Stefania Bonanni: ruzzolare di parole

La mano va, la mente dorme

La mano va, da sinistra a destra. Si ferma, saltella, balla da sola in ritmo sincopato. Chiede alla penna che stringe di riprodurlo. Ma le parole nascono e muoiono senza attrito, senza sofferenza. Leggere, non difficili, né sapienti. Sono solo parole da tutti i giorni, senza contraddizioni, senza verità, né bugie.

La pagina bianca mette al mondo parole che si rincorrono, si cercano, si danno la mano. Ed una ne sollecita un’altra. A volte cantilenano, con strane assonanze.

Parlano di ruzzolare, trascinate da fiumi in piena, di scivolare giu da ripidi, erbosi, scalini di antica pietra. Raccontano di chi ruzzolo’ su per la salita, e fu impresa magica, ma invisibile. Le parole si inseguono, una ne trascina un’altra, per consuetudine e per inerzia. In due o tre non sono piu’ solo parole, diventano discorsi, quasi racconti. Poi, inciampano in un punto, e sono costrette a fermarsi. Un attimo, solo un attimo, per riprendere fiato e gonfiare le parole gia’ scritte e risecchite. Poi, in basso, incontrano un piccolo segno, quasi un filo d’erba, a guarnire una fila di segni trascinati. Vuole una fermatina frettolosa, impaurisce la possibilità di trovarsi davanti ostacoli maggiori: per l’appunto due punti, quelli che costringono a spiegare.

Rossella Bonechi: scriverò sempre

Scrivere, scrivere per me, mi ha liberata: dai paletti scolastici, dalla paura della banalità, dalla gabbia razionale che imprigiona la mia fantasia. Le cose dentro di me sono me, stanno lì vivendo il tempo e gli accadimenti; scrivere libera anche loro, gli dà una fisicità di carta e il diritto di esistere per sé stesse. 

Quando è tempo di scrivere si affacciano tutte alla mente e prendono le forme che la mano traccia: un personaggio, una storia, un’emozione, sono sempre loro che prendono vita. E una volta uscite anziché lasciare vuoti fanno strada a qualcosa di più indietro ancora, di ancora più sepolto dai giorni, di quasi dimenticato.

Scrivere mi rovescia e mi trabocca, spesso mi sorprende, quasi sempre mi diverte anche nella malinconia e nella tristezza.

Scriverò sempre, credo.

Spero.

Cecilia Trinci: confessione spontanea

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle” e la parola “ermo” mi guida verso un mondo altro, fatto di ricci e spine, di stecchi e steccati, di cammini impervi. Mi piace pensare a quell’apostrofo, come “l’apostrofo rosa tra le parole t’amo”, e amare è rivolto a “te”, un te impersonale, diverso da noi stessi e che ci guarda e che ci legge e si aspetta da me il sacrificio. Eterno sacrificio o eterno amore? Chi e cosa lega l’ermo all’eremo, dove andremo tutti a finire?

Lucia Bettoni: profumo di geranio

Spruzzi d’acqua fredda e argentina festeggiano nell’aria del mattino un nuovo giorno che sa di cielo
L’odore delle foglie dei gerani dalle mie narici si insinua nel mio corpo e sento di essere geranio anch’io
Ho riempito di colori il giardino
Sarà la nostra casa a colori
E’ lì che mi raggiungerai ogni volta che vorrai perché è lì che vivrò
Uno spazio intimo, uno spazio nostro fatto di vento e di stagioni, di pioggia, di sole, di solo natura
E’ qui che vivo
Tutto qui e’ semplice
Non sento il rumore della malvagità
Non sento il vuoto del niente
Qui è tutto pieno e profuma di ciò che è ancora vero
Un sorriso lungo come una stella cometa che mi collega al quel pezzetto di cielo che era tutto il mio mondo di allora
Quel pezzetto di cielo mi basta adesso per respirare la vita
Finché dentro respirerò la vita il senso di questo cammino avrà la sua ragione di esistere
Profumo di geranio

Luca Miraglia – allungare il passo

Allungando il passo cambia poco, rallentandolo cambia ancora meno.

L’orizzonte se ne sta nascosto giocando a rimpiattino con lo sguardo.

L’occhio cade inevitabilmente sui margini dell’ipotetica via che scorre sotto i piedi: a volte liscia e morbida come velluto, altre volte ruvida e tagliente da far sanguinare.

Sgomitando al vento come vela, forse la direzione piega e allora lo sguardo incontra altri occhi, altri corpi, altri viventi in viaggio: alcuni accoglienti e cari, altri odiosi e odiabili, altri ancora quasi ombre effimere in balia dell’onda.

Una sinfonia di vite, ciascuna a modo suo impegnata in quel che sembra contare: l’andare e non la meta.

Non un solo Bambino: Vittorio

Bambini dentro – Vittorio Zappelli

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Non sempre è corretto cercarsi dentro  un bambino, germoglio per il frutto ormai,ahime,’ maturo. In certi casi di germogli ce ne sono due .

Questo è il mio caso.

Non so quando è avvenuto lo sdoppiamento ma credo subito alla nascita quando un uso maldestro del forcipe ha provocato al neonato un protuberanza da un lato della testa che è durata mi dicono un bel po’ di tempo. 

Da quel momento ritengo che sia arrivato il bambino n°1: introverso, prudente ed ansioso per certi aspetti  e soprattutto con un esasperato senso del dovere che ha segnato la maturazione del frutto- persona .” Ci vuole sempre qualcuno che faccia le cose e se sei te quel qualcuno  devi sempre farle bene ed al riparo da ogni osservazione …”questo è il suo motto .E per seguire questa inclinazione sono arrivati da un lato delle soddisfazioni ma anche inconvenienti .

“Vuoi che te li rammenti qualcuno bambino n°1”? visto che siamo a scrivere di noi .

“quella mattina in prima elementare di paese a 5 anni (due soli maschi e tutte femmine) gran dolore di pancia li sul banco di lato alla cattedra .Dovevi alzare la mano e chiedere di uscire ma..la maestra spiegava alla classe attenta non la hai voluta interrompere, dovevi resistere e ti vergognavi di farmi alzare in piedi ed uscire e cosi…aspetta che aspetta soffrendo anche, è avvenuto il patatrac .Profumo non  trascurabile, la maestra che si fa mamma e pulisce tutto, anche te bambino ;e tanta vergogna quando arrivano da casa con il ricambio “

“Ed ancora sei entrato in azione quel giorno che per una cosa fatta alla uscita di scuola elementare che non credo fosse tanto grave; mi hai dato ispirazione, secondo il tuo senso del dovere, di stare zitto di fronte al genitore che ti rimprovera e di scendere piano piano le scale per prendere le uniche cinghiate che abbia sentito “

“Crescendo il frutto-persona, tu sei rimasto sempre vigile dentro ed anzi con l’arrivo degli impegni di lavoro hai sempre spinto per farmeli onorare al meglio a scapito del tempo sottratto a chi mi stava intorno anche a costo di dare molto dispiacere.

Anche quando il babbo stava male e poco dopo mori’  sei riuscito a non farmi dedicare a lui  il tempo necessario per far fronte agli impegni di lavoro presi … e cosi’ hai completato l’opera regalandomi  un bel sentimento davvero: il rimorso. “

“Ora basta parlare con te, voglio continuare questa diagnostica psicologica, chiamando il bambino n°2 tuo coetaneo ma che ha avuto un percorso diverso. Mentre te crescevi con me applicandoti ai vari avvenimenti che arrivavano, lui il n°2  è stato silente all’inizio intervenendo  solo in certi momenti.

 Ora da un po’ di anni sta prendendo smalto e lo lascio fare come si fa con una bicicletta in discesa, si smette di pedalare e si prende il vento che viene in faccia ed i profumi nell’aria  che arriva.

Nel suo bagaglio trovo il piacere di sorridere e di far sorridere chi sta intorno, la disponibilità alla condivisione  e quello di mettersi in gioco sempre ma anche  guardandosi da fuori con un po’ di distacco e non prendendosi troppo seriamente.

 Quando si arriva a veder gli ottanta da abbastanza vicino si pensa di piu’ all’ultimo trekking; allora i valori prendono il posto giusto nella loro scala e di conseguenza  ora coltivo e ascolto di piu’ il numero 2 che nel lungo percorso fatto è stato meno considerato .

“diverse volte mi avete spintonato cari bambini, forse anche per colpa mia che non ho saputo impormi ad uno o almeno non ho considerato anche l’altro.”

La prossima volta che arriverete insieme mentre  il numero 1) piu’ serio starà  tirando forte una tasca della mia giacchetta  ed  il secondo anche lui, meno forte, tirerà l’altra tasca, faro’ cosi’:

di  soppiatto scuciro’  un po’ una tasca . Cosi’ uno  si troverà  con la sola tasca in mano mentre io ed il n 2 ce ne andremo insieme a camminare sorridendo.

Dove sei, Bambino?: Nadia

Non ti nascondere – di Nadia Peruzzi

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Ci sono giorni che non riesco a trovarti. Ci provo, ma ti nascondi. Quando succede mi sento persa. Mi deprimo. Sento che mi manca qualcosa di importante. “Perché ti nascondi??” Se lo fai e non ti trovo, restano la mia faccia seria, le rughe, la mia testa con i suoi pensieri vorticosi. Quando si è abituati troppo a pensare che un “battito d’ali di farfalla in Bangladesh, può determinare un uragano in California”, è facile sentirsi frustrati e impotenti. Ho bisogno di te. Lo dico quando mi definisco parlando con le persone, che ho il cuore e un animo fanciullo. Ma come sai fra il dire e il trovare e il far emergere c’è di mezzo il mare. A chiamata non compari. Nemmeno schioccando le dita . Ci sei, so che ci sei, perché compari spesso quando meno me lo aspetto e mi trovo a ridere di un niente, come poteva accadere da bambini. A volte arrivi a far correre la penna sulle righe bianche di una pagina e mi aiuti a costruire storie surreali o divertenti, tanto che riesco pure a ridere mentre scrivo o mentre penso a quello che devo scrivere. Sei un vero birbante. Sei una traccia nel mio DNA lasciato più da un padre che sapeva canticchiare anche nel mezzo di vere tempeste, che da mia madre sempre troppo seria e che il mondo se lo è sempre sentito addosso e non è mai riuscita a scansarlo. Ne ha sempre portato il peso come se tutto dipendesse da lei. Io col tuo aiuto dribblo fra i due come un calciatore che sta scartando tre o quattro avversari prima di fare un gol. Non nasconderti, vieni a trovarmi spesso. In questi tempi duri e insopportabili, sei la mia ancora di salvezza e lo sai. Ascolta, non fare il sordo, vieni presto .Ti aspetto a braccia aperte.

Non scappare Bambina: Carmela

Bambina mia – di Carmela De Pilla

Non scappare bambina mia

Non scappare bambina dagli occhi di perla nera, resta ancora un po’ con me, il lungo tempo che ci separa ha annebbiato le immagini e ora ne vedo appena i  contorni, ma so che ci sei, i lunghi capelli raccolti in una coda di cavallo si muovono a passo di danza mentre la mamma con orgoglio ti stringe forte e dice” Sei la mia stellina”.

Ti cerco, ma tu mi sfuggi, ti nascondi dietro la malinconia dei tuoi occhi tristi, dietro la solitudine del tuo piccolo cuore, solo ora  capisco quanta sofferenza c’era nei tuoi silenzi.

Non scappare bambina mia, raccontami di te, vorrei conoscerti meglio per capirti e aiutarti, vorrei consolarti e dirti quanto ti amo. Grazie bambina mia per avermi aiutata ad essere la donna che sono ora, grazie per avermi accompagnata in questo lungo viaggio, ora non ho più bisogno di nascondermi, ora la solitudine non mi è più nemica, anzi mi fa compagnia, ora nei tuoi occhi non c’è più la tristezza di allora.

E mentre ti vedo, sorrido.

La Bambina “come tu mi vuoi”: Gabriella

Bambina dove sei? – di Gabriella Crisafulli

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Oggi le rose fiorivano generose in giardino ma nel passato aveva ballato molte danze tribali.

Era stata di volta in volta “Come tu mi vuoi”.

Quando le voci della guerra si ripetevano giorno dopo giorno, lei, devota, le aveva collezionate tutte. Non aveva perso una parola del dolore, del lutto, della fame, della solitudine, della fuga.

Quando la sofferenza di chi le stava vicino era deflagrata impietosa, lei aveva chiuso gli occhi, le orecchie e la bocca trasformandosi in un’angoscia priva di empatia.

Quando la disobbedienza l’aveva marchiata in modo indelebile si era creato uno dei tanti spartiacque difficili da valicare.

Il sogno era diventato una via di fuga, l’aveva protetta ma ora la realtà presentava il conto. E davanti alla realtà si faceva spazio il dolore, scantonato per anni, che adesso era difficile da contenere perché si ingigantiva nella solitudine della vecchiaia.

Il dolore l’aveva resa indolente, disorientata, incurante di ciò che la circondava, tutta dedita all’idea di una rivalsa. Si era trasformato in una rabbia estesa per tutta la casa che ingombrava ogni angolo e intralciava i tentativi di risolvere il problema.

C’era una bambina che tormentava?

Da dove veniva?

In quale spazio si nascondeva?

Cosa voleva?

Da quale delle tante vite vissute veniva fuori?

Come stai Bambino?: Stefano

Il bambino come sta? – di Stefano Maurri

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Rispondendo alla domanda “come stai?”  il bambino sorrise di un sorriso diafano e imbarazzato: “mi faccio portavoce di quello che milioni di bambini sentono dentro di sé, in tutte le religioni manca un comandamento “Onora  il bambino e la bambina”. Sempre più bambini sono vittime di abusi di ogni tipo, le società, sia quelle più evolute che quelle in fase di espansione, ignorano i più semplici diritti dei bambini. 20.000 bambini sono morti nelle stragi di Gaza, moltissimi  In Ucraina, oltre 80.000 sono stati deportati, altre migliaia sono morti in Libano. Che cosa deve succedere per capire che occorre affrontare con decisione  questo problema? Avrei voluto interloquire con il bambino e dire come nella Canzone Stella Stellina (Ermal Meta) che  la neve  è già scomparsa dentro la notte. Il  bambino Sefano che guardava alla tv la partita degli azzurri cominciò a confondere le partite: il 1966 si sovrappose al 2006, il  1982 col  2016, ma quello del 1970 non si confuse mai più con niente. Fu l’anno di quando  guardava la partita con un altro bambino che, si ricorda bene, corse a prendere le chiavi di casa da sua zia, saltando dalla terrazza. La partita del 1970 rimase unica nella memoria: quel suo compagno fu colpito da leucemia fulminante, poco dopo, a quattordici anni…. stella stellina…..

Dove vai Bambino?: Luca

Il Bambino nomade – di Luca Miraglia

Era già abbastanza chiaro da quella foto un po’ ingiallita, scattata in riva al mare, con chi e cosa avresti dovuto fare i conti.

Non eri ancora nato che già non stavi a casa tua, ma sospeso nella pancia di tua madre sopra una risacca lieve che bagna i piedi di lei e quelli di tua sorella, già pronta al ruolo di vice.

Dietro l’apparecchio fotografico l’occhio orgoglioso di tuo padre che immortala il proprio riscatto post-bellico nell’immagine di una famiglia da detersivo Tide (il mulino bianco sarebbe arrivato solo decenni dopo).

E così ti hanno trascinato in un mondo mai uguale e sempre difficile da affrontare nonostante le apparenti comodità.

Certo hai sperimentato mille umanità e luoghi, ma nel costante disorientamento dell’assenza di un luogo “casa”.

La malinconia dell’abbandono delle prime frange di radici, ogni volta faticosamente nuove ed ogni volta sbarbate senza chiedere permesso, solo con l’improbabile promessa di un luogo migliore dove poggiarsi.

Crescendo hai compreso che in ciò c’è stata anche della ricchezza, ma sempre vissuta un po’ di lato, sempre in attesa di un nuovo sradicamento che ti costringa a ricominciare ancora e ancora…

Ciao Bambina dove sei?: Carla

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Ciao bambina, dove stai? Cosa fai?

Appoggiata al muro, le mani dietro la schiena, testa bassa.

Così passavo il mio tempo all’asilo dalle Monache.

Non mi piaceva proprio, non mi ci divertivo per nulla.

Ed anche l’ambiente, un cortile contornato da un alto muro non mi era congeniale.

Ho avuto queste sensazioni altre volte nella mia adolescenza e anche da adulta.

Mi sono di nuovo sentita diversa e non mi piacevo.

Mi fidanzai con uno tanto per essere fidanzata pure io e con la consapevolezza e speranza che potevamo sempre lasciarsi. Durante il fidanzamento avevo la stessa sensazione di essere appoggiata a quel muro all’asilo. Alzai però la testa e trovai la via di fuga.

Cercai un altro cortile, lo volli senza muro, lontano, anzi per l’epoca lontanissimo, arrivai fino a Parigi. Mi sembrò di giocare con gli altri, provai a non appoggiarmi ad alcun muro, le mani ogni tanto le mettevo dietro, ma solo per poco, la testa comunque non la abbassai mai.

La sensazione era però di essere sempre in un cortile, grande, molto grande ma sempre cortile.

Però giocavo con gli altri, non sempre mi divertivo.

Finché trovai uno con cui mi divertii di più.

Lo seguii fino al suo paese che era lontano lontano.

Mi sembrava di aver fatto chissà che cosa, come se ad essere in un cortile lontanissimo e così diverso da quelli a cui ero abituata, fosse essere liberi.

Ed invece ci trovai muri pure lì, mi ci appoggiai, le mani dietro, la testa bassa.

Tanto valeva allora stare nel cortile di casa!

Non era facile liberarsi dalla sensazione di bambina prigioniera.

Forse avevo bisogno di amare quella bambina anche se non giocava, di amarla anche se aveva le mani dietro, la testa bassa ed era appoggiata ad un muro.

Ho imparato ad amarla nell’età adulta quando senza cortili e muri aveva imparato a giocare ed a lasciarsi amare.

Ciao piccola Lucia

Lucia e la Bambina – di Lucia Bettoni

Ti incontro oggi dopo una vita lunga un soffio
Ti sorrido, ti vengo incontro e ti abbraccio
Piccola bambina sola in un paradiso di terra
Voglio ricordare tenendoti per mano
Voglio ricordare gonfia di tenerezza e di amore
Ti ricordi?
Ti ricordi quel muretto basso di sassi bianchi vicino a casa?
C’era una intercapedine nella pietra dove si depositava l’acqua piovana
Prendevi la terra dal bordo della vecchia strada, l’univi all’acqua e impastavi
Modellavi la terra facendone piccoli cubi, palline, cilindri
Era il tuo banco di lavoro
Era il gioco della terra

Ricordi la casa colonica abbandonata ?
Era meravigliosa, ma la meraviglia più grande era una piccola stanza posta lateralmente all’ingresso principale
Dentro la piccola stanza c’era un focolare
Cercavi piccoli ramoscelli e accendevi il fuoco
Eri piccola ma sapevi bene come accendere un fuoco
Lo avevi visto fare mille volte e ogni tanto lo lasciavano fare a te
Il fuoco acceso e l’erba che avevi raccolto era lì in un paniere accanto a te
Quando cominciavano ad esserci un po’ di carboni prendevi l’erba con dei bastoncini lunghi e la depositavi sul treppiede di ferro
Lo so , non hai mai dimenticato il profumo dell’erba fresca sul fuoco
Lo so, quel profumo è ancora completamente integro nelle tue narici
Era il gioco dell’erba cotta

Ti ricordi il carretto fatto con le vecchie ruote di una bicicletta e vecchie assi di legno?
Lo aveva fatto tuo nonno per trasportare le ceste con dentro le chiocce con i loro pulcini ai capannini posti nel campo un po’ lontano dalla casa
La sera andavi con la mamma e  il carretto a prendere le chiocce e le loro covate per riportarle nel pollaio a casa
La volpe era sempre in agguato
Quando il carretto era inutilizzato e parcheggiato nell’aia diventava la tua carrozza
La carrozza della principessa Lucia
Era il gioco della bellezza
Ti sedevi al centro sulle assi e con i piedi lo muovevi girellando intorno all’aia
Un’aia grande come il mondo

Ciao Piccola Bambina: Anna

CIAO PICCOLA BAMBINA – di Anna Meli

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            Molto spesso mi trovo a parlarti, magari attraverso l’immagine di vecchie foto che qualcuno ti ha scattato nell’intento di fermare il tempo e restituire ricordi. Così a volte rivivo fatti di cui mi hanno parlato ma, che nel mio intimo, non trovano quelle emozioni che provo nell’averle vissute di persona. Sono comunque piacevoli come la narrazione di favole.

            Nei miei ricordi ti parlo e ti rivedo piccola, magrolina con due treccine intirizzite fermate da fiocchi rossi. E’ inverno, fa freddo, fuori nevica. Nella piccola cucina, la famiglia è al completo: nonno, babbo, mamma, Paolo tuo fratello più grande di te di ben otto anni… c’è anche il gatto Nanni che ronfa piacevolmente.

            In un angolo vicino alla finestra un piccolo pino addobbato per il Natale spande un buon odore di resina. Ti senti felice e al sicuro nel tuo piccolo mondo. Si parla, si scherza, tuo fratello racconta barzellette e tutti ridono. Poi il nonno prende la tombola e il gioco comincia fra numeri e battute e ballar di fagioli che proprio non riescono a star fermi nelle caselle. E vai si ricomincia con la lettura di controllo: cinque, settantasei, ottantuno ecc. ecc.

            La fortuna dei ricordi è che possono fare enormi passi, scavalcare anni, passare dall’inverno all’estate e, come per miracolo, ti ritrovo al mare a Tonfano con tanta gente, zii, cugini, parenti…Di prima mattina lo zio Marcello che ha la passione della lirica canta a tutta voce “Lola è fuggita…” ti sveglia. Non hai voglia di andare sulla spiaggia, troppo immenso quel mare, troppo piccola tu.

            In seguito cambierai idea, ma quel senso di timore continuerai a ricordarlo ogni qualvolta un’onda accarezzandoti i piedi ne porterà via la sabbia. Son volati gli anni, sei cresciuta, invecchiata, hai superato cose e prove che vuoi solo dimenticare. Fortunatamente rimangono vivi nella tua mente fatti, episodi, sensazioni, piccole grandi cose che ti aiutano ancora a sorridere.

Ciao bambina cara: Patrizia

La bambina – di Patrizia Fusi

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Ciao, come stai, è tanto tempo che non ti cerco, come ti senti in questo periodo, io mi sento non bene nel fisico e nella mente, per tutto il male e il terrore che c’è nel mondo, fra guerre e sterminio di  popoli.

Gli uomini non hanno empatia fra di loro, alcuni di loro sono diventate  bestie feroci, questo mi fa paura.

Questa bestia feroce sta venendo fuori in tanti esseri umani .

Ho paura di avere dentro di me una bestia che dorme che potrebbe esplodere.

Ora non voglio più pensare a questa tristezza, voglio parlarti e ricordare di quando si giocava da piccoli con il nostro gruppo di amici, passavamo dei pomeriggi a fare giochi semplici che si facevano con niente, pietre, filastrocche, mani, palla, corda, barattoli di conserva, fiori, piste con tappini delle rare bibite di allora, segni per terra.

Richiami cari delle mamme.

Profumi di mangiari semplici ,eseguiti con cipolla e altre verdure, fatti cuocere lentamente che emanavano un profumo delizioso, cucina povera fatta con amore dalle mani sapienti delle massaie di allora.

Ora ti chiedo e spero che tu mi possa aiutare a superare questo buio che alcune volte vedo intorno a me e sento dentro.

Ieri ti ho cercata e siamo andate insieme a fare una passeggiata nel solito nostro posto.

Il sole tiepido del pomeriggio ci accarezzava, il fruscio delle fronde degli alberi, lo scorrere dell’acqua il canto degli uccelli , i gorgheggi erano di varie intensità, dolci,  armoniosi , striduli, acuti, formavano una strana sinfonia.

L’erba era di un bel verde brillante con tanti piccoli fiori gialli e rosa che sentivano l’arrivo della sera e tendevano a chiudere le corolle, tutto si muoveva dolcemente sotto la carezza dell’aria .

Mi ha fatto piacere ritrovarti, mi sono sentita bene insieme a te, a presto.

Sei rimasta, Bambina: Stefania

Bambina con Bambini intorno – di Stefania Bonanni

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Da giovedì parlo con la bambina che è in me con consapevolezza. Lei non se ne è andata, perlomeno lei. Sono riuscita a trattenerla, e non è stato facile. Quando sono franate le montagne e le macerie hanno ricoperto tutto, la bambina ondeggiava come un palloncino, mantenuta solo da un filo fine fine stretto in un pugno indeciso , spesso tentato dal bisogno d’evadere, di lasciare che tutto se ne andasse. Non è successo, ed ora si, finalmente lo so, che il mio faro sono stati i bambini. Quelli miei, con le poesie della Franci e gli abbracci di Ricca, poi trasformati nella stessa modalità nei nipoti di oggi, quelli di allora, la mia bambina splendente ed il bambino di Paolo, che l’ha presa per mano allora e la stringe ancora. E’ stata una buona compagnia. Il ragazzino birbone con le ossa che sembravano voler uscire da tutte le parti, mi ha fatto tanto ridere. Non ricordo noia, piuttosto discorsi strampalati e risate scandalose, in momenti nei quali ridere significa “non importa, ce la farò lo stesso, oppure smettila, non ti prendere sul serio”. E poi una valanga di amore, affetto, bene, tenerezza, passione. Sono una donna molto fortunata. Quella bambina splendente è stata ben nutrita.

Non aveva consapevolezza di sé quella bambina, per fortuna. Ripensarla e’ un po’ renderle giustizia. Si vedeva magra, troppo mora, con i baffi, però sapeva che negli occhi degli altri diventava armonia. Negli anni in cui tutti hanno complessi legati al fisico che cambia, lei aveva  intorno stuoli di ragazzetti che pendevano dalle sue labbra. All’ uscita di scuola poteva scegliere, a volte ce n’erano tre o quattro. Paolo, sempre.

Lei era brava a scuola, corteggiatissima, molto amata a casa, sguazzava in un mare di dolcissimo miele, senza mai rimanerne invischiata. Era già un po’ disillusa, come se non si fidasse di sé. Volava basso. Voleva solo amore vero. Tutto il resto non le interessava.

E’ stata una donna felice, una ragazza felice, una bambina molto felice. Era tutto lì davanti.

Sembrava a portata di mano. Bastava ciondolarsi un po’ e si poteva acchiappare, quel futuro morbido come un tappeto . Ci si potevano fare capriole, al sicuro. Poi, presto, ha capito. Che tutto ha un prezzo, che dentro c’è buio, che la fatica a volte annebbia i pensieri, che la paura ha vita autonoma e molta fame. Ma nella mano,quella che ancora funziona, ha sempre stretto piccole dita magre con la terra sotto le unghie mangiucchiate, e , per ora , ce l’abbiamo fatta. Ora che il futuro e’ passato.

La bambina Stefania

Grazie Bambina – di Stefania Bonanni

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So che ti devo ringraziare per non avermi lasciata da sola in questo mondo di grandi.

Mi piaceva essere te, sognare i tuoi sogni colorati, farmi i codini, avere le ginocchia sbucciate ed un mare infinito di possibilità, davanti. Mi piaceva crescere, ma non ne avevo la fretta che sentivo negli altri. Era come se lo sapessi che una volta grandi non si tornava piu’ indietro.

Ed allora ho stretto forte le mani intorno a me, ogni volta che mi e’ capitato, convinta che avrei sentito chi avesse quella stessa mia voglia del mondo da bambini, con gli occhi spalancati, e la lingua tra i denti dei bambini che si concentrano.

Ho stretto pensieri, istinti, voglie, sogni e colori, e mi sono persa nelle fantasie bellissime dei bambini che ho avuto la fortuna di veder crescermi intorno, e questo e’ stato un grande aiuto.

 Non era facile ammalarsi, invecchiare, e mantenere nel cuore un mondo altro, fatto di un solo livello. In quel mondo si ama senza giudicare né dubitare, ci si diverte con poco, si ride da morire dal ridere, si canta con la gola spalancata, si dice tutto quello che si pensa, e nessuno si sognerebbe di demolire le fantasie arrampicandosi in spiegazioni e teoremi.

Si puo’ guardare il cielo e chiedersi serenamente se siamo sicuri che lassu’ sia cielo e quaggiù mare, o potrebbe anche essere al contrario, e quelle nuvole bianche essere schiuma di onde. Oppure guardare in su, e si guarda sempre in su, e chiedere come e’ possibile che ci siano nascosti tutti quelli che spariscono da quaggiù.

E chi risponde lo fa seriamente, non si prendono in giro i bambini, e cerca di dare le risposte oneste e serie che il ragionamento merita.

E quando alla domanda classica: “cosa farai da grande”, la risposta e’ stata: “il dottore mai” Perché? Perché se i dottori fossero bravi sarebbero capaci di guarire tutti e non avrebbero clienti, ed io non voglio essere un cattivo dottore” Logica inappuntabile.

Non ci sono sotterfugi, nel mondo dei bambini.

Non è facile invecchiare senza diventare adulti.

Ti terrò, bambina, sempre piu’ vicina.

Ciao, bambina con le trecce: Cecilia

La Bambina – di Cecilia Trinci

Ti vorrei tirare quelle trecce lunghe, magari appena fatte da quella  nonna che intrecciava  tre ciocche per volta,  con gesti sicuri, senza tirare, senza fare male, con le sue mani grandi come lei, che sapevano fare di tutto, dai ricami delicati al croccante bollente che rovesciava da un pentolone sul piano di marmo di cucina, dalla pasta stirata a mano per i ravioli, ai vestitini di cotone o le mille creazioni di lana. E tu, Bambina silenziosa, mi guardi ancora con occhi che scattavano immagini per non dimenticare mai. La leggerezza di una nonna grande, il silenzio ricco di un nonno malato, la cucina piena di gente che tu vedevi sempre felice anche quando scoppiettavano scintille da eccessivo attrito. Ti vorrei tirare quelle trecce lunghe e giocare ancora con quella sorellina bionda, con gli occhi dorati come schegge, nella cucina  piena di fuoco di legna e risate di pancia, odori di farina, di resina e burro. Le sedie erano treni in partenza, capanne sulla spiaggia, casette nel bosco. Si muovevano in cerca di scenari. Ma dove sedevano i grandi, mentre le sedie si coprivano di teli e coperte per farne tetti e foreste? E poi “si diceva” e “si faceva” e la cucina si apriva in mari solcati da pirati e bambini sperduti, e c’erano tempeste in cucina e bonacce improvvise e barche che ondeggiavano travestite da cesti di vimini, e bocche di fuoco che il nonno apriva per riempire di legna la stufa e i panni sopra ad asciugare come vele di vichinghi in esplorazione.

Calava dall’alto la merenda, appena cotta sul fuoco o i ditali ripieni di farina di castagne che non si sapeva mai come svuotare. Ti vorrei tirare quelle trecce lunghe,  silenziose, consapevoli, quasi contenessero presagi di qualcosa che non doveva ma che poteva arrivare.

Come stai bambina?: Rossella G.

Ciao, come stai? – di Rossella Gallori

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…appare all’ alba, di un giorno di poche ore fa,su Google, tutto maiuscolo, bello da vedere, ed io ci credo:

CIAO COME STAI, PENSAVO A TE, ROSSELLA!

Leggo e comunque ci voglio credere, ancora una volta “ scema” ancora una volta” esclusa”

MA  DICI A ME? DICI A ME? EHI CON CHI STAI PARLANDO? DICI A ME?… ( Taxi driver de niro )

E sogno, senza esser De Niro, mi sveglio quasi bruscamente, scopro che è pubblicità, il messaggio è fasullo, finto, come la domanda, la considerazione: comestaipensavoate, ad una me con il mio nome, che non ero io, ho pensato fossi tu che mi cercavi, che avevi bisogno di me!

Allora  ti scrivo,

rivedersi…meglio di no, conserviamoci così, in un ricordo bello, un po’ siamesi, un po’ matrioska un po’  UNA sola, due a righe a te che sei me, a volte Rosy, Rossellina, Cocca, Lella e ancora Ross……ma come ci chiamavamo?

Ciao, come stai?

Ecco io sto così così, da quasi sempre, un pò in bilico, se tu sei me potremmo fare a chi cade prima, ricordi vero, quando si è rotta l’asse d’equilibrio,il giorno, l’ anno, il mese!

Se solo fossimo saltate insieme, tenendoci  strette per mano,  ci saremmo fatte meno male…

 invece ci siamo lasciate, ed il pavimento della palestravita era duro, poco ospitale….

Come stai?

Proviamo a saltare di nuovo?

Forse

Ti vorrei portare in un posto, che ancora non so quale, ci vieni?

Ci vengo!

Ti fidi?

Mi fido!

Eppure ti ho tradita spesso!

Lo so e rischio ancora una volta.

Ti vorrei accarezzare, me lo permetti?

Nooooooo

Ora non ho dubbi, sei proprio me, ti riconosco.

Siamo noi, io e te!

Ma lì dove sei, ti trovi bene?

Ci sto e basta, non cammino, non so andare oltre, non ho gambe, non ho piedi, camminare con il culo è pesante difficile…poi per andare dove?

Ma la voce?

È poca, è alta a volte troppa,  spesso impercettibile ai più, si abbassa, si alza, si perde, si annulla…tu parli?

Io si, tantissimo, in un silenzio velato di grida, qui dal mio lettino!

Sempre quello piccolo, basso, di un acciaio un po’ vissuto?

Si quello, con la rete azzurra che noi volevamo rosa.

La ricordo, rete da maschi, andava giù mi schiacciava le manine, non capivo che potevo fuggire…

Si Rosy, poi tornava su e ci proteggeva.

Non ricordo che tornasse su. Ricordo il materasso: cric croc

Era vegetale!

Solo foglie secche, di altri corpi neonati!

E quando abbiam   camminato? Tu cadevi,  io no.

Cadevo sempre, per farmi riprendere da mani forti, per farmi dare un bacino sulla” bua” troppe cadute, pochi baci.

Non c’ era tempo.

C’ era tempo, c’era….

Se per te è meno doloroso, diciamo, che non c’ era orologio, non c’erano ore, minuti.

Lacrime.

Sempre lacrime e capitombolo, per finta e per davvero.

Quindi, COME STAI?

Non lo so,  tu?

Hai sempre l’ abitudine di rispondere con una domanda, per trasformare la verità.

Quale domanda, come stai?….

MA DICI A ME, PROPRIO A ME? MA CON CHI STAI PARLANDO? Ed ora sono De Niro, tu chi sei? Ci conosciamo?

Io sono te, tu sei me, ora la rete del lettino è  sbiadita, anche lei invecchiando ha perso il suo colore…..ciao Rossella a oggi…..