La bambina pugile, di Nadia

LA BAMBINA PUGILE – di Nadia Peruzzi

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Come può essere nascere e crescere su un ring? Certo non facile, né divertente. Ma per più di uno il ring è la sola possibilità, un piano B per chi è ai margini in questo mondo non c’è ! Il primo round per Sara era stato nascere con largo anticipo sui tempi previsti.  Il dopo l’aveva vista costretta in una culla termica, alimentata con flebo, tanti tubicini e poco contatto con la sua mamma per tre mesi buoni. Tutto sommato non era ancora in condizione di capire che il fare a pugni con la vita era appena agli inizi. La culla termica non era poi malaccio. Stava al calduccio come nel ventre materno e i rumori le arrivavano ovattati, era quasi una pacchia. Quando i medici decisero che poteva uscire da quel limbo forzato, si ritrovò catapultata in un altrove che era tutto meno che confortevole e tanto meno piacevole. Dal silenzio e dalla pace dell’ospedale al caos vociante di una stanza in cui stavano in 6, fu trauma vero! Doveva piangere, piangere, piangere perché qualcuno passandole accanto si prendesse cura di lei. Capire ancora non capiva. Ma sentiva. C’era qualcuno che le dava dei pizzicotti che le facevano un male cane. Le ci volle tempo per capire che non erano i fratelli o le sorelline ,ma la madre che più che cullarla, la strapazzava e la strizzava forte da farle mancare il respiro. Le bastò crescere un altro po’ per sentirsi indesiderata e da chi avrebbe dovuto amarla più di tutti. Aveva gli occhi sempre pesti sua mamma, non rideva mai e non faceva ridere lei. Tutto il contrario. Appena fu in grado di vedere e capire si accorse di avere attorno a sé degrado, sporcizia ,squallore, che si riflettevano negli stati d’animo dei suoi genitori e dei suoi fratelli. Erano gli invisibili, gli schiacciati dagli eventi, gli ultimi che non riuscivano a superare la loro condizione in alcun modo. Nessuno lavorava o andava a scuola, nessuno si preoccupava realmente di ciò che avrebbe potuto aiutarli ad uscire dalla loro condizione di miserabili. Meno male che ogni tanto vedeva arrivare dei signori e delle signore con dei pacchi con cose da mangiare e qualche vestito che sicuramente era passato addosso a diverse persone prima di arrivare da loro. Sara stava con abiti sdruciti, lerci e bisunti per giorni e giorni. Quando arrivò ad articolare i suoi primi pensieri arrivò a concludere che se non fosse mai nata sarebbe stata meglio, ma visto che c’era, la partita con la vita intendeva giocarsela tutta. A forza di pugni sarebbe prima o poi riuscita a scendere da quel ring e viversela al meglio. Appena le fosse stato possibile sarebbe scappata da quel letamaio!

La bambina di vetro, di Stefano

La bambina di vetro – di Stefano Maurri

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La bambina di vetro troneggiava nella vetrina del negozio di Archimede Seguso insieme ad altre decine di vasi preziosi.

Lui usciva da una complicata separazione e aveva deciso di cominciare a collezionare vetri di qualità. Nel negozio una gentile signora si dilungò nella descrizione di vasi pregiati, in cosa consisteva il loro valore e la loro unicità e il perché dei prezzi così alti. Lui rimase a lungo ad ascoltare la signora che mostrava gli oggetti di Seguso senza stancarsi. Ritornò diverse volte in quel luogo e instaurò una bella amicizia con la signora.

Non comprò la bambina, si accontentò di altri vasi e oggetti meno costosi ma ugualmente artistici e che rispondevano ai criteri dei vetri da collezione.

La raccolta cresceva piano piano, ma la bambina rimase dentro il suo cuore.

Il tempo che passa produce danni alle persone, ma anche alle produzioni artistiche e anche le ditte muranesi cominciarono a chiudere per la crisi economica e per la concorrenza cinese che rappresentava una buona alternativa per il gusto dei più sprovveduti.

La signora andò in pensione, il negozio chiuse, la bambina rimase nel sogno dei desideri

La bambina di carta, di Rossella B.

LA BAMBINA DI CARTA – di Rossella Bonechi

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Alla fine degli Anni ’60 le edicole cominciarono a vendere molto altro oltre i quotidiani e i settimanali, persino qualche piccolo giocattolo; ma Rosellina era incantata da un grande quaderno colorato con la figura a tutta pagina di una paffuta bambina in mutande. Tanto fece e tanto piagnucolò che alla fine l’Album, le spiegarono che si chiamava così, fu suo! Le dissero che era una bambolina da ritagliare e che avrebbe trovato nelle pagine interne tanti vestitini di carta per fare bella Cicci Bum: si ritagliavano e grazie a delle linguette di carta rimanevano ben appesi.

Rosellina ascoltò le spiegazioni, fece vedere che sapeva usare le forbicine dalla punta arrotondata e nel giro di pochi minuti la lasciarono da sola a giocare. Ci passava i pomeriggi con Cicci Bum e nessuno si immaginava che per lei quella era una vera bambina, la sua amichetta, l’unica in quelle serate solitarie che l’ascoltava e sapeva che lei c’era. 

I vestitini presto si sciupavano, le linguette si rompevano e qualche taglio azzardato mozzò un dito, un ricciolo, una manica. Ma la Bambina di Carta era sempre lì, con il suo sguardo attento sorrideva sempre ai suoi racconti e con la boccuccia rosa rideva con lei e sembrava dirle cose bellissime. Gli adulti frettolosi si stupivano di come Rosellina se ne stesse buona a giocare da sola ma troppo presi dalle loro faccende erano lontano anni luce dal comprendere che Rosellina si era creata da sola un mondo e lo riempiva, con l’aiuto di una Bambina di Carta, di storie e immaginazioni. Per i grandi era un Album da ritagliare, per lei l’unica compagna di giochi: la rese vera, la rese importante, la rese utile mentre le rimandava l’immagine di sé.  

La bambina che scriveva sulla seta, di Luca

La ragazza che scriveva sulla seta – di Luca Miraglia

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Una strana architettura di veli e tendaggi la circondava.

Su ogni scampolo di tessuto chiaro, un tratto traslucido lasciava intuire una scrittura fitta ma indecifrabile, quasi un codice inintelligibile ai più.

Lei se ne stava lì al centro accoccolata su un tappeto e circondata dai suoi rotoli di tessuto, i suoi pennelli, il suo grande calamaio di inchiostro simpatico che usava per tracciare incessantemente i suoi simboli segreti sulle pezze che poi lasciava stese ad asciugare. Quasi quinte inesauribili di un teatro immaginario.

A chi le domandasse cosa stesse facendo o a cosa servisse tutto ciò lei non rispondeva, non poteva rispondere.

Nel suo mutismo congenito però sapeva spiegare che su quei tessuti tracciava il senso continuo dei suoi pensieri, che quello era l’unico modo che conosceva per lasciare fluire nel vento il suo essere intimo e profondo.

E a chi le contestava l’incomprensibilità dei simboli tracciati, lei rispondeva con un sorriso radioso che stava a dire: che importa del loro significato, tutto sta nella loro armonia e bellezza.

La bambina sperduta di Lucia

Sperduta perduta – di Lucia Bettoni

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Inghiottita in un tempo immobile senza voci
Appesa alle nuvole bianche della sera
Gli occhi grandi come il cielo
Mani piccole e morbide

Sperduta perduta

In attesa del vento del crepuscolo
Piedi scalzi e un velo in testa
Un tappeto di terra e sassi
palcoscenico per i sentimenti

Sperduta perduta

Ogni sera al crepuscolo quando dal cuore esce la malinconia e il vuoto si riempie di brividi e un’emozione simile all’amore la solleva dalle zolle e lo sguardo si alza

Sperduta perduta

Un sorriso dipinge di rosa intenso il volto e quel tempo immobile perde consistenza
si dissolve e scivola via e allora lei può essere chi vuole dove vuole con chi vuole e non ha più bisogno di niente

Incontro del 26 febbraio 2026: La bambina nei titoli, una ispirazione per raccontare

La bambina pugile

La bambina che custodiva i libri

La bambina del treno

La bambina inutile

La bambina che ascoltava i fiori

Una bambina e basta

La bambina che diceva sempre di sì

La bambina che non doveva piangere

La bambina sputafuoco

La bambina invisibile

La bambina perduta

La bambina che amava troppo i fiammiferi

La bambina del sole

La bambina di carta

La bambina che scriveva sula seta

La bambina di vetro

La bambina perfetta

Quattro personaggi in cerca di una storia: Vittorio

Amici, comunque amici – di Vittorio Zappelli

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La compagnia , nata per 3 giorni a Parigi, si era sciolta con il ritorno alla vita quotidiana .Come succede spesso ,quando si è dato il meglio di se’ con  altri conosciuti da poco in un ambiente stimolante ,tornando  a casa si ha quasi paura di farsi trovare  e trovare gli altri diversi se e’finita la magia dell’ incontro passato ; e allora non si ha voglia di fare il primo passo per ritrovarsi di nuovo.Ma dato che dei quattro due a due vivevano nelle stesse citta’ ci furono delle occasioni per ristabilire il collegamento almeno tra le due coppie (nel senso di 2 persone)

 Roberto un giorno ,ritrovato il numero di Livio ,lo chiamo’ e fissarono di vedersi una domenica, non dove vivevano ma nella dimora sopra Vaiano che Livio aveva affittato da poco. Cosi’ quel giorno si arrampico’ per diversi Km in macchina su una strada secondaria  tra boschi e squarci di montagne  per arrivare ad un parcheggio con 4 case normalmente disabitate.Da li   a piedi con una discesa ardita si arrivava ad piccolo fiume dove un tempo c’era un centrale enel con la casa del custode.  Questa era la residenza secondaria ma che stava diventando la principale di Livio.Li c’era  il continuo rumore dell’ acqua che scorreva battendo sui sassi, e  2 stanze arredate con oggetti antichi compreso fotografie ingiallite del vecchio e primo custode della centrale e addirittura l’ impianto elettrico a fili in vista di una volta .

In quelle stanze Livio  e Roberto si riconobbero, si annusarono di nuovo ,e parlando capirono come erano diversi ma che  nonostante tutto avevano piacere di stare insieme.

Livio innamorato del lavoro di agronomo naturalista,tutto dedito ai suoi studi teorici e sul campo  che gli facevano sentire fisicamente l’influenza che il mondo vegetale aveva su di lui e che lui non avrebbe mai abbandonato.Stava veramente bene solo  a camminare nei boschi e seduto sui suoi sassi a sentire lo scorrere delle acque e della vita insieme.

Roberto invece era uomo di citta’,fisico poderoso ,sportivo ex calciatore interessante di aspetto ,piacente alle donne che ripagava con attenzione verso di loro ma anche a se stesso come se osservasse un altro che si comportava cosi. Pero’ nonostante le differenze dei caratteri e degli interessi ogni tanto ritrovarsi era piacevole per entrambi ,cosi’ nacque con il tempo una amicizia .

Piu’ facile far nascere  il rapporto tra Amelie e Antonietta .Stavano nello stesso paese ,avevano quasi la stessa età sui cinquanta  e pur facendo lavori diversi avevano diverse cose in comune che approcciavano pero’ in modo diverso come:l’abbigliamento ed i sentimenti .

I vestiti erano per Amelie il modo per esprimere esternamente il proprio carattere aperto e pronto ad accogliere sempre esperienze nuove ; la vita è bella e bisogna colorarla di primavera ,Cosi’ si vestiva trascurando i toni  spenti che la intristivano.

Ugualmente per le relazioni sentimentali che la trovavano di regola impegnata ma anche disimpegnabile velocemente.

Il sangue meta’francese da parte di padre e metà italiano faceva la sua parte a renderla interessante a prima vista ed anche a sentirla parlare con un fondo di erre arrotata molto intrigante.

Diversa per Antonietta la consuetudine dei sentimenti ; piu’ di testa con molti sogni ma pochi che scendevano a terra ; cosi’ nell’abbigliamento improntato alla prudenza sui colori e a non dare troppo nell’occhio.

Una cosa lasciava perplessa Amelie quando entravano in confidenza sugli argomenti della fisicità femminile:avvertiva in quei momenti nei propri confronti da parte della amica un riserbo e insieme un  apprezzamento non proprio riservato allo stesso sesso.  

Per il resto il rapporto di amicizia ed il desiderio di coltivarla da parte di entrambe era sincero e si instauro’ facilmente.

Fu cosi’ che da parte di Amelie con la approvazione di Antonietta venne l’idea di contattare Roberto per organizzare un nuovo incontro tra tutti e 4 dopo quello di Parigi,

La cellula nata per caso sulla senna stava per ricostituirsi sulle sponde meno nobili ma non meno operose e fattive del Bisenzio.!

Reazione di Gabriella

 Rispondi con gocce/ che bussano ai vetri/ bucato che cade in cortile

Concerto – di Gabriella Crisafulli

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Le gocce che battono sui vetri

rimbalzano nei sottovasi

in un tip tap spensierato

Ticchettano sulla plastica

stesa sopra i panni

nella illusione che non si bagnino

mentre rivoli scorrono

lungo il bucato che cade nel cortile

Nel silenzio della stanza

si apre un concerto:

l’acqua vibra sulle foglie

e acquieta gli animi

Reazione di Annalisa

…vaso che va in mille/ pezzi felici

Dinastia Ming – di Annalisa Faleschini

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Su un mobile d’ebano intarsiato.

Viaggi esotici. Sete e fili d’oro. L’epoca felice, la famiglia unita.

Il riconoscimento di cotanta ricchezza negli sguardi a mezz’asta tra i vicoli stretti da alti palazzi.

I biglietti d’auguri vergati da timbri in ceralacca blu cina o rosso veneziano.

Poi, un semplice, banale colpo di vento. Un battente che si apre violento. Uno spazzolone appoggiato, con le sue setole ruvide, su un cencio umidiccio.

Ed il pavimento brilla, come le costellazioni in cielo, di 1000 pezzetti, felici di poter rinascere a nuova vita.

Approfondimento: Rossella G. e Livio

Livio, il mio Livio – di Rossella Gallori

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Gli ultimi anni erano stati terribili, le notizie erano entrate in casa  come un uragano, uno tsunami devastante ed imprevedibile, pezzi di vita tolti in un secondo,  tutto sembrava frutto di una maledizione. Senza filo logico, senza nesso, un puzzle che   non riuscivo a ricomporre.

Prima l’incendio dell’istituto delle suore, con la superiora  in fuga investita dal taxi che doveva portarla in fretta all’aeroporto per chissà dove.

Poi quel  famoso calciatore, si il Bonapalla  sopravvissuto al fuoco e deceduto poi in circostanze strane,  schiacciato da uno scaldabagno in disuso, nello spogliatoio di una squadretta di serie D. I compagni si accorsero del cadaveruccio dopo giorni,  non emanava cattivo odore, solo l’indifferenza puzzava e non poco

Antonietta era morta durante l’ennesimo intervento, leva e metti, metti e leva. Morì, priva di organi, lei che poteva essere tutto, era rimasta nulla…quel nulla che lasciò traccia solo per coloro che amano le anime non i corpi.

Ma la cosa  più macabra, quella che sconvolse tutta la nostra comunità, fu il ritrovamento di Amelye, era sparita da tempo ma quando ci fu il sopralluogo nel piccolo laboratorio di sughi e salse  “la prelibata”  riapparve in bocconcini,  confezionata in simpatici barattoli,  era stata uccisa fatta a piccoli pezzi bollita e condita, affogata in delicata salsa di pomodoro.  Disgustoso, terribile!

 La relazione con il giovane imprenditore le era stata letale, povera Amè così  burrosa, sorridente, un po’ un gatto attaccato ai coccodè ..ma quella fine, no, non la meritava, lui fu rinchiuso ma non per molto, lo trovarono appeso alle sbarre, riconfessò con poche righe il suo scempio: non ne potevo più Ameliuccia cara, dei tuoi sorrisi del tuo birignao  continuo, ti ho fatta in piccoli pezzi, dopo averti disossata, la paura di vederti riapparire era troppa!

…quanti pensieri affollavano la mia mente, li conoscevo tutti solo di vista, la finestra della mia camera era affacciata sul bianco edificio che avevo visto crescere con me, pietra su pietra, gli abitanti mi incuriosivano, avevo imparato i loro nomi sentendoli chiamare da quattro o cinque oche in tonaca….

Uno su tutti, però, attirava la mia attenzione LIVIO, non sapevo dargli una età,  gli anni erano sicuramente più dei miei, quel tanto  però che mi faceva pensare ad altro…molto altro: la camicia a  quadri sempre tirata su fino al gomito, rivelava polsi decisi, braccia abbronzate coperte da una peluria composta ed intrigante, riccioli neri incorniciavano una fronte, forse un vezzo per coprire qualche piccolo solco, che attraversava i suoi pensieri, alto quel tanto che non è troppo, le gambe forti fasciate da yeans rivelatori….me ne innamorai piano piano, lo fissava da dietro le tende; annusava ed accarezzava ogni pianta come se difronte a se avesse un cucciolo, sussurrava alla salvia, sorrideva all’ alloro, dava leggeri colpi incoraggianti al misero tronco di un salice in crescita…

Trovai il modo per conoscerlo, sconfinando un po’ dal mio giardino   ed anche fingendo di giocare con un pallone non mio  sgonfio di abbandonato. Lui era li, bello come il sole quando c’è, con un sorriso che mi paralizzò…

Ciao mi chiamo Livio, tu?

Stupida risposi: io no! Mi morsi le labbra correggendomi:  Anita!

Sono qui in convalescenza, un piccolo intervento, poi torno a Bormio

Io abito qui! Ho 17 anni ( bugiardissima)

Io diciassette per tre….

Ridemmo fino alle lacrime, lo ricordo bene….

Poi quello che era stato quasi un caso, diventò una stupenda abitudine, lui con i suoi cartocci di fragoline di bosco, io con il primo rossetto…lui con i suoi gelsi di fine maggio, io con scolli sempre più pronunciati!

Livio che parlava di alberi, io che non capivo ma annuivo cercando di avvicinarmi sempre di più.

Ogni tanto qualche “ dronesuora” ci spiava, sapevamo nasconderci bene dietro quelle siepi così perfette da non sembra vere, così profumate da togliere il respiro, gelsomino soffocante, amante ed amato.

Livio, Livio ti guardavo ed aspettavo un tuo cenno, quelle poche parole che non arrivavano mai: Anita, vieni via con me, la mia casa sarà la tua…

Ero diventata grande con te, con il tuo corpo perfetto ai miei occhi, nella camera che guardava il mare.

Di te sapevo ogni giorno qualcosa di più, dei tuoi fratelli gemelli morti in montagna, di quei genitori spariti prima di morire! Della tua solitudine verde….dei colleghi poco generosi, tu parlavi muovendo lentamente le mani, mani forti da contadino istruito, da botanico speciale, da arpista che,  non  sbaglia una nota, mai. Parlavi con rispetto della tua facoltà di agraria che era diventata casa senza letto, della stanza sui tetti che raccoglieva la tua stanchezza, della baita tra i monti, di una Bormio innevata.  

Livio, Livio mio con quello sguardo che andava oltre e quelle ciglia folte, ombra dei tuoi zigomi. Ci siamo amati, ci amiamo ancora…

Livio arcobaleno fiorito, grappolo  di vita.

Amavi i vestiti sportivi, i tessuti naturali,  le scarpe di pelle buona, sapevi di sapone buono dal nome semplice lo ricordo bene : cedro di Calabria… una noce a tre canti portafortuna in tasca, amavi la pioggia, le gocce che ti bagnavano il viso erano rivoli di felicità.

Poi quel giorno maledetto, ti facesti trovare  nudo dall’ acquazzone improvviso ti regalarvi all’acqua e lei a te. Forse un fulmine, un infarto o la maledizione di qualcuno.

Ti trovai così, io per prima, tra le lacrime raccolsi timo, rosmarino, cerfoglio, cercai di coprirti, senza riuscirvi, ti baciai e scappai spaventata da passi pesanti ……Livio, il mio Livio…

Il tuo corpo, ormai terra fine, fu dato generosamente a me, durante la cerimonia deserta nella tua vigna amata.

Ora siamo di nuovo insieme, ti parlo come sempre, ti chiedo se hai bisogno di qualcosa, sorrido di te, con te…sento il tuo profumo:  erba pulita, sento la tua voce: fruscio di foglie….   ho i brividi e non ho freddo, ho i brividi ma non ho febbre. Questa luna cinerea mi vede abbracciata ad una semplice urna verde, verde bosco, in alto a destra le tue iniziali L D  di un rosso terra di Siena:     Livio Dincertopadre, di sicuro amore, il mio…Livio, Livio mio.

Reazione di Carmela

Guardami – di Carmela De Pilla

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Guardami, sono io

sembro la stessa di ieri, ma lo sono?

Mi sento una frase inutile che scappa fuori maldestra

e la  paura

mi rincorre, mi acchiappa, mi stritola

Poi mi lascia libera

e sento l’aria che mi avvolge

 e mi dona vita.

 Io ballo

danzo nella stanza vuota

da sola.

Bussano ai vetri gocce pesanti

sono dubbi, incertezze

e  con un fil di voce sussurro

Vivi finchè puoi.

Reazione di Nadia

VASO CHE VA IN MILLE PEZZI, FELICI. – di Nadia Peruzzi

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Il vaso falso Ming troneggiava nel salotto, totalmente kitsch, della famiglia tutta mafia e droga dei Casamonica. Il capoclan lo aveva preso da un ricettatore, che aveva un grosso debito con loro e che gli aveva giurato e spergiurato che fosse autentico e dal valore inestimabile. Glielo disse avendo una 44 Magnum appoggiata alla tempia destra, che non mancò il colpo. Il motto del clan da sempre era fidarsi è bene, non fidarsi ancora meglio. Il Mammasantissima dei Casamonica che capiva di pistole ma nulla assolutamente di vasi cinesi, se lo portò a casa e per fare bella figura dichiarò a tutti che era un cimelio di valore inestimabile. Se avesse indagato avrebbe scoperto che era una imitazione fatta da un artigiano di Grottaglie che spesso si dedicava ad affiancare lavoro oscuro, a una attività che scorreva per lo più nella legalità. Fra i Casamonica si diffuse ben presto una sorta di venerazione per quel vaso. Chi era nella lista legittima della eredità, era già pronto a litigare e a far causa. C’era già la gara ad accaparrarselo appena il capo clan avesse tirato le cuoia. Nessuno aveva messo nel conto la piccola canaglia di nome J R, fratello di Pamela e Sue Ellen, che si muoveva in casa sempre correndo e facendo slalom fra tutta la paccottiglia che negli anni i Casamonica erano riusciti a stipare in quel salotto. Un giorno centrò in pieno il vaso, facendolo andare in mille pezzi. Fu a quel momento che scoprirono che era un falso e di Ming non aveva nulla. Da una sigla interna si scoprì che veniva da Grottaglie che erano certi fosse in Calabbria!!  Si incazzarono tutti. Di più quelli che erano già pronti a contenderselo nella causa di successione. Gli unici felici, i pezzi del vaso che non ne potevano più di essere assemblati in quella vera e propria ciofeca. Come sarebbe stato bello esser consegnati a qualcuno pratico dell’arte giapponese del Kintsugi, che ricostruiva tutto come si fa con i pezzi di un puzzle usando lacca urushi e polvere d’oro. Allora si che il vaso avrebbe trovato il suo vero valore, che andava molto al di là del mero valore materiale calcolabile in denaro. Il Kintsugi lo avrebbe nobilitato dandogli un’anima, essendo metafora delle fratture e dei cambiamenti che gli individui possono trovarsi ad affrontare durante la loro esistenza, e quindi monito e insegnamento per tutti. Decisamente troppo per quei buzzurri, avvezzi solo a taglieggiare, a rubare e sparare, che sicuramente nemmeno sapevano dove fosse il Giappone!! 

Due personaggi in cerca di un racconto: Cecilia

Due personaggi in volo sulla memoria — di Cecilia Trinci

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Ameli avrebbe sempre ricordato l’immagine di lui che reggeva un aquilone impazzito con una canna da pesca. Le era tanto piaciuto  quell’avvicinare un  qualcosa di mare, capace di trattenere un grosso pesce, a una forza di carta volante. La vista poi era stupenda: un giovane uomo, una bambina dietro che trattenevano con tutta la forza possibile un aquilone che più saliva, con tutto quel filo disponibile, e più volava alto. Il Gran Paradiso era nello sfondo. Il cielo era blu. Non aveva più la foto, finita  come tutte le altre di quel periodo nelle mani di lui. Ci aveva messo tanto a capire che uno che poteva distruggere una foto simile non aveva tutte le rotelle al suo posto. Ma ci aveva messo tanto a capire anche tantissime altre cose che stavano nascoste in una vita felice.

Ameli non era stupida, neppure ingenua, eppure ci era cascata. Aveva scambiato l’eccentrico con la fantasia, il furbo per il simpatico e soprattutto il narcisismo per l’amore.

Càpita.

Quel giorno dell’aquilone era uno di quella serie estiva, fuori stagione, trascorsa sui prati di Cogne, sui sentieri anche troppo assolati, ai bordi di ruscelli freddi e fontane di legno. Ameli spesso scambiava la bellezza dei paesaggi con la bellezza della vita, non aveva occhio per certe sottigliezze.

Càpita.

Così capiva male quando Roberto le impediva di leggere per prima le lettere che erano sue, da parte delle sue amiche e per primo le leggeva lui, per evitare sorprese e  tradimenti. Capiva male, certamente,…. era amore grande. Lo diceva lui, se lo ripeteva lei. Capiva male quando accettò l’imposizione di non mettere il telefono in casa per evitare, anche lì, improbabili tresche. E meno male che i cellulari non erano ancora realtà!

L’amore è strano, a volte chiude occhi e orecchie, chiude pure le sinapsi del cervello.

Preferiva farsi chiamare dal padre e solo da lui, mi raccomando, al telefono della vicina, salire le scale di corsa e parlare così, in una casa estranea a piccole frasi anonime. 

C’erano giorni belli, notti sotto le stelle sulle rive del fiume Merse, quando la primavera era tutta profumi e fruscio di foglie, e la paura nemmeno si affacciava guardando all’insù, verso fette candide di luna, mentre intorno si spandeva l’assoluta  solitudine.   

C’erano giorni belli quando le raccontava di come si muovono i pesci per scansare le esche, di come scegliere l’aborniello per incidere sopra il nome,   come riconoscere il verso delle ghiandaie, il merlo che zampetta per costruire il nido. Quando sparavano a barattoli di metallo….ma se a vincere era lei si affacciavano già reazioni avverse.

Non lo sapeva che erano già segnali. Anche sua madre era stata così, impulsiva, irruenta, violenta non raramente. Forse Amelie aveva avuto esempi storpiati, tormentati, disuguali. E forse per questo il velo sugli occhi era così spesso, tollerante e rosato.

Cominciò a capire ma non ad ammettere, piano piano. Continuava a scansare la verità, evitandola come il fumo di un falò.

Un fagiano in amore fu ucciso per dispetto, con la macchina, accelerando apposta. Lo vide morire senza poterlo difendere. Si sentì tramortita accanto all’animale, mentre la femmina ancora lo cercava.

 Finché accadde.

Finché la furia si scatenò sulla bimba.

Fuggì. Fuggirono lei e la bimba. Ma non vide, non ammise.

Morì dentro, ma non ammise, non accettò.

Rinacque da sola, sollevandosi ogni giorno, ma non ammise, non accettò.

Continuò a ricordare le notti d’estate con i grilli, i tramonti sul fiume Merse, i giochi con la bimba sul letto grande. Continuò e continuò.

Finché la potenza del vero fu più forte-

E allora smise, si staccò. Si riaccese nuova, ma lentamente, a spinte, come in un nuovo parto.

Ed ebbe tenerezza e compassione per quella lei che, fin lì, non aveva voluto mai guardare dalla parte giusta.

Reazione di Anna

Rispondimi con gocce che bussano ai vetri – di Anna Meli

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Odore di pioggia, enormi nuvole scure,

basse e minacciose navigano nel silenzio assordante.

Fitte gocce colpiscono con forza i vetri,

bussano, vogliono entrare.

Non posso, non voglio fermarle.

Sono come sassi.

Vorrei il tuo perdono.

Vorrei che queste gocce mi lavassero facendomi male

e poi si sciogliessero in confortanti carezze.

Fuori il bucato steso ondeggia trasportato dal vento

si intreccia con rami del ciliegio. ….un piccolo fiore bianco vola fra gocce di pianto

Reazione di Stefano

Pezzi di vetro felici – di Stefano Maurri

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Saranno anche felici i pezzi di quel vaso, ma sicuramente non lo è il proprietario. Parlo per esperienza personale, perché sono un collezionista di vasi di Murano

Il vaso di Murano ha grande valore solo se integro. Se viene appena urtato, se si formano all’interno piccole filature, il vaso non vale più niente.

Un po’ come alle Olimpiadi, dove un centesimo di secondo può fare la differenza tra una grande vittoria e un fallimento.

Ovviamente è il pensiero di un collezionista, non di un normale camminatore nella vita. Il lavoro dell’artigiano richiede la perfezione perché ha un valore economico notevole.

Reazione di Stefania

Scambiami per un tuo pensiero – di Stefania Bonanni

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Scambiami per un tuo pensiero. Un difetto nella tua smemoratezza, un inciampo.

Posso trovare un senso per me. Posso sapere che davvero faccio parte di te.

Certamente ci sono, nei tuoi pensieri. Sono quello che mette in dubbio. Faccio capolino ogni volta che non puoi fare a meno di dire “secondo me”. Io che non ho nessuna certezza, né teorie, né ricette. Che tendo a approssimare, reagisco d’istinto, so che sono un tarlo, per te. Un pensiero sbilenco, un’idea strana, sulla tua strada diritta.

A volte inciampi, nei miei soliloqui. A volte non senti,  a volte non capisci, a volte dico stranezze e le capisci benissimo. Quello che davvero non vuoi capire, e’ che per me mantenersi strani, curiosi, sognatori, fantasticare, ricordare, e’ vivere bene.

Quando ti racconto cose, progetti, aspetto la tua reazione. Ogni volta che dici “bello” “va bene”, per la verità mai, comunque lascio perdere. Segno che e’ cosa banale, scontata, di quelle che non significano nulla, che stanno bene a tutti. Ogni volta che rispondi: “ma sei matta? Solo a te poteva venire in mente!!” Ecco, allora ci comincio a pensare. Quando a te piacciono solo le cose che dicono tutti, e a me solo quelle che nessuno dice, ecco allora siamo proprio sempre noi: Io e te.

Reazione di Rossella G.

Scambiami per un tuo pensiero… – di Rossella Gallori

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Scambiami con qualcosa di buono, con qualcosa che veramente ti sia utile.

Per un tuo pensiero ho perso sonno, ho perso vita, caramelle di miele, dolci di sogni prive di carta.

Un difetto nella tua smemoratezza mi hai dimenticata, io buccia sciupate, tu spicchio sano…insieme succo.

Un inciampo che non ci vide cadere, ci ammaccò il corpo, nessuno ci riconobbe, nemmeno noi ci riconoscemmo, le cure non bastarono.

Noi amanti liquidi,  noi amanti inutili,  noi senza prezzo, senza letto, senza senso, due scritti male su libri mai letti, impastati di notte, lievitati in una alba che ci vide cotti , quasi bruciati….

Non commestibili

Reazione di Daniele

L’asino quieto – di Daniele Violi

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Hai motivato le tue impressioni, cercando di elencare aspetto per aspetto, ti sei dilungato a programmare sintesi con analisi che sono comuni e banali.

Rispondimi con l’asino che cammina quieto nella vigna, per il percorso che lo porta a superare, sulla sua passeggiata pomeridiana, un susseguirsi di piante che gli sono capitate e che lui considera profumate e gustose.