La Foto scelta da Carla: i piedi

Piedi destri (e un sinistro)- di Carla Faggi

Indovina indovinello quale foto ho scelto di bello?

Di seguito alcuni indizi:

Non siamo giovani ma neppure vecchissimi.

Amiamo, se possibile stare in coppia ma abbiamo scelto di non esserlo ora.

Perché? Perché a volte essere in coppia preclude nel gruppo, elasticità di movimenti, libertà di gaffe, scoglionamento spontaneo.

Questa scelta di esserci ora al singolare significa proprio questo: esserci con le proprie imperfezioni, con le proprie callosità e con la propria nudità.

Veniamo da lontano, proprio perché non giovanissimi, e ci siamo fatti male negli anni, posizioni sbagliate con la testardaggine di andare fino in fondo e poi accorgersi che la nostra perseveranza è diventata patologia.

Non siamo stati mai capiti fino in fondo, troppe volte sottovalutati, costretti da rigide e strette convinzioni a modificare la nostra natura ed ad adattarsi a situazioni scomode.

Abbiamo sofferto ma siamo andati avanti convinti che giunti alla meta saremmo stati ricompensati.

A volte è successo ma non sempre.

Ma noi sempre lì, pronti a ripartire da capo, ad adattarsi agli spazi che ci vengono concessi, mai diciamo no perché sappiamo che senza di noi tutto sarebbe più difficile.

Nella foto siamo ad una seduta di terapia di gruppo, il nostro terapista il dottor Podolog ci sottoporrà a dei lavaggi caldi terapeutici, per poi procedere all’epurazione di tutto ciò che si è indurito nel nostro percorso. Quindi correzioni di atteggiamenti sbagliati con supporti esterni. Per finire saremo abbelliti da colori sgargianti.

Al termine della terapia di gruppo saremo pronti per tornare dalle nostre sinistre.

Racconto in treno di Gabriella (a Rossellina)

Cartoncino: Spiaggia  di bicchieri rotti

di Gabriella Crisafulli

 Il treno procedeva con il suo movimento ondulatorio. Lei si addormentò felice di potersi abbandonare nelle braccia della poltrona: era stanca, era sempre stanca perché aveva sempre un gran daffare ma adesso si era presa questo tempo tutto per sé. Quando si svegliò i posti intorno a lei erano stati occupati e si trovò di fronte una donna molto più giovane di lei, tutta intenta a scrivere sul suo taccuino. La guardò con attenzione i capelli grigi accentuavano la sua giovinezza e il giallo e il rosso del suo abbigliamento comunicavano allegria, chissà se poteva parlarle, se le poteva raccontare lo scopo del suo viaggio, o meglio la scusa che si era data per fare questo viaggio: stava tornando a Tropea dopo più di trent’anni e desiderava solo  visitare  le rive fatte di tutto ciò che di rotto, frantumato, spezzato ma poi levigato, tornava indietro dal mare. La signora continuava a scrivere e lei aveva una gran voglia di raccontarle o di chiederle se era mai stata a Tropea, di raccontarle la sua arte povera, fatta di quello che il mare le consegnava, che gli umani scartavano e che lei trasformava. Poi tutti le chiedevano: e questo cos’è?

Racconto in treno di Anna (a Sandra)

Cartoncino: cipolle rosse

di Anna Meli

Primo pomeriggio di primavera: un sole tiepido accarezza la pelle e i miei pensieri. Stazione di Rifredi: arriva il treno che mi porterà a Certaldo in val d’Elsa in visita ad una vecchia e cara zia. Salgo i due scalini e mi dirigo con passo incerto verso un posto libero dove potermi sedere.

            Il treno si muove lentamente dandomi modo di vedere, al di là del finestrino, immagini in corsa: rotaie dismesse, vecchi vagoni arrugginiti e ridipinti con immagini fantasiose, fili che si intrecciano e che spariscono velocemente col procedere del treno.

            Poco distante noto un posto libero e lì mi siedo, sistemando però prima il mio borsone pieno di cose per la zia che, al ritorno sarà pieno di cose per me.

            Di fronte ho, una signora  che sta sfogliando una rivista; per non disturbarla mi limito ad un “ buonasera” appena sussurrato.

            Immagini rilassanti scorrono fuori: campi, piccoli appezzamenti di bosco, gruppi di poche case e, più in alto nella collina qualche paesino da cartolina. Il rumore monotono del treno e lo scorrere delle immagini mi danno un senso di torpore quando la voce della mia dirimpettaia mi scuote: – O In do la va signora, io scendo a Certaldo, mi perdoni la curiosità, ma a volte fa piacere scambiare du parole-

– Anche io scendo lì; vado a trovare mia zia che quest’anno ha avuto un abbondante raccolto di cipolle rosse e me ne vuole regalare un po’ insieme ad altre prelibatezze che solo lei dice di saper fare.-

– Ah le cipolle rosse di Certaldo, non ce n’è di cosi bone in tutto il mondo, dolci, saporite, una vera squisitezza! E mi raccomando la si faccia insegnare a fare la marmellata che per me l’è la più bona!-

– Lo farò senz’altro!

            La conversazione continua su vari argomenti e rendono ad entrambe più piacevole lo scorrere del tempo. E’ trascorsa quasi un’ora dalla partenza e l’arrivo deve essere poco lontano. Infatti il treno sta rallentando e si ferma dopo pochi minuti. Riprendo il mio borsone e scendo con precauzione insieme alla mia ormai amica che saluto con simpatia e lei…

– Arrivederci mia cara. Io sto a Certaldo alto e fra poco, nell’estate c’è la festa medievale di Mercantia. Se la vol venire basta la pigli la funivia e, una volta arrivata, la chieda della Marisa. Tutti mi conoscono e le diranno dove sto. Ciao, ma che peccato essere arrivate, chissà quanto si poteva chiacchierare ancora?-

            Usciamo dalla stazione e prendiamo direzioni diverse. Mi volto indietro e solo allora noto i capelli rosso cipolla della mia compagna di viaggio. Saranno le cipolle?

Racconto in treno di Patrizia (a Carla)

Cartoncino: nella finestra una stella

di Patrizia Fusi

Photo by Siegfried Poepperl on Pexels.com

Il vagone è affollato, il crepuscolo si stende sul paesaggio che scorre veloce al difuori del finestrino, il cielo brilla mentre aspetta la notte.

Accanto a me una bella signora, la sua presenza mi rassicura. Sento che potrei raccontarle tutta questa mia storia che porto nella valigia con me

Ritorno a Siena a ricordare un amore di tanti anni fa.

Siena, monumenti, strade, il Palio, quella festa unica che fece da sfondo al nostro girovagare.

– Festeggiammo con la Chiocciola sa? Un fiume di persone felici che ci stringeva senza guardarci.

Questa luce rosata del tramonto mi fa pensare ai cocci di Siena, alla piazza a conchiglia, ai tetti. Perché poi si chiama Piazza del Campo e perché avrà quella forma così strana, che abbraccia, che porta verso il centro, in basso? La porto nel cuore Siena, sa? E’ da tanto che non ho il coraggio di tornare. Le cose non sono mai ugualmente belle due volte.

Ma oggi ho fatto la valigia. Non so quanto rimango. Voglio ritrovare quella pensione piccola, familiare, con quel letto che scricchiolava e la finestra sulla campagna. Durante la notte si affacciava sempre una stella.

Dicono sia bella Firenze, certo, lo è …ma lei ha mai visto Siena?

E l’ha mai vista col cuore che batteva forte?….

Ah ma lei scende! già, siamo a Prato, sì è vero.

Io proseguo, scendo a Siena.

Racconto in treno di Carla (a Patrizia)

Cartoncino: Non è la luna è una meringa.

di Carla Faggi

Photo by Eva Bronzini on Pexels.com

Ciao Patrizia, scusa se a momenti mi senti borbottare tra me e me, è che cerco di ripassarmi il discorsino di presentazione per la mia candidatura di direttore del Museo. Voglio fare una buona impressione. Devo far capire che io so tutto sull’arte contemporanea e che mi piace tutta. Anche se sai Patrizia, proprio tutta tutta no,vedi questa foto nella rivista “Art modern”, vedi che bella luna c’è dipinta? Ecco non è una luna ma una meringa. Allora dico io, ma non si poteva far capire meglio che era un dolce e non un astro? Leggi, leggi i commenti sotto: “L’artista vuol trasmettere tutta la sua angoscia esistenziale attraverso la trasformazione da una emozione trascendentale a una percezione sensoriale di un momento vissuto all’insegna del trasgressivo.”

Ecco, ci hai capito qualcosa? Eppure è così che si comunica oggi! Va bé, finirò di raccontarti la prossima volta, nel prossimo treno se sarò diventata direttore.  E se lo sarò cercherò di far capire che non c’è niente da capire, perché secondo me l’opera d’arte non va capita, ma solo ascoltata e lasciare che ci emozioni. Perché arte non è solo l’oggetto rappresentato ma principalmente l’emozione che si forma tra lo spettatore e l’opera. Ciao Patrizia, prossima fermata Prato. Mi preparo.

Racconto di Tina sul treno (a Simone)

Cartoncino: gli stivali e la luna

di Tina Conti

Photo by Kristina Paukshtite on Pexels.com

Sicuramente penso che potrebbe capire, mi sembra un uomo serio  e allegro, in questo momento  sarebbe per me  la persona adatta.

Appare energico, con uno sguardo intelligente  e concentrato.

Ho l’impressione che abbia una buona manualità, lo vedo dalle sue mani, grandi e ruvide, poi quegli stivali mi sembra che rassicurino.

Gli stivali che mi sono portata dietro, presi al volo mi sguazzano nei piedi, sono enormi e nel fiume si potrebbero sfilare: sarebbe un grande guaio cadere con tutta quella preziosa attrezzature che mi porto dietro 

Non me lo posso permettere, quelle solette rinforzate lui sara’ capace di fissarmele ai nuovi stivali, sono cosi presa da  questa ricerca che  mi sento davvero sfasata.

La commissione del museo sulla vita dei granchi  di Fiume avrà una scadenza, entro la riapertura dovrò aver completato il lavoro.

Continuo a guardarlo, occhi  buoni, modi gentili, ma, quel tic  che ogni tanto manifesta non mi convince, si gratta la testa, si leva e mette il berretto,

E poi tutti quegli starnuti, girando la testa da un lato all’altro.

Eppure, il tempo è quello giusto, devo andare a quel fiume.

Poi, di notte , io non sono molto coraggiosa, sono però audace.

La luna ci aiuterà, non sarà facile  distinguere  i maschi dalle femmine

Poi, con quelle chele  grandi e forti  e dolorose negli scontri.

Gli proporrò quei guanti rosa che tengo in fondo allo zaino, non penso farà storie per il colore.

Certo, non sarà facile convincerlo a deviare dai suoi progetti, mi devo inventare un motivo attraente e convincente.

Gli dirò che……………quei crostacei servono per completare una ricerca a livello mondiale  su un medicinale che annulla l’invecchiamento

Servono  ultimi  riscontri…   E alla fine, ci renderà ricchi e famosi.

Lui sarà coinvolto e partecipe agli onori e guadagni. Sono sicura che accetterà 

Certo non sarà facile trovare  250 esemplari  maschi e 150 femmine. 

Racconto di Sandra sul treno (per Anna)

Cartoncino: falò di legna verde

di Sandra Conticini

Photo by Enes Tekeu015fin on Pexels.com

Quella domenica sarei andata con il vecchio treno a vapore  per i paesi della  Val D’Orcia. Appena sopra mi accorsi che forse era stata una decisione azzardata perché era una escursione più per famiglie che per persone adulte e sole. C’erano tanti bambini chiassosi, ma nessuno riusciva a tenerli calmi così avevo paura di pestarne qualcuno o di cascare in terra.

Per fortuna riuscii ad accaparrarmi un posto in uno scompartimento dove c’era una  signora anche lei sola. Le chiesi se potevo sedermi lei fece di sì con la testa e poi mi disse di chiudere la porta e tirare le tendine. Questo mi fece capire che anche lei aveva bisogno di tranquillità.

La squadrai, era  ben vestita,  una bella borsa nera, un paio di scarpe comode, truccata ma non troppo, orecchini ultima moda, una bella sciarpa di seta con i colori dell’arcobaleno. Insomma questa signora mi dava sicurezza ero contenta della mia scelta.

Mi misi a sedere, fuori il paesaggio correva veloce, si vedevano le collinette a tratti brulle a tratti verdi, ogni tanto spuntava qualche  cipresso ed in alto isolati casolari in quella terra di colore marrone mista al grigio ed in lontananza  terra e cielo sembrano  fondersi.

– Che bel paesaggio! Esclamai a voce alta.

Davvero, io sono nata a Rapolano e ci sono stata fino all’età di dieci anni poi siamo andati a Siena. Ho molti ricordi, ed almeno una volta l’anno cerco di venire e, se non approfitto di queste occasioni, i miei figli hanno i loro impegni. Promettono di portarmi ma il tempo passa e se ne scordano.

– Io volevo rivedere questi luoghi perché ho il ricordo di un trekking fatto agli inizi degli anni 80 insieme a una quindicina di amici. Fu pieno di imprevisti, ma divertentissimo. Era il week-end di Pasqua e le previsioni erano brutte. Si partì ugualmente da Firenze che pioveva, arrivati ad Asciano il tempo era grigio, ma dopo mezz’ora di cammino iniziò a piovere. Il terreno diventò un manto fangoso e, nonostante gli scarponi, stare in piedi non era facile. Trovammo un casotto diroccato e li ci riposammo, ma la pioggia continuava a cadere, riprendemmo il nostro stradello per i campi. Dopo una serie di sbagli di strada arrivammo ad una stazioncina, forse Buonconvento, che per fortuna aveva una sala d’aspetto. Tutti bagnati e infreddoliti  mangiammo ognuno i nostri panini e il capo decise che con qualche mezzo dovevamo arrivare a Montalcino dove avevamo affittato un casolare per mangiare e dormire. Chi con la macchina di paese chi con l’autostop ci ritrovammo al casolare che era in fase di ristrutturazione. Mancavano le porte, anche quella del bagno, eravamo affamati, stanchi e la amatriciana che ci eravamo fatta ci sembrava buonissima, pane, affettati e tante risate… Anche lì era freddo così i ragazzi andarono a cercare della legna e fecero un falò con la legna verde e bagnata, lo stanzone  si riempì di fumo, ci fu un fuggi fuggi generale e andammo fuori che comunque continuava a piovere. Anche la nottata fu movimentata. Ogni tanto qualcuno si alzava e spostava il letto perché gli pioveva addosso ed i  secchi erano già stati utilizzati tutti. Per fortuna la mattina seguente c’era un bel sole ! Furono giornate impegnative ma indimenticabili e spesso quando ci ritroviamo tra amici le ricordiamo e ancora oggi  ridiamo.

Angela, quello era il nome della mia compagna di viaggio, rideva con me.

Al momento del saluto mi sono venuti i lucciconi perchè ero rimasta affascinata dalla dolcezza e dalla bontà di questa persona fino al giorno prima sconosciuta. Con la sua tranquillità mi aveva fatto sentire a mio agio e passare una giornata diversa e spensierata.

Racconto in treno di Rossellina (a Gabriella)

Cartoncino: Masticare piano

di Rossella Bonechi

“Buongiorno, mi scusi è sua questa borsa? Dovrebbe essere il mio posto. Abbia pazienza, ma è così affollato…”

Si comincia male: devo disturbare questa bella signora dall’aria così gentile, vediamo se riesco a recuperare.

“Ecco, stiamo per partire; la aspetta un lungo viaggio o scende ad una fermata intermedia? Ah, ecco, arriva insieme a me, allora ci faremo compagnia”

E lei tira subito fuori un libro che, a occhio, è di 400 pagine, altro che compagnia! Vabbè, vediamo se la addolcisco così:

“Gradisce una caramella? Sono di erboristeria, senza eccessivi zuccheri e molto aromatiche”

Mi guarda da sopra gli occhiali e, pur sorridendo, declina l’offerta con un diniego della testa. Non mi rimane che immergermi nel finestrino, dove scorrono come in un film accellerato le immagini di un passaggio conosciuto ma mai uguale. Non so quanti minuti siano passati ma mi sento sfiorare delicatamente e riscuotendomi vedo la gentile signora che, con il libro chiuso tra le mani, quasi si china su di me e finalmente sento la sua voce: 

“Posso chiederle se arrivate a destinazione può aiutarmi ad uscire dalla stazione? Le sembrerà strano ma è il primo viaggio in treno che faccio da sola e sono un po’ intimorita”

“Ma certo, io prendo questo treno da tanto tempo che ormai la stazione non ha più segreti per me!”

Ecco, il muro è caduto, possiamo raccontarci (il minimo indispensabile), domandarci e risponderci. Le spiegherò perché, lei mi dirà il suo perché, ci sentiremo compagne per la durata del tragitto certe che le nostre strade si divideranno. Mentre le parlo del mio viaggio lei tira fuori dalla borsa un incarto che emana subito un buonissimo odore; me lo porge dicendo:

“L’ho preparato stamani perché non sapevo se sui treni si trova qualcosa da mangiare. Ne prenda un po’, mi faccia contenta”.

Così il piacere del viaggio si fa tangibile e mastico piano assaporando questo e quello mentre entrambe ci sorridiamo prendendoci cura delle nostre briciole.

Racconto di Stefania (a Daniele) sul treno verso Padova

Cartoncino: Introversi o egoisti?

di Stefania Bonanni

Viaggiare in treno è stare fermi  mentre il mondo fuori corre, come farsi trascinare da un’onda che ha voce sibilante e ferrosa. Le immagini che scorrono si sfilacciano , si allungano, poi scompaiono veloci. Solo questa interminabile pianura non ci lascia andare.

Dal finestrino si vede una striscia strascicata di verde, più piatta di una pianura. Ogni volta penso la stessa cosa: come fanno a vivere senza tramonti dietro le colline, senza frammenti di campanili oltre le cime degli alberi, senza strade sinuose, senza la fatica di salire, senza la velocità di scendere?  Ma perché lo dico a lei? Perché penso che non le interessino, i miei pensieri. La calma con la quale sfoglia quella rivista, che spero abbia trovato, non comprato, sembra un misto di disinteresse per il mondo, e distacco. Mi fa pensare lei possa essere una persona un po’ aldilà, o aldisopra, delle banalità. Uno che possa ascoltare di tramonti senza stranirsi. Spero che non mi presti attenzione, che non mi dica quelle ovvietà scontate che di solito ci si dice tra sconosciuti. Così posso continuare a guardar fuori  e stupirmi, posso meravigliarmi e dirlo, come parlassi tra me e me, ma stavolta più Forte.

Che poi vado a Padova, da Francesca che non vedo da tempo, che sono emozionata, che non cambierei questo essere sola, di tutto questo, cosa dovrebbe importare al signore col cappello che mi sorride benevolo mentre continua a sfogliare quella rivista?  Sotto l’ala del cappello vedo sopracciglia scure ed occhi chiari. Come hanno i meridionali nati sul mare. Ho deciso: lo chiamerò Daniele, e sarà calabrese.

“Sa perché ho preso il treno? (non aspetto risposta) Perché questa volta volevo stare attenta. A chi sale, a chi scende, dopo quante fermate, in quale paese, a quanto tratto del viaggio si è fatto insieme, inconsapevoli del fatto che non si ripeterà, che saremo inghiottiti ognuno dalla propria vita, senza ripensarci né riconoscerci, casomai capitasse di rivedersi. Sul treno si sale per viaggiare, ed i compagni non si scelgono, si può decidere a chi sedere vicino, ma non sempre. A volte si occupa un posto solo perché è libero, e poi non si cambia, per il disagio di raccogliere tutta la roba che abbiamo sparpagliato sul sedile, o per stanchezza, o per non sembrare scortesi.

Ho visto salire una mamma che rideva, con le sue bambine per mano. Lei è scesa subito. Le bambine hanno continuato il viaggio vicine. Dove vanno? Dove ci sarà qualcuno altro che vorrà loro bene.

Ho visto salire una donna anziana, che di certo veniva da lontano, e dopo miseria, guerre, morti, aveva bisogno di riposo. Aveva un bagaglio leggero, e tante storie sulle labbra.

Ho visto salire un ragazzo magro, felice di salire, che all’improvviso ha cambiato faccia, ed è sceso di corsa, mentre il treno ripartiva. Ha rischiato di farsi male? O ha rischiato di farsi poco male?

Ho visto ragazzi con la valigia, che si lasciano casa alle spalle, ma si portano i semi, ed avranno tante case, tanti coinquilini, amici dappertutto, e possono decidere quale fermata sia la più accogliente.

Ho visto una donna sola. Non è scesa, per ora. A lei interessa il treno, non il viaggio. Le piace la gente. Cerca gli scompartimenti pieni. Ascolta la vita degli altri. È tutta vita, comunque. Guarda dal treno le case degli altri. Vorrebbe sempre sapere come fanno gli altri, quale ricetta hanno deciso di seguire. Lei sorride.

E continuo a guardare. E leggo i nomi delle stazioni, perché aspetto di leggere quello che mi piace tanto. Occhiobello. Con un nome così, gli abitanti devono essere gente felice. Occhiobello, suo fratello, la chiesina, il campanello. Dovrebbe essere il paese dei bambini. Quelli con le ginocchia sbucciate che si toccano a destra, poi a sinistra, prima di stringere il nasino con le dita, mimando un campanello. Comunque, gli abitanti dovrebbero essere tutti belli. Non ci saranno strabici, né miopi. Nessuno avrà gli occhiali e tutti saranno capaci di vedere mosche a cento metri. Ho letto un libro , ambientato ad Occhiobello, dove il Po sembra un gigante placido, un Dio che è lì dall’inizio dei tempi, che riempie le fondamenta delle case e nasconde sul fondo resti portati via dal tempo. Resti di persone, di cose, di segreti, di animali fantastici ed improbabili.

 Scendo a Occhiobello.

Racconto di Rossella G. (a Nadia) sul treno

Cartoncino: nastri verdi

di Rossella Gallori

Il viaggio sarà lungo, sono preparata, Aristovanich è lontana, sarà sempre uguale? E loro? Loro ci saranno ancora?

Scusi lei ci è stata?

Vorrei chiederlo, vorrei chiederglielo. Mi sembra un tipo serio, una che ascolta!

C’ è stata lei ad Aristovanichhhhh?

Ha un’ aria spaventata credo, credo faccia finta di capire, finge di ricordare il posto.

Lo ricorda vero? Il bosco, le foglie rumorose, il vento, le persiane che sbattono e quella fontana!

Alla fontana sussulta, stringe le labbra, forse sorride, sì sorride, non mollo incalzo:

Io ci sono nata piccola, ci sono stata piccola, in una casa piccola, in un paese piccolo, dove suonavano campane grandi, due volte al giorno.

La signora sembra una sfinge, ma la mia voglia di parlare è troppa, non resisto.

Lei quando ci è andata?

Risponde come se estraesse una tombola solo sua:

60…70…75…80…

Non mollo:

I miei erano nati lì, dalla collina vedevano le vigne, nastri verdi che davano guadagno e vino.

La signora sembra assopirsi, continuo come un fiume in piena:

Vede signora Aristovanich per me è la partenza è l’ arrivo, il sogno, le parole ed il silenzio, il cerchio che prima o poi chiuderò.

Alzo la voce, quasi grido:

Ma va lì anche lei?

Sussulta, rispondendo quasi a bocca chiusa:

Si, siiii…

Dice aggiustandosi il ciuffo sfuggito alla massa di capelli color miele di  castagno.

Sa signora, quando ero piccola, di macchine ce n’erano poche, ne  ricordo una di piazza, gialla e blu, sembrava una pompa di benzina.

A questo punto la signora tutta di un pezzo, dà cenni di vita accavallando le gambe, ben fatte, direi, scarpe belle, tacco dieci.

Penso e ripenso ad Aristovanich, il negozietto di scarpe in piazza, al fioraio, al fruttivendolo, ricordi.

Il treno mi ha fatto venire il mal di stomaco, sarà che scrivo, sarà che non sono per il verso giusto, sarà che invidio i crakers  che  la tizia sgranocchia, mi ha letto nel pensiero, me ne offre uno, uno solo e piccolo, meglio che niente. Finalmente parla la signora con la pelle d’avorio, quasi di cera, ed un rigo troppo accentuato su occhi militari, austeri e grigioverdi.

Ma Aristovanich dove?

Ma come dove?

Quella sul mare, dove c’è il porto….

Penso: ma quale porto, quale mare? Ma sono così felice che mi parli, che mi presti attenzione, di non essere sola, in questo viaggio, su questo treno, che le perdono di non aver capito nulla o quasi, e dico:

Si, si sul mare.

e ripenso al mio  paese sulla collina, ed immagino: conchiglie e vigne, mucche ed ombrelloni, l’accontento.  Ma la saluto e cambio posto.

Il viaggio sarà lungo, dal finestrino lingue verdi di alberi immensi, mi  annunciano un paesaggio diverso.

Il dubbio mi assale: avrà capito?

A/ ris/ to / va/ nich.

 un fischio mi scuote, mi alzo, la raggiungo…dorme, immobile pare morta,le lascio un biglietto con il mio nome ed il nome di un paese che non conosce e che ha immaginato, fingendo, direi malamente, di conoscere…

Mi allontano e con quanto fiato in gola grido:

Tu tu…ciuf ciuf tuuuuu tuuuuu…

Racconto di Nadia (con Rossella) sul treno

Cartoncino: Spettro

di Nadia Peruzzi


Il treno è lento, quasi arranca in salita.
Le curve, all’inizio, sono quasi delle rotonde. Si deve salire molto per arrivare al livello dei ghiacciai.
Da Tirano, attraverso il Bernina con destinazione d’arrivo S.  Moritz.
Le montagne incombono, fanno quasi paura. Di così alte non ne ho mai viste.
Per fortuna arrivati in quota, con il Bernina dietro le nostre spalle, le vette aguzze si mettono a contornare altopiani di erba verde, fiumi e rivoli d’acqua che sono il prodotto del disgelo.
In un punto è la nebbia a prevalere.
Fuori tutto si fa silenzio. Attorno al treno un grande batuffolo di cotone si apre come se fosse una galleria.
Il treno ci si immerge, come una lama lanciata a tutta velocità.
Le luci si accendono e spengono dentro il vagone. Anche la mia vicina perde consistenza, in questo vedo non vedo.
Era piena di colori e vitale. Nel baluginio della luce altalenante , dentro quell’imbuto di nebbia senza fine, si è fatta smorta, opalescente, incorporea.
Vorrei parlare, ma tutto in quel momento mi fa serrare i denti.
Paura, ansia, agitazione!
Non so cosa mi prende. Accanto a me sento una presenza, ma se allungo la mano non trovo resistenza. Non sento abiti, né un corpo sotto di essi.
Eppure c’era qualcuno, mi dico.
Sei sparita? Dove sei finita? Avevo tante cose da dirti. Ma non ti ritrovo.
O sono impazzita, o sto sognando, mi dico!
O sarà la nebbia e questo treno pazzo e strano che mi stanno facendo viaggiare accanto ad uno spettro?
Non lo so. Sono confusa. Forse sogno davvero. Ma sono ad occhi aperti. Non può essere.
Forse lo spettro sono io.
Questo viaggio che ho fatto tanti, tanti anni fa è tornato in ballo e ho provato a farlo di nuovo, ma io non sono più io.
Mica sarò io lo spettro?
Chissà cosa potrà mai pensare la mia vicina di posto, che non riesco più a distinguere bene.
Sono viva? Sono già morta? Non lo so, davvero!
Quando lo feci la prima volta questo viaggio mi piacque molto.
Stavolta non saprei che dire.
È tutto così fuori dal normale.
Ma l’avrò presa stamattina la pastiglia per rallentare quella malattia dal nome straniero, che mi fa vedere le cose a modo suo?

Racconto di Lucia (a Carmela) sul treno

Cartoncino: Il sasso alla caviglia

di Lucia Bettoni

foto di Nadia Peruzzi

Su questo vagone, in mezzo a questo viaggio, ti racconto una storia, cara amica
Una storia breve o una storia lunghissima
ancora non lo so ma voglio provare a raccontare
Non era un piccolo sasso, forse era un macigno e il macigno era legato alla caviglia di Maria
Hai presente gli schiavi?
Hai presente i prigionieri?
Ecco, quello era il sasso/macigno dei prigionieri, quello che impedisce di fuggire, quello che vuole farti rimanere dove sei, quello che non suscita speranze e che tarpa le ali
Ma chi aveva provato a mettere quel sasso alla caviglia di Maria non aveva fatto i conti con quello che c’era dentro di lei
C’era un vulcano rosso di lava incandescente, c’era la schiuma di mille onde infrante sugli scogli
C’era il miele di cento arnie e il succo di tutti i grappoli d’uva della vigna
C’era l’olio spremuto delle olive morelle e frantoiane e c’era il freddo delle sue mani paonazze dal vento di febbraio
C’era la grandine battente e il suono di mille solitudini
Maria si chinò
Era agile, abile e veloce
Raccolse con le mani quel sasso/macigno al lato della sua caviglia:
Incredibile! Era leggero!
Era leggero come un palloncino e più leggero di un soffio
Era impalpabile e non era grigio
Maria lo prese e lo lascio’ volare in alto
Era facile! Si poteva fare!
Era possibile, era tutto vero!
Era un sasso volante

Cara amica mia lo sai dove voglio andare oggi con questo treno?
Voglio andare dove andò Maria seguendo il suo sasso/palloncino                 

E adesso comincia un’altra storia

Maria era in piazza S. Maria Novella
quando vide lui: alto, biondo, lunghi capelli lisci fino alle spalle
Suonava la chitarra ai margini del marciapiede chiedendo ai passanti un gesto generoso per poter mangiare
Maria pensò: vado da lui!
Lui era canadese e suonava la libertà
Lui e Maria sono una storia vera

Incontro del 9 febbraio 2023 alla Carrozza 10: Il viaggio sul treno

Entriamo nel Vagone per un viaggio immaginario: ognuno si siede accanto a un compagno/a a cui raccontare (in segreto) i propri pensieri, aiutandosi con il suggerimento di un bigliettino consegnato da Cecilia ad ognuno.

foto di: Lucia Bettoni, Rossella Gallori, Cecilia Trinci

Lettera d’amore a chi ha insegnato la felicità a Stefania

Oggi ti scrivo io – di Stefania Bonanni

Mi son svegliata così, piena di te. Con la voglia di fare quello che non ho fatto mai: scriverti una lettera. Forse l’avrei dovuto fare tanti anni fa.

Una lettera sola c’è stata, tra di noi, e l’hai scritta tu. E non l’avrei voluta leggere, e non l’ho mai più letta.

Era una lettera d’amore, di quelle che fanno un male acido e per sempre, che fanno sanguinare anche le ferite antiche, che non si chiuderanno mai.

Oggi ti scrivo io, le mie parole d’amore per te.

Perché ho pensato alla felicità, ed io la conosco, e me l’hai insegnata tu.

Perché la felicità è difficile da spiegare, e si può insegnare, solo se la si e’ provata da bambini, quando il mondo era a portata di mano, e quelle giornate di sole e giochi, di bambini e chiocce, abbracci e pane con la marmellata, erano l’unico futuro conosciuto.

 Sono stata una bambina felice, e quei giorni mi chiamano ancora. Li ripenso e ci casco dentro ogni volta. Sento il caldo, annuso la polvere alzata dalla bicicletta sulle stradine sterrate attraverso campi di grano tagliato, ti ricordo dietro l’altalena, che aspettavi l’onda di ritorno per spingermi ancora avanti, e ancora, e ancora. Eri la certezza del volo che continuava, e le braccia che mi aspettavano. E la catena è lunga, fatta di giornate serene, sorrisi, abbracci. Eri la certezza e la rassicurazione.

Ricordo il tuo grande sorriso, la tua bella bocca aperta sui denti regolari, i tuoi occhi neri e profondi. Ricordo la tua risata. Ricordo come ci sentivamo amate, e capite, e come si giocava in tre, come pensavi si fosse bambine speciali, con quei vestitini che ci ricamavi con grandi papaveri e farfalle. Ricordo come eri bella, e giovane, tenera e semplice. Non c’erano mai quei discorsi sussurrati e misteriosi che i bambini non dovevano capire, non c’era nulla che non si potesse dire. Sembrava facile, crescerti vicino, la tua ombra non faceva scuro, solo fresco, e profumo di fiori. Eri compagnia, sempre. C’eri sempre. Non esistevamo, senza di te. Eri l’orizzonte, l’alba ed il tramonto. Eri l’estate e l’inverno al caldo. Ogni pretesto era una festa, un panino nel prato, un caffellatte per cena, e sembrava Natale anche gennaio. La vera fortuna, la vita con te, i miei trentacinque anni con te.

Dimmi che sei felice, Tina

Dimmi che  sei felice – di Tina Conti

Sono felice quando sento il vento che mi accarezza la faccia 

Sono felice. Quando il mio pensiero è libero  da angoscia

Sono felice  quando riesco a vincere la tristezza e comunico agli altri con il sorriso 

Sono felice se gli altri sono consolati  dal mio sorriso e accoglienza.

Sono felice quando sento i bambini ridere e giocare ,vorrei abbracciarli tutti

Sono felice perché ho una famiglia che mi fa sentire  amata,ho figli e nipoti felici

Sono felice perché mi sento utile e disponibile verso gli altri

Sono felice perché ho  abbastanza salute  che mi permette di muovermi  e prendere decisioni in autonomia

Sono felice quando parlo con le  mie piante 

Sono felice perché ho  un gatto morbido e dispettoso

Dillo che ti manca Patrizia

 Dimmi che ti manco – di Patrizia Fusi

Photo by Paul H on Pexels.com

Solitudine nostalgia di una bambina.

Una grande villa con la facciata ricoperta da una pianta rampicante con dei fiori a imbuto di colore arancione, un viale di ghiaia esteso come la casa che dal cancello d’ingresso portava al garage, dove venivano parcheggiate le macchine, sopra la stanza dei giochi, per il ragazzino di casa.

Al centro un grade plastico con paesaggi, stazioni ferroviarie, doppi binari dove i trenini correvano veloci, tanti altri giochi.

Poteva entrarci ma non toccava niente, sentiva che non erano cose sue, il suo compagno di giochi era un bellissimo cane lupo, si poteva osservare e fantasticare.

 Il giardino anch’esso grande e curato, al centro un pergolato interamente ricoperto di glicine, quando era fiorito era una gioia guardarlo, sotto, tutto intorno ai lati, vasi di bianche camelie profumate, alcuni rami fasciati con il terriccio per fare nuove piante tramite talee

 I candidi fiori bianchi emanavano un intenso profumo, nel centro un tavolo di marmo bianco con attorno sedie di ferro battuto smaltate di bianco.

Il giardino era suddiviso in tre quadrati in uno c’era una bella piscina ma doveva essere rotta perché era sempre vuota, era foderata di piccole mattonelline celesti, negli altri due, piante di dalie a forma di girasole o a buchi di vespa di vari colori, piante di puzzole, vasi di bianche margherite di gerani di vari colori, le siepi di bossolo recintavano i quadrati, le conche di limoni erano posizionate lungo il viale di ghiaia, i frutti brillavano al sole come gioielli dorati, i piccoli fiori erano profumati.

Al termine del giardino per tutto il perimetro c’era una pergola di uva bianca da tavola, quando era matura veniva legato un sacchetto intorno ai grappoli più belli, per proteggerla dalle intemperie e per poterla consumare nelle feste natalizie.

Al lato opposto al garage un cancellino un po’ sgangherato per entrare nell’orto, quello era il giardino della verdura, c’era di tutto, era veramente bravo chi accudiva al giardino e a l’orto.

In certe ceste, il venerdì, veniva raccolta tutta la verdura e la frutta che era pronta, che il proprietario della villa portava alla sua famiglia che passava tutta l’estate nella loro casa di Forte Dei Marmi.

Era un ambiente sereno, ma la bambina si sentiva avvolta da una maglia di malinconia e si chiedeva.

Dimmi che ti manco un po’.

Anche se non è tanto.

Anche se non è vero.

E questo dubbio è quello che sempre è tornato nella vita di lei

Dimmi che sei felice, Cecilia

Sono felice – di Cecilia Trinci

Vorrei dirtelo, certo, ma si ha paura che nel dirlo, mentre pronunci quelle 10 lettere la felicità svanisca, oppure si accorga che ci sei, mentre ti nascondevi dietro le foglie della quotidianità.

Se lo dice un altro, che è felice, ti fa coraggio, ti fa caldo, ti fa pensare che si può, non è un’illusione.

Eppure lo sai che essere felici è come toccare una spazzola a fili di ferro, lo sai che sono attimi pungenti, spesso non collegati fra loro, che sono stelle in una notte d’estate appese sopra di te, visibili e lontanissime.

“E’ una bambina!” – “Ho guidato fino in cima a quella strada orribile e ci sono arrivata!” – “E’ nato! (e per due volte sono maschi) – “Nonna sei bellissima!” – “Torno a casa! vieni a prendermi!” – “Carmela ha trovato la strada del suo racconto!” – “Cecilia resta!” –

Ma nonostante tutto e nonostante sé, essere felici è un modo di pensare.

Sono felice quando le idee diventano cose da maneggiare e guardare. Sono felice la sera, quando mi nascondo nel piumone e sento morbidezza e calore e penso alla giornata, che è andata, conclusa…. e qui ci sono arrivata.

Sono felice quando ascolto parole sane, piene, che mi portano le meningi a funzionare, e sono felice più del cervello che gira perché il cuore è stanco e forse troppo pieno. Il cervello invece me lo trovo pieno di voglia di correre, di attivare sinapsi e collegamenti e le parole hanno questo potere.

Vorrei dirtelo. So che la felicità è un fluido caldo, scorre, si secca, riprende, accelera e rallenta. Ma non dobbiamo essere noi a fermarlo

Dimmi quando tornerai felice, Carla

Felicità fragile – di Carla Faggi

Photo by Jill Wellington on Pexels.com

Oggi mi sento particolarmente bene. Passeggio e mi faccio cullare dal sole, il calore dei suoi raggi mi pizzica la pelle, l’aria fresca me l’arrossa un po’, il profumo strano della campagna in inverno fatto di caminetti accesi e tazze di tè, mi è attorno. L’aria pungente sa di legna umida, di foglie secche, di terra, di bosco. I suoni lontani arrivano nitidi portati dall’aria serena, puoi vederli e quasi toccarli quei monti lontani quando è sereno in inverno. In questo fine inverno, quando non è ancora  primavera come si fa a non essere felici! Ora entro in casa e chiederò a Marco “dimmi che sei felice”, ma lo vedo davanti al televisore con uno sguardo strano. Guardo anch’io. Terremoto in Turchia e Siria. Tanti morti, feriti, devastazione. Immagini terribili. Mi metterei a piangere. L’inverno ora è diventato solo freddo. La tristezza quando ti entra nello stomaco, te lo riempie e poi sembra ti voglia scoppiare dentro. Ma come si può pensare di essere felici! Forse la felicità è solo figlia dell’egoismo, forse è data solo da quell’attimo in cui ti senti al di sopra del mondo ma dura quanto un raggio di sole in inverno.

Poi quando smetti di sentire solo l’emozioni di pancia e pensi più freddamente, rientri nel quotidiano , ma non hai più voglia di scrivere di felicità.

Dimmi che sei felice, Sandra

Spero di fare felice te – di Sandra Conticini

Photo by Megapixelstock on Pexels.com

Ti devo dire che sono felice? Allora ti accontenterò. – Sono felice! Ma sappi che non è vero, ma spero di fare felice te.

La felicità è un sentimento difficile da raggiungere arriva come una folata di vento ti scompiglia tutta,  ti fa diventare più bella,  sorridente, allegra e spensierata. La devi prendere al volo perchè  dura poco e non si sa quando ripassa.

Per me la felicità è fatta di cose semplici, leggere un libro, dedicarmi ai miei hobby preferiti, andare a camminare, vedere il cielo azzurro, sentire il cinguettio degli uccelli, guardare negli occhi un capriolo, cogliere qualche fiore ed a casa odorare il suo profumo.

Vedere mia figlia contenta e sorridente è la cosa che mi rende più felice. Quando vengo apprezzata per qualcosa che ho fatto, mi si apre il cuore.

Essere contenta della felicità altrui,  quando aiuto o faccio qualcosa per qualcuno sto bene. Sapere che le persone mi stimano e mi vogliono un po’ di bene.

Per apprezzare la felicità bisogna prima aver conosciuto la tristezza e la disperazione, solo allora si  capisce quanto siano importanti le piccole cose e la quotidianità.