Da una frase di A. Munro: Gabriella

Le bollicine eccitate – di Gabriella Crisafulli

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Cercò di metterci una pietra sopra ma quella si rifiutava di fare da coperchio al passato

La bottiglia era nel cestello del ghiaccio

Il vetro sudava gocce scintillanti:

prometteva un’euforia contagiosa

prometteva una felicità effervescente

prometteva di cancellare quel che si voleva dimenticare

Intorno a lei sguardi di desiderio

Era una promessa di benessere

Ma le bollicine erano eccitate da tanta attenzione e il tappo vacillò

non fece più da coperchio al passato e sbottò con gran fragore

La frase di M. Murgia: Stefano

Uomo-donna nel lavoro – di Stefano Maurri

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Mi sembra che il dibattito sulle diversità tra uomo e donna abbia ormai lasciato  lo spazio ad altre riflessioni. Entrambi sono soggetti all’imbarbarimento della società che supera gli stereotipi maschio-femmina. Un lavoratore rider maschio è sfruttato anche di più di una lavoratrice tessile. Nessuno si sottrae ormai al processo di parcellizzazione del lavoro e alla sua riduzione a frammento.

Non esiste più il luogo collettivo dello sfruttamento, la fabbrica. Ognuno è sfruttato attraverso il suo computer senza che ci sia possibilità di formazione di una coscienza collettiva.

Da una frase di A. Munro: Patrizia

Riflessioni – di Patrizia Fusi

(Cerco di mettere una pietra sopra ma quella si rifiuta di fare da coperchio)

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Alcuni ricordi quando sono spiacevoli riaffiorano all’improvviso scardinando la pietra che si era posizionata sopra.

Ho riflettuto molto su quello che ho fatto.

 Per la mia giovane età quando è successo.

 Per il contesto di allora.

Per la piccola bestia che era dentro di me in quel momento.

Spero tanto che il mio gesto non abbia condizionato la persona che lo ha ricevuto.

Una mia riflessione che ho fatto: perdonarsi del torto che ho inferto ad altri e perdonare i torti ricevuti.

Non per mia bontà, ma per una forma di egoismo, di amore verso me stessa.

Dalla frase di A. Munro: Annalisa

La pietra – di Annalisa Faleschini

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Era una baracca.

Un casotto per fumare di nascosto le prime sigarette rubate in casa, bere i primi gocci trafugati dalla dispensa.

Fu proprio lì, che mentre lo sistemava ed abbelliva, se lo ritrovò addosso col suo peso maschio.

Col fetore di un assatanato.

La colse inaspettata, fragile, avvolta nel suo lutto come un sudario.

La abbindolò con nenie mielose.

Un barbiturico per la sua spossante tristezza.

poi le bloccò le membra con fiera voracità. ci volle un miracolo per salvarla!

Il corpo si risparmiò, la mente venne bucherellata, triturata, colpita, scheggiata.

Nessuno più, per anni, poté corteggiarla.

La pietra, sul sepolcro della sua anima, eruttava, e come lava trascinava i bollori del passato, bruciando qualsiasi timido desiderio d’amore si affacciasse dal suo cuore ferito.

Dalla frase si A. Munro: Elisabetta

Il segreto del raccontare – di Elisabetta Brunelleschi

Cercò di metterci una pietra sopra ma quella si rifiutava di fare da coperchio al passato.

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LA SCRITTURA

Ognuno porta dentro quello che la vita dall’inizio gli ha dato o strappato.

Per tutti c’è il trauma di un dolore che non si riesce a dire e vorremmo solo nascondere.

Ma quando meno te l’aspetti lui, il dolore, ritorna, magari in un gorgoglio dello stomaco, nei nodi soffocati della gola, in un batticuore improvviso o in un sogno inspiegabile che al mattino scompare.

Col passare degli anni capisci che non c’è pietra che possa seppellire gli incubi del passato. 

E allora che fare?

Raccontare!

Come? Cogliendo il fiore della scrittura e iniziare a scrivere, a raccontare, qualsiasi cosa, … con spontaneità, senza fare progetti.

Le parole tracciate mostreranno i ricami dei tuoi dolori, dei tuoi incubi, delle tue paure, dei tuoi sbagli.

Puoi comporre storie, filastrocche, favole o fiabe e nelle trame e nei personaggi andranno a trasfigurarsi le ombre che in altro modo non sapresti come illuminare.

Una paura che ti accompagna dall’infanzia potrebbe dare volto al cattivo che verrà sconfitto da un qualche coraggioso personaggio .

Un ingiustizia subita potrà traslarsi nel racconto di un atleta che finalmente dopo tanto allenarsi potrà salire sul podio.

La cretinata di cui ancora ti vergogni potrebbe sdrammatizzarsi nelle scemenze di una filastrocca a rima baciata.

Nelle descrizioni di un prato colorato dalla primavera puoi mettere i ricordi di chi amavi e se n’è andato.

E allora scrivi, anche quando non ne hai voglia, scrivi così d’impulso, senza riflettere perché quando  anche una sola parola si poserà sul foglio tutto si trasforma e si acquieta.

La scrittura, come altre forma espressive, può essere una terapia. Le pietre si muoveranno e dal passato toglierai i coperchi.

Dalla frase di A. Munro: Carmela

Voleva dimenticare – di Carmela De Pilla

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Niente, non c’era niente da fare! Voleva dimenticare, ma i ricordi spingevano forte e facevano male, aveva cercato uno spiraglio di luce che la tirasse fuori dai guai, che la portasse a riva impedendole di annegare, ma troppe cose le ricordavano chi era, cosa faceva, come viveva…

Quando decise di partire straboccava di speranza e di curiosità, volava oltre il letto che l’aveva vista bambina e che l’aveva cullata per tanti anni, mise poche cose in un vecchio borsone senza dimenticare il libriccino delle preghiere con la copertina di madreperla che la nonna le regalò per la prima comunione.

-Se senti di perderti stringilo forte tra le mani e pensa alla purezza dei tuoi dieci anni- le disse sulla soglia di casa quando partì.

Il viaggio fu lungo, ma lei volava, andava più forte del treno e del tempo che la separava dai suoi sogni, guardava dal finestrino le montagne e gli alberi che lasciava dietro di sé e ricamava il suo futuro con filo perlè colorato e ad ogni fermata aggiungeva un sogno, le piaceva frugare nel futuro, chissà cosa avrebbe trovato.

Finalmente a destinazione! Scese dal treno e in un lampo capì che era sola in mezzo a una folla di sconosciuti che non si accorgevano nemmeno della sua esistenza, sola e dimenticata.

Ben presto si rese conto che quei sogni ricamati con tanta passione svanivano uno dopo l’altro e si ritrovò giovane, troppo giovane a soddisfare i piaceri di uomini inutili, privi di pelle, uomini sudati, uomini grinzosi, uomini senza futuro e poco a poco cadde nel baratro.

Cercò di mettere una pietra sopra a quel passato troppo pesante, troppo sporco, ma quella si rifiutò di coprirlo quel passato!

Chissà se un giorno avrebbe ricominciato a sognare!

Dalla frase di A. Munro: Nadia

Pietre nello stagno – di Nadia Peruzzi

Cercò di metterci una pietra sopra ma quella si rifiutava di fare da coperchio al passato

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Nel corso della sua vita ne aveva collezionate tante di pietre. Piccole, grandi o minuscole. Dipendeva dalle circostanze, da come si sentiva, da quello che il mondo attorno a lei le presentava come difficoltà, ostacoli, incomprensioni, insoddisfazione, o vera e propria infelicità. Su ogni pietra aveva scritto una data, per ogni momento particolarmente duro, un po’ per autolesionismo e un po’ per cura. Secondo lei averle sottocchio in quel grande contenitore di vetro era una spinta per risalire dal vortice e dai lacci che la tenevano stretta impedendole di spiccare il volo. Ci aveva provato a trovar ristoro nelle classiche chiacchiere con uno psicologo ma si era chiusa a riccio. Pagare profumatamente qualcuno che si faceva i fatti suoi non stava nelle sue corde. Le pietre erano molto meno impegnative ma le percepiva come più efficaci.  Si era sempre sentita una signora Nessuno e lo era stata nella realtà.  Veniva da una famiglia difficile. con un padre ubriacone che picchiava più spesso di quanto non parlasse, una madre che subiva, povertà da tagliare a fette.  I suoi vestiti di seconda e terza mano a scuola erano il suo biglietto da visita da paria, sfigata e perdente.  A quel tempo ancora non aveva iniziato a collezionare pietre, si era adattata a meccanismi di autodifesa e cura più spiccioli.  Il pugno sul naso di Ida dopo l’ennesima angheria era stato epico e liberatorio. Le costò un rapporto e qualche giorno di sospensione ma fu anche una scintilla nel suo mondo oscuro e depresso.  La signorina nessuno stava iniziando il suo percorso di resistenza e reazione.  Sapeva che non avrebbe potuto usarlo per sempre come metodo. Ma la sua autostima fece un salto di qualità. Con quel pugno disse prima di tutto a sé stessa “io ci sono. Farò in modo che lo teniate a mente”! Gli anni della scuola passarono velocemente e nessuno si azzardò più a bullizzarla. Era la più brava della classe e ai vestiti nessuno faceva più caso.  Si ritrovò nell’età adulta quasi senza accorgersene. Suo padre se n’era andato di casa, lei iniziò a lavorare ma dovette trasferirsi in una città diversa da quella in cui era nata.  I sassi nel contenitore erano aumentati, ma li sceglieva ormai solo per le cose importanti. Quelle che facevano male veramente. Le piccolezze, gli screzi con le amiche invidiose o invadenti, le false per natura li considerava da tempo ormai retaggi di ripicche da scuola materna. Non aveva senso scriverci sopra date per ricordarsi di quanto era successo.  Non poteva star dietro a queste scemenze. Se questo comportava perdere qualche contatto non si piangeva addosso. Voleva solo persone che la facessero star bene. Troppo breve l’attimo fuggente di una vita per perdere tempo prezioso cercando di ricucire tele che altri disfacevano puntualmente.  Ogni passo avanti nella consapevolezza di sé. del suo valore, delle sue qualità la indusse a fare un ulteriore passo.  Decise un giorno di mettere le mani nel grande barattolo in cui stavano le pietre dei ricordi. Giudicò cosa buona fare una bella pulizia. Leggendo alcune delle date che aveva scritto si rese conto che non si ricordava nemmeno a cosa si riferissero.  Segnavano solo il tempo della fase autolesionista che era stata la sua maledizione per anni.  Via tutte una dopo l’altra. Decise. Le lanciò nel piccolo stagno dietro casa i cerchi nell’acqua avevano un che di liberatorio.  Una rimase, tuttavia. Era la più grossa. Sua madre. Non la vedeva da anni ormai e non ne sentiva la mancanza. L’aveva sempre subita fino da piccola. Troppo esigente. perfezionista. mai contenta di lei. Tante troppe volte era arrivata a chiedersi se l’avesse voluta veramente. Era anaffettiva per eccellenza. mentre lei per contrasto bramava coccole. abbracci. sguardi pieni di dolcezza al posto di occhi che l’avevano fissata sempre come lame affilate quasi a colpevolizzare la sua stessa esistenza. Mentre guardava quell’unica pietra rimasta e la data che ancora si poteva leggere sentì una stretta allo stomaco. Rivisse l’ultima discussione con lei.  La ricordava in piedi in mezzo al corridoio. Non urlava, accoltellava con sistematicità usando parole cattive, piene di un risentimento assoluto. Era la lucidità di un sicario che non lasciava spazio ad una ricomposizione fra loro.  Ogni linea varcata virava dritta verso l’irrimediabile. Uscì di casa per non tornarci più. Lo fece senza sentire rimpianto o senso di colpa. Non c’era altro da fare per lei.  Seppe che sua madre era mancata poco tempo dopo essersi trasferita. Non tornò indietro nemmeno per il funerale ma non riuscì a gettare quella pietra nello stagno dove erano affogate tutte le altre. Ogni tanto ci provava, ma poi la rimetteva al suo posto nel barattolo dove giaceva da anni.  Era ancora pesante come un macigno e lo sarebbe stata per sempre.

La frase di A. Munro: Anna

“Radio cuore” – di Anna Meli

Dice che le dispiace dire qualcosa, ma in realtà non vede l’ora di dirla.

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            In quel paese di poche anime con solo qualche negoziuccio che vendeva lo stretto indispensabile per le poche necessità, viveva una persona che dai paesani era stata soprannominata “ radio cuore”. Gestiva un piccolo emporio dove si poteva trovare di tutto, dal pentolame alle scope per le pulizie, e  patate, bulbi da fiore, statuine in ceramica e chi più ne ha più ne metta.

            Era un po’ un luogo di passaggio dove le persone si fermavano volentieri per conversare un po’ e rendere meno monotono il loro vivere quotidiano. Lei era sempre molto gentile, servizievole e felice quando le persone si fermavano poiché, anche se dichiarava di non sapere, in realtà niente sfuggiva al suo sguardo e alle sue orecchie.

            Entrando già si vedeva da come si presentava che aveva qualche novità da raccontare: univa le mani stringendosele strettamente, serrava le labbra come se quello che aveva da dire potesse venir fuori troppo presto, faceva una giravolta, assumeva un’aria contrita o intrigante e poi iniziava ” ma lo sai” breve pausa di mistero” che cosa è successo” e così continuava a raccontare. A volte si trattava di cose allegre, a volte tragiche e, diciamo che ci metteva anche un po’ di fantasia; era tale però la sua partecipazione che le scappava sempre qualche lacrimuccia e da qui il soprannome di “radio cuore”.

La frase di A. Munro: Stefania

Pietra inutile – di Stefania Bonanni

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Non voglio dimenticare nulla.

Ricordo con ostinazione.

Aggiungo, non tolgo. Particolari, rumori, ronzii, colori.

Mi va bene tutto, voglio che quella scena sia meno triste, meno grigia, di quello che fu.

Mi va bene tutto, e non è stato facile.

Ho conosciuto rabbia, e tanto tanto dolore.

Mi ha cambiato la vita, la prospettiva, il senso del tempo.

Ho provato a metterci una pietra sopra, ma se fosse stato possibile, avrebbe schiacciato anche me.

La pietra schiaccia, come con la pasta. Il panetto diventa largo, sottile. Si può riempire, farne ravioli, tortelli. Ripieni di carne, di sangue, ma la pasta è la stessa, la stessa di prima. Tanto lavoro e fatica per rendere più gradevole l’alimento, che non cambia. Stesso sapore, stesso peso.

Non ho vissuto, finché non ho visto bene. Finché non ho accettato che si possa avere un’alternativa, e che possa essere una libera scelta. Probabilmente, l’ unica vera scelta libera.

Quanto dolore sia costato è il prezzo salato, quello che nessuna pietra farà scordare .

La frase di A. Munro: Sandra

L’impulsivo – di Sandra Conticini

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Hai mai notato che quando qualcuno dice che gli dispiace  dire qualcosa,  in realtà non vede l’ora di dirla.

In una discussione c’è sempre qualcuno che non prende posizione, ma scalpita perchè vorrebbe dire il suo pensiero. Tergiversa, si muove, si convince che il suo punto di vista non è importante, fa finta di uscire, va a fumare. Rientra sperando di essere pungolato, la sua opinione vorrebbe esporla. Visto che nessuno lo considera esplode come una bomba e, con fare altezzoso,  le parole iniziano ad uscire come un fiume in piena e dice anche quello che non vorrebbe dire.

Quando ha finito di parlare, intorno tutti si sono zittiti, lo guardano come se fosse matto,  capisce di aver sbagliato. La prossima volta manterrà la calma e in maniera educata esprimerà il suo pensiero, ma sa già che non ce la farà è troppo impulsivo!

Dalla frase di M. Murgia la storia di Vittorio

 Murgia : un maschio fa le cose per un perché , una donna solo se ha un perché

 Vittorio: nei sentimenti in genere i veri dilettanti sono  maschi

Alpinista dilettante – di Vittorio Zappelli

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Quella montagna anche se non altissima e non troppo distante da casa desiderava affrontarla  da tempo. A volte passando da lontano con l’auto  la vedeva davanti con la cima rocciosa colorata da ocra  a bruna secondo il tempo , se era bagnata dal sole o intravista tra le nubi. La parte piu’ in basso era coperta da vegetazione che con sfumature di verde la vestivano fino quasi  in alto.   

Una mattina si decise ; prese la sua attrezzatura da dilettante e ci mise la canadese per ogni eventualità .

Attacco’ la salita con foga prendendo scorciatoie di forte pendenza; attraversava il mantello verde e lasciava dietro di sé la traccia del passaggio non troppo rispettoso della natura. Lì nel folto all’ombra della vegetazione si immaginava l’uscita in alto quando avrebbe visto da vicino la cima agognata ragione del suo salire.

Finalmente  il  verde comincio’ a diradarsi e all’improvviso gli si paro’ vicina la cengia che era la prima tappa  da raggiungere per arrivare in cima  ,unica ragione del perché era lì a fare quella che per lui era una impresa. Arrivato allo stretto pianoro ,subito si  accorse della difficoltà per la via alla vetta ; c’era dietro alla cengia un crepaccio di cui non vedeva il fondo che rendeva impossibile sbarcare sulla parte piu’ alta del monte che portava all’arrivo ; delusione e scoramento ma non volle darsi per vinto e visto che si era fatto pomeriggio inoltrato decise di montare la tenda  e passare la notte in braccio alla montagna che lo ricambio’ con una sera  mite e senza il vento freddo che di solito su quei sassi arrivava .

La montagna l’aveva visto salire con foga , non attento al percorso che faceva quasi volesse ferirne la  pelle per soddisfare il suo desiderio, ma ancora, al di là di questo,  vide anche che la forza che l’aveva portato lassu’ quella vera era l’amore per lei per conquistare la sua vetta….

La mattina, alla luce radente del sole , girando sul bordo del crepaccio si accorse che dal crepaccio dalla sua parte sporgeva poco sotto uno sprone  di roccia che raggiunse e con un bel salto arrivo’ dall’altro lato della cengia; da lì partiva un piccolo sentiero  nascosto tra  i sassi che lo porto’ in breve da dietro all’ultima parte della montagna ed alla cima.

E arrivato lì con tutta la valle in basso  si acquietò  il suo spirito placandosi nel sole del mattino.

Anche la montagna aveva trovato il suo perché e si era fatta violare.

Cercò di metterci una pietra sopra: Rossella G.

Cercò di metterci una pietra sopra… di Rossella Gallori

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La cava era lontana, difficile da raggiungere, si armò di tutto quel che sembrava essere indispensabile, un qualcosa per la pioggia,un qualcos’altro per il sole, acqua tanta, cibo poco, la voglia di arrivare c’era, il fiato non lo aveva potuto comprare, bandoni chiusi negozi inesistenti, i ricordi li avrebbe volentieri lasciati a casa, ma si erano infilati a forza nello zaino: pesanti e scomodi.

Carrara…la cava, il bianco che acceca, maschi mezzi nudi sudati sempre, con il sole di più, un asino, un mulo, un pastore maremmano vecchio di polvere.

Rumore tanto, silenzio stridente, ogni tanto un fischio, un grido…

L’ accolsero, la raccolsero, le offrirono quiete e quel pezzo di marmo bianco venato di graffi.

È un regalo, lo prenda

Si riposi

Venga all’ombra?

La misura, ad occhio era perfetta o almeno sembrava tale: un rombo levigato ai lati, forse un coperchio funebre, nato per una morte giovane, forse un sedile venuto male.

Scuotendo la testa due uomini l’aiutarono, il sacco di yuta le strangolò i fianchi, puzzava di fatica, faceva male, era la sua unica soluzione per .portarlo con sé.

La discesa le sembrò più breve, la stanchezza aveva azzerato momentaneamente i pensieri.

Si inginocchiò esausta difronte al pozzo, quel vecchio serbatoio coetaneo, gemello l’aspettava da sempre, piangevano sangue le piaghe graffiate dalla canapa, con l’ultimo respiro cercò di far combaciare  il biancorombo alla cavità, il buio ed umido tunnel, zuppo di ricordi, non frenò la sua caduta, il passato vigliacco raccolse il suo silenzio, schegge di marmo cattivo trafissero ancora una volta il suo cuore.

Tutto divenne acqua putrida.

La frase di M. Murgia: Carla

Essere amici è questo: diventare il dibattito che spinge l’altro più lontano di quanto mai potrebbe arrivare da solo.

Il segreto di un’amica – di Carla Faggi

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Dicevano di lei che era una impicciona, si faceva sempre gli affari degli altri.

Lei invece diceva di se “io sono una che si fa carico dei problemi degli altri. D’altronde lo dicono anche all’estero. I care. Veltroni ci fece anche un congresso!”

Veltroni a parte su cui calerei un velo pietoso, questa mia amica era si una chiacchierona, una impicciona ma allo stesso tempo era presente, sempre disposta ad ascoltarti e grazie al cielo non era un ascolto silente ma spesso ti criticava, ti brontolava, ti faceva impermalire, poi ti faceva quasi piangere, poi ci riflettevi, poi ancora capivi, e poi ancora ridevi, perché ti stimolava così tanto a riflettere e discutere che il problema si dipanava e si scioglieva.

Frase di A. Munro: Rossella B.

Passato – di Rossella Bonechi

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 “Cercò di metterci una pietra sopra, ma quella si rifiutava di fare da coperchio al passato.”

Occorre conoscere bene le leggi della fisica per obbligare una pietra a imprigionare un passato per sempre: così forzosamente compresso provoca un’esplosione i cui frammenti ricopriranno tutto il resto del futuro.

Meglio sedersi su quella pietra e guardarlo, quel brutto passato, mentre se ne va.

Frase di M. Murgia su uomo e donna: Luca

Un maschio fa le cose per un perché. Una donna solo se ha un perché

Quante storie – di Luca Miraglia

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  • Che motivo hai di essere così? – Lei domandò
  • Perché dovrei avere un motivo per essere ciò che sono? – Rispose lui
  • Quante storie!! – Lei ribatté un po’ risentita
  • Ecco, brava… la storia. Io sono la mia storia, tu la tua. Siamo ciò che ci hanno educato ad essere e ciò che ci hanno insegnato le prove che abbiamo attraversato, io le mie, tu le tue, e insieme ne costruiamo altre mille. E’ solo per questo che sono così. Perché ti ascolto e ti accolgo e, forse, a modo tuo tu fai lo stesso con me.
  • Siii… Buttala sulla relazione ora… – Ribatté nuovamente lei
  • E su cosa la dovrei buttare se non sullo specchio delle rispettive essenze di persone in relazione. Io maschio, tu femmina, con i nostri retaggi e le nostre personalità in rivolta contro. I retropensieri lasciamoli ai maestri stereotipati di ogni genere e su ogni genere.
  • Ho capito perché sono qui – Sorrise lei.

Frase di M. Murgia sull’amicizia: Lucia

 Essere amici è questo: diventare il dibattito che spinge l’altro più lontano di quanto mai potrebbe arrivare da solo.

Dammi la mano – di Lucia Bettoni

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Lo dirò a te amore mio
Lo dirò a te amico mio
Dammi la mano
Dammi il tuo sorriso
Dammi la forza per spolverare l’orizzonte
Ecco la mia mano
Ecco il mio sorriso
Insieme l’orizzonte avrà ancora un senso e ci accoglierà domani
come un’alba

Incontro del 19 marzo 2026: S. Giuseppe. Frittelle, fiori, chicche e idee

Ispirarsi a:

Alice Munro: 1. Cercò di metterci una pietra sopra, ma quella si rifiutava di fare da coperchio al passato.

2. Hai mai notato quando qualcuno dice che gli dispiace dire qualcosa, in realtà non vede l’ora di dirla?

Michela Murgia: 1. Essere amici è questo: diventare il dibattito che spinge l’altro più lontano di quanto mai potrebbe arrivare da solo.

2. Un maschio fa le cose per un perché. Una donna solo se ha un perché

Gusto mattonellone: Vittorio

Il dolce di biscotti – di Vittorio Zappelli

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Goloso … mi si invita come lepre a correre

Il biscotto (solo Marie Oro Saiwa) aperto sul tavolo a mo’ di carte da gioco, lentamente inzuppato in scodella con caffe’ d’orzo ;per il tempo giusto.

L’impasto a parte fatto di burro ,cacao e mascarpone, girato a modino e quando pronto  di consistenza plastica ,spalmato con attrezzo tipo cazzuola in strati alternati alla stesa dei biscotti; il tutto con altezza a piacimento determinata da cosa finiva prima i biscotti o l’impasto; di regola l’impasto anche perché veniva sottoposto a ripetuti assaggi in corso d’opera. Mattonellone pronto …ecco il dolce chiamato in casa “della televisione”.

Ricordo (ormai è tale) biscottone a tranci che si scioglieva in bocca, soffice come un libro di favole, gustato anche  davanti alla televisione degli anni 50 da cui il nome .

E noi bambini si entrava con quel dolce, nella storia di Hansel e Gretel quando scoprivano la casetta fatta di dolci ….era il nostro pavimento di quella casa che a pezzi ci mangiavamo “ora come si fa con una casa nel bosco senza pavimento, bisogna rifarlo!” Quel giorno il pranzo era piu’ povero per arrivare al momento del dolce che profumava della contettezza della età gioconda e serviva come pungolo per buoni comportamenti “vai al lavarti che dopo c’è il dolce, niente bizze se no niente dolce ,se fai questo veloce doppia porzione “

Correre dal dolce  alla nonna Carolina che ce lo preparava sulla strada del ricordo è tutta discesa.

Lei, diritta dal portamento elegante anche in cucina  e i nipoti ad altezza di tavolo che con gli occhi lavoravano in sincronia con le sue mani. La cucina era in quei momenti della preparazione la stanza dei miracoli dove prendeva forma quella meraviglia che prima di essere consumata veniva messa in frigorifero e li a brevi intervalli da noi controllata con veloce apertura e chiusura dello sportello .

Sapeva lei fare bene tutti i dolci di cui teneva le ricette scritte con amore a mano in un librettino rosso che spesso consultava, anche perché era golosa.….

La vedo la sera prima di dormire con il camicione da notte, i capelli sciolti che apriva l’armadio di camera e tutte le sere prendeva e spesso anche a noi dava le chicche.

Con quel dolce ci portava anche alla minestra …nel brodo di giuggiole!

Gusto svizzero: Gabriella

Cioccolato e benzina – di Gabriella Crisafulli

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Sa di caldo

Sa di profumato

Si distende sul palato

Si diffonde in tutta la bocca

Scivola lentamente lungo la gola e rilascia un sapore che invita a continuare

È dolce ma non stucchevole

Siamo diventati amici lui ed io su quella 500 giardinetta anni 50

Si cominciava con l’abbigliamento

Mia sorella ed io indossavamo delle ampie sottane a balze, lunghe fino a terra

Sedevamo sul sedile posteriore allargando le gonne sulle taniche che occupavano il pianale dell’auto, stando attente a coprire il più possibile

Il viaggio durava poco

Le soste al distributore erano lunghe: ci voleva tanto a riempire i contenitori

Quando finalmente si arrivava allo spaccio, lo zaino militare veniva zavorrato di tante tavolette

Servivano per le future merende: ogni pomeriggio un quadratino alla volta da accompagnare alla michetta

E intanto ci veniva concesso un anticipo che pur piccolo che fosse ero capace di far durare a lungo perché la saliva ne conservava il gusto.

Riusciva a predominare sull’odore di benzina e teneva a bada un certo qual timore al passaggio della frontiera quando le guardie si affacciavano al finestrino e dicevano: “Niente da dichiarare?”

Gusto eterno: Patrizia

Cioccolato, cioccolato! – di Patrizia Fusi

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Sotto i denti la consistenza del cioccolato, il piacere del cacao che si scioglie in bocca, un sapore forte tra il dolce e l’acuto.

Ricordi lontani di uova di Pasqua, altri sapori di cioccolato diverso, di cioccolatini quadrati incartati in stagnola dorata con sopra le figurine di calciatori del tempo, mangiati con fette di pane casalingo per merenda. Cioccolata, a forma di lunga mattonella variegata, fondente, nocciola, crema, venduta a fette, merende consumate davanti alle proprie case, fra un gioco l’altro.

Biscottino delizioso, nel mangiarlo si dissolve in bruscoli friabili che riempie la bocca di delizioso sapore di nocciola il palato incontra un disco solido di cioccolato che sciogliendosi dà un esplosione di gusto.