Cacciucco alla livornese

Rosso profumo di buono – di Gigliola Franceschini

Foto di akiragiulia da Pixabay

Non e’ un primo e neppure un secondo, e’ un piatto unico buono non solo come cibo ma anche come un colorato mezzo per stare in compagnia, vivere allegramente qualche momento di convivialita’; e’ il re della nostra cucina labronica: sua maesta’ il cacciucco. Ma non uno qualsiasi, quello che faceva mia nonna, insuperabile, un rito da rispettare. La mattina prestissimo arrivava Beppe in bicicletta con due grandi ceste, una davanti e una dietro, si appoggiava al muretto dell’orto e chiamava col suo vocione di baritono stonato. Mia nonna usciva per scegliere tutto quello che le serviva; il pesce doveva essere di varie qualita’, piu’ pregiato ed anche povero. Non doveva mancare niente, neppure i pesciolini spinosi, quelli che  valgono poco ma sono indispensabili per la buona riuscita del piatto. Poi incominciava il lungo cammino verso quella delizia. Nonna non voleva gente intorno quando cucinava, tollerava la mia presenza perche’ ero la nipote di casa, a patto che stessi buona e non facessi confondere. Il cacciucco veniva fatto ogni tanto ed aveva molti estimatori oltre la famiglia, infatti c’era sempre qualche infiltrato e a volte piu’ di uno. Io guardavo ammirata la bravura di quelle piccole mani che sapevano fare di tutto, specialmente in cucina, non chiedevo niente e cercavo di imparare. Chissa’ perche’, pensavo, nonna metteva un peperoncino intero infilato con uno spaghino, nel sugo bollente e ad un certo punto lo toglieva. Seppi in seguito il perche’,  bastava l’ombra del pizzichino. Il tutto cuoceva in un grande tegame di alluminio, molto capiente perche’ il cacciucco era sempre tanto, profumato, di un rosso intenso, una delizia. Non sono mai riuscita a ripetere quel ben di Dio, nonostante avessi visto i vari passaggi, mancava sempre qualcosa. Forse nonna aveva un piccolo segreto ma non ho mai appurato se fosse vero.

Ora e’ quasi impossibile fare questo piatto, non si trovano tutti i pesci necessari, mancano i pescetti da poco ma tanto saporiti e manca tanto altro. Manca nonna col suo mestolone che faceva le porzioni per tutti, senza parsimonia. Mancano le persone intorno al grande tavolo di marmo della cucina, manca il vino aspretto della nostra campagna, dopo che le vigne hanno ceduto al cemento. E manca Biagio, il gattone rosso che in quei giorni particolari, si sdraiava sulla soglia della cucina e aspettava paziente e sornione il suo turno per mangiare gli scarti e bisognava tenerlo d’occhio perche’ , ladro com’era,  avrebbe fatto in un baleno a prendersi i bocconi migliori. Ci dobbiamo accontentare di discrete zuppe di pesce, sbiadite, come sono, niente da paragonare al profumo di quella zuppiera enorme che portava il mare in tutta la casa.

Frittatine

Frittate a pomodoro – di Rossella Gallori

foto di Rossella Gallori

Mi addormentavo nel” lettone” cullata dal profumo della salsa di pomodoro… dopo cena cucinava con rabbia, la rabbia della stanchezza, dell’incertezza.

Chiudevo gli occhi con il rumore dei mestoli,  dei coperchi, con quel “passino” che, se non cadeva, urtava contro qualcosa che faceva cadere qualcos’altro…mi addormentavo con il profumo del basilico, certa di risvegliarmi con i soliti coriandolini rossi sulle piastrelle…le domande non erano ammesse, c’era sempre un motivo al suo “ casino culinario”  leggevo, la fiamma era troppo alta, mi davo lo smalto, ascoltavo la radio…..non ci ho mai creduto, ma guai a dirle: eri stanca mamma? Non lo avrebbe mai ammesso…io la immaginavo addormentata su quel tavolo di marmo di un rosso strano, mentre la salsa  di un rosso deciso, si trasformava nei “fuochi di San Giovanni“.

All’ alba, l’opera veniva completata, nascevano…così quelle che un nome certo non ce lo avevano…erano a seconda dell’umore e delle stagioni: frittatine trippate, tagliatelle finte, frittate a sugo…

 Ricordo tutto così bene che ora mentre scrivo rivivo, quei giorni semplici fatti di ciò che resta, che sapevano poco di futuro, ma tanto di amore….entravo in cucina e la semplice magia arrivava , l’oro delle frittatine, brillava, nella padella nera …poi c’era il percorso …dagli occhi colpiti dall’ abbondanza, al naso…che curioso svolgeva il suo ruolo indagatore, per scendere alla bocca ancor prima di averle mangiate ne sentivo il sapore, percorrevano la gola le succose strisce bionde, per arrivare al cuore….al cuore..

….dove si sono fermate, dove sono rimaste, strano avere nel cuore frittate….troppo banale avere ventricoli .  …si mamma sono qui con me sanno di te, del tuo cibo consolatorio, che doveva essere tanto e ben sistemato, anche se modesto, trionfava sempre una grassa foglia di basilico, nel cratere delle nostre tagliatelle finte….ricordo come le dividevi nei piatti piani, sembravi pesare con gli occhi…poi sbagliavi e preparavi  un piatto in più che ormai non serviva… ti scendeva una lacrima…forse…ma non l’ho mai voluta vedere..

Ed ora mi ritrovo qui a cucinare per le mie figlie, che vivono da sole da anni e che sanno cucinare molto bene…ma spesso me le chiedono per farmi contenta, perché sanno che per me è un modo per ricordarti,  forse una ninna nanna che mi culla tra uova, latte, farina, parmigiano….e salsa di pomodoro…tanta salsa…

Hai sempre esorcizzato tutto con il cibo mamma, poche carezze, forse, ma cibo si…perché era un traguardo…un successo che la fatica ti regalava e tu lo regalavi a noi….anche se ho sempre pensato che  ai miei fratelli ne davi di più…gelosa sempre anche ora….gelosa di una ricetta che non c’ è dal quantitativo mai ben definito…di un piatto semplice banale da mangiare lentamente, come si recita una preghiera che hai dimenticato di insegnarmi, …caldo d’estate, tiepido a primavera, morbido, semplice, colorato nel suo giallo/rosso decorato in verde, un cibo che parla di noi, preparato nelle prime ore del giorno ..come facevi tu, come faceva tua madre, come faccio io…

Ps: ti sento sai mamma: troppo alte…troppo cotte…poco formaggio…troppo ..e la salsa? Più larghe… più strette….

Il tocco di Lorenzo

Un tocco leggero – di Lorenzo Salsi

Foto di campellif da Pixabay

Eravamo seduti uno di fronte all’altro. Si rideva di qualche mia cazzata o qualcosa di strambo che mi era accaduto, mi accade sempre qualcosa di strambo. Uno di fronte all’altro, non accanto come alle elementari o al liceo. Era molto che non ci vedevamo e di fronte ad una pizza e una buona birra, i discorsi erano fluenti e piacevoli, insomma a quasi 60 anni ci si divertiva, eravamo spensierati. Quando, io dando le spalle al resto del locale, mi sento toccare in modo deciso ma delicato, un tocco di bambino. Alessandro mi fa cenno con la testa di girarmi e mi trovo faccia a faccia con uno dei bambini più belli del mondo. Il suo sguardo sembra vuoto, poi, mi lancia un sorriso di gioia, forse speranza. La mamma che spinge la sedia con le ruote fa l’atto di allontanarlo, la fermo. Il bambino di circa 7 anni vive su quella sedia dalla nascita. Non so che problemi abbia, almeno non conosco la sindrome, il nome scientifico della sua malattia. So solo che mi ha toccato con la sua mano contorta, che muove a scatti, che mi chiama col tocco perchè lui non ha parole, non può averle, temo non le avrà mai. Quel tocco è una voce, non un grido o un urlo ma un bisbiglio dolce e sonoro. La madre mi dice “ E’ strano, lui non tocca mai nessuno, non si permette “ “Lo lasci fare non mi da fastidio tutt’altro, è così delicato “. Lui continua a sfiorarmi . Intanto la serie di sorrisi si prolunga. E’ bello veramente bello questo bimbo, è allegro anche , glielo dico ed i suoi movimenti si fanno più scattosi, quasi si alza dalla sedia, fa muovere le ruote avanti e indietro, la madre fa fatica a tener ferma la sedia. “Diglielo al signore dove siamo stati? Siamo stati a Genova” . “All’acquario?” domando a lui. Il bimbo si muove ancor di più. “ Non sono un signore , sono Lorenzo “ dico al bimbo, “Io sono Leonardo (ndf)” dice la mamma. Leo mi tocca ancora come se fossi qualcosa che potrebbe sciupare, eppure mi vede son alto e grosso, son a mangiare una pizza con Ale dopo l’allenamento di rugby ( il campo è lì accanto). Eppure Leonardo mi tocca con movimento gentile e misurato, come se quella mano non fosse affetta e sorride. La mamma è stupita. Chiedo se gli è piaciuto l’acquario, lui muove il tronco con un vigore che fa fare un giro completo alle ruote indietro e avanti. La mamma “ Siamo stanchissimi, lui ha guardato tutto, è saltato su questa sedia un migliaio di volte, penso sia sfinito”. Si indovina la stanchezza il quel corpicino sfortunato, con un destino che ha cambiato sentiero all’improvviso, facendo diventare difficile una vita semplice. Si vede però anche la gioia e quel volerla trasmettere. Quel tocco delicato, confidenziale. Quel chiamare senza parole. Quel linguaggio fisico, dolce come una carezza ad un fiore ha fatto incrociare il suo ed il mio amore come fossimo dita intrecciate. Amori durati attimi, attimi come regali, attimi di strepitosa gioia donatami con quei tocchi piccoli, controllati della sua malferma mano. “Che bello che sei Leonardo, che bello che sei “

Rosso e cioccolata

Rosso e cioccolata – di Vanna Bigazzi

Foto di congerdesign da Pixabay

Riesco a gustare la cioccolata nello stesso, identico modo di quando ero piccola: sensazione totalmente appagante. Allora venivo spesso sgridata o perché finivo troppo in fretta l’uovo di Pasqua o perché, anche se ben nascosto, riuscivo sempre a trovare l’oggetto del desiderio. Chiaramente ho associato questo gusto alla “trasgressione” ma anche al “piacere”, da cui: ”Si trasgredisce per provare piacere”. Questa formula è stata adottata da molti nel corso dei secoli…Ancora oggi mi soffermo a riflettere con appetito sulla  meravigliosa “scioglievolezza di Lindor” o  in modalità meno raffinata a un cucchiaino stracolmo, grondante di sinuosa Nutella.

Anche il colore rosso è trasgressivo e per quanto mi riguarda si associa benissimo alla “cioccolata proibita”, è trasgressivo perché si fa notare prima di tutti gli altri colori, ruba la scena, si impone a dispetto di quelli più timidi. In confidenza, un po’di rosso farebbe bene a tutti, senza esagerare però, altrimenti si potrebbe innescare la “prepotenza“. Ho sempre pensato che i narcisi avrebbero dovuto nascere rossi.

Uova al pomodoro

UOVO AL POMODORO – di Sandra Conticini

Foto di DanaTentis da Pixabay

In estate è il mio cibo preferito: l’uovo al pomodoro.  Quando tornavo dalle vacanze spesso la mamma mi chiedeva cosa volevo mangiare, io non avevo dubbi e a lei, con tutti i piatti che avrebbe potuto preparare, le sembrava troppo banale. Solo al pensiero di poterlo mangiare mi veniva l’acquolina in bocca. Prepararlo era una specie di rito. Comprava i pomodori San Marzano maturi, li sbucciava, toglieva i semi, li tagliava a pezzettini, aggiungeva le foglie di basilico fresco lo metteva sul fuoco in una padellina, sempre la stessa, smaltata bianca e verde, aggiungendo un po di sale. Quando il pomodoro era cotto aggiungeva due uova e dopo qualche minuto la padellina era in tavola insieme allo stinco di pane uscito dal forno poche ore prima. Che soddisfazione sentire il sapore delle cose genuine e, anche se era un  piatto semplice, aveva il sapore dell’amore e del sacrificio. Dopo aver ripulito bene la padellina, che poteva anche non essere lavata, mi sentivo proprio soddisfatta ed appagata.

Anche ora capita che faccio l’uovo al pomodoro ma è una cosa molto diversa. Innanzitutto nonostante gli ingredienti e il procedimento sia uguale il sapore è diverso, poi  lo faccio poche volte, perchè ci mangio troppo pane, il sugo fa male, così quando arrivo in fondo mi sento un bel senso di colpa.

Cuore rosso

Il rosso che cura – di Laura Galgani

Foto di pasja1000 da Pixabay

Il primo assaggio è con gli occhi: disseta  la vista con quel suo colore esatto, preciso, proprio quello che si intende quando si dice “rosso”.

La mente si riempie di una tonalità di colore che si fa musica pervasiva, quasi assordante.

Non c’è posto per altre immagini, in quel momento.

Poi il tatto: ne segui la forma coi polpastrelli e ti accorgi che stai accarezzando un cuore.

Ne porti una vicino al viso chiudendo gli occhi e aspirando avida il suo profumo.

E’ una cascata di sensazioni, la primavera esplode fragorosa nel tuo corpo.

Finalmente le labbra si schiudono e una ci si appoggia.

Sperimenti la rotondità dei contorni che ti fa indugiare prima di morderla. E quando finalmente

non puoi più trattenerti e i denti premono sulla polpa ecco che sapore, profumo, consistenza si legano in un’unica espressione di armonia e tu pensi che anche solo per questo vale la pena aver vissuto.

Fragola, frutto che nasce in basso, appena sopra la terra. Ne sei i minerali, le radici, i pezzi di corteccia, gli insetti, le foglie, la fatica di chi ti ha lavorata.

Sei il sole che ti ha baciata dal finire dell’inverno, rimanendo così catturato da te da regalarti la sua essenza preziosa: Il colore del sangue, il colore della vita.

Diventa per me carezza, amore, luce.

Incontro virtuale – 17 novembre

con Cecilia Trinci

Dopo i commenti personali sulle foto, o dipinti pubblicati con relativi scritti abbiamo parlato del gusto e del “cibo del cuore”, quello che ci consola o ci sostiene e non solo il corpo ma anche l’anima.

Su questo abbiamo intenzione di lavorare nei prossimi giorni.

foto di Cecilia Trinci

Molto apprezzato l’acquarello di Tina Conti che ha condiviso con noi in questi giorni:

acquarello di Tina Conti

Foto di Simone

Muri – di Simone Bellini

foto di Simone Bellini

Cosa ne pensi di questo muro ? – mi chiese Giovanni, grande illustratore e antropologo di fama mondiale, davanti ad una parete di una casa nella piazza della sua Bibbiena:- Beh- risposi- andrebbe intonacata !-mi fulminò con lo sguardo, poi con un sorriso:- Quasi tutti la pensano come te. Ma se guardi bene ti accorgerai che questo muro è un libro di storia; vedi…il primo strato ti dice che è stato edificato dagli etruschi, mentre il secondo dai romani e salendo ancora si va dal medioevo ai giorni nostri. Questa parete trasuda di storia ma nessuno se ne accorge –

I muri mi hanno sempre affascinato, con i loro incastri perfetti, a volte casuali con pietre irregolari o misti con mattoni e sassi, nascosti da un intonaco sgretolato che ne rivela il vissuto.

 Muri a secco, di contenimento per una natura che comunque riaffiora abbarbicandosi con le sue radici negli anfratti più improbabili, imponendosi sull’opera umana.

Muri che narrano la loro storia nelle tracce di archi, colonne, fregi inglobati nelle pareti di antichi palazzi.

 Muri che ti riportano indietro nel tempo attraverso gli anelli di attacco per le briglie dei cavalli dei messeri rinascimentali.

Rifugi per lucertole equilibriste, per formiche ed una miriade di insetti nascosti nelle piante rampicanti che li adornano.

Ogni volta che ho provato a immortalarli in una foto, questa non mi restituiva tutta la meraviglia, le sensazioni che i muri mi comunicavano.

Immagino tutta la pazienza, l’abilità, la fatica di chi li ha costruiti e la soddisfazione nel vederli finiti.

Mura imponenti, vanto e orgoglio della città! Oppure più meste ma ognuna con delle particolarità; la buchetta dove si passavano i fiaschi di vino, tabernacoli più o meno grandi con le loro storie, i loro affreschi.

Muri rispettati, accuditi nei tempi passati, offesi oggi da scritte stupide, incomprensibili di pseudo graffitari che si credono artisti, pochi, pochissimi lo sono.

Anni fa comprai un’auto con il tetto di vetro che mi diede l’opportunità di scoprire una Firenze fino ad allora sconosciuta; lo sguardo, libero d’innalzarsi sopra il capo, si stupiva nel vedere facciate affrescate, intarsiate di graffiti a secco, con bassorilievi e stili architettonici fra i più belli di questa città unica. Noi fiorentini siamo talmente immersi in questa bellezza che non l’apprezziamo più! La globalizzazione sta soffocando la nostra cultura, il nostro spirito, la nostra identità!

Basta un bella passeggiata in una stradina con selciato e mura antiche per riappropriarsi della nostra storia !

foto di Simone Bellini

La scatola di foto di Carmela

Era tutto lì – di Carmela De Pilla

Foto di Melk Hagelslag da Pixabay

Chissà perché quella mattina Maria si era alzata all’alba.

Nella notte si era girata e rigirata mille volte senza nessun motivo apparente poi, stanca, alle sei  decise di alzarsi.

Aprì appena lo scuro della finestra e intravide il bagliore del sole che indisturbato dava vita a un nuovo giorno, aveva un vestito dai colori tenui in quell’alba rassicurante, Maria ne provò un’attrazione speciale e pian piano ritrovò la pace.

Senza uno scopo preciso andò nello studio, si guardò intorno, ma cosa ci faceva in mezzo alla stanza alle sei del mattino? Lo scoprì quando rovistando fra i cassetti della libreria si ritrovò tra le mani una vecchia scatola di latta un po’ arrugginita e imbrunita dal tempo con l’immagine di una bella bambina che mangiava un biscotto.

Si ritrovò sul tappeto a gambe incrociate e come ipnotizzata guardò il contenuto, c’erano pezzetti di un puzzle che lei conosceva bene, alcuni erano sgualciti o sfocati altri ingialliti e sbiaditi, ma erano vivi, frammenti di un passato ancora confuso, caotico, a volte doloroso altre volte raggiante, erano lì, alla rinfusa, li guardò con occhi innamorati e  annusò l’odore del tempo imprigionato in quella vecchia scatola.

Era forte il bisogno di rovistare in quel passato,  le piaceva rimettere ordine agli eventi, in fondo quei ricordi che negli anni si erano un po’scoloriti raccontavano la sua storia e ogni volta le ritornavano alla mente con prepotenza.

Il sole era già alto, fece capolino dalla finestra semiaperta quasi volesse sbirciare tra i ricordi di Maria, ma lei ne era molto gelosa e accostò la finestra per piombare nella penombra della stanza.

Era tutto lì.

La foto dei suoi genitori ancora giovani desiderosi di una vita migliore, quella della sua prima comunione, sembrava già una ragazza in quel vestito da sposa prestato da una sua cugina e adattato a lei per l’occasione, percepiva ancora la stessa sensazione di imbarazzo, quasi di vergogna mentre camminava per le strade festose del paese.

E cosa dire dei due braccialetti che ricordavano la nascita delle sue splendide figlie? L’avevano aiutata a crescere, ad amare…

C’era anche la foto di suo fratello che ancora giovane aveva deciso di abbandonare la vita pensando forse di ritrovare la pace nell’oblio della morte.

E poi quel quadernino rosso.

Aveva l’abitudine di pressare tra le pagine dei libri i fiori, quelli che le avevano lasciato un’impronta dentro e li incollava in quel vecchio quaderno, per ognuno un pensiero dell’anima.

Il rosso del papavero, il viola della pansè, il rosa della peonia, il rosso della rosa…petali come ali di farfalle volavano tra le pagine e si mescolavano ai suoni e agli odori delle parole, i colori avevano perso i toni intensi di un tempo, ma imprigionavano nei petali le antiche emozioni e lei si incantava nel frugare con un po’ di malinconia nel suo passato.

Era tutto lì.

 In ogni cosa c’erano i colori della sua vita.

La pianta fotografa

La pianta fotografa – di Stefania Bonanni

Foto di Mabel Amber da Pixabay

Vive davanti alla finestra della mia cucina, perlomeno da quando abito qui. L’ho vista crescere, e cambiare,  E anche lei avrà visto gli anni passare su di me, scanditi dalla crescita di figli che un tempo mangiavano nel seggiolone, guardando i merli nel giardino di fronte. Avesse potuto fotografarci, sarebbero state immagini preziose, replicate per fortuna da nipotini che hanno mangiato e mangeranno davanti  agli stessi vetri.

E lei sempre lì,  un po’ nascosta, modesta, invisibile tra rose sfacciate e limoni carichi d’oro.

Dico “lei “, non “lui”, perché mi piace sia una pianta, che non vuol diventare un albero. Una pianta che e’ femmina,  femmina che cambia, come cambia la natura,  come cambiano le donne,  che fioriscono di frutti e si colorano anche quando sono consapevoli di vivere momenti passeggeri di colori altrui, di foglie che voleranno via, e non si sa quanto lontano.

Non è servito, per farsi guardare, vestirsi in maschera, reggere sui rami sacchetti di coriandoli pronti per essere rovesciati su testoline curiose,  sarebbe bastata una ventatina.

Non è servito sembrare un albero della cuccagna, con i rami carichi di lucide caramelle di frutta rosse, gialle,  verdi. Non si sono fermati fotografi, non hanno indugiato occhi stupiti.

Non l’ho davvero vista io . Guardata si, ma non vista davvero. Fino ad ieri. Ieri l’ho “sentita”, direi sentita soffrire. Ho guardato bene ed ho colto  il momento magico ed irripetibile,  perlomeno per questa stagione della nostra vita, nel quale le era rimasta una sola, tremolante,  fogliolina, sul ramo più alto e più  esposto al vento. Era tutta tesa la madre, con rami come mani nervose che, rivolte al cielo, se avessero potuto si sarebbero strette a protezione,  ed invece riuscivano solo a salutare, e a pregare. Perché  la vita va, e cambiano le stagioni, e poi cambieranno ancora. Ma io guarderò meglio, e penserò a quell’ultima fogliolina, tremolante tra bisogno d’andare e futuro incerto.

Poi, stamani, mi ha svegliato il rumore della pioggia.

La foto di Sandra

Il matrimonio – di Sandra Conticini

Mentre  vuotavo la casa dei miei genitori ecco che mi ritrovai tra le mani due buste vecchie ed ingiallite con sopra scritto “Matrimonio”, erano le foto del loro matrimonio. Le avevo viste poche volte, perché la mamma le teneva nascoste in fondo all’armadio. Lei non si piaceva e le credeva brutte.

Nella confusione di togliere, inscatolare e liberarsi di tanti ricordi erano scomparse di nuovo. Disperata, pensai di averle buttate nel cassonetto e, in una serata piovosa e fredda di novembre, andai subito a ricercarle, ma non c’erano più. Non mi ricordavo di  averle messe al sicuro in un cassetto, perché lo consideravo  un grosso tesoro.

Ogni volta che le guardo vedo in loro la felicità, la semplicità e la bontà, con la quale hanno vissuto tutta la vita e  che mi hanno insegnato ad apprezzare, anche se così difficili da trovare. 

Regalo di Carla alle Matite

E siamo ancora qua, eh già – di Carla Faggi

Oggi c’è il sole, il mondo mi sembra più contento.

Passeggio attorno a casa.

Ma che nomi strani mettevano a questi luoghi:

la voltata di Scani, da Braciola, Calcinaia.

Così li abbiamo trovati e così li abbiamo lasciati, mi è stato risposto.

Chissà chi era Scani? E Braciola? Di loro è rimasto solo il nome, non conosciamo la loro storia, le loro emozioni.

Continuo la passeggiata.

Il vento frescolino mi strapazza i capelli, sono più lunghi del solito.

I ciclamini selvatici mi fanno l’occhiolino in mezzo a foglie colorate trasportate dal vento.

Chissà come li avrebbe descritti la matita dai coloratissimi orecchini, e quante erbette e frutti del bosco ci avrebbe fatto scoprire.

Dopo la voltata di Scani giro verso Calcinaia detta “ i Calvelli” mi immagino la matita omonima sorridere, soddisfatta del proprio casato, non tutti hanno luoghi che testimoniano la propria genia! 

Guardo le colline.

Poggio a i mandorlo, me lo immagino pieno di mandorli, chissà che bellezza, oggi non ci sono più ma un tempo sicuramente ne era pieno, mandorli, elfi, gnomi.

Ah! L’universo femminile! Avrebbe commentato una matita venuta da Firenze ricordandoci quel che Seneca diceva…le altre matite avrebbero sorriso pensando che non potremmo proprio fare a meno di lui!

Continuo verso Vallaghera , che bel lago nascosto e che nome strano, la matita che era rossa ci avrebbe scompigliato con la propria risata, freschissima anche sotto la mascherina.

Proseguo ancora verso La Dorciolina e poi ancora verso la Fonticina degli Sbrentani, la matita dagli stupendi bracciali avrebbe fatto un commento un po’ tranchant, ma tanto non ci frega più perchè l’abbiamo capita tutta la sua dolcezza!

Continuo verso la Fonte al fico, accanto a me la matita che teme di non essere più ballerina, io sento invece che lei è una grande ballerina perchè danza con le parole , con la serenità con cui si approccia agli altri, con la sua capacità di trasformare il suo stare con gli altri in opere d’arte.

Alla matita capo sorriderebbero i suoi grandi occhi marroni, sorriso guidato dalla determinazione e dall’ansia, le sue collane brontolerebbero, dobbiamo rientrare, tra un po’ andiamo a passeggio con le altre matite!

E’ vero, vorrei ci fossero tutte nella mia passeggiata immaginaria con le matite ma poi diventerebbe un assembramento, quindi, alla prossima perchè come canzonetta docet  “…eh già, ma noi siamo ancora qua!”

La foto (da un suo quadro) di Stefania

Ballerine – di Stefania Bonanni

di Stefania Bonanni

Pensieri rossi e gravidi, come pomodori così maturi che si staccano dal grappolo e si spiaccicano intorno velocissimi e impossibili da arrestare, da acchiappare, da rinchiudere in gabbie sicure. E in un attimo lo sfondo è rosso doloroso, come le macchie che non spariscono lavandole, ma si allargano e lasciano di se’ un’impronta piu’ grossa delle dimensioni iniziali. E rossa diventa la quinta di fondo, scenario di una pièce della quale non si ricordano le battute . E’ cambiato il tempo, nei dialoghi. Nel primo tempo il personaggio  dice “imparerò  a ballare”, nel seguito, senza che sia stato evidente il momento in cui è  successo, dice “non ho mai ballato”. È  cambiato  tutto:  da “sarò ” a “sono stata”. Perlomeno essersi accorti….

Foto di Laura

Rosa d’autunno – di Laura Galgani

foto di Laura Galgani

Rosa d’autunno.

Sei apparsa, minuscolo boccio, un mattino di fine settembre.

Ignara della sorpresa, mi ero affacciata sul terrazzo per un bagno di sole.

Voltando la testa ti vidi. Non ci credevo: in primavera non un solo boccio, ed

ora, già in autunno, fiorivi?

Ti amai subito, con tutte le mie forze. La gratitudine grondò copiosa su quella

piccola promessa e ti innaffiò copiosamente.

Ti osservai di soppiatto, temendo il freddo delle prime notti ottobrine.

Con la cosa dell’occhio, nelle giornate di pioggia, sorvegliavo l’ingrossarsi

del tuo calice. Poi, finalmente, intravidi i tuoi colori. Giallo intenso con

sfumature arancio – rosa verso la sommità dei petali.

Vegliai il tuo maestoso divenire con il rispetto dovuto ad una creatura regale.

E finalmente ho bevuto più e più volte al tuo calice appena dischiuso, mi sono

lasciata inondare dalla luce che emanava il tuo centro, non come riflesso, bensì

come sorgente tua, innata, preziosa.

Ho intravisto i filamenti dorati laggiù in fondo, e le antere, minuscoli scrigni

preziosi. Ho tuffato il mio viso fra i tuoi petali, sognando di diventare anch’io

corolla. Ho aspirato il tuo profumo e la tua bellezza, la quintessenza di cui mi

hai fatto dono.

Non di semplice rosa si parla, ma di un essere vivente che nel fiore si cela.

Ogni rosa è un amante, ogni petalo una carezza, ogni suo profumo un inno

alla gioia.

Ecco perché ti porto con me in una semplice foto.

Ecco perché voglio chiamare a te chi come me sa amarti e non chiede niente di più.