Dimmi che sei felice, Rossella, anche se non è vero

ANCHE SE NON È VERO… – di Rossella Gallori

Photo by Serinus on Pexels.com

Anni difficili, pochi, anni in cui si gioca con le bambole, si baciano le margherite, anni, i suoi, così fragili da potersi rompere da un momento all’ altro, anni che si ruppero all’improvviso ma non troppo, le finestre erano spalancate, il vento forte le fece sbattere, i vetri caddero a terra, sembravano lacrime di diamanti, erano invece solo pezzi di qualcosa che taglia, può ferire perfino uccidere.

ANCHE SE NON È VERO…

Fu semplice per lei decidere di non essere più felice, lo giurò su quella tomba di  morsi di cristallo: non sarò felice, non senza di te.

Cominciò la lenta tessitura, era diventata un ragno, nel suo regno di testarda infelicità, così convinta, da convincere anche gli altri.

Il primo amore il cuore a mille, è non era felice…e quando lo era lo negava ed aveva paura di infrangere il giuramento, ripeteva come un mantra: non sono felice.

Anche se non è vero…

Le prime vacanze spiagge assolate, acqua di mare, ombrelloni a spicchi di frutta…e quella voglia di ridere che le moriva sulle labbra. Piano piano si abituò, senza drammi con la certezza che se si promette si mantiene ed è per sempre, sempre. Ed anche con il passare degli anni continuò ad usare lo stesso telaio dell’ infanzia. Un po’ contenta si, ma felicefelice mai, giammai, sorrideva per lavoro, per educazione e quando qualcosa di bello le capitava, si era così abituata che alzava gli occhi al cielo e senza aprire bocca diceva: tranquillo senza di te non sono felice.

Anche se non è vero…che diventa triste quando piove…

  Anni ed anni con quel giuramento appeso al collo, una collana pesante e preziosa fatta di ricordi, di sogni, di un amore così grande da bastare nei momenti bui, nella solitudine…nella compagnia, nella gioia di un figlio dalla pelle di porcellana e gli occhi color foglia d’ autunno.

Nei viaggi…lui che non c’ era  ma era  sempre con lei

Anche se non è vero

 Era diventata prigioniera, della solita famosa gabbia aperta, era andar a vedere persino sul vocabolario, non trovò la parola felicità, ne fu quasi consolata, contenta che la sua verità, fosse avvalorata da un refuso immaginario…

Si frugò nella vestaglia di pile rosso trovò una chiave, ecco dove era nascosta pensò, con il cuore che bolliva.

Oramai era quasi vecchia,  intraprese il viaggio, con pochi cenci in borsa, con le sue poesie d’amore, con i suoi scritti senza voce, sapeva dove andare, chi cercare.

Il portone era aperto, la chiave diventò inutile,  tutto sembrava aspettarla, si sarebbero riconosciuti anche se lei ormai era riuscita ad essere più vecchia di lui, sembrava la madre di suo padre.

Si guardarono negli occhi, occhi così uguali, da confondersi…

Lui fece il gesto di farle le solite trecce, ignaro, forse che i capelli e gli anni non erano più quelli, sussurrò qualcosa ed ancora una volta lei si sentì vivere:  dimmi che ti manco un po’…dimmi che stai bene….

DIMMI CHE SEI FELICE ( I MODÀ)

Il giuramento si era sciolto, perché lei ormai era una nuvola…..

 Che fantastica storia la vita ( Venditti)

Dimmi che sei felice, Anna

LA LEGGEREZZA DI ESSERE FELICE – di Anna Meli

Photo by Designecologist on Pexels.com

            Felicità è cogliere l’attimo. E’ una  manciata di coriandoli che improvvisamente ti arriva addosso e divide in mille colori volteggianti; è un fuoco d’artificio che scoppia e si spande in scintille di stelle e poi finisce lasciandoti estasiata.

            Ogni momento di felicità vissuto lascia un segno che invita non tanto alla sua continua ricerca, ma a predisporsi ad accoglierla, ad afferrarla prima che se ne oscuri la luce.

            La solitudine è la nemica più forte della felicità, non bastano i ricordi per farla rivivere: è una stella cadente fulgida nella sua scia, ma che poi si annulla nell’oscurità del cielo. Cerco in modo costante dentro di me attimi di felicità che sono gratuiti e così mi trovo spesso ad apprezzare il cielo con le sue mille sfumature di un tramonto rosso fuoco, oppure sentire il vento che ti porge una carezza che al momento ti manca.

            Mi da felicità aiutare gli altri a sentirsi felici ed è esaltante mescolarsi alle grida dei bambini che giocano correndo pieni di vitalità. Sono piccoli frammenti di un tutto che vanno ad abitare dentro di me e mi fanno sentire leggera.

            Perché le cose belle prima o poi devono finire?

Nadia: Punti di vista di una felicità

Mai più – di Nadia Peruzzi

Photo by Anete Lusina on Pexels.com

Dimmi che sei felice!
“Dimmi che sei felice! Dimmelo ancora!” 
Lui incombeva su di lei con la mano alzata, per colpirla di nuovo. Lei rannicchiata fra divano e poltrona, cercava di proteggersi come poteva.
Il labbro spaccato le faceva sentire il sapore ferrigno del sangue che sgorgava copioso dalle labbra.
Non riusciva quasi a parlare, ma ancora una volta quel “Si, caro, sono felice!” uscì in un soffio.
Lui cambiò espressione. Da torva che era, quasi luciferina, ne venne fuori una da gatto bastonato.  Orecchie e sguardo basso di chi sa di averla fatta grossa.
Si piegò verso di lei. ”Scusa, scusa, non lo faccio più. Perdonami. Lo sai che quando mi arrabbio a volte perdo la testa e non so controllarmi. Non lo faccio più. Mai più. Prometto”
Garza e disinfettante per tamponare il sangue, crema per i lividi che si sarebbero fatti visibili a breve .
Mentre la medicava se ne uscì come il solito con il suo: “Dimmi che sei felice! Fammi contento, ho sempre voluto farti felice. Ti amo così tanto. Ma tu a volte sembra che ci trovi gusto a farmi arrabbiare!”
Il biondino era così.
Dissociato e cattivo.
Aveva gettato la maschera subito dopo che si erano messi insieme ed erano andati a convivere.
Quelle botte erano il suo modo di sentirsi uomo.  La voleva come un padrone non come un marito che ama.
Le spezzava le ali, annullava ogni sua volontà, amava avere il sopravvento su di lei. Lui che sotto la patina di bravo ragazzo era una nullità, in ogni modo cercava di annullare lei , rendendola sua schiava e annullandola come persona.
Lei doveva essere una pianeta che girava attorno al suo sole. Lui!
Lui che era un sole malato.  Molto malato.
Per tenerlo buono ogni volta che lui faceva la sua faccina da pentito e le diceva “Dimmi che sei felice!” lei non osava contraddirlo, per evitare il peggio.
Anche con un filo di voce, ma lo diceva, per calmarlo.
Era una bambola rotta alla mercé di un uomo privo di umanità che l’aveva allontanata da tutti.  Anche le amiche più intime man mano si erano ritratte. Non sapevano cosa fare o dire, dopo aver detto tutto fino dall’inizio.  Quel biondino a loro non piaceva. Non ci vedevano chiaro in lui, nel suo essere troppo pressante verso di lei. Ci avevano provato a metterla in guardia ma lei la vedeva in altro modo.
Era sola quindi. Nessuno con cui potersi confidare, nessuno da cui farsi aiutare.
Una sera che lui aveva anche bevuto, per un piatto non salato abbastanza, la gragnuola di colpi arrivò più forte di sempre.
Lei si accasciò sotto la tavola, dolorante e sanguinante.
Quasi svenuta sentì dopo un po’ quel suo “Dimmi che sei felice! Fammi felice! Dimmi che non pensi a nessun altro, solo a me!”
Lei non rispose.
Stavolta era decisa. Anche se avesse ricominciato a picchiarla non lo avrebbe detto.
Per fortuna era così ubriaco da non avere più forze per offenderla.  Si era diretto verso il letto e lì era crollato come un macigno.
Lei si alzò lentamente. Ogni movimento le procurava dolori lancinanti ovunque . In qualche modo riuscì a stare in piedi pur barcollando.
Arrivò a fatica in camera. Lo vide, quel demonio, sul letto.
Ora o mai più, si disse.
Prese il suo cuscino, gli coprì la faccia e gli si buttò addosso con tutto il suo peso, in modo da esercitare tutta la pressione che le serviva in quel momento.
Non si mosse per molto tempo. Le parve di aver perso anche i sensi almeno per qualche momento.
Riuscì ad alzarsi. Il corpo sotto di lei ormai quasi freddo.
Prese la borsa e uscì di casa.
Andò ad autodenunciarsi alla prima caserma che trovò lungo la strada.
Si vide negli sguardi dei poliziotti che la accolsero in caserma: doveva avere l’aspetto di un mostro. Un mostro fatto di sangue rappreso, percosse, lividi e gonfiori ovunque.
Ai poliziotti disse solo poche parole prima di perdere di nuovo i sensi .
“Sono felice! Si, lo sono davvero! Dopo tanto tempo posso dire di esserlo, liberamente! Sono riuscita a uccidere quel mostro ! Sono felice! 

Sei Felice Lucia?

Dimmi che sei felice – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Dimmi che sei felice
Ho bisogno di questo
Dimmi che sei felice
Ho bisogno del tuo sorriso
Ho bisogno di sentire che ti piace il sole
Ho bisogno di sentire che non ti fermerai
Dimmi che sei felice
Ho bisogno solo di questo
Dimmi che sei felice se io sono felice
Ho bisogno solo di questo
Che bello sei sei felice se io sono felice
Che bello
Che bello
Che bello
Sono felice se sei felice
Sono felice se sei felice della mia felicità

Parole scure su fogli bianchi di Stefania

Quando non sto bene – di Stefania Bonanni

Quando non sto bene, quando le mie stanze sono abitate dall’ansia, smetto di parlare.

Il progetto è che non sia casuale e temporaneo, che possa essere per sempre. Vorrei proprio disimparare, e solo scrivere. Che chi fosse interessato alle mie parole, leggesse. Parole scure su fogli bianchi. Rondini nel cielo sereno, notte musicali su una riga di spartito, musica disallineata e stonata, per conoscitori ed indagatori, non gratuita.

Quando parlo, e rido, e mi diverto sempre, e bacerei tutti, e mi innamoro di tutti, sto bene, e sono felice. E sono contenta degli abbracci, e mi sento su di una nuvola, o un’isola, un posto per me. e sono luna, sole, stelle, vento e nuvole. Anche se non è vero, anche e forse proprio perché è un attimo, è perfetto di felicità. Anche se piove, anche se domani pioverà. Ci sarà vento, e non avremo altra ricchezza delle carezze del vento.

Complessa felicità di Stefania

La felicità è un sistema complesso – di Stefania Bonanni

Photo by Alexander Grey on Pexels.com

L’infelicità è più semplice, costa meno e si trova a portata di mano, sempre. Può bastare una parola, può bastare il silenzio, più spesso è una mancanza. Occhi che non ti vedono quando ti guardano, parole che non sono per te, nella tua lingua, che non aspettano risposte. A volte sono muri e si sta all’ ombra, al buio, al freddo, mentre di là dal muro ci sono sole e risate, e non si prova invidia, solo un senso d’estraneità e solitudine che schiaccia e strizza gli umori, fa risecchire. Provare fa paura. Si teme di scivolare e diventare aridi.

Poi, non può andare così . Siamo fatti a strati compressi. Per far allontanare i pezzi risecchiti bisogna saltarci sopra con forza e mettere fiato e voglie nei nostri  poveri nervi , e fare esercizi di leggerezza, consapevoli che sia la scelta più difficile, ardita e scandalosa che si può fare. Con leggerezza si riempiono gli occhi di nuvole e farfalle, si vibra nel vento, si ride se piove, si cercano parole belle e buone, ci si perde in pagine che ci chiamano e solo a volte siamo in grado di “sentire”. E solo così si vive.  La felicità è leggerezza, la vita è nei momenti di felicità, che si riconoscono solo nella certezza che dietro l’angolo si scivola.

Dimmi che sei felice, Rossella B.

Felice – di Rossella Bonechi

Photo by Admiral General M. u2b50u2b50u2b50u2b50u2b50 GodShepherdly 33277089* on Pexels.com

“FELICE” è l’unica parola che posso scegliere, l’unica.

Tre sillabe che sono la corda tesa dell’ arco che in pochi secondi imprimerà alla freccia la forza per……per cosa? Per conficcarsi arrogante al centro del bersaglio? Per affondare nel tronco di un albero e rimanerci per sempre? Per sfiorare di un pelo la destinazione a lungo presa di mira? Per andare ben oltre l’ostacolo a perdersi in un vuoto qualunque? Tutto dipende da quanto siamo capaci di tendere l’arco, da quanto sforzo ci mettiamo, se ci poniamo controvento e con il sole negli occhi o abbiamo la pazienza di aspettare l’attimo giusto. “FELICE” non è un’emozione o un sentimento, è il premio dell’ allenamento  continuo a cercare di esserlo, a cercare di rimettere insieme tutti i frammenti, tutte le schegge che un tiro maldestro ha provocato. “FELICE” è arrivare all’ultimo e unico centro dopo aver esaurito tutte le frecce nella faretra perché si è provato e riprovato.

Non ho mai chiesto “dimmi che sei felice” , certamente per la paura di un no o di una risposta mendace e per gli stessi timori non l’ho chiesto nemmeno a me stessa. Ma ho sentito di esserlo, anche se per un tempo segmentato, a singhiozzi. Ora non me lo voglio più chiedere, voglio esserci dentro, voglio trovare “FELICE” nel parlare, nel ridere, nel baciare, nel discutere, nello stare accanto a qualcuno che ha scelto di farlo con me.

“FELICE”, alla fine, è accorgersi, farci caso, esserci.

Incontro del 2 febbraio 2023 alla Carrozza 10

DIMMI CHE SEI FELICE

Intervista a due a due sul tema “dimmi che sei felice” (e come)

foto di Cecilia Trinci

Scegliete una parola da:

Dimmi che sei felice (Modà)

Dice che non sa che fare, dice che ha mille paure,

perché le cose belle prima o poi devono finire

Io che quando non sto bene preferisco non parlare

E mi vengono di farle scoprire tutte le mie paure

 Ma lei è una nuvola bella in ogni sua incertezza anche se gocciola

Sole, luna, stella e infine lucciola

 Dimmi che sei felice,

 dimmi che ti manco un po’

 Anche se non è tanto

Dimmi che stai bene,

dimmi che ti manco un po’

Anche se non è vero

Anche se non è vero

E anche se non è vero

 Lei che ha il sogno di volare intorno al mondo e ora non può amare, lei che diventa triste quando piove e quando deve andare,

io mi accontento di assaggiare delle labbra il suo sapore e per lei impegnarmi fino in fondo ad essere migliore…

Perché lei è una nuvola, bella in ogni sua incertezza anche se gocciola, Sole, luna, stella e infine lucciola…

Dimmi che sei felice, dimmi che ti manco un po’

Passi di Carmela nel bosco

Non sono sola – di Carmela De Pilla

foto di Carmela De Pilla: Pratomagno

Ogni volta che sento la necessità di assaporare le meraviglie della natura vado lì, nel bosco a pochi passi da casa mia, mi avvio verso la salita sdrucciolevole e accompagnata dal borbottio degli scarponi e dal respiro che diventa via via più ansimante cammino a passo lento perchè i miei sensi possano nutrirsi di ogni piccolo piacere.

Il freddo pungente mi solletica il viso, mi piace e in quel momento sento che non sono sola, mi immergo tra colori, profumi, ombre, luce e mi abbandono a quella pace, la vecchia quercia è sempre lì, austera e protettiva, rassicura il timido agrifoglio che sfoggia le bacche rosse, è ancora giovane e le foglie spinose sono pronte a difenderlo.

Il sole mi imprigiona fra i suoi raggi e alcuni, rapiti dalle fronde degli alberi creano giochi di luce che seducono i miei occhi e intanto mille ricordi si rincorrono e leggo come in un libro brani della mia vita e via via che il passato si affaccia mi innamoro sempre di più della mia storia.

Poi un rumore interrompe i miei pensieri, cerco l’intruso e vedo nella sua eleganza quasi regale l’upupa con la corona in bella mostra, ma la sorpresa dura poco perchè sospettosa com’è vola via e in un attimo sparisce tra gli alberi.

Sul ciglio, tra i rami secchi ricoperti di muschio bagnato dalla rugiada spuntano timidamente le prime viole e mi soffermo a guardare il forte contrasto tra il verde intenso e il viola quasi cupo.

Cammino senza nessuna fretta, non voglio perdere nessuna di quelle meraviglie e intanto frugo tra i miei pensieri e così passo dopo passo mi sento quasi nuova, pronta a continuare a scrivere la mia storia.

Verso la Cappelletta di San Rocco con Nadia

PASSO DOPO PASSO – di Nadia Peruzzi


Quanti passi avrò fatto per arrivare fino a questo punto della mia vita? Non lo saprò mai. Sarebbe interessante se in dotazione avessimo, fra le tante cose di cui disponiamo come specie umana, pure un contapassi. Da attivare, al bisogno.
Chissà se a 70 anni potrei leggerne fino a centinaia di migliaia o addirittura milioni.
Passi che hanno accompagnato passaggi tristi, passi baldanzosi e quasi di corsa come quelli di quando siamo ragazzi.
Passi per i momenti di spensieratezza e di felicità.  Ad ognuno il suo sentimento collegato.  
Perché è certo, non camminiamo mai sempre allo stesso modo.  A volte ci trasciniamo stanchi o appesantiti da interrogativi e dubbi, a volte siamo leggeri come l’aria.
Mi è venuto da pensare a tutto questo dopo il nostro giovedì alla carrozza che ci ha portato sui grandi sentieri e i grandi percorsi.
Itinerari lunghi o lunghissimi che attraversano paesi e paesi e sono anche storie di individui e di popoli in marcia fino dalla notte dei tempi.
Non ho l’’età per farli. Ammiro molto chi li intraprende, anche solo per tratti.
Ogni volta che sento parlare di cammino, al mio camminare associo la montagna che ho conosciuto da bambina .
I crinali dell’Appennino Ligure dove tutto era bello ai miei occhi.
Se chiudo gli occhi rivedo quelle strade sassose, i boschetti di noccioli, i prati con le mucche al pascolo, le fontane abbeveratoio, i nostri luoghi di sosta, da cui zampillava un’acqua cristallina e gelida da far venire le pelle d’oca anche in agosto.
La montagna impone razionalità, non bastano l’amore e il cuore.
Le mete andavano e vanno studiate. Per farsi le gambe, ogni giorno un po’ più lontano e con salite sempre con un pizzico di pendenza e di fatica da aggiungere.
I nomi della meta per il giorno dopo, potevano avere il suono della sfida.
La cappelletta di San Rocco incombeva sul paese. Se alzavi gli occhi da casa te la ritrovavi quasi sulla testa.  Dal paese era solo salita . Erba, sassi, salita, testa bassa e tanta fatica.
Il sentiero era in zig zag fra l’erba. Ci si arrivava belli provati ma da lassù la vista era superba. Sul paese e laggiù laggiù verso Genova e la costa,  dove qualche volta lo sbrilluccichio del mare era percepibile.
Ci sentivamo felici e appagati. Da bambini non si è in grado di comprendere fino in fondo quanta importanza possa avere anche esser riusciti a raggiungere la “nostra” cappelletta di San Rocco.
Si è dentro la metafora della vita e del vivere e non ne siamo consapevoli.
Ogni metro che facciamo mette alla prova e fortifica. Si impara anche dalle scivolate dove ci si sbuccia le ginocchia, dallo sbagliare strada e dalla fatica di cercarne un’altra che porti alla meta in modo più agevole.
In quel triangolo di paese, quasi da nulla proprio nel centro di quella porzione di Appennino, non si andava in cerca solo di questo.
Il bello era respirare l’aria di una comunità che si ritrovava. Si ricomponevano le famiglie con chi ormai abitava e lavorava a Genova,  e chi come noi ormai era in città ancora più lontane.
La fontana e la sua piazzetta con i sedili di pietra alle fiancate delle case era uno dei centri di ritrovo, insieme al piccolo bar sotto casa e al gioco delle bocce.
Anche noi bambini giocavamo a carte e a bocce dopo le scorribande fra i prati dietro casa e le partite a pallone.
I grandi attorno a noi parlavano spesso di sport, e politica.
Cose semplici e grandi insieme.
E le chiavi delle case erano dentro solo di notte. Durante il giorno le si vedevano fuori.
Un piccolo angolo di paradiso a pensare alle grate alle finestre e alle porte spesso blindate di oggi.
In quel mese d’agosto, con poco, ognuno aveva modo di trovare una sua dimensione diversa da quella del tran tran quotidiano. Tutto era più genuino.
Verso la fine della vacanza la camminata più lunga di tutte.
Di solito la si faceva in gruppi che nascevano volta per volta.
A ripensarla oggi agli occhi di un bambino di allora era l’equivalente di una tappa del Gran Tour degli scrittori dell’800, o della Francigena o del Cammino di Santiago di oggi. Cinque, sei ore in andata e altrettante al ritorno .
Una impresa epica come quelle che leggevo nei libri di Salgari.
Nessuna giungla da attraversare,  ma faggi, querce e castagni in quantità e sottobosco che spesso era un tappeto di mirtilli e felci con più di un tocco del rosa dei lamponi.
Il riposo dopo l’impresa, quello si doveva essere simile a quello di cui leggevo. Laggiù nella lontana Malesia Sandokan, dopo le sue memorabili imprese doveva sentirsi un po’ come mi sentivo io, mentre togliendomi gli scarponi per far prendere aria ai piedi indolenziti contavo le vesciche che erano spuntate qui e là e che mi avrebbero costretto a portare ciabatte da mare nei giorni successivi.
Quando vedo le foto dei miei nipoti in montagna torno anche io bambina con loro.
Sono contenta che l’amore per la montagna e il camminare che abbiamo cercato di trasmettere a nostra figlia sia arrivato anche a loro.
Loro vanno su cime alte.  Molto più dei 1600 metri dei miei inizi di bambina.
Il chiasso del mare, che pure amano, dietro le spalle. Nuovi suoni da apprezzare e di cui godere.  
Il borbottare del fiume e delle sue cascatelle, il fruscio del vento in mezzo alle fronde degli alberi, il sibilo della brezza tesa in quota, che piega anche gli steli d’erba più resistenti.
Il richiamo della natura si sente più forte in questo ambiente. Da ogni cosa anche piccola si leva un grido .  Rispettatemi e proteggetemi e potrete vivere in serenità e in pace con voi stessi e con gli altri.

Camminare con Rossella G.

Stanca di gambe – di Rossella Gallori

Photo by Gunther Karpf on Pexels.com

Stanca di gambe…

Guardo le mie pantofole, una volta pretenziose, stanno per lasciarmi,  sarà che il dietro è ceduto, sarà che il velluto ha perso colore, sarà che son vecchie anche loro e di quel rosso brillante, eccessivo no c’è più traccia, tengono ancora caldo, questo si, ci sto comoda, come nei pantaloni un po’ sformati, come nel  golfone  da sciatore anni 50…

È un pomeriggio freddo, troppo. Spengo la televisione, stufa di notizie in cui non credo, di partiti che non mi rappresentano, di attrici  già mummificate da vive, di guerre senza soluzione…di anniversari pesanti.

Spengo la televisione e mi rendo conto di essere stanca di gambe…

Ho camminato troppo, con calzature sbagliate, con zaini pesanti e poco solidi…con cattive compagnie, o sola, o quasi sola,  ho scalato montagne, percorso sentieri affacciati sul mare, paralleli a fiumi, ho dormito sotto le stelle, anche sopra le nuvole, ho mangiato mele rubate, ciliegie regalate, uva lanciata dai carri dei vendemmiatori ….

Stanca di gambe

Sotto il plaid, sento nelle cosce il formicolio dei ricordi, ho veramente camminato troppo, sono crampi intermittenti, mi tengono sveglia, come mi tenevano sveglia i raggi del sole, poi toglievo i pantaloni corti, gli scarponi, vedevo il segno lasciato sulla pelle e ridendo bevevo da una borraccia di alluminio dal laccio di cuoio di un colore sudicio e giovane.

Stanca

 Ho visto chilometri di facce, metri di stoffa, ho fatto scale, scalinate, scalini di marmo, scale di  legno.

…di gambe

Erano gambe  sfacciate le mie, che avevano voglia di raggiungere posti lontani, città esagerate. Avevano voglia di correre di scappare, di raggiungere  grandi traguardi, senza fare la gara.

Ho passato ponti, che ora temo, eppure nonostante tutto cammino ancora tanto, a volte troppo, con mete immaginarie, con zaini leggeri e funzionali, con buone compagnie, sentieri senza strapiombi e poi se non arrivo me ne frego, faccio finta di non esser partita, perché sono stanca, stanca di gambe, di testa, stanca di esser la modella di Botero, a cui non entra il pile, stringono gli scarponi, pizzicano i calzettoni.

 È un po’ già troppo domani, sono stanca.

Ho camminato più tardi degli altri bambini, ma non mi sono più fermata, ho solo commesso un errore, forse, ho fatto sempre la stessa strada, non conosco che quella, ma ora scanso i dissesti, so dove appoggiarmi…anche al buio, ed il buio di questi ultimi anni è stato pesto, tosto,  avevo una piccola pila sul cappello, ce l’ho fatta a  cadere benino, mi sono rialzata, ammaccata, ma ero:

Stanca di gambe…

Passo dopo passo, arrivo, magari incazzata, piena di lacrime, o morta di risate per un nulla con le zampe, oppure confusa, con la testa vuota, con i medicinali scaduti, con il moccio che mi cola con i fazzoletti appallati nella manica sinistra del solito vecchio maglione, con un gatto che mi guarda, con un silenzio che mi ama, arrivo magari ieri ma arrivo…Non è trekking è stare fermi e camminare.  Gli scarponi? Non so dove sono, non mi servono…sono…..sono

Stanca di gambe…

Camminare nella Carrozza 10 con Carla

Camminare seduti in un vagone – di Carla Faggi

foto di Lucia Bettoni

Entriamo nel binario 10 giovedì puntuali come al solito. Iniziamo un cammino. -Come un cammino? qualcuno dirà, -ma siamo fermi seduti!

Si, ma il cammino inizia quando decidiamo di andare ad emozionarsi, a conoscere ed ad aggiungere consapevolezza alla vita.  “Ognuno può trovare persone nelle quali rispecchiarsi e con le quali stringere alleanza.” Alleanza è la parola chiave, spesso usiamo impropriamente la parola amicizia, ma è una parola troppo importante per usarla spesso, alleanza è forse quella giusta per spiegare meglio i legami che abbiamo con le nostre amicizie (al plurale possiamo usarla perché cambia totalmente di significato). Siamo alleate perché nel binario 10 viaggiamo ogni giovedì dentro i nostri mondi verso nuove mete e cerchiamo di arrivare insieme al traguardo che è quello di farsi ispirare dalla scintilla chiave della serata, esprimere le proprie emozioni, essere ascoltati, guardare gli altri che pur essendo sempre uguali sono sempre diversi, ascoltarli; uscire alle 18,30 sorridendo, cercando uno sguardo d’intesa con lei.

Cammino di Carla: una meditazione difficile

Meditazione camminata – di Carla Faggi

Photo by Luca Dross on Pexels.com

Mi preparo, scarpe comode con talloniera, poi ginocchiera, tutore al pollice destro, vestita leggera ma non troppo, bastoncini da camminata.

Oltre il mio cancello è già bosco, respiro profondo e mi concentro sul movimento dei piedi, prima il tallone poi la pianta, braccio destro e gamba sinistra in avanti e poi alterno, sento l’aria che pizzica, cerco di respirare regolare, potrei scrivere tutto questo e inviarlo a Cecilia…alt! non devo pensare, cerco di liberare la mente, ascolto il respiro, cerco di renderlo spontaneo, per pranzo oggi potrei preparare i carciofi con…alt! libera la mente, concentrati sul qui ora, guardati attorno, le querce sono spoglie, solo alcune hanno ancora del fogliame marroncino, quella laggiù sembra verde…sembra, è solo l’edera che la ricopre, ci sono vari tipi di querce, poi chiedo a Marco quali sono, sicuramente lo saprà anche Daniele…alt! così divago. Libera la mente, concentrati sui profumi…in effetti i profumi al freddo quasi non si sentono, certo in primavera quando…alt! concentrati sui suoni, lontano lontano si sente il rumore di una macchina… il ruggito di una motosega…il rumore del quasi silenzio…non mi abituerei facilmente ai suoni della città dovessi trasferirmi, mi ricordo quando abitavo a Sesto…non dico alt perché  ormai sono già di nuovo a casa, non è facile liberare la mente…no, non lo è per niente!

Forse ho sbagliato qualcosa, cerco su google…domani riprovo|

La storia di Anna: incontro

UN INCONTRO CASUALE – di Anna Meli

Photo by fauxels on Pexels.com

            Pietro torna indietro!…Sì, lui aveva sempre fretta ed era in perenne ritardo perché col voler far tutto era costretto spesso a tornare su i suoi passi per aver dimenticato qualcosa.

            Era al supermercato stava facendo la spesa settimanale come se viaggiasse sui pattini e spesso ritornava allo scaffale di prima perdendo tempo.

            Aveva un appuntamento importante e voleva essere puntuale e diceva a se stesso…calma Pietro, calma….ma poi la vide ed ebbe un tuffo al cuore; ma era lei proprio lei Paola la sua ragazzina del liceo! Stava spingendo un carrello semi vuoto; i suoi occhi che ricordava bellissimi di un colore verde-blu gli sembrarono tristi come se quella luce che avevano un tempo si fosse appannata.

            Non seppe resistere e le andò incontro senza nessuna incertezza – Paola sei tu, sei la mia Paola?-  Lei lo guardò sorpresa, quasi meravigliata poi…

– Oddio Pietro, il mio Pietro!- si abbracciarono commossi come se il tempo non fosse mai passato.

            Avevano voglia di parlarsi. Lei non aveva nessun impegno – gli disse – e magari una volta usciti dal supermercato potevano fermarsi per un caffè e quattro chiacchiere. Lui si sentiva fra due fuochi: l’appuntamento importante e il vecchio innocente amore rincontrato. Ma poi decise: sarebbe nuovamente arrivato in ritardo, tanto una volta più una meno…

            Si trovarono fuori al bar vicino che data l’ora era quasi deserto. Occuparono un tavolino in fondo vicino alla vetrata e parlarono a lungo. Lei gli raccontò del divorzio, delle violenze che aveva subito da quel marito bello come il sole, ma violento e rissoso e era sola e cercava di andare avanti, di continuare a vivere alla meglio.

            Lui notò il livido che aveva sul collo nascosto dal foulard che era scivolato da una parte e capì che non gli aveva detto tutta la verità, ma preferì tacere. Si limitò a stringerle le mani, a consolarla a darle quella forza di andare avanti che sembrava non fare più parte di lei.

            Si salutarono da lì a poco con un fortissimo abbraccio e la promessa di rivedersi presto.

            Lui si avvio senza fretta, tanto ormai era tardi, ma era tranquillo, aveva il suo numero di telefono, era scapolo e chissà, poi in fondo in fondo non l’aveva mai dimenticata… 

Incontro del 26 gennaio 2023 alla Carrozza 10

Ospitiamo le parole di Roberto Mannini e il suo cammino verso Santiago

In collaborazione con l’Associazione Passo dopo Passo

La Matita per Scrivere il Cielo ospita il racconto di un percorso, fisico e morale, attraverso la Toscana e fino in Spagna, a Santiago de Campostela con le parole di Roberto Mannini, pellegrino scrittore che ha raccolto sensazioni e incontri  perché non fossero dimenticati.

…”in città ognuno si sente minacciato dall’alienazione e dalla barbarie, ci si barrica, si diffida del prossimo, per contro lungo la strada, dove si lascia alle spalle pregiudizi, paure, formalismi e inibizioni, ognuno può trovare persone nelle quali rispecchiarsi e con le quali stringere alleanza” (Enrico Brizzi, Il sogno del Drago) tratto dall’introduzione di:

Storia di Tina: il furgoncino

Pietro e Paola – di Tina Conti

Photo by Joice Rivas on Pexels.com

Prima di decidere sul cosa fare, penso’  a come  trovare elementi  per decidere.

Non si buttava mai nelle situazioni, voleva avere in mano una carta da giocare.

Con il cappello calcato  fino alle orecchie e i grandi occhiali neri , si accostò al ragazzo che vendeva caldarroste, dietro il carretto avrebbe potuto controllare meglio la situazione. Vide Paola con le due borse  della spesa cariche fino all’inverosimile avvicinarsi ad un grosso furgoncino.

Era attrezzato come un camper, si intravedeva un piano cottura, tavolo, sedie.

Attaccato ai vetri dei finestrini, simboli di città e figure di animali.

Doveva aver percorso  molti luoghi a giudicare dal collage che si era formato sui vetri. Sopra uno sportello una scritta più grande: GIOCOLIERI GIROVAGHI :::::

Non ci poteva credere, era in un gruppo di artisti di strada!

Quando la frequentava non gli era apparsa una che si mostra volentieri, sempre molto misurata e raffinata, a volte anche snob.

Vide del movimento dentro il pulmino, dei piedi e gambette che si muovevano

Si rizzarono sul lettino due ragazzetti di nove dieci anni, capelli rossi, corpi snelli . Quando Paola si avvicinò alla portiera, si senti’ anche un uggiolare e guaire di un cane. I bambini trattennero quel fagottino peloso  che scodinzolava per far entrare Paola nel furgoncino. Lo trattennero per il collare.

 Quando le borse furono appoggiate, i monelli si misero a rovistare e con i barattoli dello yogurt, accovacciati sul materasso cominciarono a mangiare.

Paola, arruffata e stanca prima di pensare alla spesa, frugando in un armadietto mise un pentolino sul fornello, teiera o caffettiera non si capiva bene.

Si slaccio’ il foulard che portava al collo e guardandosi allo specchio, cominciò a massaggiarsi il collo: una sbarra le era sfuggita durante un allenamento e fortunatamente aveva colpito di striscio il collo e la spalla.

Si spalmo’ una pomata e comincio’ a massaggiare  tenendo nell’altra parte la tazza . I bambini fecero leccar al cane i barattoli vuoti della merenda.

Non avrebbe fatto niente per salutarla, i loro mondi sembravano lontani, mentre si incamminava verso un negozio di verdure, aprì lo sportello del furgone un uomo alto e dal fisico atletico, vestito con abiti colorati e ampi, portava i capelli lunghi legati dietro e un curioso gilet ricamato. Entrò, appoggiò il suo zaino su una panca, si avvicinò a Paola, le guardò il collo e le diede un lungo bacio sulla guancia.

Quando il furgone partì, avvertì un po’ di tristezza, tanti ricordi gli passarono per la testa, ma poi di corsa si avviò verso casa con le sue verdure perché il minestrone per la cena degli amici lo aspettava.

Storia di Daniele: sacchetto a sorpresa

Incontro – di Daniele Violi

Photo by Darina Belonogova on Pexels.com

Pietro la vide dentro il supermercato.

Era uscito di casa con solo il portafoglio. Desiderava poter scambiare, vista l’occasione, qualche parola qualche momento di ricordo, donare un sorriso, sarebbe per lui stato emozionante sentire la sua voce. Voleva uscire allo scoperto e allontanando il timore di trovarsi poi di fronte a lei con fare impacciato, si decise a riprendere il carrello e chissà perché, si rifugiò nel settore cancelleria, di fronte a pacchi di risme, pennarelli, matite, buste, cartelline. Si tolse la cravatta, sentiva e provava molto piacere in questa situazione particolare. Quel volto, il volto di Paola, lo aveva sempre accompagnato perché lì trovava dolcezza, calore, affetto, ed era stato sempre impressionato dalla sua intelligenza e coerenza. Certo, doveva trovare una via d’uscita a questo blocco misto di sorprese e d’incertezza ad affrontare una vecchia amicizia. Decise di prendere una busta rossa dallo scaffale. Cercò un vecchio scontrino; decise di scrivere sulla busta: “Leggi un pensiero che ti dona un sorriso”. Dietro lo scontrino che mise dentro la busta scrisse: un ricordo ti lascio e un abbraccio. A presto, con questo numero di cellulare……….

Si mise nella fila dove lei era cassiera, si abbassò un cappello di lana e con fare discreto, mentre le passava i soldi, le lasciò la busta sfiorando gli sguardi e uscì dal Supermercato.

Storia di Rossella B.: la parola-gancio

Esitazione – di Rossella Bonechi

Photo by Frank Cone on Pexels.com

I casi erano due: o lei era così lontana che avrebbe colto nel suo sguardo il dubbio o il fastidio che questo importuno le procurava o lui le era ancora familiare da farle spuntare un sorriso di piacevole sorpresa.

Nella prima ipotesi si sarebbe tenuto a debita distanza, magari porgendole la mano cordialmente e trovando una parola dei tempi andati che potesse fare da gancio; nel secondo caso le mani gliele avrebbe prese entrambe, stringendole, a dimostrarle la sua solidarietà a prescindere.

Questi pensieri attraversarono la mente di Pietro nel breve tratto dallo scaffale alla cassa: appena un paio di metri percorsi con un po’ di batticuore.

Non c’era nessuno dietro di lei, per cui si accodò con il suo cestino rimasto vuoto e mollandolo a terra passò davanti alla cassiera come se fosse trasparente ed esordì con un banale: “Paola, vuoi una mano con le borse?”

Il tempo della risposta gli sembrò non passare mai ma lei lo sorprese alzando la testa, guardandolo direttamente negli occhi e dicendogli con un sorriso solo di labbra: “Grazie Pietro, oggi ho proprio bisogno di una mano! Ti dò la più pesante, va bene? Ho la macchina al parcheggio”.

Pietro, rimasto spiazzato e quasi imbarazzato, le si avvicinò per prendere il sacchetto con detersivi e bottiglie e notò che ora il sorriso di Paola dalle labbra era riuscito ad arrivare agli occhi e questo bastò per farlo di nuovo sentire a casa.

Avviandosi verso l’auto i discorsi si fecero più normali e scontati: “come ti va”, “cosa fai ora”, “ma quanto tempo è passato”, “allora abiti ancora in zona” e così banalizzando.

Ma ci sarebbe stato tempo, poco o molto non è dato sapere, l’importante è essere uscito dal nascondiglio – scaffale, il resto era tutto da scoprire.

Storia di Patrizia: sempre un bell’uomo

Paola e Pietro – di Patrizia Fusi

Photo by Jules Amu00e9 on Pexels.com

Pietro si mise dietro di lei alla cassa, salutò Paola, il cuore gli batteva a mille nel rivederla dopo tanto tempo, le chiese di fermarsi all’uscita del supermercato.

Paola fu felice nel vederlo era stato una parte della sua vita molto importante, Pietro non era cambiato, aveva solo delle piccole rughe agli occhi era un bell’uomo anzi gli anni trascorsi l’ho avevano reso più affascinante.

Lei oggi si sentiva uno straccio, per colpa del vistoso livido che aveva intorno al collo che le produceva dolore, se l’era procurato cadendo da una impalcatura sul luogo di lavoro.

La cintura di sicurezza era stata agganciata male, scivolando dalla spalla si era fermata al collo, quasi rimaneva impiccata se non ci fosse stato un suo collega a tirarla velocemente su sull’impalcatura.

Paola era l’architetto addetta alla sicurezza del cantiere, era molto scrupolosa sul lavoro, effettuava sempre di persona i controlli dei lavori nei cantieri.

Questa volta per causa di una impalcatura posizionata male era toccato a lei correre un serio pericolo.

Decisero di fermarsi al bar per raccontarsi il tempo passato.

Pietro le disse che aveva saputo del suo divorzio dal bastardo.

 Gli fece una raffica di domande, se si era laureata, se aveva figli, dove abitava, se quel vistoso livido al collo fosse un forte abbraccio di un bastardo, Paola ridendo domandò se era un poliziotto.

Pietro ammise che averla incontrata dopo tanto tempo gli aveva procurato una forte emozione e tanti ricordi.

Paola gli raccontò che dopo il divorzio si era buttata a capofitto negli studi e si era laureata con centodieci e lode, che aveva fatto praticantato in un famoso studio di architetti, dove lavorava attualmente.

Pietro era curioso di sapere la vita sentimentale di lei, Paola gli raccontò di avere avuto diverse relazioni una più importante e duratura delle altre ma dopo l’esperienza del tradimento del bastardo non riusciva a rimanere troppo a lungo in un rapporto, si sentiva soffocare, Paola sorridendo gli confidò che forse non erano le persone giuste.

Lei chiese di Pietro.

Dopo la briscola che ho preso con te, quando mi hai preferito al bastardo mi ci è voluto del tempo per riprendermi, anche io mi sono laureato anche con delle difficoltà, attualmente lavoro per una società petrolifera, ho lavorato su diverse piattaforme petrolifere nel Medioriente, ora lavoro presso gli uffici della società presenti in città.

In una di queste trasferte ho ritrovato l’amore con una ragazza egiziana viviamo insieme e abbiamo due figli, Sofia e Marco, avrei piacere di farti conoscere la mia famiglia.

E’ facile promettere di rivedersi al completo. Tutti e due lo fanno, forse anche convinti.

Paola guarda Pietro allontanarsi, sente una leggera fitta allo stomaco di nostalgia. Come sarebbe stata la sua vita se non si fosse innamorata del bastardo?

Si alza decisa, pensa che la vita può regalarle altre opportunità, spera di non avere paura ad accoglierle.

La storia di Carmela: ritrovarsi

Ritrovarsi – di Carmela De Pilla

Photo by Jep Gambardella on Pexels.com

I casi erano due, o nascondersi dentro il suo ingombrante giubbotto e sgattaiolare verso l’uscita o affrontarla, aveva deciso di aspettarla fuori dal supermercato, non voleva scappare un’altra volta!

E poi quell’ematoma sul collo lo aveva preoccupato, doveva sapere…non poteva lasciarla nelle mani luride di quel vigliacco, ora che l’aveva ritrovata non era giusto abbandonarla di nuovo!

Lasciò il carrello che se ne stava impettito in fila e s’intrufolò tra la gente dell’ultima cassa, con il viso quasi del tutto coperto dal cappello uscì e tirò fuori dalla tasca il foglio con l’elenco della spesa facendo finta che stesse per entrare.

Quando la vide si affrettò verso di lei – Posso aiutarla signora?- e fece il gesto di prenderle le pesanti buste – No, grazie… ho la macchina proprio qui vicino – e mentre accennava al parcheggio i loro occhi s’incontrarono.

Paola rimase interdetta per un attimo, non era certa che fosse lui e non voleva fare figuracce poi in una frazione di secondi accostò la voce al naso, inconfondibile che lo rendeva unico e con un fil di voce disse – Pietro, ma…sei proprio tu?- al suo cenno Paola appoggiò le buste e si abbracciarono come ai vecchi tempi.

  • Ti devo ancora un caffè ricordi? Quando ti dissi che mi trasferivo a Roma per lavoro sei andato via infuriato e da allora non ti sei fatto più vivo…io sono qui per pochi giorni, sai mia madre non sta molto bene e voglio starle vicino, ma ora vieni, andiamo a prendere il caffè così mi racconti tutto.

“Allora non ha rancore verso di me!” pensò alleggerito dal peso del suo antico gesto, da allora non si era fatto più vivo, era rimasto arrabbiato per troppo tempo – Ha preferito il lavoro a me!- si diceva e non l’aveva più cercata, qualche informazione sulla sua vita l’aveva ricevuta da sua madre che era amica di famiglia.

Si sedettero al tavolino desiderosi di scambiarsi mille domande, ma Pietro andò subito al dunque – È ritornato vero? Ti ha picchiata! L’ematoma ne è la prova…dimmi dov’è che gli spacco la faccia!

-Ma cosa dici Pietro? Ah…ti riferisci al livido sul collo! No, è che qualche giorno fa abbiamo avuto una colluttazione con uno spacciatore che mi ha scaraventata per terra e ho battuto sullo scalino di una casa, sono anni che non ci vediamo e non puoi sapere che faccio la poliziotta, purtroppo queste cose sono all’ordine del giorno. Pensavi fosse stato Andrea? L’errore più grosso della mia vita! Per fortuna poi ho incontrato Franco, ora ho due figli adorabili, la mia vita è un po’ burrascosa per via del lavoro, ma per il resto va tutto bene, ma raccontami di te…