Emozioni e gusto: Stefania

Il caffè – di Stefania Bonanni

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La casa piena di quell’ odore.

Dalla cucina arrivano nuvolette che, se fosse possibile, sarebbero color caffé. Senza, non si comincia. Non parte la giornata, se prima non si beve un caffè.

In casa mia si fa quello della moka, e si usa la stessa marca di polvere che comprava la mia mamma. Si resiste alle novità, non si cambiano abitudini che fanno star bene.

L’ odore che si diffonde quando sul fuoco la macchinetta comincia a cantare, e’ invadente e profondo, spesso, come fosse una tela, anziché un profumo. Cambia l’ aria, arriva un segnale. E’ l’ ora, l’ ora di cominciare. Inizia il valzer. Prima però si riempie la tazzina di vetro con il manico, e la si guarda fumare di calore, scura come terra profonda, ricamata sull’orlo da una sottile striscia bianca. Si lascia un po’ raffreddare, poi, rigorosamente senza zucchero, sorso a sorso, si lascia ci percorra la bocca, ci inzuppi la lingua, ci scaldi la gola, scenda fino al petto, al cuore?, allo stomaco.

Liquido acido ci attraversa come una scossa. Acido ma profumato, difficile da raccontare ma indimenticabile. E piano piano le nebbie si diradano, i pensieri schiariscono, le ore si riallineano, siamo di nuovo presenti. Come quando, dopo che era stato chiamato il nostro nome, si rispondeva davvero “presente”, e lo si e’ fatto per tanti tanti anni. Mai senza prima aver bevuto un caffè casalingo.

In casa il caffè era sempre sul fuoco. Il borbottio della macchinetta, rumore di fondo tra i più frequenti

La mamma aveva sempre un caffè appena “venuto su” o da finire di bere. Il caffè di casa per me è lei, il suo odore .

Invece il caffè al bar, fu un grande passaggio per me adolescente. Mentre la mamma beveva il caffè a casa, il babbo lo prendeva solo al bar, ed io morivo dalla voglia che me ne offrisse uno. Roba da grandi, che finalmente un giorno successe . Avrò avuto quattordici, quindici anni, e nel bar pieno di gente disse: “Oggi un caffè anche per Stefania”. Sicuramente diventai rossa come un pomodoro, ma ricordo quel caffè con una grande emozione. Fui grande da allora. E tutto per un caffè…

Sapori e ricordi: Sandra

Sapori del cuore – di Sandra Conticini

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Mi piace  mangiare un po’ tutto, dolce e salato, e do’ soddisfazione al cuoco. Infatti in diverse occasioni hanno detto che vedermi mangiare è un piacere.

Certo ci sono sapori che preferisco e che hanno dei bei ricordi, come un bel piatto di lasagne al forno ben fatte non lo rifiuto mai e mi diverto anche a cucinarle.

Ogni tanto, perchè non  voglio mangiarle spesso, con mia figlia diciamo la parola magica: -Domenica lasagne!

Cosi inizio il giorno prima a fare il ragù con la carne comprata in macelleria e la domenica mattina iniziamo a fare la besciamella, quella che fa proprio male, con il burro. Poi si fanno gli strati e via in forno!

Che soddisfazione  quando iniziamo a mangiarle con tutto quel condimento bello cremoso e saporito di formaggio e sapore di noce moscata appena accennato.

Hanno il sapore di casa e dei numerosi  Natali trascorsi con la famiglia.

Un’altra ricetta che mi fa tornare indietro nel tempo è l’uovo al pomodoro che mi faceva la mamma. Si mangiava  solo in estate,   non ci pensava all’uso di eventuali pomodori pelati.  Prendeva solo i filetti di pomodoro, senza semi e senza buccia, con una foglia di basilico fresco e quando era pronto ci metteva due uova fresche del contadino e si mangiava con lo stinco di pane fresco.

Erani buonissimi, mi sembrava di sentire tutto l’amore che ci aveva messo per me e per il resto della famiglia.

Anche i dolci mi piacciono assai. Per il mio compleanno non è mai mancato il millefoglie della pasticceria di fiducia, che purtroppo non c’è più. Con il babbo, anche lui molto goloso, davanti al dolce ci litigavamo bonariamente per chi prendeva la fetta più grande, naturalmente toccava sempre a me.

Tutta quella crema chantilly con gocce di cioccolata che si scioglieva in bocca era una libidine e speravo che non finisse mai.

Ci sarebbero altri ricordi di sapori passati, ma i cibi hanno cambiato sapore, in tutte le stagioni si trova tutto perchè non sappiamo come vengono coltivati e da dove vengono, ma la cosa più importante è che mancano le persone che hanno preparato e condiviso con noi i piatti.

Il gusto delle emozioni: Annalisa

Gnocchetti di gries – di Annalisa Faleschini

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Borbottava lanciando vapori densi, trasformati, poi, in goccioline profumate.

Il sedano campeggiava nel pentolone come vessillo di cotanta bontà.

Mani sapienti versavano a pioggia il semolino in un ciotolo  nel quale i tuorli fluttuavano negli albumi come occhioni curiosi, aperti all’imprevedibilità.

L’argento dei rebbi s’insinuava in questa miscela dorata e sconquassava le circolarità ed i volumi dei rossi, fondendoli con la torbida liquidità viscida dei bianchi, rassodandosi con la polvere granulosa della “farina”. L’apoteosi avveniva con l’aggiunta di burro, che rendeva morbido l’avvolgente impasto, sino all’ultimo ingrediente che profumava l’aria già densa: la grattatina di scorza di limone.

Ecco, i gnocchetti di gries erano pronti per il tuffo finale.

La fiamma si abbassava, le sapienti mani di mamma prendevano due cucchiaini da caffè, uno affondava nell’intruglio e si riempiva di morbido impasto, poi messo di taglio, si impregnava di umidità, l’altro, con gesto lesto, lo faceva scivolare in avanti, dando la spinta e la forma allungata e ovale.

Queste mandorle di semolino incontravano il calore e si gonfiavano appena, pochi secondi di trasformazione e la sublime materia veniva delicatamente raccolta e depositata in preziosi piatti di porcellana con il bordino d’oro. 

Un mordere la crema granulosa, burrosa, che lasciava la lingua leggermente unta; poi l’amarognolo un po’ acidulo del limone arricciava le papille laterali. Il profumo del sedano, dolce, morbido e filaccioso si attorcigliava.

Dopo pochi minuti, fumanti, sul lungo tavolo apparecchiato, si udiva dalle campane del vicino campanile, scoccare la mezzanotte del 24 dicembre.

“Buon Natale” era l’urlo di gioia che accarezzava, a quel punto, le emozioni dei commensali.

Emozioni nascoste nel gusto: Rossella G.

BACI DI DAMA – di Rossella Gallori

ho capito presto che le parole potevano rendere presenti gli assenti”

Yonah era la colomba, e la colomba aveva un nome, un sapore, un profumo, yonah portava un dono ed era solo per me.

Ripetevo spesso, monotona, cantilenante a tratti asfissiante: è mio? Solo mio?

Yonah portava un qualcosa, che io nascondevo nel vestitino sempre un po’ corto munito di taschine, lentamente si scioglieva ed io leccavo la carta, salvando il superstite meno solido ,ma incredibilmente dolce,  ed ero certa del futuro, di un domani non ieri.

Erano consuetudini belle, da piangerci ancora, da annusare al buio nelle notti insonni. TORINO/ IVREA/ FIRENZE.

Cercavo di capire le parentele, quelle incomprensibili le ho abbandonate, questa la cullavo, la custodivo.

So che arrivavano M….L, che lei era simile a mia madre, cugine di primo grado ed il loro figlio era simile a mio fratello, cugini quindi ma che importanza ha, quando ci si vuole bene.

Loro livornesi erano scappati al nord in un’altra vita, diventando piemontesi.

Le loro valigie sapevano di cioccolato, loro sapevano di cacao, di quei baci di dama che amavo. Quando ne feci galleggiare uno nel latte caldo e lo vidi affogare gonfio e molliccio, ci piansi, ma capii che quel tondo biscotto non era uno qualunque, era un chiccoamico, un bonbonfamilioso, capii che era premio, era carezza, era vittoria per una come me che si  classificava a sempre e comunque undicesima su dieci.

Mangiando ero  sul podio con lui biscotto tondo con il sorriso da orsetto felice, perché cioccolato è protezione, nocciola è musica.

Conservavo il sacchettino vuoto per giorni, il suo profumo non abbandonava il cellophane e quando lo faceva per magia, loro tornavano ed erano gianduiotti, crema di gianduia e nel pacco troneggiavano i tondi orsetti, friabili ed ancora una volta miei.

Ora non c’è più nessuno, ne i vecchi vecchi, ne gli anziani grandi, chi è rimasto è lontano unità a me dal silenzio, dell’affetto di una parentela  un po’ di rimbalzo,  spesso mi invia un pacco, mi augura il meglio si firma Valentina ma io so che è yonah, la mia colomba….

Ed io torno piccola, rivedo la valigia di cioccolata e mentre l’ apro scopro i loro sguardi su di me, sento le loro voci e fra il “ deh” ed il “ nè”:

Rossellina sei contenta?

Sento quel profumo, mi vedo bimba e felice, con i baci di dama nascosti in bocca, nelle tasche, nel cervello e quell’ aroma diventa me, io sono nocciola, sono cacao, divento Torino, corro ad Ivrea….sono colomba e yonah anche se non ho mai volato, perchè sono cioccolato, fondente e senza ali……

Dedicato a Valentina perché insieme abbiamo capito che “ le parole rendono presenti gli assenti.

Emozioni e gusto: Lucia

Pane e pomodoro – di Lucia Bettoni

Ho fame
Non c’è niente
Ho fame di qualcosa di diverso
Non c’è niente
Ho fame di qualcosa di speciale
Non c’è niente

C’è pane e pomodoro

Pane cotto nel nostro forno
Pomodoro rosso del nostro orto
Olio verde dei nostri olivi

Lei mi porge il piatto:
mangia e’ buono

Mangia e’ buono
questo è tutto quello che abbiamo

Ad ogni boccone quel niente mi riempie di tutto

Si mescola nella mia bocca quel sapore di terra vita, di terra madre, di terra donatrice

Oggi
Un piatto bianco, una fetta di pane, un pomodoro a pezzi e un filo d’olio e’ tutto quello di cui ho bisogno

Un sapore che nutre il mio corpo e la mia anima, che mi parla delle mie radici, che mi ricorda chi sono e da dove vengo

Un filo per non perdermi nel mare del fasullo, dell’inutile, del superfluo
Un filo che mi riconduce a quella casa vicino al lago e a mia madre che prepara la pasta e la dispone a pezzi sopra una lunga asse di legno e che separa con un telo bianco
La preparazione e la lievitazione del pane
Poi mio padre che inforna nella  grande bocca incandescente un pezzo di pasta alla volta con una lunga pala

Il pane per il pomodoro si sta cuocendo

Mio nonno a quasi cento anni aveva deciso di non volere più cibo
Non voglio niente diceva
Poi un giorno prima di andare disse: vorrei pane e pomodoro

Emozioni del gusto: Carla

Una tazza e una scodella – di Carla Faggi

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Una tazza grande di caffellatte, tanto latte e non molto caffè, calda, quasi caldissima.

Prenderla con due mani, portarla alla bocca, il latte ti riscalda, ti disseta, ti avvolge.

Non esiste un giorno bello se non inizia con una grande tazza di caffellatte caldo.

Poi biscotti, torta, pane e marmellata, non importa cosa, l’importante è che sia inzuppata nel latte e che l’inzuppo sia giusto, non troppo da disperdere, non poco da non bastare.

Ci vuole arte nel saper inzuppare.

Ho ricordi di una vita legati a questo evento, quotidiano si, ma di un’importanza quasi vitale, indispensabile perché sono nata cresciuta e invecchiata con questo sapore. E ne sono anche condizionata perché amo tutto ciò che è caldo e fluido.

La famosa farinatina detta anche brodetto di quando ero piccina e di cui a volte mi riconcedo il sapore.

Ci mettevo anche il “formaggino Mio” che sciogliendosi nella grande scodella assieme alla farina, acqua ed olio, e con l’aiuto del cucchiaio disegnava delle striature, solchi grandi, piccoli in cui io ci vedevo strade, monti, case e mi raccontavo delle storie.

Poi mia madre: “mangia che si fredda!”.

Allora terminavo velocemente la storia con un lieto fine e mi immergevo nel buon sapore caldo e avvolgente della minestra.

Le emozioni del gusto: Rossella B.

Il soffritto del ragù – di Rossella Bonechi

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Prima arriva l’aroma del timido sedano fatto a pezzetti poi emerge un po’, ma per pochi attimi, l’odore testardo della carota a rondelle ma quando la Regina Cipolla sente l’abbraccio bollette dell’olio, non ce n’è per nessuno: lei pervade, sovrasta, domina qualsiasi angolo della cucina quando è il momento del ragù.

Quell’odore per me vuol dire casa, vuol dire gioiosa attesa di una domenica tutti insieme a litigarci il mestolo da leccare. Lo so che bisogna chiudere le altre stanze, che bisogna lasciare uno spiraglio aperto di finestra, che forse anche i capelli alla fine puzzeranno di soffritto ma dare il cambio alla nonna a girare il tegame “sennò si attacca” rimane il ricordo del mio premio più ambito: mi sentivo grande in piedi sulla seggiolina, mi sentivo utile a creare qualcosa di buono. 

D’inverno i vapori della cucina appannavano i vetri e mentre ci facevo cuoricini con le dita vedevo riflesse le pentole, il bagliore del gas, il mestolo dondolante dalla cappa. Non ricordo odori sgraditi ma si sa che la memoria sceglie e fa una selezione anche dei ricordi.

La consapevolezza della difficoltà di metterci qualcosa dentro in quei tegami è arrivata certo solo crescendo ma a quel punto eravamo già in pieno boom economico: il pane bianco non era più un lusso, l’olio non si lesinava a cucchiaini e il pane bagnato con lo zucchero era ormai soppiantato dal Buondì Motta. Ma si continuava a cucinare fortunatamente come prima in casa mia e tutti, da brave forchette, non disdegnavano né la pappa al pomodoro né la panzanella.

Ora il ragù lo faccio io e brontolo se qualcuno dice di chiudere le porte perché il puzzo di soffritto entra dappertutto; mi dispiace per loro ma per me non è un odore sgradevole:  è un ricordo forte, non obiettivo di testa né nobile di cuore, ma umile, modesto e povero di naso. Fare e dare da mangiare a qualcuno, che sia un affetto o no, per me è averne cura, è un accudimento profondo, è un abbraccio grande e ancestrale.

Il gusto e le emozioni: Nadia

L’acquerello – di Nadia Peruzzi

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L’Acquerello. Se chiudo gli occhi lo vedo ancora il bicchiere mezzo pieno di un liquido che era e non era, ma che alla mia età di allora aveva il gusto del proibito. Si sapeva che era il vino dei bambini, e che il vino vero spillava prima. Quello era un tornar sopra alle vinacce con un po’ di acqua e una spremitura finale, tanto per fare e non buttar via nulla. Solo dettagli: che ci importava delle lavorazioni? L’importante era sapere che veniva dall’uva, a noi bastava. Il bicchiere era su un tavolo di legno che quasi riempiva la stanza. Quel liquido viola pallido versato senza esagerazioni, sembrava aspettarmi ogni volta che andavamo a trovare Armido, nella grande casa di contadini poco fuori il paese. Era il mio tutto. Non c’erano dolci, erano il lusso della domenica, quelli. Qualche volta un po’ di pane con l’olio nuovo quello un po’ pizzichino che mi piace ancora tantissimo. Delle chiacchiere che sentivo attorno captavo frammenti. Rumori di fondo accompagnavano quello che per me era un vero rito. Se ci penso, torno a quella stanza avvolta dall’ombra. Al primo sorso colpiva la sensazione di fresco, di leggero. Era un liquido sincero nella sua semplicità, un po’ acidulo, fermo e tanto tanto buono. Andava giù come fosse acqua e non dava alla testa e cosa più importante non aveva il sapore sciapo del vino annacquato. Aveva la sua personalità senza dover fare compromessi. Lo centellinavo, sorso a sorso, anche perché sapevo che non ce ne sarebbe stato un altro bicchiere. Quello era e quello sarebbe stato. Aveva un che di magico quel rito, per questo cercavo di farlo durare il più a lungo possibile. Sorsi piccoli, e tanta paziente attesa fra l’uno e l’altro che accendeva ogni volta il piacere di ciò che sarebbe arrivato dopo. Mentre lo bevevo era come sentirsi prendere per mano per avviarsi sulla strada dei grandi. Ogni tanto guardavo verso la nonna. Lei mi sorrideva. Ci capivamo anche a distanza.  Mi sentivo importante con quel bicchiere in mano. E lei sembrava che sentisse quel mio “ ci sono anche io, e mi preparo ad entrare nel regno dei grandi. Intanto mi lecco i baffi con questo vinello da bambini, ma poi..”. Poi astemia fino a 25 anni. A quanto pare nella partita fra acquerello e vino era il primo che aveva avuto successo. Sapeva di nonna, di semplicità, di atmosfere quasi da favola. In quella penombra, nella grande stanza, le fiabe italiane di Calvino che stavo leggendo, prendevano vita. La moglie di Armido era tutto meno che “gobba, zoppa e collo torto”. Era piccola, chiacchierina e tutta pepe. In quelle fiabe ci sarebbe stata benissimo.

Il gusto: emozioni di Luca

Il burro del buongiorno – di Luca Miraglia

Il nuovo giorno scricchiola giù dalla soffitta mentre il profumo del caffè scivola leggero su per le scale rugose di nodi e schegge.

Da sotto il piumino si sente il battere ritmico nel mastello: è già l’ora del burro fresco e spumoso dalla prima panna di giornata.

In un attimo sotto il palato il senso morbido delle erbe di montagna misto al gusto grasso del latte fresco. Su tutto si aggiunge la calda fragranza del pane appena sfornato e steso sulla tavola a freddarsi il giusto.

E allora giù a precipizio, con il corpo ancora mezzo addormentato ma con i sensi già vigili, per farsi abbracciare dall’amorevole cura dei gesti saggi e antichi che stanno apparecchiando l’alba: una ciotola di caffè “furbo”, due grandi fette di pane scuro ancora tiepido e burro appena montato in riccioli che paiono batuffoli di luce.

Buongiorno mondo!!

Incontro del 12 marzo 2026: il cibo e la scrittura

“Ogni spezia ha un suo giorno speciale. Quello della curcuma è la domenica, quando la luce gocciola burrosa nei barattoli di latta che se ne imbevono fino a splendere, quando si pregano i nove pianeti perchè ci concedano amore e buona sorte. La curcuma, chiamata anche halud, giallo, il colore dell’alba e dello squillo delle conchiglie suonate sul far del giorno […]. Sì, sussurro, dondolando al ritmo delle parole. Sì. Sei la curcuma, scudo ai dolori del cuore, unguento per la morte, speranza di rinascita”, scrive Chitra Banerjee Divakarumi nel suo La maga delle spezie.

Chocolat di Joanne Harris:

“Nei sogni mi rimpinzo di cioccolatini, mi rotolo nella cioccolata, e la loro consistenza non è friabile, ma morbida come carne, come migliaia di labbra sul mio corpo, che mi divorano a piccoli morsi palpitanti. Morire a causa della loro tenera ingordigia mi sembra il culmine di tutte le tentazioni che abbia conosciuto”. 

Ma anche alchemico:

 “C’è una sorta di alchimia nella trasformazione della cioccolata di base in questa pirite di ferro, la magia di un profano che anche mia madre avrebbe apprezzato…se non fosse per il calore dei fornelli, le pentole di rame, il vapore che si innalza dalla copertura che si scioglie. Gli aromi di cioccolata, di vaniglia, del rame scaldato e della cannella che si uniscono danno alla testa, sono molto invitanti”.

“Ogni giorno perdo tutto/perdo il quadro di chi ride e vive”: Patrizia

La vita come un quadro – di Patrizia Fusi

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Nella mente  mi si affaccia  la mia vita come un quadro, vissuta e passata.

Percorro luoghi, vedo paesaggi, colori.

Suoni, il canto della campagna.

 Profumi di vecchie case dove ho abitato.

Odori di antichi magiari.

Facce di persone care.

Carezze di animali domestici.

Spezzoni di vecchi spettacoli.

Pesantezza nel ricordo, paura di perdere la memoria, paura della vecchiaia.

Bar, spazio, bambini  di varie età si rincorrono si chiamano fanno rumore e vita, il quadro cambia vive e ride  e io con lui  e mi sento più leggera

La stupidità di avere paura: Anna

LA STUPIDITA’ DI AVERE  PAURA – di Anna Meli

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            In quale parte del nostro essere si nasconde la paura? Esiste al mondo chi non l’ha mai provata? Può essere stupido provarla?

            Da piccola aveva paura di camminare nel buio; l’impressione era che allungando il passo avrebbe potuto precipitare nel vuoto. Era una brutta sensazione per cui cercava sempre di tenersi per mano a qualcuno che le desse sicurezza.

            Gli scricchiolii, i rumori secchi ed improvvisi nella penombra della sera la impressionavano a tal punto da farla desiderare di essere invisibile; poi il clic dell’interruttore sfiorato con mano timorosa accendeva la luce tranquillizzandola. Piccole paure che ricordava con dolcezza.

            Di tempo ne era passato da allora, le paure si erano evolute e trasformate. Aveva cercato in ogni modo di combatterle, di ricacciarle là da dove erano venute, lottando, sorridendo, cercando di nasconderle per sentirle meno crude e reali. Non ci era riuscita; anche se in fondo si diceva che l’importante è affrontarle con coraggio. Tutto passa e si ripete.

“Ogni giorno perdo le parole”: Sandra

OGNI GIORNO PERDO LE PAROLE CHE AVREMO POTUTO DIRCI O NON DIRCI O DIRCI MEGLIO. – di Sandra Conticini

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Quante parole ci siamo dette nel tempo. Alcune mi hanno fatto stare bene, altre mi hanno fatto male. Ho cercato di fartelo capire, ma pensavi di avere sempre ragione. Cercavo di  spiegartelo spazientita, non ci riuscivo, allora lasciavo andare, tanto avremmo discusso solo di schiocchezze, per fortuna!

A volte mi hai fatto male dentro, hai detto qualcosa che credevo di non meritare, ma ti ho scusato, quando si è presi dalla rabbia si perdono i freni inibitori e  si dicono cose che non vorremmo mai dire.

Col tempo un punto d’incontro lo abbiamo trovato, ma potremo migliorare trovando il coraggio di dire ciò che sentiamo, senza paura di giudicarci a vicenda.

I momenti di gioia e dolore mi hanno fatto capire quanto siamo importanti l’una per l’altra, quante belle parole  siamo riuscite a dirci aiutandoci a  superare i momenti più bui della nostra vita.

“Ogni giorno perdo tutto”: Stefania

Ogni giorno perdo tutto. Perdo il quadro che vive e ride. – di Stefania Bonanni

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Ogni giorno perdo un giorno. 24 ore che non torneranno. E le prossime non saranno quelle, ma non c’è attesa di sorprese.

Non c’è piu’ nulla che sorprenda. Non la primavera, quest’anno. Cerco di resistere con tutte le forze. Quest’ anno non mi innamorero’ di fiori nuovi, non mi stupiro’ di gemme gonfie che stanno per esplodere di verde. Questa volta non ascolterò i colombi, non saro’ preda di quei raggi morbidi che colorano e scaldano dentro.

Quest’ anno vorrei tornasse l’ inverno.  Vorrei non lasciarmi di nuovo sedurre dalla vita che gira, non ci voglio più cascare. Non e’ un angolo di buono, che fara’ bene. Sarebbe solo un’illusione. Si perde la speranza, non si ha voglia di crederci ancora, alla vita, al mondo.

La speranza, quella piumata, che si posa morbida ed accarezza, non tornerà. Segue i giorni che non ritornano. Per fortuna passano, per fortuna non tornano.

Per fortuna, i giorni non sono solo neri, ce ne sono anche di gialli, e perfino qualcuno rosso.

“La ruga che ho pianto, la voce, la mia, la tua”: Nadia

LA RUGA CHE HO PIANTO, LA VOCE: LA MIA E LA TUA – di Nadia Peruzzi

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Ho pianto quando te ne sei andato. Molto anche prima, quando la sentenza non lasciava più speranze. Un pianto dirotto ma silenzioso, trattenuto a pesare sul cuore. Quando si ha una figlia piccola ti devi nascondere per lasciarti andare. Hai paura di aggiungere dolore al dolore di chi ti è rimasto accanto. Non c’era tempo di seguire le rughe che erano appena agli inizi, e erano una ragnatela sul viso che si bagnava di lacrime, ma di fronte agli altri non ne doveva rimanere traccia. La vita doveva andare avanti. Costretta ad assumere due ruoli difficili da tenere insieme, perché quello che sapeva tessere tutte le tele della ricomposizione, anche di qualche litigio, eri tu. Quanta invidia, e quanta rabbia, si proprio rabbia, quando spesso per strada o nei viaggi che abbiamo continuato a fare in due, incontravamo quei terzetti che si tenevano per mano e scherzavano e ridevano con in mezzo un piccoletto che teneva la mano di tutti e due. Il tempo guarisce le ferite, dicono. Ma non è vero. Quando meno te lo aspetti basta un ricordo anche piccolo a riaccendere, anche accanto a immagini belle di noi il dolore acuto dell’assenza. Come era la tua voce? Come era la mia allora? Ricordo tanto del bello che abbiamo fatto insieme, ma quelle non le ritrovo. Ho le foto che mi riportano a quei momenti e a te come eri. Ma parlano per immagini. I suoni, le voci si sono spezzati e svaniti, come la tua vita interrotta troppo presto.

Racconto da un incipit suggerito: Stefano

Ci sono stati momenti migliori – di Stefano Maurri

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Era uscito come tutte le mattine molto presto per recarsi al lavoro al Resort Hotel, un 5 stelle, come tutti nella zona, quando, improvvisamente un missile passò sopra di lui e si schiantò sulla sede della polizia locale. Accelerò per arrivare al suo posto di lavoro. Erano tutti impauriti, chi si radunava nella hall, chi si sdraiava pavimento. Ineffabile, un ragazzo scriveva messaggi sul cellulare: “Ciao mamma, come stai? Ti scrivo da Dubai, per ora sto bene ma è un continuo di scoppi. Ci hanno radunato nella hall e per farci passare il tempo hanno organizzato uno spettacolino dove un signore fa dei giochi di prestigio, come quando ero alle elementari. Ogni tanto interrompe per chiamare una certa GIORGIA, ma lei non risponde mai. Ha detto che lo possiamo chiamare Mago Mesto e che ha imparato da un certo Mago Merluzzino. Ora ha smesso, è riuscito a parlare con Giorgia. Ha detto che ci sono altri 70.000 italiani da queste parti…ma che ci stanno a fare?”

“Caro bambino mio, ti scrivo da Sanremo, fai pure con calma, che qui è quasi peggio: ha vinto un cantante che sembra un incrocio tra Alcapone e Il Padrino, con una canzone dal titolo “Per sempre sì” che mi sembra l’inno del Comitato al Referendum….mammamia. Ciao, speriamo arrivi un momento migliore!”

Racconto da un incipit noto: Tina

ERA USCITO DI CASA PRESTO………- di Tina Conti

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Da tempo, sentiva un disamore  per il suo lavoro, per la  ripetitività   dei gesti, e per il tedio dei discorsi della collega  sempre incentrati   sui suoi guai di salute e sul difficile rapporto con  il suo amante Antonio.

Da tanto meditava  di fare una piccola fuga, di riprovare l’ebrezza della libertà.

Essendo un tipo molto organizzato, teneva in macchina delle borse attrezzate per le  emergenze.

Borsa  per dormire fuori casa con pigiama, ciabatte, spazzolino da denti, borsa   per escursione in montagna, provvista di scarponcini, calzettoni, guanti, giacca , canocchiale e racchette  da passeggio, borsa per il mare con costume asciugamano, crema solare, cappellino e sandali.

Questo lo faceva sentire libero, libero dei suoi progetti, anche se il coraggio spesso gli mancava.

Il tempo non prometteva niente di buono, stava per rassegnarsi per una giornata  piatta e noiosa.

Mentre procedeva nel traffico disordinato e rumoroso, ricevette una telefonata.

Signor David, è arrivato il vaccino per l’Erpes che mi aveva detto voler fare, può passare in ambulatorio anche oggi, io ci sono fine alle 12

Ecco l’alibi pensò David

Invertì la direzione di marcia, andò in ambulatorio e poi chiamò  l’ufficio.

“oggi non posso venire al lavoro, ho fatto un vaccino e adesso ho una forte reazione allergica, è meglio che mi riguardi, ci vediamo domani”.

Fermò la macchina in un boschetto e  prese la borsa da montagna, il tempo non permetteva altro. Si cambiò in fretta, agganciò il coltellino svizzero all’asola dei pantaloni e con lo zaino in spalla si incamminò, sarebbe rimasto nella zona di Panzano vicino all’ambulatorio della dottoressa.

Si muoveva  cercando di  passare inosservato, lo faceva per scrupolo, lì lo conoscevano tutti, non voleva creare curiosità. Era giorno lavorativo e lui ci capitava sempre  nel fine settimana. Non seppe  però  resistere  al pensiero di un bel panino  preso alla bottega del Cecchini dove andava anche  per la merenda da  bambino. Due belle fette di pane casereccio con lardo e sottaceti, guarnito con fette di spalla di maiale. Mentre l’affettatrice scivolava liscia liscia sulla carne, si sentiva un profumino che stordiva.

Ecco pensò fra se’, questa sì che è vita. E uscì dalla bottega gongolante.

Si inoltrò  per la campagna  umida di pioggia e poco illuminata, fra la nuvole apparivano smelensi raggi di sole, ma per lui era tutto perfetto.

Le siepi di biancospino erano fiorite e deliziavano i primi insetti che ronzavano indaffarati, anche i mandorli erano in fiore e nei prati  si distendevano tappeti di anemoni e tazzette. Camminava soddisfatto osservando tutto quello che si muoveva e cambiava intorno.

Le campane della chiesetta  della  frazione di Giobbole suonarono  mezzogiorno, era l’ora della siesta, si liberò degli scarponi e dello zaino e si apparecchiò l’agognato  pranzo.

Osservava il  viavai  degli uccelli  che indaffarati  andavano al nido dentro le siepi, il ronzare degli  insetti, lo scrosciare dell’acqua nel fossetto vicino.

Una voce  di donna cantava vicino una canzone da bambini, si sentivano anche risate e gridi di bambini.

Una gonna colorata e un bel cesto di capelli rossi si intravedevano dai cespugli,

una giovane donna con un bambino raccoglievano erbe e fiori.

Il cagnolino grigio e  riccioluto si infilò nel fosso uscendo tutto grondante.

Dammi la mano  Giulio, disse la donna al bambino, se non salti farai la fine di  Dingo.. Ecco, patata,  ci sei finito proprio dentro.

Siediti che ti  vuoto gli stivali dall’acqua e  ti tolgo i calzini.

Hoì signore, anche lei in cerca di erbe?

No no, io sono a passeggiare, che belli che siete ,  siete di Panzano?

Si da poco,  ma noi  veniamo da  lontano, ci  siamo innamorati di  questo posto  e ci siamo stabiliti  da  un anno. Oggi raccolgo erbe per fare  i ravioli.

Mi faccia vedere se riconosco  qualcosa, io andavo a raccoglierle con la mia mamma, che divertimento,  io tenevo il paniere e se incontravo gli amici scappavo  per i campi. A giocare. Che bei ricordi, risento i profumi e l’aria sul viso e nelle narici, mi sembra che il tempo non sia mai passato.

Mentre facevano queste osservazioni, due moto da cros sfrecciarono  rumorose.

Il bambino  corse dalla mamma  spaventato  portando in mano un piccolo ranocchio trovato nel prato,  mentre risalivano sulla viottola il cielo diventò  minaccioso e scuro.

Arrivederci signora benvenuta a Panzano, sicuramente ci rincontreremo io vengo quassù sempre il fine settimana, ciao  anche a te, trattalo bene quel ranocchio , io penso però che sia  un bel rospo lo sai vero quanto sono utili questi piccoli animali?

“Perdo la cornice delle tende/ la verità struggente che non ho detto”: Elisabetta

LA TENDA – di Elisabetta Brunelleschi

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Mi rigiro qua e la tra la pagina scritta e la pagina vuota.

E tra le tante parole trovo: rughe, paure, quadri, cornici e tende chiuse, stupende.

Ma dove, dove potrò rifugiarmi? Con quale vocabolo potrò rispondere alla pagina bianca che mi chiama? Ebbene sì, eccolo!

Facciamo che c’era una volta una tenda, rossa, gialla, stupenda; che appesa, tra le volte di un’altana, giorno e notte proteggeva dalle verità della tramontana.

Poi tutta intera, non so come e nemmeno perché, in un attimo cadde, così alla volé.

E da quel varco completamente aperto al fuori entrarono lentamente voli e colori.

Però eran tanti, troppi, che fare? Quale rimedio cercare?

Sarà il caso di chiamare un falegname, con chiodi, martello e legname?

No, i falegnami sono scomparsi dalla faccia della terra.

La tua casa resterà aperta come in estate una serra.

Tu hai paura, ti manca il riparo, ma la tenda è ormai accasciata.

Il sipario si è alzato, c’è il pubblico in sala, la recita è iniziata.

Irrompe potente la luce del sole che va a scaldare gerani e viole.

I racconti del vento sotto il tetto dell’altana, ti rammentano amori perduti, amici lontani, cuori pentiti, sguardi nascosti, frasi non dette.

Salta il pettirosso sul davanzale e vede le tue lacrime amare come il sale.

Con gli occhi arrossati lo guardi, lui resta fermo e tu per un attimo sorridi.

Ronza un moscone in mezzo a una stanza, vorresti scacciarlo, ma lui rotea, ti sfugge e insiste col suo acuto richiamo.

Non hai scampo, ti è stata assegnata una parte, quella vera, e la tu dovrai interpretare.

“Perdo ogni giorno la stupidità di avere paura”: Rossella G.

Perdo ogni giorno la stupidità di avere paura – di Rossella Gallori

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…la scatola era bleu di un bleu notte triste, color notte buia, il nastro glacè l’abbracciava, non benissimo, mal sigillata se pur annodata stretta, COME  poteva un nastro così incerto, tra l’oro e l’argento, sotterrare le mie paure?

Come?!

L’ altra scatola era rosa, un rosa Schiapparelli vistoso ed un po’ cretino, un cordoncino verde mela la chiudeva, tenendo in ostaggio la mia stupidità, ma COME poteva tenere a bada la mia insensatezza una cosina di topo di pochi millimetri?

COME!?

Le avevo riposte in un vecchio comò dall’ apparenza solida, cupo ed ingombrante, né antico, né moderno, amorfo.

 Decisi poi, di non aprire più il cassetto, la chiave era andata persa o forse non c’ era mai stata, COME poteva quindi restare chiuso?

COME!?

È se ho paura…

Se non mi so difendere…

Se mi dimenticano, tra i rifiuti…

…e se non piove ed io mi bagno

…e se fa caldo ed ho freddo

…se mi scotto al frigo e mi gelo al fuoco.

Ed oggi, che è meno ieri, fingo sia un giorno nuovo scoprendo che sono io la chiave, il passepartout di ogni chiusura.

Ritrovo la scatola, il disordine l’affoga  è  ancora lì, solo una, sciogliere i vecchi nodi è sempre difficile, ci vogliono dita giovani, unghie forti senza anni.

COME?

Strappo il coperchio,trovo le mie paure, le mie stupidità.

Come potevo perderle? Ignorarle ancora?

Convivono adesso, hanno fatto amicizia, si vogliono bene si rispettano, unite in una piccola scatola foderata di realtà, si abbracciano per farsi coraggio in uno scrigno color glicine, una delicato nastro di tulle avorio carico di porporina le cinge senza soffocarle.

Ci sono io con loro, io contenuto, io contenitore.

Una me stupida e paurosa custodita in un delicato contenitore lilla che non trova il coraggio di diventar viola……

Racconto da un incipit suggerito: Daniele

La marmellata sotto la pioggia – di Daniele Violi

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Ogni martedì dovevo andare per motivi di lavoro, in Val di Chiana. Seguivo in una importante Azienda Agricola della Regione, le parcelle di sperimentazione, che riguardavano diverse varietà di Amaranthus. Avevamo ricevuto i semi, dall’Orto Botanico di Katmandu in Nepal. Ogni martedì mi sentivo di svolgere un ruolo importante; di rappresentare tanti agricoltori che nei secoli hanno cercato con le piante di dare un senso al loro lavoro accurato, per imparare a conoscere i bisogni delle piante, anche e soprattutto quelle non conosciute. L’importanza di divulgare a tutti gli studiosi, notizie importanti sulla crescita di una pianta e le sue caratteristiche biologiche e di ambientazione anche in aree diverse da quella di origine. Se non avevo avuto fortuna con le condizioni meteo, il tempo spesso mi diceva che avrei dovuto fare una bella battaglia con lui. Riuscire a poter rilevare i dati biometrici delle piante nate, in queste parcelle, chi più alte, chi più indietro nella crescita, con le condizioni di pioggia e di vento, sarebbe stato davvero un impegno duro per poter riuscire a finire il lavoro auspicato. Comunque io avevo tanto desiderio di accompagnare questa sperimentazione fino alla fine. Mi buttavo a capo fitto con serietà e conscio di tutto il mio lavoro. Un lavoro di ricerca importante ed atteso, che poi dato alle stampe, avrebbe  diffuso, fornito notizie significative per tanti addetti ai lavori. 

Pur tuttavia se il tempo non mi avesse permesso di lavorare all’aperto, avrei atteso paziente, riportando i dati schematici in bella copia, seduto ad un tavolo, in una cucina con focolare di casa di campagna. Questo avevo come rifugio e luogo di sosta nelle mie uscite lavorative, era la mia salvezza. Una cucina con focolare mi dava lo spunto di pensare ad accendere il fuoco e aspettando godot, nel caso avessi modo di poter utilizzare al meglio il mio tempo, in caso di condizioni meteo avverse. Quando il pensiero di pioggia era possibile, partivo da casa con la cesta di vimini e dentro un pentolone di marmellata da cuocere. Pioveva in Val di Chiana,? io al fuoco godevo del tempo di pioggia, accanto a spezzoni di legna di Acacia che bruciavano, e mi facevano sentire il profumo di marmellata di susine che mescolavo di tanto in tanto.