Stefania Bonanni: ruzzolare di parole

La mano va, la mente dorme

La mano va, da sinistra a destra. Si ferma, saltella, balla da sola in ritmo sincopato. Chiede alla penna che stringe di riprodurlo. Ma le parole nascono e muoiono senza attrito, senza sofferenza. Leggere, non difficili, né sapienti. Sono solo parole da tutti i giorni, senza contraddizioni, senza verità, né bugie.

La pagina bianca mette al mondo parole che si rincorrono, si cercano, si danno la mano. Ed una ne sollecita un’altra. A volte cantilenano, con strane assonanze.

Parlano di ruzzolare, trascinate da fiumi in piena, di scivolare giu da ripidi, erbosi, scalini di antica pietra. Raccontano di chi ruzzolo’ su per la salita, e fu impresa magica, ma invisibile. Le parole si inseguono, una ne trascina un’altra, per consuetudine e per inerzia. In due o tre non sono piu’ solo parole, diventano discorsi, quasi racconti. Poi, inciampano in un punto, e sono costrette a fermarsi. Un attimo, solo un attimo, per riprendere fiato e gonfiare le parole gia’ scritte e risecchite. Poi, in basso, incontrano un piccolo segno, quasi un filo d’erba, a guarnire una fila di segni trascinati. Vuole una fermatina frettolosa, impaurisce la possibilità di trovarsi davanti ostacoli maggiori: per l’appunto due punti, quelli che costringono a spiegare.

Rossella Bonechi: scriverò sempre

Scrivere, scrivere per me, mi ha liberata: dai paletti scolastici, dalla paura della banalità, dalla gabbia razionale che imprigiona la mia fantasia. Le cose dentro di me sono me, stanno lì vivendo il tempo e gli accadimenti; scrivere libera anche loro, gli dà una fisicità di carta e il diritto di esistere per sé stesse. 

Quando è tempo di scrivere si affacciano tutte alla mente e prendono le forme che la mano traccia: un personaggio, una storia, un’emozione, sono sempre loro che prendono vita. E una volta uscite anziché lasciare vuoti fanno strada a qualcosa di più indietro ancora, di ancora più sepolto dai giorni, di quasi dimenticato.

Scrivere mi rovescia e mi trabocca, spesso mi sorprende, quasi sempre mi diverte anche nella malinconia e nella tristezza.

Scriverò sempre, credo.

Spero.

Cecilia Trinci: confessione spontanea

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle” e la parola “ermo” mi guida verso un mondo altro, fatto di ricci e spine, di stecchi e steccati, di cammini impervi. Mi piace pensare a quell’apostrofo, come “l’apostrofo rosa tra le parole t’amo”, e amare è rivolto a “te”, un te impersonale, diverso da noi stessi e che ci guarda e che ci legge e si aspetta da me il sacrificio. Eterno sacrificio o eterno amore? Chi e cosa lega l’ermo all’eremo, dove andremo tutti a finire?

Lucia Bettoni: profumo di geranio

Spruzzi d’acqua fredda e argentina festeggiano nell’aria del mattino un nuovo giorno che sa di cielo
L’odore delle foglie dei gerani dalle mie narici si insinua nel mio corpo e sento di essere geranio anch’io
Ho riempito di colori il giardino
Sarà la nostra casa a colori
E’ lì che mi raggiungerai ogni volta che vorrai perché è lì che vivrò
Uno spazio intimo, uno spazio nostro fatto di vento e di stagioni, di pioggia, di sole, di solo natura
E’ qui che vivo
Tutto qui e’ semplice
Non sento il rumore della malvagità
Non sento il vuoto del niente
Qui è tutto pieno e profuma di ciò che è ancora vero
Un sorriso lungo come una stella cometa che mi collega al quel pezzetto di cielo che era tutto il mio mondo di allora
Quel pezzetto di cielo mi basta adesso per respirare la vita
Finché dentro respirerò la vita il senso di questo cammino avrà la sua ragione di esistere
Profumo di geranio

Luca Miraglia – allungare il passo

Allungando il passo cambia poco, rallentandolo cambia ancora meno.

L’orizzonte se ne sta nascosto giocando a rimpiattino con lo sguardo.

L’occhio cade inevitabilmente sui margini dell’ipotetica via che scorre sotto i piedi: a volte liscia e morbida come velluto, altre volte ruvida e tagliente da far sanguinare.

Sgomitando al vento come vela, forse la direzione piega e allora lo sguardo incontra altri occhi, altri corpi, altri viventi in viaggio: alcuni accoglienti e cari, altri odiosi e odiabili, altri ancora quasi ombre effimere in balia dell’onda.

Una sinfonia di vite, ciascuna a modo suo impegnata in quel che sembra contare: l’andare e non la meta.