Un pezzo di carta per Rossella G.

Carta a fette – di Rossella Gallori

Eppure sembrava solo un pezzo di carta da pacchi riciclata stampata….

Donne gentili, paesi lontani, sguardi delicati, piccoli passi, fiori quasi profumati, piccole righe non rughe, nascoste da grossi petali, grassi di colore, ne avverto l’odore, sai di piante che non conosco, di larghe foglie, sai di vita solo tua.

Ti prendo, ti piego, mi resisti, mi fermi, poi ti arrendi ti fai plasmare, un po’ per gioco, un po’ per vanità, per diventare un’altra cosa….ora sei un piccolo paravento liberty; ci appoggio biancheria di seta, che non ho, colori sfacciati si affacciano dietro un sogno di carta…ne esce una me scomposta,  pezzi mal assemblati, sfilacciati… con un cervello che funziona, come un cuore, dai battiti che son cavalcate, dalle pause lente…

Con un cuore a cervello dai pensieri strani, stravolti da palle di cartapesta, che sta su un seno a sinistra, in bilico….

Poi mi sveglio e tutto torna carta, ti stendo, ti appallo, ti brucio con lo sguardo, ti conservo, ti osservo…solo, forse, un pezzo di qualcosa a caso, non un paravento, non un sentimento, un silenzio piegato, plissettato…mai spiegato…

La carta lucida blu di Lucia

I ciliegi incartati di luci – di Lucia Bettoni

Tre ettari di terra su una collina era il mio podere, il nostro podere
Viti, olivi e qualche albero da frutta erano il nostro tesoro
Mio padre, mio nonno e tutti in famiglia amavamo questa terra
Tutto quello di cui avevamo bisogno era legato a questo pezzo di terra che le mani rugose e sapienti di mio padre sapevano curare con rispetto e riconoscenza
Le mani di mio padre erano campi arati, ruscelli e fili d’erba
Nei solchi delle sue mani poteva crescere il grano
A Pasqua scartavo sempre un uovo di cioccolato, a volte anche due
La carta lucida, colorata e argentata delle uova era un piccolo bene prezioso e come tutte le cose non veniva buttata perché tutto sarebbe potuto servire , tutto avrebbe potuto essere utile
La carta scricchiolante veniva piegata con precisione e riposta nel cassetto delle carte
A seconda delle stagioni, dopo averla tagliata in strisce sottili, veniva appesa agli alberi da frutta per scacciare gli uccelli
I ciliegi diventavano una festa, alberi di Natale luccicosi e sventolanti
Anche l’orto brillava al sole e cantava al vento
Tutto diventava diverso
Era la mia giostra, la mia fiera, l’occasione per sorridere dentro, l’occasione per aprire le braccia e diventare io stessa un uccello per una solitaria, intima, meravigliosa danza per la vita
Grazie babbo per tutti i lustrini che mi hanno fatto danzare

Carta Velina per volare con Rossella B.

La Velina e la…cartina – di Rossella Bonechi

Pssst…..pssst….no no non ti allontanare….vieni…. sì, sono io, la Velina. Oh ecco, mi hai vista, toccata, riconosciuta, sì sì sono proprio io: quella che il nonno toglieva delicatamente dalla scatola delle scarpe nuove e accarezzandomi piano mi spiegava quasi a stirarmi. Perché??? Ma perché sarei stata la carta con cui avreste costruito insieme il nuovo aquilone! Oppure tagliata in perfetti quadrati ti avrei aiutata a vincere la gara di chi mi teneva più in alto solo soffiandomi.          Sono quasi trasparente, impalpabile, mi strappo facilmente ma è con me che avvolgi i bicchieri di cristallo del servito buono per affrontare l’ennesimo trasloco.                                                                           

  E che dire dei regali? Ora che mi hanno fatta di tutti i colori, impreziosisco qualsiasi confezione, anche solo di saponette o confettini; che emozione scostarmi con le mani e ascoltare il mio scarteggìo per scoprire cosa nascondo o proteggo!       

     Ma alla fine, lo so, mi hai scelto per colpa dell’aquilone e del gioco: nessuna carta è più preziosa di quella che ti rende bambina. Che meraviglia! Un pezzo sgualcito, incolore, strappucchiato di velina fa comparire una bimba riccioluta e colorata con le braccia spalancate a NON contenere la gioia.

Incontro del 12 gennaio 2023: la carta ha parole per noi

Foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

La scintilla è venuta dal libro Malinverno di Domenico Dara:


“…noi non siamo quello che abbiamo vissuto: siamo quello che abbiamo pensato, immaginato, sperato, desiderato, dimenticato. Che l’universo mai saprà ciò che davvero è stata la nostra esistenza silenziosa e clandestina, nessuno mai conoscerà i nostri viaggi segreti, i nostri amori immaginati, le nostre centinaia di vite racchiuse negli infiniti universi di un neurone.” (cit.)
Astolfo Malinverno è il bibliotecario di Timpamara, dove c’è una cartiera e dove finiscono al macero libri, riviste e giornali non più utilizzabili ed il vento spesso disperde pagine strappate per le vie. Gli abitanti recuperano dal macero i libri meno malridotti o a volte solo pagine o brandelli. “Leggevano tutto e tutto serbavano, i timpamarani, quasi a contrappesare il destino di distruzione del macero: lì i libri venivano cancellati, loro invece li tenevano in vita.” (cit.)

“Fosse per me ci abiterei, tra i libri: attraversata la porta della biblioteca mi sembra già di non zoppicare più, non è vero ma io lo sento, come se lì dentro non esistessero uomini claudicanti o piè veloci, distanze da percorrere o tempi da rispettare ma tutto si agguagliasse nella parola. È più d’un rifugio per me: una tana, la mia camera amniotica. Qui dentro mi sento meno solo, e io la so misurare la solitudine. (…)

Hai mai sentito la voce dei libri?” mi chiese una volta mia madre. “Non le parole che leggi, intendo proprio la loro voce, il suono della carta.” La guardai stupito. Capivo le sue allucinate immaginazioni, i personaggi letterari che diventavano vicini di casa e viceversa, ma che la carta parlasse mi sembrava troppo. Forse la sua testa si stava ammalando. “Dobbiamo trovare la giornata giusta, però,” concluse.” (cit.)

La carta parla, suggerisce, sussurra al cuore e le pagine che seguiranno lo confermano!

Pinocchio e Geppetto per Rossella G.

PICCOLA STORIA DI UN LIBRO CHE NON HO MAI LETTO…. – di Rossella Gallori

E poi scopri che ha 112 anni e non li dimostra, che è sempre stato tuo e non l’hai mai letto, che le illustrazioni ti facevano paura, che sa di polvere e di bambino; che si è sporcato con il tempo, scopri che forse è l’unica cosa che lui ha lasciato a te, che non lo  avete mai letto insieme, perchè non ce ne è stato il tempo.

Avevamo le nostre storie, i nostri incontri, le nostre illustrazioni, noi che non sapevamo disegnare, noi che allestivamo grandi commedie, senza saper recitare, noi che non avevamo pubblico, perché io applaudivo solo te e tu solo me.

Pinocchio, te lo avevano regalato i tuoi genitori, per la tua comunione, fatta un po’ più tardi degli altri. Non sapevano se ce la facevi, con quel cuore grosso e malato, ti tenevano a letto, aspettavano….poi visto che la signora stronza vestita di tulle nero, non si decideva ad arrivare, ti fecero quasi vivere, studiare, poi anche nuotare, anche cantare con un mediocre tenore in casa, come si addice a  un bimbo malaticcio, imparasti bene l’inglese….per premio, forse una festicciola, dopo l’ostia…e questo Pinocchio, di cui guardavamo solo la copertina, la data, la dedica, niente di più.

Mi raccontavi  la storia che forse nemmeno tu sapevi bene bene,  senza  un ordine giusto, quasi per lenire il dolore che provavamo nel pensare al povero Geppetto padre non troppo giovane, come eri tu per me, babbo di un bimbo di legno, un po’ come ero io per te, più di coccio che di legno, forse, ma innamorata, cotta, di un amore, che affetta l’ anima, riducendola in lamelle sottili di tartufo bianco, dal profumo forte, indimenticabile…

 Tu non lo avevi letto, noi non lo abbiamo letto, ma abbiamo incontrato insieme tutti i personaggi, cari a Collodi e non solo.

Mi hai fatto la giacchettina, il cappelluccio, la goletta “ co i fiocco” .

Abbiamo incontrato il gatto, la volpe…ma non ci hanno fregato…

Lucignolo era un bravo bambino e se anche non lo fosse stato, poco importava,  io non giocavo con nessuno.

La fatina un po’ Turchina era “ la mi mamma” con i capelli crespi e neri, con il rossetto sempre, qualunque cosa accada…più maga che fata, mettere a tavola 7 persone, magia allo stato puro.

Poi c’ era Mangiafuoco, la tua mammina adorata, a me sembrava più la balena…..ma non te l’ ho detto mai.

E poi forse mi sono bruciata i piedi, e tu Geppetto adorato, me li hai rifatti… perché se ami qualcuno gli fai i piedi perché possa camminare, anche da solo.

E se mi han chiamata Berlicche, ci abbiam riso, in fondo il naso a punta ce l’ho.

No non abbiamo letto il libro, ma qualche grillo parlante lo abbiamo incontrato: pensare al futuro si mette male.

Ci siam tappati le orecchie e siamo andati avanti, nel nostro vocabolario, avevamo sostituito la parola futuro con oggi.

 Non l’ ho letto” babbinomio” Pinocchio,  nemmeno oggi che sono quasi vecchia e sarebbe l’ ora di saper come stanno le cose.

 Ho solo il ricordo” di un serpente verde, con gli occhi di fuoco, ed una coda appuntita che gli fumava come la cappa di un camino….

Ed oggi, come allora, ho avuto paura di quella illustrazione paurosa, ho cercato la tua mano calda di battiti, non l’ ho trovata, ma ne ho avvertito il calore, l’amore.

Per l’appunto era una nottataccia d’ inferno….

E sono sola babbino mio, sola, ma il libro lo spolvero, si povero Pinocchio, se lo merita, 112 anni sono tanti. Poi lo rimetto a posto, un posto scomodo, non proprio a portata di mano, un libro di padre in figlia, di madre a figlia, con una strana storia, nessuno lo vuol leggere.

Come ero buffa e felice babbino, quando ero un burattino……e tu eri il mio Geppetto.

Il sei gennaio

I mangiatori di panini – di Cecilia Trinci

Non si sa come sono arrivati: a piedi, in pullman, in treno, in macchina… su cammelli da presepio….si raggruppano dapprima lentamente, spinti da un’orchestra stonata, da un rombo in sordina che cresce in una cavalcata inesorabile da tromboni lucenti. Ti vengono incontro masse morbide di piumini scuri, prima in file composte, poi in maree sconcertanti, non sai come scansarli, su che lato buttarti; dietro, in sequenza, si sfumano altre orde, per cui se anche scansi la prima andata lo schiaffo della seconda sarà inevitabile, ti prenderai comunque un tonfo di manica in faccia, il ritmo sale, cresce, incombe, non vedi più i volti, solo cappotti, cappucci, gambe spedite, in marcia verso il dovunque….lo sfondo di case e strade si annebbia, solo masse convulse, masse sfocate, affamate in cerca di cibo o di occasioni folli da acquistare per primi. A volte, spaventata dal ritmo frenetico, abbassi gli occhi sui passi, sugli stivaletti, le scarpe da ginnastica, i passi si accavallano e non distingui più la destra dalla sinistra e capita di incrociate due occhi in un passeggino soffocato, due occhi come i tuoi sconcertati, troppo spaventati per piangere, annichiliti, si potrebbe dire basiti. Bambini infagottati, con bocche piene di ciucci o di creme spiaccicate o caramelle decorate ti guardano come per dire “salvami”…ma già la folla ti ha spostato, perdi bambini e maniche, passeggini e monopattini mentre arriva la carrozza col cocchiere che da sotto il suo cilindro sul capo illustra: questa è piazza della Repubblica, il centro della città, i cavalli strascicano i passi grassi e grossi, le cacche si nascondono in sacconi misteriosi sotto le code, mentre procedono lenti come trattori viventi. Alzi gli occhi, c’è ancora il cielo celestino, con un solicchio stanco, respiri, sospiri. In terra, sugli scalini dei marciapiedi, i Mangiatori di panini addentano strati scricchiolanti di paniccia informe, sembrano fette di salame che si attorcigliano su se stesse sotto i denti, potrebbero essere fette di prosciutto vestite di formaggio, mentre sale a tratti, qua e là, un odore di quasitartufo, ma tutto si accende di morsi, bocche aperte, fauci affamate su quei panini asfittici e sodi, mòzzi che la saliva intacca a malapena, altri sono ordinatamente in file lunghissime e serpentine che si fanno strada tra la folla, cerchi il capo, molto avanti e vedi un minuscolo baracchino monotavolo che distribuisce cibo, schiacciata a pioggia, mortadella, cremine orfane di nome, intascando da ore senza tregua forconate di euro. Non mancano i livelli superiori di Mangiatori, quelli che osservano sdegnosi dai tavolini, mangiando patatine fritte mosce, ma seduti, a margine dell’onda di marea appiedata, tra il grasso Duomo che incombe, coperto di smartphone in diecimila mani, di facce da selfie, di braccia allungate in su, per catturare lo sfondo migliore. Senti a un tratto, nella folla, un grido di verità inattesa, “Non ne posso più di questa schiacciata!” ma la folla trascina via lo sconsiderato e tutti giurano di non averlo neppure sentito.

Un lenzuolo racconta una storia con Patrizia

Lenzuolo – di Patrizia Fusi

Sono ancora un bel lenzuolo bianco, di un cotone ottimo, robusto e solido, mi sento ancora bene, ho visto cambiare le persone che mi hanno posseduto, attualmente sono in una casa di una signora anziana, lei appezza la qualità del tessuto di cui sono fatto, le piace la sfilatura di cui sono adornato e il gigliuccio tutto ripieno per rendere più forte la sfilatura adatta a questo tipo di cotone.

Da quando da una pezza di cotone diventai un lenzuolo da corredo, intorno a me sono cambiate tante situazioni una fra tante e il modo di lavarmi, ora mi inseriscono in un cilindro forato, mi fanno girare velocemente con acqua calda e detersivo quando mi tirano fuori mi sento tutto arruffato, molto diverso da quando mi mettevano in ammollo in un grande contenitore, venivo stropicciato da mani sapienti su una superfice di legno, mi sentivo sfregare da setole che mi procuravano il solletico. Nell’essere steso ad asciugare non è cambiato niente, il sole mi riscalda, il vento mi strapazza e tutti e due mi asciugano.

L’anziana signora trova gradevole dormire avvolta da me.

Ricordo da dove provengo, ero sistemato in un morbido drappeggio in una vetrina di tessuti per biancheria da casa a Sant’Elpidio, era il mille novecento venti.

 Mi sentivo osservato con interesse da signore e giovane ragazze in cerca di buoni tessuti per i loro corredi. Dove le ragazze potevano mostrare le proprie capacità nel ricamo e nelle sfilature per confezionare la biancheria per la dote.

Ricordo il giorno in cui due figure femminili entrarono. Indicarono alla commessa la pezza di cotone in mostra nella vetrina, la mamma era più bassa della figlia aveva i capelli raccolti in una crocchia, il vestito era con la manica lunga, l’unica civetteria l’aveva al collo: un filo lungo di corallino, annodato a metà. L’espressione del viso era severo ma sereno, gli occhi piccoli, brillanti come il quarzo nero.

La figlia una bella ragazza alta nel viso un’espressione dolce, gli occhi piccoli e scuri come quelli della madre, indossa un vestito grigio con le maniche lunghe e applicazioni di velluto nero, la pelle delle due donne aveva un colore ambrato.

Comprarono il metraggio per fare un paio di lenzuola da letto matrimoniale, dai loro discorsi capisco che è per il corredo della bella signorina.

Vengo messo in una grande busta con altre stoffe e fili da ricamo per fare il corredo.

Quando mi tolsero dalla busta mi disposero sul tavolo insieme ai fili e a gli altri tessuti, mi sentii toccare da altre mani, erano le sorelle di Ornella, controllavano l’acquisto fatto e lo apprezzarono.

Ora tocca a Ornella preparare il corredo e la quinta delle sette sorelle si deve preparare il corredo per un futuro matrimonio.

Vengo messo in un armadio, il profumo di lavanda mi invade tutto, mi rilasso e mi riposo. La mattina del giorno dopo, vengo ritirato fuori, mi trovo fra tante voci di ragazze, mani esperte, misurano, tagliano, ecco sono diventato due lenzuola e quattro federe ora devo esser cucito. Delicate mani iniziano a tirare i fili per prepararmi per la sfilatura, questo mi produce dei brividi, dopo due ore che si affannano toccandomi mi rimettono nell’armadio, sento le sorelle che decidono di ritrovarsi il giorno dopo il pomeriggio per continuare il lavoro.

La mattina ognuna di loro aveva un compito, chi aiutava la mamma nelle faccende domestiche, chi coltivava l’orto con il papà quando è libero dell’impegno del casellante, chi aveva il compito di accudire gli animali da cortile.

I pomeriggi delle donne di casa veniva dedicato ai lavori di cucito, dagli abiti alla biancheria, preparavano e cucivano i loro corredi.

Beatrice inizia a cucirmi: ha le mani delicate è piacevole farmi toccare da lei.

Nel periodo freddo rimaniamo nella grande cucina con il camminetto acceso, i treni che passavano segnavano le ore, il loro sferragliare faceva vibrare i vetri.

Nella bella stagione andavano a cucire sotto il grande fico posizionato dietro la casa cantoniera, che con le sue larghe foglie insieme ad altri alberi facevano una bella ombra, erano pomeriggi sereni trascorsi fra chiacchiere, racconti, risate, confidenze amorose, desideri.

Quando la sfilatura fu finita da Beatrice mamma Erminia mi cucì e fui pronto, il sopra il sotto e quattro federe, fui lavato stirato e messo con cura dentro la cassa panca profumata dai sacchettini di fiori di lavanda, fra l’altro corredo già pronto. Rimasi per un tempo infinito lì dentro ogni tanto si aggiungeva altra biancheria per la casa e la persona, fra noi ci si raccontavamo cosa eravamo e a cosa servivamo, il rumore del treno a ore precise si faceva sentire ci faceva compagnia come i rumori di casa.

Era una famiglia vivace piena di voci femminili più o meno dolci, la voce del papà era forte e quando faceva delle richieste veniva obbedito.

Il tempo trascorreva lento e sereno a seconda delle stagioni le ragazze andavano per la campagna a raccogliere le erbe di campo che servivano per cucinare dei piatti semplici ma gustosi.

Quando i contadini avevano già raccolto l’uva, i frutti e tagliato il grano, le ragazze avevano il permesso di andare a spigolare, per questo quelle belle ragazze avevano quel bel colore ambrato sulla pelle.

Erano ragazze allegre, quando c’erano le feste al paese andavano volentieri a ballare, anche se il papà era molto rigido nel concedere il permesso.

Il papà fini il lavoro di casellante, lasciarono la casa rossa, fui messo dentro un grande scatolone feci un lungo viaggio mi ritrovai in una nuova casa, non sentivo i rumori della campagna e i loro odori, l’odore pungente del cortile dove le galline e gli altri animali starnazzavano, il profumo del fico non lo sentivo più il rumore del treno era sparito, ora sentivo un fruscio più o meno intenso con dei rumori acuti, chissà che animale li faceva?

Le voci  parlano non hanno più l’accento che io conoscevo, hanno un modo di parlare strano, il papà viene chiamano babbo.

Nel trambusto vengo messo in un armadio che sa di legno e non di lavanda.

 Sono in attesa che anche io abbia la mia destinazione aspetto per diverso tempo, fino a che un giorno vengo tirato fuori, messo in un bel lettone mi sento felice, aspetto la sera con ansia, quando è l’ora di coricarsi mi rendo conto che c’è solo Beatrice da sola, lei è serena la notte gode del piacere di avere a disposizione tutto il letto per sé. Beatrice è una bella donna ma non ha trovato l’amore se n’è fatta una ragione e cerca di goder quello che ha, sorelle, generi, nipoti, mamma, amici.

Quando Beatrice ci lascia, dopo il dolore della perdita, i nipoti si dividono gli oggetti. Io sono finito in casa di questa nipote.

Ora anche Paola è anziana, lei mi ha tratta con cura, chi finirà per primo io o lei?

 Dove finirò?

In un sacchetto per stracci?

 O come è successo con Paola che mi ha apprezzato, potrò passare ad un’altra persona che mi apprezzerà ancora?

Noi oggetti alcune volte abbiamo più tempo di vita degli esseri umani.


 [P1]

Cominciamo con un ricordo

dagli scritti del gennaio 2015 con Stefania Bonanni, Rossella Gallori e Sandra Conticini

Mani al buio – di Stefania Bonanni (2015)

Pensavo di trovarti a casa, invece e’ tutto buio. Entro in camera e mi tappi gli occhi con le mani. Ti diverti perché strillo, sempre, anche se me lo facessi cento volte al giorno. Ma puoi pensare che non riconosco le tue mani? Solo tu hai mani così,  grandi, enormi, e bollenti. Mi tieni stretta, con gli occhi chiusi, poi mi giri verso di te, le tue mani aperte mi spingono ad aderirti, mi schiacciano, una tra le spalle, ed una tra i fianchi. Stringi forte, sempre di più,  non ti basta mai, poi dici: “Ecco, tutti gli incastri vanno a posto, stammi stretta così” come se, anche volendo, potessi liberarmi, con quella stretta sono immobilizzata, spesso ti chiedo di tenermi così,  stretta e spiaccicata, dissolta in te..

Le tue mani sono quelle di tuo padre, che se possibile, erano anche più grandi. Aveva tirato di boxe. Sarebbe stato terribile anche un ceffone, da quelle mani enormi. Era un uomo buonissimo e molto gentile, pronto ad aiutare chi aveva bisogno. Andava a fare le punture a tutti, in paese, perché aveva fatto il militare in infermeria, ed era stato in infermeria anche nel campo di concentramento,  ma solo questo ci ha detto, mai neanche una parola, di più.  Mi faceva effetto pensare che con quelle manone maneggiasse aghi e siringhe e dicevano tutti che lo faceva con grande delicatezza. Mi piaceva molto, Bruno, ci si poteva contare, era sereno e contento di esserci, qualunque cosa si facesse. Ho una foto di Riccardo piccolo, con Paolo e Bruno, e sembrano la stessa persona in tre momenti diversi della vita. Le mani no, Ricca le ha piccole, più simili alle mie. Chissà il bambino di Ricca, come avrà le mani…io ricordo che quando mi misero mio figlio in collo per la prima volta, gliele guardai, le mani, per vedere se somigliavano alle grandi mani di Paolo.

“Ma quante mani ha questo ragazzo?” Tante volte l’ho pensato. Andavamo al cinema, io ero fidanzata con un suo amico ma riuscivo sempre a star seduta accanto a lui, e come calavano le luci mi circondava le spalle con il braccio, e la sua mano penzolava in giù,  oltre la mia spalla, verso morbidi traguardi. E io, il giochino era così,  passavo il tempo del film a stoppare questa mano e riportarla sulla spalla. E lui ricominciava, e piano avanzava, si sporgeva, poi ciondolava, poi con le dita mi toccava il collo, i capelli, ed io struffiavo e dicevo “ma che stai un po’ fermo!!!”Poi gliel’ho detto, e l’ha anche capito da solo, che non volevo stesse fermo davvero..

Sono mani sincere, quelle di Paolo, non si possono spacciare per quelle di uno che non ha fatto lavori manuali, o per quelle di un pianista. No, le sue sono mani per stringere, e per tenerti per mano, sicura che non perderà la presa. Quando al cinema c’è la scena classica della persona che ciondola nel vuoto e di quella che con la sola stretta delle mani la tiene salda e le salva la vita, penso sempre che se succede a me, lui mi regge, se succede a lui, è spacciato…sempre avuto mani di burro, io…

Poi, sono anche caldissime, le sue mani. Quando ho qualche male, chiedo me le tenga appoggiate sulla parte dolorante, e mi fanno bene. Anche la mia mamma mi guariva così,  con le mani calde. Me le ricordo sulla fronte, sulla pancia, sulla gola. Mi ricordo i gesti, la morbidezza, me le ricordo umide di crema Nivea, la sera quando erano finiti i lavori di casa ed era l’ultima cosa che faceva mettersi quella crema..dicevo”mi tocchi dieci minutini?” Lei si sedeva sulla sponda del letto, mi toccava leggera, e guarivo subito…

Dicono molto, le mani. Con il tempo diventano autonome. Non sono più un accessorio, sono il mezzo con il quale si è realizzato il progetto.

Io, per esempio, ho mani inutili. Non so cucire, ne’ ricamare, né fare nessuna attività manuale.Non ho forza, nelle mani, mi casca tutto, rompo continuamente piatti e bicchieri. Per questo, perché non è stato facile,  mi commuove pensare a quante cose che non sapevano fare, hanno fatto queste mani..A quante volte ho lavato, vestito, spogliato, piegato, sbucciato, steso, spolverato, girato, messo a posto, ripegato, aperto, chiuso, tirato su, disfatto, rifatto, messo in moto, acceso, spento,….a quanti numeri avranno battuto le mie dita su quelle tastiere in ufficio, in tutti questi anni, che mi dicono sembro un pianista, ho perfino preso un ritmo..

Penso a quante cose ho fatto, proprio fatte davvero, ed a quanti gesti ho lasciato a metà,  a quante saranno le cose che non ho finito, a quante volte avrò agitato la mano per salutare chi non mi ha visto, a quanti conteggi inutili ho regalato energie, a quante strette di mano ho dimenticato un attimo dopo, a quanti fiori ho colto, e stavano meglio lì,  a quanti non ho colto ed avrebbero potuto regalarmi profumo e colore.

Geppetto  – di Rossella Gallori (2015)

“Non ho campo, scusa…mi sposto….ma chi sei? Oh Fatina!..ma non hai ricevuto il mio messaggio? Scusa un attimo, Pino…Hai fatto la doccia? Le chiavi della macchina…scusa Turky ma da quando va all’università mi fa impazzire….senti, ti richiamo più tardi che ho il mangiare sul foco…

Ho spento il foco finalmente un po’ di pace….e son vecchio….ho l’età per esser bisnonno e mi ritrovo babbo!

Babbo babbino un corno!…avevo la fortuna d’esser vedovo e solo….qualche lavoretto qua e là…o non mi va complicare la vita Mastro Ciliegia con quel pezzaccio di legno…..tarata tarata maledetto telefonino…oh Pino dimmi….si sono i’ babbo e chi voi che sia….hai lasciato i tabbet i tabbe….o i cche l’è?……..ora ho capito…l’hai lasciato in bagno….te  lo porto….si vabbene….e tanto per cambiare anche oggi un mangio!…..piglio i’ triciclo e vo!

Ecco…però… dov’ero rimasto…mi venne in mente di fare un burattino….fregato per sempre! Mi ha fatto diventare verde, un giorno si bruciava i piedi, un’altra volta si imbrancava con la peggio ciurma! Sempre e solo amicizie sgangherate, la scuola poi un incubo!

Ma se quella balena…..via un mi fate di’ nulla…..taratata taratata………..o icche c’è? Pino arrivo arrivo!

Poi è diventato un bambino bellino, vero, antichino…anche bonino…ma io non per l’età…ma è dura…e speriamo che trovi una ragazza a modo, no una sciacquarella, ma una donna per bene, tipo la mi’ povera moglie….amen e riamen….

Oddio la fatina! …la dovevo richiamare!!!……magari lo fo stasera su skipe!”

Storia inventata con personaggi (quasi) veri – di Sandra Conticini (2015)

Stamani mi sono alzata di buon’ora ed ho deciso di fare questa bella camminata per i boschi. La giornata prometteva proprio bene….. Sono partita da casa con il mio zainetto sulle spalle con un po’ di provviste per la giornata e via di buon passo. Dopo quasi 2 ore di cammino decido di riposarmi un po’, fare uno spuntino e bere un po’ del mio succo preferito, ma ahimè, aperto lo zaino non solo non c’era il succo che  naturalmente avevo  scordato sulla tavola di cucina, ma non c’era neppure l’acqua che avevo preparato fresca e frizzante come è mia consuetudine bere. Ecco che mi è preso un po’ di panico. Vicino non c’erano negozi dove poter comprare qualcosa per potermi dissetare. Per fortuna ho visto una casa e così, non essendoci il campanello, ho chiamato, ed è  uscita una signora che poi mi ha detto di chiamarsi Mimma. Ciao io mi chiamo Sandra e sono uscita stamani di casa scordandomi di portare qualcosa da bere, per caso mi potresti dare una bottiglietta di acqua?

Oh cara mi dispiace molto, figurati se non te la darei, ma sai….. ora …io in casa…… non posso rientrare… devo stare un po’ qui…devo prendere un po’ d’aria…..ma …ma…o come mi dispiace…. Oh ma guarda che fortuna, sta uscendo la mia vicina per andare a scuola, sai fa l’insegnante…. E così chiama: – Patrizia scusa potresti dare una bottiglietta d’acqua a questa signora perché sai….io…. per ora non posso rientrare in casa……..mahhhhn anche questa storia finirà…..

– Sì, ma certo non ci sono problemi….Così Patrizia mi invita ad entrare in casa, mi offre un caffè mi da la bottiglietta dell’acqua ed io,  un po’ incuriosita dal comportamento di Mimma, le provo a chiedere come  mai Mimma non può rientrare in casa ed è così impaurita e sospettosa…

– In questi giorni sono arrivate le 2 sue nipoti, figlie di una sua sorella:  Rossella, che è scappata da Montegabbione, il  suo paese di origine, e si è messa in testa che vuole andare alla manifestazione a Roma insieme a degli amici di Firenze che, qualche tempo fa, hanno dato fuoco a dei motorini e cassonetti nel centro di Firenze, e Stefania che, anche lei vorrebbe cambiare il mondo costi quel che costi e non parla altro che di bombe rivoluzione ecc.ecc., così Mimma è in mano a queste ragazze ed ha molta paura, perché l’hanno minacciata dicendo che non  vogliono farsi vedere  e lei non deve dire a nessuno  che ha queste 2 ospiti in casa.

Io intanto saluto Patrizia e riprendo la mia strada e poco dopo trovo un bel laghetto e faccio due chiacchere con un signore di nome Simone. Una persona molto solare e divertente con un bel cappellone di paglia un po’ bucato, una maglia che doveva essere rossa anche quella un po’ bucherellata e che mi dice di essere il pescatore della zona. Infatti  da anni va a quel lago e pesca con la canna, ma  i pesci che prende li ributta nell’acqua e  si domanda se saranno sempre gli stessi visto che in quel lago i pesci sono molto pochi.…… Poi mi chiede dove sto andando e io gli rispondo che di preciso non lo so, così  mi consiglia di andare al convento  poco lontano dove posso trovare ancora qualche monaco. Mi incammino di nuovo e, mentre salgo per la strada,  mi sento prendere alle spalle. Così tutta impaurita mi volto e vedo un animale enorme con una lingua  rossa come il sangue e delle ali grandissime, che vorrebbe volare ma non ce la fa.Mi metto a correre e questo si mette a ridere e mi dice: -Non scappare sono Elisa la Draghessa e se vai per questa strada ne troverai altri vestiti come me. Stiamo facendo un gioco, bisogna nascondersi fra gli alberi senza farsi vedere e ti assicuro non è troppo facile……..Quando si viene visti, per penitenza, bisogna saltare la corda e allora sì che si va sul difficile!!!!!!!!!!!!! Stiamo preparando una festa  per dei bambini. Salendo, infatti, trovo altri ragazzi vestiti da draghi, pipistrelli, ragni: sembrava essere già alla festa di Halloween!!!!!!!!!!!!!

 Ecco che inizio  ad intravedere il convento dell’Incontro in cima al monte avvolto dal verde dei prati e degli alberi dei cipressi, ma purtroppo il paesaggio è deturpato da tutte le antenne. Arrivata  entro nella foresteria e trovo Roberto, il capo dei monaci,  distinto con capelli bianchi, molto curato e con una bella parlantina che mi affascina. Quando mi vede mi racconta tutta la storia di quel posto e mi chiede se voglio fare la visita  con sua nipote Monica, appena ventenne, che lui ha praticamente cresciuto perchè è rimasta orfana a 3 anni. Ora è sposata ma, siccome il marito  lavora a Milano durante la settimana, spesso ritorna al convento ed è contenta di far visitare agli ospiti la chiesa,le celle, e il giardino dove i  monaci trascorrono gran parte del loro tempo in preghiera.

Il giro è molto interessante e lì  trovo anche la segretaria di Mons. Meini, vescovo di Fiesole, Patrizia,  che Roberto chiama la bionda, che è ospite loro per poter pregare e fare qualche giorno di religioso silenzio e preghiera. La giornata è stata molto impegnativa e  ritornare verso  casa a piedi mi mette un po’ di ansia, così chiedo se per caso da lì passa un autobus, ma la risposta è negativa. Posso approfittare comunque di Mirca, una studentessa  fuori corso, vista l’età, che deve ritornare a Firenze per andare da Cecilia, una sua amica, a studiare. Finalmente riesco a tornare a casa stanca e  frastornata, perché quando sono uscita di casa stamani pensavo di trascorrere una giornata tranquilla in solitudine e invece si sono accavallati una serie di eventi strani che mi hanno tenuto in tensione.

Personaggi obbligatori richiesti dal gioco:

MIMMA: Signora materna, padrona di casa misteriosa

PATRIZIA MORA: Vicina di casa insegnante

ROSSELLA : Rivoluzionaria che trama nell’ombra

PATRIZIA BIONDA:  l’assistente di un potente

MIRCA: Studentessa che vive fuori casa

SANDRA: Prigioniera politica o religiosa

STEFANIA: Spia rivoluzionaria

ELISA: Draghessa

SIMONE: Marinaio o pescatore

ROBERTO: Capo dei monaci

MONICA : Orfana sposata giovane

CECILIA: Personaggio a scelta

Caro 2023

Sono pronta – di Stefania Bonanni

In questi tempi difficili da capire, nei quali il bianco ed il nero si sono confusi in un marrone incongruo, ed i nostri pensieri continuano ad esprimere giudizi in  un bianco e nero che non somiglia più a nulla e non serve a nessuno, una delle poche certezze è che il tempo scorre come sempre, e forse come sempre, è fatto di ore sempre più brevi di giorno e più lunghe di notte.

E finisce un anno, e ne comincia uno nuovo. Un tempo l’anno nuovo era una pagina bianca, alla quale si promettevano comportamenti corretti, in cambio d’amore, allegria, serenità, salute. Ora quella pagina è quasi tutta scritta, c’è scritto d’amore, allegria, serenità, salute, è la ricchezza di questo nuovo futuro, quella vecchia, solita pagina, è tutto quello che abbiamo.

L’anno che oggi finisce ha visto tragedie causate da uomini che non impareranno mai l’umanità, ma qui, nella bolla, nella cella di sicurezza dove sconto l’ergastolo, siamo stati bene. Certo, il tempo che passa cambia i contorni ed anche i contenuti, ma lascia parole che piano sedimentano e costruiscono palazzi. Questi non sono più gli anni delle torri e delle cattedrali, sono i momenti delle decorazioni , degli affreschi, del ricordo delle ombre della notte, degli angeli che ci hanno sempre evidentemente volato con le mani sulla testa, delle parole belle che ci sono state regalate, dei momenti di tenerezza che solo i vecchi ed i bambini sanno regalare. I vecchi con la possibilità, finalmente, di dire cose un tempo sconvenienti, i  bambini con l’imparare l’amore, che li rende fragili e potentissimi. Una frase d’amore detta da un vecchio o da un bambino è un tatuaggio, non ha prezzo nella sua gratuità, è un regalo. Nel portafoglio ho un biglietto con errori d’ortografia di Ricca in prima elementare, uno di Francesca senza errori ma con calligrafia ancora incerta, uno di Paolo “alla donna più bella del mondo”, uno di Leo con una bella calligrafia in corsivo “cara nonna ti voglio tanto bene”, e nonna è spezzato no…a capo nna. Pezzi d’amore, caso mai perdessi la memoria. La Trinità che non capivo. Qui ero una moglie giovane, una mamma giovane, poi una mamma adulta, poi una nonna. Tutte stellette sul petto, medaglie della vita.

Ora si discute per caricare la lavastoviglie, ed io mi diverto a dire che se avessi saputo che sarebbe diventato “l’uomo perfetto” non l’avrei sposato, Paolino. Lui mi risponde che sono sempre la solita deficiente, che ormai non migliorerò. E si fa il chiasso, come sempre, da sempre. Poi si discute anche seriamente, come sempre. Io piango meno, lui sbatte meno porte. Non si dice più “vado via”, nessun di due. Si fa la pace sempre nella stessa antica maniera. Da quando sta con me ventiquattro ore al giorno mi leva l’aria, ma se penso a che compagnia sceglierei per vivere al Lago Ghiacciato, sceglierei sempre lui, zuccone, prepotente, innamorato.

Sono pronta, 2023.

Mani in orchestra per Carla

Mani in orchestra – di Carla Faggi

Nel mosaico delle foto delle mani delle matite ci ho visto movimento, danza, musica.

La musica è formata da più note e nasce quando ne mettiamo due insieme.

Poi altre note si organizzano e si uniscono alle prime due e se una nota più ardita si slancia verso un’altra  nasce una nuova combinazione come nel jazz. Le nostre mani sembrano un’orchestrina jazz, improvvisano, azzardano, ritmano, a volte stonano e a volte sono sublimi.

Gli strumenti sono le nostre matite. Creiamo musica contemporanea, ma visto però che molto è improvvisazione, a volte la musica diviene sinfonia, a volte suoni stonati. Ma mai quando si scrive, solo quando si prova. 

A volte c’è un assolo che ti lascia senza fiato tanto è struggente.

A volte una percussione troppo energica ti lascia senza fiato ma per il motivo opposto.

A volte siamo stanchi e non tutti i pezzi ci piacciono.

Spesso però non è così , anzi spessissimo siamo un’orchestra affiatata con tanti strumenti diversi e con un maestro d’orchestra attento paziente ed eclettico.

E allora dai, ritmo! Attacca maestro che abbiamo da improvvisare tanta e tanta musica ancora!

Le mani delle Matite

Mani attive e passive – di Cecilia Trinci

Sono io che le ho mescolate, in questa specie di carta da parati, un manifesto alla capacità di incontrarsi.

Un saluto per questo Natale, il nostro “decimo”.

Le riconosco le vostre mani, e ne penso mille altre paia che non avete conosciuto. Le mani sono sempre due, come i piedi e gli occhi e gli orecchi, perché è più difficile ascoltare che parlare, più difficile vedere che commentare.

È più difficile abbracciare che accusare.

La bocca è una, ma sta in mezzo, non a caso,  perché prima di emettere parole dovrebbe aver saputo guardare e ascoltare e solo dopo aver raccolto i pensieri avrebbe dovuto imparare e parlare.

Le riconosco le vostre mani.

Ma penso alle altre mani che mi hanno sfiorato, togliendo con un solo tocco una paura forte, o per dirmi, “tutto bene? Hai freddo?” o per dirmi “brava! Era quello che pensavo!”

Si pensa alle mani attive e io penso alle mie passive, quando hanno ricevuto, percepito, quando sono state sfiorate o strette fortemente.

Le donne pensano subito, come voi avete fatto, alle mani attive, agili, che sanno, che si agitano, che vivono e fremono, che ricamano, lavano, asciugano, costruiscono, sferruzzano, sbucciano, fasciano, stirano, spazzano, pelano, mani brave, mani esperte, mani amorose.

Io penso alle mani passive. Che vengono sfiorate, strette, cercate nel buio, mani in girotondo, mani che si intrecciano, le mani in cui un bambino si infila dicendo sei calda. Le mani strette all’improvviso quando non si può parlare.

Le mani che fanno ciao da lontano, attraverso un finestrino.

Dedico questa pagina a “TUTTE LE MATITE CHE SONO PASSATE DI QUA”. Hanno lasciato tutte una traccia, piccola o grande, un segno della loro esistenza. Non è poco in un mondo che corre e sa distruggere più che coltivare. L’essenza del nostro cammino è stato questo “imparare ad ascoltare” e scordarsi di accusare. Spesso ci è riuscito.

Cecilia

Mani per Nadia

Mani – di Nadia Peruzzi

foto di Lucia Bettoni

Mani, mani, mani.
Mani, mani, mani. Dal vetro del negozio appannato per il freddo le osservava quasi rapita. Slanciate e con smalti fluorescenti, tozze e brutte, giovani, vecchie, poche, molto poche segnate dalla fatica.
Tutte o quasi tutte curate, fin troppo.
Toccavano di tutto. Erano quasi mosse di un balletto. Era attratta dal loro movimento incessante.
Attorno ai foulards e alle pashmine, c’era un vera e propria sarabanda. Cera chi saggiava la stoffa per poi posarla subito, per l’eccesso di sintetico. Chi invece se la portava al collo per la morbidezza inaspettata, ma erano poche che lo facevano.
Non c’erano più le belle cose di un tempo, lo sapeva anche lei che pure ormai era costretta a guardare i gesti degli altri da fuori.
Stoffe morbide, lane vere e non mischiate con troppo di tutto, tessuti avvolgenti che indosso, anche se comprati nel nogozzietto sotto casa , una volta confezionati in abiti o gonne, ti facevano sentire una vera signora.
Così come stava messa adesso in un negozio del genere non l’avrebbero mai fatta entrare.
Le mani che seguiva con più attenzione erano quelle affaccendate attorno ai cappelli.
La biondina stava benissimo con quel basco rosso sulle 23, ma la grassona con quello a cloche sembrava una campana con la sua faccia come battaglio.
Era sicura che le sarebbe stato meglio un cappello a tesa larga o con una visiera molto lunga così da coprirla il più possibile.
Era brutta come il peccato e tutto sommato il cappello non era in grado di migliorare la situazione.  Provava ad usarlo come paravento o maschera, ma era evidente che lo faceva proprio per nascondersi e l’effetto era pessimo.
Perbacco, la bruttezza, si anche la bruttezza andava indossata con stile. A viso e capo scoperto.
Sbattuta in faccia agli altri con l’orgoglio dell’io sono io , prendetemi come sono,  si sarebbe senz’altro notata di meno. Dagli occhi si sarebbe almeno visto trasparire le qualità dell’anima, quelle che avrebbero fatto passare in secondo piano quella bruttezza. L’aveva osservata bene. Vedeva in lei il suo riflesso per come era diventata oggi.  I casi della vita, la morte di suo marito, la perdita del lavoro, lo sfratto l’avevano cambiata , dentro e fuori.
Lei si sentiva brutta, si vedeva brutta e cercava per questo di non riflettersi in nulla che le rimandasse la sua immagine attuale. Non l’avrebbe sopportato. Non avrebbe retto il confronto con ciò che era stata e la barbona che era diventata oggi.
Tutta la sua vita dentro una vecchia borsa per la spesa con le ruote, per alleviare la fatica, e via di strada in strada , di panchina in panchina , di angolo in angolo.
Lo sguardo tornò a posarsi sui cappelli. Come era bello il colbacco che si stava provando la signora alta con le dita piene di anelli. Faceva un freddo tale che bramava di poter sentire su di sé la morbidezza e il calore di quel cappello. Il colore non le piaceva per nulla. Ma chi se ne frega del colore quando fuori inizia a nevicare e il freddo paralizza.
Era stufa di guardare cappelli che tanto non avrebbe indossato, figurarsi se qualcuno si sarebbe scomodato a comprarne uno anche a poco prezzo per una come lei. Era invisibile per chi era dentro il negozio. Con tutta quella mercanzia esposta , chi poteva vedere quel volto che scrutava dall’esterno.  Tanto più che il suo respiro appannava il vetro così tanto da non far vedere che fuori stava iniziando a nevicare.
Lo sguardò si spostò sulle mani che stavano facendo una battaglia per accaparrarsi il paio migliore e più elegante del reparto guanti.
I classici di pelle erano quelli che andavano per la maggiore. Dato il freddo molte mani si infilavano direttamente in quelli che avevano l’interno foderato di pelliccia e andavano direttamente alla cassa con quelli indosso.
La signora col colbacco e i tanti anelli si fiondò su un paio di guanti di pizzo nero. Chissà per quale festa si stava preparando.  O erano in previsione di un incontro galante?Non l’avrebbe saputo mai, ma le piaceva lo stesso sognare sulle vite degli altri visto che i sogni sulla propria aveva smesso di farli da un bel po’ di tempo.
I più trascurati erano i mezzi guanti. Se ne stavano appesi a testa in giù in perfetta solitudine. Attorno nessuna ressa , nessun intreccio di mani per prendersi quelli dai colori più sgargianti e adatti al clima delle festività. Anche loro sembravano invisibili, messi da parte, ai margini.
Una ragazza dai capelli fiammeggianti evitò tutte le resse e si rivolse decisa proprio a quel reparto. Al collo una macchina fotografica, che forse era la ragione della ricerca.
Le sue mani scattanti sembravano dire:” provatevi a fare le foto con i guanti interi e capirete il perché di una scelta che voi non considerate per nulla”.
Ne scelse un paio neri. Quelli che piacevano anche a lei. Avevano un accenno di piccolo ricamo rosso fra il pollice e l’indice che li rendeva particolarmente carini.
Cosa avrebbe dato con quel freddo per poterseli permettere. Si sarebbe sentita bella con quei guanti.
Cacciò a forza il ricordo che stava affiorando. Una lei giovane che se li stava infilando a testa bassa e che andò a sbattere contro un armadio d’uomo che poi era diventato suo marito.
No , non doveva piangere. Le lacrime erano finite da tempo. Nemmeno quelle si poteva permettere. Erano del tutto inutili.
Ma i lucciconi vennero fuori lo stesso.
La ragazza dai capelli di fuoco alzò lo sguardo proprio in quel momento e incrociò i suoi occhi.
Se la ritrovò accanto poco dopo.  Indossava i mezzi guanti neri, e ne aveva in mano un altro paio. Per lei!
Li indossò. Si sentì una regina.
Intrecciò le sue mani inguantate con quelle della ragazza.
Ne venne fuori una forma a ventaglio da cui le arrivò un calore che la ravvivò tutta. La ringraziò con gli occhi per quel gesto gentile e generoso. Non le era facile trovare le parole giuste in quelle situazioni e lei d’altra parte di parole ne diceva sempre meno visto che difficilmente trovava chi volesse parlare con lei. La ragazza rispose con uno sguardo dolce e complice insieme. Le soffiò un piccolo bacio e se ne andò di corsa.
Ne aveva viste di mani in movimento quel pomeriggio.  Solo quelle della ragazza dai capelli rossi portò con sé mentre riprendeva la sua strada, trascinando i piedi e il borsone con le sue poche cose dentro.
Per un attimo e per qualcuno non era stata invisibile.
Questo pensiero le dette forza.
Sentì affiorare una voglia di combattere che col tempo era svanita.
Aveva perso già tutto, peggio di così non avrebbe potuto andare.
Era il caso di provare a tornare a combattere, a non accettare 
ciò che il destino aveva apparecchiato per lei. Le forme e i modi li 
avrebbe cercati e forse trovati lungo la strada. Chissà!

Con Rossella sull’eco di Annie Ernaux

Maschere o donne – di Rossella Gallori

Il quaderno aperto, la penna in mano, la certezza di ascoltare, di non scrivere, ascolto, riesco ad ascoltare, la mano quasi da sola intreccia parole, maschere che ascoltano nell’aria….mi strappano  rime sconnesse…un evento si annuncia….

Io Pierrot, tu Pulcinella.

Inciampa Colombina, in un matto Arlecchino, che cerca di afferrare il bavero di tulle della fatina.

Ci vuoi dire qualcosa tu?

No,  sono Pinocchio ed un po’ Mangiafuoco, brucia lentamente il grillo parlante.

Salta Biancaneve dal cesto cadono mele.

Ci vuoi dire qualcosa tu?

Alla strega cade il mantello, il principe si sveglia ad occhi chiusi.

Ci vuoi dire qualcosa tu?

Zorro svolazza perde il cappello.

Ago e filo per Cappuccetto Rosso ricuce la nonna.

Lei fantasma, lui pirata

C’è un vampiro con il sangue sulle labbra.

Ci vuoi dire qualcosa tu?

fermiamo il girotondo…..

E l’ evento si annuncia….e non sono solo parole, non sono fantasie, si scopre un autore, ci si trova personaggi del libro, un libro che parla di altri, per altri:

 C’è Chi parla di sé, sembra solo cronaca, ma  è la tessera, di un puzzle solo all’ apparenza poco trasparente, non è vetro grezzo, è cristallo di anni passati, non taglia, riflette un pugno che vibra ancora.

Chi grida ancora dolore, per culle non riempite, per scarpine di lana verde acqua, riposte nell’ attesa…

Donne, che hanno scelto, subito, amato, odiato, studiato, lavorato, donne che per fortuna hanno raccontato, femmine mai di serie b, nascoste nel cuore di altre donne, che in un pomeriggio di quasi domani, han parlato di ieri, di guerra, di miseria, di buona sorte, di figli troppi, di figli pochi, amati sempre, anche senza carezze, nel silenzio totale nel non vedersi, nel non guardarsi, figli tirati su da sole, in giorni non sempre di sole…

E poi c’ era la libertà, poi la schiavitù, poi la fede politica, poi quella di Dio, poi il lavoro che è poco, poi che è troppo, la discriminazione…..l’età….il sesso….

Femmine, donne.

Riprendiamo il girotondo, senza maschere, tenendosi per mano….al centro bimbi stupendi, nati non nati, voluti,  non voluti….ci sorridono in segno di perdono…..una voce lontana, canta: tanti auguri a te….è mia madre…festeggia il compleanno dei miei fratelli mai nati… i suoi non nati, morti in una guerra chiamata vita…

Riprendiamo il girotondo….

L’8 dicembre di Stefania: un amore di compleanno

Il tuo compleanno – di Stefania Bonanni

È il tuo compleanno, un giorno per te. Ricordo la leggenda, tante volte raccontata dalla nonna. Era nel campo quando cominciarono i dolori. Raccattò la falce e piano piano camminò verso casa. Preparò le lenzuola pulite mentre il nonno con il carretto andava incontro alla levatrice, che sapeva del tempo che scadeva ed era pronta, la trovò sulla strada. Fu tutto veloce, la nonna non strillò, le contadine non strillavano, tante volte avevano visto le bestie mettere al mondo agnellini, vitellini, non era diverso. Strillavano le signore, le contadine no, non stava neanche bene.

Poi, a registrare la nascita andò il nonno dopo la festa. Sarà stato il nove, o forse il dieci. Andò il primo giorno che pioveva, e non si poteva andare nel campo. Disse che il bambino era nato nel giorno della Madonna, del resto che fosse il sette o l’otto, non cambiava nulla per nessuno. Noi ti si è sempre festeggiato l”otto. Me li ricordo, i tuoi compleanni, con festeggiamenti severi. la mamma e la nonna preparavano i cenci, che ti piacevano, o perlomeno dicevi ti piacessero. Un anno ti ho comprato un dopobarba, all’emporio, e mi sono sentita grande, una donna che compra un regalo da uomo all’Uomo di casa. La tua era una cifra da pochi fichi…..ma gli occhi…Hai sempre quegli occhi. Occhi da lanciare fulmini, ed un attimo dopo annegare nella nostalgia. Sei diventato vecchio, e mi sono sempre piaciuti gli uomini vecchi, convinta com’ero che saresti stato il più bello di tutti. Sei un vecchio bellissimo. Tanti capelli, e “di tanti capelli ci si può fidare”, bianchissimi da far pensare fossi biondo un tempo, e invece eri moro moro, con occhi di un azzurro che si vedeva da lontano. Un vecchio tutto nocche e ginocchi, con mani magre dalla pelle tesa, fragile e nervosa. Un uomo sempre colorito, con la perenne abbronzatura d’Arno, forse guardando bene hai qualche macchia, sulla pelle del viso, ma ti sta bene anche quella. Le spalle si sono un po’ curvate, gli anni e non solo gli anni, sono stati pesanti. Quando mi sono ammalata, mi ha curato e ho potuto cullarmi nei tuoi abbracci. Avevo bisogno di essere abbracciata, e di storie. E tu raccontavi, raccontavi, e non era il vino, allora. Erano storie come ponti, passerelle che attraversavano distanze e costruivano spazi nuovi, e non erano importanti né i nomi dei protagonisti, che si erano mescolati nei ricordi, né gli anni esatti. Anzi, la nebbia, il fumo, l’improbabile, aggiungeva, non toglieva, e la collocazione diventava “sempre”  e gli uomini e le donne erano “tutti gli uomini e tutte le donne”. E lo sai tu, e lo so io, che non si può fare di più, né meglio, che raccontare una bella storia. Alla fine, può essere il senso di tutto, raccontare, ricordare, una bella storia. O forse, una storia, anche brutta, anche dolorosa, anche finita male, o che non finirà, che sarà un mattoncino della nostra torre, forse inutile, ma indispensabile. Come quella di tu che mi siedi vicino, vecchio tu e vecchia io, che mi tagli a pezzetti quello che io non riesco a tagliare, a tavola. O che leggi prima di me quello che poi leggerò anch’io, e poi se ne riparla, e si cominciano discorsi che finisce l’altro, e si reagisce nello stesso modo, soprattutto al banale, con quel fastidio irritato che significa dimmi chi sei davvero, perché io non sono capace di altro che di me, e so che non è molto.

Sei magro e fumi come sempre, ma sei meno teso, dormi bene, ti appassioni allo sport, che ti diverte, come sempre. A momenti sei sereno, so che ti piacciono i nostri figli, i tuoi nipoti, ed anche tanto i figli di Ricca. Ti fanno ridere, ti scopro tenero, indifeso nel proteggerci, e tenero.

Guardarti mi provoca un sentimento denso, che mi riempie e mi risolve. Scoprirti vecchio, essere consapevole che ci sei e ci sei sempre stato e che non c’è stata un’ora, un minuto, un secondo, in cui non mi hai voluto bene, in cui sono stata sola, mi può anche bastare.

Nadia sulla scia de L’Evento, di Annie Ernaux

Non era il tempo – di Nadia Peruzzi

Non era il momento.
Lei che rimuginava spesso su tutto e che difficilmente si scrollava di dosso ogni morte che riapriva tutte quelle precedenti. Non ci aveva mai ripensato.
Lei che anche negli amori più volte si era trovata a dirsi la sua serie di “se avessi fatto” e “se avessi detto”, se, se, se…”Ho sbagliato così tanto anche io in quel rapporto,  non andato come avrei voluto”, ” se mi fossi comportata in altro modo, forse..”
Non ci aveva mai ripensato.
Non era il tempo.
Su quello, nessun “se” successivo.
“Cosa decisa , capo ha” diceva sua nonna , che non era cinica ma un pozzo di civile e umano realismo. Quando una decisione si imponeva, non c’era da starci sopra a rimuginare più di tanto. Per una donna di fine 800, aveva sempre pensato che fosse qualcosa di grande. In effetti votò ai referendum sul divorzio e sull’aborto senza porsi problemi particolari. In lei c’era apertura e grande modernità anche su aspetti come questi non facili per una donna che veniva diritta dall’altro secolo, e per ogni donna.
La sostenne, nella scelta. Così come la sostenne la famiglia. Lei si sentiva ed era libera di scegliere in autonomia, ma allora ancor di più il sostegno corale della famiglia era indispensabile.
L’aborto era illegale e punibile per legge. La 194 era di là da venire. La decisione avrebbe coinvolto tutti, nel caso qualcosa fosse andato storto e la polizia avesse bussato a quella porta.
Era con suo marito. Ricorda la sua mano che la stringeva, ma lo stanzone dove entrarono è svanito nella nebbia. In nessun cassetto dei ricordi è stato messo. Nemmeno in uno di quelli di fondo pigiato ben bene dietro a tutti gli altri.
Puf, svanito. Sembrava una sala biblioteca riadattata. C’erano i macchinari, una infermiera. Tutto si svolse in grande rapidità .Il tempo di riprendersi e poi fuori di nuovo alla luce del sole e della legalità. Nemmeno il peso di aver varcato la soglia del proibito sentì più di tanto. Lei così ligia alle regole, quella soglia la varcò senza paura .
Era necessario. Non era il momento.
Un bambino non era da mettere nel conto. Doveva ancora laurearsi e non ce l’avrebbe fatta altrimenti.
Approccio troppo freddo e privo di sentimento? No, lei che piangeva di nulla a volte, e che si assumeva fin troppo il dolore degli altri tanto da farselo proprio, di sentimento ne aveva. Ma su questi aspetti della vita aveva sempre pensato che non ci fossero altre regole se non quelle dettate dalla propria coscienza e sensibilità,  e leggi che quella coscienza e sensibilità dovessero in ogni caso tener presente una volta che fossero scritte. Come non esiste una regola per imporci un codice di comportamento univoco rispetto al dolore per la perdita delle persone più care, o per la frequenza con cui si debba andare al cimitero a onorare morti che si vogliono ricordare da vivi , perché ancora sono vivi dentro di noi,  ci accompagnano e spesso ci sussurrano cose del passato vissuto insieme.
Era arrivata a 70 anni, aveva raccontato a qualcuno, quando era capitato il momento ma nel farlo mai le era balenato nel cuore e nella mente di ripensare a quell’evento in chiave di perdita o di mancanza. Né aveva rimuginato sul come avrebbe potuto essere, se…
Nemmeno quando si ritrovò in braccio sua figlia, e fu inondata e quasi stordita da quel profumo di neonata che è qualcosa di unico e incredibile. Un regalo di madre natura al genere umano che nessun borotalco riesce ad eguagliare.
Nemmeno allora le capitò di pensare che avrebbe potuto avere un fratello o una sorella più grande, se, se, se.
Eppure un altro figlio lo avrebbe voluto,  almeno fino ai suoi 40 anni,  età che considerava limite. Non era venuto, la natura aveva deciso altrimenti. La menopausa arrivò a 40 anni a spegnere qualsiasi volontà e poi anche il desiderio di nuova maternità.
Malgrado questo, ancora adesso, nessun rimpianto, nessun pentimento anche perché laicamente la categoria del pentimento non rientrava nel suo approccio alle questioni della vita. Un bambino non nato nei primi tempi del concepimento non riusciva a collocarlo fra le persone perdute. Lo sarebbe stato se fosse volato via, nel non essere,  dopo il parto. Allora si l’avrebbe vissuta come una assenza di cui portarsi dietro il peso con un rimpianto che avrebbe lacerato il suo cuore e la sua anima per sempre.
Ma per lei allora non era tempo.
No, non era il tempo.

Emozioni di Carmela con Annie Erneaux

L’ultimo respiro – di Carmela De Pilla

Foto di Rebekka D da Pixabay

La gracile foglia roteava nell’aria, aveva consumato il suo tempo, ma resisteva alla forza del vento e frenava la discesa per gioire degli attimi rimasti, avrebbe voluto ritornare solo per un istante nel grembo del grande albero  per sentirne ancora il profumo, il calore e la cura.

E volteggiava, volteggiava lasciandosi cullare dall’ultimo respiro poi delicatamente si adagiò sulla terra, unica custode della sua vita; un aquilone si fermò un attimo per donarle un sorriso “ È bello, giallo come il sole che mi ha dato la vita”  si disse, per un attimo si sentì sospesa poi si abbandonò tra le braccia della Grande Madre.

Ninuccia, seduta sulla fredda panchina un po’ arrugginita dal tempo aveva osservato tutto e si commosse, con prepotenza un ricordo si fece spazio nella sua mente e con gli occhi un po’ umidi si avvicinò alla foglia e la prese tra le mani.

Era bellissima, il rosso e il giallo sprigionavano ancora amore e le cinque dita erano ancora ben tese, il grande acero avrebbe voluto trattenerla, ma la lasciò andare, sapeva che doveva essere così, altri sogni sarebbero nati.

La giovane donna se la portò al petto e accompagnata dal ricordo incominciò a ondeggiare su se stessa come per alleggerire il trapasso, mentre la cullava la sentiva sempre più pesante… più pesante e come per incanto rivide il suo piccolo, anche lui era bellissimo, con le guanciotte paffutelle e due occhioni neri che baciavano il cuore.

Aveva dato tutto l’amore per quel figlio, lo aveva desiderato, lo aveva coccolato rannicchiata sotto le coperte e aveva aspettato con pazienza quei lunghi nove mesi poi la gioia di vederlo, toccarlo, abbracciarlo e per un attimo essere felice.

Durò proprio un attimo la sua gioia.

Seguì un silenzio inspiegabile, lo capì dallo sguardo della madre  che la strinse fra le braccia e le disse: – Devi farti forza Ninù, Lina ce l’ha messa tutta, ma il destino ha voluto così, è la vita, a volte capita.

È vero, succedeva a quei tempi e ben presto tutti avevano dimenticato, tutti ritornarono alla vita di sempre, ma non fu così per Ninuccia, cosa ne sapevano gli altri che non dormiva più la notte? Chi conosceva la sua solitudine, chi sapeva cosa nascondevano i suoi silenzi, chi aveva ascoltato il suo ventre e il suo cuore? Chi parlava alla sua anima per quietare i suoi tormenti? Quante volte aveva sognato di portare al seno il suo piccolo e invece si ritrovava tra le braccia un fantoccio!

Ci volle molto tempo perchè ritrovasse se stessa, nessuno aveva mai capito fino in fondo il suo dolore, nemmeno suo marito che appena possibile la rimise in cinta senza chiederle nulla, ma era così, tutto rientrava nell’ordine naturale degli eventi.

Ci volle molto tempo perchè riuscisse a rivedere la luce, poi capì che doveva parlarne, doveva raccontarlo, doveva far conoscere la sua pena, solo così poteva salvarsi.

Era stata brava Ninuccia, aveva fatto tutto da sola, ma le donne sono così, quando sembrano perdute trovano sempre una forza vulcanica che le fa risorgere.

Incontro online del 1 dicembre 2022

Siamo occasionalmente tornati in video causa contagi diffusi….ma saremo ancora in Carrozza il 15 dicembre prossimo

Raccontiamo L’Evento di Annie Ernaux

Incontro importante, tutto al femminile.

Arriva potente un quadro profondo sulla DONNA, intesa come forza di resistenza, determinazione, sentimento, scelta.

L’Evento è un momento solo femminile: si tratta del racconto dell’aborto di Annie Ernaux, che lei decide di descrivere con il suo linguaggio asciutto e lucido.

Ne segue, tra noi, una riflessione sulla maternità, sulle implicazioni, sul fatto che non è un momento così facile, né sempre naturale come sembrerebbe e come urlano i luoghi comuni.

Due sono i concetti di Annie:

“Le cose mi sono accadute perché io potessi renderne conto”

“Lo scopo della mia vita è che il mio corpo, le mie sensazioni, i miei pensieri diventino scrittura………. la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”.

Dice Sonia Bergamasco nel video di essere innamorata di questo concetto di Ernaux: “La scrittura come percorso di immersione nel profondo, feroce, senza non detto”.