Sei rimasta, Bambina: Stefania

Bambina con Bambini intorno – di Stefania Bonanni

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Da giovedì parlo con la bambina che è in me con consapevolezza. Lei non se ne è andata, perlomeno lei. Sono riuscita a trattenerla, e non è stato facile. Quando sono franate le montagne e le macerie hanno ricoperto tutto, la bambina ondeggiava come un palloncino, mantenuta solo da un filo fine fine stretto in un pugno indeciso , spesso tentato dal bisogno d’evadere, di lasciare che tutto se ne andasse. Non è successo, ed ora si, finalmente lo so, che il mio faro sono stati i bambini. Quelli miei, con le poesie della Franci e gli abbracci di Ricca, poi trasformati nella stessa modalità nei nipoti di oggi, quelli di allora, la mia bambina splendente ed il bambino di Paolo, che l’ha presa per mano allora e la stringe ancora. E’ stata una buona compagnia. Il ragazzino birbone con le ossa che sembravano voler uscire da tutte le parti, mi ha fatto tanto ridere. Non ricordo noia, piuttosto discorsi strampalati e risate scandalose, in momenti nei quali ridere significa “non importa, ce la farò lo stesso, oppure smettila, non ti prendere sul serio”. E poi una valanga di amore, affetto, bene, tenerezza, passione. Sono una donna molto fortunata. Quella bambina splendente è stata ben nutrita.

Non aveva consapevolezza di sé quella bambina, per fortuna. Ripensarla e’ un po’ renderle giustizia. Si vedeva magra, troppo mora, con i baffi, però sapeva che negli occhi degli altri diventava armonia. Negli anni in cui tutti hanno complessi legati al fisico che cambia, lei aveva  intorno stuoli di ragazzetti che pendevano dalle sue labbra. All’ uscita di scuola poteva scegliere, a volte ce n’erano tre o quattro. Paolo, sempre.

Lei era brava a scuola, corteggiatissima, molto amata a casa, sguazzava in un mare di dolcissimo miele, senza mai rimanerne invischiata. Era già un po’ disillusa, come se non si fidasse di sé. Volava basso. Voleva solo amore vero. Tutto il resto non le interessava.

E’ stata una donna felice, una ragazza felice, una bambina molto felice. Era tutto lì davanti.

Sembrava a portata di mano. Bastava ciondolarsi un po’ e si poteva acchiappare, quel futuro morbido come un tappeto . Ci si potevano fare capriole, al sicuro. Poi, presto, ha capito. Che tutto ha un prezzo, che dentro c’è buio, che la fatica a volte annebbia i pensieri, che la paura ha vita autonoma e molta fame. Ma nella mano,quella che ancora funziona, ha sempre stretto piccole dita magre con la terra sotto le unghie mangiucchiate, e , per ora , ce l’abbiamo fatta. Ora che il futuro e’ passato.

La bambina Stefania

Grazie Bambina – di Stefania Bonanni

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So che ti devo ringraziare per non avermi lasciata da sola in questo mondo di grandi.

Mi piaceva essere te, sognare i tuoi sogni colorati, farmi i codini, avere le ginocchia sbucciate ed un mare infinito di possibilità, davanti. Mi piaceva crescere, ma non ne avevo la fretta che sentivo negli altri. Era come se lo sapessi che una volta grandi non si tornava piu’ indietro.

Ed allora ho stretto forte le mani intorno a me, ogni volta che mi e’ capitato, convinta che avrei sentito chi avesse quella stessa mia voglia del mondo da bambini, con gli occhi spalancati, e la lingua tra i denti dei bambini che si concentrano.

Ho stretto pensieri, istinti, voglie, sogni e colori, e mi sono persa nelle fantasie bellissime dei bambini che ho avuto la fortuna di veder crescermi intorno, e questo e’ stato un grande aiuto.

 Non era facile ammalarsi, invecchiare, e mantenere nel cuore un mondo altro, fatto di un solo livello. In quel mondo si ama senza giudicare né dubitare, ci si diverte con poco, si ride da morire dal ridere, si canta con la gola spalancata, si dice tutto quello che si pensa, e nessuno si sognerebbe di demolire le fantasie arrampicandosi in spiegazioni e teoremi.

Si puo’ guardare il cielo e chiedersi serenamente se siamo sicuri che lassu’ sia cielo e quaggiù mare, o potrebbe anche essere al contrario, e quelle nuvole bianche essere schiuma di onde. Oppure guardare in su, e si guarda sempre in su, e chiedere come e’ possibile che ci siano nascosti tutti quelli che spariscono da quaggiù.

E chi risponde lo fa seriamente, non si prendono in giro i bambini, e cerca di dare le risposte oneste e serie che il ragionamento merita.

E quando alla domanda classica: “cosa farai da grande”, la risposta e’ stata: “il dottore mai” Perché? Perché se i dottori fossero bravi sarebbero capaci di guarire tutti e non avrebbero clienti, ed io non voglio essere un cattivo dottore” Logica inappuntabile.

Non ci sono sotterfugi, nel mondo dei bambini.

Non è facile invecchiare senza diventare adulti.

Ti terrò, bambina, sempre piu’ vicina.

Ciao, bambina con le trecce: Cecilia

La Bambina – di Cecilia Trinci

Ti vorrei tirare quelle trecce lunghe, magari appena fatte da quella  nonna che intrecciava  tre ciocche per volta,  con gesti sicuri, senza tirare, senza fare male, con le sue mani grandi come lei, che sapevano fare di tutto, dai ricami delicati al croccante bollente che rovesciava da un pentolone sul piano di marmo di cucina, dalla pasta stirata a mano per i ravioli, ai vestitini di cotone o le mille creazioni di lana. E tu, Bambina silenziosa, mi guardi ancora con occhi che scattavano immagini per non dimenticare mai. La leggerezza di una nonna grande, il silenzio ricco di un nonno malato, la cucina piena di gente che tu vedevi sempre felice anche quando scoppiettavano scintille da eccessivo attrito. Ti vorrei tirare quelle trecce lunghe e giocare ancora con quella sorellina bionda, con gli occhi dorati come schegge, nella cucina  piena di fuoco di legna e risate di pancia, odori di farina, di resina e burro. Le sedie erano treni in partenza, capanne sulla spiaggia, casette nel bosco. Si muovevano in cerca di scenari. Ma dove sedevano i grandi, mentre le sedie si coprivano di teli e coperte per farne tetti e foreste? E poi “si diceva” e “si faceva” e la cucina si apriva in mari solcati da pirati e bambini sperduti, e c’erano tempeste in cucina e bonacce improvvise e barche che ondeggiavano travestite da cesti di vimini, e bocche di fuoco che il nonno apriva per riempire di legna la stufa e i panni sopra ad asciugare come vele di vichinghi in esplorazione.

Calava dall’alto la merenda, appena cotta sul fuoco o i ditali ripieni di farina di castagne che non si sapeva mai come svuotare. Ti vorrei tirare quelle trecce lunghe,  silenziose, consapevoli, quasi contenessero presagi di qualcosa che non doveva ma che poteva arrivare.

Come stai bambina?: Rossella G.

Ciao, come stai? – di Rossella Gallori

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…appare all’ alba, di un giorno di poche ore fa,su Google, tutto maiuscolo, bello da vedere, ed io ci credo:

CIAO COME STAI, PENSAVO A TE, ROSSELLA!

Leggo e comunque ci voglio credere, ancora una volta “ scema” ancora una volta” esclusa”

MA  DICI A ME? DICI A ME? EHI CON CHI STAI PARLANDO? DICI A ME?… ( Taxi driver de niro )

E sogno, senza esser De Niro, mi sveglio quasi bruscamente, scopro che è pubblicità, il messaggio è fasullo, finto, come la domanda, la considerazione: comestaipensavoate, ad una me con il mio nome, che non ero io, ho pensato fossi tu che mi cercavi, che avevi bisogno di me!

Allora  ti scrivo,

rivedersi…meglio di no, conserviamoci così, in un ricordo bello, un po’ siamesi, un po’ matrioska un po’  UNA sola, due a righe a te che sei me, a volte Rosy, Rossellina, Cocca, Lella e ancora Ross……ma come ci chiamavamo?

Ciao, come stai?

Ecco io sto così così, da quasi sempre, un pò in bilico, se tu sei me potremmo fare a chi cade prima, ricordi vero, quando si è rotta l’asse d’equilibrio,il giorno, l’ anno, il mese!

Se solo fossimo saltate insieme, tenendoci  strette per mano,  ci saremmo fatte meno male…

 invece ci siamo lasciate, ed il pavimento della palestravita era duro, poco ospitale….

Come stai?

Proviamo a saltare di nuovo?

Forse

Ti vorrei portare in un posto, che ancora non so quale, ci vieni?

Ci vengo!

Ti fidi?

Mi fido!

Eppure ti ho tradita spesso!

Lo so e rischio ancora una volta.

Ti vorrei accarezzare, me lo permetti?

Nooooooo

Ora non ho dubbi, sei proprio me, ti riconosco.

Siamo noi, io e te!

Ma lì dove sei, ti trovi bene?

Ci sto e basta, non cammino, non so andare oltre, non ho gambe, non ho piedi, camminare con il culo è pesante difficile…poi per andare dove?

Ma la voce?

È poca, è alta a volte troppa,  spesso impercettibile ai più, si abbassa, si alza, si perde, si annulla…tu parli?

Io si, tantissimo, in un silenzio velato di grida, qui dal mio lettino!

Sempre quello piccolo, basso, di un acciaio un po’ vissuto?

Si quello, con la rete azzurra che noi volevamo rosa.

La ricordo, rete da maschi, andava giù mi schiacciava le manine, non capivo che potevo fuggire…

Si Rosy, poi tornava su e ci proteggeva.

Non ricordo che tornasse su. Ricordo il materasso: cric croc

Era vegetale!

Solo foglie secche, di altri corpi neonati!

E quando abbiam   camminato? Tu cadevi,  io no.

Cadevo sempre, per farmi riprendere da mani forti, per farmi dare un bacino sulla” bua” troppe cadute, pochi baci.

Non c’ era tempo.

C’ era tempo, c’era….

Se per te è meno doloroso, diciamo, che non c’ era orologio, non c’erano ore, minuti.

Lacrime.

Sempre lacrime e capitombolo, per finta e per davvero.

Quindi, COME STAI?

Non lo so,  tu?

Hai sempre l’ abitudine di rispondere con una domanda, per trasformare la verità.

Quale domanda, come stai?….

MA DICI A ME, PROPRIO A ME? MA CON CHI STAI PARLANDO? Ed ora sono De Niro, tu chi sei? Ci conosciamo?

Io sono te, tu sei me, ora la rete del lettino è  sbiadita, anche lei invecchiando ha perso il suo colore…..ciao Rossella a oggi…..

Come stai bambino?: Sandra

IL BAMBINO CHE E’ IN NOI – di Sandra Conticini

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Ciao caro amico mio, mi stai seguendo da quando sono nata, ma ti conosco così poco, vorrei conoscerti meglio.

Come stai?

Spero bene e che tu sia contento di come ti ho trattato in questi anni. Ho cercato di fare del mio meglio, ma non so se ci sono riuscita.

Purtroppo devo dirti che non sono contenta di  te  perchè da piccola mi hai fatto sembrare sempre  una bambina frignona, cattiva e prepotente.  Gli aduti non mi capivano e te  ancora meno, come mai?

– Per forza, un po’ bizzosa lo eri, e poi, facendo il confronto con bambini maschi più tranquilli, te con un carattere deciso e forte, ne approfittavi.

– Ma che dici, è sempre stata una forma di difesa, perchè questi atteggiamenti nei miei confronti mi hanno resa insicura. Non immagini quanto sono stata male pensando che i miei genitori non avessero fiducia in me. Sì un po’ discola sono stata, ma cose da ragazzi di quei momenti.

– Non è che loro non avevano fiducia in te, non te lo dimostravano e poi, in quel periodo i genitori non potevano spogliarsi del loro ruolo.  Comunque, quando sono diventati più fragili e te una persona adulta, sono riusciti a dimostrartelo abbondantemente.

– Si questo è vero, sono contenta che ci siamo capiti, forse grazie anche a te.

Da piccola qualche coccola mi è mancata, ma per loro sarebbe stata una debolezza.  Comunque sono contenta di aver avuto dei genitori così, sempre presenti, a volte anche troppo, e in ogni occasione ci sono sempre stati .

Ma te come sei stato con me?

Sarei stato bene, non fosse perchè ogni tanto ti arrabbi, non conosci storie, brontoli forte e io mi impaurisco. Se fossi un po’ più ragionevole e calma si starebbe meglio tutti. Dovresti prendere la vita come viene, con meno ansia, pensando al presente invece che sempre al  futuro, così anche io mi potrei un po rilassare.

Mi piace quando sei in compagnia, ridi e scherzi, così anche io posso dimenticare un pò di quella tristezza  che ogni tanto ti passa per la testa.

Devi riuscire a goderti la vita perchè è una sola e dietro l’angolo ci potrebbero essere sempre delle belle sorprese!

– Grazie amico senza nome cercherò di seguire i tuoi consigli e di non pentirti di me. Un bacione

Il bambino dentro: Daniele

Il pargolo che ho dentro, spesso accompagnato – di Daniele Violi

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Giornata assolata, tipica mediterranea in Calabria. Sulla spiaggia di Bova Marina, quasi intorno mezzogiorno, in piena estate, la luce e il calore avvolgono senza confini due figure che si muovono camminando lungo il mare. L’idea condivisa da entrambi è di poter raggiungere via mare, un altro paese sempre sul mare a 5 km, dove una casa ci aspetta e una tavola apparecchiata con piatti fumanti di pesce cucinato, anche. Questa idea stimola la visione del percorso, un percorso che inevitabilmente decide una delle due figure. È mio Padre; allora già ferroviere, lo ricordo con tanto di camicia aperta, con sotto canottiera bianca come panna, che poi ad un certo punto, sempre camminando sulla sabbia, mi dice:  Daniele faremo il percorso per raggiungere la Marina di Palizzi, camminando lungo la ferrovia che costeggia la spiaggia; evitiamo di arrovellarci e di “” sbarrogarci “” , stare a confondersi, ad affrontare la scogliera e sicuramente con una direzione più lineare, saremo presto a casa. Io manco ci penso su, subito, non mi pare il vero. Io già 10 anni sicuri, già improntati ad emulare e essere pronto alle decisioni degli adulti. Mio Padre che, senza timore e con la voglia di ripetere, magari, quello che i suoi ricordi d’infanzia gli tirano fuori.

Allora si parte; già poco dopo, ed io a tenere il passo di Placido, camminando sulle traversine, nel mezzo dei binari, ci troviamo di li a poco in galleria. In galleria però nel giro di poco, anche una littorina che si stava avvicinando, voleva esercitare il suo compito. Mio Padre allora, mi prende per mano e insieme dentro una garitta che ci accoglie. Uno spazio laterale che serve a protezione in galleria. Passa la littorina, una littorina diesel; passava l’anno 1966, anche quelle più moderne allora, erano puzzolenti e rumorose. Usciti con soddisfazione di tutte e due, abbiamo camminato per quasi un’ora. Nel mezzo di questo tempo, ancora un treno merci lungo, che invece ci ha fatto sostare per diverso tempo nei pressi di una casa cantoniera abbandonata. Mi ricordo che contando i vagoni, sarò arrivato a oltre 100 di numero.

Siamo poi comunque arrivati a casa. Mio Padre con parole tra il Calabrese e l’Italiano, ricordo poco prima, mi fece capire che raccontare la nostra avventura, non sarebbe interessato a nessuno.

Allora quando riflettendo, mi devo rivolgere alla parte di Pargolo che è in me, lo trovo sempre in compagnia, in compagnia dello spirito del Pargolo di mio Padre.

Io-Bambina di Rossella B.

Cara Io-Bambina – di Rossella Bonechi

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Scusa, ho fatto tardi anche questa volta, è tanto che aspetti? 

Dai, non darmi le spalle, girati … guardami … sorridimi!

E perché dovrei? Ti sei dimenticata di me! Hai lasciato che chiamassi, che implorassi, ho persino pianto arrampicandomi sul cuore. Ora lasciami sola, come hai fatto da tanto tempo, relegandomi nella scatola delle foto fino a farmi sbiadire.

Hai ragione io-bambina, ragione su tutto, ho creduto che crescere fosse sperderti nel tempo come chi abbandona i cani in autostrada. Ho creduto che doveri, legami, amori e dolori fossero i mattoni della mia vita e non mi sono accorta che invece tutto poggiava sulle tue piccole spalle.

Vieni, io-bambina, facciamo la pace, dammi modo di consolarti, di riconoscerti; ora so che solo cercando di guarire le tue ferite posso sopportare le mie. Lasciati abbracciare piccola io-bambina e soprattutto lasciati ringraziare per non avermi abbandonata, per aver mantenuto memoria dei nostri sorrisi innocenti, per avermi suggerito capriole e buffonate quando mi sentivo stritolata di serietà.

Dammi la mano io-bambina e raccontiamoci tutto il tempo a venire.

Ti vedo che ora hai voglia di ridere e io ho voglia di sedermi accanto a te, dimentichiamoci e ritroviamoci con tenerezza adulta e stupore bambino.

Da una frase un pensiero: Annalisa

“Mi piacciono le persone ferite, quelle che hanno paura. Mi piacciono perché pensano di non essere speciali ed invece non sanno che sono le persone migliori”

Le ferite – di Annalisa Faleschini

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Le emozioni, le sensazioni: gioia, stupore, meraviglia…voleva impossessarsi di tutte.

Invece incappò nella paura che la protesse e la incoraggiò come una leonessa.

Non le crebbe, però, il pelo sullo stomaco!

No, rimase pura, con gli occhi buoni, nei quali ci si poteva ancora tuffare.

Certo, la pelle incerottata e l’anima frastagliata lasciavano passare il vento, quello freddo, del nord, ma pure lo scirocco ed il phoen!

Come calda copertina per l’anima riscoprì il valore degli affetti. Si scaldò con le amicizie.

Affilò le unghie, quelle sì.

Attinse sicurezza dalle sue paure. Sconfiggendone i fantasmi o chiudendoli in vecchi armadi con serrature a chiavistello.

I forzieri delle sue certezze, ora, avevano una falla, ma la riempì di oro, quello del suo coraggio.

Da una frase un pensiero: Rossella B.

Mi piacciono le persone ferite…..” – di Rossella Bonechi

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Non sono sicura che le persone ferite siano le migliori ma certamente nessuno è stato risparmiato. Capita che ci si ferisca camminando sulla schiena irta di cocci di bottiglia di quel muretto che è la Vita: quando si procede senza guardare bene, quando l’al di là del confine è un canto di sirena, quando le gambe stanche perdono il ritmo giusto. Poi, tutto dipende dal danno, dalla rimediabilità; ecco, più che piacermi le persone ferite rimango ammirata dalla capacità di ricucire il danno. C’è chi usa un punto stretto stretto  nell’illusione che da fuori “non si veda più nulla”, chi invece usa un filo di colore contrastante per dire ” lo strappo non c’è ma la sua traccia è visibile”; c’è chi invece butta via tutto senza nemmeno tentare, via dentro la pattumiera lo squarcio e lo squarciato.                                                                                            Penso che le persone ferite possano tirare fuori il meglio di sé quando sanno trasformare un graffio profondo in sensibilità, quando guardando la rottura nasce la tenerezza anziché la paura. Ma non è affatto facile, ecco forse perché chi riesce può sembrare migliore. Va comunque rispettato chi si chiude in un tubo di gomma per farsi scivolare tutto addosso senza bagnarsi più, per ripararsi da altri colpi, per attutire lo strepitìo, ad ognuno il suo modo.

Poi ci sono quelli che diventano carogne, incattiviti, arrabbiati con il mondo che ha disseminato di cocci taglienti il loro bel muretto dritto. Da loro, se si può, bisogna guardarsi perché il sentimento di rivalsa non guarda in faccia. Anche loro hanno ferite all’origine della voragine? Sì, ma questo è un discorso da Samaritani che appartiene ad un altro capitolo.

Allora, che dire? Camminiamo tutti in fila sul muretto tenendoci per mano, forse l’equilibrio è assicurato e può arrivare qualche grido d’avviso su un vetro un po’ più a punta. E’ una visione semplicistica e bucolica? Può essere, ma bisogna avere anche il coraggio di passare da banali sempliciotti se quei vetri vogliamo farli diventare stelle trasparenti attraversate dal Sole.

Sì, chi supera le proprie ferite è migliore perché ha il coraggio della  semplicità.  

Da una frase un pensiero: Carla

“Mi piacciono le persone ferite, quelle che hanno paura. Mi piacciono perché pensano di non essere speciali ed invece non sanno che sono le persone migliori” (Vasco Rossi)

Non l’ho mai detto – di Carla Faggi

No, non ho scritto mai niente di tutto ciò!

E perché? Mi chiedo adesso.

Forse perché non ho avuto paura o non ricordo di averla avuta?

O forse non penso di averne avuta abbastanza da doverla raccontare?

O perché potrebbe non interessare?

Quella storia è una storia lontana con tutti i contorni, le cornici, i tradimenti, l’abbandono e con il voler fare testardamente tutto quello che non si doveva fare.

Potevo seminare dolore ma sceglievo sempre la spregiudicatezza.

Passavo sopra a tutto e a tutti per fare ciò che non andava fatto.

Quando me ne sono accorta ho abbracciato i miei genitori, le mie sofferenze di oggi sono il non averli protetti ieri.

No, non ho scritto mai niente di tutto questo!

Da una frase un pensiero: Rossella G.

Mi piacciono le persone ferite, quelle che hanno paura. Mi piacciono perchè pensano di non essere speciali, e invece non sanno che sono le migliori. (Vasco Rossi)

Mi piacciono le persone ferite ( perché sono come me) – di Rossella Gallori

Scorreva il sangue, lento, né rosso né blu, violaceo  grasso e viscido, come un cielo incazzato, come un ramo spezzato, come parole morte in gola.

Paura sempre .

Ed un giorno fui fagotto, pacco, cubo di polistirolo, ferma in un  deposito postale, senza destinatario, senza mittente, la stanza buia senza finestre, non illuminò lo spago sfilacciato, il timbro sbiadito scaduto da anni ed incolore.

Poi una voce, quasi un canto: Mi piacciono le persone ferite…

Mi sento viva per un attimo, ma la porta non si apre e la giovane infermiera delicata e bionda, si allontana  ignorandomi, cerca ferite più semplici, meno profonde.

Nessuno vede la vecchia scritta: PACCHI NON RITIRATI.

Ed io giorno dopo giorno, scado  ma non cado ed aspetto, senza sorrisi di zucchero, senza lunghi capelli da far ondeggiare, senza tacchi, senza trucchi.

Speciale è chi sa, chi è curioso, chi legge, chi viaggia, chi mangia vita  a morsi, chi sogna a colori, chi segna goal, chi sospira.

Io respiro, nemmeno sempre… perché ho paura e la paura è apnea……

Da una frase un pensiero: Sandra

UNICA – di Sandra Conticini

Mi piacciono le persone ferite, quelle che hanno paura. Mi piacciono perchè pensano di non essere speciali, e invece non sanno che sono le migliori. (Vasco Rossi)

Sono speciale, perchè non lo  voglio capire?

Si dice che ogni persona è speciale, a me sembra di essere come tutti, due mani, due piedi, due gambe, una testa un po’ bacata, ma che per ora più o meno funziona.

Certo il carattere non è dei migliori.  Mi arrabbio facilmente ed ho diversi difetti che non riesco a migliorare, ma anche quelli fanno parte della mia singolarità.  Non mi sono mai piaciuta anche se a periodi riesco ad accettarmi come sono, con le mie paure, e la mia storia. La vita di ognuno di noi è diversa è inutile voler essere come gli altri, perchè il bello è  l’unicità, che noi stessi non vediamo,  che ci rende speciali.

Non voglio più  pensare di sbagliare ad  essere me stessa, perchè è questo che mi valorizza.  

Da una frase di A. Munro: Gabriella

Le bollicine eccitate – di Gabriella Crisafulli

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Cercò di metterci una pietra sopra ma quella si rifiutava di fare da coperchio al passato

La bottiglia era nel cestello del ghiaccio

Il vetro sudava gocce scintillanti:

prometteva un’euforia contagiosa

prometteva una felicità effervescente

prometteva di cancellare quel che si voleva dimenticare

Intorno a lei sguardi di desiderio

Era una promessa di benessere

Ma le bollicine erano eccitate da tanta attenzione e il tappo vacillò

non fece più da coperchio al passato e sbottò con gran fragore

La frase di M. Murgia: Stefano

Uomo-donna nel lavoro – di Stefano Maurri

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Mi sembra che il dibattito sulle diversità tra uomo e donna abbia ormai lasciato  lo spazio ad altre riflessioni. Entrambi sono soggetti all’imbarbarimento della società che supera gli stereotipi maschio-femmina. Un lavoratore rider maschio è sfruttato anche di più di una lavoratrice tessile. Nessuno si sottrae ormai al processo di parcellizzazione del lavoro e alla sua riduzione a frammento.

Non esiste più il luogo collettivo dello sfruttamento, la fabbrica. Ognuno è sfruttato attraverso il suo computer senza che ci sia possibilità di formazione di una coscienza collettiva.

Da una frase di A. Munro: Patrizia

Riflessioni – di Patrizia Fusi

(Cerco di mettere una pietra sopra ma quella si rifiuta di fare da coperchio)

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Alcuni ricordi quando sono spiacevoli riaffiorano all’improvviso scardinando la pietra che si era posizionata sopra.

Ho riflettuto molto su quello che ho fatto.

 Per la mia giovane età quando è successo.

 Per il contesto di allora.

Per la piccola bestia che era dentro di me in quel momento.

Spero tanto che il mio gesto non abbia condizionato la persona che lo ha ricevuto.

Una mia riflessione che ho fatto: perdonarsi del torto che ho inferto ad altri e perdonare i torti ricevuti.

Non per mia bontà, ma per una forma di egoismo, di amore verso me stessa.

Dalla frase di A. Munro: Annalisa

La pietra – di Annalisa Faleschini

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Era una baracca.

Un casotto per fumare di nascosto le prime sigarette rubate in casa, bere i primi gocci trafugati dalla dispensa.

Fu proprio lì, che mentre lo sistemava ed abbelliva, se lo ritrovò addosso col suo peso maschio.

Col fetore di un assatanato.

La colse inaspettata, fragile, avvolta nel suo lutto come un sudario.

La abbindolò con nenie mielose.

Un barbiturico per la sua spossante tristezza.

poi le bloccò le membra con fiera voracità. ci volle un miracolo per salvarla!

Il corpo si risparmiò, la mente venne bucherellata, triturata, colpita, scheggiata.

Nessuno più, per anni, poté corteggiarla.

La pietra, sul sepolcro della sua anima, eruttava, e come lava trascinava i bollori del passato, bruciando qualsiasi timido desiderio d’amore si affacciasse dal suo cuore ferito.

Dalla frase si A. Munro: Elisabetta

Il segreto del raccontare – di Elisabetta Brunelleschi

Cercò di metterci una pietra sopra ma quella si rifiutava di fare da coperchio al passato.

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LA SCRITTURA

Ognuno porta dentro quello che la vita dall’inizio gli ha dato o strappato.

Per tutti c’è il trauma di un dolore che non si riesce a dire e vorremmo solo nascondere.

Ma quando meno te l’aspetti lui, il dolore, ritorna, magari in un gorgoglio dello stomaco, nei nodi soffocati della gola, in un batticuore improvviso o in un sogno inspiegabile che al mattino scompare.

Col passare degli anni capisci che non c’è pietra che possa seppellire gli incubi del passato. 

E allora che fare?

Raccontare!

Come? Cogliendo il fiore della scrittura e iniziare a scrivere, a raccontare, qualsiasi cosa, … con spontaneità, senza fare progetti.

Le parole tracciate mostreranno i ricami dei tuoi dolori, dei tuoi incubi, delle tue paure, dei tuoi sbagli.

Puoi comporre storie, filastrocche, favole o fiabe e nelle trame e nei personaggi andranno a trasfigurarsi le ombre che in altro modo non sapresti come illuminare.

Una paura che ti accompagna dall’infanzia potrebbe dare volto al cattivo che verrà sconfitto da un qualche coraggioso personaggio .

Un ingiustizia subita potrà traslarsi nel racconto di un atleta che finalmente dopo tanto allenarsi potrà salire sul podio.

La cretinata di cui ancora ti vergogni potrebbe sdrammatizzarsi nelle scemenze di una filastrocca a rima baciata.

Nelle descrizioni di un prato colorato dalla primavera puoi mettere i ricordi di chi amavi e se n’è andato.

E allora scrivi, anche quando non ne hai voglia, scrivi così d’impulso, senza riflettere perché quando  anche una sola parola si poserà sul foglio tutto si trasforma e si acquieta.

La scrittura, come altre forma espressive, può essere una terapia. Le pietre si muoveranno e dal passato toglierai i coperchi.

Dalla frase di A. Munro: Carmela

Voleva dimenticare – di Carmela De Pilla

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Niente, non c’era niente da fare! Voleva dimenticare, ma i ricordi spingevano forte e facevano male, aveva cercato uno spiraglio di luce che la tirasse fuori dai guai, che la portasse a riva impedendole di annegare, ma troppe cose le ricordavano chi era, cosa faceva, come viveva…

Quando decise di partire straboccava di speranza e di curiosità, volava oltre il letto che l’aveva vista bambina e che l’aveva cullata per tanti anni, mise poche cose in un vecchio borsone senza dimenticare il libriccino delle preghiere con la copertina di madreperla che la nonna le regalò per la prima comunione.

-Se senti di perderti stringilo forte tra le mani e pensa alla purezza dei tuoi dieci anni- le disse sulla soglia di casa quando partì.

Il viaggio fu lungo, ma lei volava, andava più forte del treno e del tempo che la separava dai suoi sogni, guardava dal finestrino le montagne e gli alberi che lasciava dietro di sé e ricamava il suo futuro con filo perlè colorato e ad ogni fermata aggiungeva un sogno, le piaceva frugare nel futuro, chissà cosa avrebbe trovato.

Finalmente a destinazione! Scese dal treno e in un lampo capì che era sola in mezzo a una folla di sconosciuti che non si accorgevano nemmeno della sua esistenza, sola e dimenticata.

Ben presto si rese conto che quei sogni ricamati con tanta passione svanivano uno dopo l’altro e si ritrovò giovane, troppo giovane a soddisfare i piaceri di uomini inutili, privi di pelle, uomini sudati, uomini grinzosi, uomini senza futuro e poco a poco cadde nel baratro.

Cercò di mettere una pietra sopra a quel passato troppo pesante, troppo sporco, ma quella si rifiutò di coprirlo quel passato!

Chissà se un giorno avrebbe ricominciato a sognare!