Storia di Cecilia: biondina inaspettata

La solita bionda – di Cecilia Trinci

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I casi erano due: o smetteva di farsi domande inutili e affrontava la situazione, oppure lasciava perdere, girava i tacchi, usciva dal supermercato e  riprovava l’indomani a riempire il frigo che era rimasto vuoto.

L’unica cosa che lo tratteneva era il dubbio che fosse proprio lei e non la sorellina, ormai cresciuta di sicuro, che aveva i suoi stessi occhi di quel color temporale d’estate e quei capelli chiari da tedesca in vacanza. La guardò intensamente mentre si avvicinava alla cassa. Aveva comprato le cose che comprava sempre: cioccolata fondente, pasta, tonno, salsa di pomodoro. Doveva vivere ancora da sola….nonostante gli anni passati. E chi poteva resistere con lei? All’inizio bacini bacini, carezzine carezzine….poi veniva fuori il suo carattere da leonessa! Chissà se Pietro aveva pure un po’ paura ad affrontarla, così, senza preavviso.

Tutti e due pagarono la spesa a due casse diverse e in contemporanea. Così la seguì fino all’ascensore. Entrarono insieme, lui il cappello calato sugli occhi: voleva parlarle prima di essere riconosciuto. Ma lei di sicuro non lo aveva neppure notato.  Pietro schiacciò il pulsante del parcheggio n.2 e mise in tasca la mano. Lei si toccò i capelli mentre scuoteva la testa, sempre in quel suo modo ingenuo e sexy nello stesso tempo. Sì era proprio Paola, piccole rughe intorno agli occhi tradivano la quarantina. La seguì fino alla macchina, convinto di essere invisibile, ma appena lei aprì la portiera lui si decise: “Mi devi metà del malloppo, te lo ricordi? Non ho fatto dieci anni di galera per niente. Dove lo tieni?” estrasse un coltello dalla tasca sinistra e glielo puntò nel fianco, premendo. Lei avvertì la punta che stava per attraversare l’imbottitura del piumino blu. Fu un attimo, si girò di scatto, gli appioppò un calcio in piena faccia e subito dopo un altro in un punto molto più sensibile, salì in macchina mentre lui si accasciava e fece retromarcia. …..

Nel garage non c’era nessuno, era buio e nessuno vide il suv nero arrampicarsi per lo scivolo del parcheggio. Il corpo lo trovarono  dopo: in fondo era solo  un ex detenuto che forse si era trovato coinvolto  in un regolamento di conti inaspettato.

Storia di Carla: indecisione fatale

Un giorno indeciso – di Carla Faggi

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«Aspetto che se ne vada», pensò, «e poi pago la spesa e me ne ritorno alla mia vita, in fondo ho fatto a meno di lei dieci anni, posso benissimo continuare così.

«Oppure potrei salutarla chiedendole appena come sta, dire che io sto bene e poi andarmene!»

Non gli passò minimamente l’idea che poteva invece avvicinarla e ritrovare l’intesa di un tempo, raccontarsi la propria vita chiacchierando un po’.

Chiuse gli occhi e quando gli riaprì non la vide più. Sollevato dal non aver deciso perché era stata lei ad essersene andata, si avvicinò alla cassa, pagò ed usci.

«Pietroooo! Ma sei proprio tu?», quasi gridò Paola sistemandosi il foulard alla meglio e peggio nascondendo così un possibile argomento non piacevole di conversazione.

«Ma che ci fai da queste parti? Che bello vederti! Dai sediamoci su quella panchina che ho proprio voglia di chiacchierare con te…»

«Ci…ao Paola…ecco io veramente…si,si sto bene…anche te , si vede…all’Università? E si…bei tempi…no, no io sono single…cooosa dici? Eri innamorata di me…ma…ma e lui, lui…per ingelosirmi? Ma io…io…»

Pietro avrebbe quasi pianto ma non poteva per dignità.

Non voleva altro dalla sua vita che Paola, la voleva allora che era bionda e carina, la voleva durante questi dieci anni quando la pensava con l’altro e poi forse con altri, la vorrebbe ora anche se era così cambiata, ma…non era capace di dirglielo. La guardò, le disse: «…mi dispiace…» e se ne andò.

Pensò che i casi erano due, o era un imbecille o era un codardo imbecille! Non scelse cosa poteva essere, in fondo non sceglieva mai. Continuò per la sua strada e salì su un autobus qualunque, il primo che passava.

La storia di Simone: sorpresa alla cassa

SPESA A SORPRESA – di Simone Bellini

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I casi erano due: aspettare che uscisse dal supermercato e perderla per sempre un’altra volta o farsi avanti per ritrovarsi piacevolmente stupiti dopo tanto tempo. Magari sarebbero rimasti a parlare dei loro migliori anni insieme, di come la vita li avesse cambiati, se erano felici o delusi, maltrattati ( come faceva presupporre quell’ematoma sul collo ) oppure entusiasti di quell’incontro.

Ma se voleva salutarla doveva decidersi subito, le rimanevano pochi articoli nel carrello.

Approfittò di una pausa indecisa della cassiera che si era soffermata a leggere una scritta sulla busta di carta del pane con un’espressione terrorizzata.

– Paola – gridò andandogli incontro con il cuore che batteva a mille per l’emozione.

– Zitto!!- gridò lei dopo un primo momento di imbarazzata sorpresa- Fermati !!!-

– Paola sono Pietro non mi riconosci ?-

– Zitto ho detto ! –

– Ma Paola ?…. Paola Neri !?! –

In quel momento dalla busta della spesa partì un colpo di pistola.

 Un dolore lancinante alla spalla lo fece svenire.

-Ti avevo detto di stare zitto ! – Si scusò lei.

“PUM” un altro sparo riecheggiò nel supermercato, questa volta era la pistola della guardia giurata accorso in difesa della cassiera.

Il colpo la centrò in pieno facendola accasciare in terra fra le urla dei presenti in un fuggi fuggi generale.

Seguirono ambulanze, polizia,ispettori.

– Commissario, guardi questa busta del pane. – disse l’appuntato porgendogli la busta di carta sul quale c’era scritto “ questa è una rapina, ho una pistola nella borsa della spesa, resta tranquilla e dammi l’incasso della giornata come se fosse il resto, nessuno se ne deve accorgere.”

Storia di Stefania: scappare via

La fuga – di Stefania Bonanni

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I casi erano due: avvicinarsi, salutare, dire le solite ovvietà richieste dal caso:  “ma sei Paola, ma come si fa  a essere sempre la solita? giuro sei proprio come ti ricordavo seduta in aula magna a prendere appunti….” poi le avrei stretto la mano con partecipazione  cercando di avvicinarmi  il più possibile e inevitabilmente avrei visto le piccole rughe intorno alle labbra e quello stringere gli occhi dall’emozione che li facevano sembrare  piccoli, più piccoli di un tempo, e forse neanche più tanto verdi e forse neanche blu: i colori erano affogati in un marroncino con qualche riflesso, nulla di più. Le avrei visto le pieghe del collo che accusavano la forza di gravità come tutta la carne, avrei chiesto se era sposata e non mi interessava per nulla, avrei chiesto se aveva dei figli e questo mi mi sarebbe servito per parlare dei miei, avrei domandato del lavoro ma la scontata risposta “sono in pensione” (che è la cosa che anche io rispondo a medesima domanda) detta in un supermercato pieno di gente di corsa, aspettata a casa da figli piccoli, in quella pausa pranzo per fare la spesa mi sarebbe sembrata proprio intollerabile, a metà strada tra il sentirsi inutili e l’essere parassiti, a godere di privilegi a carico di qualcuno. Se l’avessi salutata avremmo parlato del nostro compagno di corso, morto giovane in un incidente di “come è strana la vita proprio lui così bello e pieno di donne”, poi si sarebbe parlato del tempo che “non è più quello dei nostri tempi”… e qui ci sarebbe stato bene un punto esclamativo! Come si fa a ricordare com’era il tempo? e poi si sarebbe passati agli acciacchi e arrivati al reflusso gastrico avrei guardato l’orologio e fingendo sorpresa avrei chiesto  scusa. Dicendo una bugia avrei detto di sperare di incontrarla ancora e mi sarei allontanato di corsa, senza fare la spesa… E questa era la prima ipotesi: andarsene di corsa

La storia di Rossella G.: sorriso amarognolo

I CASI ERANO DUE… – di Rossella Gallori

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O inciampo nel suo carrello, sbadatamente, sperando che lei mi riconosca, le porterò il mio pacco di pasta, facendole credere sia il suo…incrocerò il suo sguardo, strabuzzeró  gli occhi, aspetterò contando fino a sette, massimo otto : uno, due, tre…sette…otto.

Farò i complimenti ai bambinucci, che visti più da vicino, tanto bellini non mi sembrano; non hanno i suoi occhi, i suoi colori, quell’onda di mare che mi bagnava l’ anima, ogni volta che la vedevo entrare nell’ aula di scienze.

Avevo ceduto il passo ad un vigliacco, uno che l’ aveva rimpallata di chiacchiere, la colpa era stata anche mia, pensò, nascosto dallo scaffale. Notò anche il  livido sul collo, solo lui poteva aver messo le sue mani maligne, su un cigno così delicato…….

TROPPE SCENE, TROPPI FILM, PENSO AD UN PIANO “B”

Salgo sul banco della macelleria, grido: PAOLAAAAAA…sono PIETROOOOO, lancerò in aria, a mo’ di coriandoli, le pennette corte, rigate Barilla, in offerta, semiscadute…

Cazzo, dovrà pure sentire, cercherò di distrarre i mostrini (brutti come lui) con chicche supergolose; la stringerò tra le braccia, bacerò il suo livido sul collo, ricordandole le nostre lezioni di violino, quando anche io avevo un livido sul collo a sinistra, lei il suo a destra… una magnifica violinista mancina: Paola… un po’ invecchiata ora, come me d’ altronde, un Pietro d’epoca, senza valori, non avevo concluso niente, né studi, né amori.

Riguardò il foulard stropicciato, intorno al collo ancora delicato se pur segnato, dava l’idea di una vita modesta, senza fronzoli tra figli, casa, lavoro…

Forse  l’ aveva amata, forse voluta, più per vantarsene, con l’ amico stronzo…..ma ora, tutto sbiadito…

Ripose il pacco di pasta, per sceglierne un’altra, all’uovo… avviandosi frettolosamente verso  la cassa….dove in modo brusco la commessa offrì la soluzione “ C “

ALLORA CI SI MOVEEEEE, SI CHIUDEEEEE❣❣❣❣❣

La storia di Sandra: potenza del ricordo

Ricordi e speranze – di Sandra Conticini

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Poteva pagare la spesa ed uscire senza farsi vedere, nascondendosi dietro ad altre persone, ma questa soluzione era da vigliacco, e lui non lo era.

Le tornarono i ricordi dell’università. Paola era molto bella, con quegli occhi di vetro trasparente, capelli  biondi lunghi boccoli castani e quel suo modo di parlare signorile che lo faceva sognare. Era ancora innamorato di lei. Eppure volle sposare quella brutta persona sempre a giocare e bere con gli  amici, con modi esagerati,  un venditore di fumo … In quel momento decise: uscì allo scoperto.

Abbandonò il  carrello della spesa ed iniziò a cercare Paola. La vide che stava scendendo in garage. Si avvicinò con indifferenza a lei , si guardarono e, molto stupita, lo riguardò diverse volte, poi le buttò la braccia al collo urlando: – Pietro ma sei proprio tu, non ci posso credere!!! Quanto tempo è che non ci vediamo. Sei sempre affascinante come ai tempi dell’università. Andiamo a prendere un caffè e facciamo due chiacchiere.

Davanti ad un the e due pasticcini lui non riconobbe la bella Paola che ricordava. Gli occhi erano tristi e stanchi, qualche ruga sul bel viso dalla pelle di pesca, le labbra senza un filo di rossetto e quello che lo angosciava maggiormente era quel grosso livido,  coperto da un foulard sgualcito, che si intravedeva sul collo.

Si ricordarono i bei tempi della gioventù. La sua vita non era stata bella, quell’uomo era la sua droga e non riusciva a mollarlo… aveva paura, la ricercava sempre.

Mentre parlavano si avvicinò un uomo alto, con una bella pancia capelli e barba brizzolata che rivolgendosi a Paola con tono scocciato e rabbioso le disse: -Ecco dove ti eri  nascosta, andiamo a casa.

Lei si alzò di scatto, salutando Pietro mortificato e deluso, ed andò via quasi correndo.

Pietro rimase un altro po’ a sedere a rimuginare, poi pensò che fortunatamente avevano avuto il tempo per scambiarsi i numeri di telefono.

La storia di Lucia: un corpo per sempre

Per sempre Paola – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Non fu facile prendere una decisione
Pietro guardava Paola e in un attimo la sua mente ripercorse i giorni, le stagioni passate con lei
Incantato davanti al suo passato senti’ il suono dei loro sorrisi e i giochi con i piedi nell’acqua in quell’angolo meraviglioso di una spiaggia Corsa
Il mare era agitato e le onde si infrangevano potenti sugli scogli, mille spruzzi riempivano l’aria
Pietro e Paola potevano respirare il mare. Intorno a loro nessuno.
Erano nudi perché la natura era così grande che il costume era fuori luogo
Ricordò la pelle di lei, ricordò l’odore della sua pelle e i riflessi dell’ultimo sole sui suoi capelli
Come era dolce il ricordo, come era vivo, come era vita!
Sentiva sulla punta delle dita delle sue mani il disegno che fece sul suo corpo
Un corpo normale di donna, in quel momento il corpo più bello per lui
Era l’incontro con l’amore per un attimo e per sempre
Paola era lì davanti ai suoi occhi con un’altra vita, con un’altra età, con nuovi orizzonti e nuove speranze
Paola aveva un figlio
La sua strada era un’altra, una lunga, faticosa e meravigliosa strada l’aspettava
Pietro sorrise
Non c’era bisogno di salutarla
Paola era dentro di lui per sempre

La storia di Nadia: il Vigliacco

Il Vigliacco – di Nadia Peruzzi

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Quasi poteva toccarla. Poteva scorgere i segni dell’età su di lei. Non era stata benevola, pensò!

Un reticolo di rughe segnavano il suo viso. Le mani erano quelle classiche di una vecchia. Mani che avevano faticato e che dovevano essere pure ruvide. Le unghie, per nulla curate, avevano lo smalto rosso tutto consumato e erano proprio sciatte a vedersi. Poi c’era quel livido sul collo, che spuntava da quel fazzoletto dozzinale.
Una tenerezza mista a rabbia stava montando dentro di lui. Gli venne voglia di stringerla e carezzarla dopo essersi fatto riconoscere. Voleva placare così i dubbi che si erano affacciati alla sua mente e confortarla. Gli era sembrata fino dalla prima occhiata una donna ferita dalla vita, imprigionata in una condizione per nulla buona anche economicamente e forse di infelicità, senza via di uscita.
Pietro si guardò intorno prima di fare un passo avanti verso Paola. Vide un tipo che teneva gli occhi fissi su di lei e sembrava proprio che la stesse aspettando.Un tipo che gli mise ansia.
Così fece quello che aveva fatto tanto tempo prima.
Era uno che il coraggio di farsi avanti non lo trovava mai. Tanto meno con lei.
Era finita con un vigliacco che la maltrattava, lo aveva saputo dagli amici e forse il vigliacco era proprio quel tipo che sembrava la stesse aspettando.
Pietro neanche allora si era mosso, malgrado sapesse che non faceva per lei.
In fondo si era comportato da vigliacco lui stesso con lei, ne era sempre stato consapevole.
Almeno osare di provarci? Quante volte se lo era detto!
Invece nulla! Mai era riuscito a farle capire quanto tenesse a lei, quanto lo rendessero allegro le sue battute intelligenti, quanto la sua risata cristallina lo emozionasse nel profondo.
Aveva provato sentimenti forti in quel tempo, ma non aveva osato combattere per lei.
Dopo poco, gli avevano detto gli amici, era arrivato quel tipo, lo sbruffone smargiasso, uno dagli occhi torvi e cattivi ma con quel che di bello e dannato che l’aveva affascinata alla prima occhiata.
Si era fatto avanti e in un attimo Paola era sua!
Lui invece si era rintanato nei suoi “osare o non osare” da Amleto di quart’ordine e se l’era fatta scappare.
Con quel pacco di pasta e quel cartone di latte in mano tornò a sentirsi un vigliacco. Brutta sensazione davvero. Certo lui non avrebbe mai osato trattarla con violenza, ammesso che quel livido fosse stato causato dal vigliaccone smargiasso.
Per sentire meno il peso della sua vigliaccheria si stava facendo il solito film degli indecisi fra l’essere e il non essere.
Battere in ritirata era l’unica cosa che sapeva fare davvero bene. Era uno di quelli che mai aveva osato fare passi avanti per cambiare l’ordine delle cose. Nemmeno ci pensava proprio.
Quindi ,anche quella volta preferì la via più semplice. Far finta di nulla.
Che senso aveva, in fondo, dopo tutti quegli anni, riagganciare Paola, una storia da università, che nemmeno aveva avuto il coraggio di tentare di far nascere.
Arrivò con la pasta e il latte alla cassa. Dette un ultimo sguardo a Paola e alle ciocche scomposte e stoppose dei suoi capelli, ad una lei che in fondo non era nemmeno più lei ai suoi occhi.
Abbassò la testa, pagò e se ne andò senza voltarsi indietro.
Si sentì colpevole e anche un po’ una merda. Ma era fatto proprio così, lo sapeva da anni. 

Incontro d’inverno del 19 gennaio 2023 alla Carrozza 10

Uno stesso incipit per dodici storie

foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

“Non vedeva da tanto tempo Paola.

Era ancora come la ricordava: minuta, gentile, bionda con quegli occhi tra il verde e il blu. Non si vedevano dal tempo dell’Università. Lei si era sposata e poi divorziata quasi subito. Lui, Pietro, lo sapeva che quel vigliacco non faceva per lei, ma niente, Paola aveva insistito nel suo proposito. E ora eccola là, alla cassa del supermercato dove lui andava quasi tutti i giorni. Eppure era la prima volta che la vedeva. Perse il turno per pagare la spesa e tornò indietro “Scusi, ho dimenticato la pasta” e scappò via dietro lo scaffale del latte. Da lì Pietro guardava Paola che stava togliendo dal carrello lo yogurt  alla fragola con gli smarties. Ha dei bambini, pensò e, a distanza, lo sguardo avvolse lei completamente. Si vedeva che era stanca, le spalle un po’ curve, un foulard che non riusciva a coprire un grosso ematoma sul collo. Pensò al Vigliacco, che forse si era fatto vivo di nuovo….Non aveva coraggio di uscire allo scoperto, ma non poteva nascondersi tutto il giorno e allora si decise.

I casi erano due…….

(continua tu…)

Coriandoli e carta velina per Patrizia

Ricordi di carta – di Patrizia Fusi

Ricordo un brutto presepe con i personaggi di cartoncino: sapeva di miseria.

Invece erano allegre le bandierine di carta velina colorata attaccate a lunghe corde che venivano stese dagli uomini attraverso la strada. Formavano un tunnel colorato che ondeggiava gioioso al muoversi dell’aria. Le donne intanto appendevano, ognuna davanti all’uscio di casa propria, composizioni di piccole roselline di carta, create in tanti pomeriggi di lavoro, con lo scopo comune di abbellire il paese per quel giorno di festa. Ai bambini piaceva tutto questo movimento, tutto era una festa, gli addobbi rimanevano per tanti giorni dopo la ricorrenza.

 Carnevale: ho desiderio di coriandoli, capisco che non è il caso di chiedere. Mi procuro dei giornali vecchi, delle forbici e inizio a sminuzzarli: voglio anche io dei coriandoli. Torna il babbo da lavoro con un bella busta per noi bambini, contiene coriandoli e stelle filanti e nel vederli provo GIOIA PURA

Depliant artistico per Tina

La favola in Basilica – di Tina Conti

Mi sarebbe piaciuto comprendere quei segni che vedevo in quei nei grandi libri, sotto le immagini, sulle pareti, ma, per me, quella era una lingua sconosciuta. Potevo leggere il luogo, le sensazioni e le figure. Percepivo fascino, vita, storia, volti, il re insanguinato, il santo con gli occhi tristi e preoccupati, l’agnello paffuto girato all’indietro. Che senso di pace, di spiritualità e pacatezza sentivo. Parlavano quelle Mura, mi inondavano profumi e canti lontani. Finché ho raccolto da terra un cartoncino, toni del verde incorniciati di parole in una lingua che conoscevo, era una ricetta e  leggendola mi sono messa in tasca il foglietto, con l’idea di trascrivermi quelle parole sul  libro di cucina.

Era bello e invitante  quel biglietto, bordato di verde tenero, con una cornice leggera a riquadro delle parole, insomma, invitante.

Mentre riflettevo  e mi avvicinavo all’uscita, da dietro una colonna, ho visto una luce che guizzava e saltellava.

Un folletto azzurro scorrazzava e sgambettava colpito dalla luce giallognola della  finestra a bifora. Ad un tratto, saltò sopra un grande e dorato leggio  e cominciò a leggere con una voce stridula e metallica  parole lunghe  e corte ma a me ostiche. Dal grande libro uscivano bagliori dorati, rossi ,verdi, arancio e tutti i toni del violetto. Le parole e i suoni  riempirono la Basilica e cominciarono a danzare  fra le colonne, si scontravano, si abbracciavano  e si aggrovigliavano, non riuscivo a capacitarmi e neppure  a comprendere quelle frasi melodiose. Ad un tratto  diventò tutto buio e silenzioso.

Da dietro una piccola porticina, come portato dal vento, un drappo bianco e svolazzante uscì con una scritta… dove potevo leggere ora la parola:    FINE

Un giovedì, di pomeriggio, in un vagone con Cecilia

Le carte e le Matite- di Cecilia Trinci

Potrebbe sembrare che tra poco questo Vagone prenda il via sulle rotaie.

Poco importa sapere che davanti e dietro ci siano il muro della Misericordia e il muro del Teatro: dove mai potrebbe andare? Invece sembra che le luci tenui del bar ci stiano facilitando la partenza scivolosa sui binari, che per altro sono veri sotto di noi.

La carrozza 10 parte. I viaggiatori sono al completo, seduti ai tavoli stretti e bui, un po’ Orient Express un po’ Avventure nel Mondo.

Carte varie da scegliere. Colorate, bianche, anonime o volantini, depliant zeppi di immagini e parole, carta fotografica impressa di nulla, veline, carta lucida, appunti scritti a mano, vecchie scritture fotocopiate…

Per questo giovedì mi era venuta un’idea qualche giorno fa, mentre pensavo e facevo altro, come fanno le buone idee che covano come galline sagge. Le ho raccolte curiosa  in poco tempo, qua e là. Ho trovato appunti vecchi che scrivo quando ascolto le Matite e che non riesco mai a buttare via, neppure dopo che hanno svolto il loro compito. Nomi, frecce, sempre scritte a matita perché la grafite è dolce, rapida, segue la velocità del pensiero, è fragile perché sbiadisce e può sparire, ma invece resta a lungo se non la tocchi troppo e la conservi semplice come l’hai scritta.

Loro, le Matite si avvicinano al tavolo, scelgono, di colpo, senza pensare come dico sempre, tornano al tavolo con una preda felice, scrivono, di getto, come voglio sempre.

Parole sgorgano, senza ripensamenti, come acqua di sorgente e appaiono aquiloni in cieli azzurri che escono da scatole da scarpe, giostre di carte volanti, blu su alberi rossi di ciliegie mature, libri adottati e abbracciati da carte a fiori, pagine pensate, mani  di nonni,  un mare vero che esce a consolare Velina, il colore di un lampo di notte e il soffio di un bambino che non spenge la candelina, una sveglia  uscita da una carta regalo, ferma a un tempo di tanti anni fa, una fotografia che non riesce a fermare un volto e resta vuota, la scrittura a mano che nasconde segreti o anche un fiore secco che è stato accolto da tempo, una carta a fette che diventa un paravento liberty, il re insanguinato e il santo triste che escono da una pagina ed entrano in una storia, pezzetti di carta che diventano racconti per bambini, verde la rana, marrone la lepre, rosso il fuoco. Calligrafie di padri, in rosso e blu, a righe alternate, diari di giorni diversi.

Donne gentili, storie di cartone, “fogli che hanno valore solo per chi li accatasta”.

Il vagone è pieno zeppo di vite, il giovedì sera, sul tardi, quando da un po’ si è fatto buio.

La carta scritta a mano con Gabriella

I segreti della carta scritta – di Gabriella Crisafulli

I fogli racchiudono parole che si rincorrono, svolazzano,  colpiscono, inchiodano lì dove sei, ma c’è carta e carta e ognuna con la sua grana è un capitolo a parte. Poi ci sono le scritture, i caratteri, le pagine tracciate a mano nascondono segreti… i segreti di chi usa la penna, anche se è meglio ancora il lapis… E’ bello rimescolare le carte fino a perdersi completamente fra mucchi scivolosi e scivolanti, privi di valore se non per chi li accatasta…. e poi ecco di tanto in tanto un appunto, un segnalibro, un fiore, una foglia che crepita tra le pagine che l’hanno accolta e nascosta.

Storie di cartoncino per Anna

Cartoncini animati – di Anna Meli

La carta ha un buon odore, un odore speciale di libri stampati, di quaderni di scuola, di cartoncini colorati e anche di imballaggi. E’ un odore particolare che a volte ti entra nelle narici provocandoti sonori starnuti liberatori.

            Il cartoncino mi piace in modo particolare perché lo sento forte e nello stesso tempo maneggevole, capace di aiutarmi a realizzare le mie idee, le mie semplici capacità, come il costruire scatoline in cui riporre piccole cose: strani bottoncini, perline di collane strappate, piccoli insignificanti oggetti appartenuti a chi sa chi, ma ognuno col loro passato intrecciato a fatti e persone.

            Da piccola mi divertivo, soprattutto nelle serate invernali quando rimanevo sola, senza la compagnia di amici, ad immaginare storie con cartoncini dipinti e piegati in un certo modo a cui davo un nome di persona o di animale.

            Il colore determinava l’appartenenza: verde era la rana che gracidava nello stagno di carta del cioccolatino, rosso era il fuoco, marrone la lepre che fuggiva via veloce di fronte al fucile nero del cacciatore verde e viola e poi…poi appariva la carta mago, mal ritagliata e scarabocchiata che terrorizzava tutti costringendoli a ritornare nella loro scatola in attesa di un nuovo gioco.

            Ripenso con nostalgia a quei momenti a quelle storie fantastiche che mi facevano provare sicurezza e, qualche volta, anche un certo senso di smarrimento, ma erano le mie storie segrete e in esse ci stavo bene come in un rifugio solo mio.

Cornice da un foglio bianco per Stefania

La cornice di carta – di Stefania Bonanni

Una carta bianca come una tela, e dentro la cornice nera di un foglio ingiallito, che chiama per essere letto, e merita la mia fiducia, perché racchiude un consiglio perfetto: per scrivere, leggere, parlare, capire, vivere : l’errore è raggiungere il bersaglio, la grazia di mancarlo.

Il bersaglio spesso sembra la soluzione, ma è ovvio, abusato, già di lui hanno in molti scritto, parlato. Si può solo ripetere, riservargli parole scontate, ordinarie, senza stupore. L’incanto è girare intorno, volare leggeri, senza toccare, lasciandosi portare dal vento che passa dagli occhi un istante, dal colore di un lampo di notte, dal soffio di un bambino che non spenge la candelina. E’ un lavoro difficile, dovremmo essere esperti chirurghi, per scansare tutto quello che non serve. Recidere con un colpo deciso tutto quello che non serve, e volare alto, senza freni . Poi, che bisogno c’è di freni, volando? Si casca comunque, alla fine, e forse il segreto è cascare di sedere , sollevare piedi e gambe ed essere felici di tutto ciò che siamo riusciti a salvare.

Volare nel tramonto, stormi neri nel cielo rosa, certo non è da tutti, ma provare può essere un destino, ed anche le oche starnazzanti sono uccelli.

Carta di un magico blu per Carmela

Magica carta – di Carmela De Pilla

In casa c’era poco a quei tempi tanto meno la carta che era considerata molto preziosa, Velina aveva visto solo la carta oleata che Sisina usava per incartare le sarde sotto sale o la mortadella, la carta gialla che la mamma ripiegava con cura per poterla riutilizzare, la carta dell’unico libro scolastico e quella dei pochi quaderni.

Di libri nemmeno l’ombra in quella casa! Avrebbe desiderato tanto poterne annusare il profumo, lo cercava in ogni angolo, ma ne rimaneva delusa, ecco perché andava volentieri a casa di Tinuccia. Suo padre, maestro dell’unica scuola elementare del paese le permetteva di entrare nel suo studio che poi altro non era che una piccola stanza con un tavolo, una sedia e una scaffalatura che conteneva libri di ogni genere, quelli da grandi sulle mensole più alte e in basso quelli che usava per la scuola con le figure dai colori pastello un po’ sbiaditi dal tempo.

 Li guardava con curiosità e ammirazione, uno in particolare sembrava la chiamasse, sulla copertina la bellissima bambina dagli occhi azzurri con le trecce bionde le sorrideva e le rosse ciliegie che pendevano dall’orecchio come fossero preziosi orecchini sembravano vere, quasi da mordere. Lo prese e lo annusò, era un odore un po’ invecchiato che sapeva di dolci e di bambini.

Un giorno un carretto con mille cianfrusaglie si affacciò all’angolo della strada, le donne e i bambini si avvicinarono come api perché quello era uno dei pochi divertimenti che avvolgeva le vite di quelle persone.

Chi lo spingeva era un omino buffo dai grandi occhi azzurri orlati da folte sopracciglia nere con un cespuglio di capelli ispidi e ribelli che schizzavano da ogni parte.

Velina gli si avvicinò e infilò furtivamente la mano nella sua poi lo guardò con occhi imploranti come a voler dire ”non c’è niente per me?”, lui le mise tra le mani un foglio di carta, sembrava magico per i giochi di luce che sprigionava a contrasto del sole e liscio come l’acqua del mare se lo portò al viso gustando fino in fondo quella morbida carezza.

Rimase affascinata dal colore, da una parte azzurro intenso e dall’altra argenteo, “proprio come il mare” si disse e lo stropicciò, una musica si sprigionò fra le dita e si lasciò trasportare in un mare dove si tuffò e annegò nel silenzio dei suoi pensieri.

Decorazioni su carta da regalo per Sandra

Sei mia – di Sandra Conticini

Sei mia, ho pensato mentre si poggiava sul tavolo insieme a  fogli di carta velina un po sgualciti, oppure bianchi con qualche scarabocchio insignificante a prima vista, fogli di ricette,  bustine brillanti da regalo che quando le tocchi  gracchiano come le rane e poi tante altri tipi di carta, tutti diversi ma particolari.

Il mio pezzetto di scatola deve essere stato un  regalo fatto con amore e di buon augurio. Si capisce dal grande fiocco rosso, con un tralcio di abete, un campanellino e rifinito con un pon pon giallo senape.

I regali fatti con il cuore si riconoscono, sono curati e la confezione parla. Infatti a me, che i regali sono sempre piaciuti, li preferisco più incartati che aperti.

 Davanti al pacchetto sogno, cerco di indovinare cosa ci potrebbe essere. Qualche volta indovino, qualche volta rimango delusa, ma in genere sempre piacevolmente stupita.

Quando sono diventata adulta in casa, invece dei regali, tendevano a darmi qualche soldino dicendo che tanto avevo già tutto e così li avrei usati per qualcosa che loro non avrebbero saputo comprarmi. Io sostenevo che non era vero e, un anno per Natale, il babbo mi regalò una sveglia, che è ancora sul comodino insieme ad un’altra funzionante.

Anche un dono piccolo per me è importante vuol dire essere pensata, avermi dedicato del tempo e questo fa sempre piacere. Quando faccio un regalo il più bel grazie è vedere la felicità nell’altra persona. 

Carta per copertine dei libri per Carla

Libri adottati – di Carla Faggi

Carta per ricoprire i libri.

Lo facevamo a scuola, l’ho rifatto poi anche in seguito per i libri importanti, quelli che mi hanno accompagnata nell’adolescenza e poi con altri che ho avuto accanto nel mio periodo di donna quasi adulta ma non troppo.

All’interno erano sottolineati, commentati, forse scrivevo più io che l’autore del libro.

Per questo la copertina la proteggevo più possibile anche se mi si sciupava comunque a forza di usarlo anche come diario per riflessioni che mi suggeriva il libro in quel difficile periodo di vita di adolescente e di quasi adulta improntato alla ricerca costante di identità, di certezze, di indirizzi.

Ricordo ancora Giuseppe Berto ne La Cosa Buffa, Il Complesso Di Cenerentola di non ricordo chi.

Il famoso Donne Che Amano Troppo e … poi e poi.

Li ho ancora tutti, con le loro copertine e i loro appunti interni che a rileggerli ora, alcuni fanno sorridere, altri tenerezza, altri rabbia.

Sono stati libri che mi hanno aiutata a conoscere e poi accettare meglio le mie incertezze, perché se qualcuno importante ne ha scritto in un libro il mio problema non è più solo mio ma diventa collettivo e reale e quindi superabile.

Perché da adolescente spesso ti senti unica, diversa, nella superiorità e nella inferiorità del percepirti e non è facile parlare di queste sensazioni a chi potrebbe giudicarti. Almeno per me e all’epoca, tanti e tanti anni fa, la scelta più facile fu confrontarmi con i miei libri amici.

Quando poi sono diventata adulta e oltre ai dubbi e alle incertezze ho trovato anche serenità e chiarezza, non ho avuto più bisogno di scrivere tra le righe di un libro, o almeno non sempre. Anche i libri non sono quasi più i miei libri adottati ma libri che mi incuriosiscono magari suggeriti dalle amiche, come le matite, o trovati in biblioteca, spesso comprati per l’e-book . Per la condivisione ed il confronto dei propri pensieri visto che il giudizio altrui non mi preoccupa ormai più di troppo ci sono spesso le amiche, le matite, Marco, meno silenziosi di un libro ma altrettanto attenti.

Ma i miei libri amici di allora visto che chi adotta un libro lo adotta per sempre (lo dice un mio amico libro scritto da Zafòn) sono ancora qui a raccontarmi di me.

Dietro la carta bianca di Nadia

Biglietto – di Nadia Peruzzi

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E se…
Stava camminando lungo il ruscello, proprio vicino al punto dove si incontra la cascatella ombreggiata dal grande salice.
La colpì il luccicare di qualcosa di bianco che in brevissimo tempo aveva smesso di scivolare sull’acqua ed era finito a testa in giù dentro la cascata. A tratti lo si intravedeva. Rimbalzava, rotolava, vorticava insieme all’acqua , quasi come in un gioco fra i due.
Per qualche minuto andò così poi una spinta, forse un refolo di vento, fece cadere quel qualcosa giù nella grande pozza sotto la cascata.
Era o sembrava un pezzo di carta. Non uno qualsiasi visto che era ben steso e compatto, non sgualcito, né malmesso malgrado lo stare in acqua. Luccicava sotto il gioco dei raggi del sole . Nell’acqua in quel momento si era creato come un intrico di fili dorati , erano quasi un paravento con accenni di arcobaleni e quel biancore risaltava ancora di più .
Quando riuscì a prenderlo vide che era un cartoncino tagliato in modo un pochino approssimativo . Dimensione non più grande di quella di un biglietto d’auguri. Sul retro, non c’era scritto nulla.
Sul davanti, in una calligrafia tonda e sicura , solo un “e se …”.
Il resto, ammesso che ci fosse,  era svanito.
“E se” strano, avrebbero pensato in molti, forse tutti. Lei lo trovava bellissimo, invece. Lasciava spazio alla fantasia, all’immaginazione. Chissà cosa ci stava dietro a quell’”e se”.
Del resto la sua vita era stata un costellazione di “e se” !
Non quegli “e se” che avevano di contropartita nostalgia, rimpianto o dolore. No, forse per influsso di una buona stella, almeno fino a quel momento , i suoi erano stati segnati per lo più da positività.
Pensò al suo ultimo “”e se”. Se provassi a imparare a suonare la chitarra? Piano piano , accordo dopo accordo , ci era riuscita. L’obbiettivo non era Segovia ma un modo per placare sé stessa quando ce n’era bisogno e il senso di sfida, che si accendeva dentro di lei a partire dal suo essere curiosa di tutto.  La voglia di riempire la vita con quello che pensava le facesse del bene e la arricchisse, faceva il resto e dava la spinta finale.
Uno dei sui “e se” migliori si era acceso un pomeriggio d’estate .
Se una volta o l’altra incontrassi quel testone simpatico e carino a cui passavo i compiti di latino e greco al liceo?
Beh, era capitato.  E si era tradotto in qualcosa di bello. Inatteso, visto che non ci pensava più e da un pezzo, e bello.  Ne era nato un amore che ancora non si era perso nella noia e nella routine, era vivo e complice come quando era iniziato.
Chissà se quell’”e se” scritto sul biglietto era invece figlio di un rimpianto o di un pensiero triste, si disse.
I suoi “e se”” li aveva conservati in un cassetto. Li collezionava da sempre ed erano stati un modo per spronarsi , darsi degli obbiettivi. Quando qualcosa non andava proprio come avrebbe voluto bastava che guardasse tutti gli altri, quelli che avevano avuto svolte positive, per rincuorarsi e ritrovare speranza e voglia di andare avanti . La sua filosofia era stata: se una cosa non va bene, non è detto che non vada bene per sempre, e in ogni caso ne andrà bene un’altra!
Quell’ “e se” invece , chissà perché le sembrava dovesse nascondere del mistero. Qualcosa di triste o pesante da sopportare , altrimenti non sarebbe stato gettato in acqua, come quando ci si vuol liberare di qualcosa che fa soffrire .
Insomma lo aveva preso come un bell’”e se le cose fossero andate diversamente. . ?”
Mentre si perdeva in questi pensieri, vide arrivare verso di lei un bambino sui 7 o 8 anni al massimo.
Bel faccino vispo, occhi vivaci e furbi e uno sguardo senza ombre. Sorrideva felice mostrando tutti i dentini che gli erano caduti e non erano ancora ricresciuti del tutto.
Aveva un piccolo zaino e una penna in mano. Guardava fisso il fiume, mentre si avvicinava a lei. Come se stesse cercando qualcosa.
Si salutarono.  Lui posò lo sguardo sul foglietto che lei teneva in mano .
Le disse : “ Per favore puoi ridarmelo? E’mio! Mi è scappato di mano mentre ci stavo scrivendo sopra, poco lontano da qui. ”
Lei glielo restituì ma non resistette dal porgli una domanda.
“Volevi scrivere solo quell’”e se” , oppure c’era dell’altro? Per un bambino della tua età una frase che inizia così non è tanto abituale!”
“Macché ! L’idea era di continuare a scrivere. E’ arrivato un colpo di vento e non ce l’ho fatta a finire la frase”!.
Lei incalzante e curiosa.  “ Scommetto che riguarda qualche bambina di classe tua. Sei così bello , chissà quante fidanzate avrai e il difficile è sceglierne una”!
“ Eccone un’altra che cerca di darmi una fidanzata! Le bambine sono uggiose e non giocano al calcio con me. Fanno sempre comunella fra loro. Vuoi che ti dica cosa volevo scrivere? Ecco qui.  
E se domani non ci fossero le maestre , non dovrei andare a scuola.  Tutto qui. ”
Le fece un accenno di linguaccia , ma con fare simpatico e complice e la lasciò a rimuginare sui suoi “e se” senza dubbio un filo più complicati.
Lo zainetto rosso che aveva sulle spalle continuò a rimanere visibile , fino a che non si perse dietro la curva a gomito della strada, nell’ombra dei pini marittimi .

Carta fotografica vuota per Nadia

Un biglietto vuoto – di Nadia Peruzzi

Ti pensavo come un biglietto e mi servivi vuoto. Da riempire di parole. Solo quelle che ci potessero entrare. Poche in verità.
Vuoto per un inizio. Vuoto per una rigenerazione. Vuoto per una svolta.
Ti ho girato e rigirato per le mani, le parole non uscivano.
Volevo un inizio e invece più che giravo e rigiravo senza che nessuna parola riuscisse a venire a galla, mi son trovata di fronte ad una cosa che ha un solo nome: fine.
Vuoto il foglio, vuota l’anima, nulla la voglia di riempire di frasette fatte che so non avrebbero senso né per me, né per te.
Forse stavo pure per scrivere una banalità del tipo andiamoci a prendere un caffè.  Non ce l’ho fatta. Non avrebbe avuto più nessun senso.
Quel caffè si era già raffreddato da tempo. Non ti penso, né ti sento come ti sentivo allora, vicino e amico.
Sul retro mi sono accorta della carta lucida. Carta da foto. Sei una carta da foto, mi sono detta, non carta semplice da biglietto .
Quante ne stampavamo dopo i pomeriggi passati sul greto del fiume ad inseguire il movimento della cascata o il volo degli uccelli,  nelle loro formazioni a V, nella stagione delle migrazioni. Quanti i volti delle persone che abbiamo incrociato nei nostri viaggi.
Tutto sbiadito, anche nel ricordo. Non i luoghi e i volti degli altri.
È il tuo che non riesco a vedere, malgrado ci provi ogni tanto.
Degli altri ricordo i particolari e le caratteristiche . Quanto le ho amate e quanto le amo ancora quelle foto di genti di paesi lontani che sento quasi come una famiglia.
Di te, che avresti potuto esserlo, non rimane nulla. Che brutta cosa da pensare e da scrivere pure.  Ma ho sofferto così tanto che ho preferito cancellarti anche dai pensieri.