Rossella

E se fosse andata diversamente? – di Rossella Gallori

foto di Rossella Gallori

A:

GIULIA, giovanissima ebrea si innamora di Giorgio, bellissimo, dolcissimo, cattolicissimo ombroso ed ammaliante, in solo 9 giorni lo sposa, un 1938 che vede una  giovane coppia entrare in un labirinto, senza abito bianco, senza sfarzo, in segreto, quasi. Specchi di guerra riflettono sui loro corpi innamorati, solo fucili puntati e svastiche dagli angoli taglienti. I figli maschi nascono, uno, due, tre, quattro, un po’ alla luce del sole, un po’ al buio totale.

La storia va avanti, tra morti di crepacuore, di gas, e di sopravvissuti, che non hanno più nessuna voglia di andare avanti, c’ è sempre un “ tu non puoi entrare” nella giovane coppia, eppure vanno avanti, nella speranza ossessiva di Giorgio, di avere una bimba che gli somigli , nella certezza di Giulia di non metter al mondo più figli con il bollino come banane. I figli maschi che ha le bastano, eppure LEI nasce a dispetto della madre, nasce con l’odio di una nonna, una delusione della madre, ed un amore smisurato del padre, che la lascia presto sola ad affrontare  salite così  ardue da non saper come fare. Inutile avere le scarpe giuste, all’ inizio piange, vuole studiare, ma non trova strade in quel groviglio,  ad ogni passo un tranello. Cresce diventa grande, quasi vecchia, non sceglie ma vive. Rimane nel labirinto, non ne esce, perché dovrebbe farlo? Ci sono cecchini in agguato? Si credo proprio di  sì!

B

Si sposano Giulia e Giorgio, in un 38 di passione, un matrimonio stupendo, lei in bianco bellissima, lui in grigio, banale e dimesso.  Il viaggio di nozze è lungo e senza intoppi, si comincia un po’ a parlare di razze, ma i due ignorano, innamorati come sono,  le maldicenze sui tedeschi, c’ è chi dice che forse li deporteranno questi biondoni dagli stupendi occhi azzurri, ma in alberghi sul mare, dove alloggeranno con i loro stupendi cani, dolci e mansueti, comunque per identificarne la provenienza  i  teutonici  indosseranno sulle divise mughetti profumati,  ed i guinzagli saranno colorati e pieni di allegri sonagli.

La coppia è al sicuro, lei è ebrea, nessuno può farle del male, nascono figlie, una dopo l’altra, per non fare torti, danno a tutte lo stesso nome, Vita, originale e  lungimirante.

La più piccola è così  amata, così coccolata, così apprezzata, da non avere intoppi, spesso sogna grandi cartelli su porte aperte: PUOI ENTRARE SOLO TU.  Viali alberati, strade diritte, cartelli stradali benevoli e chiari le indicano la meta.

Studia, prende una laurea dopo l’ altra, legge, dipinge, viaggia, ed ora che non è più tanto giovane vive con  i genitori, che non hanno anni, un marito che  l’adora, figlie, nipoti, gatti, anche la sua nonna è ancora viva e sulla sedia a dondolo sotto il portico ricama il nome della nipotina su cuscini di lino setoso, in una casa immensa che guarda il mare, dalle finestre spalancate, la porta sempre aperta, un cartello all’ ingresso avverte gli ospiti: IN QUESTO GIARDINO NON CI SONO LABIRINTI, SIETE AL SICURO.

P S: non è andata così? Non importa, potevo scriver di Pinocchi con il naso a  patata, di Pollicino che non si perde, ho scelto la storia di casa mia, mi perdonate?  

Ulisse

Torno o non torno? – di Laura Galgani

Foto di Olle August da Pixabay

La grande nave in rada, vicina alla grande spiaggia, sembrava silenziosa, addormentata.

Le vele ripiegate non annunciavano alcuna imminente partenza. Tutti, l’eroe come i suoi compagni, erano immersi in un sogno dal quale non volevano ancora riemergere. L’isola, che sarà detta Gaeta da Enea, era coperta da una folta vegetazione. Hermès vi si rifugiava ogni volta che si ritirava – quasi fuggiva – dagli incontri con la Maga Circe. Lei riusciva a turbarlo nonostante lui fosse un dio.

Odisseo conosceva ormai bene quell’isola incantata: le alte scogliere, le spiagge dorate, il mare spesso in burrasca che non gli faceva certo paura. E poi c’era lei, la maga – dea dalle belle trecce, dalla pelle color di luna, dal profumo d’ambra e muschio, dallo sguardo magnetico e irresistibile.

Seduto su uno scoglio Odisseo guardava l’orizzonte e si chiedeva quanto fosse vicina – o se invece fosse lontana – la sua Itaca. Da qualche tempo ormai la distanza dalla sua terra non era più soltanto fisica, misurabile in giornate di viaggio. Qualcosa gliel’aveva allontanata dal cuore, dalla mente, dall’anima e lui ne soffriva profondamente. Al tempo stesso però, al di là della sofferenza dovuta al distacco, come se fosse ormai passato al di là delle colonne d’Ercole e avesse varcato un confine prima inimmaginabile, sentiva che in lui qualcosa di importante stava cambiando. Gli sembrava di affacciarsi ogni giorno di più su di un mondo nuovo, tutto da scoprire, stavolta senza doverlo andare a cercare chissà dove. Era dentro di lui, era lui. E sapeva benissimo che Circe era l’artefice di questo cambiamento. Ricordava bene il momento in cui, dopo aver incontrato Hermès, si era incamminato verso la sua porta, sconvolto nel cuore. Hermès l’aveva messo in guardia al suo arrivo sull’isola: Circe non era “solo” una maga, era una dea. “Circe farà di tutto per renderti vile ed impotente. Si servirà di te per esercitare il suo potere magico. Non devi cadere nella sua trappola.” E gli aveva dato delle erbe misteriose come antidoto alle pozioni magiche, una spada da sguainare per mostrare forza e contrastarne il potere e gli aveva detto di farle giurare che non avrebbe usato incantesimi con lui. Solo dopo avrebbe potuto giacere con lei. Da allora, da quando per la prima volta erano saliti di sopra, al suo letto fra le rocce, era passato del tempo. Quanto, Odisseo non sapeva dire. La sua lucida razionalità lo aveva sostenuto fino a poco tempo prima; fedele devoto di Athena, espressione del mondo razionale, aveva retto bene il confronto con Circe, proprio evitando di lasciarsi toccare interiormente dall’inquietante mondo di lei, al contrario irrazionale, indefinibile e sfuggente. Ma non poteva resistere all’infinito. Era un’impresa sovrumana anche per lui, avvezzo alle sfide più dure.

I compagni di Odisseo, intanto, resi da Circe ancor più belli e prodi dopo esser tornati umani anziché restar maiali, lo supplicavano di ripartire. Non vi era più alcuna ragione per temporeggiare, il mare e il vento erano propizi e dunque era giunto il momento di spiegar le vele alla volta di Itaca! Ma Odisseo non si decideva. Si sentiva spaccato a metà, come un grosso frutto succoso che si recida d’un sol colpo netto e con forza, gli pareva che le sue due parti, quella razionale che ben conosceva e quella del sogno che voleva esplorare, si fossero scisse l’una dall’altra piangendo lacrime succose ciascuna per proprio conto.

“Andremo nell’ade, da Tiresia, il cieco indovino! Sarà lui a decidere del nostro destino.” E così dicendo Odisseo si alzò di scatto e si mise in cammino con passo deciso. I suoi compagni lo seguivano, ancora fidandosi di lui. Durante la marcia gli risuonavano in testa le parole che Circe gli aveva sussurrato all’alba, dopo una notte in cui aveva conosciuto spazi di vita inesplorati dentro di sé: “Ascoltami, io ti darò qualcosa che ti farà dimenticare i tuoi sogni meschini, il tuo misero regno, tua moglie che invecchia. Rimani e questa notte l’Olimpo conoscerà un nuovo dio, Odisseo.”

Non fu facile scorgere Tiresia. La nebbia avvolgeva le rocce, l’umidità trasudava dalle pareti scoscese e sembrava che tutto piangesse di compassione per il triste destino dell’umanità. Dopo qualche istante l’ombra di un vecchio avvolto da un mantello si fece avanti e lo chiamò: “Odisseo! Vieni avanti! Sì, sei nel regno dei morti, ma ancora non ne fai parte. Hai molti giorni davanti a te, tempestosi e sereni, lieti e dolorosi. Ma lascia andare questi tuoi compagni. Il vostro destino non è più uno solo. Da tempo tu stesso hai già scelto qual è la terra che vogliono calpestare i tuoi passi. Non sono io che devo decidere, sei tu che hai già deciso. Posso solo dirti che il peso di questa decisione lo porterai per sempre; ma sai bene che ogni scelta porta con sé il rimpianto per ciò che si è dovuto lasciare indietro. Tua moglie non ti vorrebbe mai accanto a sé ma infelice. Tuo figlio non vorrebbe essere cresciuto e guidato da un padre che desidera essere altrove. Sarà una prova dura per loro, ma non gliela puoi evitare. Ce la faranno, in qualche modo. Prenderanno delle decisioni, giuste o sbagliate non importa. Ma tu lascia liberi questi amici di fare altrettanto!” E detto questo ritornò nell’ombra e scomparve. Tutti restarono in silenzio. Nessuno osava dire qualcosa. Giunti all’aperto, si lasciarono sferzare il volto e il corpo dal forte vento salmastro. Si vedeva il mare, in lontananza, e grosse nubi scure che si allontanavano senza più esser minacciose. Non ci fu bisogno di parole: Odisseo abbracciò i suoi compagni uno per uno, piangendo. Rimase lì, su quel promontorio brullo e roccioso, a guardarli sfilare e affrettarsi verso la nave, finché il primo vi salì e sciolse una vela. La nave era di nuovo viva, si stava preparando per il viaggio. Pareva salutarlo ondeggiando leggermente ora da un lato ora dall’altro. Odisseo le disse addio, e con lei disse addio a ciò che era stato e al suo passato. Chissà se l’umanità avrebbe compreso la sua scelta … chissà se qualcuno ne avrebbe mai parlato …   

Labirinto

Essenza – di Lucia Bettoni

Foto e quadro di  Lucia ( olio su tela 30×30 )

Bianco come la neve
il mio labirinto semplice.
Pulito, lavato …
è rimasta l’essenza.
Ad ogni risveglio
una sola domanda:
la bellezza o l’abisso?
Ancora e ancora scelgo
ogni goccia di vita e
non apro l’ombrello

Storia a più mani – Ancora Grintolin

Le indagini di Grintolin continuano – di Carla Faggi

Parlare con la dottoressa gli aveva fatto bene, mentre l’aspettava con ansia cercava di razionalizzare il cosiddetto”caso Franca”. Sembra diventato un labirinto, si và a destra o a sinistra? Pensò Grintolin, io quasi quasi vo a sinistra e seguo le vecchie indagini del “cercher l’amour” tra l’altro ci sono anche già due rei confessi, e l’ispettore Scrupoloso andrà a destra seguendo il nuovo filone esoterico, e vediamo dove si arriva.

Ai giornalisti in conferenza stampa si era limitato a dire “stiamo seguendo tutte le piste senza scartare nessuna ipotesi, la psicologa dottoressa Vann Big vi illustrerà meglio” e se ne andò.

Inutile dire la contrarietà della dottoressa per essersi trovata da sola a gestire una turbolenta accozzaglia di giornalisti pronti a sottovalutare sempre il loro lavoro ed a sottintendere tutte le volte che avrebbero potuto fare molto di più. Ma era molto brava, quando era necessario sapeva dire tanto senza dire nulla.

Scrupoloso intanto, dopo aver saputo dell’imminente arrivo della intrigante dottoressa, dopo essersi rasato e ben pettinato, si mise a studiare la nuova situazione venuta alla luce:

Il testimone aveva intravisto una buffa carrozza con strani personaggi travestiti, uno di questi da diavolo caprone, una piramide nel bosco, si era impaurito ed era fuggito, ricorda però che aveva ben percepito uno strano odore di zolfo e ben sentito una cantilena tipo”…con Franca con Franca e dopo di lei con altre con altre…”

Arrivò la dottoressa Vann, Scrupoloso la fece accomodare, Grintolin le offrì un caffè, parlarono a lungo e arrivarono alla conclusione : bisognava far intervenire l’illustrissimo professore filosofo metafisico esperto esoterico e docente presso l’Università della Transilvania Luc De Vol.

E ora vai Luca

Storie a più mani – Grintolin continua a indagare

Grintolin indaga – di Vanna Bigazzi

Foto di Hebi B. da Pixabay

“Che strana telefonata…” rimuginava fra sé Grintolin “un Cecchi esoterico….. e chi ne ha mai sentito parlare? Dobbiamo rimanere con i piedi per terra, che discorsi sono: la setta demoniaca, una Piramide nel bosco e chi la mai vista questa Piramide…” Si concentrò a lungo, poi riprese le sue supposizioni: “Certamente la ragazza non sarà stata uccisa da forze maligne, come dice questo Cecchi ma potrebbe esserlo stata da questi fantomatici membri della setta, questo è possibile…” Nonostante tentasse disperatamente di razionalizzare, Grintolin si sentiva misteriosamente sbandare verso una dimensione paranormale; non riusciva a riagganciare la realtà ma veniva rapito da un nuvolone nero che lo disorientava e lo trasportava in estensioni occulte, dove la volontà non aveva fondamento e lasciava spazio a uno stato mentale confuso, invaso da arcane suggestioni. D’impulso prese il telefono e chiamò la Psicologa: “Dottoressa, lei crede nelle forze sataniche? Nelle sette? Ha mai visto la Piramide”? “Commissario, cosa le è accaduto, sta male”? Ma poiché Grintolin aveva abbandonato le deduzioni più razionali e continuava a farneticare, posseduto da magnetismi deliranti, la Psicologa lo interruppe con voce alterata dicendo: “Passo a prenderla e la accompagno subito a “Villa Sonni Tranquilli”! Di fronte a quel pericolo Grintolin si ridimensionò e moderando il tono della voce disse: “Si, capisco, mi scusi, ma qui stanno accadendo cose veramente strane, le sarei grato se riuscisse a raggiungermi per parlarne…”

Carla, tocca a te…

Cenerentola?

Macché Cenerentola! – di Carla Faggi

Foto di Lisa Che da Pixabay

Tanto tanto tempo fa, c’era una volta in un paese lontano lontano una bella e povera ragazza chiamata Cenerentola.

Fu convinta dai topini magici e dalla Fatina, di nascosto alla matrigna e alle sorellastre, ad andare alla festa al castello perchè il bellissimo Principe quella sera avrebbe scelto la propria sposa.

Cenerentola sognava da sempre di incontrare un vero Principe che l’avrebbe salvata e poi sposata da non dover più essere povera e succube della matrigna.

L’altro uomo della sua vita, il padre, era morto e con la parte femminile della restante famiglia non aveva decisamente un buon rapporto.

Grazie alla magia della Fatina, su una zucca trainata da topini, vestita in bellissimo modo, arrivò alla festa.

Il Principe la vide e se ne innamorò, la invitò a ballare e voleva rivederla. 

Lei però lo guardò bene, non era poi così bello, e poi era noioso, parlava di cose futili, e tutta quella gente così stupida e vanitosa attorno a lui. Sposandolo avrebbe passato tutta la vita così?

Ci pensò un po’ e guardando l’orologio, era quasi mezzanotte, decise che non ce la faceva più, si stava annoiando da morire!

Lo mollò in mezzo al ballo e se ne andò senza salutare.

Discese correndo la grande scalinata e perse una scarpetta, si voltò di scatto e tornò indietro, e no! Pensò, quelle scarpette rosse tacco dodici, punta stretta sono deliziose, non le lascio certo qui, e si riprese la scarpetta perduta.

Correndo verso la spider arancio decappottata, la fatina aveva ben pensato che la carrozza-zucca da qui in avanti sarebbe stata poco adeguata, si mise al volante e tornò alla sua abitazione.

Scendendo dalla spider inciampò nell’ abito e lo strappò. La lunga gonna era diventata cortissima e sfrangiata.

Però, pensò, così è proprio carina, quasi quasi ne faccio una moda. Fu così che il marchio Cene Quant divenne un’icona, produsse tanti mini abiti e fece lavorare tante persone.

Ma la nostra Cenerentola non si fermò qui, diventò una cantante famosa, una ricercatrice e scienziata da premio Nobel, una tra le prime astronaute donne, una scrittrice famosa, Presidente della Camera del Parlamento italiano, e per la primissima volta vicepresidente degli Stati Uniti d’America.

E tutto questo senza il Principe azzurro.

A proposito, che fine ha fatto quest’ultimo? Ha incontrato di nuovo Cenerentola ormai matura e famosa, stavolta si sono piaciuti davvero e…vissero felici e contenti finché lo  hanno ritenuto opportuno.

Giulietta e… non Romeo

Dalla tragedia alla commedia – di Gigliola Franceschini    

Foto di fesehe da Pixabay

                       Mi sembrerebbe giusto dare al personaggio di Giulietta la possibilita’ di scegliere il suo futuro. Uscire dall’intrigo malefico di vendette e beghe familiari e imboccare la strada del quieto vivere e del buonsenso. Giulietta deve avere la possibilita’ di realizzare la sua vita  e per farlo deve vivere, perché da morta  avrebbe avuto poche scelte! 

“Caro Romeo, ti parlo a cuore aperto, non ho alcuna voglia di diventare un personaggio tragico, sono giovane e anche bellina, modestamente, voglio uscire da questo ginepraio di lotte e odio permanenti e levarmi da questo pericolo continuo.  Ci ho pensato ed ho scelto di vivere. Questa cotta giovanile ci passera’ e avremo altre vite, tranquille e normali. A suo tempo avro’ una famiglia mia e se non sara’ il grande amore, mi consolera’ il fatto di essere viva e vegeta, di non avere a che fare con beveroni strani, frati compiacenti, nutrici ruffiane. Saro’ una persona normale. Anche per te sara’ meglio, te ne convincerai quando ti guarderai intorno, ne volano tante di passere in cielo, c’è solo da scegliere! E ti do  un consiglio, la prossima volta trovati una che abiti a pianterreno cosi’ non correrai il rischio di romperti l’osso del collo come hai fatto con me per arrampicarti fino al mio verone. Verone! Direi terrazzino un po’ scortecciato ed anche poco sicuro quando mi raggiunge quella cicciona della nutrice. Ora mi ritiro perche’ l’aria è troppo fresca. Ho fatto la mia scelta, sono uscita dalla tragedia per entrare nella commedia”.

Forse avremo perso un  grande capolavoro ma avremo acquistato un pizzico di buonumore e qualche risata. E la vita continua tra lacrime e sorrisi.

Incontro virtuale – 1 dicembre

con Cecilia Trinci

Dopo una carrellata sulla ricca produzione della nostra settimana di lavoro, abbiamo parlato delle proposte per le due settimane che abbiamo di fronte: il tema del labirinto come simbolo di tutte le scelte e le decisioni prese nella vita.

Come proposta di lavoro potremo:

  1. Prendere in prestito alcuni personaggi delle storie scritte da persone diverse da noi, ispirate alle foto della settimana scorsa, e inserirli in altre storie che sceglieremo di scrivere.
  2. Altra proposta riscrivere a modo nostro una delle storie scritte e pubblicate la settimana scorsa Oppure:
  3. Prendere in esame alcuni “bivi” della nostra storia passata e immaginare come potrebbe essere andata se avessimo preso una direzione diversa. Nel caso non volessimo parlare di noi potremmo fare la stessa cosa analizzando storie note della letteratura classica. Partendo da un “bivio” della narrazione provare a proseguire percorrendo una strada diversa.
  4. Da non dimenticare ……la serie del Commissario Grintolin da proseguire!

Buon divertimento!

lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

La voce di Gabriella

Stato d’animo – di Gabriella Crisafulli

L’iris selvatico di Louise Gluck

“Vuoi sapere come passo il tempo? Cammino sul prato davanti, fingendo di strappare erbacce, ciuffi di trifoglio selvatico… In realtà sto cercando coraggio, qualche indizio che la mia vita cambierà”.   

Louise Gluck – Premio Nobel letteratura 2020

Dedicata a Rossella:

Grazie Rossella – di Gabriella Crisafulli

Dopo notti tormentate,

sogni oscuri,

pensieri arcani avvolti in tiepido calore,

arrivi tu,

matita parlante. Sciorini

non tanto sete e broccati,

ma parole parole e parole

che regalano le più aspre conquiste

La foto 2 di Tina

Le figlie curiose – di Tina Conti

A chi assomigliavano quelle due ragazze non lo capiva certamente.

In che situazioni lo cacciavano ogni volta!

Lui , timido e silenzioso, amante del suo lavoro e del  paese, si trovava questa volta proprio nella condizione più  assurda.

La macchina, ferma e impantanata vicino al torrente, nessun punto di riferimento salvo quelle rotaie!

Da quante ore camminavano  non se lo ricordava neppure, per la fretta di uscire dalla macchina, con l’acqua  che si faceva sempre più minacciosa, si era dimenticato il giaccone e aveva afferrato una coperta.  

Si erano precipitati fuori, lui, già infreddolito.

Non era facile camminare sull’acciottolato, aveva i piedi doloranti, sentiva il bisogno del bastone che ormai usava più per   scoraggiare gli altri a fare richieste azzardate che per vera necessità.

Loro erano allegre e divertite, a lui mancava il fiato, si chiese perché aveva acconsentito a seguirle.

Nel laboratorio caldo e confortevole più della casa che amava e curava personalmente e non  permetteva a nessuno di pulire, la polvere si sarebbe infilata nei preziosi ingranaggi.

Lo aspettava il suo amato lavoro.

La sera prima aveva preparato le due rondelle del vecchio  quadrante nero e oro e le lancette della pendola tirolese erano state messe sotto la pressa, con i  colori a smalto aveva ricostruito i personaggi dell’orologio del municipio.

Era orgoglioso, con le foto del sindaco, le figure erano proprio vicine a quelli originali, la notte aveva sognato il padre, che orgoglioso lo abbracciava.

Pensava che sarebbero tornati a casa dopo poche ore.

Aveva fame e sentiva voglia del caldo latte  e caffè che si concedeva a meta’ pomeriggio, prima di andare a fare un giro per il paese, incontrava il fratello e gli amici, questo era il suo conforto, si sentiva parte di un mondo adatto a lui, osservava il tempo, le montagne, i boschi che cambiavano aspetto con le stagioni, respirava a pieni polmoni, questa era la sua vita.

Non avrebbe cambiato niente  delle sue abitudini, se non fosse stato per quelle due ragazze, agitate e inquiete, sempre alla ricerca di novità.

La foto 2 di Patrizia

Alba – di Patrizia Fusi

Mentre cammino su questa strada ferrata piena di ciottoli con la mia sorella gemella e il mio fratellone, stanchissimi perché è da ieri sera che camminiamo pieni di paura, il sole ci illumina.

Mi sento tanto triste e spaesata, mi chiedo che cosa ho di diverso dalla gente di questo paese.

Cosa ho deciso io di questa mia situazione.

E’ una colpa scappare dalla guerra?

E’ una colpa desiderare una vita migliore?

Quali giochi politici ci sono nelle guerre e nel tenere nell’ eterno sotto sviluppo molti paesi, mettendo la popolazione alla fame?

E’ una colpa volere scappare da tutto questo?

Eravamo una bella famiglia della media borghesia siriana, composta da padre madre, nonna e nonno, mio fratello grande e io e la mia sorella gemella, la vita scorreva serena fino a quando sono arrivati i primi attentati, la popolazione si è divisa in fazioni, si sono formate le milizie militari, sono iniziati la caccia all’avversario, le bombe che scoppiavano, il terrore che si sprigionava intorno a noi, tanti morti, tanto sangue, fame, paura.

La nostra famiglia si è procurata un bel po’ di soldi per farci scappare in Francia pensando che fosse un paese accogliente (egualité….fraternité).

Dopo un lungo viaggio pieno di difficoltà, ci siamo ritrovati a vivere nella grande bidonville di Sant Denis, da lì ci hanno fatto sgombrare.

Io e i miei fratelli abbiamo trovato accoglienza presso alcune associazione di volontari che danno assistenza a non profughi, ma sempre precari.

Con l’ aiuto dei volontari, per attirare l’attenzione delle persone e delle istituzioni sulla problematica dei rifugiati, abbiamo occupato pacificamente con delle tende la Place de la Republique, la piazza era piena di profughi, volontari, giornalisti.

Ci hanno fatto sgombrare con violenza.

Ho tanta malinconia dei miei famigliari, mi manca la mia vita precedente, ho paura per me e per i miei fratelli, sento l’incertezza del vivere, mi sento diversa, non capisco perché facciamo tanta paura, mi sento un po’ meglio sentendo vicino a me la mia sorellina e il mio fratellone mi sento protetta da lui.

Siamo un’altra volta in cammino, per dove?

Dov’è l’umanità?

Dov’è chi scatena le guerre?

Dov’è chi fabbrica le armi?

Dove sono chi mette alla fame i popoli? Dove io e miei fratelli e gli altri profughi potremo fermarci ed esseri accettati come esseri umani dal potere ma anche dalle persone comuni?

Foto 1 di Carla e Vanna (il finale)

L’interrogatorio – di Carla Faggi

Il commissario Grintolin piazzato a gambe divaricate davanti alla grande lavagna cercava di far quadrare la situazione. Troppi personaggi, troppe complicanze.

Ma lui era alla vecchia maniera, una lavagna, un gesso e tante caselle da far combaciare.

Allora vediamo, professore di francese, allieva prediletta, l’insofferente. Hanno un alibi tutt’e tre e poi che c’entrano con la vittima? Pensò grattandosi la folta chioma.

Però …aspetta un po’…Antonioooo! Controllami con il drone il percorso dell’indifferente per tutto il tempo che è rimasta sola…sbriiigati, per la misera!

E poi…vediamo un po’… c’è Danilo il narciso e Giovanni il depresso che hanno trovato il corpo della vittima…poi abbiamo Furio il morboso sadico e Ettore il sensibile che è il maggior indiziato…Francescooo! Convocami subito Ettore e l’insofferente…Suuubito ho detto!

Bene, bene , bene, il commissario mani dietro alla schiena andava avanti e indietro mugugnando, l’ispettore Scrupoloso Antonio registrava il tutto con il registratore ufficiale, la Psicologa Dottoressa Vann sedeva in fondo alla stanza.

L’ispettore iniziò l’interrogatorio urlando ai due: ambedue avevate un movente e nessuno dei due ha un alibi credibile…Ettore seduto a disagio e a testa bassa si alza di scatto e piagnucolando: come sarebbe a dire…io l’amavo…Silenziooo! Il rimbombo della voce cavernicola riportò Ettore a testa bassa timoroso ma non sembrò minimamente scuotere l’insofferente la quale mostrava indifferenza

e menefreghismo.

L’amavi eh? Ti piaceva ma lei niente, magari preferiva quel Danilo e tu preso dalla gelosia dopo il litigio avvenuto nel tuo appartamento l’hai fatta fuori…magari con la complice qui presente…controlleremo se ci sono tracce di dna della vittima nell’appartamento e…Ettore scoppiò in un pianto dirotto…non volevo, io l’amavo, è stata lei…tutta colpa sua …balbettò indicando l’insofferente, la quale si alzò di scatto : stai zitto imbecille! E’ stato lui , è stato lui, io non c’entro!

Pooortateli via! tuonò soddisfatto l’ispettore, arrestateli!

Bene, bene, bene, allora cara signorina dottoressa psicologa Vann che ne pensate? Abbiamo fatto un bel lavoro, potremmo andare a festeggiare questa sera a cena io e lei, propose Grintolin sorridendo per la prima volta e carezzandosi in tono soddisfatto il prominente ventre, naturalmente dopo aver apprezzato con un’occhiata gli aderenti jeans della dottoressa.

Emh, emh l’ispettore Scrupoloso Antonio non sembrò molto soddisfatto di ciò che aveva sentito, voleva intervenire, quando il telefono squillò e…commissario, commissario! Hanno trovato un cadavere in piazza sotto un lampione, bisogna intervenire subito! La dottoressa psicologa Vann ne approfittò per dileguarsi…

La foto 2 di Stefania (il finale)

Un minuto e venti secondi- di Stefania Bonanni

Credevano bastasse decidere, per costruirsi il destino. Ed erano le 19,30 di quella domenica di fine novembre. Si chiusero il portone alle spalle, uscivano per andare a cena. Durò un minuto, poi hanno saputo: durò un minuto e venti secondi. La casa gialla con la torretta si sbriciolo’ come un biscotto sotto le ruote di un trattore, ad una ad una cascarono tutte le case del corso .

Loro tre erano insieme, stavano bene, avevano maglie e coperte.  Sui binari non arrivavano macerie, tutte le altre strade erano impraticabili. Potevano camminare, era la vita quella che avevano davanti, e camminarono, insieme verso il sole.

La foto 1 di Mirella

4 PERSONAGGI IN CERCA, NON DI AUTORE CHE GIA’ CE L’HANNO, MA DI QUALCOS’ALTRO – di Mirella Calvelli

Alzarsi presto, all’alba, non era mai stato un problema per nessuno di loro. Sopratutto per soddisfare la loro curiosità, la loro passione per la fotografia.

Erano esperti nel scovare le giuste giuste angolazioni, anche se per raggiungerle dovevano arrampicarsi per chilometri su viottoli impervi, calarsi in dirupi , sgominando cespugli e macchie fittissime. Erano abituati.

Amavano, dopo tanta fatica, commentare all’unisono che quello era il posto più bello mai visto, che meritava tutta quella fatica.

L’ultima impresa non annientava la precedente, ma la relegava ad una posizione meno eccellente, per poi essere retrocessa una volta che partivano per una nuova impresa.

Si, perchè di imprese si trattava, portarsi dietro tutto l’equipaggiamento, macchine fotografiche, grandangoli,  cavalletti, persino le luci. E nessuno di loro fiatava sugli sforzi o sull’inutilità di tutti quegli attrezzi, perchè non se lo sarebbero mai perdonato, se una volta raggiunta la meta, proprio uno di questi fosse stato  lasciato indietro, solo per fatica.

Tommaso, Pietro, Riccardo e Mimmo, questo era il quartetto delle spedizioni.

Si conoscevano dall’infanzia, qualcuno e qualcun’altro dall’adolescenza, per un susseguirsi di vicissitudini  che li aveva fatti incontrare, non  la scuola o lo sport, ma fratelli, amici comuni, sorelle fidanzate dell’uno o dell’altro, traslochi e disgrazie.

Tommaso, detto Tommy, era il più piccolo di età  e anche di statura. Era entrato in contatto con gli altri grazie alla zia Teresa, sorella di sua madre che lavorava nel negozio di frutta e verdura della famiglia di Pietro, detto il Lica. Soprannome che era stato di suo padre e alla sua morte avvenuta, purtroppo prematuramente ed improvvisa era divenuto il suo. Prima era per tutti Pietro il figliolo del Lica, ora Il Lica era lui.

Avevano trovato suo padre una mattina disteso nel retro bottega del  negozio di frutta e verdura , all’angolo del paese. Era stata sua madre a vederlo riverso sul pavimento, senza poter fare nulla, che non gridare e correre fuori nella piazza a chiamare aiuto. Un aiuto inutile, purtroppo. Un infarto, repentino di quelli terribili, che ti spaccano il cuore in due!!

Così aveva sentito dire Pietro, così tante volte, da farsi un’idea pressochè scioccante da film horror.

E forse saranno stati questi eventi che Pietro aveva deciso di iscriversi a medicina. Ma il negozio aveva bisogno anche delle sue braccia soprattutto al mattino per andare ai mercati generali.

Mica ci posso andare io Pietro a quell’ora. Diceva sua madre. E così, doveva alzarsi alle 4  per fare questa, commissione, la chiamava così sua madre.

 A lui non pareva proprio una commissione, buttarsi giù da letto a quell’ora nefasta. Partire con l’Apino, caricarsi come un mulo da soma e scaricare tutto in negozio.

Poi vestiva i panni dello studente universitario e partiva alla volta di Careggi con la sua vespina 50 bordeaux.

Tutti questi insetti da locomozione, uno da lavoro e l’altro da studio. Chissà quando ne avrebbe avuto uno per tutt’altro. mah!!

Ed era per questo che sua madre aveva cercato altre due braccia per poter aiutare e poi magari sostituire Pietro. Perchè, diceva sua madre, Il mio Pietro studia per fare il dottoreeee.

La signora Teresa che aiutava Agnese la madre di Pietro in negozio, aveva con garbo e timore suggerito il nipote della sorella, Tommaso, Tommy o Tommino.

Un gran bravo ragazzo, diceva la zia,  ma la fa penare la mia sorella, non studia e non si sa dove voglia andare a battere il capo!!

Vediamo se alzarsi alle 4 lo rimette un po’ in riga e cominci a dare un senso alla sua vita.

Era piccolo di statura Tommy, una massa di riccioli neri gli incorniciavano il viso. Il fisico minuto, ma atletico, non dovuto ad attività fisica precisa,  ma alla sua natura, tutto come suo padre!! Anche per la poca voglia di lavorare.

Si contrapponeva a Pietro, che invece era altissimo e si attorcigliava come un contorsionista, tutte le mattine per entrare nell’Apino.

Anche lui aveva dei bei riccioli, castani, con degli occhi verdi bellissimi. Il naso era un po’ troppo pronunciato e il suo fisico longilineo faceva da contraccolpo a lla sua altezza. Tutto era grande, anzi lungo, in lui. Non aveva parvenza di sportivo, anche se per molti anni aveva giocato nella squadra di basket, proprio grazie alla sua altezza. Era chiaro adesso fra la morte del padre,  la bottega e l’università aveva dovuto mollare il pallone e il canestro.  L’unico cestino che centrava era quello della carta straccia , mentre ripeteva anatomia patologica ad alta voce  ed ogni successo veniva premiato con un canestro!!

Riccardo, detto il Ricca era il più sportivo, era il più tecnologico, era l’ammaliatore della troupe!!

Riccardo sembrava avere tutto, era bello, con un fisico veramente atletico, costruito con tanti anni di sport, palestra, nuoto e jogging giornaliero.

Riccardo da piccolo era bellissimo, ma pacioccone, sicuramente sovrappeso. E questo, deficit, così lo considerava lui, lo aveva costretto una volta presa coscienza a dedicarsi allo sport. Giocando prima a calcio, poi iscrivendosi in piscina ed infine in palestra, dove aveva trovato il suo indirizzo atletico nella disciplina moj thai.

Riusciva bene in questa attività, grazie alla sua prestanza fisica, alla sua altezza e scioltezza. Era bello vederlo slanciare le gambe, girandosi in aria , in un avvitamento su se stesso. Era diventato nel 2017 campione italiano di Moj Thai e aveva dedicato questo titolo a suo nonno materno.

Non era portato per gli studi, sua madre aveva visto i sorci verdi con lui a scuola. Non amava studiare, non amava leggere ed era stato difficile finire il corso di studi.

Poi l’amore per la tecnologia e i vari giochi elettronici, lo avevano avvicinato a questo mondo, scoprendo un po’ alla volta la sua passione e aiutandolo come un terzo braccio o un terzo occhio a completare gli studi da studente serale.

Era stata faticosa questa escalation, ma aveva concluso, o meglio iniziato un cammino, che non lo faceva più sentire a disagio. Non era più quel piccolo che si vergognava e non si spogliava volentieri al mare. L’elefante nella cristalleria con tanto sforzo, presa di sé, si era trasformato in un bel ragazzo, piacente, spiritoso ed informato.

Il nome, Riccardo,  glielo aveva scelto sua madre , in primis per la nascita in luglio, e quindi sotto il segno del leone e per la speranza che divenisse un uomo dallo spirito impavido, un  Riccardo Cuor di Leone. E questo nome lo  calzava a pennello. Era un ragazzo estremamente generoso e premuroso.

Proprio perchè arrivava da un’infanzia e da un’ adolescenza nella quale  aveva sofferto, non solo per il suo aspetto fisico e per la fatica a concentrarsi, ma  anche a  causa della separazione dei suoi e sopratutto dell’abbandono del padre. Non era stato tutto negativo. Si era   forgiato e si era reso  un ragazzo sicuro ed affidabile, con la voglia di emergere in ogni attività che faceva.

Si era rasato  completamente i capelli quando cominciavano a crescere stentati, lasciando parti semi scoperte. In contrapposizione si era  fatto crescere una bella barba fluente, ben curata, con sfumature che andavano dal castano dorato al rosso. Era  stato un modo per crearsi la sua identità. Piaceva molto alle ragazze , non solo per il suo aspetto, ma per i suoi modi educati e gentili, senza essere effeminati. Era abituato a stare con la madre e la sorella e conosceva bene fino a dove e cosa poteva in loro presenza, ma anche assenza, fare.

 Fra le sue prime fiamme c’erano state Carlotta, la sorella minore di Mimmo, ed in seguito Chiara la cugina di Pietro, la sorella che non aveva mai avuto.

 L’ultimo, ma solo in ordine di descrizione,  Mimmo, ma il suo nome era Domenico, di origine siciliana, palermitana per la precisione.

Era arrivato piccolissimo al paese a seguito dei genitori, di tre fratelli più grandi e due sorelle più piccole. Gli ultimi due , invece, nasceranno  al paese, facendo in totale 8 bocche da sfamare. Il padre era muratore e anche al paese continuò la sua professione, la madre ovviamente aveva già un bel daffare a gestire tutto il clan. L’impegno della coppia  rese possibile, che tutti i ragazzi e le ragazze, nessuno escluso potessero studiare, se non fino all’università almeno alle superiori.

Comunque la numerosissima famiglia, aveva fatto scalpore al paese già non appena si era trasferita.

Ma tutte le chiacchiere iniziali finirono presto con l’esaurirsi, quando il paesello si accorse che la suddetta coppia faceva gli affari suoi e i suoi ragazzi, nel bene o nel male non creavano motivo di pettegolezzo, anzi dimostravano ognuno con le proprie caratteristiche e qualità di che pasta erano fatti. Mimmo, ad esempio era stato fra tutti quello un po’ più sfortunato, poiché all’età di 10 anni gli era stata scoperta una malattia rara autoimmune che aveva costretto lui e i suoi ad andare ogni mese al Gaslini di Genova per curarsi.

Oltre allo stress, alle spese e alla fatica, quegli anni volarono, e proprio in quel periodo difficile che Riccardo e Mimmo divennero amici, prima delle partenze per l’ospedale  fra paura e ansia e poi  durante i rientri a casa  che lo rendevano fragile e stanco. Ma pian piano Mimmo imparò a condividere il suo tempo con la malattia al suo fianco, inondato dall’amore dei suoi, che anche se avevano altri 7 a cui badare, si sa il più debole e bisognoso assorbiva tutte le  attenzioni e preoccupazioni.

Mimmo, amava giocare a calcio e fra una cura e l’altra dedicava tutto il suo tempo a rincorrere il pallone sul tappeto verde. Anche se era gracilino e a volte un po’ emaciato aveva la forza e la grinta  di un leoncino . I suoi tratti erano poco meridionali, lunghi capelli biondi e occhi scuri come due more. D’altronde il parco macchine in famiglia era il più arzigogolato, chi era biondo occhi verdi come la madre, chi moro con occhi scuri come il padre, ma c’era anche chi si diversificava  tra capelli scuri e occhi azzurri e via via , ognuno con i propri tratti, ma un’unica matrice.

La famiglia aveva imparato a giocare di squadra e tutti erano propensi verso l’altro e l’altro verso tutti in un gioco all’infinito e questo era il loro bello.

Riccardo era a suo agio in quella famiglia, dove tutti sembravano interessati a tutti e tutti a nessuno.

E lui fu accolto, come il n.11.

Mimmo riuscì a superare la fase critica dell’adolescenza e alla fine si ristabilì in maniera eccellente  da permettergli non solo di lavorare, diventando un bravo giardiniere e aprendo una sua ditta con tanto di operai, rigorosamente non di famiglia, se non in rari casi in cui lo staff famigliare  interveniva se di supporto o di  manovalanza c’era bisogno.

E questi sono i 4 ragazzi in cima alla collina, in un mattino di estate con le loro macchine fotografiche a tracolla a fotografare o cercare di fotografare un attimo, un istante che rimarrà nelle loro vite e non solo su un digitale o sulla carta patinata, dove amano trasportare i loro scatti migliori, ma nel profondo delle loro anime dove ognuno di loro vedrà qualcosa di sicuramente diverso dagli altri.

La foto 2 di Luca

Notte Rumena – di Luca Di Volo

Quella notte in quel paese, un paesino qualsiasi, adagiato in una boscosa valle dei Carpazi. . quella notte, dicevo,  si era scatenato l’inferno. .

Non bastava che dal principio dell’Estate il maledetto colera avesse infierito in tutta la vallata. Isolata com’era, non aveva diffuso la malattia. . ma nemmeno aveva avuto aiuti, Chissà, forse a Bucarest nemmeno lo sapevano, così sua maestà il colera si era preso più di tre quarti degli abitanti.

Ma quella notte. . in quella notte maledetta. . si erano scatenati i quattro cavalieri dell’Apocalisse…. ed avevano cominciato ad appiccare incendi un po’ dappertutto…

Quando Iacov e le sue due sorelle, Elena e Maria, si accorsero che questa volta la folla, ormai regredita ad uno stadio pre-umano, si stava dirigendo verso la loro casa…non esitarono un momento…coi vestiti che avevano addosso, misero alla rinfusa un po’ di viveri in una borsa e via…. Iacov fece appena in tempo ad afferrare al volo una specie di coperta, intuendo con impressionante chiarezza che quella sarebbe stata l’ultima occasione in cui avrebbero visto intera la loro casa adorata…

Ma non c’era posto per i rimpianti, la folla feroce muggiva come una legione  infernale e la lunga colonna di fuoco  si muoveva sinuosa e terribile, però sembrava guidata da una sorta di bestiale intelligenza . . il che faceva anche più paura. . se fosse stato possibile. .

Seguendo solo l’istinto, abolita ogni forma di pensiero superiore, Iacov, Elena e Maria, senza esitare,  trovarono un binario che riverberava sinistramente le fiamme…. E si misero subito a seguirlo, obbedendo all’istinto primitivo. . era pur sempre una strada . . e da qualche parte doveva portare…

Non era vero ……ci pensarono solo  quando, trafelati, dopo qualche ora di corsa disperata si erano fermati e i loro cervelli avevano ripreso un po’ di vita. Già…non era vero. . dal paese partivano solo due binari. . uno portava a Timisoara.  E lì avrebbero trovato qualcuno per aiutarli…ma l’altro. . l’altro era un binario morto. . In passato era servito per trasportare carbone dalle miniere, ma ora, finito il carbone, era stato dismesso…e non portava più da nessuna parte.

Fu Elena a parlare per prima,  profondamente religiosa, espresse così il suo parere “Non disperiamo. . dev’essere per forza quello perTimisoara…Dopo averci salvato dal colera e dalla folla assassina, non vorrete mica che il buon Dio ci abbandoni proprio ora?! Lui non agisce così…. . ”

“ E che ne sai tu?Che te lo dice a te?!”Iacov (e si vede) non poteva sopportare il fideismo iperreligioso della sorella. .

“E’ perché non hai la Fede…. ”

“Ma state zitti…. vi sembra sia questo il momento per le vostre dispute teologiche. . ?!”Maria. . contadina piena di buon senso…poco portata per i sofismi…li aveva interrotti subito. ”Non sappiamo ancora cosa ci aspetta…. Ma siamo ancora giovani…. forza…andiamo. . ”Altro che Iacov. . il vero uomo tra di loro era lei. .

E ripresero il cammino. Quei binari sembravano non aver mai fine. .

“O quanto c’è per arrivare a Timisoara…. qui sta per venire il buio. . ”

“Iacov risparmia il fiato e non fare domande cretine. . se lo sapessi ti pare sarei tanto preoccupata?!

Intanto il Sole accarezzava sfiorandolo l’orizzonte Ovest, abbagliante come non mai.

Bisognava approfittare di quell’ultima luce per andare il più possibile avanti…di notte era meglio fermarsi.

Fu in quel momento che si fece udire il suono di tanti campanelli, insieme ad uno stridio di ruote …un po’ fuori moda.  

Si voltarono: una sontuosa carrozza nera immensa, guidata da quattro cavalli neri…di un nero più che notturno, quasi con riflessi azzurrini. .

Stava arrivando velocissima e, con una gran frenata si fermò accanto a loro.

I tre fratelli erano rimasti imbambolati a bocca aperta come tre allocchi colpiti dalla luce…Non stavano pensando a nulla, con tutte le loro facoltà impietrite, quando da quell’anacronistico veicolo si spalancò uno sportello ed una mano bianca, bianchissima…fece loro cenno di avvicinarsi…

La figura del padrone della mano era difficilmente visibile nell’oscurità incombente, ma la voce risuonò dolce, sonora…angelica, si sarebbe detto.

“Ma dove credete di andare. . questo binario porta alle miniere abbandonate, non lo sapete? Laggiù c’è solo il nulla…. ”

“Veramente. . noi si pensava di andare a Timisoara…”Iacov per miracolo aveva ritrovato la parola. .

“Ma davvero…. Via…permettetemi di aiutarvi. . Io non sto andando a Timisoara, scenderò prima…ma vi ci porterà il mio cocchiere. . Forza, salite. . ”

In quel momento il cocchiere si era girato per guardarli…Elena si era stretta a Iacov…. distogliendo lo sguardo. . ”Iacov. . sei sicuro. . ma l’hai visto che razza di ghigna che ci ha questo figuro. . ?!”

“Ma non deve mica vincere un premio di bellezza…. ragazza mia…sei troppo impressionabile. . ” Faceva il fenomeno ma un po’ di tremarella quel viso l’aveva fatta venire anche a lui…

L’unica a rimanere impassibile era stata Maria. . solida mente contadina, piedi in terra e pedalare…Senza farsi pregare salì a bordo.

Gli altri la seguirono. . chiedendo educatamente “permesso. . permesso…scusi il disturbo. . ”si accomodarono su quei sedili, neri, naturalmente…ma morbidissimi, avvolgenti…Una vera delizia per chi camminava da ore…E poi lo spazio. . velluti, tendaggi. . rigorosamente tutti scurissimi, comunicavano una sorta di splendore barbarico…Un’opulenza quasi oltraggiosa…

 La carrozza avanzava nella notte senza ballonzolii, senza scosse. . sembrava volasse…

I tre spauriti passeggeri guardavano ogni tanto di sottecchi il generoso signore…. sì perché un “signore” lo era di sicuro…Lineamenti aristocratici. . naso fine. . quasi greco. . bocca un po’ tumida . . Aveva il labbro inferiore lievemente cadente che gli conferiva una strana espressione da eterno bambino crucciato.  I capelli, pochissimo visibili dietro l’alto tricorno…. Iacov, a proposito, aveva notato che il copricapo era un po’ troppo alto: sembrava non appoggiarsi direttamente sui capelli…ma forse la stanchezza lo faceva diventare strabico. . E poi c’erano gli occhi…che erano nerissimi…ma anche acuti…sembravano bucare l’interlocutore…forse avevano visto cose che…. Iacov scantonò dai suoi pensieri, era  la stanchezza…. gli faceva sempre venire in mente pensieri morbosi…

Però, nonostante la stanchezza, tentò un abbozzo di conversazione ”Lei, signore, non è di queste parti, vero? L’avrei visto di sicuro se per caso fosse passato nel nostro villaggio. . ”

“No no, io viaggio molto . . ma lì non ci sono ancora arrivato…”La voce era melodiosa, ma…. c’era un lieve sottinteso ironico? Nella piega della bocca…nel breve luccichio degli occhi…

Ma Iacov continuò…quella figura insolita e anacronistica  lo incuriosiva parecchio…” E dove si stava recando Vostra Signoria?. . . Forse le stiamo facendo perdere tempo”

“Ah, per me il tempo non conta molto. . si tranquillizzi…anzi mi fa piacere viaggiare in compagnia. . ”Di nuovo quel guizzo impercettibile degli angoli della bocca. . Dava l’impressione di godersela un mondo…A Maria ricordò l’immagine di un gatto col topo…

“Ma volevate sapere dove stavo andando. . ? Ve lo dirò…. stasera ci sarà una festa. . una grande festa…Peccato che voi mortali non possiate intervenire. . abbiamo finito gli inviti. . ”

Con la coda dell’occhio Iacov vide che Elena di nascosto si faceva in continuazione il segno della Croce…

“Noi…mortali?!”

“Beh non è colpa vostra…ognuno ha il suo posto…”

Iacov tacque. . il misterioso personaggio anche. Maria non aveva ancora pronuciato una parola. . Ma Elena era terrorizzata…Sussurrò a Iacov con voce rotta dai singhiozzi. . ”Vedi cosa succede ad essere egoisti? Se tu avessi prestato quelle dracme al povero Dimitri. . ora non saremmo qui…. ”

“Zitta zitta Elena…. tanto saremo tra poco a Timisoara. . ”

Ma Elena non si calmava. . ”ma l’hai capito CHI è…. ?!Sei tanto ateo da non capirlo?…è LUI, ti dico…LUI!!”

Intervenne il loro ospite   con un sorriso. . ”Fossi in lei caro Iacov . . non brontolerei sua sorella…potrebbe essere nel vero più di quel che lei può pensare. . ”

Maria a questo punto urlò. . ”il Diavolo…lei è il Diavolo…. !!!” E svenne….

“Per servirvi signori…. e se avete bisogno di altre prove. . guardate qui”. . con fare noncurante sollevò appena la coperta da viaggio con cui si copriva le gambe. . un attimo, ma fu sufficiente…quelle zampe di capra ispide di peli arruffati…quegli zoccoli caprini. . non potevano mentire. .

Tanto fu il terrore che anche Iacov e Elena svennero insieme…

Furono svegliati da un coro di voci allegre, stavano rallentando inoltrandosi fra una marea di gente festante. . alcuni in maschera, altri in abiti da gran sera…le signore, con abiti che mostravano forse più del dovuto erano rosse in viso e ridevano…ridevano…

Finalmente la carrozza si fermò.

Un uomo alto magnificamente vestito si fece incontro al Signore gridandogli ”Siate il benvenuto Vostra Grazia…voi Mylord onorate il nostro modesto ritrovo. . ”

Il loro compagno si alzò…

Allora andava davvero ad una festa…pensò Iacov…un po’ incongruamente…

Ma Sua Grazia si fermò sul predellino…”Amici”. . arringò la folla che gli si stringeva intorno…”Amici. . stasera ve ne dico una bella…vedete questi tre bifolchi qui con me? Ebbene… gli ho fatto credere di essere nientemeno che il Diavolo!!”

Una risata omerica coprì le sue ultime parole…Sghignazzando si rivolse ai tre malcapitati…. ”Guardate per che cosa vi siete terrorizzati…” Si tolse i finti gambali a forma di capra gettandoglieli sul sedile accanto…”Ma non vi ha insegnato nessuno che la preoccupazione più grande del Diavolo è convincervi che non esiste?!”

Maria e Iacov fulminarono Elena con lo sguardo…”Accidenti alla tua superstizione. . ci avevi fatto cascare anche me…”

E, rivolto a Sua Grazia, Iacov quasi si scusò. . ”Ci perdoni Eccellenza. . siamo poveri contadini ignoranti. . ma lei ci ha fatto quasi morire di spavento. . ”

“Questi zecchini vi ricompenseranno?!” E gettò loro una borsa tintinnante.

“Eccome. . ” E tutti e tre si precipitarono a baciargli le mani. . che lui ritirò disgustato.

Scese, finalmente, gridando al cocchiere “Nicolaij. . porta questi nostri amici a Timisoara…. E poi torna a prendermi. . ”

“Ma, eccellenza. . non dovevo andare nella “ri”…?!”

Un rombo di tuono. . ”Fai come ti dico”. . ma la voce tornò subito melliflua. . ”arrivederci cari amici . . e non vogliatemene se mi sono divertito un po’ con voi. . ” E si perse nella folla festante. .

La carrozza ripartì. . sempre col suo andare leggero senza scosse né sobbalzi.

Seduti comodamente sui morbidi cuscini, i tre fratelli  erano tranquilli, quasi felici. . come lo si è, di solito, dopo uno scampato pericolo. . la casa era assicurata. . problemi non ce n’erano e finalmente la mattina dopo avrebbero scorto le cupole di Timisoara. .

Sarebbero stati meno beati però, se avessero potuto captare i pensieri del conducente che erano invece questi…”Io Sua Maestà proprio a volte non lo capisco…ma che bisogno c’era di portare tre poveri disgraziati proprio alla festa della notte di Valpurga?! E lo sapeva benissimo che se un mortale avesse visto era condannato alla “rimessa”…. che non era un posto piacevole…qualcuno la chiamava anche “Inferno”. . un nome antiquato, però…

Con decisione improvvisa frenò bruscamente la carrozza facendo fare ai passeggeri un gran ruzzolone. .

Scese da cassetta, aprì lo sportello ingiungendo con modo brusco ”Scendete, per l’amor di…. ” quel nome non poteva pronunciarlo ma si sentiva bene l’urgenza nel tono…I tre protestavano. . si erano abituati alle comodità… ”Ma come. . qui, nel mezzo della notte?!”

“Ci sono cose peggiori …scendete, mettetevi a camminare…più svelti che potete…Poi, quasi rivolto a sé stesso… ”forse perderò il posto per quello che sto facendo. . bah. . tanto non mi piaceva. . “

Saltò di nuovo a cassetta e in meno di un attimo ripartì. .

Rimase la notte, i tre fratelli e le stelle che avevano capito tutto…

La foto 1 di Laura

I quattro dell’aurora – di Laura Galgani

Anche volendo scappare, ormai era troppo tardi.

Questo il pensiero fugace che attraversò la testa di Martina mentre Alberto, il suo compagno, le passava i pesanti pezzi dell’attrezzatura fotografica, per essere libero di montare lo stativo.

Il sole, che non aveva mai raggiunto più di 30 gradi sulla linea dell’orizzonte, era già in parabola discendente.

Nonostante il perfetto abbigliamento termico, Martina sentiva le estremità pungere, intorpidite dal freddo.

Era molto magra, ossuta quasi, e il vento riusciva ad infilarsi nei più piccoli interstizi fra la sua pelle e tutto ciò che aveva addosso, facendola rabbrividire.

“Ecco, ho fatto, passami la Canon.” Alberto, senza alzare lo sguardo dallo stativo, allungò una mano per afferrare il costoso apparecchio. Lei, per il freddo e la tensione, si intrecciò coi guanti fra la cerniera del giubbotto ed il laccio della macchina fotografica. “Allora, ti ci vuole tanto? “ quasi le urlò in faccia Alberto, stavolta guardandola dritto negli occhi, che a lei parvero rossi, non sapeva se per il vento o la rabbia.

Martina riuscì ad allungargli la Canon senza farla cadere. Aveva il terrore di rovinare quella costosissima attrezzatura. Poi si accoccolò vicino ad un cespuglio di erica color porpora e abbassò lo sguardo sulle rocce cupe. Due lacrime bagnarono un insetto che veloce transitava di lí rotolando una briciola del loro parco spuntino.

Stefano, il fotografo capogruppo che li aveva invitati a partecipare a quel viaggio nella Lapponia russa, dopo che l’anno precedente erano stati insieme nella parte finlandese, si era accorto della tensione fra i due, e girando la testa verso Martina le aveva rivolto un sorriso aperto e incoraggiante. Lei aveva percepito il suo sguardo e si era voltata verso di lui, lasciandosi sfiorare dal desiderio di Stefano di consolarla.

“Ragazzi, allora, tutti pronti? Dai, che il cielo è limpido, fra poco fa buio e abbiamo buone probabilità di vedere una aurora boreale super! “ Stefano era così, non si perdeva mai davanti alle difficoltà, pensava sempre che, se un progetto falliva, uno più grande avrebbe avuto successo.

Si sentiva un po’in colpa per gli aspetti deludenti e difficili di quel viaggio : la regione di Murmansk non era paragonabile ai paesaggi incantati della Lapponia norvegese e finlandese, e poi… non c’era nemmeno la neve!

Il suo “fedele” amico John, esageratamente barbuto e capellone, che lo accompagnava sempre nei suoi viaggi avventurosi, era un incontenibile buontempone e riusciva a far battute in dialetto torinese anche nei momenti in cui davvero non ci sarebbe stato niente da ridere. E menomale che poi le traduceva in italiano! Ne sparò una delle sue e anche Alberto rise, almeno per un attimo. Alberto era così, impegnato a far soldi nel quotidiano e a trarre il massimo profitto da una vacanza, anche se assurda come quella. Il che voleva dire scattare le foto più belle e originali di tutti per poi venderle a caro prezzo su Internet. La competizione con Stefano era accesissima, da anni ormai. Ma Stefano non se ne curava. Era profondamente convinto che ciascuno avesse il proprio destino e che la creatività non dovesse essere inquinata da secondi fini. Per questo lasciava credere ad Alberto di essere in gara con lui.

Il cielo si scurì, innumerevoli stelle cominciarono ad apparire, una dopo l’altra.

Martina era l’unica a non avere un mirino dentro cui cacciare lo sguardo, imprigionandolo. Era libera di lasciarlo vagare in quell’immensità che si tingeva pian piano di colori surreali: prima verde, poi arancione, spezzato da lampi di rosa e fasci di luce bianca. La danza dell’aurora boreale era iniziata. E mentre gli altri si davano da fare coi loro costosissimi macchinari lei si lasciava andare alla bellezza sovrumana di quel cielo.

Pianse, pianse con forza, volendo spremere dalle viscere dal cuore e dalla testa tutto ciò che fino a quel momento nella sua vita l’aveva oppressa: il doversi adeguare, l’essere remissiva, il mettersi da parte, il dire di sì per dovere.

Accolse quei bagliori come fiamme che bruciavano ciò che ormai era legna secca in lei. Si lasciò dilatare dall’energia possente che pioveva dal cielo e la liberava. Come un’araba fenice, in quella terra gelata trovò una nuova nascita. Fuoco, amore, passione. Non vi avrebbe più rinunciato.

Nel momento culminante dell’aurora Stefano lasciò la macchina fotografica e alzò le braccia al cielo, poi cadde in ginocchio piangendo di gratitudine.

Ci voleva un momento come quello per far trovare a ciascuno, dentro di sé, un atomo di verità…

La Foto 2 di Sandra

In cammino – di Sandra Conticini

Silvia aveva bisogno di prendere un periodo di riposo. La sua vita era stata segnata da un evento tremendo, non sapeva se sarebbe riuscita a superarlo. Sembrava che lui avesse un periodo tranquillo, stavano bene insieme, e lei lo avrebbe lasciato qualche giorno  per tornare al suo paese dove ad aspettarla c’erano i  genitori e gli suoi amici di sempre. .Durante il viaggio si messaggiarono spesso, ma la sera  lo chiamò  diverse volte al telefono, ma non  rispose. Chiamò i genitori, lo studentato dove  alloggiava, amici, nessuno aveva notizie di James. La notte fu un incubo che durò fino al mattino  quando arrivò la telefonata che James si era suicidato ingoiando  una scatola di barbiturici.

Per Silvia passarono giornate di disperazione e dopo diversi mesi decise di fare un pezzo del  Cammino di Santiago insieme a Laura. Iniziarono  da Lugo in Galizia e tutti i giorni facevano 20-25 chilometri, ed i piedi erano doloranti, non si erano allenate, e comunque trovavano altre persone  ferme con il mal di piedi, ma  c’era sempre qualcuno che aiutava o dava un consiglio per ripartire. I giorni passavano e la stanchezza si sentiva, Laura fu presa dallo sconforto e decise di tornare a casa lasciando Silvia sola che  non si scoraggiò, sulla strada trovava persone che le davano sicurezza e aiuto,  potevano fare la strada insieme. Era bello anche stare da soli ad ascoltare il silenzio, rilassarsi attraversando i prati verdi o passare dai boschi di eucalipto e sentirne il profumo. Stava bene, la natura l’aiutava a ritrovare se stessa ed ogni chilometro che faceva sentiva il  fardello che si era portata dietro  alleggerirsi. Aveva conosciuto tante persone: americani, neo zelandesi, spagnoli, francesi, insomma lì c’era davvero l’universo intero ed ognuno di loro aveva un motivo per fare quel percorso … si sentiva davvero felice. Un giorno  fu presa dal panico: si  ritrovò sui binari di una ferrovia dismessa, ma, per fortuna, incontrò Christopher, detto Chris, un ragazzo di Colonia che Silvia riconosceva dalla coperta marrone che portava sulle spalle, con il quale si erano ritrovati e persi diverse volte durante il cammino, così decisero di continuare insieme ed arrivarono a Santiago a ritirare la Compostela.

Era giunto il momento di salutarsi, ma  il destino diceva di fare il biglietto per la stessa città!

Così partirono in quella giornata di sole per Colonia.