Foto 1 di Rossella (versione personaggi)

Riguardando la foto 1 – di Rossella Gallori

Amici, loro, lo erano da sempre, dall’ asilo, molti in paese ricordavano le quattro ragazze incinta, amiche per la pelle, che avevano partorito  a pochi mesi l’ una dall’altra, tutte nello stesso anno  prima Francesco, poi a ruota Federico e Fulvio, dopo qualche mese, a fine anno Flavio…beh tutti sapevano che  si eran  messe d’ accordo 4F, un’idea che nel tempo era stata utile….

Gli studi erano andati avanti tra spinte e spintoni, chi ragioniere, chi geometra, Flavio e Fulvio si erano iscritti a lettere, più per il discreto giro di ragazze che per la voglia di dare esami.

Ma c’ era un fuoco che ardeva  nei loro cuori: la fotografia…e quando decisero di far gruppo e  fondare “ LAQUATTROEFFE” nessuno se ne meraviglió.

Ore passate in montagna dall’ alba al tramonto, per trovare lo scatto perfetto, un colore, una luce, un momento speciale, da pubblicare, da commentare, non sempre allo studio, a volte giù ”Alla  taverna” tra una birra e l’ altra, incuranti dei messaggi di mamme e fidanzate, c’era sempre un percorso da pensare, un’idea da realizzare, un sogno da rincorrere.

Francesco era il più attento ai percorsi, Federico all’ equipaggiamento, gli altri due ritardatari nati, ma abili imprenditori di se stessi, piazzavano le  foto nelle redazioni più in voga.

Quel venerdì di novembre, iniziò con qualche discussione, i soliti ritardatari, i soliti precisini, durò poco, per fortuna, i chilometri erano tanti, e nessuno di loro aveva voglia di perder fiato, ruscelli, foglie,  alberi, piccoli animali in fuga, rocce, tutto uno scatto, tutto immortalato per quasi sempre….la solita sosta, la pulitina agli obbiettivi beh infondo  le  Hasselblad  erano figli per loro, poi i  soliti panini,  Federico tirò fuori, pure un birrozzo.

Poi ripresero la marcia : arriviamo alla Punta del Diavolo, disse Flavio!

No  si fa troppo tardi!

Ma chi ti aspetta?

Fulvio pensò che  faceva freddo, che la nebbiolina diventava  pioggia, che il sole era  una palla opaca, che il vento si era alzato…. E che una lo aspettava, ma tacque  e seguì il gruppo,  infondo in pochi minuti sarebbero arrivati…poi in discesa con buona gambe si fa prima..

All’ improvviso  si udì un grido ed un tonfo,  corsero e si fermarono di colpo proprio sul bordo del baratro….nessuno ebbe voglia di scattare foto, Federico, si voltò per non guardare, Francesco cercò di vedere meglio…..Non ci furono foto, né commenti, solo silenzio ed una telefonata…..

Foto 1 di Carla

E arrivò la scientifica- – di Carla Faggi

(seguito di foto 1 di Vanna)

Forza muovetevi! Non avete ancora trovato nulla! Ci saranno delle tracce, no? In queste dune non ci sono mica i fantasmi, ci sarà qualche impronta, qualche arbusto pestato, qualche ramo divelto! Per la miseria! qualche orma, non volava mica no? Giusepeeee! Inquadra qui con il rilevatore! Ci sono tracce di sanque! Francooooo! Vieni qua, che fai dormi! Prendi un po’ di questa sabbia che la mandiamo in laboratorio…Antonioooo! Che fai con il telefonino! Vieni qui e sbrigati…dobbiamo prendere questi reperti….sbriiiigati per la miseria, sei ancora lì!

Era sempre così quando sulla scena del crimine arrivava lui: il commissario Grintolin. Con la sua voce gutturale e urlata creava scompiglio in tutta la squadra.

Con il suo ventre prominente, i capelli scaruffati e fuori taglio, e la sua voce gracchiante poteva a prima vista intimorire, ma i colleghi della omicidi sapevano che di fronte a cadaveri di giovani donne il commissario diventava furibondo e perdeva ogni controllo……

Foto 1 di Vanna

La ricerca – di Vanna Bigazzi

(Tipi Psicologici)

Il corpo lo avevano ritrovato Danilo e Giovanni, avvisarono subito in paese e i primi a raggiungerli furono Furio ed Ettore. Arrivarono con torce, funi ed altri attrezzi poiché il cadavere era stato intravisto giù, nella scarpata. “Non possiamo toccarlo”! Esclamò allarmato Danilo, appena capì le intenzioni dei nuovi arrivati. “Povera Franca, chi l’avrà ridotta così…” Affranto Ettore rimuginava. “Ha ferite in tutto il corpo”! Urlava Furio puntando un faretto sulla vittima. Giovanni non parlava, era triste, tristissimo. Quattro uomini tutti innamorati di Franca. E chi non era innamorato di Franca! Bella, intelligente, con la battuta sempre pronta a risollevare gli animi. Giovanni ne sapeva qualcosa, sempre depresso com’era… Spesso ricorreva alla sua compagnia per risollevare il suo animo inquieto. Tipo taciturno, nella sua fantasia, vantava un possesso su Franca, pensava di aver attirato la sua attenzione più degli altri, poiché Franca era materna con lui, gli voleva bene. Danilo invece, irretito nel suo narcisismo pensava: ”Povera Franca, era tanto che mi faceva la corte, peccato… non le ho dedicato l’attenzione che meritava, del resto come avrei potuto sotto gli occhi di Emanuela, con Vittoria che non aspettava altro che litigassimo per poterla sostituire! Dura sorte per quelli come me…”. Furio, tipo strano, fissava il corpo con curiosità morbosa e pensava: ”Ti hanno fatto la festa eh, smorfiosa dei miei stivali, hai trovato qualcuno che ti ha sistemata a dovere, mi piacevi ma provocavi tutti e non la davi a nessuno. Pretendevi anche di giudicarmi e prendermi in giro, con quel tuo sorrisetto, quando a sfottimento mi chiamavi “sadichino”. Del resto non ho mai avuto simpatia per gli animali, che posso farci…”. Ettore invece piangeva: “Come reagiranno i suoi parenti, povera Franca mia, ti ho sempre amata, ricordo il nostro primo incontro sul mare, al tramonto, eri vestita di bianco ed avevi i capelli sciolti al vento, quei lunghi capelli di rame… Come è ridotto quel corpo aggraziato, non me lo hai detto ma so che anche tu mi amavi, quante cose avrei voluto fare con te, volevo portarti dei fiori, fra poco sarebbe stato il tuo compleanno…”. “RAGAZZI, FATE LARGO, LA SCIENTIFICA!!”.

Foto 1 di Mimma

Le linci a Monte Morello – di Mimma Caravaggi

Uscirono al tramonto tutti e quattro per ritrovarsi al bar Tre Picche ma non per un aperitivo come era d’uso a quell’ora ma per partire in un unica macchina per Monte Morello in cerca del  piccolo cucciolo di lince Ngoro e sua madre Dama scappati non si sa come dal laboratorio di ricerca del WWF  dove erano tenuti in osservazione. Loro erano 4 scienziati accomunati da uno studio sulle linci. Gabriella, 25 anni Biologa laureata da poco, Giacomo 26 anni Etologo riferito al carattere, studio e comportamento degli animali, Enrico 28 anni, il più anziano, laureato in Scienze Zootecniche e Tecnologie delle Produzioni Animali con conoscenze di base nei settori di biologia chimica e matematica e Sara 22 anni ancora studentessa laureanda anche lei in Etologia e sorella di Giacomo. Tutti e quattro grandi amici fin dall’infanzia avevano conseguito gli studi più o meno similari e facevano parte del Gruppo scienziati del WWF di stanza a Firenze per lo studio dei due animali ora scappati dal laboratorio. Gabriella era preoccupata perché erano stati affidati alle sue cure e seppur animali nati in cattività potevano, una volta fuori, essere pericolosi per chi non era abituato a gestirli. Così partirono tutti e quattro alla volta del Monte Morello dove sembrava fossero stati segnalati l’ultima volta. Giacomo, Enrico e Sara erano lì per darle una mano ma ognuno a suo modo erano molto nervosi e pensierosi. Se non avessero recuperato i due animali sarebbe stato grave soprattutto per la loro posizione lavorativa nell’ambito del WWF. Quindi partirono con la speranza in cuore e tanti pensieri in testa. Giacomo pensava che sarebbe stato opportuno chiamare aiuto magari dei Carabinieri perché lui era timoroso di carattere mentre Enrico, il più ardito, aver preso in mano la situazione e dirigeva le operazioni di ricerca anche se era convinto che non fosse facile ritrovare i piccoli animali. Si era portato dietro anche una piccola telecamera per qualche buona e bella ripresa non si sa mai.  Quanto a Sara si era aggregata come solito ma i tre non la tenevano ancora molto in considerazione. Era sempre stata la più piccola quella che doveva essere sopportata in ogni  occasione e che il fratello doveva portarsi sempre dietro come un sacco di farina. Povera Sara, ora aveva 22 anni e si stava per laureare ed era anche brava, non aveva mancato un esame e i suoi voti erano tutti 29 e 30, ma nonostante questo veniva ancora considerata la piccola rompi palle del gruppo. Arrivati a Monte Morello si recarono subito dal pastore che aveva segnalato la presenza delle due linci e miracolosamente lì le trovarono rannicchiate una vicino all’altra quasi abbracciate nel fienile dove si erano fermate a riposare stanche e affamate, non essendo abituate alla vita esterna. Così i quattro felici e contenti del ritrovamento presero le due bestiole e le accomodarono fra calde coperte nel bagagliaio e allegramente salirono in macchina per tornare al laboratorio. Il danno, se così possiamo chiamarlo, era durato poco e quasi nessuno degli altri scienziati ed addetti del Laboratorio si erano accorti di cosa fosse accaduto. Il giorno dopo i quattro ragazzi arrivarono al lavoro e ognuno potè tornare tranquillamente alle proprie incombenze. Le due linci sembravano contente d’essere tornate a “casa” dove caldo cibo e coccole non sarebbero più mancate.

La foto 1 di Rossella

La telefonata – di Rossella Gallori

Non dovevano essere lì a quell’ora, non volevano fare notte fuori.

Ma la telefonata li aveva raggiunti, un amico giù al paese chiedeva aiuto: è uscita stamani l’ Ynès, saranno state le dieci, mi ha detto  che andava a prendere il giornale, sono le 5 di pomeriggio ed ancora non l’ ho vista, son sicuro che  le è successo qualcosa, non  credo si sia  allontanata molto, ma se siete sul al Colle del Diavolo, date un occhio, ho chiesto ai carabinieri, mi han detto è maggiorenne, non son passate 24 ore, può andare dove vuole.

I ragazzi l’Ynes  la conoscevano bene, quante volte aveva prestato  pentole di rame, di coccio, vasi colorati per i loro set fotografici, quanti caffè avevano preso al suo baretto in piazza,  quanto vin santo …ed ora erano lì quasi a buio, con le loro Hasselblad  infreddolite al collo, a cercarla. Ancora mezz’ ora poi si torna allo studio, sentenziò Guido, il più vecchio, il giornale vuole le foto  stanotte.

Nel silenzio, un rumore li impietrì, non capivano bene da dove venisse quel  rantolo, di animale? Di persona? Di alberi?

No Ynès non sarebbe mai potuta arrivare fin lassù, ne erano quasi sicuri, la nebbia poi ovattava i suoni, il vento freddo le faceva cambiar direzione, poi in attimo, uno dei quattro guardò meglio, giù nel fosso, si intravedeva un corpo, Massimo, il più giovane, si voltò per non guardare……

La foto 2 di Vanna

La Scelta – di Vanna Bigazzi

In quella radura, verso un arco di cielo smagliante di luce, due percorsi miravano al tramonto: una strada sterrata senza un principio e chissà, forse senza una fine (avrebbe potuto lentamente esaurirsi nel cielo) ed un binario ormai in disuso che comunque dava l’indizio di una meta, anche se incerta era la sua direzione. Tuttavia l’apparente affidabilità della struttura, aveva indotto i viandanti smarriti a scegliere quel percorso, confidando più nella tecnica che nell’avventura. Che sbaglio non seguire il cuore, cosa può dare la tecnica all’uomo, dalla quale viene posseduto, piuttosto che una scelta diversa? Cosa può dare di più rispetto alla possibilità di prediligere la libertà ovunque conduca, l’opportunità di distinguere, discernere… Offuscati da questo pregiudizio i tre smarriti, senza porsi domande, iniziarono a percorrere il tracciato. Il Professore di Francese aveva freddo, sul far della sera, ed era stanco per il troppo camminare; aveva con sé una coperta di pelle, rivestita in lana, se la buttò sulle spalle. Le sue amiche di viaggio, una altrettanto stanca, l’altra insofferente per la vacuità della meta, procedevano su quel binario ma con la paura di non farcela. L’insofferente iniziò a manifestare i suoi dubbi, non sopportava più quel percorso obbligato e dopo varie discussioni, manifestò il proposito di cambiare direzione, scegliere la strada sterrata. Sentiva che non l’avrebbe tradita. Così gli smarriti si divisero perseguendo le loro dissonanti convinzioni. Il Professore di Francese, con la sua allieva prediletta, proseguirono lungo il binario; l’insofferente raggiunse quasi di corsa la sterrata che ancora si intravedeva. Cammina, cammina, facendosi sempre più scuro, il Professore e la compagna si trovarono, con grande sorpresa, alla conclusione della strada ferrata: i binari, pian piano, si interravano sempre più fino a scomparire. Presi da un’afflizione che odorava di disgrazia, si gettarono a terra piangendo, assaporando un’amara carezza di fine. Si rannicchiarono entrambi sotto quella coperta, stringendosi l’un l’altro con la netta consapevolezza di non poter sopravvivere a quella gelida nottata. Diverso fu il percorso dell’insofferente, corse lungo la strada con una forza che non immaginava di possedere, la forza della disperazione oltre che della prepotente volontà di farcela, anche da sola. La natura la confortava, la macchia profumata faceva presagire il mare. Ormai il sole era tramontato e l’arco luminoso volgeva alla fine. La strada sfociò in una spiaggia selvaggia e ormai scura: delle voci in lontananza, una casa di pescatori. “Sono salva…” esultò l’insofferente con le lacrime agli occhi. Fu accolta, ristorata e ospitata per la notte. Il cellulare ormai scarico da un’infinità di tempo, rimase scarico: nessuno che l’amasse l’attendeva. Trovò in quel nucleo caldo e confortante la sua dimensione e vi rimase.  

Incontro virtuale – 24 novembre

con Cecilia Trinci

Abbiamo condiviso impressioni sulla bella carrellata del gusto.

Abbiamo parlato delle figure materne e delle nonne così presenti nei nostri ricordi.

Vanna ha parlato delle problematiche legate alle carenze di affetto legate alla mancanza di genitori o alla loro scarsa presenza affettiva e alla conseguente “avidità di affetto” di chi cresce in questa situazione.

Abbiamo parlato di Valery Perrin e del suo libro “Cambiare l’acqua ai fiori”. Laura, Stefania e Tina lo hanno letto e ne hanno esposto alcune sfaccettature. In particolare abbiamo sottolineato la capacità dell’autrice di raccontare in modo lieve e fotografico, per immagini e situazioni e facendo apparire in modo prepotente i personaggi.

Stefania ricorda quanto, in una storia, siano attraenti proprio i personaggi ben definiti e su questo ci colleghiamo per proporre il “gioco” di questa settimana. Questo parte appunto dalla creazione di una storia partendo dalle due foto proposte (da sceglierne una) tratteggiando soprattutto i personaggi che immaginiamo, accompagnandoli poi in un percorso che ci piace.

Buon lavoro e soprattutto buon divertimento!

Foto 1:

Foto 2:

La foto 2 di Stefania

Dove sarai da grande – di Stefania Bonanni

Poi, capita che il destino ti crolla addosso in un minuto, anzi in un  minuto e venti secondi. Mentre si avvia a finire una domenica come tutte, cominciata con la Messa in cattedrale, continuata con un pranzo in famiglia che non accennava a terminare e si strascicava per tutto il pomeriggio, tra racconti, biscotti, vin Santo.

Dopo quel pomeriggio, non c’e’ stato niente da festeggiare, per moltissimo tempo.

I discorsi sulla partenza, vecchi di sempre, cominciati da bambini. Qui non dicevano “cosa farai da grande”, dicevano “dove sarai da grande”. Ci tratteneva il paese, la piazza, la Chiesa. Sembrava di risentire le risate per le pallonate, dietro ogni angolo, che ci potessero ancora essere chicchi di riso cascati dai nostri abiti di sposi, tra le pietre davanti alla cattedrale.

Ci trattenevano i parenti, la sicurezza di aiuto e conforto, vi tratteneva l’imbarazzo dell’essere guardati come attrazioni turistiche, come ci guardavano i passeggeri di quei treni che passavano così veloci che ci sembrava non ci riguardassero.

Oggi non passa il treno.

Fa freddo, ma noi per fortuna abbiamo maglie e coperte sulle spalle. Per fortuna c’e’ il sole. I binari sono liberi, sembra l’unica strada sicura.

Andiamo, non resta che andare. Non voglio sapere di Maria, di Vincenzo, di Pasquale, di Don Antonio.

Andiamo, c’e’ il sole. Non cascano pietre, sui binari.

Andiamo, ci sara’ una stazione, laggiu’. Passera’ un treno, prima o poi.

Andiamo, senza fretta. Stiamo vicini. Se saremo stanchi, ci fermeremo.

Finche’ verra’ la notte, saremo sicuri che tornera’ il sole.

Da altre parti, qualcuno deciderà la data del suo matrimonio.

Tagliatelle al ragu

Il ragu di nonna Lolla- di Mirella Calvelli

Foto di Mirella Calvelli

 RAGU alla toscana, alla bolognese….Ma a casa mia era il Sugo della Nonna Lolla.

 La domenica è sempre stata  un momento solenne….quello del ragù, anzi del sugo.

La nonna “Lolla” andava a Messa il sabato, proprio per “liberarsi” (così diceva) la domenica, giorno relegato alla preparazione del SUO SUGO, spesso accompagnato  dalle  tagliatelle, unico comune denominatore… rigorosamente fatto a mano.

Ci vole olio di gomiti, diceva. Mattarello, coltello e mano libera.

Mica come queste diavolerie!

 Quando si taglia si va di slancio, un  si pole mica stare a “cincischiare”!!

Quando si impasta si pigia su i’ tavolo. L’impasto deve baciare la spianatoia, ma un si deve attaccare.

E allora giù di farina, lanciata dall’alto con un colpo secco della mano destra verso sinistra. Un polverone,  che però ricadeva preciso sulla spianatoia di legno.

Per molto tempo, quando ero piccola, ho creduto che quella polvere bianca potesse essere  borotalco. Ma questo aveva un altro odore, ed era  un passaggio obbligatorio del bagno del sabato.

Era un incanto guardarla. Tagliava gli odori, anch’essi a coltello con la maestria di uno spadaccino.

Mentre sfrigolavano nella pentola di coccio, sempre con lo stesso coltello sminuzzava la carne: le braciole di magro che gli dava Renzo, il  suo macellaio.

 Perchè se vu’ mettete la carne macinata,  l’è più comoda,  ma la unnnè la stessa cosa .

E le braciole le s’imbrunivano da una parte e dall’altra, poi con un salto felino sul tagliere, e tutto a coltello diventavano come la carne macinata.

 E continuavo a  non capire perchè non usasse la carne macinata. Ma prontamente, precisava. Così e vu’ sapete icchè c’è dentro!!

Le dosi, non si sono mai capite, sempre state un mistero. Ma una certezza c’ era. Il risultato, mai immutato, perfetto nel colore, odore e sapore.

Poi toccava alla salsiccia, denudata del budello, sbriciolata grossolanamente fra il pollice e l’indice.

Gli odori cominciavano a impregnare la cucina e la musica solfeggiava sulle stesse note, interrotta ogni tanto dal mestolo di legno che amalgamava con amore, pennellando  il fondo del tegame.

Ultimo ingrediente il pomodoro che veniva prelevato dal vasetto di vetro della credenza.

E anche qui, l’appunto

Un vu’ lo vorrete mica fare con quei barattoli di latta,  che un si da da dove vengano?

Da più grande , ho provato a spiegarle, che controllando l’etichetta avrebbe visto peso, provenienza e caratteristiche. Annuiva e poi diceva; Mimma icchè c’è scritto su’ i’ mio? Nulla, nonna.

Vedi perfetto, l’ho fatto io co’ i pomodori dell’orto, un si pole sbagliare e un c’è bisogno di scrivere nulla, appunto.

L’aggiunta di vino a sfumare, come sempre in seguito, sottolineavo io, era motivo di disquisizione. Ma, un disdice, un mi fa proprio persuasa e poi i vino a i tu’ nonno l’è meglio lasciaglielo ni’ fiasco.

Anzi, no dammelo Pippa (la Pippa ero io) così ne beve un pò meno e  un vorrei che cascasse da un architrave uno di questi giorni!! (nonno muratore).

La cottura continuava lenta, nel frattempo procedeva a tirare la sfoglia.

Altra meraviglia . La solleva in aria, sottile,  come un velo da sposa e dopo averla massaggiata in un divenire dalla vita verso l’alto, come in un esercizio in palestra, l’avvolgeva repentinamente intorno al matterello. Poi con un colpo deciso, come se stesse sfoderando una spada dalla sua custodia, l’adagiava al centro della spianatoia.

 Il coltello, che tirava fuori dal marsupio del suo grembiule, decapitava testa e coda l’impasto cilindrico.  Proseguiva, poi in tagli diagonali perfetti, magistralmente tutti della stessa misura.

Le mani , smatassavano fra l’indice e l’anulare le strisce di pasta, per riavvolgerla in piccoli nidi, spolverati dalla farina di semola.

Così le un’ si attaccano!!

La domenica mattina avrà per molto tempo l’odore e il sapore di questo Sugo , sopratutto quando arrivava il momento dell’assaggio.

Ora vi parto una fetta di pane co i sugo, così vu sentite come l’è venuto!

Tonio, un esagerare,  sennò un mangiano nulla a tavola !!

Questa magia , si è interrotta poco prima della sua morte e le domeniche mattina si sono mescolate con altri odori, sapori e voci. Hanno seguito altri ritmi, esigenze e modalità.

Ma quando ripenso al suo sugo, mi ricatapulto indietro di  almeno 50 anni e mi sembra così strano che  tutto questo tempo sia volato così veloce.

Mi sembra ancora più strano, che al solo ricordo,  possa sentire nella mia bocca ancora il sapore preciso di  quel sugo, di quell’atto d’amore costante e generoso.

Le mie papille sentono ancora la ruvidità aggraziata di quella carne, che riempiva la bocca, che esalava quel profumo dalla fetta di pane, che rendeva goduriosi persino gli occhi.

Le dita leggermente unte, profumavano di sugo e lei ancora riversa sulla spianatoia…..Pippa un te lo strofinare addosso, sennò la tu mamma quando la torna e la comincia a bociare!!

Se tu sapessi dove sono stato, alle saline dove fanno i ssale, se tu sapessi come so salato….

Caffè sognato

Tra sogno e realtà – di Tina Conti

Non finiamo mai di conoscersi, mi chiedo che  fase sarà questa?

Non avevo mai avuto sensazioni di questo tipo. Ormai mi sono già capitate due volte.

Al mattino mi stiracchio nel letto, faccio qualche esercizio di stiramento  e comincio a farmi la foto della giornata. Naturalmente nei programmi ci sono  prima le cose belle. Poi, quelle noiose, spesso queste passano avanti e non  lasciano spazio alle altre che pero’ inseguo senza mollare e tirate da una parte all’altra poi arrivano. Mi e ‘capitato che mentre aspetto il momento per alzarmi  sento profumo di caffè, sorrido:  E’ Paolo che ha già preparato la nostra calda colazione, posso restare ancora qualche minuto, cosi trovo tutto pronto! Che  piacere il caffè la mattina, mi piace quasi piu il profumo che la tazza, il profumo si spande,addolcisce il risveglio, scalda la casa, spinge a ricominciare bene un  nuovo giorno.Mentre mi avvicino alla cucina però mi rendo conto che  è vuota. Nel bagno frulla  l’asciugacapelli, esce vapore dalla porta che si apre: -prepari tu oggi? Io devo portare i bambini di Sara a scuola.

Ecco, ero sicura …ma cosa ho sentito? mi è venuta anche fame..

Mi e successo anche qualche giorno  dopo: odore di pane arrostito, quello che non ci facciamo mai mancare la mattina, io con yogurt e miele, oppure pomodoro e olio, lui  rigorosamente con le nostre marmellate.

Anche questa volta non ho avuto dubbi, avrei gustato il mio pane con la ricotta della Maria e sopra un filo di miele agli agrumi comprato al mare.

Si, il pane mi consola, quello della mattina, caldo e arrostito…Lo sbocconcello appena levato dalla griglia, lo ascolto dentro la bocca, peccato che non ne possa mangiare a volontà. Con l’olio nuovo e le noci, con i pomodori dell’orto, con il miele.

La mia colazione  è con il pane, mi attraggono tanto le belle colazioni fatte di mille cose in albergo, ma se non mangio un po’ di buon pane mi sembra che mi sia mancato qualcosa

Ora poi, lo mangio due volte, in sogno e nella realtà.

Pan cotto

U pan cott – di Carmela De Pilla

(Foto di Carmela De Pilla)

-Carmela andiamo a raccogliere la verdura che oggi voglio fare “u pan cott“.

Mi piaceva ritornare alle abitudini  familiari, dopo un lungo periodo di lontananza tornavo a casa quasi a voler affondare ancora di più le mie radici nella terra dove sono nata e quel frugare tra l’erba,  prendere quella giusta per poi avere il consenso di mia madre mi faceva star bene.

Il ricordo è ancora vivo, quei gesti semplici, quasi atavici  mi portavano in un luogo in cui il tempo veniva gustato lentamente, tutto senza fretta, quasi fosse un rito, nel silenzio di quella terra rossa aspra e altrettanto generosa.

Arrivati a casa con il cesto pieno di cicorie, borragine, cicerbite, aspraggine mia madre mi assegnava il compito di sbucciare le patate o l’aglio e si creava tra noi una complicità nascosta.

Come spesso accadeva nelle realtà contadine, questo piatto era nato dalla necessità di usare il pane raffermo sapientemente unito alla verdura, alle patate, a qualche pomodoro, all’aglio e alla cipolla. La semplicità degli ingredienti era arricchita dalla destrezza delle donne che dovevano buttare in pentola il pane tagliato grossolanamente al momento giusto, lo lasciavano insaporire con gli altri ingredienti quel tempo necessario perché non fosse né troppo molliccio né troppo duro, q.b. si direbbe oggi, quel tempo che solo un’esperta sa definire.

In quel momento mia madre si sentiva la protagonista di un grande evento, molto dipendeva dalla sua maestria, scolava il tutto e poi lo versava in un grande piatto di coccio, quelli puglesi con i fiori blu o verdi, poi l’ultimo tocco, un fiume di olio doveva condire il tutto, una mescolata e pronti a gustare il capolavoro.

-Questa volta ho messo anche le fave,” è cchiù fin”, diceva mamma con orgoglio.

In quel momento il silenzio avvolgeva la famiglia e il palato, unico protagonista, gustava ogni ingrediente che mescolato all’altro dava vita a un nuovo sapore, la cremosità e la dolcezza delle patate si appiccicava all’amarognolo delle verdure e uniti dall’olio vellutato e pizzichino, se era nuovo, recava un piacere condiviso e, come in un grande lavoro di squadra, ogni ingrediente dava il meglio di sé.

Si mangiava lentamente perché quella mescolanza di sapori così diversi tra loro lasciasse in bocca un piacere quasi sensuale, segno di vita.

Mamma non c’è più da anni, ma noi ogni volta che d’estate ci incontriamo nella casa al mare e festeggiamo la giornata “du pan cott” con tutti gli amici sparsi un po’ per l’Italia, proprio come una volta ci riuniamo e ridiamo vita a un pezzetto delle nostre radici.

 Ognuno di noi si dedica a fare qualcosa con lo stesso amore e la stessa complicità, chi pulisce le verdure, chi sbuccia le patate, chi sta dietro al fuoco e tra un racconto e una canzone si sente nell’aria un soffio d’amore che lega ormai più generazioni.

-Chiara, Camilla, venite a raccogliere la verdura che oggi voglio fare “u pan cott”.

Caffellatte

Caffellatte – di Carla Faggi

Mi sono alzata tardi come al solito sciacquatina in bagno gorgoglìo del caffè ancora assonnata un po’ di latte ed un biscotto ho mille cose da fare!

-Un momento, ma così non va bene!- Ricominciamo da capo!

…preparo il caffè…che profumo particolare ha la polvere del caffè, non è acuto ma arriva direttamente dal naso alla fronte in maniera larga e polverosa. Chissà come sarebbe appena macinato? Vabbè, mi accontento!

-glu glu glu frish gorgoglia la caffettiera! Il profumo ora è diverso, più diretto, ti arriva da lontano, ti avvolge e sembra preciso ed incisivo.

Il caffè mi piace caldo, amaro ma solo un piccolo sorso.

Porto la tazzina alle labbra, lo sorseggio, il suo sapore tocca solo la punta della lingua, non arriva al palato, ne sento tutto il suo carattere.

Poi ci aggiungo il latte caldissimo nel bolo grande.

E qui comincia l’estasi!

Prendo possesso del bolo con le due mani, sento tutto il suo calore, lo avvicino alle labbra, soffio d’istinto ma non ce ne sarebbe bisogno, un piccolo sorso per farlo durare più a lungo. Sono le labbra gli attori principali perchè se il caffè veniva gustato sulla punta della lingua, il caffellatte lo prendi con le labbra, quasi un bacio d’amore, ti arriva e ti riempie la bocca, ti travolge al tuo interno, sembra riempirti di benessere, eppure era un piccolo sorso.

Poi arriva il biscotto, o pane e marmellata, però tutto religiosamente intinto, lo immergi in quella delizia calda, lo raccogli inzuppato di cremetta biancastra, è diventato un boccone tranquillo, di quelli che rassicurano.

Poi un sorsettino di caffellatte, non c’è nessuno, lo gusto associato ad uno splendido suono obbrobrio del bon ton ma così soddisfacente.ah! Che piacere.

E’ rimasto ancora del caffellatte, vorrei continuare a gustarlo lentamente, ma non posso, ho bisogno di essere travolta dalla sua interezza. Lo bevo tutto. Che bella giornata!

Fette di nostalgia

Nostalgia a fette – di Stefania Bonanni

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Mi si è rovesciata addosso una nostalgia così spessa che  avrei potuto farne delle fette e riempire dispense. Non era solo pensiero, era proprio materia nello stesso tempo dolce e unta, mi ha sommerso e ricoperto. Deve sentirsi così un’acciuga sott’olio, che conserva il senso di se’, anche a prezzo di aver cambiato liquido. È stata una vecchia foto arrivata sul telefono in seguito ad un giro inatteso, una foto che non conoscevo che lo ritrae giovane, in primo piano, tra i suoi amici, con l’espressione strafottente di giovane uomo bellissimo e consapevole, che ha avuto sempre, o quasi sempre. L’uomo più bello che abbia visto. Innamorato di me. Diceva che quando ridevo cambiava il suo mondo. Nessuno ti ama più in modo così totale, nella vita. Poi si rimane lì,  Comunque pieni, ma svuotati, ad aspettare un ricordo, a bere parole preziose,  quando capita che qualcuno ancora racconti pezzi di vita di un tempo, e lo ricordi. In pescaia, in fondo, con i piedi nell’acqua, la canna da pesca retta con la mano destra e protesa sull’acqua. Da lontano, si vedeva anche dalla strada della Nave a Rovezzano, sembrava una sentinella. Credo si potrebbero contare sulle dita, i giorni in cui non è andato all’Arno. Aveva la pelle scura dei renaioli, con il colore che regala il sole sull’ Arno, che ci tenevano a far sapere non fosse banale abbronzatura di mare. Era piuttosto appartenere a quel pezzo di mondo, avere addosso quell’odore di muschio secco, aver consumato quelle pietre che sono diventate lisce come fossero ricoperte di seta. Sono stata seduta li’, di recente, e lo ritrovo intatto, negli occhi e nel pensiero. Poi, di notte, conto quanti anni sono. Tantissimi, la metà dei miei. E nasce la nostalgia.  Che non è tristezza e neanche rimpianto. Piuttosto consapevolezza di aver avuto tanto, di aver avuto amore eterno, che gli anni non basteranno a dimenticare, e voglia e bisogno fisico di una mano sulle spalle. Allora , nel silenzio, ti penso, ti chiamo perché ho bisogno, e a volte ti sento. Ho bisogno di silenzio, e spero di sognarti.

Pomodoro e cioccolata

ROSSO POMODORO – di Simone Bellini

Domani sveglia alle quattro per essere nel bosco quando albeggia.

Funghi che passione !

I preparativi iniziavano la sera prima. Quello della merenda era un rituale che mio suocero svolgeva con sacrale attenzione; le sottili fette di pane venivano bagnate con poca acqua per conservarne la morbidezza il giorno dopo, quindi una strusciata d’ aglio prima di quella del pomodoro che doveva inzuppare abbondantemente la mollica, sale, pepe, pomodoro a pezzettini, basilico, olio extravergine di oliva ed un’altra fetta sopra a sigillare quel prezioso aroma.

Io non sono un’amante del pomodoro, ma rimane indelebile il ricordo quei panini mangiati a metà mattina quando, dopo ore di ricerca, ci accampavamo stanchi all’ombra di stupendi altissimi faggi, in quel sottobosco pulito, arioso, con il profumo dei funghi che dava ancor più sapore a quella gustosa merenda ascoltando i mitici racconti dei nostri amici boscaioli che, conoscendo ogni palmo del bosco, ci narravano i suoi segreti; cervi invisibili nella loro immobilità mimetica, serpenti a guardia di funghi permalosi che, se scoperti e non colti, bloccavano a dispetto la loro crescita.

Tornavamo a casa con il nostro bottino di porcini, contenti ma sfiniti. Sulla tavola ci aspettava come ricompensa una succulenta “ Parmigiana di melanzane “. Un piatto per me irresistibile, fatto con tutti i dogmi, dalla lunga preparazione per lo spurgo sotto sale e la seguente frittura di melanzane, la farcitura in teglia e poi in forno.

A causa di questa lunga preparazione le occasioni per farla sono diventate rare ed in più salutiste, perché friggerle appesantisce lo stomaco ed ingrassa, quindi questo passaggio ad oggi viene eliminato.

Infine la sera dopocena per addolcire i programmi televisivi mi concedo un cioccolatino, preferibilmente un “Bacio Perugina”o un “Lindor” o più semplicemente un quadratino fondente:- Svizzero?- Certamente si ! Il Novi lo lascio tutto a voi !!!

Pane e pomodoro

PANE OLIO E POMODORO – di Mimma Caravaggi

Foto di congerdesign da Pixabay

“Se mangi il tuo latte coi biscotti più tardi ti do la fettina di pane con la conserva” mi diceva la zia. Pane e conserva mi piaceva da morire. Il pane doveva essere molto fine e sopra una bella passata di conserva che una volta era simile ad una marmellata. Buonissima fatta nell’alta stagione dei pomodori maturi poi messi sul fuoco a farli cuocere pian pianino fino a farla condensare. Si adoperava nel brodo o nel minestrone e in alcuni piatti di carne per dare sapore, e che sapore. Un’abitudine quella del pane con la conserva che è andata avanti anni fino a quando lasciai il mio paesello di nascita, la nonna, la zia e anche mio padre e una delle mie sorelle. I miei si erano divisi e spartiti i figli come fossero oggetti, a quei tempi era una cosa molto rara e ho sofferto molto soprattutto per la separazione da mia sorella. Nonostante tutto però sono stati dei bravi genitori a loro modo. La mia passione è comunque continuata senza più conserva ma con pomodoro strusciato sul pane. Questa abitudine l’ho portata con me e mi segue ancora poiché per colazione di solito mangio il pane con l’olio, meglio quando è EVO, che  struscio con un pomodoro maturo e un po’ di origano in inverno e di basilico in estate. Mentre scrivo l’acquolina mi fa ingoiare a vuoto lo mangerei anche ora, subito prima di finire di scrivere. Pane olio e pomodoro sono stati la mia consolazione anche esagerata, vista la mia stazza, ma appena avevo un problema, e ne ho avuti tanti, mi rifugiavo in cucina per preparare il mio buon boccone per tornare ad essere “felice”. Davanti ad un piatto pronto per accogliere la colazione pregusto ansiosamente il momento della degustazione a volte torno indietro nei ricordi da bambina quando si usciva per andare nei campi a cogliere la frutta di stagione o a fare una passeggiata nel boschetto a cercare funghi o erbe selvatiche da cuocere e tutte le volte c’era la pausa per mangiare una merenda e la mia era sempre pane con olio e pomodoro che mi preparavano in anticipo e che mi portavo dietro in un piccolo contenitore e quando lo aprivo il profumo inondava  il  naso poi il piacere arrivava agli occhi e infine lo portavo alla bocca che in attesa si riempiva d’acquolina. Che bei ricordi e che belle merende e quanto pane olio e pomodoro.

Il cibo che consola – dal nostro blog precedente

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O consolo – di Rossella Gallori – lamatitaperscrivereilcielo (wordpress.com)

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Mi scaldo un segreto – di Rossella Gallori – lamatitaperscrivereilcielo (wordpress.com)

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