Reazione di Stefania

Scambiami per un tuo pensiero – di Stefania Bonanni

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Scambiami per un tuo pensiero. Un difetto nella tua smemoratezza, un inciampo.

Posso trovare un senso per me. Posso sapere che davvero faccio parte di te.

Certamente ci sono, nei tuoi pensieri. Sono quello che mette in dubbio. Faccio capolino ogni volta che non puoi fare a meno di dire “secondo me”. Io che non ho nessuna certezza, né teorie, né ricette. Che tendo a approssimare, reagisco d’istinto, so che sono un tarlo, per te. Un pensiero sbilenco, un’idea strana, sulla tua strada diritta.

A volte inciampi, nei miei soliloqui. A volte non senti,  a volte non capisci, a volte dico stranezze e le capisci benissimo. Quello che davvero non vuoi capire, e’ che per me mantenersi strani, curiosi, sognatori, fantasticare, ricordare, e’ vivere bene.

Quando ti racconto cose, progetti, aspetto la tua reazione. Ogni volta che dici “bello” “va bene”, per la verità mai, comunque lascio perdere. Segno che e’ cosa banale, scontata, di quelle che non significano nulla, che stanno bene a tutti. Ogni volta che rispondi: “ma sei matta? Solo a te poteva venire in mente!!” Ecco, allora ci comincio a pensare. Quando a te piacciono solo le cose che dicono tutti, e a me solo quelle che nessuno dice, ecco allora siamo proprio sempre noi: Io e te.

Reazione di Rossella G.

Scambiami per un tuo pensiero… – di Rossella Gallori

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Scambiami con qualcosa di buono, con qualcosa che veramente ti sia utile.

Per un tuo pensiero ho perso sonno, ho perso vita, caramelle di miele, dolci di sogni prive di carta.

Un difetto nella tua smemoratezza mi hai dimenticata, io buccia sciupate, tu spicchio sano…insieme succo.

Un inciampo che non ci vide cadere, ci ammaccò il corpo, nessuno ci riconobbe, nemmeno noi ci riconoscemmo, le cure non bastarono.

Noi amanti liquidi,  noi amanti inutili,  noi senza prezzo, senza letto, senza senso, due scritti male su libri mai letti, impastati di notte, lievitati in una alba che ci vide cotti , quasi bruciati….

Non commestibili

Reazione di Daniele

L’asino quieto – di Daniele Violi

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Hai motivato le tue impressioni, cercando di elencare aspetto per aspetto, ti sei dilungato a programmare sintesi con analisi che sono comuni e banali.

Rispondimi con l’asino che cammina quieto nella vigna, per il percorso che lo porta a superare, sulla sua passeggiata pomeridiana, un susseguirsi di piante che gli sono capitate e che lui considera profumate e gustose.

Reazioni di Lucia

Piangono le nuvole – di Lucia Bettoni

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In questo mondo liquefatto
trema la terra e piangono le nuvole
Gli uccelli hanno perso le ali
Grida di dolore fendono l’aria
E’ sufficiente una piccola urna per raccogliere le ceneri di una umanità dissolta nel nulla
Fiumi di fango attraversano i deserti
Aggrappati alla luna
Graffia la luce dei tramonti rossi
rossi come sangue e nonostante tutto vivi
Cingimi le mani intorno alla vita fino a farmi male
Cingimi la vita e fammi saltare, ballare, urlare, fino a spezzare quell’urna in mille pezzi

Schegge impazzite di luce
illuminano quel che rimane

Reazione di Luca

La vigna che guarda – di Luca Miraglia

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Rispondimi con l’asino che cammina quieto nella vigna

(Chandra Livia Candiani)

Seduto sul limitare del filare che guarda ad occidente, annusa la luce del tramonto incipiente per decifrarne gli auspici per il giorno che verrà, mentre una lieve brezza scivola tra le rughe del volto ed i solchi scuri delle mani, calmando  la tensione e la fatica del giorno passato.

L’amico bigio e quieto se ne sta vagando lento per la vigna in attesa degli ultimi passi verso il comune e sicuro rifugio per la notte.

Reazione di Elisabetta

DOMANDE E RISPOSTE – di Elisabetta Brunelleschi

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– Rispondimi con l’asino che cammina quieto nella vigna.

Ti ringrazio per questa passeggiata nella natura, guarda laggiù, c’è un asinello che cammina nella vigna. Avviciniamoci, il suo andare mi trasmette tranquillità.

Non so perché l’asino sia stato associato alla stupidità, alla testardaggine e anche alla pigrizia in realtà è un animale mite, paziente, datato di ottima memoria. Pensa che ricorda i percorsi e le persone. Davanti ai pericoli si ferma e non scappa. Per secoli nelle campagne è stato insostituibile compagno di lavoro dei contadini.

Con l’avvento della motorizzazione ha rischiato la scomparsa. Ma oggi molte razze sopravvivono grazie ad allevamenti che lo valorizzano come animale da compagnia, e anche per l’onoterapia e la produzione del latte.

– Rispondi col semaforo che resta rosso come il sangue nonostante tutto, vivo.

Se resta rosso può darsi sia guasto oppure regolato con tempi più lunghi, magari a favore di un’importante strada a scorrimento veloce!

E allora mentre aspetti con pazienza l’arrivo del verde puoi immaginare che da quel tondo sgorghino fiotti sangue, lingue di fuoco, un bicchiere di Barbera o una dolce colata di marmellata fragole e lamponi.

– Rispondi con gocce che bussano ai vetri.

Che bello ascoltare il ticchettio ritmato della pioggia e starsene lì a osservare i rigagnoli che dai vetri scendono veloci verso il davanzale.

Ma che succede? Il cielo è azzurro e le gocce continuano!

Ah, è sempre lui, l’amato mattacchione che si ostina a chiamarmi con spruzzi di pistola ad acqua sui vetri di cucina.

– … bucato che cade in cortile.

Attenzione però a non scambiare lo sgocciolio del bucato steso sul terrazzo con le gocce di pioggia. Le lenzuola che scolano suscitano le comprensibili proteste dell’inquilina del pian terreno.

–  … vaso che va in mille pezzi felici.

Non so dire se i pezzi del vaso son felici, so dire però che io sono felice.

Era un vaso anonimo, di poco valore, poggiato da anni sul primo ripiano della libreria e voltato in modo da nascondere l’incrinatura che si allungava dal bordo alla base. Desideravo la sua fine, speravo in una cauta accidentale, che però mai avveniva.

Così un bel mattino, mi sono decisa, l’ho afferrato e l’ho buttato io sul pavimento. Poi, mentre guardavo i tanti pezzi grandi e piccoli sparsi tutt’intorno, mi sono sentita pienamente felice.

Che soddisfazione, finalmente mi ero liberata del vecchio, della polvere e di tutto l’inutile racchiusi dentro quella insulsa ceramica fiorita.

– Scambiami per un tuo pensiero, un difetto nella tua smemoratezza, un inciampo.

Sì, io sono un tuo inciampo, un difetto che non sai come correggere, e allora dimenticati di me. E in questa tua smemoratezza restaci per sempre, così se per caso c’incontriamo non perderemo tempo a salutarci.

– Come una frase inutile che scappa fuori maldestra e fa un’aria nuova

Una bischerata qualsiasi detta la momento giusto può sdrammatizzare il mondo!

Aria di mani intorno alla vita, aria di ballo.

Altro che aria impalpabile ed evanescente, quello che sentiva era il caldo morbido di due mani poggiate sui fianchi! E da quelle mani vere si lasciava trascinare nei volteggi del ballo.

Reazione di Carla

Mi sono stancata – di Carla Faggi

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Mi sono stancata, non voglio più ascoltare,

c’è chi non capisce, c’è chi vuol sapere,

c’è chi non ascolta, c’è chi non ha capito,

c’è chi vuol solo domandare e non gli importa della risposta.

Mi sento vaso e ho bisogno di cadere ma non cado ancora, mi limito a bussare ai vetri ma non mi sento goccia, voglio cadere ma sono solo un pensiero che tu non vuoi assimilare, forse sono solo un inciampo. Ti chiedo allora le tue mani attorno alla vita e di farmi ballare e poi sarò finalmente un vaso che cade in mille pezzi felici.

Incontro del 19 febbraio 2026: Chandra Livia Candiani – versi evocativi

Dopo aver cercato di evolvere sui personaggi in cerca di una storia, condividiamo le emozioni ispirate ad alcuni versi scelti qua e là dal testo: La bambina pugile di Chandra Livia Candiani

  1. Rispondimi con l’asino/ che cammina quieto nella vigna

2. Rispondi/ col semaforo che resta rosso/ come il sangue/ nonostante tutto/ vivo

3. Rispondi con gocce/ che bussano ai vetri/ bucato che cade in cortile

4…vaso che va in mille/ pezzi felici

5.Scambiami per un tuo/ pensiero, un difetto/ nella tua smemoratezza/ un inciampo

6.Come una frase inutile/ che scappa fuori maldestra/ e fa un’aria nuova

7.Aria di mani/ intorno alla vita/ aria di ballo

La magia delle storie che creano altre storie: il Circo felliniano di Rossella G.

TI PORTO AL CIRCO – di Rossella Gallori

(ispirato alle storie create dai quattro personaggi)

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…DAMMI  LA mano, la mia più vecchia di anni La tua più giovane di tempo, vuoi? puoi?

Saremo accaldati, procederemo lentamente, ci fermeremo a tratti per vedere lo splendido panorama.

Vieni andiamo al circo, il tendone è la, sembra una mongolfiera!! C’ è un orso di finta pelliccia…candido e poco minaccioso, più avanti alla cassa i quattro moschettieri pronti a difenderci da ladri e malfattori imbucati.

Lo so hai bisogno di silenzio per ascoltare i tuoi pensieri…ma oggi è la mia festa, la nostra festa: il circo babbo, il circo!

Cosa ci porterà questa bella sera d’estate, me lo ripeti ancora?  Al circo, al mio circo, poi cena al chiar di luna, ti prometto non indosserò il  mio broncio infantile. Tu avrai occhi color pioggia solo per me, insieme riusciremo a cambiar tutto: la moralità, le religioni, la scienza…vieni babbo andiamo, al circo ci siamo noi, i fantasmi non esistono.

I  nostri passi lasceranno il segno  sul sentiero di  di talco impalpabile, polvere rosata, piccole tartarughe ammaestrate saliranno sul filo, loro equilibriste nate, ci saluteranno con sguardi piccoli ed ammiccanti.

Ti stanno spingendo? Tranquillo siamo solo noi, ha smesso di piovere, l’altoparlante tace, la tensione è palpabile cresce di minuto in minuto…il mio circo, il nostro circo.

Ho voglia di caldarroste, Ballotte, nooooo non mi piacciono lo sai. La proposta ti sembra strana ed inaspettata? Noi NO non ce lo siamo detti mai, noi musica celeste noi due un fiume, mi volevi fiume e fui fiume. Ed in quel fiume abbiam pescato…poi tu sei andato via con la pioggia, lasciandomi doni per continuare a vivere.

 Guarda laggiù c’ è Amelye, la vuoi conoscere? Te la presento se vuoi…cosa c’è? Il mondo si ferma!

Cosa succede, non vuoi? Non importa,

Non vuoi essere visto? Ti capisco.

Ti piace la suora sul cavallo?

E la streghetta ristretta?

E la musica?

È il mio circo, io non canto, non ballo, ho poco equilibrio, apro la tenda, chiudo la tenda, vendo caramelle.

Il cielo intorno a noi è sereno, lo intravedo dai piccoli strappi del magico tendone, cerco di comunicarti  tutto l’ azzurro che c’è, ci riesco babbo?

Non abbiamo fatto in tempo a cantar  canzoni degli anni 80, è un circo strano lo so, ma sono sicura che lo spettacolo ti piacerá, sarà speciale.

C’è una festa di colori, farfalle dalle ali consumate, calciatori in carrozzina, canzoni che parlano di pioggia, chi gioca a carte senza assi, c’ è chi si lancia dal  trapezio, con piccoli stivali di gomma rossa, chi fa resuscitare morti, mai deceduti…

Piove babbo ma noi non ci bagneremo scanseremo le gocce abbracciandoci ed il tendone che forse non c’ è ci proteggerà continuando lo Show… le ballerine come nani da giardino,  pagliacci grandi ricercatori,  cavallerizzi magici e ciechi, infermieri funamboli, giocolieri mutilati nell’ anima, qualche clown dalle cento bocche riderà e ci farà  ridere, nessuno farà 70’000 punti, non ci saranno  vincitori, ma caldi abbracci con gli occhi,  le scatole di pelati, non conterranno pomodori ma petali rossi, da far volare ad ogni respiro!

Il mercato Gengerbach che forse non esiste, non venderà orologi, ma regalerà ore a chi non ne ha e minuti d’amore semplice….il piccolo mercato adiacente alle gabbie dei conigli truccati da leone, quattro banchi, senza padrone, ci andiamo dopo?

È il circo babbo, lo spettacolo non finisce mai, ricomincia ogni giorno e non è mai uguale…il circo il mio,  il nostro… noi ospiti d’ onore seduti in prima fila…

DAMMI la mano…

PS: ringrazio chi con le sue parole mi ha permesso di scriverne altre, grazie ancora.

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Quattro personaggi in cerca di storia: Tina

Gita a Friburgo – di Tina Conti

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Tutti i premi fedeltà erano stati assegnati, i più ambiti gli elettrodomestici, in ultimo i viaggi.

Quattro giorni in bus granturismo con destinazione Friburgo e la foresta nera, erano il premio per chi raggiungeva per primo i 70000  punti.

Avevano faticato un po’, Antonella, Livio , Roberto e Amelie ma alla fine ci erano riusciti.

In casa avevano stipato tante confezioni di pelati da fare sughi per quattro anni, quelle confezioni erano le più favorevoli alla raccolta punti.

Ora finalmente il traguardo era raggiunto.

Si  ritrovarono vicini di posto sul pullman  senza conoscersi, e senza sapere che abitavano tutti nella stessa provincia di Pistoia.

Antonietta aveva fatto appena in tempo a salire, l’autista  stava facendo la conta per partire.

Nonostante si fosse preparata con cura già dal giorno precedente, la chiava si era rotta dentro la serratura impedendole di chiudere la porta di casa.

Per fortuna la sua vicina aveva trovato un modo per estrarla così, correndo era arrivata.

Un po’ trafelata . Scusandosi per l’irruenza era riuscita a sistemare le sue borse  nella cappelliera  e poi finalmente si era seduta. Era tutta sudata  e scarruffata, tirò fuori dalla borsetta  dei bei fazzolettini gialli profumati  e si  deterse il sudore.

Accanto a lei Roberto, cominciò a storcere il naso per quell’odore  sintetico di limone che non sopportava, innervosito, tirò  fuori il  telefono cellulare  per seguire un torneo di calcio che durò quasi due ore. Antonietta rilassata e improfumata,  da una piccola borsa termica  estrasse due gustosi panini al gongorzola e noci  con ciuffi di erba cipollina e rucola.

Emanavano  così tanti odori che presto  lo scompartimento  ne fu  pieno.

Seccato ancora una volta, Roberto  frugando  nella tasca prese una bella pipa e minacciosamente la rigirò in bocca, mordicchiandola

Antonietta si era rintanata in un angolo del sedile senza aprire bocca un  po’ intimorita

Alla sosta per il bagno, aveva chiesto al conducente di abbassare la temperatura del bus, lei ancora accaldata, aveva delle vampate di calore date dalla menopausa.

Subito ci furono vivaci proteste dai viaggiatori degli ultimi posti e così, fu ristabilita la temperatura di crociera, a lei non restò che alleggerirsi degli indumenti.

Livio, dall’altro lato dello scompartimento, leggeva appunti, faceva correzioni e rispondeva ad un amico  e collega di nome Igor che  sperava di incontrare a Friburgo, erano naturalisti entrambi.

Amelie, piccola e vestita di mille colori, dormiva rannicchiata  con la testa su un cuscino a righe che si era portata da casa, dopo essersi tolta le scarpe  nascondendole in un sacchetto verde e indossato dei bei calzettoni rosa.

Si  vedeva che  era molto freddolosa ma, anche  vanitosa, sopra la bella camicetta di seta  fiorita indossava solo  un gilè  a maglia rada  e leggero.

La borsa di stoffa ricamata a crochet, con rose  e foglie la teneva  sulle gambe  insieme alla  copertina di cachemire  morbida che la confortava e scaldava.

Lei non scese per la sosta bagno e caffè, era addormentata e nessuno  aveva avuto il coraggio di svegliarla. Livio  le aveva preso un cappuccino e dei biscotti nel caso si fosse svegliata affamata.

Un forte acquazzone  rallentava il viaggio del pullman, era scesa anche la nebbia e procedere era proprio difficile., un gruppo di uomini si era avvicinato all’autista per aiutarlo ma lui aveva invitato tutti a rimanere al proprio posto per sicurezza.

Una musichetta di sottofondo tentava di tranquillizzare gli animi.

Nel frattempo, si era passati  dall’acqua  alla neve, fiocchi grandi e pesanti imbiancavano la strada

L’autista procedeva con cautela e attenzione, non ci sarebbero state altre soste fino a Friburgo.

La comitiva, stanca e provata dal lungo viaggio si precipitò nelle camere assegnate dopo che il

pullman  aveva parcheggiato.

Livio e Roberto avevano camere vicine e siccome la cucina dell’albergo era chiusa si fecero venire  l’idea di andare a mangiare qualcosa fuori.

Livio si sarebbe accontentato di  una bella zuppa calda di cavolo e patate, Roberto anelava a una  bistecchina di maiale  rosolata bene e accompagnata da birra scura.

Dovettero girare parecchio, non conoscendo il posto, si ritrovavano sempre  nella stessa piazza. Una trattoria italiana li salvò e ottennero quello che desideravano.

Rifocillati e  un po’ alticci  si sentirono pronti anche per un giretto.

Imboccarono una stradina dietro la cattedrale, stretta e poco illuminata, ma sull’angolo due grandi  vetrine sfavillanti  esponevano quadri e sculture.

Roberto amante dell’arte contemporanea, riconobbe subito l’artista  danese che  esponeva.

Per ammirare meglio le opere o forse per le belle bevute  andando all’indietro  non si accorse del canaletto di scolo delle acque e vi finì con i piedi  dentro.

Era proprio ora di rientrare, il gelo si faceva sentire e con i polpacci bagnati  era duro stare  fuori

Al mattino,  la città  si svegliò lentamente,  passarono le prime biciclette,  i tram cominciarono a scampanellare, era sabato , e l’albergo non era al completo  così ,il  gruppo  potè  consumare in tranquillità una abbondante colazione. La torta di ciliegie  fragrante e ancora calda  fu molto apprezzata, insieme ai i salumi e i formaggi  tedeschi.

Si presentò il nuovo autista , un ragazzone alto e robusto che  parlava tedesco   riscuotendo subito la simpatia dei viaggiatori che si sentirono  sicuri, si  sarebbero  poi mossi in modo autonomo.

Amelie, chiese se qualcuno  rimaneva in città per visitare la via dei cento orologi a cucù e il mercato di MUNSTERMARKt. Si rese disponibile  Antonietta  ma solo fino  all’ora di pranzo, poi aveva un collegamento  con un collega.

Giovanni, tutto attrezzato con macchina fotografica, zaino e cappellino nonché racchette ripiegabili per camminare si affrettò ad uscire, voleva visitare la casa  della  balena e le cascate di TRIBERG ,le più alte della Germania, nessuno si unì a lui.

LIVIO consultava mappe e chiedeva orari di mezzi  di trasporto per provare a raggiungere GENGENBACH dove Igor  aveva casa e laboratorio.

Gli altri  membri del gruppo  non indicarono programmi e mete, forse desideravano  perdersi per la città, dato che capivano la lingue e qualche parola riuscivano a dirla.

La sera  riuniti in albergo  allegri e stanchi mostravano gli acquisti, e si raccontavano le avventure vissute. La cena, con musiche locali avrebbe concluso la serata.

Solo Livio non si era peresentato,aveva assicurato che benchè  il paese di Igor fosse lontano sarebbe tornato per la cena. GIOVANNI, dopo aver mangiato in fretta non si era fermato  per balli e musica ma, attaccato ad un piccolo televisore, armeggiava nervosamente  per  collegarsi al canale che trasmetteva  un incontro di calcio internazionale.

Entrò nel bar dell’albergo  un gruppo di uomini con pantaloni pesanti e cappelli di  feltro di lana colorati, sentendo  parlare italiano, uno di loro si avvicinò dicendo di aver vissuto a Roma  per otto anni lavorando come tecnico  informatico.

Ricordava  le città visitate   e la storia d’amore con una certa  Ida che però  era finita presto.

Raccontò con tanti particolari la sua partecipazione al film di Dario Argento al film  SUSPIRIA girato proprio a Friburgo nella casa della balena. Era tornato altre volte in Italia per girare altri film con il regista   con il quale aveva ormai un rapporto di amicizia.

Livio  era rientrato  il pomeriggio contrariato e stanco  per aver dovuto passare la nottata in un piccolo  albergo nella foresta perché l’autista del taxi imbranato e molto anziano si era perso  e non era riuscito a riportarlo alla stazione dei treni per Friburgo.

L’indomani di buon mattino, avrebbe perso un bus diretto alla casa di Igor ,per concludere gli accordi per la pubblicazione della ricerca, avrebbe avuto tutto il tempo per rientrare per la partenza  del pomeriggio. Finalmente si era aperto il cielo e un bel solicino  faceva capolino fra le nuvole ,la città appariva più allegra e movimentata, i negozi esponevano le merci e il mercato all’aperto rallegrava la piazza con colori e voci.

L’autista del pullman lucidava il mezzo dietro l’albergo e chiacchierava con il portiere  che era uscito per accompagnare un ospite anziano con i bagagli.

Aveva stipato le torte alla ciliegia   degli ospiti, consegnate con tanta raccomandazioni sopra la sua zona di guida perché adatta a non essere schiacciate da borse e valige, sarebbero arrivate fresche e non ammaccate a destinazione.

Livio era tornato più sereno e allegro, aveva raccontato che andava in un negozio di ceramica a ritirare un pacco  regalo di Igor.

La vacanza stava per concludersi, gli ospiti  accoglievano i pacchi e i bagagli, anche il borsone di Livio era stato imbarcato come indicato da lui che sarebbe arrivato a breve.

Sbrigate le formalità in hotel, consegnate chiavi e i  documenti si era pronti per partire.

Livio non arrivava, dopo aver aspettato un po’ il pullman si era dovuto spostare per l’arrivo di una nuova comitiva, c’era una grande agitazione ,chi sbuffava chi telefonava.

Livio non si presentava. Roberto si offrì di andare verso il negozio di ceramica che aveva Incrociato il giorno percedente, arrivato chiese di Livio ma  dissero che non lo avevano visto.

L’autista spazientito, scaricò il bagaglio del ritardatario e partì.

Non essendo un minore, poteva benissimo rientrare da solo, lui doveva rispettare gli impegni.

Dopo essersi seduta al suo posto, Antonietta raccolse per terra una busta grigia, nella  lettera a  suo nome  c’era un messaggio.

Livio, si trovava vivo o morto  alla casa della balena, si doveva fermare il pullman e aspettare

La gendarmeria confermò quanto annunciato, Livio era alla casa della balena cadavere,  arrivarono velocemente i  gendarmi che interrogarono  per ore  i passeggeri, davvero Livio era li, ma cadavere e  con la pelle di uno strano colore.

Antonietta, raccontò ai gendarmi che aveva sentito una conversazione concitata la sera precedente fra  Igor e Livio,  quest’ ultimo si lamentava per l’intrusione della moglie negli accordi, di quanto apparisse acida e  come sminuisse il  suo lavoro.

Livio raccontava di aver avuto forti dolori al petto dopo essere uscito dalla casa e di  aver avuto vomito dopo la torta di ciliegie e lo sciroppo di sambuco[PV1] .

La mattina  però sarebbe andato alla casa della balena per le foto da inserire nella ricerca e a ritirare il vaso di ceramica, si sarebbero sentiti   per la pubblicazione.

Avvelenato da  foglie di tasso  , fu questo l’esito dell’autopsia,   aggiunto nella torta di ciliegie e nello sciroppo, questo  dopo due giorni di fermo  seppero i passeggeri che rientrarono sconsolati.


Quattro personaggi in cerca di storia: Anna

STORIA DI UN’AMICIZIA – di Anna Meli

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            Si conoscevano ormai da tanti anni ed erano amici veri.

            Antonietta: circa 50 anni, ricercatrice all’Università, amante del cinema e del teatro anche se considera la casa un rifugio sicuro. Transgender dichiarata, non può permettersi l’amore anche se le piacerebbe e quindi rimanda.

            Amely insegna alle superiori è molto diversa, veste colorata e appariscente, ha la stessa età di Antonietta, infatti hanno frequentato lo stesso liceo e, a differenza di questa, ha avuto molte storie sentimentali terminate in un nulla di fatto, però non demorde e continua a sperare. Ha molta fantasia e ama viaggiare.

            Poi c’è Livio che abita nella stessa città: è molto impegnato nel sociale ed è specializzato in botanica antropologica; proprio per questo ha acquistato da un po’ una vecchia baita sulle Dolomiti e ogni fine settimana si reca lassù per fare manutenzioni. In questa stagione spesso piove e lui ascolta quel ticchettio che varia d’intensità e che lo culla raccontandogli storie di piante, di alberi di albe e tramonti. Ama la natura in tutte le sue forme, è vegetariano e la sua specialità e il formaggio di capra con bietole bollite.

            Il quarto è Roberto maggiore di qualche anno, in gioventù ha giocato nella nazionale di calcio e conserva ancora un aspetto atletico e dinamico; non è domenica se non va allo stadio. Gli piace la caccia che ha scoperto a 16 anni. 

            La loro un’amicizia era nata in un pub della città che frequentavano spesso e, parlando fra loro, avevano scoperto di avere interessi comuni e gusti affini quindi, quando Livio li aveva invitati alla sua baita, avevano accettato con molto piacere. Ed eccoli tutti e tre con zaini e bastoni a cimentarsi in quel cammino sul crinale pieno di difficoltà.

            Sono accaldati e ansimanti, procedono lentamente fermandosi a tratti ad osservare quello splendido panorama fatto di cime innevate che risplendono al sole. Sono quasi accecati da tanta bellezza!

            Livio è partito il giorno prima e sta aspettandoli. Stanno camminando da diverse ore e si pentono di non aver preso la funivia che li avrebbe portati perlomeno a metà strada, ma ormai la cosa è fatta.

            Dopo l’ultima salita, la baita appare loro in tutta la sua rustica bellezza. Un filo di fumo esce dal comignolo di pietra, segno che Livio sta preparando qualcosa per gli ospiti. Strano che non sia uscito ad incontrarli né sia fuori ad aspettare. Ecco, sono arrivati. Appoggiano gli zaini e i bastoni su un tavolo lì vicino e chiamano Livio. Nessuno risponde. La baita è aperta e loro entrano, ma di Livio nessuna traccia. Il fuoco è acceso, non  può essere molto lontano.

            Lo chiamano a gran voce da diversi punti. Silenzio assoluto, solo un leggero fruscio di erbe. Decidono di cercarlo andando ognuno in direzioni diverse e chiamano, chiamano, ma Livio sembra essere sparito nel nulla, fino a quando un urlo agghiacciante giunge dal vicino bosco di larici: è Antonietta che ha trovato Livio disteso a terra vicino ad un tronco coperto di muschio.       

            Roberto e Amely accorrono spaventati e Roberto, prima cerca di rianimarlo con le tecniche imparate durante la sua vita sportiva, ma poi deve arrendersi Livio è morto.

            Ci sono delle orme lì vicino e arbusti spezzati, ha delle escoriazioni al volto i vestiti strappati e si intravedono delle ferite sulle braccia come grossi graffi, tutti segnali che fanno pensare ad un’aggressione, forse di uno di quegli animali selvatici di cui amava studiare il comportamento.            Parlava spesso di un orso che si aggirava vicino alla baita, forse non era così pacifico come lui raccontava.             Preso atto della situazione, sebbene scossi e disperati non rimane altro che chiamare l’elisoccorso e tornare a valle. Questo brutta esperienza segnerà per sempre la loro vita, ma Livio resterà l’amico che amava la natura in tutte le sue forme e che ora si aggira forse nelle foreste dell’aldilà.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

Quattro personaggi in cerca di storia: Sonia

La scelta – di Sonia Cortecci

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Li chiamavano i quattro moschettieri perché erano sempre, sempre assieme e si spalleggiavano l’un l’altro in tutte le occasioni, “a torto o a ragione”!

Livio, Roberto, Antonio ed Amely  conclusero insieme il liceo scientifico Gobetti, con ottimi risultati perché studiavano in gruppo e quello che ognuno conosceva lo metteva in comune con gli altri.

Erano diventati una famiglia poiché, in quelle d’origine, avevano ognuno storie infelici. Si sa tutte le famiglie ( viste da fuori!)devono assomigliare allo lo “spot” del Mulino Bianco, ma ognuna è a suo modo infelice.

Loro ne avevano creata una,  dove ciascuno portava i propri bisogni senza finzioni e vergogne.

Questa ” famiglia per scelta” aveva dato loro le ali per prendere il volo, ognuno in direzioni diverse. Si sentivano comunque con messaggi vocali oppure lasciandoli ad un fermo posta nel comune di Vicchio del Mugello. Questa scelta era stata fatta per non perdersi Livio, che aveva “staccato la spina” con il mondo ed era diventato uno studioso quasi completamente solitario.

Si era chiuso in una vecchia casa colonica sotto la chiesa di Barbiana, dalla quale scendeva una volta alla settimana, a volte anche ogni 15 giorni, per poche necessità.

La più assidua nel tenere i contatti fra loro tre e Livio era Amely che, anche con lui, aveva intrecciato una delle sue varie storie d’amore, tutte di poco peso, perché lei voleva essere libera di partire in qualsiasi momento il lavoro glielo consentisse senza dar conto a nessuno dei suoi movimenti….

Ma fra lei e Livio l’amicizia era rimasta ed aveva aiutato entrambi: per lei Livio era un punto fermo a cui tornare, come lo era la propria casa, bella ed essenziale in cui i ninnoli non avevano posto, i fronzoli inutili neppure.

Roberto, fra loro quattro, era quello completamente realizzato, facendo ciò che sapeva fare meglio: il calciatore. Però, quando si ritrovavano saltuariamente, faceva capire che soldi e vittorie non avevano appagato una parte di sé stesso. Si sentiva spesso solo, anche fra una folla di ammiratori ed ammiratrici.

Poi aveva  avuto una specie d’illuminazione e scelto di essere buddista, rovesciando la sua vita come un guanto e scoprendosi a guardare la vita come se fosse dall’altra parte del canocchiale: adesso si fermava a guardare le piccole cose e vedeva quanti mondi ci sono, che calpestiamo senza curarcene.

Antonio era il più instabile e controverso fra loro. Non si capiva mai quale fosse l’approccio giusto per fare con lui un qualsiasi ragionamento sensato che gli facesse esprimere ciò che lo rodeva veramente. Poi il tarlo era emerso e lui ne aveva parlato con Amely, nella quale cercava di riconoscere e capire cos’era la femminilità.

Finalmente scelse cosa fare di sé stesso ed intraprese un percorso per trasformare il suo corpo in maniera che diventasse l’espressione di quello che sentiva nell’anima. Si sottopose a cure ormonali che gli fecero crescere il seno e la sua transizione, frutto della sua determinazione, riuscì benissimo: era bella……..ma ciò che era proprio delle donne, non avrebbe potuto averlo: veder crescere un figlio, nato da te, creato dal tuo corpo, custodito come un gioiello.

Antonietta, non più Antonio, non lo avrebbe mai realizzato, nonostante la sua determinazione e le sue competenze scientifiche.

Antonietta si ritrovò quindi con Roberto ed Amely, nella piazza del paese. Si erano accordati fra loro tre perché erano mesi che non riuscivano più a contattare Livio ed avevano deciso di vedere che fine avesse fatto; in fondo era pure un’ottima scusa per raccontarsi l’un l’altro cos’erano diventate le loro vite, poiché ormai pareva che avessero preso una direzione precisa. Erano arrivati con mezzi diversi: treno, auto ed Amely in taxi dalla stazione di Firenze centrale.

Salirono tutti e tre sulla jeep di Roberto e si avventurarono sul tratturo che saliva alla chiesetta di Barbiana, restaurata da poco tempo in occasione della visita papale alla parrocchia di Don Milani, il “prete scomodo”. Era stata una storica scuola per i ragazzi di paese dove Don Lorenzo aveva ribaltato tutti i luoghi comuni sulla scuola di èlite con il suo libro  “Lettera ad una professoressa”(1971). Livio aveva spiegato da tempo come arrivare da lui: era facile, anche perché c’era una sola strada praticabile.

Arrivarono sul piazzale della casa contadina e finalmente scesero. Si allarmarono perché il portone di legno era spalancato,  ma pensarono che in quel posto non ci fosse necessità di chiudere a chiave nessuna porta per difendersi da ladri e malfattori, neppure quella del proprio cuore…

Chiamando a voce alta Livio, iniziarono a cercarlo, prima in casa e attorno.

La casa era appoggiata alla collina che le stava attorno come una culla e capirono Livio profondamente, il suo bisogno di silenzio per ascoltare solo i suoi pensieri.

Si separarono per cercare meglio, ma non dovettero andare molto lontano: Livio era disteso a terra, nel primo tratto di bosco, a poche decine di metri dalla casa.

Giaceva abbracciato ad una quercia più piccola delle altre: sembrava quasi stessero parlando fra loro e che lui ascoltasse le vibrazioni della pianta.

Roberto, il più pratico dei tre, cercò subito il battito cardiaco sulle carotidi: niente da fare Livio era morto e non da molto, dedusse toccandolo.

Dovettero scendere in paese per riuscire a comunicare ai carabinieri che, a Barbiana, c’era un morto.

Quattro personaggi in cerca di storia: Luca

Momento relax – di Luca Miraglia

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Antonietta alzò gli occhi dal suo rito quotidiano di studio e scrittura giunta quasi alla conclusione della sua ultima fatica: un saggio sulla transizione di genere negli uomini. Un misto tra studio antropologico ed autobiografia.

Per oggi basta, da domani comincerà la correzione delle bozze.

Adesso era il tempo di uscire a godersi gli ultimi sprazzi di questa ennesima lunga giornata di lavoro.

Lasciata la scrivania si scrutò un attimo allo specchio, si sorrise, si riconobbe e si salutò: – Buona serata Ipazia!

Si, le era sempre piaciuto soprannominarsi così, un nome tra il colto, lo storico e il drammatico che sentiva spesso affine a se stessa.

Appena superata la soglia di casa e fatti quattro passi si sentì presa sotto braccio da un fulmine colorato e vociante:

  • Dove ti porta questa bella sera d’estate?

Era Amelie la vicina di casa che, sollevando quasi Antonietta da terra, la travolse con la sua solita esuberanza.

  • Mi farò una passeggiata verso il centro all’imbrunire, per gustarmi finalmente la mente libera dallo studio – rispose divertita Antonietta.
  • Andiamo – la stuzzicò Amelie che la conosceva bene, si potrebbe dire quasi intimamente – lascia perdere l’Ipazia seriosa che è in te e andiamo a goderci insieme un po’ di mondo. Che centro e centro! Stasera cena al chiar di luna e poi a ballare con qualche bel ragazzo maturo, giusto per noi!

Amelie era da poco uscita da una relazione, una delle tante della sua vita, ma che stavolta l’aveva segnata più del dovuto. Questo era il suo modo di reagire ai disagi dell’animo: colmare il vuoto colorando se stessa e il mondo con la sua vivacità e con i suoi folli abiti, quasi una tavolozza naif,

  • Quasi quasi… Sussurrò Antonietta-Ipazia.
  • Allora è fatta! Andiamo! Esclamò Amelie tutta soddisfatta.

Intanto Roberto, calciatore professionista in pensione forzata e mal digerita, se ne stava nervosamente al tavolo tamburellando le dita e tracannando birra mentre aspettava Livio che come il suo solito non arrivava mai puntuale.

D’altra parte quella specie di orso gentile e solitario tutto natura e boscaglie si potrebbe essere tranquillamente fermato da qualche parte ad ammirare il tramonto incipiente fregandosene ampiamente di chi lo stava aspettando.

D’un tratto una nuvola di colore gli si parò davanti agli occhi, lievitando tra il suo tavolo e quello vicino e facendo trasparire solo i sorrisi divertiti e quasi adolescenti di due belle signore in complice intimità.

Il galletto maturo che ancora sgambettava in lui si fece subito avanti:

  • Buona sera signore! Bella serata per una pizza in compagnia – disse rivolgendosi alle vicine di tavolo e alzando il bicchiere mezzo vuoto in cenno si saluto.
  • Buona sera a te Roberto – rispose divertita Amelie

Roberto rimase a bocca aperta: come faceva quell’arcobaleno al femminile a sapere il suo nome?

  • Non ti ricordi di me, vero? – lo incalzò Amelie – Torino, vent’anni fa, festa per la coppa in discoteca e poi “festa” privata nel tuo hotel – riassunse Amelie con lo sguardo ammiccante. Lui era stato una delle tante avventure della sua giovinezza tutta vita e follie.

Roberto arrossì un po’: no, proprio non se la ricordava. Che figura del cavolo, ma d’altro canto all’epoca mica ci andava tanto per il sottile con le ragazzotte che gli giravano intorno e certo non poteva ricordarsele tutte!

Tentò allora di sviare il discorso:

  • Tutte sole a cena? Io sto aspettando da mezz’ora mio fratello Livio che come al solito arriva quando vuole. Che ne dite se facciamo due passi per aperitivo e gli andiamo incontro, tanto qui i tavoli ce li tengono senza problemi.

Amelie accettò subito sulla scorta del suo ricordo divertito, mentre Antonietta restò perplessa per quell’offerta un po’ fuori luogo per quanto la riguardava. Lo sguardo e gli atteggiamenti di quello sconosciuto, benché educati e apparentemente gentili, le sembravano occultare qualcosa di strano e poco equilibrato. Ma certo non poteva lasciare sola la sua esuberante compagna e quindi si accodò prudente ai due che già avevano imboccato l’uscita del locale.

  • Dove andiamo? – Domandò Antonietta a voce alta un po’ per farsi sentire, un po’ per marcare anche la sua presenza alle loro spalle.
  • Verso quell’uliveto sul greto del fiume, Livio arriverà sicuramente da lì – le rispose Roberto mentre non la smetteva di ammiccare e sgallettare con Amelie.
  • E che ci fa a quest’ora della sera in un campo in riva al fiume? – Ribatté Antonietta sempre più allarmata da quelle stranezze.
  • Mio fratello è un omone gentile che ama la natura ma che soprattutto ama il fiume e i suoi riflessi nell’acqua che scivola lenta, sostiene che il mondo specchiato nel fiume è molto più accogliente di quello reale e che prima o poi ci si trasferirà.

A questa affermazione Antonietta strabuzzò gli occhi e prese per un braccio Amelie per dissuaderla dal seguire ancora un balordo del genere, all’assurda ricerca di un fratello ancora più balordo di lui.

  • Roberto! Roberto! – Si sentì chiamare una voce insistente  – Roberto! Roberto! Lo sapevo che ti avrei trovato qui! – Un marcantonio in abito da infermiere si parò davanti a loro – Non puoi proprio fare a meno di venire sempre qui: Livio non tornerà più dal fiume lo sai. Sono due anni che se ne è andato! E adesso devi venire con me. Saluta queste gentili signore e seguimi.

Il bel Roberto mise su un broncio infantile e a capo chino seguì l’infermiere senza una parola.

Amelie sembrò trasfigurare da un arcobaleno ad una avvisaglia di temporale mentre Antonietta la teneva sempre per un braccio per evitarle di sciogliersi in tempesta.

  • Lo vedi che anche la dotta e razionale Ipazia a volte serve a qualcosa? Ora tranquille tranquille ce ne andiamo da qui e torniamo verso il centro a mangiarci un gelato, io e te e nessun altro.

Le due amiche si incamminarono silenziose a braccetto mentre l’ultima nuvola di colore si svaporava alle loro spalle nelle prime luci della sera.

Quattro personaggi in cerca di storia: AnnaLuisa

L’intervista – di Anna Luisa Faleschini

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Oh, che giornata meravigliosa!

Sole, mare, tartarughe marine che nidificano sulla spiaggia. Questo luogo è paradisiaco. Lontano dai rumori della città, dal vociare dei miei ragazzi e ragazze che con il loro amoreggiare mi mandano in crisi.

Ah, come sono sciocca e fragile.

Sono stesa su una spiaggia di talco, impalpabile come il mio cuore, in questo momento della vita affettiva.

Poco più il là un uomo cammina, avanti e indietro, a  testa bassa; sembra infelice o irrequieto.

Poi chiudo gli occhi e mi faccio arrostire da questo sole caraibico. Quando tornerò a Stoccolma sarà solo un ricordo sulla pelle.

Temo di essermi sopita…non riesco a quantificare il tempo. Ma ora sono in due le figure che camminano. Mi sembrano due signori, per nulla interessanti, sessualmente parlando, ma intriganti nel loro modo di muoversi, osservare, gesticolare.

Non voglio sembrare impicciona, ma la mia curiosità mi spinge ad avvicinarmi…del resto potrebbero aver visto sulla spiaggia o in mare qualcosa di interessante o pericoloso che mi potrebbe essere sfuggito.

Amo conoscere, sapere, imparare…è proprio l’ambiente naturale che arricchisce spesso le mie lezioni ed il mio desiderio, come docente, di trasmettere cultura appresa sul campo.

– “Ciao” – urlacchio leggermente distante, muovendo la mano, per non arrivare sotto i loro sguardi e magari sorprenderli o impaurirli.

– “Ciao” – mi rispondono quasi all’unisono.

– “Amely” -ribatto- “Livio…Antonietta” – con tono leggermente gutturale.

– “Sono incuriosita dal vostro atteggiamento, mi sembrate due studiosi”

– “In effetti” -rispondono entrambi. “Flik e flok” -dico io per rendermi simpatica. Saranno il sole, la spiaggia, il mare, in effetti l’atmosfera tra noi si scalda subito.

Livio racconta le sue passioni per la botanica e giustifica le lunghe camminate come occasioni per studiare un’alga che pare relazionata, addirittura, con le felci. Sta approfondendo da anni questa dicotomia, essendo un appassionato di montagna. L’arrivare a capo di questo mistero della natura potrebbe aiutare la ricerca sugli studi di alcuni tumori, alla scoperta di sostanze inibenti alcune cellule senza dover arrivare alla chemioterapia tradizionale.

Antonietta, anche lei studiosa, è rimasta affascinata dalla osservazione della camminata di quest’uomo sulla sabbia, dal suo atteggiamento solitario, dalla sua, anche senza conoscerlo e sapere nulla, dedizione che trapelava dai gesti amorevoli a tratti lenti, a tratti scattanti, ma comunque armonici nella loro specificità.

Si sono conosciuti giorni prima al ristorante, alla ricerca di insalate, uova e formaggio di capra, di fronte invece a ricchi buffet di pesce, frutta esotica, verdure particolari e carne di agnello.

Si sono raccontati, due ricercatori universitari!

Lei era molto particolare, mascolina, forte di carattere, determinata. Affermava le sue tesi con fermezza, senz’altro una donna molto colta e che desiderava arrivare al dunque ogni cosa facesse.

Livio le aveva parlato dei suoi studi solitari e del fastidio che avrebbe dato alle case farmaceutiche se la sua scoperta fosse stata, o di dominio pubblico, o meglio/peggio ancora, approvata dal ministero della salute. Ma i tempi della ricerca sarebbero stati lunghi e poteva ancora dormire sonni tranquilli.

Un altro uomo sulla spiaggia attirò la mia attenzione. Roberto, avrei scoperto il suo nome a cena, quella sera, di fronte al ricco buffet della frutta. Anche lui frequentava quella zona di spiaggia più tranquilla, visibilmente si “pseudo” allenava,  avrei poi capito…era un calciatore in vacanza, non più giovanissimo e single, anche questo mi rivelò facendomi l’occhiolino. Forse un tic?

Lo trovavo spesso in meditazione su uno scoglio dove piaceva anche a me sostare per attendere il tramonto che trasformava quel paradiso nell’ eden dal quale non sarei più tornata a casa.

Io ero una signora cinquantenne, belloccia, spiritosa, curiosa, ma lui avrà avuto 15 anni meno di me. Eppure, era così appetitoso!

Beh, sarete curiosi…sì, vi confesso che stavamo per avere una liaison quando, quatta quatta, camminando nei giardinetti per raggiungere il suo bungalow ho visto, illuminato da un lampione, Livio andare verso la spiaggia,

Non volevamo mettere in piazza la nostra fugace relazione perché Roberto era un calciatore conosciuto, ma molto riservato nella vita privata.

Mi nascosi dietro ad un cespuglio, attesi il tempo che mi pareva sufficiente e mi avviai lungo il sentiero quando sentii un urlo, così straziante da crearmi una scarica di adrenalina paralizzante. Rimasi impalata, dimentica di cosa stessi andando a fare. Non seppi quantificare quanto rimasi ferma, immobile. Un turbinio di pensieri, di paura non mi permettevano di articolare le gambe ed andare a vedere cosa fosse successo o chiedere aiuto.

Terribile come possa cambiare tutto in un attimo.

Poi, indecisa sul da farsi, corsi da Roberto, ignaro. Gli raccontai tutto srotolando la lingua in un nano secondo ed insieme andammo alla reception per chiedere di fare un sopralluogo in spiaggia.

Rapidissimi, con torce, raggiungemmo il luogo dal quale ricordavo fosse giunto l’urlo, contemporaneamente fu avvisata la polizia locale ed una autoambulanza.

La scena era devastante,

Non avrei immaginato di trovarmi catapultata in un incubo peggiore.

Livio, straziato, accoltellato in più punti, giaceva sulla spiaggia con un pezzettino di alga tra le mani, quasi ci avesse voluto lasciare un testamento.

Non so quanto piansi, gridai, singhiozzai, fino a perdere la cognizione del dove, del quando, del perché.

Una sottile pioggia, come un nebulizzatore lavò le ferite…il sangue di Livio tinse di rosa la sabbia…l’acqua tiepida del cielo lo benedisse.

Non poteva terminare così una vacanza! Non poteva finire così una vita,

Una notte infinita di interrogatori, di risposte insolute, di dilemmi. Eravamo sorvegliati a vista. Tutti. Nel villaggio.

Arrivò mattina, assonnati, con le occhiaie evidenti, il volto tirato.

Antonietta mi si avvicinò alla macchinetta del caffè, mi voleva parlare. Andammo in bagno. Mi raccontò che la sera precedente, mentre io sfarfallavo con Roberto e lei parlava con Livio, forse a voce un po’ alta di questa ipotetica quasi scoperta…e gli disse che avrebbe potuto renderlo ricco se avesse consegnato alle persone serie e giuste i suoi studi ed appunti che stava ultimando proprio in quei giorni, due individui, seduti al tavolo accanto, parevano molto interessati, spostando il busto sulla sedia, in direzione del loro tavolo, evidentemente in ascolto.

Sfrontatamente e cordialmente si erano proposti di condividere una bottiglia insieme per chiudere in allegria la serata e la vacanza.

A lei non erano piaciuti e terminata l’allegra bevuta, salutatisi nei corridoi verso le camere, situate nel corpo centrale del resort, lasciato Livio, li aveva seguiti ed origliato fuori dalla porta.

Erano frammenti di frasi quelle ascoltate, ma percepiva sentore di tresca, tanto che decise di mettere in guardia Livio, che però non era già più in camera sua. Fu così che andò alla reception e chiese di accompagnarla in spiaggia.

A ben pensarci, era già lì con alcune persone dell’albergo quando giungemmo noi, ma specialmente aveva già allertato la polizia perché, astutamente, aveva registrato col telefonino alcune frasi della conversazione ascoltata fuori dalla stanza delle due persone.

Tutto successe in tempi molto stretti. I due avevano telefonato a Livio in camera dandogli appuntamento in spiaggia, proponendogli un affare al quale non si potesse dire di no. Non era una persona sprovveduta, anzi, ma era un poco brillo, perciò non lucido al 100%. In spiaggia c’erano due complici. Appena  giunto lo hanno fatto fuori.

Nel frattempo, noi, Antonietta, la polizia locale, l’autoambulanza, le persone dell’albergo stavamo correndo in spiaggia.

I due sono entrati in camera di Livio ed hanno rubato gli appunti ma…sull’uscio, altri agenti li hanno bloccati con le mani nel sacco.

Terribile epilogo di una vacanza.

Unica, grande soddisfazione, Antonietta ha portato avanti la scoperta e la formula del medicinale che è stato creato grazie alla passione, dedizione, lungimiranza e perseveranza di Livio.

Stoccolma, 04/02/2026 sul Dagens Nyheter, ultima pagina, a caratteri cubitali “ALFELIAN” il nuovo farmaco anticancro in commercio, quasi privo di effetti collaterali.

Grazie ragazzi, compagni di questo strano, vitale, mortale, viaggio insieme.

Quattro personaggi in cerca di storia: Carla

Sesso e sangue – di Carla Faggi

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Amelie amava il sesso in tutte le sue forme e possibilità. La sua vita affettiva era stata varia e colorata ricca di avventure e leggerezza, seduzione, desiderio, voleva stupire, ammaliare, ma principalmente amava fare l’amore.

Al momento era Livio che voleva conquistare, era affascinata dalla sua intelligenza, dal lavoro che faceva anche se non aveva ben capito cosa facesse esattamente, dalla sua riservatezza, ma principalmente dai suoi profondi occhi color della pioggia.

Poi l’interesse era suscitato anche dal fatto che era quasi impossibile conquistarlo, era indifferente al suo fascino, e visto che mai era successo prima di allora Amelie non si rassegnava e voleva conquistarlo a tutti i costi.

“Caro Livio ti farò vedere cose che voi umani non potreste mai immaginarvi” si disse e presa la macchina si diresse alla villa sopra le colline dove il bel tenebroso oggetto del suo desiderio viveva.

Livio persona tranquilla non più giovanissima con un solo interesse nella vita la biologia antropologica, era sessualmente vergine ma aveva un grande amore da sempre, un solo amore, mai confessato, mascherato come a vergognarsene.

Cercava, in maniera confusa, ma cercava di spiegare ad Antonietta,  sua amica da sempre, ciò che aveva scoperto nelle sue ultime ricerche sull’evoluzione delle variabilità e adattamento della concupiscenza umana alle nuove tendenze di fornicazione ansiogena non genetica ma indotta dalla lussuria ed erotomania. Era una ricerca che avrebbe pubblicato l’indomani nel suo ultimo saggio” gli ormoni e la fluidità de l’identità sessuale”.

 Era confuso ma eccitatissimo nel raccontarlo proprio alla sua amatissima amica fin dall’infanzia Dott.essa Antonietta Ipassia.

Antonietta illustre e famosa ricercatrice nel campo della transgenia ormonale era profondamente scossa dalle rivelazioni appena sapute così azzardate ma rilevanti che azzeravano tutto quello che l’umanità sapeva fino ad ora e che avrebbe avuto l’effetto di una bomba su i pilastri su cui avevamo costruito la nostra società e moralità occidentale.

Con la scoperta tutto sarebbe cambiato, la moralità, le religioni, la scienza, tutto da ricostruire!

Scossa ma eccitata sentì il bisogno di uscire a prendere un po’ d’aria, doveva metabolizzare la scoperta appena saputa. L’indomani la ricerca sarebbe stata pubblicata e tutto il mondo avrebbe saputo.

Passeggiò un po’, poi decise di rientrare.

All’improvviso un urlo agghiacciante di voce maschile squarciò il silenzio della collina, Antonietta corse verso la villa.

La porta era aperta ed inquadrava una giovane donna che di spalle guardava all’interno. Sembrava pietrificata.

Antonietta si avvicinò e seguendone lo sguardo vide sdraiato per terra Livio che non si muoveva, lo sguardo vitreo, la bocca semiaperta. Sembrava morto. Si precipitò all’interno e constatò che non solo sembrava ma era effettivamente morto.

“…Un fantasma, ho visto un fantasma”, mormorava la donna.

“ E tu chi sei?”

“ Sono Amelie…io…sono Amelie…”

Non si accorsero che un’ombra furtivamente scappava dalla villa.

Arrivò la polizia, l’ambulanza, il medico legale.

Non c’erano dubbi, il deceduto aveva avuto un infarto.

“Forse è morto di paura, c’era un fantasma”

“Non dica sciocchezze signorina”

“Guardi che la signorina forse non dice sciocchezze, io ho sentito un urlo terrificante e mi sembrava la voce di Livio”

“I fantasmi non esistono! Su signorina mi descriva ciò che ha visto…”

“Io…ecco, era alto, magro, era fosforescente e aveva un numero stampato sul dietro e sul davanti, il dieci. Il caro Livio l’avrà visto e per la paura gli sarà venuto un infarto”

“Signorina perché caro Livio? Aveva forse una relazione con il defunto?”

“In un certo senso…”

“Come in un certo senso” esclamò Antonietta” Livio era innamorato di me, lo sapevamo tutti! Commissario forse è stata lei per gelosia, infatti io l’ho trovata sul luogo del crimine”

“Io? Commissario è stata lei invece, era già da un po’ che era sul posto”

“Signorine, voglio i vostri alibi, siete indagate ambedue, portatele al commissariato!”

La macchina della polizia con al seguito ambulanza, medico legale, cadavere e le due indagate, lasciò la villa.

Poco più avanti sulla stradina prima della provinciale un ciclista stava faticosamente rialzandosi dalla rovinosa caduta nel fossato laterale.

“È vestito fosforescente” urlò Antonietta.

“È lui, è lui, è il fantasma guardate come luccica!” urlò Amelie

“ Un fantasma” borbottò il commissario “ è semplicemente vestito da ciclista, comunque interroghiamolo”.

Antonietta di nuovo urlò: “la ricerca, la ricerca, è in quella cartella marrone, l’ha rubata a Livio, è per quella allora che è stato spaventato a morte!”

“Ma il fantasma io lo conosco, è un famoso…”

“Ciclista?”

“No, calciatore…è Roberto…”

“È vero! è proprio lui!”

“Ma che c’entra con la ricerca?”

“Mah!”

“Non importa che c’entra” sbraitò il commissario “il caso è risolto.”

Quattro personaggi in cerca di storia: Gabriella

Interruzione – di Gabriella Crisafulli

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Il treno 8928 di Italo è fermo nella tratta che va da Firenze a Bologna poco dopo la galleria di Vaglia. Il folto bosco che si vede dal finestrino ondeggia sotto la pioggia e il vento. Nel terzo vagone  ci sono quattro persone sedute intorno al tavolino centrale. Mentre la sosta si prolunga i quattro passeggeri, uno alla volta, interrompono quanto stavano facendo. Nei volti portano stampato lo stupore per il fermo che prosegue. Ognuno di loro comincia guardarsi intorno.

Roberto interrompe il silenzio e con voce baritonale si rivolge agli altri. “Chissà a cosa è dovuta questa sosta” dice passando ripetutamente la mano sui capelli che il nervosismo ha reso ribelli.

Di fronte a lui Antonietta solleva lo sguardo dal tablet e informa che non compaiono notizie in merito on line.

Accanto ad Antonietta, Amely tira un sospiro di sollievo contenta: non le pare vero che si allontani il momento in cui incontrerà quel tizio. No, non ha nessuna fretta di proseguire nel viaggio. Si è organizzata un’avventura di cui si è pentita e ogni momento che ritarda il suo arrivo a Bologna è tanto di guadagnato.

Fa una battuta: “Avranno messo un chiodo sui binari” dice ridendo. Roberto la guarda. Niente male Amely, malgrado l’età, con quei capelli morbidi e gli occhi molto azzurri.

Nel vagone comincia a fare freddo.

La voce del capotreno annuncia dall’altoparlante che per motivi tecnici, non meglio definiti, ci sarà una sosta forzata.

“Questo l’abbiamo capito” borbotta Livio “Tutto sta a vedere di quanto dura!”

Era alle prese con il computer quando il treno si è fermato: stava ultimando l’invio dei tabulati sulle reazioni delle piante alle variazioni d’ossigeno al livello di ogni singola cellula.  I dati della sperimentazione di cui fa parte sono davvero interessanti e il nuovo approccio ha permesso di scoprire quali cellule riescono a percepire i cambiamenti nei livelli di ossigeno modulando l’attività genetica e influenzando in questo modo lo sviluppo della pianta. Quello della resistenza di ogni singola cellula agli ambienti difficili è la nuova frontiera che potrebbe riuscire ad arginare i cambiamenti climatici. C’è da documentare il report per poterlo pubblicare ma è saltata la connessione non si sa bene se per colpa della galleria, degli Appennini o del guasto che ferma il treno. Lui lavora con chi vuole sfamare il mondo ma una parte di mondo gli è ostile perché le attività del suo gruppo si concentrano sulla neurobiologia dello sviluppo, sui meccanismi di regolazione dell’RNA e basta che compaia questa sigla per attivare le polemiche.

Per distrarsi allora sposta la sua attenzione sui vicini.

Roberto sta sfogliando nervosamente il fascicolo davanti a lui, lo guarda con orgoglio: ha una gran fretta, teme che i suoi piani vengano stravolti dal ritardo che si sta accumulando. È davvero soddisfatto della documentazione che ha messo insieme e non vede l’ora di presentarla. Antonietta allunga lo sguardo su quei fogli ricchi di fotografie e la curiosità le si stampa sul volto. Roberto non si fa sfuggire l’occasione per mettersi in mostra. Lui è riuscito a portare a termine il progetto che gli è stato commissionato dalla Foundation for African Empowerment per la realizzazione di un campo di goalball, sport specifico per ciechi, a Dodoma in Tanzania ed è in partenza per realizzarlo. Fin da piccolo ha sempre corso dietro ad un pallone e crescendo è stato un bravo giocatore, apprezzato e riconosciuto. Sa cosa vuol dire correre dietro a quella cosa che rotola, sa cosa vuol dire allungare un calcio ben assestato, sa cosa vuol dire far parte di una squadra e da quando è in pensione tutte le sue competenze e le sue energie sono convogliate verso questo impegno che lo porta ad affrontare sempre nuovi piani. Ne comincia a parlare rispondendo all’interrogativo silenzioso di Antonietta e i tre vicino a lui lo stanno ad ascoltare attratti da questa sfida nei confronti di ciò che sembra impossibile. Racconta che in Africa progredisce la realizzazione di campi da gioco per non vedenti e ipovedenti. Racconta del suo progetto, dello studio dei materiali, delle pavimentazioni in gomma, dei percorsi sensoriali olfattivi ed uditivi, delle recinzioni, dei palloni che emettono suoni, di tutto ciò che viene fatto per creare un ambiente sicuro per consentire a bambini e bambine di vivere a pieno la loro infanzia e lo sport. Racconta di ciò che lo aspetta per la messa in opera del piano e per la preparazione degli allenatori che saranno vicini ai piccoli giocatori. Amely lo guarda ammirata mentre si accalora nel racconto e pure Antonietta ne viene coinvolta. Anche lei da molti anni si dedica al sociale. Talvolta si scoraggia davanti alle difficoltà che incontra ma sentire l’entusiasmo di quell’uomo le fa proprio bene. Lei vive nel Mugello, zona a rischio di spopolamento, dove il lavoro è qualcosa di sempre più raro. Le ditte artigianali vanno chiudendo una ad una e fare impresa è arduo. In questo periodo si sta impegnando, in collaborazione con il sindacato e la camera del lavoro, per creare attività economiche di nicchia. Ormai il settore di riferimento rimasto è solo quello del lusso: davanti ad una economia sempre più povera i destinatari delle imprese possono essere solo le classi più abbienti. La rete che sta creando punta sulle competenze storiche di artigiane del territorio per la realizzazione di mini accessori destinati all’alta moda, utilizzando le tecniche della tradizione manifatturiera.

Intanto la sosta si prolunga e Amely ha tutto il tempo di pensare al suo piano che le incute paura ma che il fermo del treno sta attenuando. Era molto tempo che non aveva più una relazione sentimentale. Quello che credeva fosse il suo amore eterno se ne era andato da qualche anno, una mattina di ottobre, senza un saluto, senza un perché: sparito nel nulla tra le foglie che turbinavano intorno alla casa. Il suo amore era così, così fragile, così esile, ma lei non lo sapeva non lo voleva sapere. Arrivava tardi agli appuntamenti mentre lei restava sospesa domandandosi “Viene o non viene?” Quando finalmente compariva era sbrigativo, frettoloso e puzzava d’aglio. Veniva consumato tutto in fretta e lei si sentiva scontenta. Eppure era il suo amore, l’amore della sua vita e adesso le mancava. Sentiva sempre più forte il desiderio di una parola complice, di un abbraccio, di una carezza sui capelli. Aveva una vita ricca di interessi, di amicizie … ma le mancava quel certo non so che di attrazione e di tenerezza che si crea solo facendo sesso. Così si era rivolta ad un’agenzia di incontri che le aveva fissato un appuntamento ma se n’era pentita. Come precauzione lo aveva cercato lontano da casa anche per avere la possibilità di tirarsi indietro all’ultimo momento ma adesso il blocco forzato in mezzo all’Appennino le offriva l’occasione giusta per mandare tutto all’aria.

Ormai il treno è fermo da più di quattro ore.

Ha smesso di piovere.

Il personale di Italo passa avanti e indietro senza portare alcuna notizia.

L’altoparlante tace.

Fa sempre più freddo e non c’è più linea.

I distributori di merendine e bevande hanno esaurito le loro riserve.

I bagni sono diventati impraticabili.

Chi ha ancora il telefono attivo cerca inutilmente di avere notizie.

Un signore del vagone 7 si sta sentendo male.

Cercano un medico.

La tensione è palpabile: cresce di minuto in minuto.

Un passeggero si altera, esprime le sue rimostranze a voce alta, chiede spiegazioni, dice che denuncerà l’azienda per sequestro di persona.

Una donna gli si rivolge con calma, gli chiede di aver pazienza perché innervosirsi non serve a nulla.

Ma il tipo diventa sempre più irato e tenta di passare alle mani.

In mezzo al caos chi ha ancora qualche riserva alimentare mangia in silenzio sotto lo sguardo affamato dei vicini.

Un ragazzo sbuccia una mela.

Il passeggero alterato gli si avventa addosso, prende il coltello e si lancia contro Livio che si era alzato in piedi per sgranchire un po’ le gambe.

Lo ferisce al collo, al torace e all’addome prima che riescano a bloccarlo.

Il sangue schizza ovunque.

Dopo le urla adesso c’è un silenzio di tomba.

Livio è accasciato a terra.

Lo distendono.

Pochi attimi e muore senza dire una parola.

L’assassino viene tenuto fermo da qualche volenteroso.

Fuori si affaccia un sole timido e bagnato.

Quattro personaggi in cerca di storia: Carmela

Quattro amici e il silenzio – di Carmela De Pilla

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Quando si rivedevano gli abbracci non erano mai abbastanza, si cercavano con la pelle,  avevano bisogno di toccarsi per sentirsi e catturare ogni emozione, si tenevano le mani, si accarezzavano il viso e i capelli e si guardavano intensamente, il nero, il marrone e l’azzurro degli occhi scrutavano, indagavano, si soffermavano e s’incontravano esprimendo ancor prima che con le parole lo stato d’animo di ognuno. Loro quattro e il silenzio.

Begli anni quelli dell’università! Pur non frequentando gli stessi corsi un filo invisibile li aveva cuciti insieme e da allora non si sono più lasciati, certo ognuno nel tempo aveva intrapreso una strada diversa e a volte non si vedevano per lungo tempo, ma bastava la telefonata di uno che senza se e senza ma si ritrovavano seduti sul divano o per terra a casa di Livio.

Era quello che poteva ospitare tutti, viveva da solo nella grande casa di montagna ereditata dai genitori, era situata su un poggio circondato dal bosco e in lontananza la vetta del Sass de Mura guardava la valle e proteggeva tutti e il bianco candore si stagliava nell’azzurro del cielo.

-Allora Livio cosa hai raccontato nell’ultimo convegno? Immagino che anche questa volta gli applausi non sono mancati!- Chiese Amely curiosa e interessata ai suoi studi.

-Beh, questa volta ho parlato di uno studio che ha sorpreso perfino me! Ho presentato il mio ultimo libro: “Il bosco, una grande famiglia”, in questo anno ho studiato come le radici oltre ai nutrienti trasmettono segnali per comunicare stress ambientale, siccità e pericoli, insomma si uniscono per creare una rete di “mutuo soccorso” che permette al bosco di continuare a vivere, pensate mi sono interessato a questo argomento quando ho notato che proprio dietro la casa c’era un piccolo olmo che stava pian piano morendo, poi la scorsa primavera quasi per magia la piccola chioma si è riempita di germogli sani e  turgidi e così ho incominciato a studiare.

-Ah, voglio sapere tutto Livio, comprerò al più presto il libro!

-Leggilo Amely, scoprirai un mondo sotterraneo fervido di un’intelligenza sorprendente! Ma tu piuttosto, cosa fai di bello? A vederti sei sempre uguale, sorridente ed elegante.

-Certo con quel tailleur verde mela sembra che tu vada a teatro piuttosto che in montagna! – disse con un po’ di malizia Antonietta che  guardava più alla sostanza che alla forma, nella vita aveva cercato sempre una risposta per ogni dubbio e di dubbi ne aveva avuti tanti lei! Soprattutto quando decise di cambiare sesso, fu un percorso lungo e doloroso, ogni strada intrapresa presentava un bivio, ma ce l’aveva fatta! Sapeva di deludere genitori, parenti e amici, ma aveva deciso e all’età di 46 anni consapevole di ciò che l’aspettava cambiò sesso e per tutti non fu più Antonio, ma Antonietta. Di Antonio gli erano rimasti solo i suoi occhi azzurri che mettevano in risalto un’intelligenza e una sensibilità  sorprendente. Amely, Roberto e Livio le sono stati sempre vicino.

-Antonietta non essere polemica ti prego! Sono così dai tempi dell’università comunque per parlare di cose più interessanti vi dico che l’amore per Domenico si è spento, certo è stato un grande amore e il ricordo lo porterò sempre con me, ma ora…ora sto partendo per un’altra avventura…mi sono innamorata di Alejandro, innamorata persa! Bello, pelle scura, capello nero come carbon bagnato, con dei muscoli così e tanto…tanto sesso amici miei! Tra una settimana parto per i Caraibi e vado da lui, ho già parlato con la dirigente che mi ha concesso sei mesi di aspettativa, non pagati s’intende, ma chi se ne frega! Di vita ne ho una sola e non voglio perdere nessun treno!

-Oh brava!- disse Roberto – Ti manca solo di andare ai Caraibi, ma fai bene Amely, tu sì che sai vivere, mica come me  che da quando non gioco più a calcio non ho più una domenica! Per me domenica voleva dire partita! Era il più grande dei tre e lo avevano conosciuto durante una partita in cui  lui era stato il protagonista assoluto.

Roberto…non c’è di peggio che essere stato uno sportivo per tutta la vita e poi sentirsi uno scarpone vecchio all’età della pensione.

-Dai, non esagerare! Andare in pensione non vuol dire smettere di vivere, devi trovarti un’altra occupazione…un nuovo interesse- disse Livio per spronarlo.

-Eh, per te è facile caro Livio…tu ti metti alla scrivania e scrivi, ma io che ho incominciato a giocare a calcio da quando avevo sedici anni e sottolineo da PROFESSIONISTA…non riesco a stare seduto, ma il problema è che non riesco più nemmeno a correre, non ho detto non voglio correre, ma non ce la faccio, fisicamente non-ce-la- fac-cio! Mi manca il fiato, mi fa male il ginocchio e mi sa che devo mettermi anche la protesi…tutt’al più posso fare la passeggiata con il cane! Ma la cosa più triste è che mi mancano i tifosi e …gli applausi! La pensione mi ha messo KO amici miei!

-È la testa che ti ha messo KO Roberto!- Disse Antonietta quasi autoritaria.

Avevano parlato per un’ora o forse due, avevano preso il caffè e l’amaro poi Livio si alzò, si sgranchì le gambe e disse:

-Vado a fare una camminata così digerisco il pranzo un po’ troppo abbondante.

-Ma sta piovendo! – disse Roberto che era il più anziano e il più attento ai malanni di stagione.

-È una pioggerellina e poi lo sapete che mi piace camminare sotto la pioggia.

Prese il suo parapioggia di incerato giallo e scomparve oltre la casa.

Continuarono a ridere e a scherzare proprio come ai vecchi tempi poi si accorsero che l’orologio segnava già le sette e Livio non era ancora rientrato, aspettarono una mezz’oretta e quando videro che stava per imbrunire incominciarono a preoccuparsi, Roberto s’incamminò verso il boschetto dietro casa e Antonietta e Amely andarono giù per lo stradello che portava alla strada provinciale, nell’aria oltre al silenzio si sentivano le tre voci che chiamavano Livio.

Pochi minuti e l’urlo di Roberto squarciò l’aria circostante.

In un attimo tutti si ritrovarono davanti al corpo esanime di Livio, sembrava che guardasse il cielo, tranquillo, con gli occhi fissi verso l’alto e immobile, erano lì, quattro amici e il silenzio.

-È svenuto!- urlò Amely gettandosi sul corpo dell’amico.

Fu Antonietta che accasciandosi su di lui lo tastò dappertutto poi gli prese la testa tra le mani e si accorse del grande bernoccolo che aveva dietro la nuca, gli prese le mani per sentire ancora una volta il profumo della sua pelle, si avvicinò alla guancia e gli diede  un bacio.

-Buon riposo, amico mio!- disse, poi si guardò intorno e lo vide…un grande masso piatto, liscio e bagnato era dietro di lui, non ci mise molto a capire, – è caduto e ha battuto la testa, sicuramente un’emorragia interna…Livio è andato via con la pioggia, ma ci ha lasciato due grandi doni…la sua amicizia e la sua passione per le piante ora sta a noi permettergli di continuare a vivere.

Quattro personaggi in cerca di storia: Stefania

Incontro fatale – di Stefania Bonanni

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Quella sera, a quell’ora, Roberto usciva dallo spogliatoio, Antonietta era per strada. Tutti e due furono travolti dalla bomba d’acqua, e si ripararono nel centro commerciale lì vicino. Si conoscevano. Lui era noto, lei lo aveva già incontrato, nel quartiere. Mentre sgocciolavano sul tappeto dell’ ingresso, furono costretti a spostarsi per lasciar entrare una signora che, se fosse stato possibile, avrebbe potuto essere più bagnata di loro. A Roberto scappo’ da ridere. Lui era sempre in tuta, buona per ogni occasione. La signora aveva un taillerino che in origine forse era rosa fucsia, scarpe col tacco, abbinate, e sciarpetta in tinta. Adesso il completino, bagnato, era marrone e verde a toppe rosa, e strane sfumature. I capelli anche  dovevano essere stati bianchi sfumati di rosa, ma ora erano color caffellatte freddo, completo di brioche inzuppata. Venne da ridere a Roberto, che non lo fece per rispetto, e anche ad Antonietta, che si giro’ verso il muro. Una grossa catena (d’oro) al collo della signora recitava “Amely”. Aveva forse problemi di memoria? Appena cominciarono ad asciugarsi, tornarono ai classici, civili, rapporti e si presentarono. Dopodiché affrontarono l’ inevitabile argomento pioggia. “Come piove ora, che disastro il traffico, e la crisi ecologica?” “Poi, non ci sono ripari, quando servirebbero non si trovano venditori di ombrelli….e così via”.

In quel momento, suono’  il telefono di Roberto. Lui parlo’ un momento, poi lo rimise nella bagnatissima tasca dei pantaloni. Non era certo sua abitudine attaccare discorso con estranei, ma la situazione era così particolare, che lo fece senza pensarci, gli sembro’ anzi una buona idea.

“Era Livio, disse, un mio amico di vecchissima data. Vive in montagna, ma non lontano. Un posto magico, isolato ma pieno di fascino. Lui studia le piante. E’ un esperto di silenziose presenze. La sua compagnia rimette al mondo, rasserena. Noi non ci conosciamo, ma lo potremmo fare proprio stasera. Livio ci ha proposto una cena davanti al camino, con il fuoco che scoppietta ed un bicchiere di vino buono. Se non vi aspetta nessuno a casa, siete invitate.”

La proposta fu strana ed inaspettata, ma la fama di Roberto era garanzia di correttezza.

Antonietta ed Amely accettarono, dopo essersi fatte un cenno d’intesa che significava: o tutte e due, o nulla.

Arrivarono a Miransu’ che il temporale li aveva abbandonati. A ricordo, era rimasta una tintinnante pioggerellina che piu’ che altro faceva atmosfera. Era il sottofondo ideale per chiacchiere davanti al fuoco. Musica celeste.

Livio si dimostro’ accogliente e contento di avere tanta compagnia.

Davanti al fuoco, dopo cena, racconto’ dei suoi alberi, di quanto su di loro aveva scoperto, e di quanto si perdevano gli abitanti delle citta’. Parlo’, parlo’, parlo’…

Quando si ritirarono per andare a dormire, avevano in testa una gran confusione, per gli avvenimenti della serata, ma anche per i racconti di Livio.

Ed ebbe inizio la notte. Una notte importante, come si capi’ subito, la mattina dopo. Antonietta, di buon mattino, usci’ ed ando’ nel bosco. Torno’ in casa sconvolta: Livio era steso nell’erba. Lei lo aveva toccato: era freddo. Non aveva nessun segno. Non gli avevano sparato, non lo avevano accoltellato, e nemmeno strangolato.

Che fosse stata la reazione agli inarrestabili racconti? Francamente, sembrava troppo. Antonietta, con fare degno di Poirot, si alzo’ e disse: “Tutti lo sanno, che arrivo sempre in fondo ai problemi: scopriro’ chi e’ stato”. Poi, guardando negli occhi prima Roberto, poi Amely, disse: “Ti sfido, killer. Esci dall’ombra e misurati con me….uomo a uomo…….!!!!

La dichiarazione fu lasciata cadere nel vuoto. Sembro’ un tantino esagerata….

Antonietta parlo’ per primo con Roberto, ma Amely che passo’ li’ vicino, senti’ distintamente Antonietta che chiedeva come si fosse sentito a sbagliare quel fatale rigore.

Quando poi fu la volta di Amely, fu Roberto a sentire che Antonietta si informava su quali fossero i negozi dove comprava quei deliziosi completini, che adesso starebbero tanto bene anche a lei…

Strane indagini, che non portarono a nulla. Eppure erano in tre, sul luogo del delitto. Non avrebbe dovuto essere difficile.  Gia’….restava Antonietta.

Quando Roberto ed Amely dissero di volerla interrogare, dapprima si offese, poi, altera e scostante, si disse disponibile.

Accesero una lampadina che le faceva lacrimare gli occhi, e fumarono tantissime sigarette, che non traspiravano, solo per fare atmosfera. Antonietta chiese di andare in bagno. Le risposero che non era possibile, ma non dissero il motivo. In realtà, non sapevano se mandarla nel bagno degli uomini, o in quello delle donne. Fatto sta che l’interrogata comincio’ a muoversi sulla sedia, imbarazzata ed a disagio. Talmente tanto, che parlo’.

E fu un fiume.

Disse che quella notte non riusciva a dormire. Torno’ al camino. Livio era ancora lì. Lei pensava che avrebbe potuto succedere qualcosa. Magari qualcosa di romantico, tra di loro. Ma lui ricomincio’ a parlare di alberi. Questa volta però disse di piu’. Racconto’ di aver scoperto cose impensabili, che nessuno sapeva. Disse di aver foto, scritti, filmati, traduzioni di messaggi criptici. Materiale che avrebbe venduto e sarebbe diventato ricco. Sarebbero venuti inviati da televisioni, giornalisti, commentatori. Sognava Bruno Vespa, La vita in diretta, sognava il piazzale pieno di jeep e pullmini, sognava onoreficenze e fama. Ad Antonietta, improvvisamente, lo scenario descritto sembro’ l’Apocalisse. Allora il silenzio, il riparo, le stelle…era tutta finzione.

Continuarono a parlare. Finalmente lei lo chiese. Chiese che cosa Livio avesse scoperto. E lui racconto’.

Disse che gli alberi, perlomeno i suoi, hanno comportamenti e pensieri umani. Aveva le prove: aveva fotografato un pero che allattava un giovane virgulto, anzi piu’ giusto dire che lo “allinfava”. Disse di famiglie verdi che avevano messo al mondo figli e se ne prendevano cura. Disse di aule tra le radici. Di alberi che, appena potati, orgogliosi e vanesi, muovevano la capigliatura al vento, sfoggiando estivi tagli corti. Per non dire di quando parlano, gli alberi, in tutte le lingue del mondo. Basta un fremito di vento ed inizia il bisbiglio. Ad Antonietta venne spontaneo: “Hanno anche identita’ sessuale? ” “Certo. Maschi con attributi esterni ne ho fotografati tanti!! Femmine che presentano strane tane.  E mai che qualcuno si sia chiesto chi ci si rifugia….”

Antonietta prosegui’: “E c’è stato chi ha avuto problemi con il suo sesso biologico?”

Livio ci penso’ un po’, forse visualizzo’, poi comincio’ a ridere. A ridere, a ridere sempre piu’ forte. Ed anche Antonietta rise, ed avevano le lacrime agli occhi, e si strozzavano, dalle risate.

Poi Antonietta si calmo’, riusci’ a smettere. Livio no .

Tecnicamente, e’ morto dal ridere.