Prima che cada la pioggia per Lucia

Aspetto – di Lucia Bettoni

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Ho un desiderio
Mi compri un orsetto di pezza?
Passano i giorni
Aspetto la sera
Aspetto il suo ritorno
Aspetto lui con l’orsetto morbido per me
Lo penso, lo immagino, lo accarezzo
Sono già innamorata di lui
Ma come ci si può innamorare di un orsetto morbido che si è solo immaginato!
Vederlo con gli occhi non serve
Lo vedo con il mio bisogno d’amore
E’ bianco , e’ soffice , e’ dolce
Pensarlo mi fa sentire meno sola
Per chi non ha nessuno un orsetto morbido può essere tutto
E’ la fine del giorno
Lui sta per tornare
Io lo aspetto con il cuore fremente
Stasera sarà la mia sera
L’orsetto sarà tra le mie braccia!
Ma non fu così
Passavano i giorni
Lunghi giorni d’attesa
Lunghi giorni pieni di speranza
Niente
Ogni giorno una delusione
Ogni giorno mi addormentavo senza stringere a me il mio desiderio d’amore
Poi il miracolo!
Ti ho portato l’orsetto
Il pacco era piccolo
Lo avevo immaginato più grande ma… l’altezza non conta!
Apro il pacco
Un piccolo orsetto marrone e nero si presenta hai miei occhi
Lo tocco
E’ duro, e’ ispido , non è dolce
Il mondo crolla
Io crollo
Ho bisogno d’amore

La pioggia prima che cada, per Luca

La notte magica – di Luca Miraglia

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E’ la notte della Befana. Ormai lo so che non è veramente lei che passa a riempire il calzettone appeso fuori dalla porta della mia cameretta, ma non vedo perché non istigarla comunque a lasciare lì dentro un tangibile segno di sé.

In casa è già buio e silenzio (carosello è finito da un bel po’) e me ne sto con le coperte fin sul naso ad ascoltare attento ogni suono, ogni rumore atipico intorno a me. Cerco di cogliere sul fatto la befana di famiglia che pensa ancora di illudermi… ma tanto io ho capito…

E se poi non fosse così?

Se davvero la buona megera sapesse di me e decidesse di passare ancora una volta da qui?

Certo sarebbe divertente ma sarebbe anche una bella fregatura: vorrebbe dire che non ho veramente capito niente…

Un occhio si chiude e l’altro sta per andargli appresso.

Ehilà!! Non posso addormentarmi finché non saprò!

L’altro occhio si richiude e il primo già sta sognando…

Un sobbalzo, è già mattina, una corsa alla porta: il calzettone è pesante…

La megera mi ha fregato un’altra volta.

Prima che accada – di Cecilia

La pioggia prima che cada – di Cecilia Trinci

Preparo l’incontro del giovedì  per tutta la settimana.

Prima la mente si posa su piccole cose, su  parole che passano, le intrappolo in un retino invisibile, afferro fantasmi, residui di sogni, briciole di foto, immagini spezzettate, che tremolano qua e là, posandosi più o meno a lungo.

Scarto il troppo, il cupo, il personalismo e l’autobiografia, l’incomprensibile e il complesso, il troppo semplice e l’assurdo

Resta qualcosa nel retino.

Allora comincio a leggere, a rileggere, a cercare. Non trovo mai tutto subito.

Cerco oggetti, mi smarrisco, mi ritrovo, mi convinco.

Poi dimentico tutto e ricomincio e cerco, nuovamente, senza trovare.

Il tempo stringe, leggo, rileggo.

Alla fine è l’idea che mi colpisce, che mi trova. Non sempre so da dove arriva.

Assonanza? Somiglianza? Scontro involontario? Sono scivolata sull’idea che è sempre stata lì?

Non lo so, ma….

Mi acquieto, soddisfatta, serena, calma. Il vento cala, l’ansia si spenge.

Anche giovedì pioveranno scintille

Incontro del 29 gennaio 2026: La pioggia prima che cada

“Andai a raggiungerle, ma Rebecca non si girò quando sentì i miei passi sui ciottoli. Si schermò gli occhi, guardò le montagne e disse: “Guarda quelle nuvole. Ci sarà un bel temporale se vengono da questa parte”. Thea sentì l’osservazione: era sempre molto rapida nel notare i cambiamenti d’umore – restavo sorpresa, ogni volta, nell’accorgermi di quanto fosse sensibile, pronta a recepire gli stati d’animo degli adulti. “Per questo hai l’aria triste?” si sentì in dovere di chiedere. Rebecca si girò. “Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco.” “Il tuo tipo di pioggia preferito?” disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: “Be’, a me piace la pioggia prima che cada”. Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: “Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro”. “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “È solo umidità. Umidità nelle nuvole”. Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l’altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: “Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”. Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così,” disse. “È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.” Poi corse verso l’acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata. Il temporale non arrivò mai fino a noi. Lo guardammo scoppiare sulle montagne distanti, e poi spostarsi a est, ma le sponde del lago riuscirono a sfuggirgli.”

 Da: La pioggia prima che cada , di Jonathan Coe

Riflessioni di Tina da un frammento di Neruda: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

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Ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia – di Tina Conti

Non ho atteso sul balcone  cercato nel tempo dei ricordi e delle emozioni, frugando nella vita di prima, nel tempo dell’infanzia, della giovinezza, in una immagine, in un profumo.

Provo gratitudine nel rivedermi bambina di fronte alla vita.

Mi chiedo come ho fatto a imboccare la mia strada, destino o scelta consapevole?

Non ero una studentessa impegnata ma ero curiosa su come andava il mondo, come funzionavano le cose, costruivo, sperimentavo, chiedevo, facevo frittate dolci.

Erano i miei operosi genitori quell’edera a cui mi aggrappavo, con orgoglio e fiducia.

La mia casa era un laboratorio, si poteva sperimentare e fare tutto.

I materiali si cercavano e si recuperavano, non si buttava niente.

Si era costruito un pozzo, ricoveri per animali, arredi per la casa, materassi tende e abiti.

La cucina disponeva di verdure, uova e frutta, c’era sempre il problema di come conservare gli alimenti nei  momenti di esubero di produzione. Un piccolo vigneto consentiva la lavorazione del vino che piaceva solo al babbo ma che era prodotto in modo naturale e genuino.

In una dinamica così fatta, eravamo tutti incoraggiati a sperimentare anche in tenera età.

Così, il giorno che decisi per una crema al cucchiaio senza aver mai visto farla e neppure conosciuto il procedimento, ho realizzato la mia frittata dolce che ha provocato risate e ironia ma che non mi ha certo scoraggiata, da allora, la mia produzione di creme si è fatta vasta e fantasiosa e pronta a nuove ricette e scoperte.

Pensieri di Patrizia da un frammento di Neruda: rumore del mondo nel fogliame

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La fuga – di Patrizia Fusi

Una frase che mi colpisce appena la sento: mi viene alla mente un video dell’immigrazione  attraverso la rotta nei boschi dei Balcani.

Un gruppo di persone composto da bambini di varie età, donne e uomini, cammina nel sentiero del grande bosco velocemente, guardano in maniera attenta quello che li circonda, ogni rumore sospetto li fa sobbalzare, la giornata è grigia, un vento freddo batte contro i loro corpi, hanno una speranza che un tempo cosi brutto forse fermerà le guardie di frontiera.

Sono quasi arrivati al confine, sono felici, in lontananza sentono avvicinarsi un rumore di macchina .

Paura, terrore, tutto il gruppo si sparpaglia e si nasconde nel fogliame del  sottobosco.

 In quel fogliame c’è il rumore del mondo e la sua ferocia.

Contributo a distanza di Simone su suggestioni di Neruda: rumore del mondo nel fogliame

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FOGLIAME – di Simone Bellini

Parla il bosco nei miei passi,

canta della vita nata sui rami dei ricordi,

sbocciati in teneri virgulti empi di speranza,

maturati con caparbietà sofferta,

frutti di felicità momentanea,

di sogni infranti nella calura estiva,

disillusi caduti senza forze

nel tappeto scricchiolante dell’autunno,

in un alito veemente

crebbe il rumor del mondo nel fogliame

La vendemmia di Daniele da un frammento di Neruda: la scrittura del vino

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La scrittura del vino – di Daniele Violi

“”La scrittura del vino””, scrittura fatta di parole, come i grappoli d’uva, una scrittura che ho visto nascere, quando ho lavorato in una cooperativa agricola, quando con il vigore giovanile mi immergevo nell’uva. Dentro carrelli di legno costruiti appositamente per l’occasione della raccolta della vendemmia. Carrelli che avevano dimensioni di almeno 2 metri di lunghezza e di 1 metro di larghezza, capienti. La parte posteriore aveva una apertura, l’usciollo, il famoso usciollo. Con un forcone in mano a piedi nudi, affogati dentro una quantità enorme di grappoli d’uva, un bagno dentro una meraviglia della natura. Vivevo il piacere di conoscere la piacevole storia sin dalla nascita, di un antico ricavato dall’uva, che ha reso più dolce, anche il gusto della vita a tante persone. 

Come un rito iniziavo ogni volta, a ogni carrello, a raccogliere grappoli e grappoli di uva, che lanciavo poi con il forcone dal famoso usciollo, dentro la bocca di una macchina rumorosa, la diraspatrice, che accoglieva questa grande bontà di uva per la produzione e farne mosto. 

Ogni tanto, quando potevo, riuscivo a scrutare grappoli d’uva formosa di varietà  molto dolci, rossi e bianchi, belli agli occhi, che spuntavano, nel bel mezzo della mia opera di pesticciamento, quasi a chiedere di essere salvati dalla loro fine. Grappoli che mi ispiravano a essere presi al volo, e con veemenza addentati e gustati. In quel momento iniziavo a vedere la scrittura del vino, una scrittura che mi portava a fine giornata a sentirmi appagato. Si appagato dell’opera, ma anche tanto inebriato.

Storia di Nadia da un frammento di Neruda: fu cielo passeggero

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FU CIELO PASSEGGERO – di Nadia Peruzzi

Fu cielo passeggero ad accogliere il loro amore clandestino. Era esploso come un uragano estivo, di quelli che non ti aspetti, e ti trascinano lontano. Due occhi si incontrarono, poi furono mani intrecciate, baci appassionati, una intesa sessuale come nessuno dei due aveva mai sperimentato prima. Un viaggio in treno li aveva fatti incontrare. Destino, coincidenza, chissà. Stesso treno, stessa direzione, posti uno di fronte all’altra. Si riconobbero dal primo sguardo. Come se si conoscessero fin dalla notte dei tempi. Le affinità emersero pian piano. Iniziarono una conversazione da pendolari, lei una broker che si occupava di finanza, lui un tecnico di centrali idroelettriche addetto a manutenzioni continue. Quanto di più diverso non poteva esserci. Eppure. Eppure. Fili sottili, invisibili ad ogni parola tessevano una ragnatela che li avvolgeva sempre più. Erano solo loro, come se il resto delle persone attorno fossero sparite in un colpo. Portavano anelli che raccontavano di impegni e rapporti importanti, ma mentre si infittivano parole fra loro e occhi persi in quelli dell’altro, ognuno di loro era solo, sigillato in quel presente inatteso. Cenare e passare poi la notte insieme venne naturale ,come se niente altro ci fosse da fare per loro due in una serata di un marzo che già sapeva di estate. La cena corse via veloce. La notte, in hotel, non li vide dormire nemmeno un attimo .Avevano altro a cui dedicarsi ,e il tempo lo sapevano non era infinito. La mattina arrivò a dividere chi era stato una cosa sola per una notte. Si accorsero quando se ne andarono ciascuno in un taxi, e verso destinazioni diverse, che nemmeno una volta si erano chiamati per nome. Nessuno dei due aveva pensato di chiederlo all’altro!!

Da un frammento di Neruda i versi di Annalisa: una mano spaziosa

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UNA MANO SPAZIOSA – di Annalisa Faleschini

Una mano spaziosa, da contenere il mondo.

Una mano spaziosa non ha confini.

Una mano spaziosa è generosa.

Una mano spaziosa vorrei mi sorreggesse glutei e pensieri.

Una mano spaziosa, campo gioco per anime che si incontrano.

Una mano spaziosa, apre le sue pieghe e rivela altre verità.

Una mano spaziosa accoglie.

Una mano spaziosa,quando accarezza, muove il vento e ti rinfresca l’anima.

Una mano spaziosa, ha scritto tra le sue righe, storie ricche.

Dal frammento di Neruda le parole di Stefano: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

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L’edera e la nebbia – di Stefano Maurri

Ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia  felice, ma la nebbia che ora mi avvolge rende lontano quella sensazione, forse bisognerebbe cominciare a conservare la nebbia come qualcosa di utile e rimuovere i marchingegni che ci costringono fuori da essa. Nessuno all’infuori dei propri cari sentirà una mancanza particolare  e ti verrà a cercare…. dove si potrebbero cercare? fuori è solo nebbia si sente il rimorchiatore che  si appresta ad entrare nel porto, i passeggeri della nave da crociera scendono spaesati,  i nani e le ballerine  che erano stati predisposti per rallegrare il loro soggiorno sono appena visibili, i croceristi parlano piano, si aspettavano qualcosa di più. Dalla nebbia qualche  casetta  rossa emerge da un ghiaccio che stringe il cuore. “Com’è  freddo questo sole di York” e purtroppo “l’inverno del nostro scontento” continua a perseguitarci, la sirena della nave prende a suonare, il rimorchiatore fischia anche lui, i passeggeri straniti rientrano nelle cabine…… per fortuna Affari tuoi deve ancora iniziare, La ruota della fortuna gira e …rien ne va plus……

Dal frammento di Neruda le parole di Rossella B.: fu cielo passeggero

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FU CIELO PASSEGGERO – di Rossella Bonechi

Mi accorsi che non avevo più bisogno di alzare lo sguardo per scorgere il cielo: bastavano i suoi occhi per trovarlo.

Mi ci tuffai lasciandomi annegare e le sue braccia forti ancorarono le mie paure. Arrivarono le nubi di morbido cotone, i lampi elettrizzanti, i tramonti infuocati e tutto quello che elargiva il cielo.

Fino alla notte, al buio, alla fine di un giorno.

E non bastarono le stelle. Fu passeggero ma fu immenso cielo e io una volta lo abitai.

Dal frammento di Neruda le parole di Carla: frumento costellato di fiori rossi come scottature

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La mia età – di Carla Faggi

Frumento costellato di fiori rossi come scottature – Un libro di neve.

Emozione mista la mia adolescenza, come il frumento giallo, caldo, nutriente ma che ti pizzica, non ti accoglie, è pungente, ti entra ovunque anche se non vorresti.

Fiori rossi, mille opportunità, sono invitanti, preludio di piacere, ma scottano, fanno anche male. Ed il primo male non si scorda mai.

Eppure qualcuno ha detto che l’adolescenza è l’età più bella.

Forse non aveva ragione.

O forse si, chissà…è passato tanto tempo.

Rifletto sfogliando il mio libro di neve.

Emozione mista la mia cosiddetta terza età.

Bianca e silenziosa come la neve.

Riflessiva, ogni non rumore ti fa sentire ancora di più le assenze, ti fa cogliere le presenze, le orme ti indicano percorsi fatti, da te o da altri.

Eppoi il freddo, quello che hai paura di sentire, il sole che riflettendo ti acceca, e tu che sai che poi tutto passa, anche il freddo ed anche il sole.

Dal frammento di Neruda la poesia di Carmela: ho atteso sul balcone ….

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Frammenti – di Carmela De Pilla

Ho atteso sul balcone

Ho visto un passato pesante

presente nel mio presente

Ho incontrato campi di papaveri rossi

pianto di sangue che sgorga

Ho conosciuto un mare nero

 buio che mi porto dentro

Ho sentito il mio corpo

intrappolato da vento gelido

Ho assaggiato ferite

mai guarite

Ho atteso sul balcone

avvolta dal respiro della mia infanzia

Ho ascoltato il tempo

 che mi attraversava

Ora sento una mano spaziosa

 che mi accarezza.

Dal frammento di Neruda la storia di Anna: il taciturno che venne da lontano

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IL TACITURNO CHE VENNE DA LONTANO – di Anna Meli

            Era giunto da poco in quel paesino di poche anime che sorgeva su una altura circondata da campi di olivi. Nella piazza, un bar con solo due tavolini occupati da quattro vecchi che ingannavano la noia giocando a carte e, sotto il grande tiglio, alcune donne intente a chiacchierare e lavorare a maglia. Alcuni ragazzotti intanto si stavano sfidando in una partita di pallone a tre. Ne ebbe subito una buona impressione. Sì quel luogo era giusto per lui. Dopo aver consultato un biglietto tolto dalla tasca della sua giacca, si diresse con passo deciso verso una vecchia costruzione e sparì nel portone spalancato.

            Chi era, da dove veniva? Qual’era il motivo per il quale era andato a vivere in quella casa da tempo abbandonata dal proprietario che nessuno ricordava più? Tutti si ripromettevano di scoprirlo nei giorni successivi. Fra l’altro avevano anche notato che ogni tanto riceveva brevi visite da alcuni sconosciuti che però se ne andavano velocemente e questo si aggiungeva alle altre curiosità.

            Uscendo, in paese tutti lo salutavano per educazione e per cercare un approccio e andare oltre, ma lui rispondeva gentilmente mantenendo le distanze e tutto finiva lì. Il suo aspetto  incuteva timore e il suo modo di vestire, di camminare, di osservare quasi di sfuggita non lo rendeva simpatico. Parlava poco, rispondeva per dovuta cortesia. In paese si diffuse l’idea che nascondesse un segreto e che addirittura fosse una specie di mago che imbrogliava le persone ingenue o disperate che si rivolgevano a lui.

            Nel fine settimana i giovani di ritorno dal lavoro furono prontamente informati della situazione e fu deciso di parlarne tutti insieme per giungere ad una conclusione. Tutto il paese non si sentiva al sicuro e chi meglio del Sindaco avrebbe potuto risolvere la situazione! Ma il sindaco inventò mille scuse, fece innumerevoli giri di parole dicendo che potevano stare tranquilli, che quel tipo veniva da molto lontano e che di più non poteva assolutamente dire.

            Non aveva fatto i conti con l’usciere al quale niente sfuggiva e fu così che si venne a sapere in gran segreto che il signore del quale sapeva anche il nome era un pentito collaboratore di giustizia a domicilio coatto e….acqua in bocca!!!

Dal frammento di Neruda il pensiero di Stefania: si spense la nube vagante

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Si spense la nube vagante – di Stefania Bonanni

Troppo tempo aveva faticato, trascinandosi stelle che non ne volevano sapere,di seguirla.

Aveva faticato, traversando un cielo troppo pieno, con quello strascico. Aveva faticato a splendere su commissione, con la luce di altri.

L’ aveva pagata cara, quella luminosità a credito.

Ed era venuto il momento. Avevano richiesto indietro il prestito.

Nulla e’ gratuito a questo mondo, e neanche nell’ alto dei cieli.

Quella nuvola magica si sgonfio’, si scuri’, non sembro’ più panna montata. Non fu piu’ illuminata dal rosso dei tramonti. Non se la porto’ piu’ a giro quel venticello di marzo che fa il solletico al mondo. Cambio’ natura, in un baleno fu piu’ scura del mare di notte, gonfia e dura, come un sasso.

Se qualcuno la vide, ma nessuno guarda le nuvole per conoscerle davvero, non si stupi’.

Ora era una nuvole come tutte. Gonfia di vento, di pioggia, di sospiri, di lacrime.

Ed allora piovve.

Frammento da Neruda per Vittorio: il libro di neve

Un libro di neve – di Vittorio Zappelli

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La passeggiata era erta ma si sapeva ; nel bosco dopo la strada sterrata arrampicarsi a piedi tra la neve con il freddo che si stemperava nel calore del corpo in movimento. Non da solo ma in piccola carovana . Il traguardo “sassi scritti” grandi lastroni in pietra affioranti dal terreno con iscrizioni sconosciute ai piu’.

Arrivati , si spazzola il mantello di neve per rivedere gli antichi scritti ; e dopo, qualcuno , me compreso, incide parole come ferite nel freddo bianco.

Dureranno un baleno rispetto agli scritti sulle pietre.

Ma ce le portiamo a valle con gli zaini e, mentre scendiamo, rotolano nella mente .

Da un frammento di Neruda per Rossella G.: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

Ho atteso sul balcone…con l’edera della mia infanzia – di Rossella Gallori

…la coperta di lana ruvida…le righe azzurre allineate, parallele e tristi.

Ho atteso di rivederle invano…

Speravo volassero in cielo, prima o poi…

Io sul balcone a cercare nuvole infeltrite che mi riportassero a lui…

Con l’edera ombra verde ed insistente di un passato morbido…

Le mani giunte senza preghiera, senza amen.

il silenzio, compagno della mia infanzia,  giocava tra i riccioli mogano che ad uno ad uno cadevano…

Un tappeto per i sogni nuovi, per gli incubi vecchi.

Piccoli nodi di capelli bambini cercavano, rincorrendosi,  la lunga frangia, per porre fine ad una corsa senza fiato, senza spazio…

Ho atteso e ancora attendo, vecchie coperte in cielo, appese ad un filo immaginario pesante di ricordi e  lungo di vita…righe azzurre un incubo mai sbiadito…

Sul balcone io non ci sono più, l’edera della mia infanzia fa buio sui giorni di  oggi…o è  miraggio di fiori nascosti?

PS: Pensi di aver scelto, un brano, quasi per caso, poi ti accorgi che è lui che ti ha scelto e trovi tra le pagine del tuo quaderno un cuore lilla, libero e prigioniero al tempo stesso di parole tue…di versi di altri….

Dal frammento di Neruda per Sandra: il taciturno che venne da lontano

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IL TACITURNO CHE VENNE DA LONTANO – di Sandra Conticini

Stava sempre li, al circolo, da solo, zitto zitto guardandosi intorno. Nessuno lo aveva mai sentito parlare, pensavano che fosse sordomuto. Arrivava nel primo pomeriggio, si metteva a sedere in un angolo e fino a sera non si alzava. All’inizio veniva chiamato “il mafioso”. Da sotto quegli occhiali neri era difficile vedergli gli occhi , indossava un vestito grigio logoro, camicia grigiastra con il colletto finito, sempre con la sigaretta accesa, tanto che le dita delle mani erano diventate gialle, bruciate dalla nicotina, metteva un certo non so che di paura.

Se non era al circolo vagava per il quartiere, ma sempre solo e taciturno.

Ormai sembrava un soprammobile, era diventato uno dei tanti invisibili.

Un giorno, in quell’estate torrida, era nel suo angolo, cascò in terra, battè la testa e intorno a lui si formò una pozza di sangue. Le persone si guardarono negli occhi e pensarono che fosse morto, invece aprì gli occhi e iniziò a dire qualcosa che nessuno capì. Fu portato in ospedale, curato alla meglio e rimandato a casa.

Qualcuno una mattina disse di averlo visto uscire con una valigetta quasi vuota.

Di lui non si seppe più niente, se n’era andato in silenzio com’era arrivato.

Incontro del 22 gennaio 2026: La poesia spezzata

Inverno – di Pablo Neruda


Giunge l’inverno. Splendido dettato
mi dan le foglie lente
vestite di giallo e di silenzio.
Sono un libro di neve,
una mano spaziosa, una prateria,
un circolo che attende,
appartengo alla terra e al suo inverno.
Crebbe il rumor del mondo nel fogliame,
arse poi il frumento costellato
di fiori rossi come scottature
,
quindi venne l’autunno a stabilire
la scrittura del vino:
tutto passo’, fu cielo passeggero
la coppa dell’estate,
e si spense la nube navigante.
Ho atteso sul balcone cosi’ funebre,io
come ieri con l’edera della mia infanzia,
che la terra distendesse
le sue ali sul mio amore disabitato.
Ho saputo che la orsa sarebbe caduta
e che il nocciolo della pesca transitoria
sarebbe tornato a dormire e a germinare:
mi sono inebriato con la coppa dell’aria
fino a che tutto il mare divenne notturno
e il rosso delle nubi fu cenere.
La terra vive ora
tranquillizzando il suo interrogatorio,
distesa la pelle del suo silenzio.
Io torno a essere ora
il taciturno che venne da lontano
avvolto di pioggia fredda e di campane:
debbo alla morte pura della terra
la volonta’ delle mie germinazioni.