Dove vai Bambino?: Luca

Il Bambino nomade – di Luca Miraglia

Era già abbastanza chiaro da quella foto un po’ ingiallita, scattata in riva al mare, con chi e cosa avresti dovuto fare i conti.

Non eri ancora nato che già non stavi a casa tua, ma sospeso nella pancia di tua madre sopra una risacca lieve che bagna i piedi di lei e quelli di tua sorella, già pronta al ruolo di vice.

Dietro l’apparecchio fotografico l’occhio orgoglioso di tuo padre che immortala il proprio riscatto post-bellico nell’immagine di una famiglia da detersivo Tide (il mulino bianco sarebbe arrivato solo decenni dopo).

E così ti hanno trascinato in un mondo mai uguale e sempre difficile da affrontare nonostante le apparenti comodità.

Certo hai sperimentato mille umanità e luoghi, ma nel costante disorientamento dell’assenza di un luogo “casa”.

La malinconia dell’abbandono delle prime frange di radici, ogni volta faticosamente nuove ed ogni volta sbarbate senza chiedere permesso, solo con l’improbabile promessa di un luogo migliore dove poggiarsi.

Crescendo hai compreso che in ciò c’è stata anche della ricchezza, ma sempre vissuta un po’ di lato, sempre in attesa di un nuovo sradicamento che ti costringa a ricominciare ancora e ancora…

Ciao Bambina dove sei?: Carla

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Ciao bambina, dove stai? Cosa fai?

Appoggiata al muro, le mani dietro la schiena, testa bassa.

Così passavo il mio tempo all’asilo dalle Monache.

Non mi piaceva proprio, non mi ci divertivo per nulla.

Ed anche l’ambiente, un cortile contornato da un alto muro non mi era congeniale.

Ho avuto queste sensazioni altre volte nella mia adolescenza e anche da adulta.

Mi sono di nuovo sentita diversa e non mi piacevo.

Mi fidanzai con uno tanto per essere fidanzata pure io e con la consapevolezza e speranza che potevamo sempre lasciarsi. Durante il fidanzamento avevo la stessa sensazione di essere appoggiata a quel muro all’asilo. Alzai però la testa e trovai la via di fuga.

Cercai un altro cortile, lo volli senza muro, lontano, anzi per l’epoca lontanissimo, arrivai fino a Parigi. Mi sembrò di giocare con gli altri, provai a non appoggiarmi ad alcun muro, le mani ogni tanto le mettevo dietro, ma solo per poco, la testa comunque non la abbassai mai.

La sensazione era però di essere sempre in un cortile, grande, molto grande ma sempre cortile.

Però giocavo con gli altri, non sempre mi divertivo.

Finché trovai uno con cui mi divertii di più.

Lo seguii fino al suo paese che era lontano lontano.

Mi sembrava di aver fatto chissà che cosa, come se ad essere in un cortile lontanissimo e così diverso da quelli a cui ero abituata, fosse essere liberi.

Ed invece ci trovai muri pure lì, mi ci appoggiai, le mani dietro, la testa bassa.

Tanto valeva allora stare nel cortile di casa!

Non era facile liberarsi dalla sensazione di bambina prigioniera.

Forse avevo bisogno di amare quella bambina anche se non giocava, di amarla anche se aveva le mani dietro, la testa bassa ed era appoggiata ad un muro.

Ho imparato ad amarla nell’età adulta quando senza cortili e muri aveva imparato a giocare ed a lasciarsi amare.

Ciao piccola Lucia

Lucia e la Bambina – di Lucia Bettoni

Ti incontro oggi dopo una vita lunga un soffio
Ti sorrido, ti vengo incontro e ti abbraccio
Piccola bambina sola in un paradiso di terra
Voglio ricordare tenendoti per mano
Voglio ricordare gonfia di tenerezza e di amore
Ti ricordi?
Ti ricordi quel muretto basso di sassi bianchi vicino a casa?
C’era una intercapedine nella pietra dove si depositava l’acqua piovana
Prendevi la terra dal bordo della vecchia strada, l’univi all’acqua e impastavi
Modellavi la terra facendone piccoli cubi, palline, cilindri
Era il tuo banco di lavoro
Era il gioco della terra

Ricordi la casa colonica abbandonata ?
Era meravigliosa, ma la meraviglia più grande era una piccola stanza posta lateralmente all’ingresso principale
Dentro la piccola stanza c’era un focolare
Cercavi piccoli ramoscelli e accendevi il fuoco
Eri piccola ma sapevi bene come accendere un fuoco
Lo avevi visto fare mille volte e ogni tanto lo lasciavano fare a te
Il fuoco acceso e l’erba che avevi raccolto era lì in un paniere accanto a te
Quando cominciavano ad esserci un po’ di carboni prendevi l’erba con dei bastoncini lunghi e la depositavi sul treppiede di ferro
Lo so , non hai mai dimenticato il profumo dell’erba fresca sul fuoco
Lo so, quel profumo è ancora completamente integro nelle tue narici
Era il gioco dell’erba cotta

Ti ricordi il carretto fatto con le vecchie ruote di una bicicletta e vecchie assi di legno?
Lo aveva fatto tuo nonno per trasportare le ceste con dentro le chiocce con i loro pulcini ai capannini posti nel campo un po’ lontano dalla casa
La sera andavi con la mamma e  il carretto a prendere le chiocce e le loro covate per riportarle nel pollaio a casa
La volpe era sempre in agguato
Quando il carretto era inutilizzato e parcheggiato nell’aia diventava la tua carrozza
La carrozza della principessa Lucia
Era il gioco della bellezza
Ti sedevi al centro sulle assi e con i piedi lo muovevi girellando intorno all’aia
Un’aia grande come il mondo

Ciao Piccola Bambina: Anna

CIAO PICCOLA BAMBINA – di Anna Meli

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            Molto spesso mi trovo a parlarti, magari attraverso l’immagine di vecchie foto che qualcuno ti ha scattato nell’intento di fermare il tempo e restituire ricordi. Così a volte rivivo fatti di cui mi hanno parlato ma, che nel mio intimo, non trovano quelle emozioni che provo nell’averle vissute di persona. Sono comunque piacevoli come la narrazione di favole.

            Nei miei ricordi ti parlo e ti rivedo piccola, magrolina con due treccine intirizzite fermate da fiocchi rossi. E’ inverno, fa freddo, fuori nevica. Nella piccola cucina, la famiglia è al completo: nonno, babbo, mamma, Paolo tuo fratello più grande di te di ben otto anni… c’è anche il gatto Nanni che ronfa piacevolmente.

            In un angolo vicino alla finestra un piccolo pino addobbato per il Natale spande un buon odore di resina. Ti senti felice e al sicuro nel tuo piccolo mondo. Si parla, si scherza, tuo fratello racconta barzellette e tutti ridono. Poi il nonno prende la tombola e il gioco comincia fra numeri e battute e ballar di fagioli che proprio non riescono a star fermi nelle caselle. E vai si ricomincia con la lettura di controllo: cinque, settantasei, ottantuno ecc. ecc.

            La fortuna dei ricordi è che possono fare enormi passi, scavalcare anni, passare dall’inverno all’estate e, come per miracolo, ti ritrovo al mare a Tonfano con tanta gente, zii, cugini, parenti…Di prima mattina lo zio Marcello che ha la passione della lirica canta a tutta voce “Lola è fuggita…” ti sveglia. Non hai voglia di andare sulla spiaggia, troppo immenso quel mare, troppo piccola tu.

            In seguito cambierai idea, ma quel senso di timore continuerai a ricordarlo ogni qualvolta un’onda accarezzandoti i piedi ne porterà via la sabbia. Son volati gli anni, sei cresciuta, invecchiata, hai superato cose e prove che vuoi solo dimenticare. Fortunatamente rimangono vivi nella tua mente fatti, episodi, sensazioni, piccole grandi cose che ti aiutano ancora a sorridere.

Ciao bambina cara: Patrizia

La bambina – di Patrizia Fusi

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Ciao, come stai, è tanto tempo che non ti cerco, come ti senti in questo periodo, io mi sento non bene nel fisico e nella mente, per tutto il male e il terrore che c’è nel mondo, fra guerre e sterminio di  popoli.

Gli uomini non hanno empatia fra di loro, alcuni di loro sono diventate  bestie feroci, questo mi fa paura.

Questa bestia feroce sta venendo fuori in tanti esseri umani .

Ho paura di avere dentro di me una bestia che dorme che potrebbe esplodere.

Ora non voglio più pensare a questa tristezza, voglio parlarti e ricordare di quando si giocava da piccoli con il nostro gruppo di amici, passavamo dei pomeriggi a fare giochi semplici che si facevano con niente, pietre, filastrocche, mani, palla, corda, barattoli di conserva, fiori, piste con tappini delle rare bibite di allora, segni per terra.

Richiami cari delle mamme.

Profumi di mangiari semplici ,eseguiti con cipolla e altre verdure, fatti cuocere lentamente che emanavano un profumo delizioso, cucina povera fatta con amore dalle mani sapienti delle massaie di allora.

Ora ti chiedo e spero che tu mi possa aiutare a superare questo buio che alcune volte vedo intorno a me e sento dentro.

Ieri ti ho cercata e siamo andate insieme a fare una passeggiata nel solito nostro posto.

Il sole tiepido del pomeriggio ci accarezzava, il fruscio delle fronde degli alberi, lo scorrere dell’acqua il canto degli uccelli , i gorgheggi erano di varie intensità, dolci,  armoniosi , striduli, acuti, formavano una strana sinfonia.

L’erba era di un bel verde brillante con tanti piccoli fiori gialli e rosa che sentivano l’arrivo della sera e tendevano a chiudere le corolle, tutto si muoveva dolcemente sotto la carezza dell’aria .

Mi ha fatto piacere ritrovarti, mi sono sentita bene insieme a te, a presto.

Sei rimasta, Bambina: Stefania

Bambina con Bambini intorno – di Stefania Bonanni

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Da giovedì parlo con la bambina che è in me con consapevolezza. Lei non se ne è andata, perlomeno lei. Sono riuscita a trattenerla, e non è stato facile. Quando sono franate le montagne e le macerie hanno ricoperto tutto, la bambina ondeggiava come un palloncino, mantenuta solo da un filo fine fine stretto in un pugno indeciso , spesso tentato dal bisogno d’evadere, di lasciare che tutto se ne andasse. Non è successo, ed ora si, finalmente lo so, che il mio faro sono stati i bambini. Quelli miei, con le poesie della Franci e gli abbracci di Ricca, poi trasformati nella stessa modalità nei nipoti di oggi, quelli di allora, la mia bambina splendente ed il bambino di Paolo, che l’ha presa per mano allora e la stringe ancora. E’ stata una buona compagnia. Il ragazzino birbone con le ossa che sembravano voler uscire da tutte le parti, mi ha fatto tanto ridere. Non ricordo noia, piuttosto discorsi strampalati e risate scandalose, in momenti nei quali ridere significa “non importa, ce la farò lo stesso, oppure smettila, non ti prendere sul serio”. E poi una valanga di amore, affetto, bene, tenerezza, passione. Sono una donna molto fortunata. Quella bambina splendente è stata ben nutrita.

Non aveva consapevolezza di sé quella bambina, per fortuna. Ripensarla e’ un po’ renderle giustizia. Si vedeva magra, troppo mora, con i baffi, però sapeva che negli occhi degli altri diventava armonia. Negli anni in cui tutti hanno complessi legati al fisico che cambia, lei aveva  intorno stuoli di ragazzetti che pendevano dalle sue labbra. All’ uscita di scuola poteva scegliere, a volte ce n’erano tre o quattro. Paolo, sempre.

Lei era brava a scuola, corteggiatissima, molto amata a casa, sguazzava in un mare di dolcissimo miele, senza mai rimanerne invischiata. Era già un po’ disillusa, come se non si fidasse di sé. Volava basso. Voleva solo amore vero. Tutto il resto non le interessava.

E’ stata una donna felice, una ragazza felice, una bambina molto felice. Era tutto lì davanti.

Sembrava a portata di mano. Bastava ciondolarsi un po’ e si poteva acchiappare, quel futuro morbido come un tappeto . Ci si potevano fare capriole, al sicuro. Poi, presto, ha capito. Che tutto ha un prezzo, che dentro c’è buio, che la fatica a volte annebbia i pensieri, che la paura ha vita autonoma e molta fame. Ma nella mano,quella che ancora funziona, ha sempre stretto piccole dita magre con la terra sotto le unghie mangiucchiate, e , per ora , ce l’abbiamo fatta. Ora che il futuro e’ passato.

La bambina Stefania

Grazie Bambina – di Stefania Bonanni

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So che ti devo ringraziare per non avermi lasciata da sola in questo mondo di grandi.

Mi piaceva essere te, sognare i tuoi sogni colorati, farmi i codini, avere le ginocchia sbucciate ed un mare infinito di possibilità, davanti. Mi piaceva crescere, ma non ne avevo la fretta che sentivo negli altri. Era come se lo sapessi che una volta grandi non si tornava piu’ indietro.

Ed allora ho stretto forte le mani intorno a me, ogni volta che mi e’ capitato, convinta che avrei sentito chi avesse quella stessa mia voglia del mondo da bambini, con gli occhi spalancati, e la lingua tra i denti dei bambini che si concentrano.

Ho stretto pensieri, istinti, voglie, sogni e colori, e mi sono persa nelle fantasie bellissime dei bambini che ho avuto la fortuna di veder crescermi intorno, e questo e’ stato un grande aiuto.

 Non era facile ammalarsi, invecchiare, e mantenere nel cuore un mondo altro, fatto di un solo livello. In quel mondo si ama senza giudicare né dubitare, ci si diverte con poco, si ride da morire dal ridere, si canta con la gola spalancata, si dice tutto quello che si pensa, e nessuno si sognerebbe di demolire le fantasie arrampicandosi in spiegazioni e teoremi.

Si puo’ guardare il cielo e chiedersi serenamente se siamo sicuri che lassu’ sia cielo e quaggiù mare, o potrebbe anche essere al contrario, e quelle nuvole bianche essere schiuma di onde. Oppure guardare in su, e si guarda sempre in su, e chiedere come e’ possibile che ci siano nascosti tutti quelli che spariscono da quaggiù.

E chi risponde lo fa seriamente, non si prendono in giro i bambini, e cerca di dare le risposte oneste e serie che il ragionamento merita.

E quando alla domanda classica: “cosa farai da grande”, la risposta e’ stata: “il dottore mai” Perché? Perché se i dottori fossero bravi sarebbero capaci di guarire tutti e non avrebbero clienti, ed io non voglio essere un cattivo dottore” Logica inappuntabile.

Non ci sono sotterfugi, nel mondo dei bambini.

Non è facile invecchiare senza diventare adulti.

Ti terrò, bambina, sempre piu’ vicina.

Ciao, bambina con le trecce: Cecilia

La Bambina – di Cecilia Trinci

Ti vorrei tirare quelle trecce lunghe, magari appena fatte da quella  nonna che intrecciava  tre ciocche per volta,  con gesti sicuri, senza tirare, senza fare male, con le sue mani grandi come lei, che sapevano fare di tutto, dai ricami delicati al croccante bollente che rovesciava da un pentolone sul piano di marmo di cucina, dalla pasta stirata a mano per i ravioli, ai vestitini di cotone o le mille creazioni di lana. E tu, Bambina silenziosa, mi guardi ancora con occhi che scattavano immagini per non dimenticare mai. La leggerezza di una nonna grande, il silenzio ricco di un nonno malato, la cucina piena di gente che tu vedevi sempre felice anche quando scoppiettavano scintille da eccessivo attrito. Ti vorrei tirare quelle trecce lunghe e giocare ancora con quella sorellina bionda, con gli occhi dorati come schegge, nella cucina  piena di fuoco di legna e risate di pancia, odori di farina, di resina e burro. Le sedie erano treni in partenza, capanne sulla spiaggia, casette nel bosco. Si muovevano in cerca di scenari. Ma dove sedevano i grandi, mentre le sedie si coprivano di teli e coperte per farne tetti e foreste? E poi “si diceva” e “si faceva” e la cucina si apriva in mari solcati da pirati e bambini sperduti, e c’erano tempeste in cucina e bonacce improvvise e barche che ondeggiavano travestite da cesti di vimini, e bocche di fuoco che il nonno apriva per riempire di legna la stufa e i panni sopra ad asciugare come vele di vichinghi in esplorazione.

Calava dall’alto la merenda, appena cotta sul fuoco o i ditali ripieni di farina di castagne che non si sapeva mai come svuotare. Ti vorrei tirare quelle trecce lunghe,  silenziose, consapevoli, quasi contenessero presagi di qualcosa che non doveva ma che poteva arrivare.

Come stai bambina?: Rossella G.

Ciao, come stai? – di Rossella Gallori

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…appare all’ alba, di un giorno di poche ore fa,su Google, tutto maiuscolo, bello da vedere, ed io ci credo:

CIAO COME STAI, PENSAVO A TE, ROSSELLA!

Leggo e comunque ci voglio credere, ancora una volta “ scema” ancora una volta” esclusa”

MA  DICI A ME? DICI A ME? EHI CON CHI STAI PARLANDO? DICI A ME?… ( Taxi driver de niro )

E sogno, senza esser De Niro, mi sveglio quasi bruscamente, scopro che è pubblicità, il messaggio è fasullo, finto, come la domanda, la considerazione: comestaipensavoate, ad una me con il mio nome, che non ero io, ho pensato fossi tu che mi cercavi, che avevi bisogno di me!

Allora  ti scrivo,

rivedersi…meglio di no, conserviamoci così, in un ricordo bello, un po’ siamesi, un po’ matrioska un po’  UNA sola, due a righe a te che sei me, a volte Rosy, Rossellina, Cocca, Lella e ancora Ross……ma come ci chiamavamo?

Ciao, come stai?

Ecco io sto così così, da quasi sempre, un pò in bilico, se tu sei me potremmo fare a chi cade prima, ricordi vero, quando si è rotta l’asse d’equilibrio,il giorno, l’ anno, il mese!

Se solo fossimo saltate insieme, tenendoci  strette per mano,  ci saremmo fatte meno male…

 invece ci siamo lasciate, ed il pavimento della palestravita era duro, poco ospitale….

Come stai?

Proviamo a saltare di nuovo?

Forse

Ti vorrei portare in un posto, che ancora non so quale, ci vieni?

Ci vengo!

Ti fidi?

Mi fido!

Eppure ti ho tradita spesso!

Lo so e rischio ancora una volta.

Ti vorrei accarezzare, me lo permetti?

Nooooooo

Ora non ho dubbi, sei proprio me, ti riconosco.

Siamo noi, io e te!

Ma lì dove sei, ti trovi bene?

Ci sto e basta, non cammino, non so andare oltre, non ho gambe, non ho piedi, camminare con il culo è pesante difficile…poi per andare dove?

Ma la voce?

È poca, è alta a volte troppa,  spesso impercettibile ai più, si abbassa, si alza, si perde, si annulla…tu parli?

Io si, tantissimo, in un silenzio velato di grida, qui dal mio lettino!

Sempre quello piccolo, basso, di un acciaio un po’ vissuto?

Si quello, con la rete azzurra che noi volevamo rosa.

La ricordo, rete da maschi, andava giù mi schiacciava le manine, non capivo che potevo fuggire…

Si Rosy, poi tornava su e ci proteggeva.

Non ricordo che tornasse su. Ricordo il materasso: cric croc

Era vegetale!

Solo foglie secche, di altri corpi neonati!

E quando abbiam   camminato? Tu cadevi,  io no.

Cadevo sempre, per farmi riprendere da mani forti, per farmi dare un bacino sulla” bua” troppe cadute, pochi baci.

Non c’ era tempo.

C’ era tempo, c’era….

Se per te è meno doloroso, diciamo, che non c’ era orologio, non c’erano ore, minuti.

Lacrime.

Sempre lacrime e capitombolo, per finta e per davvero.

Quindi, COME STAI?

Non lo so,  tu?

Hai sempre l’ abitudine di rispondere con una domanda, per trasformare la verità.

Quale domanda, come stai?….

MA DICI A ME, PROPRIO A ME? MA CON CHI STAI PARLANDO? Ed ora sono De Niro, tu chi sei? Ci conosciamo?

Io sono te, tu sei me, ora la rete del lettino è  sbiadita, anche lei invecchiando ha perso il suo colore…..ciao Rossella a oggi…..

Come stai bambino?: Sandra

IL BAMBINO CHE E’ IN NOI – di Sandra Conticini

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Ciao caro amico mio, mi stai seguendo da quando sono nata, ma ti conosco così poco, vorrei conoscerti meglio.

Come stai?

Spero bene e che tu sia contento di come ti ho trattato in questi anni. Ho cercato di fare del mio meglio, ma non so se ci sono riuscita.

Purtroppo devo dirti che non sono contenta di  te  perchè da piccola mi hai fatto sembrare sempre  una bambina frignona, cattiva e prepotente.  Gli aduti non mi capivano e te  ancora meno, come mai?

– Per forza, un po’ bizzosa lo eri, e poi, facendo il confronto con bambini maschi più tranquilli, te con un carattere deciso e forte, ne approfittavi.

– Ma che dici, è sempre stata una forma di difesa, perchè questi atteggiamenti nei miei confronti mi hanno resa insicura. Non immagini quanto sono stata male pensando che i miei genitori non avessero fiducia in me. Sì un po’ discola sono stata, ma cose da ragazzi di quei momenti.

– Non è che loro non avevano fiducia in te, non te lo dimostravano e poi, in quel periodo i genitori non potevano spogliarsi del loro ruolo.  Comunque, quando sono diventati più fragili e te una persona adulta, sono riusciti a dimostrartelo abbondantemente.

– Si questo è vero, sono contenta che ci siamo capiti, forse grazie anche a te.

Da piccola qualche coccola mi è mancata, ma per loro sarebbe stata una debolezza.  Comunque sono contenta di aver avuto dei genitori così, sempre presenti, a volte anche troppo, e in ogni occasione ci sono sempre stati .

Ma te come sei stato con me?

Sarei stato bene, non fosse perchè ogni tanto ti arrabbi, non conosci storie, brontoli forte e io mi impaurisco. Se fossi un po’ più ragionevole e calma si starebbe meglio tutti. Dovresti prendere la vita come viene, con meno ansia, pensando al presente invece che sempre al  futuro, così anche io mi potrei un po rilassare.

Mi piace quando sei in compagnia, ridi e scherzi, così anche io posso dimenticare un pò di quella tristezza  che ogni tanto ti passa per la testa.

Devi riuscire a goderti la vita perchè è una sola e dietro l’angolo ci potrebbero essere sempre delle belle sorprese!

– Grazie amico senza nome cercherò di seguire i tuoi consigli e di non pentirti di me. Un bacione

Il bambino dentro: Daniele

Il pargolo che ho dentro, spesso accompagnato – di Daniele Violi

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Giornata assolata, tipica mediterranea in Calabria. Sulla spiaggia di Bova Marina, quasi intorno mezzogiorno, in piena estate, la luce e il calore avvolgono senza confini due figure che si muovono camminando lungo il mare. L’idea condivisa da entrambi è di poter raggiungere via mare, un altro paese sempre sul mare a 5 km, dove una casa ci aspetta e una tavola apparecchiata con piatti fumanti di pesce cucinato, anche. Questa idea stimola la visione del percorso, un percorso che inevitabilmente decide una delle due figure. È mio Padre; allora già ferroviere, lo ricordo con tanto di camicia aperta, con sotto canottiera bianca come panna, che poi ad un certo punto, sempre camminando sulla sabbia, mi dice:  Daniele faremo il percorso per raggiungere la Marina di Palizzi, camminando lungo la ferrovia che costeggia la spiaggia; evitiamo di arrovellarci e di “” sbarrogarci “” , stare a confondersi, ad affrontare la scogliera e sicuramente con una direzione più lineare, saremo presto a casa. Io manco ci penso su, subito, non mi pare il vero. Io già 10 anni sicuri, già improntati ad emulare e essere pronto alle decisioni degli adulti. Mio Padre che, senza timore e con la voglia di ripetere, magari, quello che i suoi ricordi d’infanzia gli tirano fuori.

Allora si parte; già poco dopo, ed io a tenere il passo di Placido, camminando sulle traversine, nel mezzo dei binari, ci troviamo di li a poco in galleria. In galleria però nel giro di poco, anche una littorina che si stava avvicinando, voleva esercitare il suo compito. Mio Padre allora, mi prende per mano e insieme dentro una garitta che ci accoglie. Uno spazio laterale che serve a protezione in galleria. Passa la littorina, una littorina diesel; passava l’anno 1966, anche quelle più moderne allora, erano puzzolenti e rumorose. Usciti con soddisfazione di tutte e due, abbiamo camminato per quasi un’ora. Nel mezzo di questo tempo, ancora un treno merci lungo, che invece ci ha fatto sostare per diverso tempo nei pressi di una casa cantoniera abbandonata. Mi ricordo che contando i vagoni, sarò arrivato a oltre 100 di numero.

Siamo poi comunque arrivati a casa. Mio Padre con parole tra il Calabrese e l’Italiano, ricordo poco prima, mi fece capire che raccontare la nostra avventura, non sarebbe interessato a nessuno.

Allora quando riflettendo, mi devo rivolgere alla parte di Pargolo che è in me, lo trovo sempre in compagnia, in compagnia dello spirito del Pargolo di mio Padre.

Io-Bambina di Rossella B.

Cara Io-Bambina – di Rossella Bonechi

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Scusa, ho fatto tardi anche questa volta, è tanto che aspetti? 

Dai, non darmi le spalle, girati … guardami … sorridimi!

E perché dovrei? Ti sei dimenticata di me! Hai lasciato che chiamassi, che implorassi, ho persino pianto arrampicandomi sul cuore. Ora lasciami sola, come hai fatto da tanto tempo, relegandomi nella scatola delle foto fino a farmi sbiadire.

Hai ragione io-bambina, ragione su tutto, ho creduto che crescere fosse sperderti nel tempo come chi abbandona i cani in autostrada. Ho creduto che doveri, legami, amori e dolori fossero i mattoni della mia vita e non mi sono accorta che invece tutto poggiava sulle tue piccole spalle.

Vieni, io-bambina, facciamo la pace, dammi modo di consolarti, di riconoscerti; ora so che solo cercando di guarire le tue ferite posso sopportare le mie. Lasciati abbracciare piccola io-bambina e soprattutto lasciati ringraziare per non avermi abbandonata, per aver mantenuto memoria dei nostri sorrisi innocenti, per avermi suggerito capriole e buffonate quando mi sentivo stritolata di serietà.

Dammi la mano io-bambina e raccontiamoci tutto il tempo a venire.

Ti vedo che ora hai voglia di ridere e io ho voglia di sedermi accanto a te, dimentichiamoci e ritroviamoci con tenerezza adulta e stupore bambino.

Da una frase un pensiero: Annalisa

“Mi piacciono le persone ferite, quelle che hanno paura. Mi piacciono perché pensano di non essere speciali ed invece non sanno che sono le persone migliori”

Le ferite – di Annalisa Faleschini

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Le emozioni, le sensazioni: gioia, stupore, meraviglia…voleva impossessarsi di tutte.

Invece incappò nella paura che la protesse e la incoraggiò come una leonessa.

Non le crebbe, però, il pelo sullo stomaco!

No, rimase pura, con gli occhi buoni, nei quali ci si poteva ancora tuffare.

Certo, la pelle incerottata e l’anima frastagliata lasciavano passare il vento, quello freddo, del nord, ma pure lo scirocco ed il phoen!

Come calda copertina per l’anima riscoprì il valore degli affetti. Si scaldò con le amicizie.

Affilò le unghie, quelle sì.

Attinse sicurezza dalle sue paure. Sconfiggendone i fantasmi o chiudendoli in vecchi armadi con serrature a chiavistello.

I forzieri delle sue certezze, ora, avevano una falla, ma la riempì di oro, quello del suo coraggio.

Da una frase un pensiero: Rossella B.

Mi piacciono le persone ferite…..” – di Rossella Bonechi

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Non sono sicura che le persone ferite siano le migliori ma certamente nessuno è stato risparmiato. Capita che ci si ferisca camminando sulla schiena irta di cocci di bottiglia di quel muretto che è la Vita: quando si procede senza guardare bene, quando l’al di là del confine è un canto di sirena, quando le gambe stanche perdono il ritmo giusto. Poi, tutto dipende dal danno, dalla rimediabilità; ecco, più che piacermi le persone ferite rimango ammirata dalla capacità di ricucire il danno. C’è chi usa un punto stretto stretto  nell’illusione che da fuori “non si veda più nulla”, chi invece usa un filo di colore contrastante per dire ” lo strappo non c’è ma la sua traccia è visibile”; c’è chi invece butta via tutto senza nemmeno tentare, via dentro la pattumiera lo squarcio e lo squarciato.                                                                                            Penso che le persone ferite possano tirare fuori il meglio di sé quando sanno trasformare un graffio profondo in sensibilità, quando guardando la rottura nasce la tenerezza anziché la paura. Ma non è affatto facile, ecco forse perché chi riesce può sembrare migliore. Va comunque rispettato chi si chiude in un tubo di gomma per farsi scivolare tutto addosso senza bagnarsi più, per ripararsi da altri colpi, per attutire lo strepitìo, ad ognuno il suo modo.

Poi ci sono quelli che diventano carogne, incattiviti, arrabbiati con il mondo che ha disseminato di cocci taglienti il loro bel muretto dritto. Da loro, se si può, bisogna guardarsi perché il sentimento di rivalsa non guarda in faccia. Anche loro hanno ferite all’origine della voragine? Sì, ma questo è un discorso da Samaritani che appartiene ad un altro capitolo.

Allora, che dire? Camminiamo tutti in fila sul muretto tenendoci per mano, forse l’equilibrio è assicurato e può arrivare qualche grido d’avviso su un vetro un po’ più a punta. E’ una visione semplicistica e bucolica? Può essere, ma bisogna avere anche il coraggio di passare da banali sempliciotti se quei vetri vogliamo farli diventare stelle trasparenti attraversate dal Sole.

Sì, chi supera le proprie ferite è migliore perché ha il coraggio della  semplicità.  

Da una frase un pensiero: Carla

“Mi piacciono le persone ferite, quelle che hanno paura. Mi piacciono perché pensano di non essere speciali ed invece non sanno che sono le persone migliori” (Vasco Rossi)

Non l’ho mai detto – di Carla Faggi

No, non ho scritto mai niente di tutto ciò!

E perché? Mi chiedo adesso.

Forse perché non ho avuto paura o non ricordo di averla avuta?

O forse non penso di averne avuta abbastanza da doverla raccontare?

O perché potrebbe non interessare?

Quella storia è una storia lontana con tutti i contorni, le cornici, i tradimenti, l’abbandono e con il voler fare testardamente tutto quello che non si doveva fare.

Potevo seminare dolore ma sceglievo sempre la spregiudicatezza.

Passavo sopra a tutto e a tutti per fare ciò che non andava fatto.

Quando me ne sono accorta ho abbracciato i miei genitori, le mie sofferenze di oggi sono il non averli protetti ieri.

No, non ho scritto mai niente di tutto questo!

Da una frase un pensiero: Rossella G.

Mi piacciono le persone ferite, quelle che hanno paura. Mi piacciono perchè pensano di non essere speciali, e invece non sanno che sono le migliori. (Vasco Rossi)

Mi piacciono le persone ferite ( perché sono come me) – di Rossella Gallori

Scorreva il sangue, lento, né rosso né blu, violaceo  grasso e viscido, come un cielo incazzato, come un ramo spezzato, come parole morte in gola.

Paura sempre .

Ed un giorno fui fagotto, pacco, cubo di polistirolo, ferma in un  deposito postale, senza destinatario, senza mittente, la stanza buia senza finestre, non illuminò lo spago sfilacciato, il timbro sbiadito scaduto da anni ed incolore.

Poi una voce, quasi un canto: Mi piacciono le persone ferite…

Mi sento viva per un attimo, ma la porta non si apre e la giovane infermiera delicata e bionda, si allontana  ignorandomi, cerca ferite più semplici, meno profonde.

Nessuno vede la vecchia scritta: PACCHI NON RITIRATI.

Ed io giorno dopo giorno, scado  ma non cado ed aspetto, senza sorrisi di zucchero, senza lunghi capelli da far ondeggiare, senza tacchi, senza trucchi.

Speciale è chi sa, chi è curioso, chi legge, chi viaggia, chi mangia vita  a morsi, chi sogna a colori, chi segna goal, chi sospira.

Io respiro, nemmeno sempre… perché ho paura e la paura è apnea……

Da una frase un pensiero: Sandra

UNICA – di Sandra Conticini

Mi piacciono le persone ferite, quelle che hanno paura. Mi piacciono perchè pensano di non essere speciali, e invece non sanno che sono le migliori. (Vasco Rossi)

Sono speciale, perchè non lo  voglio capire?

Si dice che ogni persona è speciale, a me sembra di essere come tutti, due mani, due piedi, due gambe, una testa un po’ bacata, ma che per ora più o meno funziona.

Certo il carattere non è dei migliori.  Mi arrabbio facilmente ed ho diversi difetti che non riesco a migliorare, ma anche quelli fanno parte della mia singolarità.  Non mi sono mai piaciuta anche se a periodi riesco ad accettarmi come sono, con le mie paure, e la mia storia. La vita di ognuno di noi è diversa è inutile voler essere come gli altri, perchè il bello è  l’unicità, che noi stessi non vediamo,  che ci rende speciali.

Non voglio più  pensare di sbagliare ad  essere me stessa, perchè è questo che mi valorizza.  

Da una frase di A. Munro: Gabriella

Le bollicine eccitate – di Gabriella Crisafulli

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Cercò di metterci una pietra sopra ma quella si rifiutava di fare da coperchio al passato

La bottiglia era nel cestello del ghiaccio

Il vetro sudava gocce scintillanti:

prometteva un’euforia contagiosa

prometteva una felicità effervescente

prometteva di cancellare quel che si voleva dimenticare

Intorno a lei sguardi di desiderio

Era una promessa di benessere

Ma le bollicine erano eccitate da tanta attenzione e il tappo vacillò

non fece più da coperchio al passato e sbottò con gran fragore