La pioggia prima che cada per Stefano

La bella e il piacione – di Stefano Maurri

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 L’aveva incontrata in vacanza, lei con i suoi 16 anni un corpo rotondetto, il seno prorompente, le cosce compatte rivestite dai jeans. L’aveva  seguita  camminando per tutti i rifugi della valle,  notando quello che per lui era il più bel fondoschiena che avesse mai visto. Aveva parlato di una inedita filosofia, con lei che faceva il classico e lui l’istituto tecnico, era stato comunque abbastanza convincente: aveva discusso di teologia, della liberazione, del valore del doposcuola, dell’ugualianza tra i popoli, ma non faceva progressi, aveva  scelto un soggetto praticamente difficile per cercare di ottenere qualcosa di più di un sorrisino e lui era particolarmente imbranato. A fine vacanza si salutarono con un po’ di imbarazzo, e si scambiarono i numeri di telefono,  mentre in  lontananza un  temporale scaricava la sua forza sulle vette dolomitiche.  La risentì qualche settimana, dopo cercando di convincerla che avrebbe potuto aiutarla nel doposcuola . Quando arrivò a casa di lei, in una villetta piccolo borghese, mentre lei si sedeva con il kilt scozzese che allora era di moda, scoprì il bianco di una coscia . Lui prese coraggio per non perderlo troppo presto e azzardò ad avvicinare una mano. La famosa pioggia, ricordo delle Dolomiti, cadde con un tonfo di tuono rotolante e lui ricevette un sonoro schiaffo di risposta.

La pioggia prima che cada di Tina

Aria invernale – di Tina Conti

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Quando  apro la finestra al mattino, passando dal semibuio alla luce, dal tepore del letto alla  temperatura esterna, gusto  il primo soffio di aria e luce che arriva gioioso dentro la stanza, è un rito che aspetto anche quando qualcuno  lo fa per me.

Allora, rannicchiata al calduccio, aspetto ad occhi chiusi quel soffio benefico di aria pulita, frizzante, energica. E’ il benvenuto della campagna, della natura  è un soffio che sveglia, appaga, ti stimola a guardare oltre osservando fuori, Immagino come sarà il tempo, cosa succederà  durante le ore che verranno. Certo, si può immaginare e talvolta indovinare ma spesso sono i cambiamenti repentini che ti colgono impreparato a incantarci o sorprenderci.

A me fa sognare il cielo bianco e lattiginoso, l’aria ferma fredda  ghiacciata, quella sensazione strana guardo e aspetto, esco più volte all’esterno per odorare l’aria, si per me la pioggia, il vento, la neve  hanno odori riconoscibili. Ma il cielo bianco mi mette gioia, aspetto la neve.

Non sono solo le belle giornate di sole  a farci felici,  è cosa sentiamo dentro a cambiare il nostro umore. Per me aspettare la neve è una delle belle emozioni della vita.

Sarò stata contagiata dalla mia mamma a cui piaceva tanto e ci incoraggiava sempre ben coperti ad uscire, giocare e costruire  figure.

Mi piace l’attesa, il cielo che cambia, i rumori che si  assopiscono, il  silenzio dei primi fiocchi, le folate di vento che ti imbiancano le sopracciglia e il naso. Osservo incuriosita le orme lasciate dai passi ovattati sul manto spesso, le prime impronte che segnano il passaggio di  un animale grande o piccolo, di una persona.

Non mi scoraggio anche con le bufere, esco, cammino con gli scarponi, mi incanto in questa realtà magica che mi sorprende sempre, sono proprio sensazioni inaspettate, nuove ogni volta.

I rami tessono ricami, gli alberi si rannicchiano, si abbassano pesanti e magici, gli animali sono contagiati da questa magia, a volte anche in difficoltà nella ricerca di cibo.

Bastano pochi raggi di sole per rompere l’incantesimo, lo sgocciolio, il vento il ghiaccio che seguono trasformano l’incanto e  creano nuove magie.

La pioggia prima che cada di Anna

Ricordi nelle nuvole – di Anna Meli

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Nuvole nere correvano in cielo come una mandria di bufali, si accavallavano disegnando varie strane forme; ogni tanto qualche lampo sinistro precedeva secchi boati. Seduto nella veranda, osservava tutto questo senza alcun timore.

            Sentiva l’odore della pioggia che sarebbe caduta di lì a poco e lo legava alla sua attesa. Assaporava con serena calma, ma anche con angoscia, il momento in cui avrebbe riabbracciato quel figlio che, da tempo, aveva scelto di vivere lontano da lui.

            Ormai anziano, si era abituato a vivere tirando avanti senza grandi cambiamenti e questa novità lo turbava in modo positivo. Non arrivava solo quel figlio, ma insieme a lui i ricordi lontani vissuti: estati al mare, il primo giorno di scuola, la bicicletta rossa e su via via nella crescita e nelle varie esperienze.

            Ricordava tutto questo passeggiando su e giù lentamente, guardando le nuvole, ma vedendo ben oltre dove tutto si tingeva del colore della vita passata in modo sereno. Aveva finalmente capito che bisogna essere sempre capaci di aspettare senza dimenticare.

La pioggia prima che cada per Carla

Il presente nella nebbia – di Carla Faggi

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Almeno per me quasi tutte le cose belle su cui ho aspettative se accadono sono spesso già successe. Non riesco a coglierle a fondo, diventano subito già ricordo. Come se il presente fosse avvolto in una nebbia. L’attesa è nitida e chiara, fatta di gioia o di paura a seconda di quello che stiamo aspettando, il presente è opaco ed è comunque già accaduto.

Come se dovessi viverlo pienamente prima e dopo, coglierlo nel momento quasi mai. Forse solo negli eventi che arrivano improvvisi.

Ricordo l’appuntamento con un ragazzo amato, arrivava alla stazione di Firenze dalla Gare de Lion Parigi. Quanto avevo immaginato quel momento, lo vedevo come luce che arriva nel buio, estasi infinita, un piacere non raccontabile. Lui che arrivava bellissimo ed io in piena estasi che gli correvo incontro.

Poi arrivò il momento, scese dal treno e..non era più bellissimo, non vidi nessuna luce, non successe niente se non la mia decisione che da quel momento non lo amavo più!

Questo mi succede anche nel dolore, ho talmente paura di quello che succederà che soffro tantissimo e tantissimo mi convinco che non sarò capace di affrontarlo.

Poi di colpo tutto diventa passato e mi rendo conto che c’ero, che ce l’ho fatta e che sono ancora qui.

L’operazione di mio marito l’estate scorsa, otto ore senza avere notizie. Solo a ripensarci mi sembra impossibile che abbia retto a tanta ansia ed angoscia. Eppure è successo, è passato, e fa più paura pensarlo che viverlo.

Qualcuno sicuramente disse anche se non ricordo chi: è la mente che ti fa vivere perché la vita è solo percezioni di pensieri.

La pioggia prima che cada per Nadia

IL PRIMO APPUNTAMENTO – di Nadia Peruzzi

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Nacque dal caso. Una telefonata improvvisa di quelle che hai aspettato per anni dopo esserti messa a sedere nel banco vicino al suo. Lei stava per andare al cinema con una amica. La telefonata cambiò i suoi piani. Si guardò allo specchio agitata. Si vide invecchiata e vestita proprio da cinema con un’amica, più che da primo appuntamento. E dopo anni poi. Ci voleva una mise adatta. Non troppo esagerata, ma nemmeno una che la facesse apparire una casalinga disperata (anche se non lo era, casalinga) per di più trascurata da troppo tempo. Si cambiò velocemente, un filo di trucco e via. Man mano che si avvicinava al luogo dell’incontro l’agitazione era diventata confusione vera e propria. Tanta era la voglia di scappare a gambe levate, ma si trattenne.  Domande le si affollavano nella testa, come sarà dopo tutti questi anni? Pingue e con la pancetta? I capelli saranno caduti e avrà il riportino che fa ribrezzo? Quella più ricorrente e puntuta in mezzo alle altre era la più banale. Perché uno ti chiama dopo così tanti anni per invitarti a cena e soprattutto perché scema, gli hai detto subito di si? Sognare lo aveva sognato, per tanto tempo. Ma sognare e attendere mica vuol dire che poi ti trovi davanti il figo che era a 18 anni, dopo che ne son passati altri 20. Arrivò al ristorante. Lo vide. Era già seduto. Impettito e tutto azzimato. Aveva l’aria del perfettino, figlio di mammà che pensa di essere il centro del mondo e che tutte debbano cadergli ai piedi anche se del figo di un tempo si faticava a trovare qualche traccia. Decise all’istante e sentì di avere una gran voglia di andare al cinema con la sua amica. Saltò sul primo taxi visto che era in leggero ritardo. Non si girò indietro nemmeno una volta!

La pioggia prima che cada di Vittorio

La notte stellata – di Vittorio Zappelli

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L’aspettativa è iniziata quasi subito, nell’autogrill sceso dalla moto con ancora il casco in testa, quando l’ho vista e dopo, nella cena, aspettando l’imbarco sulla nave.

Eravamo un gruppo di giovani, badati da una coppia quasi anziana, quindi con piena libertà.

Il pensiero della meta da raggiungere si è confermato nei giorni seguenti sul mare nel vento della Sardegna allora terra incontaminata. Molti i segnali che mandavo, per me chiari ed inequivocabili…

La gita in moto con lei dietro e io guidatore e le sue braccia intorno alla vita come la migliore cintura. Senza parlare, impossibile nel vento della corsa, per comunicare,  le mani sulla cintura soffermate piu’ del dovuto e poi indicare il paesaggio intorno profumato di mirto.

Quei 15 giorni vissuti tutti insieme spensierati tra bagni e gite con sguardi ed attenzioni, difficili a non capirsi….

Il cielo illuminato quella ultima sera sul mare era per me il traguardo quasi raggiunto.

E invece no. Un rifiuto spiegato piano piano in modo tranquillo che mi ha lasciato senza parole .

Per fortuna che le atmosfere e le sensazioni di quei giorni sono diventate come una bomba a  scoppio ritardato….

Dopo qualche mese in ambiente diverso la storia è iniziata e …dura ancora

La pioggia prima che cada per Stefania

Preferisco – di Stefania Bonanni

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Preferisco i pensieri, quelli nei quali si decide di fare, all’ avvenire dell’ operazione.

Preferisco fare la spesa comprando gli ingredienti per preparare le lasagne, piu’ di affettare, tritare, soffriggere, far bollire, assemblare, grattugiare.

Preferisco fare la doccia, il momento in cui sono sotto l’ acqua, all’ asciugatura.   Vorrei rimanere gocciolante.

Preferisco i tuoi sguardi, i baci, le tue mani che mi toccano, all’ atto ultimo dell’amore.

Preferisco leggere, prima di vedere. Leggere di una città, prima di vederla. Vedere un museo dopo aver letto dell’ artista.

Oppure leggere e basta.

Preferisco sognare. Non mi interessa la verifica, se e’ possibile, se e’ vero.

Preferisco il dubbio. Ho sempre l’ insana tentazione di demolire chi professa certezze.

Preferisco gli strani, i sofferenti, i falliti. Quelli che nonostante tutto vanno avanti. Quelli che non hanno fatto carriera, non hanno trovato l’ amore, non hanno studiato, non sanno, non hanno capito.

Preferisco parlarci, sapere, conoscere il punto di vista, cercare di capire come facciamo a resistere.

Preferisco chi ascolta. Del resto, abbiamo due orecchie ed una sola bocca. Segno che si dovrebbe parlare raramente e ridere parecchio, il piu’ possibile.

Preferisco i bambini, perché hanno occhi piu’ liberi e piu’ profondi. E dicono cose che i grandi, spesso “per decenza”, non dicono piu’.

Preferisco i vecchi. Mi sono sempre piaciuti gli uomini piu’ grandi di me. Ora ovviamente non piu’, non esageriamo. I vecchi hanno ricordi fatati, con protagonisti sconosciuti all’oggi, ricordi nostalgici di una vita “Altra”, impossibili da manomettere. Parlano di come lei era bella, di come si sono voluti bene, e gli occhi tornano bambini, luccicano di nuovo

Preferisco scrivere, anche oggi che non ho  proprio niente da scrivere.

Ancora la pioggia prima che cada di Elisabetta

ATTESA – di Elisabetta Brunelleschi

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            Amava la musica. Da anni era abbonata alla stagione sinfonica del maggior teatro della città.

Col tempo, ascolto dopo ascolto, lettura dopo lettura, aveva imparato a riconoscere lo stile dei compositori e a collocare loro opera nel preciso spazio storico-artistico di riferimento.

Prepararsi per la sera del concerto era un rito che ripeteva ogni settimana con medesime attenzione e dedizione. E alla fine, nel tardo pomeriggio, del giovedì, eccola uscire di casa perfettamente abbigliata, non prima, però, di aver telefonato agli amici con cui condivideva l’abbonamento, per dire che sarebbe arrivata in anticipo e li avrebbe aspettati già seduta nel palco.

Comunicazione quasi superflua, perché i tre amici, che la conoscevano da anni, non badavano ai suoi orari semplicemente li consideravano un suo personale rito di preparazione all’ascolto.

Entrare nel teatro semivuoto ed attendere in silenzio la predisponeva ad assaporare le atmosfere che di lì a poco si sarebbero sparse su di lei e intorno a lei. In quell’attesa i muscoli si allentavano, per far posto ai messaggi e le speranze che ogni volta la musica le offriva.

Il primo passo verso quella sorta di catarsi musicale era l’ingresso nell’atrio ampio, luminoso, nitido e fresco come una campagna accarezzato da venti leggeri. I pavimenti lucidi, gli specchi sulle pareti, i lampadari di cristallo, le poltrone di velluto, i soffitti alti e chiari, le pesanti tende anch’esse in velluto coi ai lati ragazzi o ragazze impeccabili nella divisa scura dei valletti, erano i segnali che qualcosa di importante stava per accadere.

Le piaceva soffermarsi nel leggero mormorio di chi, come lei giunto in forte anticipo, si attardava tra sorrisi e conversazioni. Signore e signori eleganti, profumati, che dall’atrio sciamavano verso il caffè e poi tornavano per appressarsi agli ingressi.

Quando dall’atrio passava al guardaroba ancora non affollato e con calma poteva togliersi il cappotto, rimaneva poi soddisfatta dai gesti attenti con cui le guardarobiere riponevano gli indumenti e consegnavano la contromarca.

Così rilassata, con la borsetta in spalla e il programma in mano, si avviava a entrare nella sala concerti. Era l’ultima fase di quella sorta di rito preparativo al settimanale evento.

Si affacciava dal palco verso la platea ancora deserta e nel silenzio volgeva lo sguardo verso gli stucchi che abbellivano le pareti, il grande lampadario al centro del soffitto tutto affrescato e ogni settimana, come fosse la prima volta, si sentiva pervadere da una nuova emozione.

Sul palco giungevano alla spicciolata i musicisti e iniziavano le flebili note degli accordi, definite poi all’unisono dal ‘la’ del primo violino.

Ed ecco che gli amici già accanto a lei, con saluti leggeri si preparano anch’essi alla musica. La sala si riempie e il crescendo del brusio indistinto di voci e di passi cessa improvviso con lo spegnersi della luce e l’arrivo del direttore d’orchestra, dei solisti di turno. 

L’attesa finisce, l’animo è pronto, ora lei può chiudere la porta a ogni disagio della vita e lasciarsi cullare dal forte e piano della musica.

La pioggia prima che cada di Elisabetta

L’ATTESA DEL DECOLLO – di Elisabetta Brunelleschi

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Le cinture sono allacciate.

Il personale di bordo illustra le manovre di sicurezza e salvataggio.

Che batticuore che balzi nello stomaco!

I motori rombano. Le ruote avanzano anche sobbalzando sulla pista.

C’è un accelerare, un rallentare, curvare poi nuovo accelerare, si prende la rincorsa.

E in un attimo: voilà il decollo, ed è quasi bello, leggero, si vola!!

Pare di esser fermi e invece 100, 200, 300, 400, 500 e oltre km orari !!!!!!!!!!!!!!!

I 1200 km che ci separano dalla meta si percorrono in due ore.

Che paura …..

La pioggia prima che cada di Rossella G.

…la pioggia prima che cada… – di Rossella Gallori

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…era un’estate a km zero, cioè a casa, faceva  caldo, un caldo soffocante ed inutile, qualche uccello, pennuto assetato fischiettava una canzone stupida da volatile maschio ed un po’ coglione, appollaiato su un ramo sbruciacchiato dal sole…un pallone batteva sul muro, ad ogni colpo un calcinaccio, un fischio ed una bestemmia…

Lei, volutamente “ chiusa” in una stanza poco accogliente pregava, una cantilena silenziosa, un po’ pianto un po’ rimpianto, con la voglia di scappare che non la abbandonava mai…

Speriamo piova, fa che piova, che diluvi…

che tutto si allaghi, sparisca, per poi riaffiorare più bello, più colorato, diverso.

Fa che piova, fa che piova…

Ed assaporava il dopo, un dopo suo, con un amore di pelle buona, di spalle forti, di mani intriganti, con una casa grande da far invidia al mondo, con le finestre spalancate sul mare, con cibo vero pronto e profumato…e valigie, valigie per non partire, libri per non leggere, ma da sapere e teatri da applausi e salute da scoppiare per amare e non dormire.

Fa che piova, fa che piova…

Che tutto si cancelli, che tutto si lavi, si levi di torno, che affoghi senza smaniare, senza far rumore.

Ed un albergo da cento camere per viverci sola a volte o per sempre, letti solo per lei, con camerieri trasparenti e gentili, con una piscina tiepida di acqua salata.

Fa che piova, fa che piova…

Che tutto sia sommerso, che riemerga, con gli alberi dai fiori viola e le aiuole con i babà di panna e rum, con i cani a sei zampe per correre meglio, con i bimbi senza lagne, con le mamme che consolano, con gli amanti fedeli ed i mariti pure, ma non troppo.

Fa che piova, deve piovere…

Le piaceva sognare, un mondo pulito, un  universo nuovo, lavato dentro, tutto suo, un cosmo che non c’era, ma bastava sognarlo per farlo essere vero!

Fa che piova, fa che piova…

Era un’estate torrida, il temporale non arrivò mai…..

Prima che cada la pioggia di Rossella B.

Siamo sempre in tempo – di Rossella Bonechi

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“Sei ancora in tempo – si ripeteva davanti allo specchio – nulla è ancora accaduto”; ma entra in macchina, gira la chiave e va.

“C’è ancora margine – si ripeteva guardando il contachilometri – posso sempre tornare indietro”; ma il piede non si schioda dall’acceleratore.

“Al prossimo autogrill mi fermo e decido – si ripeteva controllando i cartelli – posso ancora rinunciare”; ma prosegue, verso quella cosa nuova che la fa sentire cercata, voluta, desiderata.

“È meglio abbandonare” – si ripeteva stavolta a voce alta – o forse no “. Il bip bip di un messaggio la fece sobbalzare e tenne a freno l’impazienza finché non poté fermarsi; “Scusami – lesse – non odiarmi ma ci ho ripensato. Perdonami se puoi”.

“Ecco…” – riuscì solo a dirsi mentre la delusione e il sollievo si rincorrevano tra testa e cuore. Spalancò i finestrini  per farsi attraversare dall’aria profumata di ginestre e dietro gli occhi chiusi capì che un tradimento prima che accada è solo un rimpianto e non un rimorso.

La pioggia prima che cada di Sandra

L’ATTESA – di Sandra Conticini

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Eccoci al dunque!

Ora ci sei davvero, lo dice quella righina appena visibile!

Speravo che accadesse presto, ma insomma ancora un po’ potevi aspettare…. non c’era poi tutta questa fretta.

Ora bisogna solo aspettare, avere pazienza e sperare che tutto vada per il verso giusto.

Sono impaurita dal futuro, mi sento sull’orlo del baratro. Che faccio mi butto o aspetto gli eventi?

Intanto i giorni passano e ci facciamo sempre più l’idea. Lo abbiamo scelto e quindi dobbiamo essere contenti, ma insomma avremo fatto la scelta giusta?

Speriamo di si. Il mondo è pieno e non esiste scuola che insegna quel lavoro.

Anche gli altri avranno le stesse nostre difficoltà, poi con il tempo ci abitueremo a capire come dobbiamo comportarci.

Il tempo passa e iniziano le prime curiosità, sicuramente sarà bello, già ma potrebbe essere anche bella. Penso: speriamo, perchè se è un lui io con le macchinine non ci so giocare e poi,  come lo chiamiamo, non ci troviamo d’accordo sul nome. Anche quella è una bella responsabilità. Un nome banale non ci piace, ma anche uno importante o che è di moda  in questo periodo non ci va bene… ancora abbiamo un po’ di tempo, decideremo.

Che emozione sentire qualcosa che si muove nella pancia, ma starà bene anche quando ha il singhiozzo… domani farò la dieta forse ho mangiato troppo.

Fra tutti questi dubbi il tempo passa e la paura aumenta, finalmente ci siamo… dopo tanta ansia la nostra bambina nasce e, nonostante qualche petecchia sul visino, il nasino un po’ schiacciato per noi era molto più bella di come l’avevamo immaginata.

Prima che cada la pioggia per Lucia

Aspetto – di Lucia Bettoni

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Ho un desiderio
Mi compri un orsetto di pezza?
Passano i giorni
Aspetto la sera
Aspetto il suo ritorno
Aspetto lui con l’orsetto morbido per me
Lo penso, lo immagino, lo accarezzo
Sono già innamorata di lui
Ma come ci si può innamorare di un orsetto morbido che si è solo immaginato!
Vederlo con gli occhi non serve
Lo vedo con il mio bisogno d’amore
E’ bianco , e’ soffice , e’ dolce
Pensarlo mi fa sentire meno sola
Per chi non ha nessuno un orsetto morbido può essere tutto
E’ la fine del giorno
Lui sta per tornare
Io lo aspetto con il cuore fremente
Stasera sarà la mia sera
L’orsetto sarà tra le mie braccia!
Ma non fu così
Passavano i giorni
Lunghi giorni d’attesa
Lunghi giorni pieni di speranza
Niente
Ogni giorno una delusione
Ogni giorno mi addormentavo senza stringere a me il mio desiderio d’amore
Poi il miracolo!
Ti ho portato l’orsetto
Il pacco era piccolo
Lo avevo immaginato più grande ma… l’altezza non conta!
Apro il pacco
Un piccolo orsetto marrone e nero si presenta hai miei occhi
Lo tocco
E’ duro, e’ ispido , non è dolce
Il mondo crolla
Io crollo
Ho bisogno d’amore

La pioggia prima che cada, per Luca

La notte magica – di Luca Miraglia

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E’ la notte della Befana. Ormai lo so che non è veramente lei che passa a riempire il calzettone appeso fuori dalla porta della mia cameretta, ma non vedo perché non istigarla comunque a lasciare lì dentro un tangibile segno di sé.

In casa è già buio e silenzio (carosello è finito da un bel po’) e me ne sto con le coperte fin sul naso ad ascoltare attento ogni suono, ogni rumore atipico intorno a me. Cerco di cogliere sul fatto la befana di famiglia che pensa ancora di illudermi… ma tanto io ho capito…

E se poi non fosse così?

Se davvero la buona megera sapesse di me e decidesse di passare ancora una volta da qui?

Certo sarebbe divertente ma sarebbe anche una bella fregatura: vorrebbe dire che non ho veramente capito niente…

Un occhio si chiude e l’altro sta per andargli appresso.

Ehilà!! Non posso addormentarmi finché non saprò!

L’altro occhio si richiude e il primo già sta sognando…

Un sobbalzo, è già mattina, una corsa alla porta: il calzettone è pesante…

La megera mi ha fregato un’altra volta.

Prima che accada – di Cecilia

La pioggia prima che cada – di Cecilia Trinci

Preparo l’incontro del giovedì  per tutta la settimana.

Prima la mente si posa su piccole cose, su  parole che passano, le intrappolo in un retino invisibile, afferro fantasmi, residui di sogni, briciole di foto, immagini spezzettate, che tremolano qua e là, posandosi più o meno a lungo.

Scarto il troppo, il cupo, il personalismo e l’autobiografia, l’incomprensibile e il complesso, il troppo semplice e l’assurdo

Resta qualcosa nel retino.

Allora comincio a leggere, a rileggere, a cercare. Non trovo mai tutto subito.

Cerco oggetti, mi smarrisco, mi ritrovo, mi convinco.

Poi dimentico tutto e ricomincio e cerco, nuovamente, senza trovare.

Il tempo stringe, leggo, rileggo.

Alla fine è l’idea che mi colpisce, che mi trova. Non sempre so da dove arriva.

Assonanza? Somiglianza? Scontro involontario? Sono scivolata sull’idea che è sempre stata lì?

Non lo so, ma….

Mi acquieto, soddisfatta, serena, calma. Il vento cala, l’ansia si spenge.

Anche giovedì pioveranno scintille

Incontro del 29 gennaio 2026: La pioggia prima che cada

“Andai a raggiungerle, ma Rebecca non si girò quando sentì i miei passi sui ciottoli. Si schermò gli occhi, guardò le montagne e disse: “Guarda quelle nuvole. Ci sarà un bel temporale se vengono da questa parte”. Thea sentì l’osservazione: era sempre molto rapida nel notare i cambiamenti d’umore – restavo sorpresa, ogni volta, nell’accorgermi di quanto fosse sensibile, pronta a recepire gli stati d’animo degli adulti. “Per questo hai l’aria triste?” si sentì in dovere di chiedere. Rebecca si girò. “Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco.” “Il tuo tipo di pioggia preferito?” disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: “Be’, a me piace la pioggia prima che cada”. Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: “Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro”. “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “È solo umidità. Umidità nelle nuvole”. Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l’altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: “Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”. Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così,” disse. “È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.” Poi corse verso l’acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata. Il temporale non arrivò mai fino a noi. Lo guardammo scoppiare sulle montagne distanti, e poi spostarsi a est, ma le sponde del lago riuscirono a sfuggirgli.”

 Da: La pioggia prima che cada , di Jonathan Coe

Riflessioni di Tina da un frammento di Neruda: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

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Ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia – di Tina Conti

Non ho atteso sul balcone  cercato nel tempo dei ricordi e delle emozioni, frugando nella vita di prima, nel tempo dell’infanzia, della giovinezza, in una immagine, in un profumo.

Provo gratitudine nel rivedermi bambina di fronte alla vita.

Mi chiedo come ho fatto a imboccare la mia strada, destino o scelta consapevole?

Non ero una studentessa impegnata ma ero curiosa su come andava il mondo, come funzionavano le cose, costruivo, sperimentavo, chiedevo, facevo frittate dolci.

Erano i miei operosi genitori quell’edera a cui mi aggrappavo, con orgoglio e fiducia.

La mia casa era un laboratorio, si poteva sperimentare e fare tutto.

I materiali si cercavano e si recuperavano, non si buttava niente.

Si era costruito un pozzo, ricoveri per animali, arredi per la casa, materassi tende e abiti.

La cucina disponeva di verdure, uova e frutta, c’era sempre il problema di come conservare gli alimenti nei  momenti di esubero di produzione. Un piccolo vigneto consentiva la lavorazione del vino che piaceva solo al babbo ma che era prodotto in modo naturale e genuino.

In una dinamica così fatta, eravamo tutti incoraggiati a sperimentare anche in tenera età.

Così, il giorno che decisi per una crema al cucchiaio senza aver mai visto farla e neppure conosciuto il procedimento, ho realizzato la mia frittata dolce che ha provocato risate e ironia ma che non mi ha certo scoraggiata, da allora, la mia produzione di creme si è fatta vasta e fantasiosa e pronta a nuove ricette e scoperte.

Pensieri di Patrizia da un frammento di Neruda: rumore del mondo nel fogliame

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La fuga – di Patrizia Fusi

Una frase che mi colpisce appena la sento: mi viene alla mente un video dell’immigrazione  attraverso la rotta nei boschi dei Balcani.

Un gruppo di persone composto da bambini di varie età, donne e uomini, cammina nel sentiero del grande bosco velocemente, guardano in maniera attenta quello che li circonda, ogni rumore sospetto li fa sobbalzare, la giornata è grigia, un vento freddo batte contro i loro corpi, hanno una speranza che un tempo cosi brutto forse fermerà le guardie di frontiera.

Sono quasi arrivati al confine, sono felici, in lontananza sentono avvicinarsi un rumore di macchina .

Paura, terrore, tutto il gruppo si sparpaglia e si nasconde nel fogliame del  sottobosco.

 In quel fogliame c’è il rumore del mondo e la sua ferocia.

Contributo a distanza di Simone su suggestioni di Neruda: rumore del mondo nel fogliame

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FOGLIAME – di Simone Bellini

Parla il bosco nei miei passi,

canta della vita nata sui rami dei ricordi,

sbocciati in teneri virgulti empi di speranza,

maturati con caparbietà sofferta,

frutti di felicità momentanea,

di sogni infranti nella calura estiva,

disillusi caduti senza forze

nel tappeto scricchiolante dell’autunno,

in un alito veemente

crebbe il rumor del mondo nel fogliame

La vendemmia di Daniele da un frammento di Neruda: la scrittura del vino

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La scrittura del vino – di Daniele Violi

“”La scrittura del vino””, scrittura fatta di parole, come i grappoli d’uva, una scrittura che ho visto nascere, quando ho lavorato in una cooperativa agricola, quando con il vigore giovanile mi immergevo nell’uva. Dentro carrelli di legno costruiti appositamente per l’occasione della raccolta della vendemmia. Carrelli che avevano dimensioni di almeno 2 metri di lunghezza e di 1 metro di larghezza, capienti. La parte posteriore aveva una apertura, l’usciollo, il famoso usciollo. Con un forcone in mano a piedi nudi, affogati dentro una quantità enorme di grappoli d’uva, un bagno dentro una meraviglia della natura. Vivevo il piacere di conoscere la piacevole storia sin dalla nascita, di un antico ricavato dall’uva, che ha reso più dolce, anche il gusto della vita a tante persone. 

Come un rito iniziavo ogni volta, a ogni carrello, a raccogliere grappoli e grappoli di uva, che lanciavo poi con il forcone dal famoso usciollo, dentro la bocca di una macchina rumorosa, la diraspatrice, che accoglieva questa grande bontà di uva per la produzione e farne mosto. 

Ogni tanto, quando potevo, riuscivo a scrutare grappoli d’uva formosa di varietà  molto dolci, rossi e bianchi, belli agli occhi, che spuntavano, nel bel mezzo della mia opera di pesticciamento, quasi a chiedere di essere salvati dalla loro fine. Grappoli che mi ispiravano a essere presi al volo, e con veemenza addentati e gustati. In quel momento iniziavo a vedere la scrittura del vino, una scrittura che mi portava a fine giornata a sentirmi appagato. Si appagato dell’opera, ma anche tanto inebriato.