Un pesciolino letterario

Da Siddharta – di M.Laura Tripodi

Lo studio di Herman Hesse

Io ho pescato questo pesciolino, che in verità tanto piccolo non è.

Mi ha rapito il libro, riletto dopo tanti anni e in questo brano mi  sono riconosciuta.

Acqua che passa, acqua che canta e non si ferma mai.

Hermann Hesse

Siddharta

“Serenamente contemplava la corrente del fiume; mai un’acqua gli era piaciuta come questa, mai aveva sentito così forti e così belli la voce e il significato dell’acqua che passa. Gli pareva che il fiume avesse qualcosa di speciale da dirgli, qualcosa che egli non sapeva ancora, qualcosa che aspettava proprio lui. In quel fiume Siddharta s’era voluto annegare, in quel fiume oggi s’era annegato il vecchio, stanco, disperato Siddharta. Ma il nuovo Siddharta sentiva un amore profondo per quest’acqua fluente, e decise fra sé di non abbandonarla tanto presto.”

Il pesce nel pozzo

YNÈS – di Rossella Gallori

Dopo mesi da “ gatta di piombo” aveva deciso di fare qualche metro in campagna, allontanandosi da casa, gli unici esseri semiviventi che aveva visto ultimamente erano nell’ ordine: il frigo aperto ed ammiccante, il divano comodo e sprofondante…e la televisione, amica e nemica da sempre…

Indossò scarpe comode, non quelle da ginnastica  detestate fin da i primi anni di vita, ma le sue Clark color miele, poco adatte all’andar per campi, ma Ynès non sapeva, forse, manco più camminar bene, appesantita ed un po’ imbambolata, era arrivata alla soglia dei 70, senza manco saper come.

Il vecchio giubbotto, i jeans  strappucchiati ed amati………fiori sconosciuti, le indicavano la strada.

Dove e perché avesse perso l’ equilibrio, se lo domandava mentre precipitava nel buio cunicolo, forse i lacci delle scarpe, forse… il suo sguardo astigmatico ed un po’ vagante, forse… pensava ancora a lui…tre sassi stronzi  ed era volata nel nulla…

Fu così, che incastrata nella roccia, ringraziò di esser grassa…quel suo essere “ tanta” le aveva impedito di raggiungere il fondo…le mani sicuramente sbucciate, facevano un po’ male, sentiva l’ odore del sangue, lo avvertiva scivolare anche dalla tempia, un rivolo cAldo, che le scendeva sulla guancia, facendola sentire comunque viva …

Nel cadere aveva perso le scarpe, i piedi nudi sfioravano l’acqua, stranamente tiepida, voleva gridare, ma la gola era quasi chiusa, l’ odore forte di un qualcosa di sconosciuto, la paralizzava.

Decise di far funzionare quei pochi neuroni, che il catastrofico volo avevano ridotto a chicchi di caffe mal tostato.

Cercò di allungare le gambe, qualcosa le aveva sfiorato l’alluce, un piccolo morso la scosse, ma non la spaventò, anzi immaginò la famigliola di pescetti ciechi, danzare nell’acqua…

Doveva attingere ai ricordi, pescare nella sua memoria per sopportare il silenzio ed il buio, preludio, forse di una fine lenta ed anche un po’ stupida…

Fu da quel preciso momento che ritrovò un respiro regolare, ed una vista più nitida, nonostante gli occhiali fossero volati chissà dove.

Solo Ynès poteva star bene o quasi, incastrata in un pozzo, lontana da tutto e da tutti…alzò gli occhi al cielo e quel fazzoletto azzurro le dette speranza…ma tornò a guardare in basso, le sembrava di vedere meglio, i suoi occhi si erano abituati al buio, notò anche un foro nella roccia, vi si affacciò, rischiando di cadere ancor più giù, 15 cm di finestra nel nulla, un nulla pieno di ricordi, che la fece allontanare dalla paura…come una sfilata apparvero, nel magico imbuto i suoi ricordi belli: Sorrento con il babbo, i baci furtivi dei suoi fratelli, l’ approvazione della mamma, la fioraia bionda come il grano nonna,tata ed  amica, Lucca ed il buccellato, la schiacciata alla fiorentina, la prima minigonna, i tacchi a spillo, i primi si al buio, gli ultimi alla luce, i capelli color rame, le poesie di  Prevert lette in francese amate in italiano, le sue poesie scritte di notte, l’uovo di cioccolata vinto, quelle 36 rose rosse, il suo Paris compagno intimo e sfacciato, in quel buco le passavano i ricordi più belli, più caldi non sentiva più freddo…anzi…la sfilata continuava, senza un ordine cronologico, senza un filo logico…una pesca miracolosa : la casetta sua, l’ anello di suo padre, le foto di sua madre così bella e femminile, non provava più rancori, nel pozzo miracoloso…il viaggio  a Londra per lavoro, ma non troppo, Lampedusa, Pantelleria, più nuda che vestita…

Stava quasi per addormentarsi…quando il solito pesce le rimorse il piede…risvegliandola, udì per magia la voce di suo padre e quella canzone….bambina innamorata stanotte ti ho sognata…

Una voce parallela le strappò anche un sorriso e  sentì forte la voce argentina della mamma….e quella filastrocca che aveva sempre creduto una invenzione: il general Cadorna ha scritto alla regina….

Quella rovinosa caduta  aveva reso giustizia ai suoi ricordi buoni, nascosti in un buco muschioso a forse 10 metri sotto terra….

Ynès , Ynès Ynessss, strano la stavano cercando, qualcuno si era accorto della sua assenza…..arrivò dall’alto una grossa corda….era incerta se abboccare o restar pesce per sempre….

.

Pesci volanti

Stregatto – di Gabriella Crisafulli

In fondo ai giardini

sul cielo di prima sera

la luna sorride

solo per me

Stregatto

Torno

ad essere

Alice

Quarantena – di Gabriella Crisafulli

Mi muovo

come una gallina

Trascino

per compagna

una sorta

di stanca

follia

che mi tiene

in prigionia

Le taglierei

la testa

di netto

Zac

E mentre il capo

vola per aria

i piedi

zampettano

quaggiù.

Legami – di Gabriella Crisafulli

Scusami

sono dovuta

andare

non mi potevo

di nuovo

ammalare

Forse

sarà il caso

di avviare

una relazione

a distanza

Lanciare la lenza

Il tempo ritrovato – di Gabriella Crisafulli

Era seduta a terra, al centro del ring, le gambe divaricate, le mani a terra, il volto gonfio dai pugni incassati, mentre il sangue le colava dal naso e il corpo flaccido spillava sudore, creando una pozza fetida intorno a lei.

Era davanti a tutta quella gente mentre cercava di recuperare la testa.

Non l’aveva più o si era svuotata?

Di sicuro non ragionava.

Invece di stare lì a perdere tempo, si diceva che doveva produrre qualcosa, un pensiero qualunque, che la facesse fuggire. 

Il corpo le doleva da tutte le parti, tumefatto.

Ne aveva prese tante di botte, fin dall’infanzia, ma adesso non riusciva più a incassare.

Il dolore era così grande che non le venivano fuori le lacrime: doveva averle terminate tutte.

Che stupida, malgrado la lezione avuta, non aveva capito niente e si era affidata alla storia felice che i suoi raccontavano.

E poi, chi le avrebbe creduto?

Non c’erano testimoni.

Le maschere del dentro e del fuori erano molto diverse.

Ma non se ne rendeva conto.

Inoltre anche lei era stata al gioco che le veniva tacitamente imposto ed era diventata così brava che anche i suoi personaggi si alternavano in automatico.

All’improvviso, lì, su quell’orrido palcoscenico, si mise a ridere, a ridere, a ridere come una pazza, fino alle lacrime.

E finalmente pianse.

Ok, aveva perso ma poteva dire a se stessa di averci provato.

Per anni aveva tessuto, cucito, rammendato.

Si era aspettata miracoli.

Aveva preteso troppo.

Non poteva farcela contro l’incomprensibile e l’inconoscibile.

Già una volta si era cimentata con la sofferenza e non solo aveva fallito, ma aveva coinvolto malamente le proprie figlie.

Aveva lanciato la lenza in direzioni sbagliate.

Le piaceva fare la brava!

Ecco il risultato.

Raccolse ad uno ad uno i cocci dentro e fuori di lei.

Traghettò verso altri lidi.

Ma l’aspettava il lago del tempo.

Dilatato su di lei, l’avvolgeva, opprimeva e paralizzava: le sfuggiva fra le dita come sabbia nella clessidra e, giorno dopo giorno, lo perdeva.

Tutto questo tempo ritrovato, dopo anni di penuria, si espandeva a tal punto da smarrirla e da farle perdere il senso.

Sapeva che doveva riavvolgere il filo, trovare il bandolo e oltrepassare il muro.

Ma il dolore l’asfaltava.

Attivava frustrazione e risentimento.

Il lago diventava palude.

Come venirne fuori?

Sentiva il desiderio di usare il suo tempo, di metterlo a frutto, di essere orgogliosa di sé, delle energie che le stavano rinascendo e delle sue capacità.

Ma pensare, e ancor più agire, era una sfida.

Una battaglia persa.

Il tempo si era spezzato, frammentato e adesso toccava a lei ricomporlo in un quadro che la gratificasse.

Doveva ritrovarne la cognizione, delimitarlo.

Chiudere il sipario del passato, spalancare la finestra dell’oggi che è e che sarà.

C’era da mettere dei confini, dei paletti di contenimento al suo esondare.

C’era da trasformare il caos in audacia, capire che era una possibilità remota ma non impossibile.

Ritrovare il sapore delle notti solitarie, le sensazioni sorprendenti che dilatano.

Non pretendere troppo ma aspettare, quieta, lo sviluppo del processo.

Perdonarsi le colpe.

Avere fiducia in sé.

Le mancava il cielo dei sogni felici.

Andò in giardino a guardare in su.

Senza mare

La lingua di mare sul Gargano – di Carmela De Pilla

Per Lucia era inconcepibile vivere senza il mare, era la lancetta che scandisce tempo, la forza che spinge a ritornare così fin da quando era adolescente ogni anno, nel solito mese di agosto approdava nella casa di famiglia che si affaccia sul mare.

Quel momento era per lei un libro incompiuto in cui scrivere ogni estate un nuovo capitolo e tutte le volte c’era da raccontare una nuova storia perché quel nido raccoglieva gli affetti di un’intera famiglia costretta dagli eventi a vivere in spazi e tempi lontani.

Ogni volta  che ritornava proiettava sul grande schermo una vecchia pellicola ripassando a rassegna i ricordi di una vita e ancora oggi nella grande sala c’è un pannello su un’intera parete che incornicia e racconta la storia di tutti attraversando generazioni diverse.

Si rivedeva sedicenne mentre giocava sulla spiaggia con i due fratelli, le corse, i tuffi, le lotte sulle spalle nell’acqua, le immersioni per prendere al largo i cannolicchi e il mare diventava testimone del loro affetto, della spensieratezza e voglia di libertà.

Rivedeva suo padre e sua madre ancora giovani mentre costruivano la casa poi nonni e ora assenti, le figlie e i nipoti  ancora bambini poi ragazzi e ora adulti e lei ogni anno diversa.

È una lingua di mare del Gargano questa situata difronte alle isole Tremiti e lo spettacolo che si presenta agli occhi in ogni attimo della giornata è sorprendente.

Qui , anche se siamo sull’Adriatico si può vedere magicamente il tramonto  e spesso Lucia si recava sulla grande terrazza per sorprendersi ogni volta di quel paesaggio sempre diverso.

L’immensità del mare si incontrava con quella del cielo in un bacio appassionato e il sole  scioglieva i suoi caldi colori in quella distesa, come su una grande tavolozza creava giochi di mirabili sfumature e lei si lasciava trasportare in quella straordinaria bellezza seguendo pensieri disordinati.

Lucia sentiva scorrere nelle sue vene lo stesso mare e la mattina presto mentre tutti ancora dormivano lei si recava sulla spiaggia a correre, col tempo si accontentò di fare lunghe camminate, arrivava fino al canale che unisce il lago di Lesina al mare e poi ritornava verso casa.

 Le piaceva lasciarsi sfiorare la pelle dalla brezza mattutina, guardava i gabbiani ancora assonnati e l’acqua trasparente che faceva intravedere le increspature della sabbia disegnate sul fondo dalle onde, ogni tanto un pescatore che tirava le reti a riva.

Quando il mare era calmo, arrivata al traguardo un po’ accaldata, si concedeva un bagno rigeneratore e si lasciava andare in quell’ intimità che c’era sempre stata tra lei e il mare così iniziava una nuova giornata sotto un cielo propiziatorio.

Un altrove per pescare

Pescare senza canna – di Luca Di Volo

Questa volta la scintilla parla di pesci guizzanti sullo sfondo di un vasto orizzonte . E per me il rischio è quello di farla cadere e spengersi con un frustrante pfff…e basta.

Mi spiego. Io non ho nessuna esperienza “pratica” di questa cosa, non so nulla di esche né di “mosche” usate per adescare guizzanti creature acquatiche.

Però la metafora tra la comparsa abbagliante dell’idea e il lampo argenteo della cattura mi colpisce.

Non mi rimane quindi che creare un non-luogo e un non-tempo dove anche chi non ne sa nulla in pratica possa provare le emozioni del tirare a riva un pesce-idea.

Non so se capita anche a voi. . ma a me riesce, a volte di creare nella fantasia panorami e scenari che sembrano esistere realmente. Credo si chiami “sognare ad occhi aperti “e che più o meno tutti l’abbiano sperimentato.

Ma ora bisognava proprio che mi creassi un nuovo universo se volevo proseguire nella mia esplorazione.

Ed ecco il panorama…immaginatevi l’ansa di un grande fiume, largo e pigro. Si avvolge intorno ai due argini come una bella donna che si stira con un languido sospiro.

Il tardo pomeriggio estivo conduce un leggero zefiro che accarezza l’aria e appena scompiglia le folte chiome dei platani e degli olmi che si piegano in muta preghiera verso la corrente capricciosa, dove piccole onde sorgono e spariscono nel loro mutare: da ying a yang…e da yang a ying…senza tempo.

Io sono lì semidisteso  in un piccolo spazio di rena da cui traspaiono a filo d’acqua piccole luci che abbagliano  colpite da un sole ancora potente.

E scopro che quei lampi argentati non sono altro che pesciolini che saltano sulla superficie lottando contro corrente opponendosi al fiume che travolge.

Sento una sconfinata ammirazione per queste creature caparbie che si ostinano ad andare sulla via più difficile…

Come i nostri pensieri che spesso vagano senza ritegno verso spazi sconosciuti, attirati solo dalla bellezza di un ragionamento, fatto di pura estetica e contro ogni logica conosciuta.

E io mi stavo ponendo strane domande…. il fascino delle formule matematiche, degli antichi geroglifici…delle tavolette in cuneiforme…cos’hanno in comune? La risposta mi bruciò: oltre il senso, la traduzione, la decodifica, nessuno ha mai pensato che queste cose portano con sé un altro dono prezioso: la bellezza. Sì, prima di tutto queste espressioni sono BELLE; fatte di una bellezza arcana e svincolata da ogni aspetto PRATICO. Esse sono belle IN SE’ e PER SE’…

Attirano in un mondo totalmente “altro”, con categorie estranee ma familiari.

E, fatalmente, questo universo vuol farsi esplorare e trasportarci “altrove”, difficile resistere, bisogna partire.

Ed eccolo il mio bel pesciolino. . alla fine ne ho pescato uno anch’io.

Il pescatore

Il pescatore – di Nadia Peruzzi

L’aria era tiepida.  Il salice spargeva la sua ombra benefica.  L’attrezzatura c’era tutta, si trattava solo di mettersi a pescare.  Era stato faticoso arrivare fino a li, quel giorno, con tutta quella roba addosso e dopo quella fin troppo lunga limitazione di esercizio fisico che lo aveva infiacchito . 

Quell’angolo di paradiso ripagava dei chilometri fatti per arrivarci,  se lo diceva ogni volta, da anni,  appena poggiava tutto sul manto erboso e si metteva a guardare il fiume. 

L’acqua scorreva incedendo maestosa al centro del suo letto.   A riva,  nei punti in cui i rami del salice sembravano far tutt’uno con l’acqua la si sentiva gargottare placida mentre rilanciava lampi di verde smeraldo ogni volta che un refolo di vento spostava le fronde per lasciar passare i raggi del sole di maggio!

Era una giornata magnifica.  Nessuna nuvola, solo una brezza tesa su cui scivolavano profumi di fiori misti a quelli delle infiorescenze degli alberi non troppo distanti dal punto in cui si trovava. 

Quel giorno l’acqua era più pulita del solito.  Quasi cristallina.  Anche i pesci sembrava se ne fossero accorti.  Giocavano a rincorrersi divertendosi a far capolino di tanto in tanto. 

Non ne aveva visti mai così tanti in quel punto.   

Come se la lunga quarantena avesse fatto bene anche a loro.  Meno pescatori in giro, meno pericolo di esser catturati e di finire in padella, più possibilità di riprodursi e moltiplicarsi. 

Guardava la canna che avrebbe dovuto assemblare.  Era appoggiata sull’erba in attesa dei soliti gesti.  Amo, esca, lenza,  lancio.  Quasi un rito che aveva termine con lo zac del filo che si tendeva appena l’uncino cattivello si agganciava nella bocca dell’incauto pesce che sarebbe finito dopo non molto in bella mostra su una tavola imbandita. 

Si sentiva intorpidito nei gesti e nella volontà, quel giorno. 

La canna continuò a restare a terra. 

Dall’erba saliva un tepore che invitava a lasciarsi andare.  Non era la stanchezza della camminata era un languore misto ad una sana voglia di non far nulla di nulla in una placida giornata di primavera per godersela così com’era senza gesti eccessivi e movimenti di troppo. 

Dopo i tanti giorni passati a camminare su e giù per il corridoio di casa,  pensava che quel suo primo giorno di libertà riconquistata e all’aperto sarebbe stato condito di eccitazione frenetica. 

Invece no.   L’aria lo frastornava, il turbinio dell’acqua gli dava una sorta di capogiro.  Non era più abituato all’aria aperta, fu costretto a concludere. 

Si sdraiò accanto alla sua canna da pesca smontata, e si addormentò pressoché subito. 

Si ritrovò a sognare di un mondo popolato di una natura rigogliosa come non mai,  con tanta tanta acqua,  e di pesci giganti che giravano con immensi retini e enormi canne da pesca intenti a pescare i pescatori. 

Il rito era simile al suo :amo, esca, lenza, lancio. 

Solo che ogni volta era lui che si ritrovava quell’uncino in bocca.   Ogni volta,  allo strappo,  sentiva un gran male. 

Sentiva dei gran dolori da tutte le parti mentre lo trascinavano verso riva per stenderlo sull’erba. 

Si svegliò di soprassalto un po’ impaurito e parecchio indolenzito per l’umidità che l’erba gli aveva fatta penetrare nelle ossa. 

L’ultimo raggio di sole lambiva l’orizzonte e colorava l’acqua di fronte a lui di un rosa che si stava incupendo velocemente. 

Ripensò al sogno ma lo rivisse come fosse stato catapultato dentro una storia, figlia di un altro mondo!

Non l’aveva scritta lui .  Era lo specchio di un altro punto di vista a cui lui prima non aveva dedicato nemmeno un piccolo pensiero.   Non ci aveva fatto mai caso che tutto si potesse capovolgere così!

Dopo la grande paura causata dallo tsunami,  il senso di insicurezza che ne era derivato e ancora condizionava distanze e approcci con gli altri lentamente ci si stava rimettendo sulla via della normalità. 

La vita stava tornando a scorrere lungo i binari di un tempo!

Lui era a disagio,  ancora non era riuscito a liberarsi del tutto dalle macerie che la catastrofe aveva accumulato man mano nei suoi pensieri e dentro le corde più intime della sua anima. 

Aveva una certezza che cominciava a farsi strada nelle fin troppe incertezze con le quali si trovava a dover fare i conti. 

Nei binari di un tempo lui non ci voleva rientrare. 

Era sempre andato da solo a pescare per cercare la tranquillità che altrove non riusciva a trovare. 

Visto con altri occhi tutto questo gli appariva una via di fuga, costellata oltretutto di molti momenti di noia assoluta. 

Mentre lui era li ad aspettare per ore pesci che a volte nemmeno abboccavano la vita correva altrove. 

Aveva bisogno di contatti, di mani da stringere, di abbracci da dare e da ricevere,  di persone da ascoltare e da cui farsi sentire. 

Si stava facendo buio e questo lo costrinse a ripercorrere in fretta il sentiero che lo aveva portato fino a lì. 

La canna e tutto il resto erano rimasti abbandonati sul prato.  ”Faranno la gioia di un altro pescatore”, pensò. 

“Nella mia nuova vita a me non servono di certo.  Lascio che i pesci nuotino in santa pace.  Perché disturbarli?” 

Un pesce dal passato

Quando Lorenzo Salsi aveva voglia di fantasia:

“Salvia regina matta di misericordia/ vita d’un cieco…….” La beghina recitava con trasporto ma non avendo mai saputo il latino andava per sonorità. Salvia, Silvia? Boh! Le prime 3 lettere corrispondono all’inizio del mio cognome SAL. VIA mi da l’idea della prora, di quel modo di dire marinaresco che indica l’andar dritti, Proravia. Sal ….el sal de los mar ….. mi faccio paura.Salvia di Gerusalemme pianta non edibile per cucinare ma bellina a vedersi con le sue foglie color argento . Salvia e alloro….. uhmmmm …..fegatelli! Salvia parola morbida. Salvia parola veloce, forse per il “via”. Il mio animo la mia deformazione professionale escono prepotenti; no, via, dai! non posso parlar di piante troppo facile per me. Però che bella che è, che profumo. Ne ho una grande davanti la porta di cucina e manda un profumo che …..ma sie ….Paco Rabanne, Hermes, Givenchy, Armani ….tse! Mi siedo spesso a leggere, nella bella stagione, in giardino accanto alla Salvia sativa e godo del profumo e delle api e farfalle che si cibano del suo nettare e guarda caso la Salvia è proprio accanto al barbecue.

” Salvia regina ………”

Battito d’ali

L’inganno della trasparenza – di Chiara Bonechi

Come un appuntamento, la mattina verso le dieci lo vedo.

Salta sulla griglia dell’inferriata davanti alla finestra della camera che era di mio figlio e svolazzando batte nel vetro e cerca di entrare.

Non si accorge che la finestra è chiusa e quella trasparenza del vetro lo spinge a riprovare.

E’ un uccello piccolissimo, forse un fringuello, deliziosa creatura che non si arrende.

E io interrompo le mie faccende e mi incanto a guardarlo in questa impresa, la stessa di molte mattine, sempre alle dieci.

Lui piccolo e indifeso, non farebbe alcun male se lo facessi entrare ma io che amo gli animali ma ho sempre avuto difficoltà ad averli troppo vicino, non ho il coraggio di aprire la finestra, so che con un battito d’ali entrerebbe nella stanza e non saprei come fare a farlo uscire.

Ero giovane e da poco sposata, stavo facendo pulizie nella nostra bella camera, ricordo la finestra aperta, i profumi e i colori della primavera, quando improvvisamente una rondine si fiondò nella stanza.

Quell’uccello bellissimo che incanta mentre sfreccia nel cielo azzurro e garrisce e crea straordinari percorsi, nella camera, così vicino, mi sembrò enorme e ne ebbi paura.

Batteva svolazzando da una parete all’altra e l’unica via che sembrava non trovare era quella della finestra aperta.

Attimi che mi sono sembrati lunghissimi, la rondine chiaramente soffriva ma non riusciva a ritrovare la strada di casa.

Chiamai il vicino, fu lui a indirizzarla verso il suo cielo, lo fece con tranquillità, un atto veloce e facilissimo.

Ancora, che tanti anni sono passati da quella volta che la rondine invase la mia camera, rimango bloccata di fronte ad un delizioso fringuello che bussa e vuole entrare ingannato dalla trasparenza del vetro.

Aspetto che si arrenda, che capisca che non può entrare e voli via.

Mi accingo a pulire la griglia e il davanzale dopo che è volato, ci sono le sue tracce.

Ma un senso di amarezza mi invade, sono colpevole di perpetuare l’inganno.

Pesciolini

PESCIOLINI FRITTI – di Elisabetta Brunelleschi

Nerina e Turi trascorrevano le vacanze in un ridente paese disteso sulle pendici di quei monti siciliani affacciati sul mar Jonio.

Ogni estate Don Paolo e Donna Elvira, i genitori di Turi, li accoglievano con gioia e per loro preparavano tutte le possibili specialità locali: pasta con le melanzane, ricotta fresca, formaggio fritto, pane appena sfornato, pesce alla griglia, stoccafisso alla messinese, agnello al forno, …

Turi e Nerina scendevano al mattino verso il mare. Distendevano gli asciugamani sulla spiaggia ciottolosa e dopo essersi inebriati di sole, si tuffavano tra le onde appena increspate.

Talvolta Nerina rinunciava al bagno e se ne restava ferma, coi piedi a mollo vicino alla riva a guardare i numerosi pesciolini che quasi le sfioravano le gambe. Guizzi luminosi che si divertiva a immaginare negli abissi più profondi, sfuggiti alle reti dei pescatori!

Nei dopocena salivano in piazza con Don Paolo, lì c’era l’unico modesto bar del paese e intorno ai pochi tavolini s’intrattenevano con i compaesani.

Nelle loro conversazioni Turi riviveva l’infanzia e la giovinezza trascorse su quei monti. Nerina porgeva l’orecchio curiosa di tutto, ma rimaneva in silenzio. Parlavano in dialetto e anche se anno dopo anno quella lingua sconosciuta le era a poco a poco divenuta familiare, non riusciva a proferire verbo, capiva, ma non parlava.

Una sera Jachino, detto “il professore”, era il maestro del paese e lo si onorava con quel titolo, si rivolse a Don Paolo chiedendo:

-Ma una frittura di pesce fresco, da quanto non ve la mangiate?-

-Eh, magari! Quello sale una volta la settimana e chissà da quanto li tiene nella cesta!-

Il quello evocato da Don Paolo altri non era che Tano, il pesciaiolo che il giovedì mattina parcheggiava in piazza la ‘Lambretta’ e richiamava le donne al grido di “pesce dello Stretto, stamani costardelle fresche“.

Molti dubitavano della freschezza, ma il pesce veniva ugualmente acquistato, non c’era altro e alla fine era commestibile!

– Ce ne andiamo giù a Lumera – continuò Jachino – faremo assaggiare a vostra nuora del vero pesce. Lassù al Nord , che ne trovano!-

– Pescati freschi e buttati in padella-

Poi si rivolse a Nerina:

– Il vero pesce fresco, lo riconoscete mentre frigge!-

Continuarono a parlottare sino a notte fonda, pensando alla frittura e alla notte giusta per andare a pescare, perché era col buio che si potevano catturare i pesciolini migliori!

Un sabato pomeriggio della settimana seguente, scesero tutti a Lumera: Turi e Nerina, Don Paolo e Donna Elvira, Jachino con la moglie Donna Carmelina e i quattro figli: Mimmo, Santino, Sara e Francesca.

A Lumera Jachino aveva una casetta a due piani. Sul retro c’era un giardino recintato da un alto muro con sul fondo una porticina che si apriva direttamente sulla spiaggia 

Dopo il tramonto l’intera comitiva varcò la porticina e si portò sulla riva del mare, qui li attendeva Nino, il pescatore amico di famiglia, che aveva già gettato la rete.

I sassi della spiaggia bruciavano ancora del sole del giorno. Un raggio di luna luccicante si allungava sull’acqua.

Santino mostrò la rete. Poi a un cenno di Nino tutti, anche Nerina, iniziarono a tirare e a tirare, finché la fitta maglia emerse gonfia del guizzare di pesci mescolati a lunghe strisce di alghe nerastre.

Pian piano distesero la rete e Nino da esperto pescatore, scelse a uno a uno i pesci e nominandoli con incomprensibili termini dialettali, alcuni li buttava in un secchio e altri li rilanciava nel mare.

Don Paolo si complimentava. Nerina e Turi seduti sulla chiglia di una barca osservavano la scena. E lei intanto pensava: ‘Ecco qua i pesciolini guizzanti al mattino che finiscono in padella la sera’

Alla fine della cernita il secchio si riempì di argentee creature. Gli uomini ripulirono bene le reti  che riavvolte con cura, furono sistemate in un angolo del giardino.

Dopo poco la compagnia era seduta attorno al tavolo di cucina apparecchiato con melanzane e peperoni arrosti e poi abbondanza di pomidori, cipolla, olive e pane di semola.

Le donne avevano messo sul fornello un’enorme padella di ferro. E i pesci, lavati e asciugati furono delicatamente adagiati nell’olio che già sfrigolava.

– Ecco vedete- declamava Jachino – questi non se stanno immobili come bastoncini. Guardate come fanno!-

-Sono freschi, solo i pesci appena pescati si avvitano così mentre friggono- Gli fece eco Nino.

Era vero i pesci si torcevano come serpentelli striscianti nell’erba.

Con un largo mestolo donna Carmelina li tirava su e li deponeva nei vassoi dove era stato steso un foglio di carta gialla.

La frittura fu servita bella calda e in silenzio ognuno si servì.

Nerina mangiava lentamente, stando attenta a togliere e scartare lische, code, teste, …

Turi invece li acchiappava con due dita per la coda e se li infilava in bocca tutt’interi. Nerina lo osservava quasi spaventata, temeva gli restasse in gola qualche spina!

Mimmo, accorgendosi dei suoi scrupoli, ridendo le disse:

-Questi sono buoni così!-

E guardandola si ficcò in bocca due pesci interi dei più grossi. 

-Lassù al Nord non ne trovate!- Esclamò Jachino gustando gli ultimi rimasti nei vassoi.

Dopo cena si spostarono nel giardino. Donna Carmelina, la moglie di Jachino, aveva preparato una meravigliosa granita al caffè. Se la gustarono, intervallando le cucchiaiate con i complimenti alla cuoca perché una granita come quella pochi la sapevano fare!

Si arrivò così al termine della cena. Si salutarono con calore, ripetendo reciproci ringraziamenti e augurandosi all’infinito la buonanotte.

Jachino e famiglia rimasero a Lumera; Nerina, Turi, Don Paolo e Donna Elvira ripresero la via del paese.

Giunsero lassù a mezzanotte passata, l’aria era tiepida e il cielo brillava di stelle.

Camminarono dal parcheggio alla casa, ascoltando, nel silenzio della notte,  il risuonare dei passi sul selciato.

Qualche finestra era ancora illuminata, una sagoma scura si affacciò cauta da un balcone.

– Buonasera Angiolina!- salutò Don Paolo

– Ah! compare, siete voi!-

– E chi volevi che fosse! Andatevene a letto.-

– Buonanotte Angiola!- dissero poi tutti in coro.

-Siamo controllati- continuò a bassa voce Turi e ridendo varcarono la porta di casa.

Un pensiero sul fondo

Mi manca – di Patrizia Fusi

Il CVID-19 mi ha fatto scoprire un confine fuori e dentro di me.

Guardare dalle finestre la vita che scorre fuori, gli alberi che vanno avanti con il loro germogliare.

 Il prato con le margherite che quando c’è il sole hanno le corolle aperte.

 L’airone cenerino che sfreccia veloce su gli alberi del borro.

 Un germano reale con il suo piumaggio colorato, sparisce veloce alla mi vista.

Anche dentro di me ho sentito un limite, pesantezza, l’ho guadata, mi sono resa conto di cosa mi manca, cosa era questa pesantezza.

Mi manca prendermi cura dei mie cari.

Mi manca la loro presenza fisica, il parlarci, sentire le loro voci.

Mi mancano i miei amici, conoscenti, vicini, lo scambiarsi poche frasi.

Mi manca la biblioteca, con tutta quella gioventù silenziosa, ma piena di vita.

Mi mancano i nostri martedì.

Mi manca il piacere di galleggiare nell’acqua il sentimi accarezzare, il muovermi in quel mondo liquido e trasparente.

Mi mancano le passeggiate nella campagna, il rumore che fa l’acqua che scorre nel borro, il brusio che l’autostrada mandava a valle, passeggiate fatte da sola, ma non sola.

Sono undici anni che abito da sola, quasi mai mi era pesato.

Ora sento il peso di questo, il non sentire il suono di una voce che parla con te.

Mi manca il sentirmi dire, lo vuoi il caffè?

Faccio un complimento alla gattina e lei mi risponde con un miagolìo.

Il mio orecchio a volte nel silenzio che mi circonda, ruba i rumori dagli altri appartamenti ed è come vivere un po’ con loro.

Questo limite imposto dalla quarantena finirà, apprezzerò ancora di più tutti gli affetti che ho e tutto quello che mi circonda.

Pescare una storia

Pescare una lei e un lui – di Carla Faggi

Ho pescato una lei ed un lui di tanto tempo fa.

Lei si era innamorata solo perchè era il ragazzo di un’altra.

Lui non capì perchè, ma si innamorò subito dei suoi grandi occhi scuri.

Lei lo guardava come fosse l’unico al mondo, nessuna prima d’ora lo aveva mai fatto. Eppure aveva avuto molte ragazze, alle medie e anche ora che era al liceo ne aveva una.

Ma lei era speciale e lo faceva sentire speciale.

Mollò tutto e si buttò a capofitto nella loro storia.

Dire, fare, baciare, lettera e testamento erano solo per loro.

Ma lei amava la conquista non l’amore, e presto si stancò.

Lo lasciò con una banale scusa per perdersi in altre interminabili conquiste.

Lui rimase lì ad aspettare, ed aspettò tanto, tanto tempo.

Passarono gli anni ed arriva il marzo 2020.

Spippolando, cercando su facebook amici lontani, lui la trova, lei lo trova.

Ricordi, rimpianti, chissà come sarebbe stato se…

Pescare dentro l’anima

Liberazione della follia – di Vanna Bigazzi

Questa è la mia idea sotterranea: l’animo leggero e flessibile raccoglie idee sane. La scintilla, questa volta, è stata il tuffo della follia in morbide acque, dove non le è consentito albergarvi e il pesce, in questo caso, è la libertà che guarisce.

Dove abiti follia?

Ti cerco e tu mi evadi,

ti temo, ma sei molto lontana.

Certo, attenueresti i miei dolori,

ma tu non mi sei amica,

mi porti dei rancori.

Troppo flessibile è il mio centro,

più non sa raggiungere i confini,

solo grossi muri puoi incontrare.

In me calpesti terreno sconosciuto,

in me tu approdi in regioni straniere,

troppo tenero e spugnoso è il mio tessuto,

frutto ne sono gli anni di lavoro.

Potrei solo cullarti ed abbracciarti

e impedirti quell’urto sugli scogli,

dove salda potresti radicare.

Placati dunque follia, in un morbido letto

e poi apri l’ali in vasti cieli aperti,

cercando, pallida, propizie libertà.

Quinto incontro virtuale: scrivere storie è come pescare

Una pagina tratta da:

A pesca nelle pozze più profonde” di Paolo Cognetti

Dunque andiamo a pesca questa settimana, andiamo in giro con l’anima in spalla e cerchiamo un’idea sotterranea, un sentimento che ci attraversa, un sogno che al mattino non ci lascia….Andiamo a pesca con l’animo leggero e con un cestino per raccogliere le prede.

A casa, come siamo ora, mettiamo sul tavolo il nostro “pesce-idea”, la parola trovata, il sogno sognato e sfilettiamolo, togliamo le spine, raccogliamo le polpe più gustose e …..raccontiamo.

Raccontiamo una storia come se pescassimo a mosca, roteando la canna, usando parole come lanci nell’aria…..concentrati, in un nostro mondo sereno…..

La parola scintilla di oggi potrebbe essere:

O R I Z Z O N T I

Oggi la parola ha significato di sconfinata libertà, ma in realtà deriva dal greco “orizon”, a sua volta derivato dal verbo “orizo” che significa LIMITARE, stabilire un confine.

Dalla chiusura di un cerchio delimitato, i nostri orizzonti infiniti sul mondo.

Dove sono?

Ci sono – di Carla Faggi

Il cuore si stringe fino a diventare piccino piccino.

Allora non voglio più accendere la TV. Non voglio più sapere le notizie.

Mi illudo di stare in una bolla che non sa niente.

Ma il cuore continua a stringersi e a diventare piccino piccino.

Penso a quegli infermieri e medici volontari che sono rientrati al servizio dopo essere andati in pensione.

Io al posto loro che avrei fatto?

Ci sarei andata volontaria rischiando la vita?

Sinceramente non so rispondere.

Forse non ci sarei andata.

Forse si.

Forse non sono una bella persona.

Forse si lo sono.

Forse sono egoista.

Forse si diventa eroi per caso, alla necessità.

Forse c’è chi è più eroe di un altro.

Forse c’è chi non è eroe e non ci può far niente.

E in questa cantilena di “forse” mi chiedo cosa e come sarei io?

Non so darmi risposta.

So solo che non voglio più sentire le notizie, non voglio sapere perchè il cuore si stringe fino a diventare piccino piccino.

Nuove prigioni

INSONNIA – di Anna Meli

            E’ notte. Fuori imperversa la tramontana fredda e urlante. Io sola, chiusa in questa casa diventata troppo grande per me, tendo le orecchie allarmata da ogni piccola variazione di rumore. Anche il rodere di un tarlo mi turba.

            Mi alzo senza accendere la luce, c’è già del chiarore che passa attraverso gli spazi dell’avvolgibile. Mi avvicino ed osservo: non c’è nessuno, solo il vento impetuoso che coinvolge in una danza pazza fiocchi di neve di un inverno che non vuol cedere il passo alla primavera. Ciò mi sorprende piacevolmente. Penso che domani ai miei nipotini sarà permesso di uscire un po’ in giardino per toccare la prima e l’ultima neve di quest’anno. E’ da due settimane che sono chiusi in casa come tutti.

            Il mio sguardo vaga spostandosi da destra a sinistra alla ricerca di qualcosa di vivo, ma niente, niente, solo il vento impetuoso che se la prende con tutto quello che trova e lo fa ruzzolare via in una corsa disordinata e violenta.

            Trascorrerà la notte, sarà domani ma non sarà molto diverso; non grida gioiose di bambini ai giardini di fronte, non ronzio di motori sulla  strada principale: negozi serrati e silenzio innaturale. Qualcuno, come me, osserverà tutto questo con la fronte appoggiata ai vetri della finestra, per poco, poi se ne andrà con aria delusa. Il corona virus ha fatto in modo che ci chiudessimo tutti in casa, prigione dorata, impauriti e impotenti ad aspettare che tutto passi.             Ed è lì che ho riscoperto di avere tempo, per fare cose che avevo sempre rimandate ad un poi che non arrivava mai. Ho riscoperto il piacere della lettura, della musica, della cucina e altro. Nessun tipo di chiusura è negativo al completo. Riapriremo le nostre case e i nostri cuori per un domani diverso e migliore? Ne saremo capaci? Io lo spero ardentemente

Il bilancio e la sponda

Sponda – di Gabriella Crisafulli

Tre anni fa, in un torrido agosto, mi sono trovata stesa a letto in una condizione di semi immobilità.

Ero sola.

Non potevo camminare, non riuscivo a badare a me stessa.

Molte cose che mi piacevano come passeggiare e andare in bicicletta, mi erano precluse.

È stato allora che, sentendomi in trappola, in un isolamento parossistico, l’ennesimo della mia vita, pensai alla scrittura come ad un salvagente, per galleggiare nel mare torbido nel quale mi trovavo.

Così, un paio di mesi dopo, fornita di stampelle, sono approdata ad Antella.

Alcune persone le conoscevo, ma i gruppi sono stati sempre il mio problema. Mi manca l’esperienza dell’infanzia.

Mi manca l’autoregolazione.

Mi sento sempre sulle spine.

Mi domando: “Quali sono le norme che valgono qui?”

Esaspero l’attenzione verso gli altri fin quasi ad essere percepita come affettata.

Sono passata attraverso ambienti, lingue, regole sociali, dogmi, … così differenti tra loro da avere alla base una grande confusione che mi rende insicura.

È molto diverso fare la fila nel negozio di alimentari a Palermo, a Milano, a Firenze …: nel Nord non si chiacchiera e le persone dietro di te sollecitano a sbrigarsi.

Una volta una collega mi disse che un suo alunno sudamericano quando era in silenzio, cantava.

Io mi sento quel bambino.

Quando si verifica un disguido patisco molto perché penso di essere responsabile.

Come si fa ad essere schietti?

E se dicendo la mia idea offendo?

Ma il gruppo nel quale mi ritrovavo era protetto.

Sul tavolo intorno al quale ci sedevamo venivano buttate le carte di una partita a poker senza perdite.

Si poteva “vedere”, “rilanciare”, “passare”, “fare buio”, “barare”, …

Il silenzio si alternava alle parole che viaggiavano da sedia a sedia, in un ping pong di sensazioni, emozioni, brividi, …

La stanza si riempiva di vissuti, pensieri, riflessioni, sentimenti, pene, emozioni, … che si insinuavano nella mia mente vuota e la ripopolavano.

Come semi in un giardino deserto.

A poco a poco nascevano piantine.

Mi appigliavo a questi fili tracciati da persona a persona, rammendavo tessuti lacerati, ne tessevo di nuovi.

Aprivo porte, finestre, cieli, ponti, …

Lentamente la mia paralisi affettiva si scioglieva al calore umano.

Mi piaceva scoprire la bellezza delle persone, la loro competenza manuale, cognitiva ed esistenziale.

“Oh, guarda – mi dicevo – si può fare così” e imparavo.

Passo dopo passo sono uscita di prigione, … quasi.

Ho iniziato un viaggio insieme ad altri.

Sono ancora in mezzo al guado, ma vedo l’altra sponda.

Bilancio

La scatola magica – di M.Laura Tripodi

Nei giorni passati, con il sole e le finestre aperte, ogni tanto  qualche ragazzo  intonava una canzone e subito dopo qualcun altro si univa. Oppure dalle case uscivano  musiche a tutto volume per condividere, per sentirsi  insieme, anche a distanza.

Eccolo  il momento. Credevo non sarebbe più arrivato.

E’ una  mattina di fine marzo, venerdì 27 per la precisione. Il vento  soffia come se fosse inverno e le finestre sono chiuse per non far passare l’aria fredda. Non ci sono rumori e  nemmeno  suoni.

Devo allacciare bene la cintura di sicurezza perché conosco la pericolosità del viaggio che sto per fare. Tutto a marcia indietro.

Cerco sensazioni, emozioni, ricordi, qualcosa che insomma mi faccia sentire viva in un momento di storia in cui ognuno è solo, ma tutti siamo accomunati. Come sempre, del resto, ma adesso è proprio evidente.

Con  un senso di tenerezza ripenso ai momenti in cui ho dovuto affrontare situazioni nuove.

Sempre pronta a sperimentare e nello stesso tempo sempre diffidente, insicura, paurosa. Come se il fatto di partecipare contenesse l’aspettativa di un  risultato vincente che mi riscattasse, che mi facesse emergere.

Affondare il coltello nel cuore.

Certo che la storia è costellata da grandi geni e mitici eroi. Ma si parla di migliaia di anni durante i quali milioni di persone comuni erano niente e hanno continuato a essere niente.

Se per niente si intende il non emergere alle glorie del ricordo e della storia.

In quella stanza del teatro io mi sono sentita a volte un’estranea.

Quella sera le luci erano spente. Baluginava un lieve alone attraverso un’imposta e sul tavolo tremolava una candelina.

Sembrava una seduta spiritica e dentro di me ironizzavo su quella che mi sembrava un’assurda messa in scena.

Poi è passata una scatola che conteneva alcuni oggetti. Toccandoli sarebbe successa una magia.

Sempre più perplessa, quando è stato il mio turno,  ho tastato ad occhi chiusi.

Ora non sorridevo più. La mia sufficienza si era sciolta in una sensazione tenera di bambina che guardava affascinata un albero di natale risplendente di luci.

Ricordo ancora l’accelerazione dei battiti del mio cuore e il profumo del muschio del presepio, come se il tempo fosse stato catapultato in una dimensione diversa eppure profondamente conosciuta. Anche allora avevo ingranato la retromarcia.

Il tutto era stato scatenato da una collana di perle. Toccandola era riaffiorato il ricordo di un filo di palline rosse che il babbo avvolgeva meticolosamente intorno all’abete che odorava  ancora di bosco. E accanto c’era il presepe, magico, con i fiocchi di neve fatti con pezzettini di cotone e il muschio sparso qua e là, odoroso anche lui di freddo e semplicità, come solo le cose povere sanno ricordare.

Quando si sono riaccese le luci ognuno ha scritto sulle sensazioni che quella esperienza aveva evocato.

Nessun vincente, solo piccole persone accomunate dalla  diversità. Senza il pudore di volerla nascondere.

Ritrovare la propria dimensione. Coccolarla, capirla. Sopportarla, a volte.

E’ un esercizio difficile che non finisce mai. Forse il segreto sta proprio in questa consapevolezza.