mentre si stavano salutando Ameliy vide l’amico di vecchia data: Roberto, di cui Livio era un fans. Roberto Gappo, un giocatore professionista di serie A degli anni 80-90. Sempre un bell’uomo, con un bel fisico e molto curato.  Si vedeva che ne era tuttora affascinata, sembrava una gatta che faceva le fusa . Lui il calcio lo aveva nel sangue, stava volentieri con i ragazzi della squadra e non perdeva un allenamento. Con il suo codino aveva comprato l’Italia, ma ora le cose erano cambiate, i suoi tifosi non lo filavano più e pochi si ricordavano di lui. Livio fece due parole con il grande, poi se ne andò. Arrivato a casa per cena mangiò il suo solito formaggio di capra, bietole lesse scondite e due uova sode. Tutte le sere  era il solito menù, ma stasera,  davvero depresso decise di chiamare la sua amica Antonietta, gli faceva sempre un certo effetto di avere per amica una transgender. Era collega dell’università,  anche lei ricercatrice in materie umanistiche, molto particolare. La casa per lei era il suo rifugio per la sopravvivenza, c’era tutto il necessario, ma niente di più. Aveva un carattere a dir forte era poco, caparbia, finchè non aveva risolto il problema non demordeva,  spesso era molto pesante. Certo la sua vita non era stata facile. Fin da piccola era stata trattata da maschio, ma dentro si  sentiva una donna. Indossava i vestiti della mamma, scarpe con tacco, minigonne, la mattina si metteva la vestaglia con il marabù e ciabatte con pon pon. In quella mise si sentiva bene, non con quei Jeans scoloriti e rotti da ragazzaccio.  Aveva combattuto con tutte le sue forze, ma era stata rifiutata dalla società e dalla famiglia. Il lavoro invece le aveva dato grandi soddisfazioni e all’età di 50 anni decise di scrivere il libro sulla sua vita. Fece molto successo,  aiutò anche altre persone a seguire il suo esempio e lei si sentì  contenta di aver trovato il coraggio di  condivederla con il mondo.

Dopo qualche giorno Amely contattò Livio e gli propose se insieme a Roberto si potevano vedere per fare una partita di poker e, se lui aveva qualche altro amico, poteva portarlo.Ci pensò un po’ poi gli venne in mente che poteva sentire Antonietta. Lei accettò,   organizzarono un aperitivo  con poker a casa di Livio. La serata  fu molto piacevole, andò avanti fino a tarda notte, tutti insieme bevvero, risero e scherzarono. Roberto fu il vincitore della serata, Livio chiese la rivincita, Roberto accettò.

Amely rimase male che Roberto avesse preso tutti quei soldi e fosse andato via senza salutare e ringraziare, quindi il giorno successivo decise di andare  a casa di Livio per parlarne. Salì il viottolo che portava alla casa, in lontanza vide, sotto il boschetto, qualcosa di grigio, forse era un lupo…,ma via via che si avvicinava non voleva credere ai suoi occhi era il corpo di Livio senza nessun tipo di violenza o segni di arma da fuoco o da taglio, forse era morto d’infarto?. Iniziò a urlare disperarsi, ma nessuno la sentiva. Fece un giro intorno nessuno, la porta di casa era aperta, entrò, era stato già rimesso tutto in ordine anche le carte erano sparite!   Chiamò subito l’ambulanza, la polizia ed anche Antonietta e Roberto.

I medici arrivarono e dissero che ormai non c’era più niente da fare e che  era morto di morte naturale. I carabinieri fecero tutti i rilievi, la scientifica  prese le impronte digitali e, giunti alla fine, un po’ tutti volevano chiudere il caso. Antonietta riteneva che la morte di Livio non fosse stata naturale perchè Livio era un uomo sano e molto attento alla sua salute, sotto c’era qualcos’altro. Intanto Roberto ancora non si era né visto né sentito. Dopo tanto discutere fu deciso di fare l’autopsia. Antonietta era distrutta, in quei giorni non riusciva a lavorare alle sue ricerche,  non poteva pensare che Livio potesse sparire così.

I risultati parlarono chiaro era stato avvelenato con il cianuro. Roberto andò alla polizia, si costituì. Disse che all’alba era andato da Livio per avere i soldi, ma quella cifra non ce l’aveva disponibile, aveva da saldare un altro debito,  ci fu un’animata discussione, al momento che si voltò per offrirle un  caffè gli mise diverse gocce di cianuro nella tazzina. Uscì sbattendo la porta sperando che il veleno facesse presto il suo effetto!   

Quattro personaggi in cerca di una storia: Lucia

Fantasie – di Lucia Bettoni

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Fantasia senza limiti
Festa di colori
Ali bagnate di pioggia e calde di sole
Amelie crede nell’amore
La sua casa sull’albero profuma di bosco, di terra, di muschio e foglie di quercia
Antonietta scalcia, batte, parla forte e urla compressa in una vita dai contorni definiti che vorrebbe frantumare, polverizzare, cambiare
Antonietta rimanda l’amore, non ha tempo per l’amore
Batte e si dibatte consumando le ali
La sua casa in città è scoppiata
Vetri e mattoni hanno coperto l’asfalto
Amelie l’ha accolta nella sua casa sull’albero
Ti insegno a volare se vuoi
Ti insegno l’amore se vuoi
Dalla casa sull’albero il panorama è immenso, l’albero è il più alto del bosco
Antonietta si placa
Apre gli occhi e osserva
La sua vista trapassa il fogliame e arriva a terra
C’è un uomo seduto immobile , canta una canzone che parla di pioggia, racconta e coccola un cuore imbevuto d’inverno
Livio ha ha il cuore pieno d’inverno e di luce
Ha una sensibilità rara, trasparente e fragile come cristallo
Passi pesanti rimbombano nell’aria: è un orso? è un mostro?
E’ Roberto il cacciatore
Fango sotto le suole e un fucile in mano
Una colomba si libra leggera nell’aria
Un colpo secco, uno solo
La colomba cade, precipita 
Un tonfo assordante ai piedi di Livio
Il suo cuore di cristallo si frantuma in mille pezzi e muore
Antonietta più tardi scoprirà che senza la pace non ci può essere la vita

Prima che cada la pioggia per Annalisa

Sogno a sorpresa – di Annalisa Faleschini

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Il 30 gennaio si stava avvicinando.

Avevo da tempo lanciato il desiderio di quel viaggio.

Per la verità, i miei cari sapevano che era il sogno o uno dei sogni della mia vita, da quando ero piccina.

Gli scienziati narrano essere questo l’anno più proficuo per assistere allo spettacolo dell’aurora boreale con frequenze superiori agli anni passati ed ai 10 che verranno, visto il ciclo del sole. Beh,mi sentivo quasi pronta nello spirito, ad affrontare un’avventura fredda e notturna per 2/3 giorni, sperando nella buona sorte  di un avvistamento così “magico”.

Il fisico, invece, titubava…in preda alla paura della sofferenza di un congelamento…e la mente non si metteva in moto nell’organizzazione, quasi convinta o per lo meno speranzosa che marito e figlio agissero per me. Una pigrizia preventiva e salvifica.

La mattina del 30 sveglia a casa, la “casa del nord”, quella che ora era abitata dal figliolo, essendomi trasferita a Firenze. La mia non più mia.

Sul tavolo da pranzo un piccolo bigliettino, di quelli ecologicamente strappati dalla parte bianca di fogli grandi quasi tutti scritti.

TI AMO TANTO Bruno.

E già il cuore si era aperto. Non è scontato che un ragazzone di 30 anni scriva la parola  AMO…è piccina, poche lettere, pregne di un sentimento immenso.

Mi prendo il tempo per metabolizzare, l’emozione (e la lontananza). E vedo la pellicola della nostra relazione scorrere negli anni. Sono commossa nella mia intimità. 

Poi mi accendo e mi metto in moto per affrontare gli acquisti per la festicciola che avrei, di lì a breve, fatto a Milano con le mie ex compagne di scuola. Non mi soffermo sui particolari sino che, giunta la sera, mio marito da Firenze mi raggiunge e riporta a casa.

Suoniamo il citofono e la risposta da parte di Bruno è :” La mamma, per ora, rimane fuori!”

Ecco che mi si presenta l’immagine di lui e di un tempo utile per accendere il pc, entrare sul sito, ingrandire il biglietto destinazione Tromso o Rovaniemi o vattelappesca!

Mi sento frizzante, anche perché sto attendendo su una seggiolina da giardino; fa freddo, penso a quanti e quali indumenti dovrò cercare in cabina armadio o comprare.

Le “bollicine” salgono, sono quasi ubriaca di adrenalina. Il cielo è stellato, limpido. seguo alcune costellazioni. penso che dovrò attrezzarmi per le foto in notturna e per  le dita delle mani e dei piedi che si congeleranno. Burp! Alcool emotivo alle stelle.

I minuti passano…chiedo se posso entrare. Il freddo rimane il mio “non amico”. Finalmente si apre la porta e si spengono le luci…sono convinta, per lasciare alla tenue luce blu del pc con l’immagine del volo, di essere stella e centrotavola.

Si illumina la stanza e sul tavolo c’è una grande scatola con cuori colorati. Ovvio, i biglietti si stampano! La soppeso, è pesante. Hanno aggiunto altro!

La apro, quasi titubante e dentro…trovo due pigiami, uno da uomo ed uno da donna. Osservo meglio la scena: mio figlio e la sua fidanzata sono in pigiama.

Lì, scoppio a ridere…

Un altro mio sogno sarebbe stato quello di festeggiare un compleanno facendo un pigiama party…ed eccomi accontentata! Aurora…bye bye

La pioggia prima che cada per Sonia

NON HO SCELTO IO – di Sonia Cortecci

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Non ho scelto io….sto chiudendo un’altra scatola di cartone ed un numero indicibile ne ho già chiuse, con dentro tutti i pezzetti della mia vita…..pezzi che dovrò rimettere insieme ridando loro un senso, per non perdermi!

Ci si perde così, senza accorgersi, se non incolli la tua memoria alle cose: ognuna ha una vita propria e toccandole si apre lo scenario di un pezzo di storia solo tua.

Devo andare via da qui. Sperimenterò una vita nuova, forse più facile, più semplice….

Ma nelle emozioni che sento non c’è niente di piacevole.

La più forte è la paura dell’ignoto, ma nessuno si è mai fermato per questo e la metterò a fianco a me, la domerò.

La più difficile da affrontare è l’insicurezza nelle mie capacità, il bisogno di avere tutto sotto controllo!

Mi aiuterà il ricordo delle battaglie già combattute e vinte.

Adesso devo proprio andare

La pioggia prima che cada per Stefano

La bella e il piacione – di Stefano Maurri

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 L’aveva incontrata in vacanza, lei con i suoi 16 anni un corpo rotondetto, il seno prorompente, le cosce compatte rivestite dai jeans. L’aveva  seguita  camminando per tutti i rifugi della valle,  notando quello che per lui era il più bel fondoschiena che avesse mai visto. Aveva parlato di una inedita filosofia, con lei che faceva il classico e lui l’istituto tecnico, era stato comunque abbastanza convincente: aveva discusso di teologia, della liberazione, del valore del doposcuola, dell’ugualianza tra i popoli, ma non faceva progressi, aveva  scelto un soggetto praticamente difficile per cercare di ottenere qualcosa di più di un sorrisino e lui era particolarmente imbranato. A fine vacanza si salutarono con un po’ di imbarazzo, e si scambiarono i numeri di telefono,  mentre in  lontananza un  temporale scaricava la sua forza sulle vette dolomitiche.  La risentì qualche settimana, dopo cercando di convincerla che avrebbe potuto aiutarla nel doposcuola . Quando arrivò a casa di lei, in una villetta piccolo borghese, mentre lei si sedeva con il kilt scozzese che allora era di moda, scoprì il bianco di una coscia . Lui prese coraggio per non perderlo troppo presto e azzardò ad avvicinare una mano. La famosa pioggia, ricordo delle Dolomiti, cadde con un tonfo di tuono rotolante e lui ricevette un sonoro schiaffo di risposta.

La pioggia prima che cada di Tina

Aria invernale – di Tina Conti

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Quando  apro la finestra al mattino, passando dal semibuio alla luce, dal tepore del letto alla  temperatura esterna, gusto  il primo soffio di aria e luce che arriva gioioso dentro la stanza, è un rito che aspetto anche quando qualcuno  lo fa per me.

Allora, rannicchiata al calduccio, aspetto ad occhi chiusi quel soffio benefico di aria pulita, frizzante, energica. E’ il benvenuto della campagna, della natura  è un soffio che sveglia, appaga, ti stimola a guardare oltre osservando fuori, Immagino come sarà il tempo, cosa succederà  durante le ore che verranno. Certo, si può immaginare e talvolta indovinare ma spesso sono i cambiamenti repentini che ti colgono impreparato a incantarci o sorprenderci.

A me fa sognare il cielo bianco e lattiginoso, l’aria ferma fredda  ghiacciata, quella sensazione strana guardo e aspetto, esco più volte all’esterno per odorare l’aria, si per me la pioggia, il vento, la neve  hanno odori riconoscibili. Ma il cielo bianco mi mette gioia, aspetto la neve.

Non sono solo le belle giornate di sole  a farci felici,  è cosa sentiamo dentro a cambiare il nostro umore. Per me aspettare la neve è una delle belle emozioni della vita.

Sarò stata contagiata dalla mia mamma a cui piaceva tanto e ci incoraggiava sempre ben coperti ad uscire, giocare e costruire  figure.

Mi piace l’attesa, il cielo che cambia, i rumori che si  assopiscono, il  silenzio dei primi fiocchi, le folate di vento che ti imbiancano le sopracciglia e il naso. Osservo incuriosita le orme lasciate dai passi ovattati sul manto spesso, le prime impronte che segnano il passaggio di  un animale grande o piccolo, di una persona.

Non mi scoraggio anche con le bufere, esco, cammino con gli scarponi, mi incanto in questa realtà magica che mi sorprende sempre, sono proprio sensazioni inaspettate, nuove ogni volta.

I rami tessono ricami, gli alberi si rannicchiano, si abbassano pesanti e magici, gli animali sono contagiati da questa magia, a volte anche in difficoltà nella ricerca di cibo.

Bastano pochi raggi di sole per rompere l’incantesimo, lo sgocciolio, il vento il ghiaccio che seguono trasformano l’incanto e  creano nuove magie.

La pioggia prima che cada di Anna

Ricordi nelle nuvole – di Anna Meli

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Nuvole nere correvano in cielo come una mandria di bufali, si accavallavano disegnando varie strane forme; ogni tanto qualche lampo sinistro precedeva secchi boati. Seduto nella veranda, osservava tutto questo senza alcun timore.

            Sentiva l’odore della pioggia che sarebbe caduta di lì a poco e lo legava alla sua attesa. Assaporava con serena calma, ma anche con angoscia, il momento in cui avrebbe riabbracciato quel figlio che, da tempo, aveva scelto di vivere lontano da lui.

            Ormai anziano, si era abituato a vivere tirando avanti senza grandi cambiamenti e questa novità lo turbava in modo positivo. Non arrivava solo quel figlio, ma insieme a lui i ricordi lontani vissuti: estati al mare, il primo giorno di scuola, la bicicletta rossa e su via via nella crescita e nelle varie esperienze.

            Ricordava tutto questo passeggiando su e giù lentamente, guardando le nuvole, ma vedendo ben oltre dove tutto si tingeva del colore della vita passata in modo sereno. Aveva finalmente capito che bisogna essere sempre capaci di aspettare senza dimenticare.

La pioggia prima che cada per Carla

Il presente nella nebbia – di Carla Faggi

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Almeno per me quasi tutte le cose belle su cui ho aspettative se accadono sono spesso già successe. Non riesco a coglierle a fondo, diventano subito già ricordo. Come se il presente fosse avvolto in una nebbia. L’attesa è nitida e chiara, fatta di gioia o di paura a seconda di quello che stiamo aspettando, il presente è opaco ed è comunque già accaduto.

Come se dovessi viverlo pienamente prima e dopo, coglierlo nel momento quasi mai. Forse solo negli eventi che arrivano improvvisi.

Ricordo l’appuntamento con un ragazzo amato, arrivava alla stazione di Firenze dalla Gare de Lion Parigi. Quanto avevo immaginato quel momento, lo vedevo come luce che arriva nel buio, estasi infinita, un piacere non raccontabile. Lui che arrivava bellissimo ed io in piena estasi che gli correvo incontro.

Poi arrivò il momento, scese dal treno e..non era più bellissimo, non vidi nessuna luce, non successe niente se non la mia decisione che da quel momento non lo amavo più!

Questo mi succede anche nel dolore, ho talmente paura di quello che succederà che soffro tantissimo e tantissimo mi convinco che non sarò capace di affrontarlo.

Poi di colpo tutto diventa passato e mi rendo conto che c’ero, che ce l’ho fatta e che sono ancora qui.

L’operazione di mio marito l’estate scorsa, otto ore senza avere notizie. Solo a ripensarci mi sembra impossibile che abbia retto a tanta ansia ed angoscia. Eppure è successo, è passato, e fa più paura pensarlo che viverlo.

Qualcuno sicuramente disse anche se non ricordo chi: è la mente che ti fa vivere perché la vita è solo percezioni di pensieri.

La pioggia prima che cada per Nadia

IL PRIMO APPUNTAMENTO – di Nadia Peruzzi

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Nacque dal caso. Una telefonata improvvisa di quelle che hai aspettato per anni dopo esserti messa a sedere nel banco vicino al suo. Lei stava per andare al cinema con una amica. La telefonata cambiò i suoi piani. Si guardò allo specchio agitata. Si vide invecchiata e vestita proprio da cinema con un’amica, più che da primo appuntamento. E dopo anni poi. Ci voleva una mise adatta. Non troppo esagerata, ma nemmeno una che la facesse apparire una casalinga disperata (anche se non lo era, casalinga) per di più trascurata da troppo tempo. Si cambiò velocemente, un filo di trucco e via. Man mano che si avvicinava al luogo dell’incontro l’agitazione era diventata confusione vera e propria. Tanta era la voglia di scappare a gambe levate, ma si trattenne.  Domande le si affollavano nella testa, come sarà dopo tutti questi anni? Pingue e con la pancetta? I capelli saranno caduti e avrà il riportino che fa ribrezzo? Quella più ricorrente e puntuta in mezzo alle altre era la più banale. Perché uno ti chiama dopo così tanti anni per invitarti a cena e soprattutto perché scema, gli hai detto subito di si? Sognare lo aveva sognato, per tanto tempo. Ma sognare e attendere mica vuol dire che poi ti trovi davanti il figo che era a 18 anni, dopo che ne son passati altri 20. Arrivò al ristorante. Lo vide. Era già seduto. Impettito e tutto azzimato. Aveva l’aria del perfettino, figlio di mammà che pensa di essere il centro del mondo e che tutte debbano cadergli ai piedi anche se del figo di un tempo si faticava a trovare qualche traccia. Decise all’istante e sentì di avere una gran voglia di andare al cinema con la sua amica. Saltò sul primo taxi visto che era in leggero ritardo. Non si girò indietro nemmeno una volta!

La pioggia prima che cada di Vittorio

La notte stellata – di Vittorio Zappelli

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L’aspettativa è iniziata quasi subito, nell’autogrill sceso dalla moto con ancora il casco in testa, quando l’ho vista e dopo, nella cena, aspettando l’imbarco sulla nave.

Eravamo un gruppo di giovani, badati da una coppia quasi anziana, quindi con piena libertà.

Il pensiero della meta da raggiungere si è confermato nei giorni seguenti sul mare nel vento della Sardegna allora terra incontaminata. Molti i segnali che mandavo, per me chiari ed inequivocabili…

La gita in moto con lei dietro e io guidatore e le sue braccia intorno alla vita come la migliore cintura. Senza parlare, impossibile nel vento della corsa, per comunicare,  le mani sulla cintura soffermate piu’ del dovuto e poi indicare il paesaggio intorno profumato di mirto.

Quei 15 giorni vissuti tutti insieme spensierati tra bagni e gite con sguardi ed attenzioni, difficili a non capirsi….

Il cielo illuminato quella ultima sera sul mare era per me il traguardo quasi raggiunto.

E invece no. Un rifiuto spiegato piano piano in modo tranquillo che mi ha lasciato senza parole .

Per fortuna che le atmosfere e le sensazioni di quei giorni sono diventate come una bomba a  scoppio ritardato….

Dopo qualche mese in ambiente diverso la storia è iniziata e …dura ancora

La pioggia prima che cada per Stefania

Preferisco – di Stefania Bonanni

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Preferisco i pensieri, quelli nei quali si decide di fare, all’ avvenire dell’ operazione.

Preferisco fare la spesa comprando gli ingredienti per preparare le lasagne, piu’ di affettare, tritare, soffriggere, far bollire, assemblare, grattugiare.

Preferisco fare la doccia, il momento in cui sono sotto l’ acqua, all’ asciugatura.   Vorrei rimanere gocciolante.

Preferisco i tuoi sguardi, i baci, le tue mani che mi toccano, all’ atto ultimo dell’amore.

Preferisco leggere, prima di vedere. Leggere di una città, prima di vederla. Vedere un museo dopo aver letto dell’ artista.

Oppure leggere e basta.

Preferisco sognare. Non mi interessa la verifica, se e’ possibile, se e’ vero.

Preferisco il dubbio. Ho sempre l’ insana tentazione di demolire chi professa certezze.

Preferisco gli strani, i sofferenti, i falliti. Quelli che nonostante tutto vanno avanti. Quelli che non hanno fatto carriera, non hanno trovato l’ amore, non hanno studiato, non sanno, non hanno capito.

Preferisco parlarci, sapere, conoscere il punto di vista, cercare di capire come facciamo a resistere.

Preferisco chi ascolta. Del resto, abbiamo due orecchie ed una sola bocca. Segno che si dovrebbe parlare raramente e ridere parecchio, il piu’ possibile.

Preferisco i bambini, perché hanno occhi piu’ liberi e piu’ profondi. E dicono cose che i grandi, spesso “per decenza”, non dicono piu’.

Preferisco i vecchi. Mi sono sempre piaciuti gli uomini piu’ grandi di me. Ora ovviamente non piu’, non esageriamo. I vecchi hanno ricordi fatati, con protagonisti sconosciuti all’oggi, ricordi nostalgici di una vita “Altra”, impossibili da manomettere. Parlano di come lei era bella, di come si sono voluti bene, e gli occhi tornano bambini, luccicano di nuovo

Preferisco scrivere, anche oggi che non ho  proprio niente da scrivere.

Ancora la pioggia prima che cada di Elisabetta

ATTESA – di Elisabetta Brunelleschi

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            Amava la musica. Da anni era abbonata alla stagione sinfonica del maggior teatro della città.

Col tempo, ascolto dopo ascolto, lettura dopo lettura, aveva imparato a riconoscere lo stile dei compositori e a collocare loro opera nel preciso spazio storico-artistico di riferimento.

Prepararsi per la sera del concerto era un rito che ripeteva ogni settimana con medesime attenzione e dedizione. E alla fine, nel tardo pomeriggio, del giovedì, eccola uscire di casa perfettamente abbigliata, non prima, però, di aver telefonato agli amici con cui condivideva l’abbonamento, per dire che sarebbe arrivata in anticipo e li avrebbe aspettati già seduta nel palco.

Comunicazione quasi superflua, perché i tre amici, che la conoscevano da anni, non badavano ai suoi orari semplicemente li consideravano un suo personale rito di preparazione all’ascolto.

Entrare nel teatro semivuoto ed attendere in silenzio la predisponeva ad assaporare le atmosfere che di lì a poco si sarebbero sparse su di lei e intorno a lei. In quell’attesa i muscoli si allentavano, per far posto ai messaggi e le speranze che ogni volta la musica le offriva.

Il primo passo verso quella sorta di catarsi musicale era l’ingresso nell’atrio ampio, luminoso, nitido e fresco come una campagna accarezzato da venti leggeri. I pavimenti lucidi, gli specchi sulle pareti, i lampadari di cristallo, le poltrone di velluto, i soffitti alti e chiari, le pesanti tende anch’esse in velluto coi ai lati ragazzi o ragazze impeccabili nella divisa scura dei valletti, erano i segnali che qualcosa di importante stava per accadere.

Le piaceva soffermarsi nel leggero mormorio di chi, come lei giunto in forte anticipo, si attardava tra sorrisi e conversazioni. Signore e signori eleganti, profumati, che dall’atrio sciamavano verso il caffè e poi tornavano per appressarsi agli ingressi.

Quando dall’atrio passava al guardaroba ancora non affollato e con calma poteva togliersi il cappotto, rimaneva poi soddisfatta dai gesti attenti con cui le guardarobiere riponevano gli indumenti e consegnavano la contromarca.

Così rilassata, con la borsetta in spalla e il programma in mano, si avviava a entrare nella sala concerti. Era l’ultima fase di quella sorta di rito preparativo al settimanale evento.

Si affacciava dal palco verso la platea ancora deserta e nel silenzio volgeva lo sguardo verso gli stucchi che abbellivano le pareti, il grande lampadario al centro del soffitto tutto affrescato e ogni settimana, come fosse la prima volta, si sentiva pervadere da una nuova emozione.

Sul palco giungevano alla spicciolata i musicisti e iniziavano le flebili note degli accordi, definite poi all’unisono dal ‘la’ del primo violino.

Ed ecco che gli amici già accanto a lei, con saluti leggeri si preparano anch’essi alla musica. La sala si riempie e il crescendo del brusio indistinto di voci e di passi cessa improvviso con lo spegnersi della luce e l’arrivo del direttore d’orchestra, dei solisti di turno. 

L’attesa finisce, l’animo è pronto, ora lei può chiudere la porta a ogni disagio della vita e lasciarsi cullare dal forte e piano della musica.

La pioggia prima che cada di Elisabetta

L’ATTESA DEL DECOLLO – di Elisabetta Brunelleschi

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Le cinture sono allacciate.

Il personale di bordo illustra le manovre di sicurezza e salvataggio.

Che batticuore che balzi nello stomaco!

I motori rombano. Le ruote avanzano anche sobbalzando sulla pista.

C’è un accelerare, un rallentare, curvare poi nuovo accelerare, si prende la rincorsa.

E in un attimo: voilà il decollo, ed è quasi bello, leggero, si vola!!

Pare di esser fermi e invece 100, 200, 300, 400, 500 e oltre km orari !!!!!!!!!!!!!!!

I 1200 km che ci separano dalla meta si percorrono in due ore.

Che paura …..

La pioggia prima che cada di Rossella G.

…la pioggia prima che cada… – di Rossella Gallori

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…era un’estate a km zero, cioè a casa, faceva  caldo, un caldo soffocante ed inutile, qualche uccello, pennuto assetato fischiettava una canzone stupida da volatile maschio ed un po’ coglione, appollaiato su un ramo sbruciacchiato dal sole…un pallone batteva sul muro, ad ogni colpo un calcinaccio, un fischio ed una bestemmia…

Lei, volutamente “ chiusa” in una stanza poco accogliente pregava, una cantilena silenziosa, un po’ pianto un po’ rimpianto, con la voglia di scappare che non la abbandonava mai…

Speriamo piova, fa che piova, che diluvi…

che tutto si allaghi, sparisca, per poi riaffiorare più bello, più colorato, diverso.

Fa che piova, fa che piova…

Ed assaporava il dopo, un dopo suo, con un amore di pelle buona, di spalle forti, di mani intriganti, con una casa grande da far invidia al mondo, con le finestre spalancate sul mare, con cibo vero pronto e profumato…e valigie, valigie per non partire, libri per non leggere, ma da sapere e teatri da applausi e salute da scoppiare per amare e non dormire.

Fa che piova, fa che piova…

Che tutto si cancelli, che tutto si lavi, si levi di torno, che affoghi senza smaniare, senza far rumore.

Ed un albergo da cento camere per viverci sola a volte o per sempre, letti solo per lei, con camerieri trasparenti e gentili, con una piscina tiepida di acqua salata.

Fa che piova, fa che piova…

Che tutto sia sommerso, che riemerga, con gli alberi dai fiori viola e le aiuole con i babà di panna e rum, con i cani a sei zampe per correre meglio, con i bimbi senza lagne, con le mamme che consolano, con gli amanti fedeli ed i mariti pure, ma non troppo.

Fa che piova, deve piovere…

Le piaceva sognare, un mondo pulito, un  universo nuovo, lavato dentro, tutto suo, un cosmo che non c’era, ma bastava sognarlo per farlo essere vero!

Fa che piova, fa che piova…

Era un’estate torrida, il temporale non arrivò mai…..

Prima che cada la pioggia di Rossella B.

Siamo sempre in tempo – di Rossella Bonechi

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“Sei ancora in tempo – si ripeteva davanti allo specchio – nulla è ancora accaduto”; ma entra in macchina, gira la chiave e va.

“C’è ancora margine – si ripeteva guardando il contachilometri – posso sempre tornare indietro”; ma il piede non si schioda dall’acceleratore.

“Al prossimo autogrill mi fermo e decido – si ripeteva controllando i cartelli – posso ancora rinunciare”; ma prosegue, verso quella cosa nuova che la fa sentire cercata, voluta, desiderata.

“È meglio abbandonare” – si ripeteva stavolta a voce alta – o forse no “. Il bip bip di un messaggio la fece sobbalzare e tenne a freno l’impazienza finché non poté fermarsi; “Scusami – lesse – non odiarmi ma ci ho ripensato. Perdonami se puoi”.

“Ecco…” – riuscì solo a dirsi mentre la delusione e il sollievo si rincorrevano tra testa e cuore. Spalancò i finestrini  per farsi attraversare dall’aria profumata di ginestre e dietro gli occhi chiusi capì che un tradimento prima che accada è solo un rimpianto e non un rimorso.

La pioggia prima che cada di Sandra

L’ATTESA – di Sandra Conticini

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Eccoci al dunque!

Ora ci sei davvero, lo dice quella righina appena visibile!

Speravo che accadesse presto, ma insomma ancora un po’ potevi aspettare…. non c’era poi tutta questa fretta.

Ora bisogna solo aspettare, avere pazienza e sperare che tutto vada per il verso giusto.

Sono impaurita dal futuro, mi sento sull’orlo del baratro. Che faccio mi butto o aspetto gli eventi?

Intanto i giorni passano e ci facciamo sempre più l’idea. Lo abbiamo scelto e quindi dobbiamo essere contenti, ma insomma avremo fatto la scelta giusta?

Speriamo di si. Il mondo è pieno e non esiste scuola che insegna quel lavoro.

Anche gli altri avranno le stesse nostre difficoltà, poi con il tempo ci abitueremo a capire come dobbiamo comportarci.

Il tempo passa e iniziano le prime curiosità, sicuramente sarà bello, già ma potrebbe essere anche bella. Penso: speriamo, perchè se è un lui io con le macchinine non ci so giocare e poi,  come lo chiamiamo, non ci troviamo d’accordo sul nome. Anche quella è una bella responsabilità. Un nome banale non ci piace, ma anche uno importante o che è di moda  in questo periodo non ci va bene… ancora abbiamo un po’ di tempo, decideremo.

Che emozione sentire qualcosa che si muove nella pancia, ma starà bene anche quando ha il singhiozzo… domani farò la dieta forse ho mangiato troppo.

Fra tutti questi dubbi il tempo passa e la paura aumenta, finalmente ci siamo… dopo tanta ansia la nostra bambina nasce e, nonostante qualche petecchia sul visino, il nasino un po’ schiacciato per noi era molto più bella di come l’avevamo immaginata.

Prima che cada la pioggia per Lucia

Aspetto – di Lucia Bettoni

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Ho un desiderio
Mi compri un orsetto di pezza?
Passano i giorni
Aspetto la sera
Aspetto il suo ritorno
Aspetto lui con l’orsetto morbido per me
Lo penso, lo immagino, lo accarezzo
Sono già innamorata di lui
Ma come ci si può innamorare di un orsetto morbido che si è solo immaginato!
Vederlo con gli occhi non serve
Lo vedo con il mio bisogno d’amore
E’ bianco , e’ soffice , e’ dolce
Pensarlo mi fa sentire meno sola
Per chi non ha nessuno un orsetto morbido può essere tutto
E’ la fine del giorno
Lui sta per tornare
Io lo aspetto con il cuore fremente
Stasera sarà la mia sera
L’orsetto sarà tra le mie braccia!
Ma non fu così
Passavano i giorni
Lunghi giorni d’attesa
Lunghi giorni pieni di speranza
Niente
Ogni giorno una delusione
Ogni giorno mi addormentavo senza stringere a me il mio desiderio d’amore
Poi il miracolo!
Ti ho portato l’orsetto
Il pacco era piccolo
Lo avevo immaginato più grande ma… l’altezza non conta!
Apro il pacco
Un piccolo orsetto marrone e nero si presenta hai miei occhi
Lo tocco
E’ duro, e’ ispido , non è dolce
Il mondo crolla
Io crollo
Ho bisogno d’amore