Emozioni e gusto esotico: Stefano

Il piatto dell’amicizia – di Stefano Maurri

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Per lui il tajine era il piatto dell’amicizia. Gli avevano insegnato a cucinarlo in uno dei suoi viaggi nel mondo arabo. La curcuma era elemento essenziale da unire alla carne di pollo o di agnello o altro animale. La curcuma troneggiava in tutti i mercati e il suo intenso profumo faceva di ogni piatto un qualcosa di unico. Per il buon tajine occorreva la classica pentola di terracotta invetriata con il classico coperchio a cappello  per sfiatare il vapore durante la cottura. La pentola poi veniva portata in tavola senza necessità di trapasso in un piatto da portata e tutti vi attingevano

Chissà perché il mondo arabo era sempre stato visto dall’occidente come ostile ed era sempre stato più difficile farne parte. Ora che era vecchio vedeva costantemente addossare a quella parte del mondo tutto il male, vedeva anche alcuni suoi pregiudizi che a volte erano emersi e ripensava a come erano state belle quelle sere d’estate con il profumo del gelsomino nell’aria della sera con i bambini che andavano in giro orgogliosi,  tenendo distaccata la tunica dalla pelle ferita, dopo la circoncisione appena fatta, che significava, per loro, essere diventati grandi.

Quanti di quei bambini diventati grandi  davvero saranno oggi sopravvissuti….quanti di loro, con le stesse caratteristiche non sono diventati grandi….quanti di loro dormono sulla collina….

Emozioni e gusto: Elisabetta

Fiori e sapori – di Elisabetta Brunelleschi

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Sapori, sapori, sapori … e volo lontano, molto lontano.

Dalla fine dell’inverno sino a primavera inoltrata non c’era erba o fiore del giardino che la bambina non avesse assaggiato.

Adorava il sapore fresco ed aspro dei gambi del trifoglio.

Dei gerani a edera assaggiava talvolta le foglie, ma non erano tra le sue proferite, avevano un gusto troppo intenso e pastoso.

I fiori viola delle mammole, che già a febbraio spuntavano vicino alla ceppa dell’olivo, avevano un sapore morbido e leggero. E mentre li masticava, insieme al sapore, si diffondeva nella bocca anche il loro delicato profumo.

A fine aprile il pergolato si copriva di roselline gialle, emanavano un tenue profumo ed attiravano numerosi insetti. Ne coglieva due o tre e le assaggiava. Ma i numerosi petali le si appiccicavano sulla lingua e sul palato perciò, dopo averne gustato il saporino dolciastro, finiva per sputacchiarli.

Verso maggio sui i rami sinuosi del gelsomino apparivano tanti imbutini bianchi con cinque petali a stella, dal profumo intenso e inebriante. Ma quelli lei quei fiori non li mangiava, con due dita li staccava e ne succhiava il nettare, un goccino umidiccio, quasi inconsistente, dal sapore dolcissimo. Era quel ciucciare una gara con gli insetti che al crepuscolo ronzavano intorno alla siepe e con la leggerezza di una ballerina infilavano dentro i fiori una lunga, finissima proboscide. Per pochi secondi restavano come sospesi, sbattendo velocissimi le ali, poi ripartivano sazi del dolce bottino. E così di fiore in fiore sino al calare del buio. Dove passavano loro il nettare scompariva e la bambina il giorno dopo rimaneva delusa, nei suoi assaggi mancava la dolcezza! Doveva staccare più e più imbutini prima di ritrovarne uno che ancora custodiva il goccino di nettare.

Primavere ormai lontane, quando i profumi dei tanti fiori si mescolavano all’aria tiepida della sera. Venti gelidi cancellavano il caldo del meriggio e l’azzurro si vestiva a tratti di bianco o di grigio.

Gusto emozionante: Tina

La torta di frittelle – di Tina Conti

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Ho conosciuto i sapori autentici  e poco elaborati  degli alimenti , la mia generazione  era ancora molto legata al mondo agricolo e artigianale, si conosceva la provenienza   e l’ origine di quello che arrivava in tavola e  nei negozi.

Oggi molte cose sono cambiate , arrivano prodotti da tutto il mondo e il nostro palato sperimenta alimenti e cucine  diverse, questo però non  limita la cucina del cuore, quell’alimento, quel piatto che ci riporta sensazioni, emozioni e ricordi  legati a profonde esperienze.

Arrivavano sulla mia  tavola frutta, verdura,  insalate ,uova,  vino e pollame coltivate e allevate nella nostra terra. ogni prodotto ricordava un luogo, un processo, un profumo.

La terra , gli insetti accompagnavano nella cucina i prodotti, il bruco della cavolaia strisciava sui bordi dell’acquaio, le piccole limacce nuotavano nel catino insieme all’insalata.

Mente si lavoravano le costole del cavolo odoravano di fresco, di tempo, quelle tenere dell’autunno erano morbide, quelle che arrivavano  dopo il primo gelo erano sode e croccanti

Non si resisteva a staccare dalla pianta il primo pomodorino  appena rosso e addentarlo    con le mani profumate  e sgocciolanti e un po’ terrose  ai primi tepori estivi.

Si conoscevano i sapori dei frutti acerbi, l’attesa delle prime albicocche , delle ciliegie, delle fragole ci portava a scrutare gli alberi con occhio esperto per cogliere l’attimo giusto  

I ragazzi facevano scorpacciate  di frutta  verde  con relativi mal di pancia che non insegnavano nulla, la stagione dopo si ripetevano gli stessi gesti.

Questo mi ha reso molto esigente  nelle scelte,  perché continuo a ricercare queste sensazioni.

Un ricordo molto forte legato ai piatti della mia infanzia e ai sapori indimenticabili è quello delle frittelle di riso. Era la nonna che le cucinava, per la famiglia , gli amici, i vicini, faceva una bella scorta di uova, si attrezzava con anticipo. La data era sempre quella, la “domenica  delle palme “. le galline in quel  periodo sono molto produttive quindi si partiva avvantaggiati.

Il giorno prima, in un grande pentolone bolliva nel latte il riso zuccherato che odorava di scorza e succo di arancio, non mancava mai una buona dose di vin santo.

L’odore cominciava a insinuarsi per casa, si doveva sorvegliare bene il composto senza farlo attaccare al fondo della pentola, abbondanti cucchiaiate per assaggiare la cottura  e testare il giusto sapore non erano negate a nessuno  che elargiva poi il suo giudizio.

La mattina seguente, di buona levata, cominciava la friggitura.

La massaia, con in testa un fazzoletto legato a proteggere dall’odore dell’olio i capelli si apparecchiava il necessario.: fiasco dell’olio di oliva, meglio quello dell’anno precedente, schiumarola , carta gialla per assorbire l’olio in eccesso, e tanti vassoi nonchè la bella padella di ferro .Dopo aver rimestato bene il composto con le uova aggiunte , usando due cucchiai, si faceva scivolare il composto a piccole dosi nell’olio bollente , subito prendeva forma la frittella, si dorava e per magia si rigirava da sola  con le sue vicine.

Lo zucchero semolato  veniva aggiunto quando erano tiepide facendole  rotolare  generosamente. Per i più esigenti c’era  lo zucchero  a velo, ma si diceva che non era da intenditori.

Non si nascondeva questa lavorazione perché , il profumo e l’odore  di fritto si spandeva  intorno facendo obbligo  di offrire  piccoli piatti a vicini e  conoscenti.

La cuoca, soddisfatta e con le guance arrossate e le labbra zuccherose, osservava ansiosa  i gesti di gratitudine e gli occhi gioiosi degli assaggiatori.

Le buone frittelle dovevano essere morbide, profumate , saporite , equilibratamente dolci e asciutte.

Al compleanno  dei novanta anni del mio babbo, ho preparato  una montagna di frittelle  disposte a forma di torta, lui conosceva bene questo dolce e poi, era nato per San Giuseppe, il 19 marzo-

L’ho sentito  raccontare giorni  dopo  della sua festa  con fare orgoglioso ai suoi amici e anche per me è stato  un vero regalo, così anche per la famiglia.

Temevamo  che a causa  di un ricovero  per problemi di salute  non avrebbe potuto festeggiare. Invece, per fortuna , il problema si è risolto e abbiamo  fatto una grande festa  con la torta di frittelle.

Emozioni e gusto: Carmela

Andar per cicorie – di Carmela De Pilla

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Era questo il tempo giusto, proprio così, ogni cosa va fatta nel tempo giusto! Tutto avviene in periodi particolari, verso Settembre dopo che la calura estiva ha bruciato ogni cosa o a Marzo dopo che il freddo dell’inverno ha gelato il suolo e al primo tepore la natura si sveglia con la pioggia che dona alla terra la forza e la voglia di rinascere e ogni piccolo seme si rimette in cammino, le piantine spuntano timidamente e come per miracolo tutto ritorna in vita.

Era Settembre e lei come se dovesse andare a un appuntamento importante si armava di coltello e di cesto e si partiva a piedi percorrendo viottoli e scarpate in cerca di cicorielle.

Lo ricordo bene, io inesperta raccoglievo tutto e mia madre scaltra e attenta selezionava e poi attratta dai piccoli ciuffi appena nati che riconosceva ad occhi chiusi fra tanta malerba con il piccolo coltello tagliava la radice lasciandone un pezzetto nel terreno.

Poco alla volta il cesto si riempiva di cicoria, tarassaco, cicerbite, piattellini, aspraggine che lei con cura puliva prima di metterle nel cesto, in quel momento lei che aveva fatto solo la terza elementare si sentiva una maestra, ora era lei che insegnava qualcosa a me e lo facevan’aria solenne.

-Quando raccogli le verdure di campo devi mischiarle, devono essere “ fogghia miscca” ogni piantina rilascia le sue proprietà, dona al palato un sapore diverso e al corpo sostanze  benefiche, la cicoria ci regala il ferro e le altre tante vitamine.

E via via che mi spiegava assumeva un tono di una che insegna qualcosa d’importante, qualcosa che non deve essere dimenticato, voleva che imparassi e mi faceva vedere la differenza tra l’una e l’altra.

Poi a casa si completava il rito, venivano lavate e cucinate.

-Non devi mettere troppa acqua perché le sostanze non si devono disperdere e anche se sono un po’amare, meglio! Vuol dire che fanno bene!

Intanto per tutta la cucina si spandeva quell’odore un po’ amarognolo, così unico e diverso da ogni altro.

Sono passati tanti anni, troppi e ora sono io che sento la necessità e il desiderio di ripetere quel rito con gli stessi gesti e le stesse parole, lo faccio con le amiche, le figlie e ora anche con i nipotini.

Anche quando la mangio mi sembra di ripetere lo stesso rito e quella  verdura così semplice, povera e poco considerata mi reca un piacere che non è solo gustativo, ma anche affettivo e provo le stesse sensazioni di una volta, sento l’amaro della cicoria che per me non è mai sgradevole e il dolce e delicato sapore del piattellino e della cicerbita.

Mangio lentamente, mastico con delicatezza quasi con rispettto per ringraziare la natura che mi dà la possibilità di preparare ancora quel piatto che nella cucina pugliese è spesso accompagnato dalla morbidezza e pastosità del purè di fave, loro due si uniscono in un binomio semplice ed essenziale che ricorda la vita semplice di una volta.

E ringrazio anche mia madre.

Le emozioni nel gusto: Anna

SAPORE E GUSTO – di Anna Meli

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            Sono una buongustaia, mi piace tutto dal dolce al salato all’amaro. Gusto ogni cibo cercando le diverse sensazioni che ogni boccone mi offre e difficilmente rimango delusa. Devo ammettere che sono golosa, golosa in particolar modo del cioccolato fondente; quel gusto dolce-amaro-profumato mi accarezza il palato facendomi sentire bene.

            Cosa c’è di meglio di una bella tazza di cioccolato fumante, quando il freddo dell’inverno gela anche il pensiero? Ed è fantastico lasciarlo scivolare in gola senza fretta, a piccoli sorsi!

            I sapori spesso fanno riaffiorare ricordi antichi. Era buona la cioccolata da mangiare con il pane che la mia mamma mi dava a merenda! Aveva un sapore particolare di casa, di coccole, di tenerezza.

Quel sapore mi riporta anche alle estati trascorse in montagna, dove in quel rifugio, stanca per la camminata, mi gustavo un’abbondante fetta di torta sacher inondata da cioccolato fuso. Seduta al tavolo vicino alla finestra, avvicinavo lentamente il cucchiaino colmo alla bocca, osservavo la bellezza del panorama, socchiudevo gli occhi e…tutto si fondeva in una sensazione di completezza quasi una preghiera.

Emozioni nel sapore: Sonia

                                              

                                         “Il sapore di una nuvola” – di Sonia Cortecci

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Il sapore più forte ed il primo che ricordo: quello dell’uovo, l’uovo trasformato in zabaione o “zabaglione”, come lo chiamava nonna Linda.

Scendeva in gola come un fiume leggero. Ogni cucchiaiata di questa nuvola dolce poteva essere trattenuta e distribuita sulla lingua, assaporata pian piano: riempiva la bocca, a volte traboccava, perché la nonna esagerava ad imboccarmi.

Sembrava una carezza sul palato, nutrimento soffice che non aveva bisogno dei denti.

Profumava di un liquore dolce, anche troppo.

Era un sapore consolatorio dell’assenza materna, trasformato in una crema.

Lasciava un retrogusto, certo migliore di quello dell’uovo crudo, che mi faceva bere intero, albume compreso, bucandolo alle due estremità e facendomelo succhiare appena tolto da sotto la gallina…

Emozioni e gusto: Stefania

Il caffè – di Stefania Bonanni

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La casa piena di quell’ odore.

Dalla cucina arrivano nuvolette che, se fosse possibile, sarebbero color caffé. Senza, non si comincia. Non parte la giornata, se prima non si beve un caffè.

In casa mia si fa quello della moka, e si usa la stessa marca di polvere che comprava la mia mamma. Si resiste alle novità, non si cambiano abitudini che fanno star bene.

L’ odore che si diffonde quando sul fuoco la macchinetta comincia a cantare, e’ invadente e profondo, spesso, come fosse una tela, anziché un profumo. Cambia l’ aria, arriva un segnale. E’ l’ ora, l’ ora di cominciare. Inizia il valzer. Prima però si riempie la tazzina di vetro con il manico, e la si guarda fumare di calore, scura come terra profonda, ricamata sull’orlo da una sottile striscia bianca. Si lascia un po’ raffreddare, poi, rigorosamente senza zucchero, sorso a sorso, si lascia ci percorra la bocca, ci inzuppi la lingua, ci scaldi la gola, scenda fino al petto, al cuore?, allo stomaco.

Liquido acido ci attraversa come una scossa. Acido ma profumato, difficile da raccontare ma indimenticabile. E piano piano le nebbie si diradano, i pensieri schiariscono, le ore si riallineano, siamo di nuovo presenti. Come quando, dopo che era stato chiamato il nostro nome, si rispondeva davvero “presente”, e lo si e’ fatto per tanti tanti anni. Mai senza prima aver bevuto un caffè casalingo.

In casa il caffè era sempre sul fuoco. Il borbottio della macchinetta, rumore di fondo tra i più frequenti

La mamma aveva sempre un caffè appena “venuto su” o da finire di bere. Il caffè di casa per me è lei, il suo odore .

Invece il caffè al bar, fu un grande passaggio per me adolescente. Mentre la mamma beveva il caffè a casa, il babbo lo prendeva solo al bar, ed io morivo dalla voglia che me ne offrisse uno. Roba da grandi, che finalmente un giorno successe . Avrò avuto quattordici, quindici anni, e nel bar pieno di gente disse: “Oggi un caffè anche per Stefania”. Sicuramente diventai rossa come un pomodoro, ma ricordo quel caffè con una grande emozione. Fui grande da allora. E tutto per un caffè…

Sapori e ricordi: Sandra

Sapori del cuore – di Sandra Conticini

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Mi piace  mangiare un po’ tutto, dolce e salato, e do’ soddisfazione al cuoco. Infatti in diverse occasioni hanno detto che vedermi mangiare è un piacere.

Certo ci sono sapori che preferisco e che hanno dei bei ricordi, come un bel piatto di lasagne al forno ben fatte non lo rifiuto mai e mi diverto anche a cucinarle.

Ogni tanto, perchè non  voglio mangiarle spesso, con mia figlia diciamo la parola magica: -Domenica lasagne!

Cosi inizio il giorno prima a fare il ragù con la carne comprata in macelleria e la domenica mattina iniziamo a fare la besciamella, quella che fa proprio male, con il burro. Poi si fanno gli strati e via in forno!

Che soddisfazione  quando iniziamo a mangiarle con tutto quel condimento bello cremoso e saporito di formaggio e sapore di noce moscata appena accennato.

Hanno il sapore di casa e dei numerosi  Natali trascorsi con la famiglia.

Un’altra ricetta che mi fa tornare indietro nel tempo è l’uovo al pomodoro che mi faceva la mamma. Si mangiava  solo in estate,   non ci pensava all’uso di eventuali pomodori pelati.  Prendeva solo i filetti di pomodoro, senza semi e senza buccia, con una foglia di basilico fresco e quando era pronto ci metteva due uova fresche del contadino e si mangiava con lo stinco di pane fresco.

Erani buonissimi, mi sembrava di sentire tutto l’amore che ci aveva messo per me e per il resto della famiglia.

Anche i dolci mi piacciono assai. Per il mio compleanno non è mai mancato il millefoglie della pasticceria di fiducia, che purtroppo non c’è più. Con il babbo, anche lui molto goloso, davanti al dolce ci litigavamo bonariamente per chi prendeva la fetta più grande, naturalmente toccava sempre a me.

Tutta quella crema chantilly con gocce di cioccolata che si scioglieva in bocca era una libidine e speravo che non finisse mai.

Ci sarebbero altri ricordi di sapori passati, ma i cibi hanno cambiato sapore, in tutte le stagioni si trova tutto perchè non sappiamo come vengono coltivati e da dove vengono, ma la cosa più importante è che mancano le persone che hanno preparato e condiviso con noi i piatti.

Il gusto delle emozioni: Annalisa

Gnocchetti di gries – di Annalisa Faleschini

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Borbottava lanciando vapori densi, trasformati, poi, in goccioline profumate.

Il sedano campeggiava nel pentolone come vessillo di cotanta bontà.

Mani sapienti versavano a pioggia il semolino in un ciotolo  nel quale i tuorli fluttuavano negli albumi come occhioni curiosi, aperti all’imprevedibilità.

L’argento dei rebbi s’insinuava in questa miscela dorata e sconquassava le circolarità ed i volumi dei rossi, fondendoli con la torbida liquidità viscida dei bianchi, rassodandosi con la polvere granulosa della “farina”. L’apoteosi avveniva con l’aggiunta di burro, che rendeva morbido l’avvolgente impasto, sino all’ultimo ingrediente che profumava l’aria già densa: la grattatina di scorza di limone.

Ecco, i gnocchetti di gries erano pronti per il tuffo finale.

La fiamma si abbassava, le sapienti mani di mamma prendevano due cucchiaini da caffè, uno affondava nell’intruglio e si riempiva di morbido impasto, poi messo di taglio, si impregnava di umidità, l’altro, con gesto lesto, lo faceva scivolare in avanti, dando la spinta e la forma allungata e ovale.

Queste mandorle di semolino incontravano il calore e si gonfiavano appena, pochi secondi di trasformazione e la sublime materia veniva delicatamente raccolta e depositata in preziosi piatti di porcellana con il bordino d’oro. 

Un mordere la crema granulosa, burrosa, che lasciava la lingua leggermente unta; poi l’amarognolo un po’ acidulo del limone arricciava le papille laterali. Il profumo del sedano, dolce, morbido e filaccioso si attorcigliava.

Dopo pochi minuti, fumanti, sul lungo tavolo apparecchiato, si udiva dalle campane del vicino campanile, scoccare la mezzanotte del 24 dicembre.

“Buon Natale” era l’urlo di gioia che accarezzava, a quel punto, le emozioni dei commensali.

Emozioni nascoste nel gusto: Rossella G.

BACI DI DAMA – di Rossella Gallori

ho capito presto che le parole potevano rendere presenti gli assenti”

Yonah era la colomba, e la colomba aveva un nome, un sapore, un profumo, yonah portava un dono ed era solo per me.

Ripetevo spesso, monotona, cantilenante a tratti asfissiante: è mio? Solo mio?

Yonah portava un qualcosa, che io nascondevo nel vestitino sempre un po’ corto munito di taschine, lentamente si scioglieva ed io leccavo la carta, salvando il superstite meno solido ,ma incredibilmente dolce,  ed ero certa del futuro, di un domani non ieri.

Erano consuetudini belle, da piangerci ancora, da annusare al buio nelle notti insonni. TORINO/ IVREA/ FIRENZE.

Cercavo di capire le parentele, quelle incomprensibili le ho abbandonate, questa la cullavo, la custodivo.

So che arrivavano M….L, che lei era simile a mia madre, cugine di primo grado ed il loro figlio era simile a mio fratello, cugini quindi ma che importanza ha, quando ci si vuole bene.

Loro livornesi erano scappati al nord in un’altra vita, diventando piemontesi.

Le loro valigie sapevano di cioccolato, loro sapevano di cacao, di quei baci di dama che amavo. Quando ne feci galleggiare uno nel latte caldo e lo vidi affogare gonfio e molliccio, ci piansi, ma capii che quel tondo biscotto non era uno qualunque, era un chiccoamico, un bonbonfamilioso, capii che era premio, era carezza, era vittoria per una come me che si  classificava a sempre e comunque undicesima su dieci.

Mangiando ero  sul podio con lui biscotto tondo con il sorriso da orsetto felice, perché cioccolato è protezione, nocciola è musica.

Conservavo il sacchettino vuoto per giorni, il suo profumo non abbandonava il cellophane e quando lo faceva per magia, loro tornavano ed erano gianduiotti, crema di gianduia e nel pacco troneggiavano i tondi orsetti, friabili ed ancora una volta miei.

Ora non c’è più nessuno, ne i vecchi vecchi, ne gli anziani grandi, chi è rimasto è lontano unità a me dal silenzio, dell’affetto di una parentela  un po’ di rimbalzo,  spesso mi invia un pacco, mi augura il meglio si firma Valentina ma io so che è yonah, la mia colomba….

Ed io torno piccola, rivedo la valigia di cioccolata e mentre l’ apro scopro i loro sguardi su di me, sento le loro voci e fra il “ deh” ed il “ nè”:

Rossellina sei contenta?

Sento quel profumo, mi vedo bimba e felice, con i baci di dama nascosti in bocca, nelle tasche, nel cervello e quell’ aroma diventa me, io sono nocciola, sono cacao, divento Torino, corro ad Ivrea….sono colomba e yonah anche se non ho mai volato, perchè sono cioccolato, fondente e senza ali……

Dedicato a Valentina perché insieme abbiamo capito che “ le parole rendono presenti gli assenti.

Emozioni e gusto: Lucia

Pane e pomodoro – di Lucia Bettoni

Ho fame
Non c’è niente
Ho fame di qualcosa di diverso
Non c’è niente
Ho fame di qualcosa di speciale
Non c’è niente

C’è pane e pomodoro

Pane cotto nel nostro forno
Pomodoro rosso del nostro orto
Olio verde dei nostri olivi

Lei mi porge il piatto:
mangia e’ buono

Mangia e’ buono
questo è tutto quello che abbiamo

Ad ogni boccone quel niente mi riempie di tutto

Si mescola nella mia bocca quel sapore di terra vita, di terra madre, di terra donatrice

Oggi
Un piatto bianco, una fetta di pane, un pomodoro a pezzi e un filo d’olio e’ tutto quello di cui ho bisogno

Un sapore che nutre il mio corpo e la mia anima, che mi parla delle mie radici, che mi ricorda chi sono e da dove vengo

Un filo per non perdermi nel mare del fasullo, dell’inutile, del superfluo
Un filo che mi riconduce a quella casa vicino al lago e a mia madre che prepara la pasta e la dispone a pezzi sopra una lunga asse di legno e che separa con un telo bianco
La preparazione e la lievitazione del pane
Poi mio padre che inforna nella  grande bocca incandescente un pezzo di pasta alla volta con una lunga pala

Il pane per il pomodoro si sta cuocendo

Mio nonno a quasi cento anni aveva deciso di non volere più cibo
Non voglio niente diceva
Poi un giorno prima di andare disse: vorrei pane e pomodoro

Emozioni del gusto: Carla

Una tazza e una scodella – di Carla Faggi

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Una tazza grande di caffellatte, tanto latte e non molto caffè, calda, quasi caldissima.

Prenderla con due mani, portarla alla bocca, il latte ti riscalda, ti disseta, ti avvolge.

Non esiste un giorno bello se non inizia con una grande tazza di caffellatte caldo.

Poi biscotti, torta, pane e marmellata, non importa cosa, l’importante è che sia inzuppata nel latte e che l’inzuppo sia giusto, non troppo da disperdere, non poco da non bastare.

Ci vuole arte nel saper inzuppare.

Ho ricordi di una vita legati a questo evento, quotidiano si, ma di un’importanza quasi vitale, indispensabile perché sono nata cresciuta e invecchiata con questo sapore. E ne sono anche condizionata perché amo tutto ciò che è caldo e fluido.

La famosa farinatina detta anche brodetto di quando ero piccina e di cui a volte mi riconcedo il sapore.

Ci mettevo anche il “formaggino Mio” che sciogliendosi nella grande scodella assieme alla farina, acqua ed olio, e con l’aiuto del cucchiaio disegnava delle striature, solchi grandi, piccoli in cui io ci vedevo strade, monti, case e mi raccontavo delle storie.

Poi mia madre: “mangia che si fredda!”.

Allora terminavo velocemente la storia con un lieto fine e mi immergevo nel buon sapore caldo e avvolgente della minestra.

Le emozioni del gusto: Rossella B.

Il soffritto del ragù – di Rossella Bonechi

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Prima arriva l’aroma del timido sedano fatto a pezzetti poi emerge un po’, ma per pochi attimi, l’odore testardo della carota a rondelle ma quando la Regina Cipolla sente l’abbraccio bollette dell’olio, non ce n’è per nessuno: lei pervade, sovrasta, domina qualsiasi angolo della cucina quando è il momento del ragù.

Quell’odore per me vuol dire casa, vuol dire gioiosa attesa di una domenica tutti insieme a litigarci il mestolo da leccare. Lo so che bisogna chiudere le altre stanze, che bisogna lasciare uno spiraglio aperto di finestra, che forse anche i capelli alla fine puzzeranno di soffritto ma dare il cambio alla nonna a girare il tegame “sennò si attacca” rimane il ricordo del mio premio più ambito: mi sentivo grande in piedi sulla seggiolina, mi sentivo utile a creare qualcosa di buono. 

D’inverno i vapori della cucina appannavano i vetri e mentre ci facevo cuoricini con le dita vedevo riflesse le pentole, il bagliore del gas, il mestolo dondolante dalla cappa. Non ricordo odori sgraditi ma si sa che la memoria sceglie e fa una selezione anche dei ricordi.

La consapevolezza della difficoltà di metterci qualcosa dentro in quei tegami è arrivata certo solo crescendo ma a quel punto eravamo già in pieno boom economico: il pane bianco non era più un lusso, l’olio non si lesinava a cucchiaini e il pane bagnato con lo zucchero era ormai soppiantato dal Buondì Motta. Ma si continuava a cucinare fortunatamente come prima in casa mia e tutti, da brave forchette, non disdegnavano né la pappa al pomodoro né la panzanella.

Ora il ragù lo faccio io e brontolo se qualcuno dice di chiudere le porte perché il puzzo di soffritto entra dappertutto; mi dispiace per loro ma per me non è un odore sgradevole:  è un ricordo forte, non obiettivo di testa né nobile di cuore, ma umile, modesto e povero di naso. Fare e dare da mangiare a qualcuno, che sia un affetto o no, per me è averne cura, è un accudimento profondo, è un abbraccio grande e ancestrale.

Il gusto e le emozioni: Nadia

L’acquerello – di Nadia Peruzzi

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L’Acquerello. Se chiudo gli occhi lo vedo ancora il bicchiere mezzo pieno di un liquido che era e non era, ma che alla mia età di allora aveva il gusto del proibito. Si sapeva che era il vino dei bambini, e che il vino vero spillava prima. Quello era un tornar sopra alle vinacce con un po’ di acqua e una spremitura finale, tanto per fare e non buttar via nulla. Solo dettagli: che ci importava delle lavorazioni? L’importante era sapere che veniva dall’uva, a noi bastava. Il bicchiere era su un tavolo di legno che quasi riempiva la stanza. Quel liquido viola pallido versato senza esagerazioni, sembrava aspettarmi ogni volta che andavamo a trovare Armido, nella grande casa di contadini poco fuori il paese. Era il mio tutto. Non c’erano dolci, erano il lusso della domenica, quelli. Qualche volta un po’ di pane con l’olio nuovo quello un po’ pizzichino che mi piace ancora tantissimo. Delle chiacchiere che sentivo attorno captavo frammenti. Rumori di fondo accompagnavano quello che per me era un vero rito. Se ci penso, torno a quella stanza avvolta dall’ombra. Al primo sorso colpiva la sensazione di fresco, di leggero. Era un liquido sincero nella sua semplicità, un po’ acidulo, fermo e tanto tanto buono. Andava giù come fosse acqua e non dava alla testa e cosa più importante non aveva il sapore sciapo del vino annacquato. Aveva la sua personalità senza dover fare compromessi. Lo centellinavo, sorso a sorso, anche perché sapevo che non ce ne sarebbe stato un altro bicchiere. Quello era e quello sarebbe stato. Aveva un che di magico quel rito, per questo cercavo di farlo durare il più a lungo possibile. Sorsi piccoli, e tanta paziente attesa fra l’uno e l’altro che accendeva ogni volta il piacere di ciò che sarebbe arrivato dopo. Mentre lo bevevo era come sentirsi prendere per mano per avviarsi sulla strada dei grandi. Ogni tanto guardavo verso la nonna. Lei mi sorrideva. Ci capivamo anche a distanza.  Mi sentivo importante con quel bicchiere in mano. E lei sembrava che sentisse quel mio “ ci sono anche io, e mi preparo ad entrare nel regno dei grandi. Intanto mi lecco i baffi con questo vinello da bambini, ma poi..”. Poi astemia fino a 25 anni. A quanto pare nella partita fra acquerello e vino era il primo che aveva avuto successo. Sapeva di nonna, di semplicità, di atmosfere quasi da favola. In quella penombra, nella grande stanza, le fiabe italiane di Calvino che stavo leggendo, prendevano vita. La moglie di Armido era tutto meno che “gobba, zoppa e collo torto”. Era piccola, chiacchierina e tutta pepe. In quelle fiabe ci sarebbe stata benissimo.

Il gusto: emozioni di Luca

Il burro del buongiorno – di Luca Miraglia

Il nuovo giorno scricchiola giù dalla soffitta mentre il profumo del caffè scivola leggero su per le scale rugose di nodi e schegge.

Da sotto il piumino si sente il battere ritmico nel mastello: è già l’ora del burro fresco e spumoso dalla prima panna di giornata.

In un attimo sotto il palato il senso morbido delle erbe di montagna misto al gusto grasso del latte fresco. Su tutto si aggiunge la calda fragranza del pane appena sfornato e steso sulla tavola a freddarsi il giusto.

E allora giù a precipizio, con il corpo ancora mezzo addormentato ma con i sensi già vigili, per farsi abbracciare dall’amorevole cura dei gesti saggi e antichi che stanno apparecchiando l’alba: una ciotola di caffè “furbo”, due grandi fette di pane scuro ancora tiepido e burro appena montato in riccioli che paiono batuffoli di luce.

Buongiorno mondo!!

Incontro del 12 marzo 2026: il cibo e la scrittura

“Ogni spezia ha un suo giorno speciale. Quello della curcuma è la domenica, quando la luce gocciola burrosa nei barattoli di latta che se ne imbevono fino a splendere, quando si pregano i nove pianeti perchè ci concedano amore e buona sorte. La curcuma, chiamata anche halud, giallo, il colore dell’alba e dello squillo delle conchiglie suonate sul far del giorno […]. Sì, sussurro, dondolando al ritmo delle parole. Sì. Sei la curcuma, scudo ai dolori del cuore, unguento per la morte, speranza di rinascita”, scrive Chitra Banerjee Divakarumi nel suo La maga delle spezie.

Chocolat di Joanne Harris:

“Nei sogni mi rimpinzo di cioccolatini, mi rotolo nella cioccolata, e la loro consistenza non è friabile, ma morbida come carne, come migliaia di labbra sul mio corpo, che mi divorano a piccoli morsi palpitanti. Morire a causa della loro tenera ingordigia mi sembra il culmine di tutte le tentazioni che abbia conosciuto”. 

Ma anche alchemico:

 “C’è una sorta di alchimia nella trasformazione della cioccolata di base in questa pirite di ferro, la magia di un profano che anche mia madre avrebbe apprezzato…se non fosse per il calore dei fornelli, le pentole di rame, il vapore che si innalza dalla copertura che si scioglie. Gli aromi di cioccolata, di vaniglia, del rame scaldato e della cannella che si uniscono danno alla testa, sono molto invitanti”.

“Ogni giorno perdo tutto/perdo il quadro di chi ride e vive”: Patrizia

La vita come un quadro – di Patrizia Fusi

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Nella mente  mi si affaccia  la mia vita come un quadro, vissuta e passata.

Percorro luoghi, vedo paesaggi, colori.

Suoni, il canto della campagna.

 Profumi di vecchie case dove ho abitato.

Odori di antichi magiari.

Facce di persone care.

Carezze di animali domestici.

Spezzoni di vecchi spettacoli.

Pesantezza nel ricordo, paura di perdere la memoria, paura della vecchiaia.

Bar, spazio, bambini  di varie età si rincorrono si chiamano fanno rumore e vita, il quadro cambia vive e ride  e io con lui  e mi sento più leggera

La stupidità di avere paura: Anna

LA STUPIDITA’ DI AVERE  PAURA – di Anna Meli

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            In quale parte del nostro essere si nasconde la paura? Esiste al mondo chi non l’ha mai provata? Può essere stupido provarla?

            Da piccola aveva paura di camminare nel buio; l’impressione era che allungando il passo avrebbe potuto precipitare nel vuoto. Era una brutta sensazione per cui cercava sempre di tenersi per mano a qualcuno che le desse sicurezza.

            Gli scricchiolii, i rumori secchi ed improvvisi nella penombra della sera la impressionavano a tal punto da farla desiderare di essere invisibile; poi il clic dell’interruttore sfiorato con mano timorosa accendeva la luce tranquillizzandola. Piccole paure che ricordava con dolcezza.

            Di tempo ne era passato da allora, le paure si erano evolute e trasformate. Aveva cercato in ogni modo di combatterle, di ricacciarle là da dove erano venute, lottando, sorridendo, cercando di nasconderle per sentirle meno crude e reali. Non ci era riuscita; anche se in fondo si diceva che l’importante è affrontarle con coraggio. Tutto passa e si ripete.

“Ogni giorno perdo le parole”: Sandra

OGNI GIORNO PERDO LE PAROLE CHE AVREMO POTUTO DIRCI O NON DIRCI O DIRCI MEGLIO. – di Sandra Conticini

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Quante parole ci siamo dette nel tempo. Alcune mi hanno fatto stare bene, altre mi hanno fatto male. Ho cercato di fartelo capire, ma pensavi di avere sempre ragione. Cercavo di  spiegartelo spazientita, non ci riuscivo, allora lasciavo andare, tanto avremmo discusso solo di schiocchezze, per fortuna!

A volte mi hai fatto male dentro, hai detto qualcosa che credevo di non meritare, ma ti ho scusato, quando si è presi dalla rabbia si perdono i freni inibitori e  si dicono cose che non vorremmo mai dire.

Col tempo un punto d’incontro lo abbiamo trovato, ma potremo migliorare trovando il coraggio di dire ciò che sentiamo, senza paura di giudicarci a vicenda.

I momenti di gioia e dolore mi hanno fatto capire quanto siamo importanti l’una per l’altra, quante belle parole  siamo riuscite a dirci aiutandoci a  superare i momenti più bui della nostra vita.

“Ogni giorno perdo tutto”: Stefania

Ogni giorno perdo tutto. Perdo il quadro che vive e ride. – di Stefania Bonanni

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Ogni giorno perdo un giorno. 24 ore che non torneranno. E le prossime non saranno quelle, ma non c’è attesa di sorprese.

Non c’è piu’ nulla che sorprenda. Non la primavera, quest’anno. Cerco di resistere con tutte le forze. Quest’ anno non mi innamorero’ di fiori nuovi, non mi stupiro’ di gemme gonfie che stanno per esplodere di verde. Questa volta non ascolterò i colombi, non saro’ preda di quei raggi morbidi che colorano e scaldano dentro.

Quest’ anno vorrei tornasse l’ inverno.  Vorrei non lasciarmi di nuovo sedurre dalla vita che gira, non ci voglio più cascare. Non e’ un angolo di buono, che fara’ bene. Sarebbe solo un’illusione. Si perde la speranza, non si ha voglia di crederci ancora, alla vita, al mondo.

La speranza, quella piumata, che si posa morbida ed accarezza, non tornerà. Segue i giorni che non ritornano. Per fortuna passano, per fortuna non tornano.

Per fortuna, i giorni non sono solo neri, ce ne sono anche di gialli, e perfino qualcuno rosso.