Una strada di ferro – di Lucia Bettoni

Una strada sicura
Una strada di ferro
Non conosco la meta
Cantano i fringuelli
Il sole all’orizzonte
Non sono sola
Una strada di ferro – di Lucia Bettoni

Una strada sicura
Una strada di ferro
Non conosco la meta
Cantano i fringuelli
Il sole all’orizzonte
Non sono sola
con Cecilia Trinci

Abbiamo condiviso impressioni sulla bella carrellata del gusto.
Abbiamo parlato delle figure materne e delle nonne così presenti nei nostri ricordi.
Vanna ha parlato delle problematiche legate alle carenze di affetto legate alla mancanza di genitori o alla loro scarsa presenza affettiva e alla conseguente “avidità di affetto” di chi cresce in questa situazione.
Abbiamo parlato di Valery Perrin e del suo libro “Cambiare l’acqua ai fiori”. Laura, Stefania e Tina lo hanno letto e ne hanno esposto alcune sfaccettature. In particolare abbiamo sottolineato la capacità dell’autrice di raccontare in modo lieve e fotografico, per immagini e situazioni e facendo apparire in modo prepotente i personaggi.
Stefania ricorda quanto, in una storia, siano attraenti proprio i personaggi ben definiti e su questo ci colleghiamo per proporre il “gioco” di questa settimana. Questo parte appunto dalla creazione di una storia partendo dalle due foto proposte (da sceglierne una) tratteggiando soprattutto i personaggi che immaginiamo, accompagnandoli poi in un percorso che ci piace.
Buon lavoro e soprattutto buon divertimento!
Foto 1:

Foto 2:

Dove sarai da grande – di Stefania Bonanni

Poi, capita che il destino ti crolla addosso in un minuto, anzi in un minuto e venti secondi. Mentre si avvia a finire una domenica come tutte, cominciata con la Messa in cattedrale, continuata con un pranzo in famiglia che non accennava a terminare e si strascicava per tutto il pomeriggio, tra racconti, biscotti, vin Santo.
Dopo quel pomeriggio, non c’e’ stato niente da festeggiare, per moltissimo tempo.
I discorsi sulla partenza, vecchi di sempre, cominciati da bambini. Qui non dicevano “cosa farai da grande”, dicevano “dove sarai da grande”. Ci tratteneva il paese, la piazza, la Chiesa. Sembrava di risentire le risate per le pallonate, dietro ogni angolo, che ci potessero ancora essere chicchi di riso cascati dai nostri abiti di sposi, tra le pietre davanti alla cattedrale.
Ci trattenevano i parenti, la sicurezza di aiuto e conforto, vi tratteneva l’imbarazzo dell’essere guardati come attrazioni turistiche, come ci guardavano i passeggeri di quei treni che passavano così veloci che ci sembrava non ci riguardassero.
Oggi non passa il treno.
Fa freddo, ma noi per fortuna abbiamo maglie e coperte sulle spalle. Per fortuna c’e’ il sole. I binari sono liberi, sembra l’unica strada sicura.
Andiamo, non resta che andare. Non voglio sapere di Maria, di Vincenzo, di Pasquale, di Don Antonio.
Andiamo, c’e’ il sole. Non cascano pietre, sui binari.
Andiamo, ci sara’ una stazione, laggiu’. Passera’ un treno, prima o poi.
Andiamo, senza fretta. Stiamo vicini. Se saremo stanchi, ci fermeremo.
Finche’ verra’ la notte, saremo sicuri che tornera’ il sole.
Da altre parti, qualcuno deciderà la data del suo matrimonio.
Osserviamo bene e scegliamo una delle due foto.
Chi sono i personaggi? dove ci troviamo?
Cosa accade? Cosa è accaduto?
Come andrà a finire?…………….


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Il ragu di nonna Lolla- di Mirella Calvelli
Foto di Mirella Calvelli

RAGU alla toscana, alla bolognese….Ma a casa mia era il Sugo della Nonna Lolla.
La domenica è sempre stata un momento solenne….quello del ragù, anzi del sugo.
La nonna “Lolla” andava a Messa il sabato, proprio per “liberarsi” (così diceva) la domenica, giorno relegato alla preparazione del SUO SUGO, spesso accompagnato dalle tagliatelle, unico comune denominatore… rigorosamente fatto a mano.
Ci vole olio di gomiti, diceva. Mattarello, coltello e mano libera.
Mica come queste diavolerie!
Quando si taglia si va di slancio, un si pole mica stare a “cincischiare”!!
Quando si impasta si pigia su i’ tavolo. L’impasto deve baciare la spianatoia, ma un si deve attaccare.
E allora giù di farina, lanciata dall’alto con un colpo secco della mano destra verso sinistra. Un polverone, che però ricadeva preciso sulla spianatoia di legno.
Per molto tempo, quando ero piccola, ho creduto che quella polvere bianca potesse essere borotalco. Ma questo aveva un altro odore, ed era un passaggio obbligatorio del bagno del sabato.
Era un incanto guardarla. Tagliava gli odori, anch’essi a coltello con la maestria di uno spadaccino.
Mentre sfrigolavano nella pentola di coccio, sempre con lo stesso coltello sminuzzava la carne: le braciole di magro che gli dava Renzo, il suo macellaio.
Perchè se vu’ mettete la carne macinata, l’è più comoda, ma la unnnè la stessa cosa .
E le braciole le s’imbrunivano da una parte e dall’altra, poi con un salto felino sul tagliere, e tutto a coltello diventavano come la carne macinata.
E continuavo a non capire perchè non usasse la carne macinata. Ma prontamente, precisava. Così e vu’ sapete icchè c’è dentro!!
Le dosi, non si sono mai capite, sempre state un mistero. Ma una certezza c’ era. Il risultato, mai immutato, perfetto nel colore, odore e sapore.
Poi toccava alla salsiccia, denudata del budello, sbriciolata grossolanamente fra il pollice e l’indice.
Gli odori cominciavano a impregnare la cucina e la musica solfeggiava sulle stesse note, interrotta ogni tanto dal mestolo di legno che amalgamava con amore, pennellando il fondo del tegame.
Ultimo ingrediente il pomodoro che veniva prelevato dal vasetto di vetro della credenza.
E anche qui, l’appunto
Un vu’ lo vorrete mica fare con quei barattoli di latta, che un si da da dove vengano?
Da più grande , ho provato a spiegarle, che controllando l’etichetta avrebbe visto peso, provenienza e caratteristiche. Annuiva e poi diceva; Mimma icchè c’è scritto su’ i’ mio? Nulla, nonna.
Vedi perfetto, l’ho fatto io co’ i pomodori dell’orto, un si pole sbagliare e un c’è bisogno di scrivere nulla, appunto.
L’aggiunta di vino a sfumare, come sempre in seguito, sottolineavo io, era motivo di disquisizione. Ma, un disdice, un mi fa proprio persuasa e poi i vino a i tu’ nonno l’è meglio lasciaglielo ni’ fiasco.
Anzi, no dammelo Pippa (la Pippa ero io) così ne beve un pò meno e un vorrei che cascasse da un architrave uno di questi giorni!! (nonno muratore).
La cottura continuava lenta, nel frattempo procedeva a tirare la sfoglia.
Altra meraviglia . La solleva in aria, sottile, come un velo da sposa e dopo averla massaggiata in un divenire dalla vita verso l’alto, come in un esercizio in palestra, l’avvolgeva repentinamente intorno al matterello. Poi con un colpo deciso, come se stesse sfoderando una spada dalla sua custodia, l’adagiava al centro della spianatoia.
Il coltello, che tirava fuori dal marsupio del suo grembiule, decapitava testa e coda l’impasto cilindrico. Proseguiva, poi in tagli diagonali perfetti, magistralmente tutti della stessa misura.
Le mani , smatassavano fra l’indice e l’anulare le strisce di pasta, per riavvolgerla in piccoli nidi, spolverati dalla farina di semola.
Così le un’ si attaccano!!
La domenica mattina avrà per molto tempo l’odore e il sapore di questo Sugo , sopratutto quando arrivava il momento dell’assaggio.
Ora vi parto una fetta di pane co i sugo, così vu sentite come l’è venuto!
Tonio, un esagerare, sennò un mangiano nulla a tavola !!
Questa magia , si è interrotta poco prima della sua morte e le domeniche mattina si sono mescolate con altri odori, sapori e voci. Hanno seguito altri ritmi, esigenze e modalità.
Ma quando ripenso al suo sugo, mi ricatapulto indietro di almeno 50 anni e mi sembra così strano che tutto questo tempo sia volato così veloce.
Mi sembra ancora più strano, che al solo ricordo, possa sentire nella mia bocca ancora il sapore preciso di quel sugo, di quell’atto d’amore costante e generoso.
Le mie papille sentono ancora la ruvidità aggraziata di quella carne, che riempiva la bocca, che esalava quel profumo dalla fetta di pane, che rendeva goduriosi persino gli occhi.
Le dita leggermente unte, profumavano di sugo e lei ancora riversa sulla spianatoia…..Pippa un te lo strofinare addosso, sennò la tu mamma quando la torna e la comincia a bociare!!
Se tu sapessi dove sono stato, alle saline dove fanno i ssale, se tu sapessi come so salato….
Tra sogno e realtà – di Tina Conti

Non finiamo mai di conoscersi, mi chiedo che fase sarà questa?
Non avevo mai avuto sensazioni di questo tipo. Ormai mi sono già capitate due volte.
Al mattino mi stiracchio nel letto, faccio qualche esercizio di stiramento e comincio a farmi la foto della giornata. Naturalmente nei programmi ci sono prima le cose belle. Poi, quelle noiose, spesso queste passano avanti e non lasciano spazio alle altre che pero’ inseguo senza mollare e tirate da una parte all’altra poi arrivano. Mi e ‘capitato che mentre aspetto il momento per alzarmi sento profumo di caffè, sorrido: E’ Paolo che ha già preparato la nostra calda colazione, posso restare ancora qualche minuto, cosi trovo tutto pronto! Che piacere il caffè la mattina, mi piace quasi piu il profumo che la tazza, il profumo si spande,addolcisce il risveglio, scalda la casa, spinge a ricominciare bene un nuovo giorno.Mentre mi avvicino alla cucina però mi rendo conto che è vuota. Nel bagno frulla l’asciugacapelli, esce vapore dalla porta che si apre: -prepari tu oggi? Io devo portare i bambini di Sara a scuola.
Ecco, ero sicura …ma cosa ho sentito? mi è venuta anche fame..
Mi e successo anche qualche giorno dopo: odore di pane arrostito, quello che non ci facciamo mai mancare la mattina, io con yogurt e miele, oppure pomodoro e olio, lui rigorosamente con le nostre marmellate.
Anche questa volta non ho avuto dubbi, avrei gustato il mio pane con la ricotta della Maria e sopra un filo di miele agli agrumi comprato al mare.
Si, il pane mi consola, quello della mattina, caldo e arrostito…Lo sbocconcello appena levato dalla griglia, lo ascolto dentro la bocca, peccato che non ne possa mangiare a volontà. Con l’olio nuovo e le noci, con i pomodori dell’orto, con il miele.
La mia colazione è con il pane, mi attraggono tanto le belle colazioni fatte di mille cose in albergo, ma se non mangio un po’ di buon pane mi sembra che mi sia mancato qualcosa
Ora poi, lo mangio due volte, in sogno e nella realtà.
U pan cott – di Carmela De Pilla

(Foto di Carmela De Pilla)
-Carmela andiamo a raccogliere la verdura che oggi voglio fare “u pan cott“.
Mi piaceva ritornare alle abitudini familiari, dopo un lungo periodo di lontananza tornavo a casa quasi a voler affondare ancora di più le mie radici nella terra dove sono nata e quel frugare tra l’erba, prendere quella giusta per poi avere il consenso di mia madre mi faceva star bene.
Il ricordo è ancora vivo, quei gesti semplici, quasi atavici mi portavano in un luogo in cui il tempo veniva gustato lentamente, tutto senza fretta, quasi fosse un rito, nel silenzio di quella terra rossa aspra e altrettanto generosa.
Arrivati a casa con il cesto pieno di cicorie, borragine, cicerbite, aspraggine mia madre mi assegnava il compito di sbucciare le patate o l’aglio e si creava tra noi una complicità nascosta.
Come spesso accadeva nelle realtà contadine, questo piatto era nato dalla necessità di usare il pane raffermo sapientemente unito alla verdura, alle patate, a qualche pomodoro, all’aglio e alla cipolla. La semplicità degli ingredienti era arricchita dalla destrezza delle donne che dovevano buttare in pentola il pane tagliato grossolanamente al momento giusto, lo lasciavano insaporire con gli altri ingredienti quel tempo necessario perché non fosse né troppo molliccio né troppo duro, q.b. si direbbe oggi, quel tempo che solo un’esperta sa definire.
In quel momento mia madre si sentiva la protagonista di un grande evento, molto dipendeva dalla sua maestria, scolava il tutto e poi lo versava in un grande piatto di coccio, quelli puglesi con i fiori blu o verdi, poi l’ultimo tocco, un fiume di olio doveva condire il tutto, una mescolata e pronti a gustare il capolavoro.
-Questa volta ho messo anche le fave,” è cchiù fin”, diceva mamma con orgoglio.
In quel momento il silenzio avvolgeva la famiglia e il palato, unico protagonista, gustava ogni ingrediente che mescolato all’altro dava vita a un nuovo sapore, la cremosità e la dolcezza delle patate si appiccicava all’amarognolo delle verdure e uniti dall’olio vellutato e pizzichino, se era nuovo, recava un piacere condiviso e, come in un grande lavoro di squadra, ogni ingrediente dava il meglio di sé.
Si mangiava lentamente perché quella mescolanza di sapori così diversi tra loro lasciasse in bocca un piacere quasi sensuale, segno di vita.
Mamma non c’è più da anni, ma noi ogni volta che d’estate ci incontriamo nella casa al mare e festeggiamo la giornata “du pan cott” con tutti gli amici sparsi un po’ per l’Italia, proprio come una volta ci riuniamo e ridiamo vita a un pezzetto delle nostre radici.
Ognuno di noi si dedica a fare qualcosa con lo stesso amore e la stessa complicità, chi pulisce le verdure, chi sbuccia le patate, chi sta dietro al fuoco e tra un racconto e una canzone si sente nell’aria un soffio d’amore che lega ormai più generazioni.
-Chiara, Camilla, venite a raccogliere la verdura che oggi voglio fare “u pan cott”.
Caffellatte – di Carla Faggi

Mi sono alzata tardi come al solito sciacquatina in bagno gorgoglìo del caffè ancora assonnata un po’ di latte ed un biscotto ho mille cose da fare!
-Un momento, ma così non va bene!- Ricominciamo da capo!
…preparo il caffè…che profumo particolare ha la polvere del caffè, non è acuto ma arriva direttamente dal naso alla fronte in maniera larga e polverosa. Chissà come sarebbe appena macinato? Vabbè, mi accontento!
-glu glu glu frish gorgoglia la caffettiera! Il profumo ora è diverso, più diretto, ti arriva da lontano, ti avvolge e sembra preciso ed incisivo.
Il caffè mi piace caldo, amaro ma solo un piccolo sorso.
Porto la tazzina alle labbra, lo sorseggio, il suo sapore tocca solo la punta della lingua, non arriva al palato, ne sento tutto il suo carattere.
Poi ci aggiungo il latte caldissimo nel bolo grande.
E qui comincia l’estasi!
Prendo possesso del bolo con le due mani, sento tutto il suo calore, lo avvicino alle labbra, soffio d’istinto ma non ce ne sarebbe bisogno, un piccolo sorso per farlo durare più a lungo. Sono le labbra gli attori principali perchè se il caffè veniva gustato sulla punta della lingua, il caffellatte lo prendi con le labbra, quasi un bacio d’amore, ti arriva e ti riempie la bocca, ti travolge al tuo interno, sembra riempirti di benessere, eppure era un piccolo sorso.
Poi arriva il biscotto, o pane e marmellata, però tutto religiosamente intinto, lo immergi in quella delizia calda, lo raccogli inzuppato di cremetta biancastra, è diventato un boccone tranquillo, di quelli che rassicurano.
Poi un sorsettino di caffellatte, non c’è nessuno, lo gusto associato ad uno splendido suono obbrobrio del bon ton ma così soddisfacente.ah! Che piacere.
E’ rimasto ancora del caffellatte, vorrei continuare a gustarlo lentamente, ma non posso, ho bisogno di essere travolta dalla sua interezza. Lo bevo tutto. Che bella giornata!
Nostalgia a fette – di Stefania Bonanni

Mi si è rovesciata addosso una nostalgia così spessa che avrei potuto farne delle fette e riempire dispense. Non era solo pensiero, era proprio materia nello stesso tempo dolce e unta, mi ha sommerso e ricoperto. Deve sentirsi così un’acciuga sott’olio, che conserva il senso di se’, anche a prezzo di aver cambiato liquido. È stata una vecchia foto arrivata sul telefono in seguito ad un giro inatteso, una foto che non conoscevo che lo ritrae giovane, in primo piano, tra i suoi amici, con l’espressione strafottente di giovane uomo bellissimo e consapevole, che ha avuto sempre, o quasi sempre. L’uomo più bello che abbia visto. Innamorato di me. Diceva che quando ridevo cambiava il suo mondo. Nessuno ti ama più in modo così totale, nella vita. Poi si rimane lì, Comunque pieni, ma svuotati, ad aspettare un ricordo, a bere parole preziose, quando capita che qualcuno ancora racconti pezzi di vita di un tempo, e lo ricordi. In pescaia, in fondo, con i piedi nell’acqua, la canna da pesca retta con la mano destra e protesa sull’acqua. Da lontano, si vedeva anche dalla strada della Nave a Rovezzano, sembrava una sentinella. Credo si potrebbero contare sulle dita, i giorni in cui non è andato all’Arno. Aveva la pelle scura dei renaioli, con il colore che regala il sole sull’ Arno, che ci tenevano a far sapere non fosse banale abbronzatura di mare. Era piuttosto appartenere a quel pezzo di mondo, avere addosso quell’odore di muschio secco, aver consumato quelle pietre che sono diventate lisce come fossero ricoperte di seta. Sono stata seduta li’, di recente, e lo ritrovo intatto, negli occhi e nel pensiero. Poi, di notte, conto quanti anni sono. Tantissimi, la metà dei miei. E nasce la nostalgia. Che non è tristezza e neanche rimpianto. Piuttosto consapevolezza di aver avuto tanto, di aver avuto amore eterno, che gli anni non basteranno a dimenticare, e voglia e bisogno fisico di una mano sulle spalle. Allora , nel silenzio, ti penso, ti chiamo perché ho bisogno, e a volte ti sento. Ho bisogno di silenzio, e spero di sognarti.
Aggiungo questa pagina sui libri suggeriti.
Questo lo ha suggerito Laura Galgani e qualcuno di voi già lo conosce.
Vi aggiungo un piccolo assaggio
e per chi ha tempo una recensione
ROSSO POMODORO – di Simone Bellini

Domani sveglia alle quattro per essere nel bosco quando albeggia.
Funghi che passione !
I preparativi iniziavano la sera prima. Quello della merenda era un rituale che mio suocero svolgeva con sacrale attenzione; le sottili fette di pane venivano bagnate con poca acqua per conservarne la morbidezza il giorno dopo, quindi una strusciata d’ aglio prima di quella del pomodoro che doveva inzuppare abbondantemente la mollica, sale, pepe, pomodoro a pezzettini, basilico, olio extravergine di oliva ed un’altra fetta sopra a sigillare quel prezioso aroma.
Io non sono un’amante del pomodoro, ma rimane indelebile il ricordo quei panini mangiati a metà mattina quando, dopo ore di ricerca, ci accampavamo stanchi all’ombra di stupendi altissimi faggi, in quel sottobosco pulito, arioso, con il profumo dei funghi che dava ancor più sapore a quella gustosa merenda ascoltando i mitici racconti dei nostri amici boscaioli che, conoscendo ogni palmo del bosco, ci narravano i suoi segreti; cervi invisibili nella loro immobilità mimetica, serpenti a guardia di funghi permalosi che, se scoperti e non colti, bloccavano a dispetto la loro crescita.
Tornavamo a casa con il nostro bottino di porcini, contenti ma sfiniti. Sulla tavola ci aspettava come ricompensa una succulenta “ Parmigiana di melanzane “. Un piatto per me irresistibile, fatto con tutti i dogmi, dalla lunga preparazione per lo spurgo sotto sale e la seguente frittura di melanzane, la farcitura in teglia e poi in forno.
A causa di questa lunga preparazione le occasioni per farla sono diventate rare ed in più salutiste, perché friggerle appesantisce lo stomaco ed ingrassa, quindi questo passaggio ad oggi viene eliminato.
Infine la sera dopocena per addolcire i programmi televisivi mi concedo un cioccolatino, preferibilmente un “Bacio Perugina”o un “Lindor” o più semplicemente un quadratino fondente:- Svizzero?- Certamente si ! Il Novi lo lascio tutto a voi !!!
PANE OLIO E POMODORO – di Mimma Caravaggi

“Se mangi il tuo latte coi biscotti più tardi ti do la fettina di pane con la conserva” mi diceva la zia. Pane e conserva mi piaceva da morire. Il pane doveva essere molto fine e sopra una bella passata di conserva che una volta era simile ad una marmellata. Buonissima fatta nell’alta stagione dei pomodori maturi poi messi sul fuoco a farli cuocere pian pianino fino a farla condensare. Si adoperava nel brodo o nel minestrone e in alcuni piatti di carne per dare sapore, e che sapore. Un’abitudine quella del pane con la conserva che è andata avanti anni fino a quando lasciai il mio paesello di nascita, la nonna, la zia e anche mio padre e una delle mie sorelle. I miei si erano divisi e spartiti i figli come fossero oggetti, a quei tempi era una cosa molto rara e ho sofferto molto soprattutto per la separazione da mia sorella. Nonostante tutto però sono stati dei bravi genitori a loro modo. La mia passione è comunque continuata senza più conserva ma con pomodoro strusciato sul pane. Questa abitudine l’ho portata con me e mi segue ancora poiché per colazione di solito mangio il pane con l’olio, meglio quando è EVO, che struscio con un pomodoro maturo e un po’ di origano in inverno e di basilico in estate. Mentre scrivo l’acquolina mi fa ingoiare a vuoto lo mangerei anche ora, subito prima di finire di scrivere. Pane olio e pomodoro sono stati la mia consolazione anche esagerata, vista la mia stazza, ma appena avevo un problema, e ne ho avuti tanti, mi rifugiavo in cucina per preparare il mio buon boccone per tornare ad essere “felice”. Davanti ad un piatto pronto per accogliere la colazione pregusto ansiosamente il momento della degustazione a volte torno indietro nei ricordi da bambina quando si usciva per andare nei campi a cogliere la frutta di stagione o a fare una passeggiata nel boschetto a cercare funghi o erbe selvatiche da cuocere e tutte le volte c’era la pausa per mangiare una merenda e la mia era sempre pane con olio e pomodoro che mi preparavano in anticipo e che mi portavo dietro in un piccolo contenitore e quando lo aprivo il profumo inondava il naso poi il piacere arrivava agli occhi e infine lo portavo alla bocca che in attesa si riempiva d’acquolina. Che bei ricordi e che belle merende e quanto pane olio e pomodoro.
Cliccate su:
O consolo – di Rossella Gallori – lamatitaperscrivereilcielo (wordpress.com)
e anche su:
https://erbaeradici.wordpress.com/2014/01/31/il-giorno-del-kippur-di-rossella-gallori/
e anche su:
Mi scaldo un segreto – di Rossella Gallori – lamatitaperscrivereilcielo (wordpress.com)
e anche:
Pane abbrustolito – di Rossella Gallori – lamatitaperscrivereilcielo (wordpress.com)
LA MARMELLATA NASCOSTA – di Anna Meli
foto di Mirella Calvelli

Ho appreso l’arte di far marmellate da mia madre che ne faceva di ogni varietà: di ciliege in primavera inoltrata, di albicocche e di pesche a seguire e infine di susine, more e fichi.
Ogni mattina a colazione gustavamo queste delizie su fette di pane abbrustolite già spalmate di burro e tuffate in ciotole di caffellatte. Succedeva che in alcuni anni la produzione di frutta, rigorosamente fornita dai campi dei contadini vicini, fosse minore per cui, la mamma, dopo averci dolcemente invitato a stenderne sul pane una quantità minore, non due dita, ne nascondesse o meglio, ne mettesse via alcuni barattoli perché diceva ”Con questa dobbiamo attivare all’estate”.
Avvenne che curiosa e golosa com’ero (mi sono mantenuta) scoprissi quel posto che lei credeva sicuro e cioè in alto sopra la credenza. Solo saltando la vidi; così montai su una sedia e mi allungai col rischio di cadere….ma a cadere fu un barattolo di marmellata di more di un bel viola scuro che si schiantò sul pavimento spandendosi in mille schizzi e pezzetti di vetro. Ne seguì una solenne brontolata e una punizione: per un mese solo pane e burro che fra l’altro non gradivo molto.
E’ passato molto, molto tempo e la mia mamma mi manca molto, così continuo a fare le sue marmellate e ne nascondo un po’ prima che spariscano, giusto per arrivare all’estate. Forse si tratta solo di infantile nostalgia e dolcezza di altri tempi. Intanto apro lo sportello della vetrinetta e verifico: ”si c’è ancora”.
Fettunta col cavolo nero – di Nadia Peruzzi

Fettunta col cavolo nero!
L’inverno non mi impensierisce. Amo il freddo sicuramente più del caldo. L’aria frizzantina che accarezza e talora schiaffeggia con i suoi artigli gelati la trovo corroborante.
Vitale molto più della calura estiva, anche se si accompagna a giornate più corte e luce trionfante solo nelle ore centrali della giornata.
I piatti dell’inverno poi. Vogliamo mettere?
Altro che insalatine, mozzarelline, piatti freddi e poco calorici a contrastare la calura anche a tavola.
E’ il gran ritorno dei sughi, che sobbollono piano piano, dei legumi tirati su con pazienza e dei sapori decisi e forti.
Fra questi, la fettunta col cavolo nero è senza eguali! E da sola, senza il contorno dei fagioli a mitigare l’insieme. Il sapore deve essere deciso, senza compromessi!
Non c’è piramide dolce che possa scalzarla dal posto e dal premio che si merita.
Nobel? Oscar? Pulitzer? Prendetene pure uno a caso e traducetelo in valutazione di merito di questo piatto veramente sensazionale. Se si parlasse di montagne, saremmo in cima all’Everest, senza alcun dubbio!
Lo amo da sempre. Da quando era la nonna a farlo. Poi di passaggio in passaggio è arrivato fino a me e anche a mia figlia che lo fa in famiglia anche più volte nella stagione invernale.
Con le sue foglie grandi e rugose, un po’ bitorzolute, unite in grandi mazzi verde bosco profondo, campeggia su tutti gli ortaggi disposti nelle sue vicinanze.
Si fa notare, gonfia il petto e dice: prendimi, son tutto tuo e riservo meraviglie.
A casa, con pazienza accarezzi quelle foglie con le piccole bolle in rilievo, lo sfili e lo lavi abbondantemente. La cottura deve essere quella giusta giusta. Così come giusto deve essere il pane.
Mica se ne può prendere uno a caso. Quando mai!
Anche in questo c’è sapienza e gusto del buon cibo che si tramandano.
E l’olio? Vorremmo mica trascurarlo. Rigidamente extravergine e tanto meglio se “novo”.
Il profumo mentre cuoce è forte, di quelli che non passano inosservati. Non fastidioso però. E’ un profumo che ti fa già pregustare il dopo.
Il rito dell’aglio strofinato sulle fette del pane abbrustolito un altro passaggio decisivo.
E’ il tocco finale, e per me deve essere pure un tocco generoso.
Poi, via. Fetta leggermente bagnata nell’acqua di cottura, gran cupola di cavolo nero adagiata sopra, olio non certo a risparmio, sale e pepe.
Nulla di meglio davvero.
Lo si mangia con gli occhi, ed è un vero giulebbe appena arriva al palato. Le papille gustative fanno la ola da subito, appena vedono la forchetta!
L’aglio arriva con decisione, l’olio lo segue a ruota tanto più se pizzichino.
Il cavolo fa tutto il resto prendendoti per mano e portandoti vicino vicino ad una forma di estasi del palato! Col vino buono che tenga di banda, ci entriamo diritti, nell’estasi.
Certo ci vorrebbero anche persone a cui si vuol bene a condividere tavolo e pietanza. Col covid a incombere invece te la giochi in solitudine. Soccorre la capacità di transfert, il sogno che fa volare lontano.
Chiudendo gli occhi, mentre l’aglio fa il birbante tornando su più del dovuto le pareti dell’appartamento sfumano e senti arrivare l’abbraccio accogliente delle case contadine di una volta. Quelle in cui la grande cucina era davvero il centro di tutto.
Senti il calore del camino scoppiettante di legna e di faville che giocano in allegria. Ti sembra di vedere la bella e accogliente tavola vero centro del centro di tutto, le facce arrossate di grandi e piccini, i loro occhi pungenti e vivaci.
Mondo semplice, fatto di persone semplici con alto tasso di civiltà a scorrer nelle vene. E tu li in mezzo, ti senti coccolato e senti di star bene!
La schiacciata con l’uva – di Stefania Bonanni

Ho cominciato a cucinare per Paolo, e con lui ho cominciato a mangiare. Ho cucinato per i miei bambini, e sono stata felice, non contenta, proprio felice, quando hanno mangiato volentieri. Ricordo quando li imboccavo, e Paolo rideva perché nell’avvicinare il cucchiaio alla loro bocca, aprivo io la mia. Quando hanno cominciato a chiedere che rifacessi cose che a loro erano piaciute, quando mettere in tavola la minestra di pane, il lesso rifatto con le cipolle, la schiacciata con l’uva, e’ stata una festa. Allora ho capito la magia del cibo. Che ricordi nei sensi se ne hai goduto in quello che si e’ trasformato in un momento di festa, che e’ una macchina del tempo, quando il soffritto sul fuoco riempie la casa di quelle domeniche mattina nelle quali era l’ora in cui stava per suonare il campanello il signore che portava l’Unità , ed entrava sempre con il fare di uno che ti porta la Verità, la Salvezza, la Possibilità di Capire. E la mia nonna che metteva sulla tavola il suo “Famiglia Cristiana”, come a pareggiare, non si sa mai ci potessero essere cose un po’ spinte, o eretiche.., Mi piaceva tanto il teatrino, la nonna mi faceva proprio ridere. E correva in cucina, perché sempre c’era il sugo che si attaccava. “Allora l’è inutile sia andata alla prima messa, se poi questi scomunicati passano a far perdere tempo all’ora di desinare”. Perché il pranzo della domenica non era cosa da ridere. C’era la pasta a sugo, l’arrosto morto (questa cosa mi ha turbato per un po’, terrorizzata dalla possibilita’ che un giorno facessero quello “vivo)”, a volte c’era anche il dolce, ma solo se era la domenica giusta. La domenica delle palme c’erano le frittelle, come per San Giuseppe, per carnevale la schiacciata alla Fiorentina, a settembre la schiacciata con l’uva. Poi c’erano compleanni nei quali il festeggiato poteva chiedere il suo dolce preferito, per esempio l’Otto dicembre, per il mio babbo, la nonna faceva sempre i cenci. Pero’ guai a pensare di fare le frittelle in altro momento… impossibile, diceva la nonna sarebbe andato a male l’impasto, sarebbero venute così cattive da dover essere buttate. E per me sono rimaste scadenze, tradizioni, scandiscono il tempo e le stagioni, aiutano a essere di nuovo li’, a raccontare a chi non c’è, a parlare di chi ci ha voluto bene, festeggiandoci con un dolce. Il momento che mi piace mantenere e’ il pranzo della domenica. Capita di rado che di sia tutti insieme, ma io penso al “desinare” anche se siamo io e Paolo soli, e l’ho fatto sempre, e sono stata presa in giro. Ridevano molto quando mi affannavo a cucinare, e poi c’era chi arrivava piu’ tardi, chi andava via prima, chi non c’era….ed io comunque all’ ora di pranzo di domenica mettevo in tavola le lasagne e l’arrosto, e spero che l’abbiano imparato, che e’ importante festeggiare il cibo, la famiglia, il tempo che passa e si ferma, nei gesti antichi. Credo di non aver davvero mai goduto di un cibo per se’ stesso, ma del momento di cui e’ stato pretesto. La cosa che più mi riporta la mia mamma è la schiacciata con l’uva, che mi è sempre piaciuta tanto, fatta come la faceva lei. Da bambina inappetente e che, oltre a non mangiare nulla, non mangiava dolci, la scoperta che quella schiacciata la mangiavo, fece si che diventasse una presenza assidua sulla nostra tavola. Non dimentichero’ mai, anche perché lo riproduco sempre, quello che e’ il profumo del ramerino che soffrigge nell’olio con lo zucchero e gli anici, che ora si chiamano anici, ma un tempo si chiamavamo anaci.. Poi si impasta, poi ci si mette l’uva nera e si continua ad impastare, ed i chicchi si schiacciano, esplodono, lacrimano gocce rosso scuro che colorano la pasta stesa cone una tela bianca , e si continua a riempire di chicchi, non devono restare macchie bianche….E poi con i palmi delle mani si schiaccia, si spiaccica, si uniforma e compatta, non so se alla ricetta sia utile, di certo è un gran divertimento. Con Leo si sono trascorse ore piene di risate. Lui dice che l’uva si trasforma, diventa uvetta quando è cotta, e che quando aprirà un ristorante, metterà la schiacciata nel menù. Quel profumo resinoso, insieme dolce e persistente, oleoso ma fresco, rimane sulla pelle. Dando un morso alla schiacciata, prima respiro fino a riempire la mente, riconosco e resuscito abbracci morbidi e stretti, amore soffritto, promesse di attimi eterni. Poi, il morso dolce aumenta la salivazione, è l’acquolina in bocca, nasce la lotta tra il desiderio di masticare piano e rendere giustizia ad ogni boccone, e la voglia di mangiare tutto e subito, fosse possibile in un boccone solo, nel tentativo di essere riempita in tutti gli angoli, in tutte le curve, in tutti i nodi nei quali si corre il rischio che non arrivi. Pane e vino, alla fine è quel pane e quel vino lì, per me. Che ti rimane accanto e nutre, e non solo il corpo.
SPAGHETTI AL RAGÙ – di Anna Meli

Foto di Aline Ponce da Pixabay
Stiamo passando nuovamente un brutto periodo a causa del Corana virus. In questa forzata solitudine è piacevole e utile fra l’altro cucinare cose buone e dolci come le marmellate che serviranno per le crostate; infatti, mentre preparo le cotogne di Daniele, penso alle domeniche trascorse con i miei familiari in allegria seduti a tavola. In quelle occasioni a grande richiesta era d’obbligo il ragù.
La mattina, abbastanza presto, subito dopo la colazione, mettevo al fuoco un capiente tegame di coccio con dentro un trito di cipolla sedano e carota affogati in olio buono a soffriggere. Girando il mestolo lentamente, ne odoravo l’aroma un po’ acre e ne osservavo il colore che via via si imbiondiva fino a divenire color nocciola intenso; era quello il momento di aggiungere la carne macinata seguita da un bel bicchiere di vino rosso e, una volta ritirato, la passata di pomodoro. Il ragù bolliva lentamente per un paio d’ore con l’aggiunta di poca acqua e via via cambiava colore: non più rosso acceso, ma di una tonalità più matura tendente al marrone. Il più era fatto: un assaggino mi assicurava che era venuto buono e saporito.
Di lì a poco seduti intorno alla tavola si gustavano con piacere gli spaghetti al ragù della nonna e Cosimo, il più piccino, chiedeva “ Ma ce ne sono ancora? Non me li finite tutti, io ho molta fame”.
Sono piccole gioie che in questo periodo fa piacere rivivere. Il buon cibo non solo soddisfa il gusto, ma ci regala momenti di semplice felicità (anche se penso con tristezza che non tocca a tutti).
Speriamo che questo maledetto virus se ne vada presto e ci insegni almeno qualcosa.
Ravioli gnudi – di Luca Di Volo

Foto di Hans Braxmeier da Pixabay
Un turbine di odori, profumi, sapori mi aveva riempito a quella vista. Parevano irradiare dagli stessi muri che in un tempo lontano li avevano assorbiti, restituendoli generosamente a chi avesse saputo coglierli.
La casa in cui per tanti anni avevo vissuto mi dava, a suo modo, un caldo benvenuto. Con stupore mi accorsi di quanto forte potesse essere la sfilza d’immagini provocate da un solo sguardo: una tirava l’altra e via. . e via…come le ciliege da un unico ramo.
Ma il primo a comparire fu, struggente e travolgente, il ricordo dei piatti che lì mia madre preparava.
E uno su tutti, quello che tramutava in gioia anche le giornate più tristi. Sto parlando dei “ravioli”, quelli che sono fatti solo dagli spinaci e dalla ricotta . . e da qualche altro ingrediente che non ricordo più…. so che il nome ufficiale è quello di “ignudi”…ma forse quello completo è “ravioli ignudi” . . cioè quelli privati della pasta che li ricopre. . Chissà, forse a quell’epoca non pareva bello parlare di “nudità”. . e così. . ”ravioli” e basta.
Ma, qualunque sia il nome, non ho mai dimenticato che una delle prime scoperte dei piaceri della vita era stata l’affondare sulla lingua e lo sciogliersi di quel sublime impasto.
Altri piaceri poi sarebbero venuti, forse più forti . . ma quel cibo aveva diritto alla primogenitura. Anche perché, con l’orribile vecchiaia, la folla delle cose da godere si dirada sempre più ma quelle legate al cibo sembrano molto più durature e ancora mi accompagnano.
E trascinate dal magico filo dei ricordi, altre sensazioni mi riempiono. Il calore della cucina, il volto dei commensali, alcune facce rosse come il fuoco per il cibo e per il vino, il fumo che si solleva dai piatti. . e prima ancora le piccole mani della mamma che impastavano prima di gettare l’impasto nell’acqua a bollore…
E per quanto abbia girato per il mondo anche assaggiando e riassaggiando lo stesso piatto, quell’inesprimibile piacere goloso non si è fatto più sentire. Era fatale. . doveva essere così…ma saperlo non mi consola.
Se per caso, per un puro caso, lo ritrovassi…mi cadrebbe di dosso tutto il fardello degli anni…dei troppi anni di cui sono carico.
E come vorrei che ancora quelle piccole mani fatate me lo servissero…
Il Pane – di Patrizia Fusi

Mi accompagnava tutto il giorno, dal caffè della mattina fatto con il surrogato della vecchina, perché il latte non c’era quasi mai, a pranzo a cena e a merenda.
Ricordo con piacere la minestra di pane che faceva la mamma e un sapore che non sono più riuscita a riprovare.
Il profumo che la domenica mattina si sprigionava nel piccolo appartamento dal grosso tegame con dentro il sugo di carne assieme alle braciole, la golosa fetta di pane con il sugo bello rosso intenso che la mamma ci dava a metà mattina.
Tutte le varianti delle merende, olio, pomodoro, frutta di stagione, zucchero e vino, più raramente marmellata e cioccolata.
Mangiare col pane mi permetteva di far durare di più la pesca o qualsiasi altro frutto gustandomeli più a lungo.
Con le restrizioni attuali mi sono resa conto che mi manca accudire ai miei cari cucinando per loro e la mia “copertina di Linus” è ancora il pane, con il pomodoro o l’olio o altro …….come da piccina.