La pioggia prima che cada, per Luca

La notte magica – di Luca Miraglia

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E’ la notte della Befana. Ormai lo so che non è veramente lei che passa a riempire il calzettone appeso fuori dalla porta della mia cameretta, ma non vedo perché non istigarla comunque a lasciare lì dentro un tangibile segno di sé.

In casa è già buio e silenzio (carosello è finito da un bel po’) e me ne sto con le coperte fin sul naso ad ascoltare attento ogni suono, ogni rumore atipico intorno a me. Cerco di cogliere sul fatto la befana di famiglia che pensa ancora di illudermi… ma tanto io ho capito…

E se poi non fosse così?

Se davvero la buona megera sapesse di me e decidesse di passare ancora una volta da qui?

Certo sarebbe divertente ma sarebbe anche una bella fregatura: vorrebbe dire che non ho veramente capito niente…

Un occhio si chiude e l’altro sta per andargli appresso.

Ehilà!! Non posso addormentarmi finché non saprò!

L’altro occhio si richiude e il primo già sta sognando…

Un sobbalzo, è già mattina, una corsa alla porta: il calzettone è pesante…

La megera mi ha fregato un’altra volta.

Prima che accada – di Cecilia

La pioggia prima che cada – di Cecilia Trinci

Preparo l’incontro del giovedì  per tutta la settimana.

Prima la mente si posa su piccole cose, su  parole che passano, le intrappolo in un retino invisibile, afferro fantasmi, residui di sogni, briciole di foto, immagini spezzettate, che tremolano qua e là, posandosi più o meno a lungo.

Scarto il troppo, il cupo, il personalismo e l’autobiografia, l’incomprensibile e il complesso, il troppo semplice e l’assurdo

Resta qualcosa nel retino.

Allora comincio a leggere, a rileggere, a cercare. Non trovo mai tutto subito.

Cerco oggetti, mi smarrisco, mi ritrovo, mi convinco.

Poi dimentico tutto e ricomincio e cerco, nuovamente, senza trovare.

Il tempo stringe, leggo, rileggo.

Alla fine è l’idea che mi colpisce, che mi trova. Non sempre so da dove arriva.

Assonanza? Somiglianza? Scontro involontario? Sono scivolata sull’idea che è sempre stata lì?

Non lo so, ma….

Mi acquieto, soddisfatta, serena, calma. Il vento cala, l’ansia si spenge.

Anche giovedì pioveranno scintille

Incontro del 29 gennaio 2026: La pioggia prima che cada

“Andai a raggiungerle, ma Rebecca non si girò quando sentì i miei passi sui ciottoli. Si schermò gli occhi, guardò le montagne e disse: “Guarda quelle nuvole. Ci sarà un bel temporale se vengono da questa parte”. Thea sentì l’osservazione: era sempre molto rapida nel notare i cambiamenti d’umore – restavo sorpresa, ogni volta, nell’accorgermi di quanto fosse sensibile, pronta a recepire gli stati d’animo degli adulti. “Per questo hai l’aria triste?” si sentì in dovere di chiedere. Rebecca si girò. “Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco.” “Il tuo tipo di pioggia preferito?” disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: “Be’, a me piace la pioggia prima che cada”. Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: “Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro”. “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “È solo umidità. Umidità nelle nuvole”. Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l’altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: “Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”. Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così,” disse. “È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.” Poi corse verso l’acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata. Il temporale non arrivò mai fino a noi. Lo guardammo scoppiare sulle montagne distanti, e poi spostarsi a est, ma le sponde del lago riuscirono a sfuggirgli.”

 Da: La pioggia prima che cada , di Jonathan Coe

Riflessioni di Tina da un frammento di Neruda: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

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Ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia – di Tina Conti

Non ho atteso sul balcone  cercato nel tempo dei ricordi e delle emozioni, frugando nella vita di prima, nel tempo dell’infanzia, della giovinezza, in una immagine, in un profumo.

Provo gratitudine nel rivedermi bambina di fronte alla vita.

Mi chiedo come ho fatto a imboccare la mia strada, destino o scelta consapevole?

Non ero una studentessa impegnata ma ero curiosa su come andava il mondo, come funzionavano le cose, costruivo, sperimentavo, chiedevo, facevo frittate dolci.

Erano i miei operosi genitori quell’edera a cui mi aggrappavo, con orgoglio e fiducia.

La mia casa era un laboratorio, si poteva sperimentare e fare tutto.

I materiali si cercavano e si recuperavano, non si buttava niente.

Si era costruito un pozzo, ricoveri per animali, arredi per la casa, materassi tende e abiti.

La cucina disponeva di verdure, uova e frutta, c’era sempre il problema di come conservare gli alimenti nei  momenti di esubero di produzione. Un piccolo vigneto consentiva la lavorazione del vino che piaceva solo al babbo ma che era prodotto in modo naturale e genuino.

In una dinamica così fatta, eravamo tutti incoraggiati a sperimentare anche in tenera età.

Così, il giorno che decisi per una crema al cucchiaio senza aver mai visto farla e neppure conosciuto il procedimento, ho realizzato la mia frittata dolce che ha provocato risate e ironia ma che non mi ha certo scoraggiata, da allora, la mia produzione di creme si è fatta vasta e fantasiosa e pronta a nuove ricette e scoperte.

Pensieri di Patrizia da un frammento di Neruda: rumore del mondo nel fogliame

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La fuga – di Patrizia Fusi

Una frase che mi colpisce appena la sento: mi viene alla mente un video dell’immigrazione  attraverso la rotta nei boschi dei Balcani.

Un gruppo di persone composto da bambini di varie età, donne e uomini, cammina nel sentiero del grande bosco velocemente, guardano in maniera attenta quello che li circonda, ogni rumore sospetto li fa sobbalzare, la giornata è grigia, un vento freddo batte contro i loro corpi, hanno una speranza che un tempo cosi brutto forse fermerà le guardie di frontiera.

Sono quasi arrivati al confine, sono felici, in lontananza sentono avvicinarsi un rumore di macchina .

Paura, terrore, tutto il gruppo si sparpaglia e si nasconde nel fogliame del  sottobosco.

 In quel fogliame c’è il rumore del mondo e la sua ferocia.

Contributo a distanza di Simone su suggestioni di Neruda: rumore del mondo nel fogliame

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FOGLIAME – di Simone Bellini

Parla il bosco nei miei passi,

canta della vita nata sui rami dei ricordi,

sbocciati in teneri virgulti empi di speranza,

maturati con caparbietà sofferta,

frutti di felicità momentanea,

di sogni infranti nella calura estiva,

disillusi caduti senza forze

nel tappeto scricchiolante dell’autunno,

in un alito veemente

crebbe il rumor del mondo nel fogliame

La vendemmia di Daniele da un frammento di Neruda: la scrittura del vino

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La scrittura del vino – di Daniele Violi

“”La scrittura del vino””, scrittura fatta di parole, come i grappoli d’uva, una scrittura che ho visto nascere, quando ho lavorato in una cooperativa agricola, quando con il vigore giovanile mi immergevo nell’uva. Dentro carrelli di legno costruiti appositamente per l’occasione della raccolta della vendemmia. Carrelli che avevano dimensioni di almeno 2 metri di lunghezza e di 1 metro di larghezza, capienti. La parte posteriore aveva una apertura, l’usciollo, il famoso usciollo. Con un forcone in mano a piedi nudi, affogati dentro una quantità enorme di grappoli d’uva, un bagno dentro una meraviglia della natura. Vivevo il piacere di conoscere la piacevole storia sin dalla nascita, di un antico ricavato dall’uva, che ha reso più dolce, anche il gusto della vita a tante persone. 

Come un rito iniziavo ogni volta, a ogni carrello, a raccogliere grappoli e grappoli di uva, che lanciavo poi con il forcone dal famoso usciollo, dentro la bocca di una macchina rumorosa, la diraspatrice, che accoglieva questa grande bontà di uva per la produzione e farne mosto. 

Ogni tanto, quando potevo, riuscivo a scrutare grappoli d’uva formosa di varietà  molto dolci, rossi e bianchi, belli agli occhi, che spuntavano, nel bel mezzo della mia opera di pesticciamento, quasi a chiedere di essere salvati dalla loro fine. Grappoli che mi ispiravano a essere presi al volo, e con veemenza addentati e gustati. In quel momento iniziavo a vedere la scrittura del vino, una scrittura che mi portava a fine giornata a sentirmi appagato. Si appagato dell’opera, ma anche tanto inebriato.

Storia di Nadia da un frammento di Neruda: fu cielo passeggero

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FU CIELO PASSEGGERO – di Nadia Peruzzi

Fu cielo passeggero ad accogliere il loro amore clandestino. Era esploso come un uragano estivo, di quelli che non ti aspetti, e ti trascinano lontano. Due occhi si incontrarono, poi furono mani intrecciate, baci appassionati, una intesa sessuale come nessuno dei due aveva mai sperimentato prima. Un viaggio in treno li aveva fatti incontrare. Destino, coincidenza, chissà. Stesso treno, stessa direzione, posti uno di fronte all’altra. Si riconobbero dal primo sguardo. Come se si conoscessero fin dalla notte dei tempi. Le affinità emersero pian piano. Iniziarono una conversazione da pendolari, lei una broker che si occupava di finanza, lui un tecnico di centrali idroelettriche addetto a manutenzioni continue. Quanto di più diverso non poteva esserci. Eppure. Eppure. Fili sottili, invisibili ad ogni parola tessevano una ragnatela che li avvolgeva sempre più. Erano solo loro, come se il resto delle persone attorno fossero sparite in un colpo. Portavano anelli che raccontavano di impegni e rapporti importanti, ma mentre si infittivano parole fra loro e occhi persi in quelli dell’altro, ognuno di loro era solo, sigillato in quel presente inatteso. Cenare e passare poi la notte insieme venne naturale ,come se niente altro ci fosse da fare per loro due in una serata di un marzo che già sapeva di estate. La cena corse via veloce. La notte, in hotel, non li vide dormire nemmeno un attimo .Avevano altro a cui dedicarsi ,e il tempo lo sapevano non era infinito. La mattina arrivò a dividere chi era stato una cosa sola per una notte. Si accorsero quando se ne andarono ciascuno in un taxi, e verso destinazioni diverse, che nemmeno una volta si erano chiamati per nome. Nessuno dei due aveva pensato di chiederlo all’altro!!

Da un frammento di Neruda i versi di Annalisa: una mano spaziosa

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UNA MANO SPAZIOSA – di Annalisa Faleschini

Una mano spaziosa, da contenere il mondo.

Una mano spaziosa non ha confini.

Una mano spaziosa è generosa.

Una mano spaziosa vorrei mi sorreggesse glutei e pensieri.

Una mano spaziosa, campo gioco per anime che si incontrano.

Una mano spaziosa, apre le sue pieghe e rivela altre verità.

Una mano spaziosa accoglie.

Una mano spaziosa,quando accarezza, muove il vento e ti rinfresca l’anima.

Una mano spaziosa, ha scritto tra le sue righe, storie ricche.

Dal frammento di Neruda le parole di Stefano: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

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L’edera e la nebbia – di Stefano Maurri

Ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia  felice, ma la nebbia che ora mi avvolge rende lontano quella sensazione, forse bisognerebbe cominciare a conservare la nebbia come qualcosa di utile e rimuovere i marchingegni che ci costringono fuori da essa. Nessuno all’infuori dei propri cari sentirà una mancanza particolare  e ti verrà a cercare…. dove si potrebbero cercare? fuori è solo nebbia si sente il rimorchiatore che  si appresta ad entrare nel porto, i passeggeri della nave da crociera scendono spaesati,  i nani e le ballerine  che erano stati predisposti per rallegrare il loro soggiorno sono appena visibili, i croceristi parlano piano, si aspettavano qualcosa di più. Dalla nebbia qualche  casetta  rossa emerge da un ghiaccio che stringe il cuore. “Com’è  freddo questo sole di York” e purtroppo “l’inverno del nostro scontento” continua a perseguitarci, la sirena della nave prende a suonare, il rimorchiatore fischia anche lui, i passeggeri straniti rientrano nelle cabine…… per fortuna Affari tuoi deve ancora iniziare, La ruota della fortuna gira e …rien ne va plus……

Dal frammento di Neruda le parole di Rossella B.: fu cielo passeggero

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FU CIELO PASSEGGERO – di Rossella Bonechi

Mi accorsi che non avevo più bisogno di alzare lo sguardo per scorgere il cielo: bastavano i suoi occhi per trovarlo.

Mi ci tuffai lasciandomi annegare e le sue braccia forti ancorarono le mie paure. Arrivarono le nubi di morbido cotone, i lampi elettrizzanti, i tramonti infuocati e tutto quello che elargiva il cielo.

Fino alla notte, al buio, alla fine di un giorno.

E non bastarono le stelle. Fu passeggero ma fu immenso cielo e io una volta lo abitai.

Dal frammento di Neruda le parole di Carla: frumento costellato di fiori rossi come scottature

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La mia età – di Carla Faggi

Frumento costellato di fiori rossi come scottature – Un libro di neve.

Emozione mista la mia adolescenza, come il frumento giallo, caldo, nutriente ma che ti pizzica, non ti accoglie, è pungente, ti entra ovunque anche se non vorresti.

Fiori rossi, mille opportunità, sono invitanti, preludio di piacere, ma scottano, fanno anche male. Ed il primo male non si scorda mai.

Eppure qualcuno ha detto che l’adolescenza è l’età più bella.

Forse non aveva ragione.

O forse si, chissà…è passato tanto tempo.

Rifletto sfogliando il mio libro di neve.

Emozione mista la mia cosiddetta terza età.

Bianca e silenziosa come la neve.

Riflessiva, ogni non rumore ti fa sentire ancora di più le assenze, ti fa cogliere le presenze, le orme ti indicano percorsi fatti, da te o da altri.

Eppoi il freddo, quello che hai paura di sentire, il sole che riflettendo ti acceca, e tu che sai che poi tutto passa, anche il freddo ed anche il sole.

Dal frammento di Neruda la poesia di Carmela: ho atteso sul balcone ….

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Frammenti – di Carmela De Pilla

Ho atteso sul balcone

Ho visto un passato pesante

presente nel mio presente

Ho incontrato campi di papaveri rossi

pianto di sangue che sgorga

Ho conosciuto un mare nero

 buio che mi porto dentro

Ho sentito il mio corpo

intrappolato da vento gelido

Ho assaggiato ferite

mai guarite

Ho atteso sul balcone

avvolta dal respiro della mia infanzia

Ho ascoltato il tempo

 che mi attraversava

Ora sento una mano spaziosa

 che mi accarezza.

Dal frammento di Neruda la storia di Anna: il taciturno che venne da lontano

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IL TACITURNO CHE VENNE DA LONTANO – di Anna Meli

            Era giunto da poco in quel paesino di poche anime che sorgeva su una altura circondata da campi di olivi. Nella piazza, un bar con solo due tavolini occupati da quattro vecchi che ingannavano la noia giocando a carte e, sotto il grande tiglio, alcune donne intente a chiacchierare e lavorare a maglia. Alcuni ragazzotti intanto si stavano sfidando in una partita di pallone a tre. Ne ebbe subito una buona impressione. Sì quel luogo era giusto per lui. Dopo aver consultato un biglietto tolto dalla tasca della sua giacca, si diresse con passo deciso verso una vecchia costruzione e sparì nel portone spalancato.

            Chi era, da dove veniva? Qual’era il motivo per il quale era andato a vivere in quella casa da tempo abbandonata dal proprietario che nessuno ricordava più? Tutti si ripromettevano di scoprirlo nei giorni successivi. Fra l’altro avevano anche notato che ogni tanto riceveva brevi visite da alcuni sconosciuti che però se ne andavano velocemente e questo si aggiungeva alle altre curiosità.

            Uscendo, in paese tutti lo salutavano per educazione e per cercare un approccio e andare oltre, ma lui rispondeva gentilmente mantenendo le distanze e tutto finiva lì. Il suo aspetto  incuteva timore e il suo modo di vestire, di camminare, di osservare quasi di sfuggita non lo rendeva simpatico. Parlava poco, rispondeva per dovuta cortesia. In paese si diffuse l’idea che nascondesse un segreto e che addirittura fosse una specie di mago che imbrogliava le persone ingenue o disperate che si rivolgevano a lui.

            Nel fine settimana i giovani di ritorno dal lavoro furono prontamente informati della situazione e fu deciso di parlarne tutti insieme per giungere ad una conclusione. Tutto il paese non si sentiva al sicuro e chi meglio del Sindaco avrebbe potuto risolvere la situazione! Ma il sindaco inventò mille scuse, fece innumerevoli giri di parole dicendo che potevano stare tranquilli, che quel tipo veniva da molto lontano e che di più non poteva assolutamente dire.

            Non aveva fatto i conti con l’usciere al quale niente sfuggiva e fu così che si venne a sapere in gran segreto che il signore del quale sapeva anche il nome era un pentito collaboratore di giustizia a domicilio coatto e….acqua in bocca!!!

Dal frammento di Neruda il pensiero di Stefania: si spense la nube vagante

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Si spense la nube vagante – di Stefania Bonanni

Troppo tempo aveva faticato, trascinandosi stelle che non ne volevano sapere,di seguirla.

Aveva faticato, traversando un cielo troppo pieno, con quello strascico. Aveva faticato a splendere su commissione, con la luce di altri.

L’ aveva pagata cara, quella luminosità a credito.

Ed era venuto il momento. Avevano richiesto indietro il prestito.

Nulla e’ gratuito a questo mondo, e neanche nell’ alto dei cieli.

Quella nuvola magica si sgonfio’, si scuri’, non sembro’ più panna montata. Non fu piu’ illuminata dal rosso dei tramonti. Non se la porto’ piu’ a giro quel venticello di marzo che fa il solletico al mondo. Cambio’ natura, in un baleno fu piu’ scura del mare di notte, gonfia e dura, come un sasso.

Se qualcuno la vide, ma nessuno guarda le nuvole per conoscerle davvero, non si stupi’.

Ora era una nuvole come tutte. Gonfia di vento, di pioggia, di sospiri, di lacrime.

Ed allora piovve.

Frammento da Neruda per Vittorio: il libro di neve

Un libro di neve – di Vittorio Zappelli

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La passeggiata era erta ma si sapeva ; nel bosco dopo la strada sterrata arrampicarsi a piedi tra la neve con il freddo che si stemperava nel calore del corpo in movimento. Non da solo ma in piccola carovana . Il traguardo “sassi scritti” grandi lastroni in pietra affioranti dal terreno con iscrizioni sconosciute ai piu’.

Arrivati , si spazzola il mantello di neve per rivedere gli antichi scritti ; e dopo, qualcuno , me compreso, incide parole come ferite nel freddo bianco.

Dureranno un baleno rispetto agli scritti sulle pietre.

Ma ce le portiamo a valle con gli zaini e, mentre scendiamo, rotolano nella mente .

Da un frammento di Neruda per Rossella G.: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

Ho atteso sul balcone…con l’edera della mia infanzia – di Rossella Gallori

…la coperta di lana ruvida…le righe azzurre allineate, parallele e tristi.

Ho atteso di rivederle invano…

Speravo volassero in cielo, prima o poi…

Io sul balcone a cercare nuvole infeltrite che mi riportassero a lui…

Con l’edera ombra verde ed insistente di un passato morbido…

Le mani giunte senza preghiera, senza amen.

il silenzio, compagno della mia infanzia,  giocava tra i riccioli mogano che ad uno ad uno cadevano…

Un tappeto per i sogni nuovi, per gli incubi vecchi.

Piccoli nodi di capelli bambini cercavano, rincorrendosi,  la lunga frangia, per porre fine ad una corsa senza fiato, senza spazio…

Ho atteso e ancora attendo, vecchie coperte in cielo, appese ad un filo immaginario pesante di ricordi e  lungo di vita…righe azzurre un incubo mai sbiadito…

Sul balcone io non ci sono più, l’edera della mia infanzia fa buio sui giorni di  oggi…o è  miraggio di fiori nascosti?

PS: Pensi di aver scelto, un brano, quasi per caso, poi ti accorgi che è lui che ti ha scelto e trovi tra le pagine del tuo quaderno un cuore lilla, libero e prigioniero al tempo stesso di parole tue…di versi di altri….

Dal frammento di Neruda per Sandra: il taciturno che venne da lontano

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IL TACITURNO CHE VENNE DA LONTANO – di Sandra Conticini

Stava sempre li, al circolo, da solo, zitto zitto guardandosi intorno. Nessuno lo aveva mai sentito parlare, pensavano che fosse sordomuto. Arrivava nel primo pomeriggio, si metteva a sedere in un angolo e fino a sera non si alzava. All’inizio veniva chiamato “il mafioso”. Da sotto quegli occhiali neri era difficile vedergli gli occhi , indossava un vestito grigio logoro, camicia grigiastra con il colletto finito, sempre con la sigaretta accesa, tanto che le dita delle mani erano diventate gialle, bruciate dalla nicotina, metteva un certo non so che di paura.

Se non era al circolo vagava per il quartiere, ma sempre solo e taciturno.

Ormai sembrava un soprammobile, era diventato uno dei tanti invisibili.

Un giorno, in quell’estate torrida, era nel suo angolo, cascò in terra, battè la testa e intorno a lui si formò una pozza di sangue. Le persone si guardarono negli occhi e pensarono che fosse morto, invece aprì gli occhi e iniziò a dire qualcosa che nessuno capì. Fu portato in ospedale, curato alla meglio e rimandato a casa.

Qualcuno una mattina disse di averlo visto uscire con una valigetta quasi vuota.

Di lui non si seppe più niente, se n’era andato in silenzio com’era arrivato.

Incontro del 22 gennaio 2026: La poesia spezzata

Inverno – di Pablo Neruda


Giunge l’inverno. Splendido dettato
mi dan le foglie lente
vestite di giallo e di silenzio.
Sono un libro di neve,
una mano spaziosa, una prateria,
un circolo che attende,
appartengo alla terra e al suo inverno.
Crebbe il rumor del mondo nel fogliame,
arse poi il frumento costellato
di fiori rossi come scottature
,
quindi venne l’autunno a stabilire
la scrittura del vino:
tutto passo’, fu cielo passeggero
la coppa dell’estate,
e si spense la nube navigante.
Ho atteso sul balcone cosi’ funebre,io
come ieri con l’edera della mia infanzia,
che la terra distendesse
le sue ali sul mio amore disabitato.
Ho saputo che la orsa sarebbe caduta
e che il nocciolo della pesca transitoria
sarebbe tornato a dormire e a germinare:
mi sono inebriato con la coppa dell’aria
fino a che tutto il mare divenne notturno
e il rosso delle nubi fu cenere.
La terra vive ora
tranquillizzando il suo interrogatorio,
distesa la pelle del suo silenzio.
Io torno a essere ora
il taciturno che venne da lontano
avvolto di pioggia fredda e di campane:
debbo alla morte pura della terra
la volonta’ delle mie germinazioni.

Esperimento letterario: storie scritte separatamente a più mani con CONFINI ben definiti tra i singoli autori

(in via di aggiornamento)

INVITO A CENA – di Sandra Conticini e Elisabetta Brunelleschi

Ma chi glielo aveva fatto fare di organizzare quella cena a casa sua per rivedere la sua compagna di gioco Gianna!

Era sempre troppo precisa, non le pendeva mai un pelo, precisissima in tutto!Ormai erano passati diversi anni da quando si frequentavano e lei andava spesso a cena da lei. L’apparecchiatura era perfetta, i fiori sul tavolo non mancavano mai, i piatti, bicchieri, tovaglia tutto era tutto di ottima qualità.

Per non parlare poi della presentazione dei piatti, da come erano ben disposti le dispiaceva mangiarli.

Lei, che era sempre stata “all’incirca” e troppo pratica nella vita, non si sentiva all’altezza della situazione. Era stata dura preparare quella cena. Prima scegliere il menù,  comprare cibi di pregio, poi rimettere un pò di ordine in casa e, per finire, lavare, tagliare, apparecchiare, trovare buoni vini…. ma insomma si era proprio voluta rovinare la vita! Ma ormai il passo era stato fatto…

Gianna era una donna di mezza età, agile nei movimenti e d’aspetto giovanile.

Un pomeriggio che si rigirava annoiata nella sua grande casa squillò il telefono.

– A cena? Domani sera?, … Ma sì, grazie! ci sarò.-

Era una vecchia amica che l’aveva chiamata, non si vedevano da tanto.

Il giorno dopo con congruo anticipo indossò il più elegante dei suoi abiti e uscì.

Mentre si avviava a casa dell’amica pensava a quello che poteva dire e fare.

Di quella cara amica di tempi lontani ricordava l’esuberanza, l’aspetto eccentrico e a volte un po’ disordinato. Ma aveva dimenticato quali fossero gli argomenti delle loro lunghe conversazioni e poi non aveva capito il perché di quella cena, ammesso che ci fosse stato.

Più si avvicinava alla casa dell’amica più le sorgevano dubbi sulla riuscita di quella serata.

Giunse così al portone e nonostante gli incerti pensieri suonò decisa il campanello.

Il portone s’aprì, Gianna entrò e l’amica, affacciata al pianerottolo, l’accoglieva sorridendo.

 Gianna sentì che era sempre lei, approssimata, un po’ arruffona, ma simpatica. E allora, sì! potevano ritrovarsi, anche intorno a un tavolo non proprio apparecchiato, e parlarsi, mostrarsi, raccontarsi.

Nascere – di Luca Miraglia e Rossella Gallori

R) La culla di raso rosa, rosa spento, aveva i suoi anni e li dimostrava tutti: piccoli strappi, qualche toppa mal nascosta, un guanciale senza ricami privo di penne….di nuovo c’era solo il filo spinato arabescato e pungente…..

L) Ci si era ritrovata per quegli strani casi in cui dal nulla improvvisamente il caos, luce abbagliante, pianti di estranei e sorrisi di un volto di donna amorevole ma stanco.

R) Lei succhiava quel poco che c’era, quel che le bastava, guardando senza vedere, vedendo senza guardare, lunghe ciglia ombreggiavano guance tonde rosse di rabbia, gonfie di pianto…

L) Solo dopo, sulla pelle il senso ruvido di fasce tessute al telaio e il vuoto quasi incolmabile di quella culla esageratamente grande per quel suo corpicino di nuova generazione,

R) mentre le dita corte e morbide sfioravano ripetutamente il rame appuntito senza provocare ferita alcuna, il suo sangue incolore restava statico nelle piccole vene…immobile e prezioso…

L) Era chiaro che quella culla benché accogliente fosse il suo solo campo d’azione. Da fuori però arrivava un sommesso miscuglio di suoni fatto da voci di uomo, di bambini e di rochi accenti anziani.

R) Trovare la forza di uscire dal caldo rifugio sarebbe stato facile, il tempo le avrebbe dato il coraggio, i sogni buoni la spinta giusta per mescolare il suo balbettio a quelle parole maschie che sembravano rincorrerla, spingerla, affascinarla…..in una corsa lenta e languida….

RACCONTO PER TRE – di Rossella Bonechi, Sonia Cortecci e Vittorio Zappelli

Quella mattina Salvatore si svegliò contento: primo perchè non lavorava e poi perchè si ricordò di ciò che doveva fare quel giorno.

Prima di uscire, frugò nella sua valigia e prese il costume e tutto ciò che pensava gli tornasse utile. Varcò il cancello, percorrendo il vialetto di ghiaia, entrò nella villa, cercando di capire deve fossero le persone che avrebbe incontrato.

Improvvisamente si trovò ad oltrepassare la soglia di un camerone pieno di luce.

Salvatore guardò, perplesso, i cinque anziani sulle sedie: due di loro parevano dormire.

Cominciò a parlare, per vedere se li svegliava e, nel frattempo, si vestì.

Gli anziani videro uno spilungone con un enorme naso rosso in frack e con la barba bianca e gli occhi marcati di nero e sobbalzarono sulle sedie, finalmente svegli.

A questo punto, Salvatore cercò di capire gli stati d’animo di chi aveva davanti.

Difficile, perchè parevano chiusi nei loro gusci e non volevano intromissioni nel loro mondo.

Dopo un po’ uno di loro disse: ” ma sei buffo!” e tutti si misero a ridere

Mentre a fine giornata, sorridendo, si avviava all’uscita, sentì una voce squillante domandare: ” ma….ritornerai?”

Aveva, Salvatore, compreso che l’età non era il confine della voglia di ridere e stare in allegria!

 La risposta fu decisa: “Certo che sì! Aspettami!” 

La storia di Daniele – di Daniele Violi e Lucia Bettoni

Scalare e risalire montagne di terra di riporto scaricata dai camion, per realizzare fondamenta di fabbricati in periferia, era il gioco del personaggio Daniele da piccolo.

Da grande salire sulle piante per potarle rappresenta invece per Daniele la soddisfazione  di esprimere un benessere che vuole trasmettere alle forme viventi in natura.

Questo suo innato proiettare la propria creatività per gli abitanti dell’ambiente, caratterizza sempre più il suo percorso di vita, con l’approfondimento e lo studio sulla vita di ogni forma vivente, che stimola la  curiosità crescente di vivere sempre più immerso nella vita delle piante, ha permeato anche la sua filosofia di vita; l’ottimismo nonostante tutto prevale. Sono tante le piante che incontra, che lo incoraggiano, con la loro grande resistenza a tempeste, neve, pioggia, freddo e sole, a comprendere di più benefici e valori della vita che si fanno incontro. (Daniele)

E’ l’alba
Daniele apre la finestra
E’ la prima azione di ogni suo giorno
Guarda il cielo
Le sfumature rosa delle nuvole
presagiscono una giornata serena
La sua seconda azione è aprire la porta
La finestra… la porta
I primi passi all’esterno
Annusa l’aria, ascolta, guarda
sente, osserva
Poi pensa: voglio fare una cosa importante
Si gira intorno
Una piuma di fagiano, la lunga piuma della coda di un fagiano e’ lì accanto ai fiori del vialetto di casa
Raccoglie la piuma , l’accarezza, la passa sulla pelle della mano sinistra, prima sul dorso poi sul palmo, infine la passa leggera leggera sulle guance, sulla fronte, sul naso, sulla bocca e sugli occhi
Occhi chiusi
Un respiro profondo
Un sorriso
Che bella cosa importante per iniziare il nuovo giorno! (Lucia)

Una storia molto molto moderna – di Carla Faggi e Patrizia Fusi

Un viso di cera, un ciuffo di capelli che sembrano una frittata venuta male, un modo di gesticolare non rispettoso delle persone, un carattere prepotente, ondivago nelle decisioni. Un prepotente e interessato solo al suo interesse economico.

Individuo senza umanità.

Il suo modo di fare lo definirei “l’asso piglia tutto”.

Una parte del mondo si sente in pericolo con un personaggio così che rinuncia allo stato di diritto e mostra solo l’arroganza dei soldi e delle armi.

Questo è l’uomo più potente del mondo, il presidente degli Stati Uniti d’America.

E un giorno decise che…(Patrizia)

…decise a mezzanotte e dieci ora americana di salire sul suo boeing personale e partire per la Groenlandia.

Voleva far sapere al mondo che avrebbe trattato, ma visto che le sue condizioni non sarebbero state sicuramente accettate già si stropicciava le mani di piacere preparandosi alla guerra!

Arrivò all’aeroporto di Nuuk dove fu accolto con tutti gli onori, il tappeto rosso che lo avrebbe accompagnato dall’aereo alla macchina di rappresentanza era ghiacciato, purtroppo in Groenlandia faceva freddino; una raffata di vento e nevischio gli scompigliò il ciuffo giallo, per rimetterlo a posto un gesto brusco lo squilibrò, il ghiaccio del tappeto rosso ci mise del suo e lui, l’uomo più potente del mondo non poté impedire l’enorme culata sul suolo ghiacciato da lui tanto ambito.

Fu portato d’urgenza all’ospedale della capitale che fu evacuato per ospitare solo l’illustre paziente.

Naturalmente il tutto fu oscurato dai media che nulla riportarono.

La forza militare statunitense era in attesa di notizie sulle trattative che non arrivarono.

Come da accordi precedentemente presi con il Presidente dopo un tot di ore forze di terra, di aria e di acqua partirono per attaccare la capitale Nuuk della Groenlandia. E da dove iniziarono? Dall’ospedale della capitale, naturalmente!

Un solo drone, un solo attacco!

Il giorno dopo i media riportarono che si era avuto un solo decesso. L’unico paziente dell’ospedale centrale di Nuuk. (Carla)

Ada e l’incontro importante – di Carmela De Pilla e Tina Conti

Il tempo l’aveva catapultata in un lampo nei quattordici anni, i più terribili diceva lei, era come indossare un vestito troppo stretto che non ti permette di respirare, non riusciva a trovare il modo di entrare in sintonia con gli altri e faceva di tutto per non rendersi simpatica così si chiudeva sempre di più in se stessa mostrando la sua eccessiva timidezza.

Secondo lei le ragazze con tanto seno e un lato b considerevole piacevano di più così incominciò a ingrassare, di chili ne aveva presi tanti, ma non aveva perso l’agilità grazie alla quale faceva cose straordinarie come tuffarsi nel fiume in ogni stagione, le amiche la invidiavano per i capelli da vichinga e gli occhi color mare, ma non la capivano.

 Viveva in un paese alla periferia di Firenze attraversato da un piccolo fiume che per lei era vita, spesso marinava la scuola e si recava lì, lo conosceva perfettamente e sapeva il punto esatto dove tuffarsi, si lanciava dal piccolo ponte e come un pesce si dimenava nell’acqua libera dai tanti confini che la bloccavano e la tenevano prigioniera dei suoi stessi pensieri.

Non percepiva alcun limite nell’acqua poteva attraversarla senza timore, l’acqua avvolgeva quel corpo grasso e lei si sentiva leggera…leggera e libera. Le paillettes e i lustrini dei vestiti sfiorati dai raggi del sole luccicavano e giocavano con l’acqua.

-Ada, ma fai il bagno vestita?

-Sì, così mi sento più bella.

Ada non aveva mai visto Firenze osservava tutte le bellezze del centro della citta, percorrendo le vie e le piccole strade, cercava il Ponte Vecchio

Quando si trovò al primo ponte che vide da lontano, il ponte da Verrazzano disse fra sé che tutto quel cemento non le sembrava degno di quella città e quello non era certo il ponte che cercava.

Continuò a camminare, poi, chiese informazioni a un signore molto distinto ma vestito in modo originale. A gambe nude, indossava solo una tutina a righe bianche e celesti come quelle dei nonni probabilmente di filato di lana come si usava allora.

Faceva allungamenti e flessioni vicino alla spalletta dell’Arno per prepararsi ad un tuffo come si

Sentiva dai discorsi della folla che si era radunata vicino.

Lui, solerte e con molti ghirigori le raccontò tutta la storia della città e poi le disse di seguirlo, era arrivata a destinazione.

Scesero   insieme le scalette del circolo dei Canottieri Comunali, fra flasch di fotografi e giornalisti nonché di atleti del circolo, accompagnati da applausi e incoraggiamenti . Ada si entusiasmò a tal punto che  senza pensarci due volte prese coraggio e  si tuffò in Arno dopo di lui.

Il ciuffo di Trump – di Gabriella Crisafulli e Stefano Maurri

Il maggiordomo entra con passo felpato nella stanza buia.

– Maggiordomo

“Buongiorno Signore. Come ha dormito stanotte?”

Un grugnito emerge dalle coperte.

– Maggiordomo (con un filo di voce)

“La giornata è splendida Signore. Apro le cortine?”

– Signore

“Chi è quel verme che osa rivolgermi la parola?

Avevo dato disposizione di lasciarmi dormire fino a

tardi!”

– Maggiordomo (esitante)

“Signore aveva ordinato all’hair stylist di presentarsi per

tempo stamani per porre rimedio al progressivo

acquattarsi della capigliatura”

– Signore

“Dì a quel frocio di stare calmo: devo ancora portare a

termine il mio sogno ai confini della realtà”

– Maggiordomo

“Sarà fatto Signore.”

“Posso portare intanto la colazione?”

– Signore

“Ok. Solo due uova al sangue di bue e una spremuta di

arance venezuelane.”

“Solo quando avrò finito andrò da quel verme

strisciante di Gil.”

Nel frattempo Gil, l’hair stylist di grido, si trova nella

stanza degli stucchi d’oro.

Veste in modo variopinto e stravagante. In questa

maniera risponde alle aspettative del Signore, al suo

bisogno di stereotipi, al godimento che prova nel

denigrare i suoi sudditi. Per lui un gay deve indossare

abiti adatti a prestare il fianco alle sue battute triviali.

Così Gil si presta al gioco: oggi porta una camicia

dorata, dei pantaloni aderenti a fiori gialli e lilla, un gilet

arancione, una giacca viola con una peonia rosa

all’occhiello e scarpe a punta con la fibbia.

Nell’attesa dell’arrivo del Signore controlla attentamente

l’attrezzatura raccolta in un carrello apposito al centro

della sala: diffusore per phon, ferro arriccia capelli,

piastre, forbici lisce e sfoltitrici, pettini a denti stretti e a

coda, spazzole piatte e rotonde di varie circonferenze,

shampoo volumizzante, balsamo, maschere nutrienti,

tinte varie, vapozoon per graduare il colore dei capelli,

lacca, profumo, ciotole, pennelli, bilancia.

Il Signore è molto esigente, di umore variabile e di

scelte volubili, talvolta incoerenti: l’hair stylist deve

essere disponibile ad ogni richiesta.

Tutto è pronto.

La porta si apre.

Inaspettatamente la presenza del Signore si manifesta

con una potente scureggia che vaga per la sala con

potenti, ripetuti schiocchi.

Rompe la sacralità del rito da officiare.

Gil alza lo sguardo smarrito e fa un passo in avanti.

Nel farlo urta contro il carrello delle attrezzature che

oscilla pericolosamente fino a rovesciare in terra il suo

contenuto. Il vapozoon comincia ad emettere i suoi

vapori nebulosi. Gli schiocchi e le nebbie attivano i

sistemi d’allarme. Le sirene suonano, la guardia

nazionale irrompe ad armi spianate. Il Signore fermo,

immobile, terrorizzato, urla:

“Combattete, combattete: non arrendetevi.”

In tutto questo trambusto i capelli del Signore si

rizzano, non sono più acquattati e spenti.

È successo l’incredibile.

Senza volerlo una scoreggia ha pettinato il Signore in

maniera impeccabile.

La Storia lo tramanderà ai posteri.