Racconto da un incipit suggerito: Stefano

Ci sono stati momenti migliori – di Stefano Maurri

Photo by Airam Dato-on on Pexels.com

Era uscito come tutte le mattine molto presto per recarsi al lavoro al Resort Hotel, un 5 stelle, come tutti nella zona, quando, improvvisamente un missile passò sopra di lui e si schiantò sulla sede della polizia locale. Accelerò per arrivare al suo posto di lavoro. Erano tutti impauriti, chi si radunava nella hall, chi si sdraiava pavimento. Ineffabile, un ragazzo scriveva messaggi sul cellulare: “Ciao mamma, come stai? Ti scrivo da Dubai, per ora sto bene ma è un continuo di scoppi. Ci hanno radunato nella hall e per farci passare il tempo hanno organizzato uno spettacolino dove un signore fa dei giochi di prestigio, come quando ero alle elementari. Ogni tanto interrompe per chiamare una certa GIORGIA, ma lei non risponde mai. Ha detto che lo possiamo chiamare Mago Mesto e che ha imparato da un certo Mago Merluzzino. Ora ha smesso, è riuscito a parlare con Giorgia. Ha detto che ci sono altri 70.000 italiani da queste parti…ma che ci stanno a fare?”

“Caro bambino mio, ti scrivo da Sanremo, fai pure con calma, che qui è quasi peggio: ha vinto un cantante che sembra un incrocio tra Alcapone e Il Padrino, con una canzone dal titolo “Per sempre sì” che mi sembra l’inno del Comitato al Referendum….mammamia. Ciao, speriamo arrivi un momento migliore!”

Racconto da un incipit noto: Tina

ERA USCITO DI CASA PRESTO………- di Tina Conti

Photo by Acey Ramirez on Pexels.com

Da tempo, sentiva un disamore  per il suo lavoro, per la  ripetitività   dei gesti, e per il tedio dei discorsi della collega  sempre incentrati   sui suoi guai di salute e sul difficile rapporto con  il suo amante Antonio.

Da tanto meditava  di fare una piccola fuga, di riprovare l’ebrezza della libertà.

Essendo un tipo molto organizzato, teneva in macchina delle borse attrezzate per le  emergenze.

Borsa  per dormire fuori casa con pigiama, ciabatte, spazzolino da denti, borsa   per escursione in montagna, provvista di scarponcini, calzettoni, guanti, giacca , canocchiale e racchette  da passeggio, borsa per il mare con costume asciugamano, crema solare, cappellino e sandali.

Questo lo faceva sentire libero, libero dei suoi progetti, anche se il coraggio spesso gli mancava.

Il tempo non prometteva niente di buono, stava per rassegnarsi per una giornata  piatta e noiosa.

Mentre procedeva nel traffico disordinato e rumoroso, ricevette una telefonata.

Signor David, è arrivato il vaccino per l’Erpes che mi aveva detto voler fare, può passare in ambulatorio anche oggi, io ci sono fine alle 12

Ecco l’alibi pensò David

Invertì la direzione di marcia, andò in ambulatorio e poi chiamò  l’ufficio.

“oggi non posso venire al lavoro, ho fatto un vaccino e adesso ho una forte reazione allergica, è meglio che mi riguardi, ci vediamo domani”.

Fermò la macchina in un boschetto e  prese la borsa da montagna, il tempo non permetteva altro. Si cambiò in fretta, agganciò il coltellino svizzero all’asola dei pantaloni e con lo zaino in spalla si incamminò, sarebbe rimasto nella zona di Panzano vicino all’ambulatorio della dottoressa.

Si muoveva  cercando di  passare inosservato, lo faceva per scrupolo, lì lo conoscevano tutti, non voleva creare curiosità. Era giorno lavorativo e lui ci capitava sempre  nel fine settimana. Non seppe  però  resistere  al pensiero di un bel panino  preso alla bottega del Cecchini dove andava anche  per la merenda da  bambino. Due belle fette di pane casereccio con lardo e sottaceti, guarnito con fette di spalla di maiale. Mentre l’affettatrice scivolava liscia liscia sulla carne, si sentiva un profumino che stordiva.

Ecco pensò fra se’, questa sì che è vita. E uscì dalla bottega gongolante.

Si inoltrò  per la campagna  umida di pioggia e poco illuminata, fra la nuvole apparivano smelensi raggi di sole, ma per lui era tutto perfetto.

Le siepi di biancospino erano fiorite e deliziavano i primi insetti che ronzavano indaffarati, anche i mandorli erano in fiore e nei prati  si distendevano tappeti di anemoni e tazzette. Camminava soddisfatto osservando tutto quello che si muoveva e cambiava intorno.

Le campane della chiesetta  della  frazione di Giobbole suonarono  mezzogiorno, era l’ora della siesta, si liberò degli scarponi e dello zaino e si apparecchiò l’agognato  pranzo.

Osservava il  viavai  degli uccelli  che indaffarati  andavano al nido dentro le siepi, il ronzare degli  insetti, lo scrosciare dell’acqua nel fossetto vicino.

Una voce  di donna cantava vicino una canzone da bambini, si sentivano anche risate e gridi di bambini.

Una gonna colorata e un bel cesto di capelli rossi si intravedevano dai cespugli,

una giovane donna con un bambino raccoglievano erbe e fiori.

Il cagnolino grigio e  riccioluto si infilò nel fosso uscendo tutto grondante.

Dammi la mano  Giulio, disse la donna al bambino, se non salti farai la fine di  Dingo.. Ecco, patata,  ci sei finito proprio dentro.

Siediti che ti  vuoto gli stivali dall’acqua e  ti tolgo i calzini.

Hoì signore, anche lei in cerca di erbe?

No no, io sono a passeggiare, che belli che siete ,  siete di Panzano?

Si da poco,  ma noi  veniamo da  lontano, ci  siamo innamorati di  questo posto  e ci siamo stabiliti  da  un anno. Oggi raccolgo erbe per fare  i ravioli.

Mi faccia vedere se riconosco  qualcosa, io andavo a raccoglierle con la mia mamma, che divertimento,  io tenevo il paniere e se incontravo gli amici scappavo  per i campi. A giocare. Che bei ricordi, risento i profumi e l’aria sul viso e nelle narici, mi sembra che il tempo non sia mai passato.

Mentre facevano queste osservazioni, due moto da cros sfrecciarono  rumorose.

Il bambino  corse dalla mamma  spaventato  portando in mano un piccolo ranocchio trovato nel prato,  mentre risalivano sulla viottola il cielo diventò  minaccioso e scuro.

Arrivederci signora benvenuta a Panzano, sicuramente ci rincontreremo io vengo quassù sempre il fine settimana, ciao  anche a te, trattalo bene quel ranocchio , io penso però che sia  un bel rospo lo sai vero quanto sono utili questi piccoli animali?

“Perdo la cornice delle tende/ la verità struggente che non ho detto”: Elisabetta

LA TENDA – di Elisabetta Brunelleschi

Photo by Zu00fclfu00fc Demirud83dudcf8 on Pexels.com

Mi rigiro qua e la tra la pagina scritta e la pagina vuota.

E tra le tante parole trovo: rughe, paure, quadri, cornici e tende chiuse, stupende.

Ma dove, dove potrò rifugiarmi? Con quale vocabolo potrò rispondere alla pagina bianca che mi chiama? Ebbene sì, eccolo!

Facciamo che c’era una volta una tenda, rossa, gialla, stupenda; che appesa, tra le volte di un’altana, giorno e notte proteggeva dalle verità della tramontana.

Poi tutta intera, non so come e nemmeno perché, in un attimo cadde, così alla volé.

E da quel varco completamente aperto al fuori entrarono lentamente voli e colori.

Però eran tanti, troppi, che fare? Quale rimedio cercare?

Sarà il caso di chiamare un falegname, con chiodi, martello e legname?

No, i falegnami sono scomparsi dalla faccia della terra.

La tua casa resterà aperta come in estate una serra.

Tu hai paura, ti manca il riparo, ma la tenda è ormai accasciata.

Il sipario si è alzato, c’è il pubblico in sala, la recita è iniziata.

Irrompe potente la luce del sole che va a scaldare gerani e viole.

I racconti del vento sotto il tetto dell’altana, ti rammentano amori perduti, amici lontani, cuori pentiti, sguardi nascosti, frasi non dette.

Salta il pettirosso sul davanzale e vede le tue lacrime amare come il sale.

Con gli occhi arrossati lo guardi, lui resta fermo e tu per un attimo sorridi.

Ronza un moscone in mezzo a una stanza, vorresti scacciarlo, ma lui rotea, ti sfugge e insiste col suo acuto richiamo.

Non hai scampo, ti è stata assegnata una parte, quella vera, e la tu dovrai interpretare.

“Perdo ogni giorno la stupidità di avere paura”: Rossella G.

Perdo ogni giorno la stupidità di avere paura – di Rossella Gallori

Photo by Matheus Bertelli on Pexels.com

…la scatola era bleu di un bleu notte triste, color notte buia, il nastro glacè l’abbracciava, non benissimo, mal sigillata se pur annodata stretta, COME  poteva un nastro così incerto, tra l’oro e l’argento, sotterrare le mie paure?

Come?!

L’ altra scatola era rosa, un rosa Schiapparelli vistoso ed un po’ cretino, un cordoncino verde mela la chiudeva, tenendo in ostaggio la mia stupidità, ma COME poteva tenere a bada la mia insensatezza una cosina di topo di pochi millimetri?

COME!?

Le avevo riposte in un vecchio comò dall’ apparenza solida, cupo ed ingombrante, né antico, né moderno, amorfo.

 Decisi poi, di non aprire più il cassetto, la chiave era andata persa o forse non c’ era mai stata, COME poteva quindi restare chiuso?

COME!?

È se ho paura…

Se non mi so difendere…

Se mi dimenticano, tra i rifiuti…

…e se non piove ed io mi bagno

…e se fa caldo ed ho freddo

…se mi scotto al frigo e mi gelo al fuoco.

Ed oggi, che è meno ieri, fingo sia un giorno nuovo scoprendo che sono io la chiave, il passepartout di ogni chiusura.

Ritrovo la scatola, il disordine l’affoga  è  ancora lì, solo una, sciogliere i vecchi nodi è sempre difficile, ci vogliono dita giovani, unghie forti senza anni.

COME?

Strappo il coperchio,trovo le mie paure, le mie stupidità.

Come potevo perderle? Ignorarle ancora?

Convivono adesso, hanno fatto amicizia, si vogliono bene si rispettano, unite in una piccola scatola foderata di realtà, si abbracciano per farsi coraggio in uno scrigno color glicine, una delicato nastro di tulle avorio carico di porporina le cinge senza soffocarle.

Ci sono io con loro, io contenuto, io contenitore.

Una me stupida e paurosa custodita in un delicato contenitore lilla che non trova il coraggio di diventar viola……

Racconto da un incipit suggerito: Daniele

La marmellata sotto la pioggia – di Daniele Violi

Photo by RDNE Stock project on Pexels.com

Ogni martedì dovevo andare per motivi di lavoro, in Val di Chiana. Seguivo in una importante Azienda Agricola della Regione, le parcelle di sperimentazione, che riguardavano diverse varietà di Amaranthus. Avevamo ricevuto i semi, dall’Orto Botanico di Katmandu in Nepal. Ogni martedì mi sentivo di svolgere un ruolo importante; di rappresentare tanti agricoltori che nei secoli hanno cercato con le piante di dare un senso al loro lavoro accurato, per imparare a conoscere i bisogni delle piante, anche e soprattutto quelle non conosciute. L’importanza di divulgare a tutti gli studiosi, notizie importanti sulla crescita di una pianta e le sue caratteristiche biologiche e di ambientazione anche in aree diverse da quella di origine. Se non avevo avuto fortuna con le condizioni meteo, il tempo spesso mi diceva che avrei dovuto fare una bella battaglia con lui. Riuscire a poter rilevare i dati biometrici delle piante nate, in queste parcelle, chi più alte, chi più indietro nella crescita, con le condizioni di pioggia e di vento, sarebbe stato davvero un impegno duro per poter riuscire a finire il lavoro auspicato. Comunque io avevo tanto desiderio di accompagnare questa sperimentazione fino alla fine. Mi buttavo a capo fitto con serietà e conscio di tutto il mio lavoro. Un lavoro di ricerca importante ed atteso, che poi dato alle stampe, avrebbe  diffuso, fornito notizie significative per tanti addetti ai lavori. 

Pur tuttavia se il tempo non mi avesse permesso di lavorare all’aperto, avrei atteso paziente, riportando i dati schematici in bella copia, seduto ad un tavolo, in una cucina con focolare di casa di campagna. Questo avevo come rifugio e luogo di sosta nelle mie uscite lavorative, era la mia salvezza. Una cucina con focolare mi dava lo spunto di pensare ad accendere il fuoco e aspettando godot, nel caso avessi modo di poter utilizzare al meglio il mio tempo, in caso di condizioni meteo avverse. Quando il pensiero di pioggia era possibile, partivo da casa con la cesta di vimini e dentro un pentolone di marmellata da cuocere. Pioveva in Val di Chiana,? io al fuoco godevo del tempo di pioggia, accanto a spezzoni di legna di Acacia che bruciavano, e mi facevano sentire il profumo di marmellata di susine che mescolavo di tanto in tanto.

“Parole che avremmo potuto dirci o non dirci”: Carla

Per fortuna ho avuto te – di Carla Faggi

Photo by Muhammad Rayhan Haripriatna on Pexels.com

Ti ho detto tante volte che ti voglio bene e che sono stata fortunata ad avere avuto te. Tu eri schiva, quasi intimorita dalla mia schiettezza.

Ti ho detto tante volte che devo ringraziarti se sono quella che sono, devo ringraziare il tuo coraggio, la tua dignità, il tuo esserci stata sempre.

È grazie a te se ho studiato, se ho una casa, un lavoro, se ho potuto scegliere il mio compagno per amore e non per bisogno.

Se pretendo dal mondo il rispetto per le donne e mi indigno quando non lo trovo. È dalle tue lotte femministe che ho tratto insegnamento.

Ti ho detto tante volte che ero orgogliosa di te, del tuo difendere i più deboli, del tuo essere sempre dalla parte di chi ha bisogno.

Mi hai insegnato che avere coraggio è difficile ma ci da dignità.

Ti ho detto tanto tante volte ma sembrava che tu non ascoltassi, che quasi non ti facesse piacere, ma poi mi abbracciavi.

Ora non posso dirti più nulla. Manchi già da diversi anni.

Forse è un bene che tu non veda ora questo mondo così ribaltato.

I valori che mi hai insegnato oggi non contano più.

La dignità, il coraggio sono diversi da come li intendevi te.

Resta quello che mi hai dato ma forse quelli come me non hanno saputo trasmetterlo.

Racconto da un incipit noto: Luca

L’auto verde e nera – di Luca Miraglia

Come sempre, appena il tempo butta al peggio il mondo monta in auto e si inchioda solo a poche centinaia di metri del tragitto da casa al lavoro.

Peccato che per lui il lavoro fosse proprio là nella sua lucida auto verde e nera con la quale scarrozzava la varia umanità romana su e giù per le strade capitoline.

Stamattina era una di quelle giornate grigie e piovigginose e, nonostante l’ora presta, tutti se ne stavano già incolonnati sui viali verso il centro.

Lui bofonchiava inviperito: il tassametro spento, la benzina che si consuma inutilmente e in testa tutte le maledizioni possibili contro l’umanità, la città e se stesso.

Ma che gli aveva detto la testa per fare quel lavoro del cavolo: solo tempo, tempo e tempo chiuso nella sua scatola di latta in mezzo ad altre migliaia di scatolette puzzolenti.

Certo ogni tanto era anche divertente imbarcare qualcuno di quei variopinti esemplari umani che circolavano per la capitale, ma ormai da troppi anni se ne stava lì seduto al volante e ne aveva viste un po’ di tutti i colori, ed ora poco o niente l’avrebbe più sorpreso.

Intanto qualche metro avanti… di nuovo fermi…

E allora gli veniva da pensare a quando, non più giovanissimo rimpatriato senza risorse, si ritrovò a fare il tassista abusivo intorno ai ministeri appena ricostituiti, e a quando un benevolo parlamentare della sua terra d’origine lo aiutò a legalizzare il suo lavoro con una scintillante licenza: una manna dal cielo in quegli anni difficili.

Ma oggi sempre più stanco, con i figli ormai cresciuti e un certo agio piccolo piccolo, perché starsene ancora là in mezzo?

“Oggi é il giorno!” quasi urlò solitario dentro l’auto.

Svoltò bruscamente senza freccia, scavalcando l’aiuola rinsecchita che separava le carreggiate, e invertì fulmineo il senso di marcia.

Nè verso il centro né verso casa.

Semplicemente verso un altrove possibile di tranquilla serenità.

Non si sa se quel taxi verde e nero sia stato veramente in qualche luogo o lungo qualche strada, ma sicuramente lo conduceva un grande sorriso.

Racconto da incipit suggerito: Rossella B.

Risveglio grigio – di Rossella Bonechi

Photo by Victor Freitas on Pexels.com

È inutile che alzi le tapparelle per vedere che tempo fa: ho sentito benissimo che piove a scroscio. Un altro grigio inizio di giornata. Ciabatto in cucina e mentre aspetto l’Amico Caffè spalanco comunque la finestra per un po’ d’aria nuova. Come? Un po’ di Sole? Possibile che in camera ci sia il temporale e in cucina la Primavera?? Il caffè chiama ma non importa, entro in camera, spalanco i vetri e tiro su il rotolante: piove davvero ! Ma solo davanti alla mia finestra? Voci concitate, richiami, qualche urlo e l’acqua si ferma. Ora sono completamente sveglia e da sopra mi avvisano che è stato rotto un tubo che qualcuno … che per fare … che dispiace … che ripago … e che “pampine” di prima mattina ! Richiudo, non voglio sapere altro, anche perché rischio di far tardi al lavoro. A parte che non avrei alcuna voglia di andare oggi. Oggi ? È da un po’ che quel luogo mi è sempre più estraneo, come estranei sono questi volti alla fermata, come estranea sta diventando questa città che quasi non riconosco più. Forse tutto e tutti loro sono gli stessi di sempre ed io non mi sono adeguata, non mi sono saputa adattare a questo continuo cambiamento. 

Ci penso anche mentre scendo le scale e guardo forse con troppa insistenza quelli che invece le stanno salendo per raggiungere i loro uffici luminosi dove hanno piazzato sulle finestre delle asfittiche piantine che annaffiano ogni morte di papa con il porta matite per avere un ambiente “green”.

Sono arrivata nel mio ufficio: un attaccapanni, scrivania, schedario, una finestra orizzontale in alto e due poltroncine girevoli che un tempo erano state blu elettrico. Qui dentro si riflette tutto il mio scontento, la mia insoddisfazione, la delusione di una corsa iniziata con un bello scatto e poi portata avanti al rallentatore. Sbatto i cassetti per fare un po’ di rumore e li lascio aperti a farmi compagnia. Svolgerò i miei compiti diligentemente come ho sempre fatto, poi chiuderò tutto, risalirò le scale e il tram mi riporterà a casa. 

Spero che avranno accomodato il tubo perché da domani mattina la casa sarà chiusa e non risponderà nessuno. Ho intenzione di cercare scale da salire, luce che mi inondi, verde per davvero e sorrisi che demoliscano ogni estraneità.

“Perdo ogni giorno la stupidità di avere paura”: Lucia

La stupidità di avere paura – di Lucia Bettoni

Photo by Eugene Golovesov on Pexels.com

Ho raggiunto il luogo dove sono
Bagnata di lacrime e sorrisi
Mani al cielo e gambe stanche
Ho attraversato vigne e boschi sono caduta in prati di ortica
Ho dipinto il dolore e l’amore
Notti a cercare un sogno per dormire e la forza di mille margherite per alzarmi
Con il cuore gonfio
brandelli di paura si staccano dalla mia pelle lasciandomi il corpo e il cuore nudo
Abbandono a ogni nuovo passo quella stupida paura
Oggi posso dirti ti amo mille volte e sarà ogni volta diverso e sarà ogni volta il mio respiro libero
Essenza pura di una parola che è una e mille
Ti amo
Una parola distesa sulla mano

Incontro del 5 marzo 2026: due modi di raccontare

A scelta:

A.Continuare l’incipit di un racconto: “Era uscito di casa molto presto, come ogni mattina. La giornata era grigia e preannunciava pioggia.

Il suo primo pensiero era rivolto al traffico snervante che avrebbe trovato, alle code, a tutto quel tempo sprecato chiuso nella sua piccola auto.

 Ma più che altro pensava al fatto che non avesse voglia di raggiungere il suo luogo di lavoro, lo stesso che lo vedeva inchiodato lì da troppi anni, che non gli regalava nessuno stimolo…..”

Oppure:

B. Scegliere un verso tra:

1 Ogni giorno perdo tutto/perdo il quadro di chi ride e vive

2. perdo la cornice delle tende/ la verità struggente che non ho detto

3. perdo ogni giorno la stupidità di avere paura

4. perdo ogni giorno la pelle nuova, la ruga che ho sorriso

5 perdo ogni giorno la ruga che ho pianto/ la voce la mia e la tua

6 perdo parole che avremmo potuto dirci/ non dirci/ dire meglio

I versi sono tratti da una bellissima poesia di Beatrice Zerbini , tratta da “In comode rate”

Ultim’ora!!!

Avviso – di Stefano Maurri

Photo by u0421u0430u0448u0430 u0410u043bu0430u043bu044bu043au0438u043d on Pexels.com

Dopo i recenti fatti di sangue eseguiti tutti con l’uso dei coltelli il governo ha emanato un’ulteriore decreto in cui  tutti i coltelli  in possesso della popolazione devono essere requisiti e consegnati presso appositi centri di raccolta. Dovranno essere consegnati anche i coltelli dei macellai, di quelli addetti alle pollerie, dei ristoratori e di tutte quante le attività commerciali,  quindi la carne potrà essere venduta soltanto in  confezioni sigilliate  senza che si possa fare il taglio presso la macelleria, e nei ristoranti serviranno solo bocconcini.  La bistecca sarà il problema più grosso quindi  dovrà essere prima tagliata da rappresentanti del Governo e poi venduta. Saranno venduti in prevalenza  gli spezzatini, i polpettoni, gli hamburger e  tutte quelle forme che si prestano a essere cucinate senza ulteriori interventi. Per quanto riguarda il battuto avrà sviluppo l’apposita macchinetta che è sempre stata venduta nelle fiere, nei mercati, quella che premendo sopra la  cipolla, sopra la carota, sopra il sedano permette di fare il battuto a regola d’arte senza lavoro della mezzaluna o di coltelli. Per gli interventi chirurgici saranno utilizzati locali blindati più che sterili e i bisturi saranno rigorosamente controllati e numerati.  I chirurghi saranno accompagnati da carabinieri e poliziotti. Quindi d’ora in avanti vivremo in un mondo senza coltelli che forse  potrebbe essere anche una buona idea. Non so se si realizzerà veramente ma penso che bisognerà rifletterci perché ormai la violenza è diventata parte troppo preponderante della società.

La bambina perfetta: Carmela

La bambina perfetta – di Carmela De Pilla

Photo by RDNE Stock project on Pexels.com

Non si è mai capito quando Valeria diventò la perfettina della classe, fatto sta che era la coccolina dei professori, della mamma, dei nonni, insomma tutti l’adoravano perché volere o volare lei sapeva fare ogni cosa alla perfezione.

Bisogna dire che anche la mamma era così e anche la nonna quindi per lei era naturale cercare sempre il meglio, dedicarsi allo studio e allo sport  in maniera impeccabile era diventata una necessità e pur di non farsi rimproverare dall’allenatore era capace di allenarsi finché non chiudevano il palasport.

Essere insuperabile voleva dire però impegnarsi costantemente e fare diverse rinunce intanto il tempo passava e lei diventava una ragazza bella sì, ma sempre più sola, niente cinema, niente discoteca e niente amici e sempre di più si sentiva emarginata.

I problemi arrivarono quando nonostante passasse ore e ore a pattinare ripetendo 10, 15 volte lo stesso esercizio i risultati rimanevano insoddisfacenti, tutti avevano riposto in lei grandi aspettative, avevano proiettato su di lei il proprio desiderio  di diventare qualcuno e per Valeria ogni insuccesso diventava un fallimento.

Via via che passavano gli anni Valeria diventava sempre più ombrosa, più solitaria, sorrideva raramente e passava il tempo  al palasport o in camera a studiare, il fatto più grave era che lei stessa non si accorgeva di quanto gli mancassero le risate con gli amici e un po’ di spensieratezza finché un giorno non incontrò Franco che era esattamente l’opposto di lei e se ne innamorò perdutamente.

Lui scanzonato e spregiudicato affrontava ogni situazione anche la più difficile con disinvoltura e con un sorriso distaccato che lo portava a non preoccuparsi eccessivamente e poi era un creativo che non si lasciava intimidire da nessun problema tanto che non riusciva a prendere sul serio nemmeno se stesso.

Quando Valeria si laureò con il massimo dei voti naturalmente a lui mancavano ancora diversi esami, ma di questo non se ne era mai fatto un cruccio in compenso era come se avesse vissuto il doppio di anni di Valeria.

E lei si era innamorata di tutto ciò, con la sua allegria e il suo sorriso, senza troppe prediche, era riuscito a sradicare e capovolgere quel modello di ragazza sempre perfetta e Valeria, sia pure in maniera inconsapevole era diventata una ragazza diversa, forse meno perfetta, ma sicuramente più serena e contenta,

Ma cosa era successo?

Chissà, forse è vero che l’amore fa miracoli!

La bambina che ascoltava i fiori: Patrizia

La bambina che ascoltava i fiori – di Patrizia Fusi

Photo by zhang kaiyv on Pexels.com

 La campagna era il suo ambiente, ascoltava tutto quello che la circondava: il canto dei vari uccelli che volavano fra gli alberi e dove facevano i nidi; alcuni di loro nidificavano anche nelle folte macchie di rovi e vitalbe.

Ogni specie ha un cinguettio diverso.

Il profumo dell’erba appena tagliata.

L’aria che frusciava, leggera muoveva con delicatezza l’erba alta formando delle onde argentate come una risacca vegetale.

Il fruscio dell’acqua, dell’aria che muoveva tutto, la carezza, quello che la circondava per lei era una coccola.

Il cercare i fiori era un gioco, a lei i fiori piacevano, li conosceva bene, sapeva quelli che erano i primi a nascere e quelli ultimi a fiorire, in quali campi erano.

Il suo modo di parlare con i fiori era di fare dei piccoli mazzi colorati e regalarli alle persone care.

O portarli su una tomba con affetto.

La ragazza che scriveva sulla seta: Sonia

La ragazza che scriveva sulla seta – di Sonia Cortecci

Photo by Quang Nguyen Vinh on Pexels.com

          Ambra era cresciuta a fianco della madre, sempre affogata fra tagli di stoffe iridate e leggere oppure opache, pesanti e calde che lei, con grande maestria, metteva assieme sul manichino e ricomponeva.

         Riusciva a far diventare quegli ammassi di ritagli delle vere opere d’arte cucendoli assieme in fogge inaspettate.

        La bambina guardava estasiata la trasformazione dei cenci in costruzioni fantastiche, in vere favole, raccontate dalle mani magiche di sua madre che, mentre lavorava senza fermarsi quasi mai con la sua macchina da cucire veloce e luccicante, parlava e raccontava delle feste eleganti nei salotti cittadini, cui avrebbero partecipato le signore indossando le sue creazioni.

     Il rumore della macchina accompagnava, come un treno che non si ferma, i pomeriggi della bambina e poi della ragazza.

    Fu un’infanzia circondata da fili e colori, che spinsero Ambra verso la sua insolita passione: decorare la seta.

    Si fece regalare (poiché non poteva permettersi altro) gli scarti delle lavorazioni delle stoffe in seta.

   Ben volentieri gli vennero ceduti dalla fabbrica, così da evitarsi la noia di doverli smaltire.

     Ambra si mise così nel suo angolo preferito della stanza da lavoro di sua madre ed iniziò a cucire assieme i pezzi di seta multicolori, divertendosi enormemente.

    Si accorse di avere cucito una striscia lunghissima……

    Tanti metri di seta, ma così inutili! Bella a vedersi, ma a cosa mai sarebbe servita?!

    Nessuno poteva vestirsi con una striscia di stoffa, fatta di così tanti pezzi, lunghissima….

      Mentre pensava, preoccupata dallo spreco di stoffa e di tempo, ebbe un’idea: con un calamaio e della china che usava per scrivere i soliti compiti noiosi per scuola, poteva creare qualcosa di nuovo e bello…

           Iniziò con un pennellino a scrivere i compiti sulla striscia di seta e dopo i compiti……la sua mano continuò, portando i suoi pensieri su quel tessuto così delicato al tatto e bellissimo.

      Erano piccoli pensieri in brevi frasi:

      “Se fossi un cigno volerei lontana da questa terra che mi trattiene!”

     “Se fossi una gazzella correrei più forte di tutte!”

La bambina che custodiva i libri: Carla

Pensare e non parlare – di Carla Faggi

Photo by Min An on Pexels.com

Non voglio continuare ad andare a scuola, non mi serve, posso benissimo studiare da sola, con i libri, con Internet.

Non sopporto il tempo perso ad ascoltare i professori, faccio molto prima ad imparare da sola e dedicare il mio tempo a leggere.

Non sto bene con i compagni di scuola, non mi va di parlare con loro, per dire cosa poi? Quello che penso? Ma nel momento che trasformo il pensiero in parola l’ho già modificato, superato.

L’importante è pensare non parlare.

Si dice Cogito ergo sum non Parlo quindi sono!

Quindi non amo trasformare un pensiero che è aereo in parola che è cubo di terra.

Come farei a raccontare a parole il rumore dei fiori,quello che dicono ed anche quello che tacciono. Magari chi ascolta potrebbe essere uno che coglie i fiori nei prati e li porta cadaveri in casa ad imputridirsi in un vaso.

No, non posso trasformare i miei pensieri in parole, sarebbe un pensiericidio, farli morire come fiori cadaveri in un vaso.

Perché i miei pensieri sono come opere d’arte senza titolo, pura essenza di emozioni e logica che non si faranno mai incorniciare con etichette fatte di parole.

La bambina dei fiori: Annalisa

LA BAMBINA CHE ASCOLTAVA I FIORI di Anna Luisa Faleschini

Photo by Osviel Rodriguez Valdu00e9s on Pexels.com

Nacque dalla paura.

Quando il fiato non saliva e il rantolo acuto chiudeva l’epiglottide, si accendeva una luce di stroboscopio. Tutto spariva e la paura di morire si affacciava, per fortuna, timida.

Ogni foro chiamava aria.

Gocce di sudore imperlavano la fronte, sopra al labbro superiore, lo spazio tra i seni.

Doveva camminare a passi veloci, avanti e indietro e bere piccoli sorsi di acqua. Scioglieva avidamente anche una caramella.

Poi tornava il sereno. Esausta, sprofondava su qualsiasi oggetto l’accogliesse.

Fu la sua parte spaventata che reagì e non si arrese.

Doveva trovare un antidoto. L’oggetto magico delle fiabe di Propp.

E fu così che, grazie all’olfatto sviluppato, alla sensibilità, all’audacia e all’intuito…si approcciò al mondo dei fiori non come una semplice studiosa ma una fata.

E non ci fu giorno senza stupore. Ogni petalo le parlava di sé. Ogni bulbo, ogni foglia, stelo, radice.

Amoreggiò con la viola odorata e la primula vulgaris; ne assaporò i petali ricchi di vitamina C, colorando le sue insalate primaverili.

Si depurò con fiori di tarassaco che colorarono di giallo il suo giardino e le sussurrarono di condividerli, gentilmente, con le api che ronzavano come fili della corrente, eccitate.

Passeggiò nei pascoli di montagna, incantata dal viola dei fiori del cardo mariano e del benefico effetto sul suo fegato; ascoltò il loro tribolare sotto le zampe di enormi vacche e la beffa di avere spine ma non sufficientemente pungenti da respingerle.

Ascoltò la timida malva che fioriva nei giardinetti trascurati e l’avrebbe aiutata con la tosse.

E pensò di aver scoperto l’elisir di lunga vita.

Doveva solo approfondire.

Si percepì fiore. Si sentì in sintonia.

Iniziò così il suo processo di guarigione.

La bambina di carta: Tina

LA BAMBINA DI CARTA – di Tina Conti

Photo by cottonbro studio on Pexels.com

Il  legno no, non lo posso usare, c’è già Geppetto che ha  fatto un lavoro ottimo

Io, ho tanti ritagli di carta, e quattro figli maschi, vorrei tanto una bambina, ho delle belle carte colorate, rotoli  interi a fiori, a strisce, e nel mio cuore  lei è già presente.

La sua anima gira per la casa, inciampa nei monopattini e nei palloni dei fratelli.

Io l’aspetto, sarà di carta, carta robusta, fiorita e profumata, sarà sempre vicino a me, ci parleremo, giocheremo e canteremo, noi due da sole.

Avrà tante belle coperte  di carta vellutina, carta stoffa, carta argento.

Sarà facile uscire insieme, basta che lei si infili  nel  mio taschino della camicia.

Eccola , saltellante  e allegra, con la bocca sporca di zucchero a velo  e cioccolata.

Io la pulirò  con un panno leggero, l’acqua  non la posso usare rischierei di ferirla.

Apriamo la finestra così possiamo ballare con  il vento  che  entra dispettoso.

Nascondiamoci sotto un libro, ben ripiegate, attenzione non leccare  la crema attaccata al cucchiaio, il pentolino è sul fornello acceso, potresti bruciarti.

Ti porterò in vacanza  in tutti  i posti del mondo, viaggerai in una piccola borsetta  di stoffa di seta che terrò sempre sul mio cuore.

Quante carezze mi sai dare, vorrei che tutti ti conoscessero ma temo per la tua fragilità.

Basterebbe una folata di vento per farti rotolare sulle nuvole, farti volare su un tetto, mescolarti alle foglie cadute del viale, sei troppo preziosa , starai tranquilla sul mio cuore.

La bambina che ascoltava i fiori: Anna

 La bambina che ascoltava i fiori – di Anna Meli

Photo by Digital Buggu on Pexels.com

            Le erano sempre piaciuti i fiori, i prati, il verde delle erbe. Li vedeva come un’unica cosa eppure distinta da colori, profumi, dimensioni.

            Stavano bene là dove nascevano e crescevano liberi accarezzati dal vento o bagnati dalla pioggia. Fin da piccola, avendo avuto la fortuna di essere nata in campagna, adorava stendersi nei prati e nelle viottole dove margheritine e non-ti-scordar-di me nascevano ogni primavera.

            Il profumo dell’erba con tutto quello che fra essa nasceva le dava un piacevole senso di pace. Lasciandosi andare lunga e distesa, porgeva l’orecchio attento e riusciva a sentire piccoli rumori, come bisbigli e immaginando che le radici parlassero fra sé un’unica lingua universale.

            Spesso rifletteva su quanto sarebbe stato bello se anche gli umani avessero avuto la stessa opportunità o perlomeno il magico potere di intendersi.

            Nelle sue passeggiate, non strappava mai un fiore rubandolo alla terra, ma si chinava per una carezza lieve e ne rapiva l’immagine insieme al fresco profumo.

Una bambina e basta: Stefania

Una bambina e basta. – di Stefania Bonanni

Avere nostalgia di qualcosa che non e’ accaduto, e’ un dolore senza scampo. Non si dimentica, non si ricerca, non se ne parla, e si vive nella paura di dimenticare. Si può sognare, di notte, ad occhi chiusi, si può piangere, per una nostalgia fasulla. In quelle notti nelle quali si affacciano facce e parole che parlano una lingua che e’ solo per te, ed i fatti diventano quelli che solo nel tuo animo hanno fatto il nido. Solo tuoi. Sconosciuti al mondo.

Ci si può innamorare di una nostalgia così, e si innamorò davvero di un sogno di bambina.

Quanto tempo fa era una bambina? Così tanto che quello era un altro mondo, quello che ricordo.. era un’altra bambina, quella che ripenso. Era tanto tempo fa, e poi  e’ stato per pochissimi istanti, che quella e’ stata una bambina. Una bambina e basta. Non una sorella, non figlia di. E quando non e’ piu’ stata figlia di, e’ diventata moglie di, madre di, poi nonna di. Segno evidente che essere bambina e basta non era possibile, non era abbastanza, non c’era modo.

Ed allora viene spontaneo avere una gran nostalgia, per una bambina felice che avrebbe voluto essere bambina piu’ a lungo.

Bambina al centro di uno sguardo azzurro lucido di una specie di commozione, ogni volta che il suo orizzonte incrociava i miei occhi. Bambina nei campi, che corre sotto i lenzuoli bianchi come vele, stesi per asciugare, e profumano di sapone. E non c’erano cancelli, né reti, né orari. Ed i giorni sembravano durare cento ore, e le notti non venivano mai. Bambina stonata che canta sempre. Bambina che sgrana fagioli sulla seggiolina di paglia, accanto alla nonna. Bambina che ha una mamma che cura le sbucciature con un bacino ed il mal di pancia con le mani calde.

Ed è così faticoso, sforzarsi di invecchiare senza diventare vecchi.

La bambina invisibile: Rossella G.

La bambina  trasparente – di Rossella Gallori

Photo by Tyler Lastovich on Pexels.com

Peccato non esser viste, quando ci sei.

Peccato davvero:

non aver notato, i passi incerti, le cosce un po’ cicciute, le mani a puntaspilli, un occhio un po’ più aperto dell’altro, uno sguardo ammiccante a tratti, incorniciato da riccioli stizziti color mogano.

Peccato non aver fatto caso ad un sorriso intrigante fatto a labbra chiuse

Peccato, per chi ha sprecato tempo a non guardare a non vedere.

Peccato  per le ore perse a non giocare con me.

Capita, si capita, è capitato: TRASPARENTE !

Il vestitino con il punto a smock,  perfetto, di un rosa cipria stupidino, le scarpine con i buchi, il parlare tanto, il disegnare fantasmini, sembrava non le  mancasse niente…c’ era inoltre quel cercare voci e mani, cose indispensabili per lei, assurde per altri, come faceva a spiegare che: se hai voce ci sei, se hanno voce ti parlano….se hai mani stringi, se hanno mani ti ci appoggi.

Sei una BAMBINA INVISIBILE, cerchi ancore, ma il mare è in burrasca, invisibile e senza salvagente…allora aspetti che si accenda una luce, anche piccola nel corridoio più lungo che largo, aspetti che il  vestitino non ti stia più  che si strappi o che bruci, aspetti che le scarpine non siano più della tua misura, che abbiano più buchi che suola.

Ti organizzi e fai” gambetta” a qualcuno, tanto sei INVISIBILE, ma questo qualcosa cade ed in fretta si rialza senza ammaccatura alcuna…ed ancora non ti vede, sembra distratto, ma è solo cattivo.

Capita,  è capitato e capiterà anche stasera che  IO RITORNI INVISIBILE con i miei pensieri  nati storpi, sentirò voci estranee e familiari: lo avevi  già detto, lo avevi  gia’ scritto! Ma sarò libera di fare piccole smorfie , occhietti, occhiacci, occhioni, tanto son INVISIBILE…..