Gioia e il Gatto

LABIRINTO – di Sandra Conticini

Gioia pensava di essere finalmente arrivata al paese di Bellaluna. La sua amica Agnese passava  le vacanze lì e le aveva raccontato che c’erano tanti parchi giochi, lo zoo, il teatrino, le giostre, insomma quasi come il paese dei balocchi di Pinocchio.

Per lei, che  aveva sempre vissuto con una vecchia cattiva e brutta che la picchiava e, quando la faceva mangiare,  le dava solo ossi e zampe di pollo, decise di scappare e si mise in cammino per andare in questo paese favoloso. Quando arrivò non trovò niente di quello che le aveva raccontato la sua amica anzi, oltre a non esserci  giostre e  parchi non c’era nessun abitante, era tutto un via vai di scarafaggi, topi, piattole, pipistrelli, che uscivano dai buchi dei muri di quelle case vecchie, malandate e  diroccate.

Le prese la disperazione si mise a sedere su un gradino ed iniziò a piangere e singhiozzare e a chiedersi come mai nella vita non riuscisse mai a fare una scelta giusta ma, all’improvviso sentì come un fruscio e, vide l’unico essere  che camminava in quel paese: un gatto, con il quale strinse amicizia e le disse che il suo nome era Fuffino.

Le disse che  Bellaluna non era lontano da li, ma  aveva sbagliato  strada e, se voleva, l’avrebbe accompagnata.

Fuffino si mise sulle spalle di Gioia e mentre camminavano la bambina era pensierosa. Per la testa gli frullavano tanti pensieri e nessuno era positivo. Io con questo nome dovrei essere  contenta e spensierata, sicuramente era di buon augurio, invece sono sempre triste, perchè i miei genitori se sono andati lasciandomi a quella stregaccia.

La mia vita è un cammino tortuoso, prima di prendere qualsiasi decisione ci penso e ci ripenso perchè la felicità dipende dalla scelta che faccio e di conseguenza la vita prende forma di   giorno in giorno. Spesso ho pensato di essere entrata in un labirinto ed ho avuto l’angoscia di aver perso l’orientamento, ma con l’impegno ed il coraggio sono riuscita a venirne fuori, ma quanta fatica ho durato!

Finalmente il suo amico gattino le disse che stavano arrivando a Bellaluna e  l’avrebbe portata dalla sua padrona che sicuramente l’avrebbe accolta, le avrebbe dato da mangiare, l’avrebbe lavata, vestita e se voleva poteva rimanere  per sempre con loro.

La piccola Gioia sorridendo pensò fra sé e sé: – Questa volta ce la faccio ad uscire dal labirinto della mia vita.

Sta per finire…

2020 – di Rossella Gallori

Vado a letto con pesanti calze di lana

Mi abbraccia un maglione senza forma apparente.

Sciolgo il grasso sulla griglia rovente,

ci intingo il pane.

Come un vecchio orso egoista nascondo il miele,

ai miei compagni di tana.

Tra le mani una bussola incerta,

indica uscite, strette e taglienti.

Aspetto  che  passi  un inverno cattivo,

tra fughe e ritorni, confini violati,

sirene e pianti.

Esco dall’ incubo, piove ancora,

mi bagno di gelida neve,

ho freddo e non è mai domani nel mio labirinto

di giorni di guerra.

Grintolin e la maga….

Grintolin e l’esoterismo (segue) – di Vanna Bigazzi

La Psicologa, che di Esoterismo non voleva sentir parlare in quanto persona pragmatica, sempre aderente alla realtà, non capiva perché i due poliziotti avessero insistito per convocare quello strano Professore fatto giungere da cosi lontano… tra l’altro, metà scienziato poiché medico e metà esoterico, cosa che a suo avviso, non avrebbe fatto altro che ingarbugliare la situazione. Gli orientamenti erano contraddittori per cui lei, inizialmente, si astenne dal parlare e lasciò che Grintolin e lo Scrupoloso iniziassero la conversazione. Alle prime domande dei due poliziotti, il Professore non risultava molto partecipe. Si assentava con lo sguardo come se volesse captare una realtà indefinita, ancora troppo misteriosa. Chiese, comunque, che potesse intervenire alla riunione anche la Maga. Subito, venne mandata a chiamare e lei si presentò, senza indugio, con le tre palle. Il clima che si creò era veramente surreale; pareva che le forze contrarie interagissero sinistramente e non si riusciva a seguire una pista che potesse avere una logica. “Basta con queste assurdità” urlò la Psicologa che aveva esaurito tutte le sue notevoli riserve di pazienza “qui non si toglie un ragno dal buco”! “Ragno, ragno”? Esordì la Maga “il ragno è simbolo del male, richiama forze oscure, fa parte di riti demoniaci. La sua ragnatela rappresenta l’intrecciarsi delle varie vie del destino, non a caso questa parola è entrata nella nostra conversazione, è un indizio”! “Le faccio presente” interruppe il Professore “che il ragno è anche simbolo di buon auspicio, di fortuna e abbondanza e la ragnatela può rappresentare anche l’ordine cosmico che ha un centro nel quale si trova l’animale. Chi è guidato dal totem del ragno è indotto a comprendere che gli eventi della vita, obbediscono alla casualità e sono indipendenti dalla nostra volontà”. Grintolin non capiva più nulla “Cosa c’entra il ragno, adesso, spiegatelo, cosa c’entra il ragno”. Ammutoliti e disorientati tutti tacevano. Lo Scrupoloso Antonio osò interferire dicendo che la Dott. Psicologa Vann Big, aveva soltanto usato un’espressione idiomatica per sostenere che la conversazione risultava inutile e non produceva alcun risultato. La Maga si alzò di scatto inviperita “Allora cosa mi avete chiamato a fare, imbecilli, sottovalutate i miei poteri e non avete rispetto per l’inconoscibile, torniamo a casa nostra e lasciatemi in pace”! Con un gesto di rabbia irrefrenabile scaraventò le palle di legno sul viso dei conferenzieri: una di queste colpì il naso imbarazzante di Grintolin, un’altra si conficcò nell’occhio del Professore e la terza venne scansata, per miracolo, dalla Psicologa che, con un gesto inconsulto urtò lo Scrupoloso Antonio, con i suoi prominenti seni.   

Avanti Carla…

Hansel e Gretel

I legni torti – di Nadia Peruzzi

La casetta al limitare del bosco sapeva di buono. Il profumo del marzapane mischiato a quello della cioccolata e dello sciroppo di fragole ,si sentiva già da dentro il bosco.
Chiunque ci passasse accanto non riusciva a trattenersi e piluccava qui e là le cose che gli piacevano di piu’.
La vecchietta che la abitava,non ci faceva caso .Era contenta anzi che grandi e piccini godessero di tutte quelle leccornie. Tanto più che ogni pezzo che veniva portato via e mangiato, nella notte seguente, si ricostituiva tale e quale a come era prima.
Tutto, attorno a quella casa, profumava di magia .Anche il modo in cui era spuntata dal nulla in una sola notte.
Il taglialegna del paese vicino se l’era trovata davanti mentre se ne andava al lavoro. Era sicurissimo. La sera prima non c’era nulla e ora invece eccola qui questa casetta dai mille colori, dal tetto di soffice pan di Spagna e dalle finestre e dal portone di cioccolato, con caramelle colorate a segnare il vialetto di ingresso e fiori a tutte le finestre di confetti bianchi e rossi .
La vecchietta che lo aveva salutato era come la sua casa. Dolce, amorevole e gentile. Aveva lo sguardo buono di chi vive in mezzo a prelibatezze e sa trarne beneficio.
Da quel momento il via vai dal paese non si era mai fermato. Grandi e piccini facevano a gara a chi arrivava per primo a casa della vecchia signora dai capelli bianchi e dagli occhi azzurri come solo un cielo d’estate sa essere.
Per passare davanti a quella casa c’era addirittura chi allungava la strada per andare al lavoro o a scuola. C’era anche chi ci passava per puro diletto. Senza averne necessità e tutto per poter staccare il suo pezzetto di felicità quotidiana. Spesso succhiare una mentina o una caramella alla fragola apriva le porte del paradiso ,e li di paradiso ce n’era in grande quantità.
Quella casa era diventata in poco tempo un punto di riferimento per tutto il villaggio. Distribuire piacevolezze e benessere per tutti non è cosa da poco, pensò un giorno il Sindaco ! Fu così che si decise in Consiglio comunale di attribuire alla casetta dei dolciumi il valore di “bene comune”. La targa che fu conferita, fu posta in bella vista vicino al vialetto di accesso alla casa in modo che chiunque passasse da lì comprendesse il gran valore che la casetta e la vecchia signora dai capelli candidi avevano assunto per quella piccola comunità.
Tutto cominciò appena dopo la decisione assunta dal Consiglio Comunale.
Prima furono semplici dispetti. Poi scherzi pesanti. In seguito veri e propri atti di vandalismo. Sassi contro le finestre. Un piccolo incendio che fece fondere tutto il portone di cioccolato. Un gatto morto sul sentiero di accesso alla casa e altro ancora che ad un certo punto la signora decise di denunciare ai gendarmi.
Questi cominciarono a darsi il cambio per controllare quello che avveniva nei pressi di quella casina deliziosa. Volevano scovare i colpevoli ma in prima battuta non riuscirono a scoprire nessuno .I malestri continuarono e si fecero sempre più pesanti .La vecchina cominciò a sentirsi impaurita e si decise a comprare un cane di grande stazza perché facesse la guardia .
Per un po’ la presenza del cane sembrò aver determinato un cambiamento. La vita era ricominciata a scorrere senza problemi .I bambini si fermavano gioiosi e a prendersi il loro pezzetto di cioccolato, mentre mamme e nonne sempre più spesso accettavano l’invito di quella simpatica vecchietta per il tè delle 5.
Accadde tutto in una notte di tempesta.
Si sentì un colpo secco come un tuono. Invece era la porta sul retro che era stata spaccata lasciando entrare una folata di vento gelido e due energumeni incappucciati. La vecchietta se li trovò davanti mentre rientrava in salotto dopo aver chiuso una delle finestre che sbatteva nella stanza accanto. Si mise a tremare mentre la strattonavano e spintonavano verso la sedia a cui la legarono stretta stretta con delle fascette che facevano un male terribile. Sembravano due ossessi mentre si aggiravano per la casa.
Il più alto ogni tanto la colpiva urlandole contro: ”Dimmi vecchiaccia dove tieni il tuo tesoro? Perché un tesoro devi averlo tu se hai una casa così confortevole e bella! Dimmelo, forza! Ci siamo solo noi. Nessuno può salvarti,  il cane lo abbiamo addormentato e noi abbiamo tutto il tempo che ci vuole per farti parlare!”
“Non c’è nulla in casa di valore materiale. Nè oro, né monete, né gioielli. L’unico tesoro è questa stessa casa. E’ fatta di dolcezze proprio per diffondere dolcezza. Ed è dotata della magica capacità di ricostruirsi e di rinnovarsi ogni volta in modo che tutti ne possano godere”, disse la vecchina con un filo di voce,venato di terrore.
Non la fecero finire. Una serie di schiaffoni la colpirono fino a farla sanguinare. Il più piccolo dei due ,intanto continuava a mettere a soqquadro tutto. Era una vera furia.
Cercarono in tutti i modi di farla parlare. Anche con quella forma di tortura che avevano visto in uno dei giochi elettronici che erano soliti fare, il waterbording.
Lacera in viso, scarmigliata, con gli abiti strappati la vecchina non proferiva più parola. Sembrava morta.
Fu solo per caso se non accadde l’irreparabile .
Proprio in quella notte di tempesta, la regina Grimilde stava facendo rientro al suo castello. Lungo la strada il suo convoglio era stato attaccato dalla perfida banda dei 7 Nani che imperversava in quelle zone.
Il corteo reale aveva retto bene all’assalto e aveva respinto quei briganti, ma giunto in prossimità della casetta dalle mille dolcezze aveva avuto bisogno di effettuare una sosta per verificare di non aver subito alcun danno.
Fu così che ci si accorse che qualcosa non andava in casa di quella vecchietta. Troppi rumori, troppi colpi, troppe urla che bucavano il silenzio della notte.
La regina ordinò ai soldati di andare a vedere cosa stesse succedendo. Quando videro la vecchietta accasciata su una sedia e quei guerrieri Ninja che si muovevano come due furie, chiesero di poter fare irruzione. 
Grimilde ordinò l’assalto.Tutto si risolse in poco tempo. I soldati uscirono portandosi dietro i due incappucciati, mentre due dame di compagnia si prendevano cura della vecchietta.
Quando i cappucci furono tolti furono grida di stupore, misto a dolore e meraviglia.
Erano poco più che bambini. Erano Hansel e Gretel, i figli del taglialegna.
Riuscirono pian piano a farli confessare. Ma per saperne di più dovettero chiamare il padre.
Erano cresciuti, disse, con una madre malvagia che aveva angariato anche lui facendogli passare una vita di inferno. I due piccoli insieme al latte materno avevano succhiato cattiveria, invidia ,egoismo e tutto quanto di pernicioso potesse entrare nell’animo umano.
Tutto questo era rimasto anche dopo che la moglie era morta e anzi si era riacceso e accentuato ,ancor più ,dopo che lui aveva deciso di risposarsi con quella santa donna di Raperonzolo.
Quando erano iniziati i primi atti di sadismo sugli animali di casa, lui e la moglie avevano deciso di mandarli in una Clinica per vedere se fosse possibile rieducarli e curarli in modo da liberarli dai fantasmi che la madre biologica aveva incistato nei loro cuori e nelle loro menti.
La vecchina stesa sulla lettiga dell’ambulanza che la portava in ospedale colse una gran parte di questo colloquio. Buona com’era con un filo di voce si rivolse alla regina con una preghiera.” Facciamo insieme un ultimo tentativo. Appena torno dall’ospedale con l’aiuto dello psicologo di corte ,il Dr.Busillis, vorrei occuparmi di questi due bambini. Nel frattempo li terrete a corte mettendoli a fare lavori socialmente utili “.
“Hanno tutta la vita davanti”, disse ancora, ”un tentativo va fatto. E’ doveroso”.
Il falegname aveva le lacrime agli occhi. I due malvagi un ghigno che per un attimo fu illuminato da qualcosa di diverso dalla cattiveria più nera.
La Regina una espressione allo stesso tempo stupefatta e preoccupata visto che stava a lei decidere il resto di questa storia.
Decise dopo un attimo di esitazione, che si, forse valeva la pena di provarci. Mai darsi per vinti senza nemmeno osare anche ciò che a prima vista può sembrare impossibile.
Alzo’ la sua mano regale, carezzò il volto tumefatto della nonnina e le disse:
“ Si proviamoci insieme a raddrizzare questi due legni torti.”!

Stefania

Il “tipo al bar” – di Stefania Bonanni

Foto di Arek Socha da Pixabay

Ci sono fatti che non sono storie, Ci sono bivi che non si vedevano, dal piano stradale. Ci sono decisioni che non si sono prese, solo per non essersi accorti che non decidere nulla, era imboccare una strada. Ci sono pensieri diversi, nel ricordo. Sembrano teneri, c’è  benevolenza e tenerezza, nel ripensamento, anche se in un attimo tornano a galla prepotenti i sentimenti di allora. Ed insieme, la possibilità che si rifarebbero le stesse cose, che non serve a cambiare, il passare degli anni. Che non serve allontanarsi, per vedere meglio. E’ cambiato il giudizio, più amorevole verso i comportamenti tenuti, più tollerante verso le debolezze,  verso le vanità,  verso le occasioni perse per mancanza di parole, verso la consapevolezza di non conoscere la tenuta e la portata di giovani cuori e giovani nervi.  Allora sembrava una strada costruire una fortificazione, nascondersi dietro, sepolti ma immuni da pericoli sconosciuti, che potevano arrivare dappertutto. Poi, è stato il lavoro della vita, sgretolare la muraglia. Torna a galla un episodio piccolo piccolo, per la tenerezza per la me di allora, che forse per la prima volta provo a raccontare.

Àvevo terminato le  superiori in un fuoco d’artificio di voti strabilianti,  cone quando per San Giovanni gli ultimi tre scoppi fanno più rumore dei precedenti, per far capire che finisce lo spettacolo, e forse per farsi ricordare.  Sapevo poco di tutto, ed anche di me. Sapevo che le cose che mi sarebbe piaciuto studiare non erano quelle, sapevo che studiare mi era facile, capivo che avrei potuto continuare, con soddisfazione e buoni risultati, forse. Non fui incoraggiata. Ero una donna, avevo gia’ un diploma, non era poco. Sul piatto della bilancia peso’ l’atmosfera generale che indicava nell’indipendenza economica la strada per le donne, e l’ostinazione con la quale mi rifiutavo di chiedere soldi in casa, da sempre. Non sono cambiata: parlare di soldi mi è sempre sembrato di pessimo gusto, cosa volgare: se soldi ci sono, non serve parlarne,  se non ci sono, parlarne aumenta il problema. Allora cercai un lavoro, e , incredibile da pensare adesso, lo trovai subito.

Fui assunta come ragioniera  nell’ufficio contabilita’ di quello che all’epoca era uno degli alberghi di lusso più alla moda della città. I miei amici rivoluzionari lo videro come l’ingresso nel “sistema”. A me, per molto tempo, sembro’ di essere stata sparata da un cannone, su un pianeta sconosciuto. Il lavoro per il quale ero stata assunta mi si rivelo’ completamente alieno. Eppure ero la più brava, come era possibile non sapessi nulla. Altrettanto  stupefacente fu capire che se lo aspettavano: era normale che i nuovi assunti partissero dal riordino dell’archivio e dopo un percorso fatto di tantissimi scalini, piano piano arrivassero alla contabilità.  In un ufficio dove era stato il percorso di tutti, essere l’ultimo arrivato voleva dire avere molti superiori, si innescavano meccanismi mai considerati. Non fu facile e non c’erano scuole che insegnavano a stare al posto che spettava, e che non si sapeva quale fosse.

L’ufficio era in un cortile interno, ma per andare in direzione, per entrare ed uscire, si atttraversavano saloni splendenti di lampadari di cristallo che riflettevano le mille gocce di luce su centinaia di specchi. La mattina quando arrivavo spesso erano in corso le pulizie che avrebbero eliminato i resti dei ricevimenti, dei balli, che erano proseguiti fino alle prime ore del giorno.  Mi fu chiaro da subito che non era un unico mondo, quello degli esseri umani. C’era chi lavorava, e chi godeva il frutto del lavoro degli altri, a pagamento.  C’erano ragazze come me che ballavano la notte, a volte con uomini potenti, e vecchi. C’erano donne con vestiti da sera luccicanti, irriconoscibili quando cambiavano abiti. C’erano cibi e vini che ne’ io, ne’ i miei colleghi avremmo forse mai comprato. Un mondo che mi sembro’ finto e pericoloso.  Mi sembrava di essere Cappuccetto Rosso, nel bosco.  Avevo paura di non saper riconoscere il lupo. Per tutto questo, ed anche per timidezza, feci mio un comportamento distaccato e non incline a dare confidenza. Camminavo diritta come un fuso, non mi fermavo  a parlare.

Un giorno, mi sentii chiamare, era un ragazzo seduto su una delle poltrone della hall. Un cliente,  ovviamente, “Signorina, scusi, possiamo scambiare due parole? potremmo avere la stessa eta’, ad occhio e croce”. Ricordo benissimo che risposi di getto, come per reagire ad un morso, inopportuna e stizzita: “Guardi che io qui lavoro, non intrattengo nessuno”, girai sui tacchi e me ne andai e mi sentii i suoi occhi addosso, per tutto il corridoio.

Il giorno dopo, il ragazzo del bar, mi chiamo’ in ufficio. Disse : “Guarda che qui c’è quel tipo di ieri,  che dice non se ne andrà  finché non ti vede passare”. E non passai, né quel giorno, né gli altri due o tre che seguirono nei quali si ripeté la stessa telefonata dal bar. A fine settimana pensavo se ne fosse andato, i clienti rimanevano pochi giorni,  di solito. Il venerdì me lo trovai davanti, nel corridoio. Mi disse “Faccio un concerto stasera, ho una paura tremenda, non sono ancora sicuro che ce la faro’. Ho biglietti,  vieni a sentirmi. Canto cose che ho scritto io, poi mi dirai..” “Non mi fanno uscire, la sera. Verrò la prossima volta,  quando sarai famoso.  Auguri, comunque”

Il lunedì mi chiamo’ il barman. Disse :”Il tipo dell’altro giorno ti ha lasciato un biglietto. E’ partito ieri.”

“E senza dir parole nei miei sogni ti portero’…” Francesco.

Grintolin a più mani

Grintolin: nuove strade per le indagini – di Luca Di Volo

Quella mattina Scrupoloso Antonio, bravo ispettore…aveva proprio la luna storta….Sì perché in giornata era previsto l’arrivo di quel professore con quello strano nome..

E poi , dai Carpazi..via…da quelle parti lui conosceva solo Dracula…Si rifiutava di pensare che dopo tanti secoli il soffio della modernità fosse arrivato anche laggiù….Questo prof. poi se lo immaginava pallidissimo, labbra scarlatte…uno stiffelius nero rivestito di un mantello ancor più nero…

Ma si fermò in tempo..e se fosse stato davvero così…?! Forse sarebbe stato divertente…almeno quel rompipalle di Grintolin avrebbe avuto quel che gli spettava per le sue ultime fantasie esoteriche..Già..che proprio lui aveva destato…O non poteva non rispondere..? No, non poteva..Scrupoloso Antonio, bravo ispettore era fatto così…

Però era nato sbirro e come sbirro pensava…E pensava che quel vocione di Grintolin nella fretta di chiudere il caso, avesse preso una cantonata solenne.

Intanto non si era curato della personalità della signora che aveva riconosciuto in Ettore il suo coinquilino…Poi il lavoro della suddetta signora..che era nota in tutto il paese come “Madame Tre Palle”…e faceva la medium , la chiromante ..lettrice di futuro, passato e presente…Anche su una TV locale. Il soprannome era dovuto al fatto che per la divinazione utilizzava tre palline di legno che faceva girare in un specie di contenitore cosparso di buchine e buchette , a seconda di dove si fermavano le tre sfere dava il responso…ed aveva anche molti clienti, anche…

Altro fatto importante..la signora in questione non era affatto la solita vecchia megera: vedova, di mezza età, era davvero una bella donna, molto giovanile , ed intelligente anche, ..se no non avrebbe potuto fare quel mestiere..

Ultimo..era anche una confidente della Polizia…

Questo però Grintolin non lo sapeva…i confidenti erano gestiti dal bravo agente Scrupoloso Antonio e non era obbligato a parlarne se non riguardavano le indagini…Eh, però ora era il caso..e bisognava affrontare il Grintolin….e dirgli che quella sera era stata lei a denunciare quel povero Piero Cecchi che le aveva fatto quelle confessioni durante una seduta…”Ma non sarà che quel bischero del Cecchi le abbia raccontato quelle visioni tanto per fare il fenomeno e attirare l’interesse della bella maga?!..Possibile..però qualcosa deve aver visto..magari per far colpo l’aveva amplificato..ma durante l’interrogatorio si era mostrato troppo spaventato per essersi inventato tutto..” Poi, quello strano prof…..Che tanto strano non sembrava..intanto era medico..era stato anche un chirurgo piuttosto famoso…poi si era fatto sedurre dalla psichiatria…e infine si era messo ad indagare su avvenimenti che esulavano dalla scienza..ma sempre , come predicava a mezzo mondo..”perché la Scienza era ancora molto molto arretrata..”

E naturalmente quello spezzone dell’indagine Grintolin l’aveva affidata a lui..c’era da lavorare con Dracula…(ormai l’aveva soprannominato così..) e..dulcis in fundo , anche con la leggiadra dottoressa Vann Big…

Quest’ultimo pensiero gli aveva un po’ sollevato il morale, tanto che quando l’agente di guardia entrò per dirgli che…ehm…era arrivato quel famoso prof. Rumeno, era quasi di buon umore, tanto che si affrettò a seguire di buon grado l’agente fin sulla porta del commissariato…dove ebbe l’occasione di incontrare per la prima volta il famoso prof. Luc de Vol ..ordinario di scienze esoteriche all’Università della Transilvania…

Subito..a pelle…capì che gli sarebbe sempre stato sui…..insomma avete capito..e immediatamente dopo lo colpì il fatto che anche se gli era stato subito antipatico…cavolo..quell’uomo era affascinante…altro che Dracula..

Di media statura..una leggera barbetta da intellettuale..vestito sportivo..occhi nerissimi che sembravano bucare lo spazio…No..non era uno qualsiasi…Ma gli andò incontro sorridente per dargli il benvenuto..scoprendo che parlava un italiano perfetto…e figuriamoci…

Comunque…”Venga Professore ..il commissario Grintolin e la dottoressa Van Big la stanno aspettando…”

Ma subito gli apparve nel pensiero la bella psicologa ..ahi..una fitta di gastrite o il bravo ispettore Scrupoloso Antonio cominciava a patire i primi morsi della gelosia.?!

Comunque fece il suo dovere, introdusse l’ospite nell’ufficio di Grintolin e, dopo i convenevoli d’uso, la riunione ebbe inizio..

Ora…sotto a chi tocca..

Rossella

E se fosse andata diversamente? – di Rossella Gallori

foto di Rossella Gallori

A:

GIULIA, giovanissima ebrea si innamora di Giorgio, bellissimo, dolcissimo, cattolicissimo ombroso ed ammaliante, in solo 9 giorni lo sposa, un 1938 che vede una  giovane coppia entrare in un labirinto, senza abito bianco, senza sfarzo, in segreto, quasi. Specchi di guerra riflettono sui loro corpi innamorati, solo fucili puntati e svastiche dagli angoli taglienti. I figli maschi nascono, uno, due, tre, quattro, un po’ alla luce del sole, un po’ al buio totale.

La storia va avanti, tra morti di crepacuore, di gas, e di sopravvissuti, che non hanno più nessuna voglia di andare avanti, c’ è sempre un “ tu non puoi entrare” nella giovane coppia, eppure vanno avanti, nella speranza ossessiva di Giorgio, di avere una bimba che gli somigli , nella certezza di Giulia di non metter al mondo più figli con il bollino come banane. I figli maschi che ha le bastano, eppure LEI nasce a dispetto della madre, nasce con l’odio di una nonna, una delusione della madre, ed un amore smisurato del padre, che la lascia presto sola ad affrontare  salite così  ardue da non saper come fare. Inutile avere le scarpe giuste, all’ inizio piange, vuole studiare, ma non trova strade in quel groviglio,  ad ogni passo un tranello. Cresce diventa grande, quasi vecchia, non sceglie ma vive. Rimane nel labirinto, non ne esce, perché dovrebbe farlo? Ci sono cecchini in agguato? Si credo proprio di  sì!

B

Si sposano Giulia e Giorgio, in un 38 di passione, un matrimonio stupendo, lei in bianco bellissima, lui in grigio, banale e dimesso.  Il viaggio di nozze è lungo e senza intoppi, si comincia un po’ a parlare di razze, ma i due ignorano, innamorati come sono,  le maldicenze sui tedeschi, c’ è chi dice che forse li deporteranno questi biondoni dagli stupendi occhi azzurri, ma in alberghi sul mare, dove alloggeranno con i loro stupendi cani, dolci e mansueti, comunque per identificarne la provenienza  i  teutonici  indosseranno sulle divise mughetti profumati,  ed i guinzagli saranno colorati e pieni di allegri sonagli.

La coppia è al sicuro, lei è ebrea, nessuno può farle del male, nascono figlie, una dopo l’altra, per non fare torti, danno a tutte lo stesso nome, Vita, originale e  lungimirante.

La più piccola è così  amata, così coccolata, così apprezzata, da non avere intoppi, spesso sogna grandi cartelli su porte aperte: PUOI ENTRARE SOLO TU.  Viali alberati, strade diritte, cartelli stradali benevoli e chiari le indicano la meta.

Studia, prende una laurea dopo l’ altra, legge, dipinge, viaggia, ed ora che non è più tanto giovane vive con  i genitori, che non hanno anni, un marito che  l’adora, figlie, nipoti, gatti, anche la sua nonna è ancora viva e sulla sedia a dondolo sotto il portico ricama il nome della nipotina su cuscini di lino setoso, in una casa immensa che guarda il mare, dalle finestre spalancate, la porta sempre aperta, un cartello all’ ingresso avverte gli ospiti: IN QUESTO GIARDINO NON CI SONO LABIRINTI, SIETE AL SICURO.

P S: non è andata così? Non importa, potevo scriver di Pinocchi con il naso a  patata, di Pollicino che non si perde, ho scelto la storia di casa mia, mi perdonate?  

Ulisse

Torno o non torno? – di Laura Galgani

Foto di Olle August da Pixabay

La grande nave in rada, vicina alla grande spiaggia, sembrava silenziosa, addormentata.

Le vele ripiegate non annunciavano alcuna imminente partenza. Tutti, l’eroe come i suoi compagni, erano immersi in un sogno dal quale non volevano ancora riemergere. L’isola, che sarà detta Gaeta da Enea, era coperta da una folta vegetazione. Hermès vi si rifugiava ogni volta che si ritirava – quasi fuggiva – dagli incontri con la Maga Circe. Lei riusciva a turbarlo nonostante lui fosse un dio.

Odisseo conosceva ormai bene quell’isola incantata: le alte scogliere, le spiagge dorate, il mare spesso in burrasca che non gli faceva certo paura. E poi c’era lei, la maga – dea dalle belle trecce, dalla pelle color di luna, dal profumo d’ambra e muschio, dallo sguardo magnetico e irresistibile.

Seduto su uno scoglio Odisseo guardava l’orizzonte e si chiedeva quanto fosse vicina – o se invece fosse lontana – la sua Itaca. Da qualche tempo ormai la distanza dalla sua terra non era più soltanto fisica, misurabile in giornate di viaggio. Qualcosa gliel’aveva allontanata dal cuore, dalla mente, dall’anima e lui ne soffriva profondamente. Al tempo stesso però, al di là della sofferenza dovuta al distacco, come se fosse ormai passato al di là delle colonne d’Ercole e avesse varcato un confine prima inimmaginabile, sentiva che in lui qualcosa di importante stava cambiando. Gli sembrava di affacciarsi ogni giorno di più su di un mondo nuovo, tutto da scoprire, stavolta senza doverlo andare a cercare chissà dove. Era dentro di lui, era lui. E sapeva benissimo che Circe era l’artefice di questo cambiamento. Ricordava bene il momento in cui, dopo aver incontrato Hermès, si era incamminato verso la sua porta, sconvolto nel cuore. Hermès l’aveva messo in guardia al suo arrivo sull’isola: Circe non era “solo” una maga, era una dea. “Circe farà di tutto per renderti vile ed impotente. Si servirà di te per esercitare il suo potere magico. Non devi cadere nella sua trappola.” E gli aveva dato delle erbe misteriose come antidoto alle pozioni magiche, una spada da sguainare per mostrare forza e contrastarne il potere e gli aveva detto di farle giurare che non avrebbe usato incantesimi con lui. Solo dopo avrebbe potuto giacere con lei. Da allora, da quando per la prima volta erano saliti di sopra, al suo letto fra le rocce, era passato del tempo. Quanto, Odisseo non sapeva dire. La sua lucida razionalità lo aveva sostenuto fino a poco tempo prima; fedele devoto di Athena, espressione del mondo razionale, aveva retto bene il confronto con Circe, proprio evitando di lasciarsi toccare interiormente dall’inquietante mondo di lei, al contrario irrazionale, indefinibile e sfuggente. Ma non poteva resistere all’infinito. Era un’impresa sovrumana anche per lui, avvezzo alle sfide più dure.

I compagni di Odisseo, intanto, resi da Circe ancor più belli e prodi dopo esser tornati umani anziché restar maiali, lo supplicavano di ripartire. Non vi era più alcuna ragione per temporeggiare, il mare e il vento erano propizi e dunque era giunto il momento di spiegar le vele alla volta di Itaca! Ma Odisseo non si decideva. Si sentiva spaccato a metà, come un grosso frutto succoso che si recida d’un sol colpo netto e con forza, gli pareva che le sue due parti, quella razionale che ben conosceva e quella del sogno che voleva esplorare, si fossero scisse l’una dall’altra piangendo lacrime succose ciascuna per proprio conto.

“Andremo nell’ade, da Tiresia, il cieco indovino! Sarà lui a decidere del nostro destino.” E così dicendo Odisseo si alzò di scatto e si mise in cammino con passo deciso. I suoi compagni lo seguivano, ancora fidandosi di lui. Durante la marcia gli risuonavano in testa le parole che Circe gli aveva sussurrato all’alba, dopo una notte in cui aveva conosciuto spazi di vita inesplorati dentro di sé: “Ascoltami, io ti darò qualcosa che ti farà dimenticare i tuoi sogni meschini, il tuo misero regno, tua moglie che invecchia. Rimani e questa notte l’Olimpo conoscerà un nuovo dio, Odisseo.”

Non fu facile scorgere Tiresia. La nebbia avvolgeva le rocce, l’umidità trasudava dalle pareti scoscese e sembrava che tutto piangesse di compassione per il triste destino dell’umanità. Dopo qualche istante l’ombra di un vecchio avvolto da un mantello si fece avanti e lo chiamò: “Odisseo! Vieni avanti! Sì, sei nel regno dei morti, ma ancora non ne fai parte. Hai molti giorni davanti a te, tempestosi e sereni, lieti e dolorosi. Ma lascia andare questi tuoi compagni. Il vostro destino non è più uno solo. Da tempo tu stesso hai già scelto qual è la terra che vogliono calpestare i tuoi passi. Non sono io che devo decidere, sei tu che hai già deciso. Posso solo dirti che il peso di questa decisione lo porterai per sempre; ma sai bene che ogni scelta porta con sé il rimpianto per ciò che si è dovuto lasciare indietro. Tua moglie non ti vorrebbe mai accanto a sé ma infelice. Tuo figlio non vorrebbe essere cresciuto e guidato da un padre che desidera essere altrove. Sarà una prova dura per loro, ma non gliela puoi evitare. Ce la faranno, in qualche modo. Prenderanno delle decisioni, giuste o sbagliate non importa. Ma tu lascia liberi questi amici di fare altrettanto!” E detto questo ritornò nell’ombra e scomparve. Tutti restarono in silenzio. Nessuno osava dire qualcosa. Giunti all’aperto, si lasciarono sferzare il volto e il corpo dal forte vento salmastro. Si vedeva il mare, in lontananza, e grosse nubi scure che si allontanavano senza più esser minacciose. Non ci fu bisogno di parole: Odisseo abbracciò i suoi compagni uno per uno, piangendo. Rimase lì, su quel promontorio brullo e roccioso, a guardarli sfilare e affrettarsi verso la nave, finché il primo vi salì e sciolse una vela. La nave era di nuovo viva, si stava preparando per il viaggio. Pareva salutarlo ondeggiando leggermente ora da un lato ora dall’altro. Odisseo le disse addio, e con lei disse addio a ciò che era stato e al suo passato. Chissà se l’umanità avrebbe compreso la sua scelta … chissà se qualcuno ne avrebbe mai parlato …   

Labirinto

Essenza – di Lucia Bettoni

Foto e quadro di  Lucia ( olio su tela 30×30 )

Bianco come la neve
il mio labirinto semplice.
Pulito, lavato …
è rimasta l’essenza.
Ad ogni risveglio
una sola domanda:
la bellezza o l’abisso?
Ancora e ancora scelgo
ogni goccia di vita e
non apro l’ombrello

Storia a più mani – Ancora Grintolin

Le indagini di Grintolin continuano – di Carla Faggi

Parlare con la dottoressa gli aveva fatto bene, mentre l’aspettava con ansia cercava di razionalizzare il cosiddetto”caso Franca”. Sembra diventato un labirinto, si và a destra o a sinistra? Pensò Grintolin, io quasi quasi vo a sinistra e seguo le vecchie indagini del “cercher l’amour” tra l’altro ci sono anche già due rei confessi, e l’ispettore Scrupoloso andrà a destra seguendo il nuovo filone esoterico, e vediamo dove si arriva.

Ai giornalisti in conferenza stampa si era limitato a dire “stiamo seguendo tutte le piste senza scartare nessuna ipotesi, la psicologa dottoressa Vann Big vi illustrerà meglio” e se ne andò.

Inutile dire la contrarietà della dottoressa per essersi trovata da sola a gestire una turbolenta accozzaglia di giornalisti pronti a sottovalutare sempre il loro lavoro ed a sottintendere tutte le volte che avrebbero potuto fare molto di più. Ma era molto brava, quando era necessario sapeva dire tanto senza dire nulla.

Scrupoloso intanto, dopo aver saputo dell’imminente arrivo della intrigante dottoressa, dopo essersi rasato e ben pettinato, si mise a studiare la nuova situazione venuta alla luce:

Il testimone aveva intravisto una buffa carrozza con strani personaggi travestiti, uno di questi da diavolo caprone, una piramide nel bosco, si era impaurito ed era fuggito, ricorda però che aveva ben percepito uno strano odore di zolfo e ben sentito una cantilena tipo”…con Franca con Franca e dopo di lei con altre con altre…”

Arrivò la dottoressa Vann, Scrupoloso la fece accomodare, Grintolin le offrì un caffè, parlarono a lungo e arrivarono alla conclusione : bisognava far intervenire l’illustrissimo professore filosofo metafisico esperto esoterico e docente presso l’Università della Transilvania Luc De Vol.

E ora vai Luca

Storie a più mani – Grintolin continua a indagare

Grintolin indaga – di Vanna Bigazzi

Foto di Hebi B. da Pixabay

“Che strana telefonata…” rimuginava fra sé Grintolin “un Cecchi esoterico….. e chi ne ha mai sentito parlare? Dobbiamo rimanere con i piedi per terra, che discorsi sono: la setta demoniaca, una Piramide nel bosco e chi la mai vista questa Piramide…” Si concentrò a lungo, poi riprese le sue supposizioni: “Certamente la ragazza non sarà stata uccisa da forze maligne, come dice questo Cecchi ma potrebbe esserlo stata da questi fantomatici membri della setta, questo è possibile…” Nonostante tentasse disperatamente di razionalizzare, Grintolin si sentiva misteriosamente sbandare verso una dimensione paranormale; non riusciva a riagganciare la realtà ma veniva rapito da un nuvolone nero che lo disorientava e lo trasportava in estensioni occulte, dove la volontà non aveva fondamento e lasciava spazio a uno stato mentale confuso, invaso da arcane suggestioni. D’impulso prese il telefono e chiamò la Psicologa: “Dottoressa, lei crede nelle forze sataniche? Nelle sette? Ha mai visto la Piramide”? “Commissario, cosa le è accaduto, sta male”? Ma poiché Grintolin aveva abbandonato le deduzioni più razionali e continuava a farneticare, posseduto da magnetismi deliranti, la Psicologa lo interruppe con voce alterata dicendo: “Passo a prenderla e la accompagno subito a “Villa Sonni Tranquilli”! Di fronte a quel pericolo Grintolin si ridimensionò e moderando il tono della voce disse: “Si, capisco, mi scusi, ma qui stanno accadendo cose veramente strane, le sarei grato se riuscisse a raggiungermi per parlarne…”

Carla, tocca a te…

Cenerentola?

Macché Cenerentola! – di Carla Faggi

Foto di Lisa Che da Pixabay

Tanto tanto tempo fa, c’era una volta in un paese lontano lontano una bella e povera ragazza chiamata Cenerentola.

Fu convinta dai topini magici e dalla Fatina, di nascosto alla matrigna e alle sorellastre, ad andare alla festa al castello perchè il bellissimo Principe quella sera avrebbe scelto la propria sposa.

Cenerentola sognava da sempre di incontrare un vero Principe che l’avrebbe salvata e poi sposata da non dover più essere povera e succube della matrigna.

L’altro uomo della sua vita, il padre, era morto e con la parte femminile della restante famiglia non aveva decisamente un buon rapporto.

Grazie alla magia della Fatina, su una zucca trainata da topini, vestita in bellissimo modo, arrivò alla festa.

Il Principe la vide e se ne innamorò, la invitò a ballare e voleva rivederla. 

Lei però lo guardò bene, non era poi così bello, e poi era noioso, parlava di cose futili, e tutta quella gente così stupida e vanitosa attorno a lui. Sposandolo avrebbe passato tutta la vita così?

Ci pensò un po’ e guardando l’orologio, era quasi mezzanotte, decise che non ce la faceva più, si stava annoiando da morire!

Lo mollò in mezzo al ballo e se ne andò senza salutare.

Discese correndo la grande scalinata e perse una scarpetta, si voltò di scatto e tornò indietro, e no! Pensò, quelle scarpette rosse tacco dodici, punta stretta sono deliziose, non le lascio certo qui, e si riprese la scarpetta perduta.

Correndo verso la spider arancio decappottata, la fatina aveva ben pensato che la carrozza-zucca da qui in avanti sarebbe stata poco adeguata, si mise al volante e tornò alla sua abitazione.

Scendendo dalla spider inciampò nell’ abito e lo strappò. La lunga gonna era diventata cortissima e sfrangiata.

Però, pensò, così è proprio carina, quasi quasi ne faccio una moda. Fu così che il marchio Cene Quant divenne un’icona, produsse tanti mini abiti e fece lavorare tante persone.

Ma la nostra Cenerentola non si fermò qui, diventò una cantante famosa, una ricercatrice e scienziata da premio Nobel, una tra le prime astronaute donne, una scrittrice famosa, Presidente della Camera del Parlamento italiano, e per la primissima volta vicepresidente degli Stati Uniti d’America.

E tutto questo senza il Principe azzurro.

A proposito, che fine ha fatto quest’ultimo? Ha incontrato di nuovo Cenerentola ormai matura e famosa, stavolta si sono piaciuti davvero e…vissero felici e contenti finché lo  hanno ritenuto opportuno.

Giulietta e… non Romeo

Dalla tragedia alla commedia – di Gigliola Franceschini    

Foto di fesehe da Pixabay

                       Mi sembrerebbe giusto dare al personaggio di Giulietta la possibilita’ di scegliere il suo futuro. Uscire dall’intrigo malefico di vendette e beghe familiari e imboccare la strada del quieto vivere e del buonsenso. Giulietta deve avere la possibilita’ di realizzare la sua vita  e per farlo deve vivere, perché da morta  avrebbe avuto poche scelte! 

“Caro Romeo, ti parlo a cuore aperto, non ho alcuna voglia di diventare un personaggio tragico, sono giovane e anche bellina, modestamente, voglio uscire da questo ginepraio di lotte e odio permanenti e levarmi da questo pericolo continuo.  Ci ho pensato ed ho scelto di vivere. Questa cotta giovanile ci passera’ e avremo altre vite, tranquille e normali. A suo tempo avro’ una famiglia mia e se non sara’ il grande amore, mi consolera’ il fatto di essere viva e vegeta, di non avere a che fare con beveroni strani, frati compiacenti, nutrici ruffiane. Saro’ una persona normale. Anche per te sara’ meglio, te ne convincerai quando ti guarderai intorno, ne volano tante di passere in cielo, c’è solo da scegliere! E ti do  un consiglio, la prossima volta trovati una che abiti a pianterreno cosi’ non correrai il rischio di romperti l’osso del collo come hai fatto con me per arrampicarti fino al mio verone. Verone! Direi terrazzino un po’ scortecciato ed anche poco sicuro quando mi raggiunge quella cicciona della nutrice. Ora mi ritiro perche’ l’aria è troppo fresca. Ho fatto la mia scelta, sono uscita dalla tragedia per entrare nella commedia”.

Forse avremo perso un  grande capolavoro ma avremo acquistato un pizzico di buonumore e qualche risata. E la vita continua tra lacrime e sorrisi.

Incontro virtuale – 1 dicembre

con Cecilia Trinci

Dopo una carrellata sulla ricca produzione della nostra settimana di lavoro, abbiamo parlato delle proposte per le due settimane che abbiamo di fronte: il tema del labirinto come simbolo di tutte le scelte e le decisioni prese nella vita.

Come proposta di lavoro potremo:

  1. Prendere in prestito alcuni personaggi delle storie scritte da persone diverse da noi, ispirate alle foto della settimana scorsa, e inserirli in altre storie che sceglieremo di scrivere.
  2. Altra proposta riscrivere a modo nostro una delle storie scritte e pubblicate la settimana scorsa Oppure:
  3. Prendere in esame alcuni “bivi” della nostra storia passata e immaginare come potrebbe essere andata se avessimo preso una direzione diversa. Nel caso non volessimo parlare di noi potremmo fare la stessa cosa analizzando storie note della letteratura classica. Partendo da un “bivio” della narrazione provare a proseguire percorrendo una strada diversa.
  4. Da non dimenticare ……la serie del Commissario Grintolin da proseguire!

Buon divertimento!

lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

La voce di Gabriella

Stato d’animo – di Gabriella Crisafulli

L’iris selvatico di Louise Gluck

“Vuoi sapere come passo il tempo? Cammino sul prato davanti, fingendo di strappare erbacce, ciuffi di trifoglio selvatico… In realtà sto cercando coraggio, qualche indizio che la mia vita cambierà”.   

Louise Gluck – Premio Nobel letteratura 2020

Dedicata a Rossella:

Grazie Rossella – di Gabriella Crisafulli

Dopo notti tormentate,

sogni oscuri,

pensieri arcani avvolti in tiepido calore,

arrivi tu,

matita parlante. Sciorini

non tanto sete e broccati,

ma parole parole e parole

che regalano le più aspre conquiste

La foto 2 di Tina

Le figlie curiose – di Tina Conti

A chi assomigliavano quelle due ragazze non lo capiva certamente.

In che situazioni lo cacciavano ogni volta!

Lui , timido e silenzioso, amante del suo lavoro e del  paese, si trovava questa volta proprio nella condizione più  assurda.

La macchina, ferma e impantanata vicino al torrente, nessun punto di riferimento salvo quelle rotaie!

Da quante ore camminavano  non se lo ricordava neppure, per la fretta di uscire dalla macchina, con l’acqua  che si faceva sempre più minacciosa, si era dimenticato il giaccone e aveva afferrato una coperta.  

Si erano precipitati fuori, lui, già infreddolito.

Non era facile camminare sull’acciottolato, aveva i piedi doloranti, sentiva il bisogno del bastone che ormai usava più per   scoraggiare gli altri a fare richieste azzardate che per vera necessità.

Loro erano allegre e divertite, a lui mancava il fiato, si chiese perché aveva acconsentito a seguirle.

Nel laboratorio caldo e confortevole più della casa che amava e curava personalmente e non  permetteva a nessuno di pulire, la polvere si sarebbe infilata nei preziosi ingranaggi.

Lo aspettava il suo amato lavoro.

La sera prima aveva preparato le due rondelle del vecchio  quadrante nero e oro e le lancette della pendola tirolese erano state messe sotto la pressa, con i  colori a smalto aveva ricostruito i personaggi dell’orologio del municipio.

Era orgoglioso, con le foto del sindaco, le figure erano proprio vicine a quelli originali, la notte aveva sognato il padre, che orgoglioso lo abbracciava.

Pensava che sarebbero tornati a casa dopo poche ore.

Aveva fame e sentiva voglia del caldo latte  e caffè che si concedeva a meta’ pomeriggio, prima di andare a fare un giro per il paese, incontrava il fratello e gli amici, questo era il suo conforto, si sentiva parte di un mondo adatto a lui, osservava il tempo, le montagne, i boschi che cambiavano aspetto con le stagioni, respirava a pieni polmoni, questa era la sua vita.

Non avrebbe cambiato niente  delle sue abitudini, se non fosse stato per quelle due ragazze, agitate e inquiete, sempre alla ricerca di novità.

La foto 2 di Patrizia

Alba – di Patrizia Fusi

Mentre cammino su questa strada ferrata piena di ciottoli con la mia sorella gemella e il mio fratellone, stanchissimi perché è da ieri sera che camminiamo pieni di paura, il sole ci illumina.

Mi sento tanto triste e spaesata, mi chiedo che cosa ho di diverso dalla gente di questo paese.

Cosa ho deciso io di questa mia situazione.

E’ una colpa scappare dalla guerra?

E’ una colpa desiderare una vita migliore?

Quali giochi politici ci sono nelle guerre e nel tenere nell’ eterno sotto sviluppo molti paesi, mettendo la popolazione alla fame?

E’ una colpa volere scappare da tutto questo?

Eravamo una bella famiglia della media borghesia siriana, composta da padre madre, nonna e nonno, mio fratello grande e io e la mia sorella gemella, la vita scorreva serena fino a quando sono arrivati i primi attentati, la popolazione si è divisa in fazioni, si sono formate le milizie militari, sono iniziati la caccia all’avversario, le bombe che scoppiavano, il terrore che si sprigionava intorno a noi, tanti morti, tanto sangue, fame, paura.

La nostra famiglia si è procurata un bel po’ di soldi per farci scappare in Francia pensando che fosse un paese accogliente (egualité….fraternité).

Dopo un lungo viaggio pieno di difficoltà, ci siamo ritrovati a vivere nella grande bidonville di Sant Denis, da lì ci hanno fatto sgombrare.

Io e i miei fratelli abbiamo trovato accoglienza presso alcune associazione di volontari che danno assistenza a non profughi, ma sempre precari.

Con l’ aiuto dei volontari, per attirare l’attenzione delle persone e delle istituzioni sulla problematica dei rifugiati, abbiamo occupato pacificamente con delle tende la Place de la Republique, la piazza era piena di profughi, volontari, giornalisti.

Ci hanno fatto sgombrare con violenza.

Ho tanta malinconia dei miei famigliari, mi manca la mia vita precedente, ho paura per me e per i miei fratelli, sento l’incertezza del vivere, mi sento diversa, non capisco perché facciamo tanta paura, mi sento un po’ meglio sentendo vicino a me la mia sorellina e il mio fratellone mi sento protetta da lui.

Siamo un’altra volta in cammino, per dove?

Dov’è l’umanità?

Dov’è chi scatena le guerre?

Dov’è chi fabbrica le armi?

Dove sono chi mette alla fame i popoli? Dove io e miei fratelli e gli altri profughi potremo fermarci ed esseri accettati come esseri umani dal potere ma anche dalle persone comuni?