Reazione di Nadia

VASO CHE VA IN MILLE PEZZI, FELICI. – di Nadia Peruzzi

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Il vaso falso Ming troneggiava nel salotto, totalmente kitsch, della famiglia tutta mafia e droga dei Casamonica. Il capoclan lo aveva preso da un ricettatore, che aveva un grosso debito con loro e che gli aveva giurato e spergiurato che fosse autentico e dal valore inestimabile. Glielo disse avendo una 44 Magnum appoggiata alla tempia destra, che non mancò il colpo. Il motto del clan da sempre era fidarsi è bene, non fidarsi ancora meglio. Il Mammasantissima dei Casamonica che capiva di pistole ma nulla assolutamente di vasi cinesi, se lo portò a casa e per fare bella figura dichiarò a tutti che era un cimelio di valore inestimabile. Se avesse indagato avrebbe scoperto che era una imitazione fatta da un artigiano di Grottaglie che spesso si dedicava ad affiancare lavoro oscuro, a una attività che scorreva per lo più nella legalità. Fra i Casamonica si diffuse ben presto una sorta di venerazione per quel vaso. Chi era nella lista legittima della eredità, era già pronto a litigare e a far causa. C’era già la gara ad accaparrarselo appena il capo clan avesse tirato le cuoia. Nessuno aveva messo nel conto la piccola canaglia di nome J R, fratello di Pamela e Sue Ellen, che si muoveva in casa sempre correndo e facendo slalom fra tutta la paccottiglia che negli anni i Casamonica erano riusciti a stipare in quel salotto. Un giorno centrò in pieno il vaso, facendolo andare in mille pezzi. Fu a quel momento che scoprirono che era un falso e di Ming non aveva nulla. Da una sigla interna si scoprì che veniva da Grottaglie che erano certi fosse in Calabbria!!  Si incazzarono tutti. Di più quelli che erano già pronti a contenderselo nella causa di successione. Gli unici felici, i pezzi del vaso che non ne potevano più di essere assemblati in quella vera e propria ciofeca. Come sarebbe stato bello esser consegnati a qualcuno pratico dell’arte giapponese del Kintsugi, che ricostruiva tutto come si fa con i pezzi di un puzzle usando lacca urushi e polvere d’oro. Allora si che il vaso avrebbe trovato il suo vero valore, che andava molto al di là del mero valore materiale calcolabile in denaro. Il Kintsugi lo avrebbe nobilitato dandogli un’anima, essendo metafora delle fratture e dei cambiamenti che gli individui possono trovarsi ad affrontare durante la loro esistenza, e quindi monito e insegnamento per tutti. Decisamente troppo per quei buzzurri, avvezzi solo a taglieggiare, a rubare e sparare, che sicuramente nemmeno sapevano dove fosse il Giappone!! 

Due personaggi in cerca di un racconto: Cecilia

Due personaggi in volo sulla memoria — di Cecilia Trinci

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Ameli avrebbe sempre ricordato l’immagine di lui che reggeva un aquilone impazzito con una canna da pesca. Le era tanto piaciuto  quell’avvicinare un  qualcosa di mare, capace di trattenere un grosso pesce, a una forza di carta volante. La vista poi era stupenda: un giovane uomo, una bambina dietro che trattenevano con tutta la forza possibile un aquilone che più saliva, con tutto quel filo disponibile, e più volava alto. Il Gran Paradiso era nello sfondo. Il cielo era blu. Non aveva più la foto, finita  come tutte le altre di quel periodo nelle mani di lui. Ci aveva messo tanto a capire che uno che poteva distruggere una foto simile non aveva tutte le rotelle al suo posto. Ma ci aveva messo tanto a capire anche tantissime altre cose che stavano nascoste in una vita felice.

Ameli non era stupida, neppure ingenua, eppure ci era cascata. Aveva scambiato l’eccentrico con la fantasia, il furbo per il simpatico e soprattutto il narcisismo per l’amore.

Càpita.

Quel giorno dell’aquilone era uno di quella serie estiva, fuori stagione, trascorsa sui prati di Cogne, sui sentieri anche troppo assolati, ai bordi di ruscelli freddi e fontane di legno. Ameli spesso scambiava la bellezza dei paesaggi con la bellezza della vita, non aveva occhio per certe sottigliezze.

Càpita.

Così capiva male quando Roberto le impediva di leggere per prima le lettere che erano sue, da parte delle sue amiche e per primo le leggeva lui, per evitare sorprese e  tradimenti. Capiva male, certamente,…. era amore grande. Lo diceva lui, se lo ripeteva lei. Capiva male quando accettò l’imposizione di non mettere il telefono in casa per evitare, anche lì, improbabili tresche. E meno male che i cellulari non erano ancora realtà!

L’amore è strano, a volte chiude occhi e orecchie, chiude pure le sinapsi del cervello.

Preferiva farsi chiamare dal padre e solo da lui, mi raccomando, al telefono della vicina, salire le scale di corsa e parlare così, in una casa estranea a piccole frasi anonime. 

C’erano giorni belli, notti sotto le stelle sulle rive del fiume Merse, quando la primavera era tutta profumi e fruscio di foglie, e la paura nemmeno si affacciava guardando all’insù, verso fette candide di luna, mentre intorno si spandeva l’assoluta  solitudine.   

C’erano giorni belli quando le raccontava di come si muovono i pesci per scansare le esche, di come scegliere l’aborniello per incidere sopra il nome,   come riconoscere il verso delle ghiandaie, il merlo che zampetta per costruire il nido. Quando sparavano a barattoli di metallo….ma se a vincere era lei si affacciavano già reazioni avverse.

Non lo sapeva che erano già segnali. Anche sua madre era stata così, impulsiva, irruenta, violenta non raramente. Forse Amelie aveva avuto esempi storpiati, tormentati, disuguali. E forse per questo il velo sugli occhi era così spesso, tollerante e rosato.

Cominciò a capire ma non ad ammettere, piano piano. Continuava a scansare la verità, evitandola come il fumo di un falò.

Un fagiano in amore fu ucciso per dispetto, con la macchina, accelerando apposta. Lo vide morire senza poterlo difendere. Si sentì tramortita accanto all’animale, mentre la femmina ancora lo cercava.

 Finché accadde.

Finché la furia si scatenò sulla bimba.

Fuggì. Fuggirono lei e la bimba. Ma non vide, non ammise.

Morì dentro, ma non ammise, non accettò.

Rinacque da sola, sollevandosi ogni giorno, ma non ammise, non accettò.

Continuò a ricordare le notti d’estate con i grilli, i tramonti sul fiume Merse, i giochi con la bimba sul letto grande. Continuò e continuò.

Finché la potenza del vero fu più forte-

E allora smise, si staccò. Si riaccese nuova, ma lentamente, a spinte, come in un nuovo parto.

Ed ebbe tenerezza e compassione per quella lei che, fin lì, non aveva voluto mai guardare dalla parte giusta.

Reazione di Anna

Rispondimi con gocce che bussano ai vetri – di Anna Meli

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Odore di pioggia, enormi nuvole scure,

basse e minacciose navigano nel silenzio assordante.

Fitte gocce colpiscono con forza i vetri,

bussano, vogliono entrare.

Non posso, non voglio fermarle.

Sono come sassi.

Vorrei il tuo perdono.

Vorrei che queste gocce mi lavassero facendomi male

e poi si sciogliessero in confortanti carezze.

Fuori il bucato steso ondeggia trasportato dal vento

si intreccia con rami del ciliegio. ….un piccolo fiore bianco vola fra gocce di pianto

Reazione di Stefano

Pezzi di vetro felici – di Stefano Maurri

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Saranno anche felici i pezzi di quel vaso, ma sicuramente non lo è il proprietario. Parlo per esperienza personale, perché sono un collezionista di vasi di Murano

Il vaso di Murano ha grande valore solo se integro. Se viene appena urtato, se si formano all’interno piccole filature, il vaso non vale più niente.

Un po’ come alle Olimpiadi, dove un centesimo di secondo può fare la differenza tra una grande vittoria e un fallimento.

Ovviamente è il pensiero di un collezionista, non di un normale camminatore nella vita. Il lavoro dell’artigiano richiede la perfezione perché ha un valore economico notevole.

Reazione di Stefania

Scambiami per un tuo pensiero – di Stefania Bonanni

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Scambiami per un tuo pensiero. Un difetto nella tua smemoratezza, un inciampo.

Posso trovare un senso per me. Posso sapere che davvero faccio parte di te.

Certamente ci sono, nei tuoi pensieri. Sono quello che mette in dubbio. Faccio capolino ogni volta che non puoi fare a meno di dire “secondo me”. Io che non ho nessuna certezza, né teorie, né ricette. Che tendo a approssimare, reagisco d’istinto, so che sono un tarlo, per te. Un pensiero sbilenco, un’idea strana, sulla tua strada diritta.

A volte inciampi, nei miei soliloqui. A volte non senti,  a volte non capisci, a volte dico stranezze e le capisci benissimo. Quello che davvero non vuoi capire, e’ che per me mantenersi strani, curiosi, sognatori, fantasticare, ricordare, e’ vivere bene.

Quando ti racconto cose, progetti, aspetto la tua reazione. Ogni volta che dici “bello” “va bene”, per la verità mai, comunque lascio perdere. Segno che e’ cosa banale, scontata, di quelle che non significano nulla, che stanno bene a tutti. Ogni volta che rispondi: “ma sei matta? Solo a te poteva venire in mente!!” Ecco, allora ci comincio a pensare. Quando a te piacciono solo le cose che dicono tutti, e a me solo quelle che nessuno dice, ecco allora siamo proprio sempre noi: Io e te.

Reazione di Rossella G.

Scambiami per un tuo pensiero… – di Rossella Gallori

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Scambiami con qualcosa di buono, con qualcosa che veramente ti sia utile.

Per un tuo pensiero ho perso sonno, ho perso vita, caramelle di miele, dolci di sogni prive di carta.

Un difetto nella tua smemoratezza mi hai dimenticata, io buccia sciupate, tu spicchio sano…insieme succo.

Un inciampo che non ci vide cadere, ci ammaccò il corpo, nessuno ci riconobbe, nemmeno noi ci riconoscemmo, le cure non bastarono.

Noi amanti liquidi,  noi amanti inutili,  noi senza prezzo, senza letto, senza senso, due scritti male su libri mai letti, impastati di notte, lievitati in una alba che ci vide cotti , quasi bruciati….

Non commestibili

Reazione di Daniele

L’asino quieto – di Daniele Violi

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Hai motivato le tue impressioni, cercando di elencare aspetto per aspetto, ti sei dilungato a programmare sintesi con analisi che sono comuni e banali.

Rispondimi con l’asino che cammina quieto nella vigna, per il percorso che lo porta a superare, sulla sua passeggiata pomeridiana, un susseguirsi di piante che gli sono capitate e che lui considera profumate e gustose.

Reazioni di Lucia

Piangono le nuvole – di Lucia Bettoni

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In questo mondo liquefatto
trema la terra e piangono le nuvole
Gli uccelli hanno perso le ali
Grida di dolore fendono l’aria
E’ sufficiente una piccola urna per raccogliere le ceneri di una umanità dissolta nel nulla
Fiumi di fango attraversano i deserti
Aggrappati alla luna
Graffia la luce dei tramonti rossi
rossi come sangue e nonostante tutto vivi
Cingimi le mani intorno alla vita fino a farmi male
Cingimi la vita e fammi saltare, ballare, urlare, fino a spezzare quell’urna in mille pezzi

Schegge impazzite di luce
illuminano quel che rimane

Reazione di Luca

La vigna che guarda – di Luca Miraglia

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Rispondimi con l’asino che cammina quieto nella vigna

(Chandra Livia Candiani)

Seduto sul limitare del filare che guarda ad occidente, annusa la luce del tramonto incipiente per decifrarne gli auspici per il giorno che verrà, mentre una lieve brezza scivola tra le rughe del volto ed i solchi scuri delle mani, calmando  la tensione e la fatica del giorno passato.

L’amico bigio e quieto se ne sta vagando lento per la vigna in attesa degli ultimi passi verso il comune e sicuro rifugio per la notte.

Reazione di Elisabetta

DOMANDE E RISPOSTE – di Elisabetta Brunelleschi

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– Rispondimi con l’asino che cammina quieto nella vigna.

Ti ringrazio per questa passeggiata nella natura, guarda laggiù, c’è un asinello che cammina nella vigna. Avviciniamoci, il suo andare mi trasmette tranquillità.

Non so perché l’asino sia stato associato alla stupidità, alla testardaggine e anche alla pigrizia in realtà è un animale mite, paziente, datato di ottima memoria. Pensa che ricorda i percorsi e le persone. Davanti ai pericoli si ferma e non scappa. Per secoli nelle campagne è stato insostituibile compagno di lavoro dei contadini.

Con l’avvento della motorizzazione ha rischiato la scomparsa. Ma oggi molte razze sopravvivono grazie ad allevamenti che lo valorizzano come animale da compagnia, e anche per l’onoterapia e la produzione del latte.

– Rispondi col semaforo che resta rosso come il sangue nonostante tutto, vivo.

Se resta rosso può darsi sia guasto oppure regolato con tempi più lunghi, magari a favore di un’importante strada a scorrimento veloce!

E allora mentre aspetti con pazienza l’arrivo del verde puoi immaginare che da quel tondo sgorghino fiotti sangue, lingue di fuoco, un bicchiere di Barbera o una dolce colata di marmellata fragole e lamponi.

– Rispondi con gocce che bussano ai vetri.

Che bello ascoltare il ticchettio ritmato della pioggia e starsene lì a osservare i rigagnoli che dai vetri scendono veloci verso il davanzale.

Ma che succede? Il cielo è azzurro e le gocce continuano!

Ah, è sempre lui, l’amato mattacchione che si ostina a chiamarmi con spruzzi di pistola ad acqua sui vetri di cucina.

– … bucato che cade in cortile.

Attenzione però a non scambiare lo sgocciolio del bucato steso sul terrazzo con le gocce di pioggia. Le lenzuola che scolano suscitano le comprensibili proteste dell’inquilina del pian terreno.

–  … vaso che va in mille pezzi felici.

Non so dire se i pezzi del vaso son felici, so dire però che io sono felice.

Era un vaso anonimo, di poco valore, poggiato da anni sul primo ripiano della libreria e voltato in modo da nascondere l’incrinatura che si allungava dal bordo alla base. Desideravo la sua fine, speravo in una cauta accidentale, che però mai avveniva.

Così un bel mattino, mi sono decisa, l’ho afferrato e l’ho buttato io sul pavimento. Poi, mentre guardavo i tanti pezzi grandi e piccoli sparsi tutt’intorno, mi sono sentita pienamente felice.

Che soddisfazione, finalmente mi ero liberata del vecchio, della polvere e di tutto l’inutile racchiusi dentro quella insulsa ceramica fiorita.

– Scambiami per un tuo pensiero, un difetto nella tua smemoratezza, un inciampo.

Sì, io sono un tuo inciampo, un difetto che non sai come correggere, e allora dimenticati di me. E in questa tua smemoratezza restaci per sempre, così se per caso c’incontriamo non perderemo tempo a salutarci.

– Come una frase inutile che scappa fuori maldestra e fa un’aria nuova

Una bischerata qualsiasi detta la momento giusto può sdrammatizzare il mondo!

Aria di mani intorno alla vita, aria di ballo.

Altro che aria impalpabile ed evanescente, quello che sentiva era il caldo morbido di due mani poggiate sui fianchi! E da quelle mani vere si lasciava trascinare nei volteggi del ballo.

Reazione di Carla

Mi sono stancata – di Carla Faggi

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Mi sono stancata, non voglio più ascoltare,

c’è chi non capisce, c’è chi vuol sapere,

c’è chi non ascolta, c’è chi non ha capito,

c’è chi vuol solo domandare e non gli importa della risposta.

Mi sento vaso e ho bisogno di cadere ma non cado ancora, mi limito a bussare ai vetri ma non mi sento goccia, voglio cadere ma sono solo un pensiero che tu non vuoi assimilare, forse sono solo un inciampo. Ti chiedo allora le tue mani attorno alla vita e di farmi ballare e poi sarò finalmente un vaso che cade in mille pezzi felici.

Incontro del 19 febbraio 2026: Chandra Livia Candiani – versi evocativi

Dopo aver cercato di evolvere sui personaggi in cerca di una storia, condividiamo le emozioni ispirate ad alcuni versi scelti qua e là dal testo: La bambina pugile di Chandra Livia Candiani

  1. Rispondimi con l’asino/ che cammina quieto nella vigna

2. Rispondi/ col semaforo che resta rosso/ come il sangue/ nonostante tutto/ vivo

3. Rispondi con gocce/ che bussano ai vetri/ bucato che cade in cortile

4…vaso che va in mille/ pezzi felici

5.Scambiami per un tuo/ pensiero, un difetto/ nella tua smemoratezza/ un inciampo

6.Come una frase inutile/ che scappa fuori maldestra/ e fa un’aria nuova

7.Aria di mani/ intorno alla vita/ aria di ballo

La magia delle storie che creano altre storie: il Circo felliniano di Rossella G.

TI PORTO AL CIRCO – di Rossella Gallori

(ispirato alle storie create dai quattro personaggi)

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…DAMMI  LA mano, la mia più vecchia di anni La tua più giovane di tempo, vuoi? puoi?

Saremo accaldati, procederemo lentamente, ci fermeremo a tratti per vedere lo splendido panorama.

Vieni andiamo al circo, il tendone è la, sembra una mongolfiera!! C’ è un orso di finta pelliccia…candido e poco minaccioso, più avanti alla cassa i quattro moschettieri pronti a difenderci da ladri e malfattori imbucati.

Lo so hai bisogno di silenzio per ascoltare i tuoi pensieri…ma oggi è la mia festa, la nostra festa: il circo babbo, il circo!

Cosa ci porterà questa bella sera d’estate, me lo ripeti ancora?  Al circo, al mio circo, poi cena al chiar di luna, ti prometto non indosserò il  mio broncio infantile. Tu avrai occhi color pioggia solo per me, insieme riusciremo a cambiar tutto: la moralità, le religioni, la scienza…vieni babbo andiamo, al circo ci siamo noi, i fantasmi non esistono.

I  nostri passi lasceranno il segno  sul sentiero di  di talco impalpabile, polvere rosata, piccole tartarughe ammaestrate saliranno sul filo, loro equilibriste nate, ci saluteranno con sguardi piccoli ed ammiccanti.

Ti stanno spingendo? Tranquillo siamo solo noi, ha smesso di piovere, l’altoparlante tace, la tensione è palpabile cresce di minuto in minuto…il mio circo, il nostro circo.

Ho voglia di caldarroste, Ballotte, nooooo non mi piacciono lo sai. La proposta ti sembra strana ed inaspettata? Noi NO non ce lo siamo detti mai, noi musica celeste noi due un fiume, mi volevi fiume e fui fiume. Ed in quel fiume abbiam pescato…poi tu sei andato via con la pioggia, lasciandomi doni per continuare a vivere.

 Guarda laggiù c’ è Amelye, la vuoi conoscere? Te la presento se vuoi…cosa c’è? Il mondo si ferma!

Cosa succede, non vuoi? Non importa,

Non vuoi essere visto? Ti capisco.

Ti piace la suora sul cavallo?

E la streghetta ristretta?

E la musica?

È il mio circo, io non canto, non ballo, ho poco equilibrio, apro la tenda, chiudo la tenda, vendo caramelle.

Il cielo intorno a noi è sereno, lo intravedo dai piccoli strappi del magico tendone, cerco di comunicarti  tutto l’ azzurro che c’è, ci riesco babbo?

Non abbiamo fatto in tempo a cantar  canzoni degli anni 80, è un circo strano lo so, ma sono sicura che lo spettacolo ti piacerá, sarà speciale.

C’è una festa di colori, farfalle dalle ali consumate, calciatori in carrozzina, canzoni che parlano di pioggia, chi gioca a carte senza assi, c’ è chi si lancia dal  trapezio, con piccoli stivali di gomma rossa, chi fa resuscitare morti, mai deceduti…

Piove babbo ma noi non ci bagneremo scanseremo le gocce abbracciandoci ed il tendone che forse non c’ è ci proteggerà continuando lo Show… le ballerine come nani da giardino,  pagliacci grandi ricercatori,  cavallerizzi magici e ciechi, infermieri funamboli, giocolieri mutilati nell’ anima, qualche clown dalle cento bocche riderà e ci farà  ridere, nessuno farà 70’000 punti, non ci saranno  vincitori, ma caldi abbracci con gli occhi,  le scatole di pelati, non conterranno pomodori ma petali rossi, da far volare ad ogni respiro!

Il mercato Gengerbach che forse non esiste, non venderà orologi, ma regalerà ore a chi non ne ha e minuti d’amore semplice….il piccolo mercato adiacente alle gabbie dei conigli truccati da leone, quattro banchi, senza padrone, ci andiamo dopo?

È il circo babbo, lo spettacolo non finisce mai, ricomincia ogni giorno e non è mai uguale…il circo il mio,  il nostro… noi ospiti d’ onore seduti in prima fila…

DAMMI la mano…

PS: ringrazio chi con le sue parole mi ha permesso di scriverne altre, grazie ancora.

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Quattro personaggi in cerca di storia: Tina

Gita a Friburgo – di Tina Conti

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Tutti i premi fedeltà erano stati assegnati, i più ambiti gli elettrodomestici, in ultimo i viaggi.

Quattro giorni in bus granturismo con destinazione Friburgo e la foresta nera, erano il premio per chi raggiungeva per primo i 70000  punti.

Avevano faticato un po’, Antonella, Livio , Roberto e Amelie ma alla fine ci erano riusciti.

In casa avevano stipato tante confezioni di pelati da fare sughi per quattro anni, quelle confezioni erano le più favorevoli alla raccolta punti.

Ora finalmente il traguardo era raggiunto.

Si  ritrovarono vicini di posto sul pullman  senza conoscersi, e senza sapere che abitavano tutti nella stessa provincia di Pistoia.

Antonietta aveva fatto appena in tempo a salire, l’autista  stava facendo la conta per partire.

Nonostante si fosse preparata con cura già dal giorno precedente, la chiava si era rotta dentro la serratura impedendole di chiudere la porta di casa.

Per fortuna la sua vicina aveva trovato un modo per estrarla così, correndo era arrivata.

Un po’ trafelata . Scusandosi per l’irruenza era riuscita a sistemare le sue borse  nella cappelliera  e poi finalmente si era seduta. Era tutta sudata  e scarruffata, tirò fuori dalla borsetta  dei bei fazzolettini gialli profumati  e si  deterse il sudore.

Accanto a lei Roberto, cominciò a storcere il naso per quell’odore  sintetico di limone che non sopportava, innervosito, tirò  fuori il  telefono cellulare  per seguire un torneo di calcio che durò quasi due ore. Antonietta rilassata e improfumata,  da una piccola borsa termica  estrasse due gustosi panini al gongorzola e noci  con ciuffi di erba cipollina e rucola.

Emanavano  così tanti odori che presto  lo scompartimento  ne fu  pieno.

Seccato ancora una volta, Roberto  frugando  nella tasca prese una bella pipa e minacciosamente la rigirò in bocca, mordicchiandola

Antonietta si era rintanata in un angolo del sedile senza aprire bocca un  po’ intimorita

Alla sosta per il bagno, aveva chiesto al conducente di abbassare la temperatura del bus, lei ancora accaldata, aveva delle vampate di calore date dalla menopausa.

Subito ci furono vivaci proteste dai viaggiatori degli ultimi posti e così, fu ristabilita la temperatura di crociera, a lei non restò che alleggerirsi degli indumenti.

Livio, dall’altro lato dello scompartimento, leggeva appunti, faceva correzioni e rispondeva ad un amico  e collega di nome Igor che  sperava di incontrare a Friburgo, erano naturalisti entrambi.

Amelie, piccola e vestita di mille colori, dormiva rannicchiata  con la testa su un cuscino a righe che si era portata da casa, dopo essersi tolta le scarpe  nascondendole in un sacchetto verde e indossato dei bei calzettoni rosa.

Si  vedeva che  era molto freddolosa ma, anche  vanitosa, sopra la bella camicetta di seta  fiorita indossava solo  un gilè  a maglia rada  e leggero.

La borsa di stoffa ricamata a crochet, con rose  e foglie la teneva  sulle gambe  insieme alla  copertina di cachemire  morbida che la confortava e scaldava.

Lei non scese per la sosta bagno e caffè, era addormentata e nessuno  aveva avuto il coraggio di svegliarla. Livio  le aveva preso un cappuccino e dei biscotti nel caso si fosse svegliata affamata.

Un forte acquazzone  rallentava il viaggio del pullman, era scesa anche la nebbia e procedere era proprio difficile., un gruppo di uomini si era avvicinato all’autista per aiutarlo ma lui aveva invitato tutti a rimanere al proprio posto per sicurezza.

Una musichetta di sottofondo tentava di tranquillizzare gli animi.

Nel frattempo, si era passati  dall’acqua  alla neve, fiocchi grandi e pesanti imbiancavano la strada

L’autista procedeva con cautela e attenzione, non ci sarebbero state altre soste fino a Friburgo.

La comitiva, stanca e provata dal lungo viaggio si precipitò nelle camere assegnate dopo che il

pullman  aveva parcheggiato.

Livio e Roberto avevano camere vicine e siccome la cucina dell’albergo era chiusa si fecero venire  l’idea di andare a mangiare qualcosa fuori.

Livio si sarebbe accontentato di  una bella zuppa calda di cavolo e patate, Roberto anelava a una  bistecchina di maiale  rosolata bene e accompagnata da birra scura.

Dovettero girare parecchio, non conoscendo il posto, si ritrovavano sempre  nella stessa piazza. Una trattoria italiana li salvò e ottennero quello che desideravano.

Rifocillati e  un po’ alticci  si sentirono pronti anche per un giretto.

Imboccarono una stradina dietro la cattedrale, stretta e poco illuminata, ma sull’angolo due grandi  vetrine sfavillanti  esponevano quadri e sculture.

Roberto amante dell’arte contemporanea, riconobbe subito l’artista  danese che  esponeva.

Per ammirare meglio le opere o forse per le belle bevute  andando all’indietro  non si accorse del canaletto di scolo delle acque e vi finì con i piedi  dentro.

Era proprio ora di rientrare, il gelo si faceva sentire e con i polpacci bagnati  era duro stare  fuori

Al mattino,  la città  si svegliò lentamente,  passarono le prime biciclette,  i tram cominciarono a scampanellare, era sabato , e l’albergo non era al completo  così ,il  gruppo  potè  consumare in tranquillità una abbondante colazione. La torta di ciliegie  fragrante e ancora calda  fu molto apprezzata, insieme ai i salumi e i formaggi  tedeschi.

Si presentò il nuovo autista , un ragazzone alto e robusto che  parlava tedesco   riscuotendo subito la simpatia dei viaggiatori che si sentirono  sicuri, si  sarebbero  poi mossi in modo autonomo.

Amelie, chiese se qualcuno  rimaneva in città per visitare la via dei cento orologi a cucù e il mercato di MUNSTERMARKt. Si rese disponibile  Antonietta  ma solo fino  all’ora di pranzo, poi aveva un collegamento  con un collega.

Giovanni, tutto attrezzato con macchina fotografica, zaino e cappellino nonché racchette ripiegabili per camminare si affrettò ad uscire, voleva visitare la casa  della  balena e le cascate di TRIBERG ,le più alte della Germania, nessuno si unì a lui.

LIVIO consultava mappe e chiedeva orari di mezzi  di trasporto per provare a raggiungere GENGENBACH dove Igor  aveva casa e laboratorio.

Gli altri  membri del gruppo  non indicarono programmi e mete, forse desideravano  perdersi per la città, dato che capivano la lingue e qualche parola riuscivano a dirla.

La sera  riuniti in albergo  allegri e stanchi mostravano gli acquisti, e si raccontavano le avventure vissute. La cena, con musiche locali avrebbe concluso la serata.

Solo Livio non si era peresentato,aveva assicurato che benchè  il paese di Igor fosse lontano sarebbe tornato per la cena. GIOVANNI, dopo aver mangiato in fretta non si era fermato  per balli e musica ma, attaccato ad un piccolo televisore, armeggiava nervosamente  per  collegarsi al canale che trasmetteva  un incontro di calcio internazionale.

Entrò nel bar dell’albergo  un gruppo di uomini con pantaloni pesanti e cappelli di  feltro di lana colorati, sentendo  parlare italiano, uno di loro si avvicinò dicendo di aver vissuto a Roma  per otto anni lavorando come tecnico  informatico.

Ricordava  le città visitate   e la storia d’amore con una certa  Ida che però  era finita presto.

Raccontò con tanti particolari la sua partecipazione al film di Dario Argento al film  SUSPIRIA girato proprio a Friburgo nella casa della balena. Era tornato altre volte in Italia per girare altri film con il regista   con il quale aveva ormai un rapporto di amicizia.

Livio  era rientrato  il pomeriggio contrariato e stanco  per aver dovuto passare la nottata in un piccolo  albergo nella foresta perché l’autista del taxi imbranato e molto anziano si era perso  e non era riuscito a riportarlo alla stazione dei treni per Friburgo.

L’indomani di buon mattino, avrebbe perso un bus diretto alla casa di Igor ,per concludere gli accordi per la pubblicazione della ricerca, avrebbe avuto tutto il tempo per rientrare per la partenza  del pomeriggio. Finalmente si era aperto il cielo e un bel solicino  faceva capolino fra le nuvole ,la città appariva più allegra e movimentata, i negozi esponevano le merci e il mercato all’aperto rallegrava la piazza con colori e voci.

L’autista del pullman lucidava il mezzo dietro l’albergo e chiacchierava con il portiere  che era uscito per accompagnare un ospite anziano con i bagagli.

Aveva stipato le torte alla ciliegia   degli ospiti, consegnate con tanta raccomandazioni sopra la sua zona di guida perché adatta a non essere schiacciate da borse e valige, sarebbero arrivate fresche e non ammaccate a destinazione.

Livio era tornato più sereno e allegro, aveva raccontato che andava in un negozio di ceramica a ritirare un pacco  regalo di Igor.

La vacanza stava per concludersi, gli ospiti  accoglievano i pacchi e i bagagli, anche il borsone di Livio era stato imbarcato come indicato da lui che sarebbe arrivato a breve.

Sbrigate le formalità in hotel, consegnate chiavi e i  documenti si era pronti per partire.

Livio non arrivava, dopo aver aspettato un po’ il pullman si era dovuto spostare per l’arrivo di una nuova comitiva, c’era una grande agitazione ,chi sbuffava chi telefonava.

Livio non si presentava. Roberto si offrì di andare verso il negozio di ceramica che aveva Incrociato il giorno percedente, arrivato chiese di Livio ma  dissero che non lo avevano visto.

L’autista spazientito, scaricò il bagaglio del ritardatario e partì.

Non essendo un minore, poteva benissimo rientrare da solo, lui doveva rispettare gli impegni.

Dopo essersi seduta al suo posto, Antonietta raccolse per terra una busta grigia, nella  lettera a  suo nome  c’era un messaggio.

Livio, si trovava vivo o morto  alla casa della balena, si doveva fermare il pullman e aspettare

La gendarmeria confermò quanto annunciato, Livio era alla casa della balena cadavere,  arrivarono velocemente i  gendarmi che interrogarono  per ore  i passeggeri, davvero Livio era li, ma cadavere e  con la pelle di uno strano colore.

Antonietta, raccontò ai gendarmi che aveva sentito una conversazione concitata la sera precedente fra  Igor e Livio,  quest’ ultimo si lamentava per l’intrusione della moglie negli accordi, di quanto apparisse acida e  come sminuisse il  suo lavoro.

Livio raccontava di aver avuto forti dolori al petto dopo essere uscito dalla casa e di  aver avuto vomito dopo la torta di ciliegie e lo sciroppo di sambuco[PV1] .

La mattina  però sarebbe andato alla casa della balena per le foto da inserire nella ricerca e a ritirare il vaso di ceramica, si sarebbero sentiti   per la pubblicazione.

Avvelenato da  foglie di tasso  , fu questo l’esito dell’autopsia,   aggiunto nella torta di ciliegie e nello sciroppo, questo  dopo due giorni di fermo  seppero i passeggeri che rientrarono sconsolati.


Quattro personaggi in cerca di storia: Anna

STORIA DI UN’AMICIZIA – di Anna Meli

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            Si conoscevano ormai da tanti anni ed erano amici veri.

            Antonietta: circa 50 anni, ricercatrice all’Università, amante del cinema e del teatro anche se considera la casa un rifugio sicuro. Transgender dichiarata, non può permettersi l’amore anche se le piacerebbe e quindi rimanda.

            Amely insegna alle superiori è molto diversa, veste colorata e appariscente, ha la stessa età di Antonietta, infatti hanno frequentato lo stesso liceo e, a differenza di questa, ha avuto molte storie sentimentali terminate in un nulla di fatto, però non demorde e continua a sperare. Ha molta fantasia e ama viaggiare.

            Poi c’è Livio che abita nella stessa città: è molto impegnato nel sociale ed è specializzato in botanica antropologica; proprio per questo ha acquistato da un po’ una vecchia baita sulle Dolomiti e ogni fine settimana si reca lassù per fare manutenzioni. In questa stagione spesso piove e lui ascolta quel ticchettio che varia d’intensità e che lo culla raccontandogli storie di piante, di alberi di albe e tramonti. Ama la natura in tutte le sue forme, è vegetariano e la sua specialità e il formaggio di capra con bietole bollite.

            Il quarto è Roberto maggiore di qualche anno, in gioventù ha giocato nella nazionale di calcio e conserva ancora un aspetto atletico e dinamico; non è domenica se non va allo stadio. Gli piace la caccia che ha scoperto a 16 anni. 

            La loro un’amicizia era nata in un pub della città che frequentavano spesso e, parlando fra loro, avevano scoperto di avere interessi comuni e gusti affini quindi, quando Livio li aveva invitati alla sua baita, avevano accettato con molto piacere. Ed eccoli tutti e tre con zaini e bastoni a cimentarsi in quel cammino sul crinale pieno di difficoltà.

            Sono accaldati e ansimanti, procedono lentamente fermandosi a tratti ad osservare quello splendido panorama fatto di cime innevate che risplendono al sole. Sono quasi accecati da tanta bellezza!

            Livio è partito il giorno prima e sta aspettandoli. Stanno camminando da diverse ore e si pentono di non aver preso la funivia che li avrebbe portati perlomeno a metà strada, ma ormai la cosa è fatta.

            Dopo l’ultima salita, la baita appare loro in tutta la sua rustica bellezza. Un filo di fumo esce dal comignolo di pietra, segno che Livio sta preparando qualcosa per gli ospiti. Strano che non sia uscito ad incontrarli né sia fuori ad aspettare. Ecco, sono arrivati. Appoggiano gli zaini e i bastoni su un tavolo lì vicino e chiamano Livio. Nessuno risponde. La baita è aperta e loro entrano, ma di Livio nessuna traccia. Il fuoco è acceso, non  può essere molto lontano.

            Lo chiamano a gran voce da diversi punti. Silenzio assoluto, solo un leggero fruscio di erbe. Decidono di cercarlo andando ognuno in direzioni diverse e chiamano, chiamano, ma Livio sembra essere sparito nel nulla, fino a quando un urlo agghiacciante giunge dal vicino bosco di larici: è Antonietta che ha trovato Livio disteso a terra vicino ad un tronco coperto di muschio.       

            Roberto e Amely accorrono spaventati e Roberto, prima cerca di rianimarlo con le tecniche imparate durante la sua vita sportiva, ma poi deve arrendersi Livio è morto.

            Ci sono delle orme lì vicino e arbusti spezzati, ha delle escoriazioni al volto i vestiti strappati e si intravedono delle ferite sulle braccia come grossi graffi, tutti segnali che fanno pensare ad un’aggressione, forse di uno di quegli animali selvatici di cui amava studiare il comportamento.            Parlava spesso di un orso che si aggirava vicino alla baita, forse non era così pacifico come lui raccontava.             Preso atto della situazione, sebbene scossi e disperati non rimane altro che chiamare l’elisoccorso e tornare a valle. Questo brutta esperienza segnerà per sempre la loro vita, ma Livio resterà l’amico che amava la natura in tutte le sue forme e che ora si aggira forse nelle foreste dell’aldilà.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

Quattro personaggi in cerca di storia: Sonia

La scelta – di Sonia Cortecci

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Li chiamavano i quattro moschettieri perché erano sempre, sempre assieme e si spalleggiavano l’un l’altro in tutte le occasioni, “a torto o a ragione”!

Livio, Roberto, Antonio ed Amely  conclusero insieme il liceo scientifico Gobetti, con ottimi risultati perché studiavano in gruppo e quello che ognuno conosceva lo metteva in comune con gli altri.

Erano diventati una famiglia poiché, in quelle d’origine, avevano ognuno storie infelici. Si sa tutte le famiglie ( viste da fuori!)devono assomigliare allo lo “spot” del Mulino Bianco, ma ognuna è a suo modo infelice.

Loro ne avevano creata una,  dove ciascuno portava i propri bisogni senza finzioni e vergogne.

Questa ” famiglia per scelta” aveva dato loro le ali per prendere il volo, ognuno in direzioni diverse. Si sentivano comunque con messaggi vocali oppure lasciandoli ad un fermo posta nel comune di Vicchio del Mugello. Questa scelta era stata fatta per non perdersi Livio, che aveva “staccato la spina” con il mondo ed era diventato uno studioso quasi completamente solitario.

Si era chiuso in una vecchia casa colonica sotto la chiesa di Barbiana, dalla quale scendeva una volta alla settimana, a volte anche ogni 15 giorni, per poche necessità.

La più assidua nel tenere i contatti fra loro tre e Livio era Amely che, anche con lui, aveva intrecciato una delle sue varie storie d’amore, tutte di poco peso, perché lei voleva essere libera di partire in qualsiasi momento il lavoro glielo consentisse senza dar conto a nessuno dei suoi movimenti….

Ma fra lei e Livio l’amicizia era rimasta ed aveva aiutato entrambi: per lei Livio era un punto fermo a cui tornare, come lo era la propria casa, bella ed essenziale in cui i ninnoli non avevano posto, i fronzoli inutili neppure.

Roberto, fra loro quattro, era quello completamente realizzato, facendo ciò che sapeva fare meglio: il calciatore. Però, quando si ritrovavano saltuariamente, faceva capire che soldi e vittorie non avevano appagato una parte di sé stesso. Si sentiva spesso solo, anche fra una folla di ammiratori ed ammiratrici.

Poi aveva  avuto una specie d’illuminazione e scelto di essere buddista, rovesciando la sua vita come un guanto e scoprendosi a guardare la vita come se fosse dall’altra parte del canocchiale: adesso si fermava a guardare le piccole cose e vedeva quanti mondi ci sono, che calpestiamo senza curarcene.

Antonio era il più instabile e controverso fra loro. Non si capiva mai quale fosse l’approccio giusto per fare con lui un qualsiasi ragionamento sensato che gli facesse esprimere ciò che lo rodeva veramente. Poi il tarlo era emerso e lui ne aveva parlato con Amely, nella quale cercava di riconoscere e capire cos’era la femminilità.

Finalmente scelse cosa fare di sé stesso ed intraprese un percorso per trasformare il suo corpo in maniera che diventasse l’espressione di quello che sentiva nell’anima. Si sottopose a cure ormonali che gli fecero crescere il seno e la sua transizione, frutto della sua determinazione, riuscì benissimo: era bella……..ma ciò che era proprio delle donne, non avrebbe potuto averlo: veder crescere un figlio, nato da te, creato dal tuo corpo, custodito come un gioiello.

Antonietta, non più Antonio, non lo avrebbe mai realizzato, nonostante la sua determinazione e le sue competenze scientifiche.

Antonietta si ritrovò quindi con Roberto ed Amely, nella piazza del paese. Si erano accordati fra loro tre perché erano mesi che non riuscivano più a contattare Livio ed avevano deciso di vedere che fine avesse fatto; in fondo era pure un’ottima scusa per raccontarsi l’un l’altro cos’erano diventate le loro vite, poiché ormai pareva che avessero preso una direzione precisa. Erano arrivati con mezzi diversi: treno, auto ed Amely in taxi dalla stazione di Firenze centrale.

Salirono tutti e tre sulla jeep di Roberto e si avventurarono sul tratturo che saliva alla chiesetta di Barbiana, restaurata da poco tempo in occasione della visita papale alla parrocchia di Don Milani, il “prete scomodo”. Era stata una storica scuola per i ragazzi di paese dove Don Lorenzo aveva ribaltato tutti i luoghi comuni sulla scuola di èlite con il suo libro  “Lettera ad una professoressa”(1971). Livio aveva spiegato da tempo come arrivare da lui: era facile, anche perché c’era una sola strada praticabile.

Arrivarono sul piazzale della casa contadina e finalmente scesero. Si allarmarono perché il portone di legno era spalancato,  ma pensarono che in quel posto non ci fosse necessità di chiudere a chiave nessuna porta per difendersi da ladri e malfattori, neppure quella del proprio cuore…

Chiamando a voce alta Livio, iniziarono a cercarlo, prima in casa e attorno.

La casa era appoggiata alla collina che le stava attorno come una culla e capirono Livio profondamente, il suo bisogno di silenzio per ascoltare solo i suoi pensieri.

Si separarono per cercare meglio, ma non dovettero andare molto lontano: Livio era disteso a terra, nel primo tratto di bosco, a poche decine di metri dalla casa.

Giaceva abbracciato ad una quercia più piccola delle altre: sembrava quasi stessero parlando fra loro e che lui ascoltasse le vibrazioni della pianta.

Roberto, il più pratico dei tre, cercò subito il battito cardiaco sulle carotidi: niente da fare Livio era morto e non da molto, dedusse toccandolo.

Dovettero scendere in paese per riuscire a comunicare ai carabinieri che, a Barbiana, c’era un morto.

Quattro personaggi in cerca di storia: Luca

Momento relax – di Luca Miraglia

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Antonietta alzò gli occhi dal suo rito quotidiano di studio e scrittura giunta quasi alla conclusione della sua ultima fatica: un saggio sulla transizione di genere negli uomini. Un misto tra studio antropologico ed autobiografia.

Per oggi basta, da domani comincerà la correzione delle bozze.

Adesso era il tempo di uscire a godersi gli ultimi sprazzi di questa ennesima lunga giornata di lavoro.

Lasciata la scrivania si scrutò un attimo allo specchio, si sorrise, si riconobbe e si salutò: – Buona serata Ipazia!

Si, le era sempre piaciuto soprannominarsi così, un nome tra il colto, lo storico e il drammatico che sentiva spesso affine a se stessa.

Appena superata la soglia di casa e fatti quattro passi si sentì presa sotto braccio da un fulmine colorato e vociante:

  • Dove ti porta questa bella sera d’estate?

Era Amelie la vicina di casa che, sollevando quasi Antonietta da terra, la travolse con la sua solita esuberanza.

  • Mi farò una passeggiata verso il centro all’imbrunire, per gustarmi finalmente la mente libera dallo studio – rispose divertita Antonietta.
  • Andiamo – la stuzzicò Amelie che la conosceva bene, si potrebbe dire quasi intimamente – lascia perdere l’Ipazia seriosa che è in te e andiamo a goderci insieme un po’ di mondo. Che centro e centro! Stasera cena al chiar di luna e poi a ballare con qualche bel ragazzo maturo, giusto per noi!

Amelie era da poco uscita da una relazione, una delle tante della sua vita, ma che stavolta l’aveva segnata più del dovuto. Questo era il suo modo di reagire ai disagi dell’animo: colmare il vuoto colorando se stessa e il mondo con la sua vivacità e con i suoi folli abiti, quasi una tavolozza naif,

  • Quasi quasi… Sussurrò Antonietta-Ipazia.
  • Allora è fatta! Andiamo! Esclamò Amelie tutta soddisfatta.

Intanto Roberto, calciatore professionista in pensione forzata e mal digerita, se ne stava nervosamente al tavolo tamburellando le dita e tracannando birra mentre aspettava Livio che come il suo solito non arrivava mai puntuale.

D’altra parte quella specie di orso gentile e solitario tutto natura e boscaglie si potrebbe essere tranquillamente fermato da qualche parte ad ammirare il tramonto incipiente fregandosene ampiamente di chi lo stava aspettando.

D’un tratto una nuvola di colore gli si parò davanti agli occhi, lievitando tra il suo tavolo e quello vicino e facendo trasparire solo i sorrisi divertiti e quasi adolescenti di due belle signore in complice intimità.

Il galletto maturo che ancora sgambettava in lui si fece subito avanti:

  • Buona sera signore! Bella serata per una pizza in compagnia – disse rivolgendosi alle vicine di tavolo e alzando il bicchiere mezzo vuoto in cenno si saluto.
  • Buona sera a te Roberto – rispose divertita Amelie

Roberto rimase a bocca aperta: come faceva quell’arcobaleno al femminile a sapere il suo nome?

  • Non ti ricordi di me, vero? – lo incalzò Amelie – Torino, vent’anni fa, festa per la coppa in discoteca e poi “festa” privata nel tuo hotel – riassunse Amelie con lo sguardo ammiccante. Lui era stato una delle tante avventure della sua giovinezza tutta vita e follie.

Roberto arrossì un po’: no, proprio non se la ricordava. Che figura del cavolo, ma d’altro canto all’epoca mica ci andava tanto per il sottile con le ragazzotte che gli giravano intorno e certo non poteva ricordarsele tutte!

Tentò allora di sviare il discorso:

  • Tutte sole a cena? Io sto aspettando da mezz’ora mio fratello Livio che come al solito arriva quando vuole. Che ne dite se facciamo due passi per aperitivo e gli andiamo incontro, tanto qui i tavoli ce li tengono senza problemi.

Amelie accettò subito sulla scorta del suo ricordo divertito, mentre Antonietta restò perplessa per quell’offerta un po’ fuori luogo per quanto la riguardava. Lo sguardo e gli atteggiamenti di quello sconosciuto, benché educati e apparentemente gentili, le sembravano occultare qualcosa di strano e poco equilibrato. Ma certo non poteva lasciare sola la sua esuberante compagna e quindi si accodò prudente ai due che già avevano imboccato l’uscita del locale.

  • Dove andiamo? – Domandò Antonietta a voce alta un po’ per farsi sentire, un po’ per marcare anche la sua presenza alle loro spalle.
  • Verso quell’uliveto sul greto del fiume, Livio arriverà sicuramente da lì – le rispose Roberto mentre non la smetteva di ammiccare e sgallettare con Amelie.
  • E che ci fa a quest’ora della sera in un campo in riva al fiume? – Ribatté Antonietta sempre più allarmata da quelle stranezze.
  • Mio fratello è un omone gentile che ama la natura ma che soprattutto ama il fiume e i suoi riflessi nell’acqua che scivola lenta, sostiene che il mondo specchiato nel fiume è molto più accogliente di quello reale e che prima o poi ci si trasferirà.

A questa affermazione Antonietta strabuzzò gli occhi e prese per un braccio Amelie per dissuaderla dal seguire ancora un balordo del genere, all’assurda ricerca di un fratello ancora più balordo di lui.

  • Roberto! Roberto! – Si sentì chiamare una voce insistente  – Roberto! Roberto! Lo sapevo che ti avrei trovato qui! – Un marcantonio in abito da infermiere si parò davanti a loro – Non puoi proprio fare a meno di venire sempre qui: Livio non tornerà più dal fiume lo sai. Sono due anni che se ne è andato! E adesso devi venire con me. Saluta queste gentili signore e seguimi.

Il bel Roberto mise su un broncio infantile e a capo chino seguì l’infermiere senza una parola.

Amelie sembrò trasfigurare da un arcobaleno ad una avvisaglia di temporale mentre Antonietta la teneva sempre per un braccio per evitarle di sciogliersi in tempesta.

  • Lo vedi che anche la dotta e razionale Ipazia a volte serve a qualcosa? Ora tranquille tranquille ce ne andiamo da qui e torniamo verso il centro a mangiarci un gelato, io e te e nessun altro.

Le due amiche si incamminarono silenziose a braccetto mentre l’ultima nuvola di colore si svaporava alle loro spalle nelle prime luci della sera.