Le ferite e il tempo
Le stagioni del cuore – di Carmela De Pilla

Quante stagioni ha visto il vecchio ciliegio?
Tante.
La sua ampia e folta chioma ancora oggi accoglie e abbraccia gli uccelli di quel paradisiaco pianoro e rende felici i passanti con i suoi delicati fiori e i suoi frutti che tante volte hanno incorniciato i volti delle bambine con buffi e panciuti orecchini rossi.
Eppure sul tronco infinite ferite fanno leggere le tante sofferenze subite negli anni, inverni troppo rigidi, estati troppo torride o primavere poco piovose.
Ce n’è una in particolare ancora più evidente, in quel punto la corteccia si è spaccata in profondità, si è aperta lacerandosi per un lungo tratto, si vede perfino la parte più interna, cosa sarà stato? Chissà.
Ma il vecchio ciliegio lascia scorrere il tempo, continua a sentire l’abbraccio del sole, la frescura del vento, la musica della pioggia e il solletico delle api che succhiano la sua parte più dolce e continua a regalarci ancora la sua bellezza.
Mi ricorda la Gina questo vecchio ciliegio, la sarta del paese, tuttora bella nonostante i suoi ottantaquattro anni, con i capelli bianchi raccolti in una crocchia e profonde rughe sul viso che la rendono ancora più dolce e saggia.
- Sono le tante strade che ho percorso nella mia vita,diceva alla nipote quando le accarezzava il volto, alcune sono superficiali, altre più profonde, ma tutte importanti.
Ne aveva passate tante la Gina, ancora bambina la guerra e la miseria poi un matrimonio voluto dai genitori, tante ferite avevano graffiato il suo fragile cuore, ma quella più profonda è stata la perdita del figlio ancora cinquantenne.
Quest’ultimo dolore l’aveva devastata, aveva distrutto la sua parte migliore, come poteva accettare di sopravvivere al figlio?
Ogni giorno era diventato per lei un macigno sulle sue deboli spalle e sempre di più ne rimaneva schiacciata fino a perdere il respiro.
- Tesoro mio, purtroppo non si muore di dolore sai? Se così fosse io non ci sarei più, diceva alla nipote che andava a trovarla per portarle un sorriso.
Rimase nel suo dolore per un tempo indefinito, non riusciva nemmeno più a percepirlo il tempo, si lasciava vivere in una dimensione che non le apparteneva senza provare più piacere per nessuna cosa.
E invece fu proprio il tempo a sostenerla in questo lungo cammino fatto di sofferenza, di silenzi e solitudine perchè il dolore non si racconta, si prova e basta, scava dentro e disegna ferite profonde che il tempo amico trasforma poi in cicatrici.
Il suo macigno diventava di giorno in giorno meno pesante e la Gina ricominciò a vivere nel presente, ricominciò a sentire i profumi, i sapori , quel giorno fu contenta di preparare la ribollita per la nipote e si stupì quando vide i narcisi appena sbocciati nel suo piccolo giardino, finì anche di leggere quel libro che aveva tenuto sul comodino per molto tempo.
Quella ferita si stava pian piano rimarginando, diventò una cicatrice, visibile è vero, lei lo sapeva che c’era, la teneva nascosta agli occhi degli altri, la curava, ma era sempre lì a ricordarle il vuoto, la mancanza, l’antica sofferenza tanto che in alcuni momenti si ritrovava ancora le lacrime sul viso.
Non era morta di dolore la Gina perchè le ferite non sono per sempre, se così non fosse come faremmo a portare sulle spalle le ferite di una vita?
Ferite pasquali
Ferite – di Rossella Gallori

Un delicato macramè rosso sangue sbiadito troneggiava, tra piccoli pulcini gialli, immobili spettatori di una Pasqua muta e calda, come un pesce agonizzante su una spiaggia dorata e deserta, gli ovetti colorati traballavano ad ogni spalancar di finestra, le foglie di olivo si stavano accartocciando prima ancora dello scioglimento delle campane…la Menorah era polverosa come l’ ex voto d’argento, per la par condicio, che mi era stata insegnata da sempre… ed aveva arrecato più danni della grandine….scoppiò all’improvviso il piccolo flacone d’acqua di Lourdes, stretto tra il piccolo uovo di fine cioccolato al latte ed un’immensa gallina di cencio….
Si è la Pasqua della paura, dell’ansia della voglia di fare tre passi in più per essere fermati, ammoniti…ma identificati come esseri umani e non da maiali in cassetta, dal futuro incerto di prosciutto economico…
Mi devo svegliare…alzarmi…farmi di caffè e biscotti buoni…guardare il telefono…accendere la televisione, anche se non son nemmeno le cinque del mattino, un mattino già tiepido e cinguettante di uccelletti rompipalle……
Tra repliche e filmacci, scopro un canale sconosciuto e famigliare che si allontana e si avvicina in un caleidoscopico frullare di immagini…un libro di poesie mai pubblicato per mancanza di soldi e d’amore verso me stessa, un viale di cipressi spettinati ed incombenti, una divisa verde bottiglia, prematura ed indispensabile, un vestito da sposa dai colori di una serra disastrata, i racconti strappati, le amicizie perse, quelle sbagliate, case senza luce, luci senza ombre, libri mai letti, occhi che non sanno guardare davanti, silenzi cattivi inconsapevoli del male che fanno…poi…poi…
Mi devo svegliare!!!!!
Spengere il “canale delle ferite” fare altro caffè, imburrare il pane appena tostato, spalancare le finestre, accarezzare il gatto, dargli cibo buono e goloso, accertarmi che i miei gioielli finti siano al loro posto, anche se un po’ ammaccati ci siano, mettere il mio profumo anche se forse non esco, metterlo per me, per farmi capire che lo merito anche oggi che, una televisione stronza trasmetteva le mie ferite, per renderle pubbliche…
Cambio colore di ombretto, indosso qualcosa di carino anche se mi va un po’ stretto, recito la solita preghieruccia striminzita, cerco i braccialetti più vistosi, gli anelli più grandi, cerco la voce di mia figlia su un telefonino che è piu acari, che numeri…. spengo la radio, ascolto le sue ultime parole ritmate da pause che… Stanislavskkiy insegna…NESSUNA FERITA È PER SEMPRE….
Scopro che lo sapevo già, rispondo a chi non c’è: ma fanno male, sa dottore, ad ogni cambio di stagione, ad ogni spintone, ad ogni …troppo freddo …troppo caldo…ad ogni abbandono, ad ogni ansia, ma ce l’ho quasi fatta, sa, a diventar vecchia, ad esser quella che sono, ad aiutare gli altri, a dare a prendere….ad avere figli, a restar dove sono, a non scappare….a scrivere senza vergogna, a non pagare per esser letta…a vivere con i miei fantasmi…che non mi fanno più paura, anzi mi hanno insegnato a dire grazie a chiedere scusa…. a cantare da stonata, a leggere da strabica….
Stacco la spina, per paura che si riaccenda da sola, la radio impiastricciata di marmellata d’ arancio, saluto in modo poco elegante il dottor…..cavolo ma come si chiama….Mo, More….poco importa, francamente me ne frego, indosso la mascherina ed esco…a portar fuori un cane che non ho…..
Natura ferita
Inondazione – di Luca Di Volo

Veramente questa volta avrei poca voglia di parlare di ferite e imperfezioni, tutti argomenti degni di miglior disquisizione di quella che oggi mi sento di fare.
Sì perché ora mi sento sopraffatto da una vera e propria “inondazione”. . Ma se non piove. . dirà qualcuno. .
No. . l’inondazione non è fatta di acqua sconvolgente. . quella che sento io è sempre sconvolgente, ma è fatta di luce, splendore, colori che assordano, canti che ci trapassano melodiosi, e su tutto c’è la firma di Lei…di questa incredibile Natura che ora si manifesta in questo modo straripante, quasi provocatorio, sembrerebbe.
E una sera, nel mezzo crepuscolo con Venere che brilla quasi insolente ad Ovest, (“lo bel pianeta che d’amar conforta”…e qui la citazione ci sta). . una sera, dicevo, io questa Natura l’ho proprio VISTA.
Su un terrazzo abbandonato accanto al mio (proprietari Milanesi. . )era distesa su cuscini morbidi. . uno svolazzio di uccellini multicolori e iridescenti la circondava portandole doni, chi un chicco di grano, chi il nettare di un fiore, ognuno per la sua, appunto Natura.
E l’aspetto…già. . cosa mi sembrò di vedere nelle ombre che avanzavano. .
Una bella donna…non mi ricordo se nuda o splendidamente abbigliata, ma non importa.
Invece m’importa ricordare che la sua irresistibile bellezza era offuscata da qualche piccola contusione. . non sembravano gravi ma stonavano maledettamente su quel volto superbamente bello.
E infine il vento fischiando maliziosamente tra le siepi, alla fine portò melodiosa una voce.
Era la sua, , ne ero certo. E io ascoltai, allievo indegno ma rapito. Seppi della sua gloria e di come noi superbi e miserabili omuncoli l’avessero offesa e maltrattata, delle cicatrici che le avevamo inferto per la nostra ingordigia. . e di come lo splendore che era intorno fosse la sua risposta. . come a dire :”Io resto, piccoli nani presuntuosi, e guardate cosa posso ancora fare. . per voi…No, il covid non ve l’ho mandato io. . sono cose che si decidono molto molto più in alto. . e io non ne so nulla. . però so che è un avvertimento. . un invito a riflettere. Siete spaventati, eh? E sapete delle cinque estinzioni di massa del passato. . e vi chiedete con terrore se questa non possa essere la sesta. . Non posso rispondervi. Tenetevi la vostra angoscia. Io intanto generosamente vi do la Primavera, i fiori e la struggente dolcezza dello zefiro. . e ve la do gratis. . solo perché possiate riflettere sulla vostra insolenza. . e se vi riesce, cambiare il vostro mondo. ”
Questo mi parve di sentire nel crepuscolo di quella sera. . e forse il vento portava a me le mie stesse parole.
Ferite e metamorfosi
Metamorfosi delle ferite – di Vanna Bigazzi

Vorrei lasciarvi, ferite del passato,
ma anche vi cullo sia pure non gradite:
mi tormento, mi faccio del male.
Poteste voi sparire per magia…
Ma un chiodo fisso scalfisce la mia mente,
purtroppo, dentro, vi devo macerare.
Appartenermi, accogliervi ed amarvi,
aprire un varco per poi farvi volare.
Dritto sentiero vi porterà lontano,
scortando il mio dolore diluito.
Solo allora uno spazio s’intravede,
a separare la marea dal cielo:
una lingua di terra di nessuno,
attende il tuo germoglio per fiorire.
Qui non vi è il bene e non vi è il male,
qui l’istinto di vita può creare,
la tua stabilità ricostruire.
Cogli quell’attimo e risorgi,
animo mio frustato e delirante;
questo è il momento buono per sbocciare
e ancora nuovi lidi calpestare,
con arte in seno vestita di diamante
Ferite e ricordi
La testimonianza delle ferite – di Maria Laura Tripodi

Oggi si parla di ferite. Mi guardo allo specchio e le vedo nelle mie rughe. Mi sposto per casa e capisco che non sono agile, che le giunture scricchiolano e se provo a cantare la voce mi esce non limpida e un po’ stonata. Forse semplicemente è una voce stanca.
Eppure fuori c’è il sole. Provo a mettere su un CD di quelli vecchi con Cocciante che mi ricorda la disperazione e Battisti che mi istiga al rimpianto.
Mamma mia. Ho proprio bisogno di star male e mentre me lo confesso sorrido. Allora cerco il silenzio. Non quello intorno perché negli ultimi tempi di quello ce n’è in abbondanza. Ma no. Ho sbagliato. Quello non è silenzio, quello è pace, pacatezza, armonia. Quello che serve per l’ascolto.
No, parlavo di un altro silenzio, quello difficilissimo da trovare perché sta proprio in fondo in fondo, dove spesso è troppo scomodo frugare.
Chiudo le finestre, faccio tacere la musica. Mi sistemo nel mio angolino preferito e chiudo gli occhi.
Cerco lo spazio dei ricordi, proprio quelli più cattivi che continuano a graffiare nonostante la pelle sia diventata come di plastica.
E lì che devo cercare. All’origine dei dolori ci sono ferite forse insanabili, ma io ci sono affezionata. Sono il mio trascorso, sono tagli che hanno sanguinato e proprio per questo mi hanno costretta a guardare. E poi a cercare di fermare il sangue, disinfettare la ferita, curare giorno per giorno con amorevoli medicazioni.
Oddio, non sempre amorevoli.
A volte con stizza ho strappato le bende perché sentivo che sotto sotto la ferita produceva ancora e che le fasciature servivano solo a nascondere.
Quando si cade le ginocchia sono le prime a toccare terra.
Prima sono state ginocchia di bambina poi di adolescente, poi di giovane donna.
Sempre sbucciature dolorose sullo stesso punto, prima che la ferita precedente si fosse risarcita.
Ma tutte le volte mi sono rialzata adattando la cura a seconda degli strumenti che avevo a disposizione.
Nel mio oggi, in questo silenzio che però contiene i piccoli, semplici rumori della quotidianità, io so che le mie ferite non sanguinano più, ma restano le cicatrici, testimoni sornione di quello che sono stata e di quello che mi hanno insegnato ad essere.
Ora e qui.
Ferite di primavera
Emozioni – di Sandra Conticini

Sono anni che non veniva una primavera così , con un sole splendido e caldo, nel cielo non si vede una nuvola nel raggio di chilometri. Diverse volte nei giorni di Pasqua o nei ponti di fine aprile sono andata a fare girate al mare o in montagna e pioveva, era freddo, a volte ho trovato anche la neve!
Quest’anno, che dobbiamo stare chiusi nelle nostre case, di acqua, nuvole e freddo non vi è traccia.
Da un mese sono chiusa in casa, non pensavo di farcela. I primi giorni volevo uscire, poi quando era il momento di aprire la porta rinunciavo, perchè mi accorgevo che avrei sbagliato e una volta fuori mi sarei sentita fuori posto. I giorni passano, alcuni meglio altri non troppo bene, e siamo a sperare che questa situazione passi in fretta, pensando che tutto torni come prima, ma non credo sia tanto facile.
Eravamo sempre in giro, cinema, teatri, concerti, ristoranti, cene, viaggi, aerei, treni, ora nessuno si fida dell’altro, ci evitiamo. Quando siamo fuori con le mascherine non si respira,le mani dentro i guanti sudano, e chissà ancora per quanto tempo dobbiamo continuare ad uscire in questa maniera.
Nessuno poteva immaginare una cosa così devastante da mettere in ginocchio il mondo.
Tutto dorme in questo periodo, è tutto ovattato, ogni tanto si sente passare qualche macchina, l’abbaiare di un cane o il cinguettio di qualche uccellino, ma quando piano piano tutto si risveglierà riusciremo a vedere la vita in un’altra maniera, meno affannata e di corsa, o ritorneremo come eravamo? Io penso che, dopo un primo periodo, tutto sarà come prima perché l’uomo, purtroppo, si scorda quello che non vuole ricordare e ritornerà a fare gli stessi errori.
Ferite e guarigioni
Nessuna ferita è per sempre la stessa – di Vanna Bigazzi

Mi è piaciuto molto il video di Morelli: “Nessuna ferita è per sempre” e condivido ciò che sostiene, trovandolo terapeutico anche se non radicalmente. L’allontanare le ferite, quasi non ci fossero mai state, o meglio ignorarle per volgere in positivo i nostri pensieri, non fa guarire le ferite. E’ ovvio che non dobbiamo farcene uno scudo per non progredire, cullandoci nella nostra infelicità e depressione ma non possiamo nemmeno dimenticarle (anche perché sarebbe irrealizzabile) volgendo in positivo i nostri pensieri e così, magicamente, guarirle. Sono convinta invece che queste si possano elaborare, attenuare e poi anche superare, riuscendo a non soffrirne più. Distogliere il pensiero da queste, per indirizzarlo verso ciò che ci piace e ci fa star bene, può risultare efficace come il “battere la mano sulla spalla” ad un amico che ti fa partecipe del suo dolore. Può invece essere utile non esasperarle, trattarle terapeuticamente o in alcuni casi anche da soli, purchè non ci facciamo, prima, fagocitare dall’abbattimento assoluto. Al confine fra la depressione e l’inizio della ripresa psicologica, esiste un piccolo interstizio, una lingua di terra di nessuno nella quale con l’intuito, l’intelligenza e la volontà propria dell’istinto di vita, possiamo accedervi anche se con sforzo e ricerca interiore. Se riusciamo a penetrarvi, lì scocca la scintilla, quello può essere l’inizio di una resurrezione. Condivido invece pienamente il concetto di Morelli relativo al “germoglio interiore” che ognuno di noi ha in sé e che deve coltivare e curare, perché fiorisca. Questo germoglio possiamo trovarlo proprio in quello spazio interstiziale, in quella terra neutra, non ancora coltivata ma neanche sterile, in quella possibilità che la nostra natura “creativa” ci ha messo a disposizione e che dobbiamo cercare di trovare, nonostante le avversità. Tanti anni fa, quando mi occupavo solo di terapia infantile, una mamma mi sottopose il caso della sua piccolina di soli otto anni, che poi ho seguito nel tempo (aveva subito un trauma in famiglia). Il disegno che la bambina mi propose è stata una delle più grandi lezioni di psicoanalisi che io abbia mai ricevuto. Nel disegno vi erano due immagini, tipo due foglie strette e allungate: una di un rosso vivo, l’altra di un pallido rosa. Vicino, ma separato, aveva disegnato un ago con la cruna e il filo inserito. “Vede signora” mi disse “queste sono ferite profonde, una è sanguinante, l’altra è chiara, non fa più male, ma quest’ago non può ricucirle, è anche inutile aver infilato il filo. Vanno lasciate stare, pian piano quella col sangue si schiarirà e non sarà più pericolosa. Credo non sia necessario commentare. Pensai: “Questa bambina diventerà una psicologa…” Ma mi sbagliavo, la ferita grave, pur col passare degli anni, ha lasciato il suo segno. Gemma, così si chiama la bimba ormai divenuta una ragazza, pur con l’aiuto necessario, non ha potuto intraprendere l’università, anche se le sarebbe piaciuto, perché la sua emotività, non certo la sua intelligenza, non glielo ha permesso. E questo è il punto cruciale (la ferita grave non può guarire, né può essere evasa.) Gemma è diventata una bellissima persona, attiva e capacissima nel suo lavoro, è felice con il suo ragazzo, ha molti interessi, programma viaggi e vuole crearsi una famiglia…
Felicità in perle
I nostri occhi più belli – di Stefania Bonanni

Mi piace trovare accanto al letto quelle vecchie ciabatte comode, che ciaff ciaff ciaff ciabatteranno dietro di me tutto il giorno, chiacchierone.
Mi piace fare la doccia subito la mattina, lasciare l’acqua calda che mi passi e ripassi addosso, mi accarezzi, mi lisci, mi renda lucida.
Mi piace trovare un po’ di caffè rimasto nella caffettiera dalla sera prima. Penso, prima di arrivare in cucina: “se trovo un po’ di caffè, sarà una buona giornata”. Se però non lo trovo, e faccio un caffè nuovo sono contenta del suo odore prepotente, fresco e antico, che arriva dappertutto e che è quello di tutte le nostre case, la mattina, e lo è sempre stato. E sarà una buona giornata, finché ci sarà caffè.
Mi piace sedere in terrazza, quando c’è solo uno spicchio di sole nuovo. Mi piace sapere che c’era anche di notte, il sole, aveva solo nascosto la faccia.
Mi piace questo silenzio. La quiete. Nel frastuono non da’ fastidio nulla. Nel silenzio ogni cinguettio è un’opera sinfonica. Si sta attenti a non perdere un trillo, sembra cinguettato per te.
La quiete rende tutto immobile, una brezza leggera la colora.
Mi piace leggere. Mi piace distrarmi. Ripensare, pensare ad altro. Poi tornare e riannodare i fili della storia interrotta.
Mi piace lasciar dormire chi dorme. Mi piace chi dorme. Mi piace chi si sveglia e mi abbraccia.
Mi piace disegnare, perché non sono capace, ma è una magia scoprire che proporzioni sempre uguali, formino facce così diverse. Mi piace disegnare donne. Con tanti capelli e vestiti fatali o nude, raggomitolate.
Mi piace cucinare cose divertenti. Verdure colorate, pomodori, carote, piselli. Mescolare frutta, azzardare insalate. Fiera, quando non avanza nulla.
Mi piace scrivere, mentre sto facendo altro. Rincorrere pensieri, vestirli di parole giuste. Non parole per piacere, ne’ per fare effetto. Che ci sia un motivo per riempire queste bellissime pagine bianche. Non servono parole di paura, di rabbia o di disperazione. Se il cuore è pieno di tristezza, la cura è cercare il buono ed il bello, e che ci piaccia così tanto da spiaccicare il resto. E portarselo negli occhi, per un’ora, un minuto, una notte, per sempre. Dentro agli occhi.
Mi piace guardare negli occhi.
Paolo ha gli occhi verdi. Come quei coccodrilli al sole, con le palpebre abbassate a metà su occhi che sembra guardino solo davanti. Mai fidarsi, pensare che non ti veda. Ieri lo guardavo da vicino. C’ero io tra lui ed il sole, ed ho scoperto che ha occhi più chiari, ora sono forse verde mare, addirittura sull’azzurro. Può essere la vecchiaia, o la vista calata, o che fossero occhi dolci, per me. La Franci ha occhi d’oro, Ricca gli occhi della mia mamma. Ci siamo mescolati, nei loro occhi. Sono andati per il mondo con loro, i nostri occhi, hanno visto nascere bambini .
Ferite e cure
Caffè e latte – di Carla Faggi

Ho un sogno ricorrente.
Per ricorrente intendo che sono tanti anni che a volte ritorna e io lo riconosco.
Più che un sogno è una situazione e uno stato d’animo con varianti via via diverse.
Sono oggi da adulta in casa dove ho trascorso la mia infanzia, con i miei genitori ancora giovani.
Sono stata lasciata da un qualcuno che amavo, mi sento sola, vorrei telefonare a della amiche per sentirmi meno abbandonata ma non trovo i numeri di telefono. E non trovo neppure il telefono. Lo cerco affannosamente ma non lo trovo.
Lo stato d’animo è sofferenza, abbandono, solitudine e fortissima impotenza.
Forse sono ferite del passato che non riuscendo a farsi ricordare nel presente si insinuano nel sogno.
Le sensazioni sono così forti e vere che è come se vivessi un’altra vita.
Poi mi sveglio e sono sollevata di essere in questa.
Mi faccio un caffellatte caldo con tanti, tanti biscotti.
Adoro il caffellatte, adoro il caldo e adoro i tanti biscotti.
Me li gusto tutti e mi dico: io sono qui e sono questa!
Ferite aperte
Ferite di oggi – di Cecilia Trinci

Sono meno di cinquecento passi. Li ho percorsi stamani, uscita prima delle otto per andare al forno a comprare il pane e poche altre cose. Un viaggio, con mascherina soffocante e guanti di gomma, vissuto passo dopo passo gustando l’aria fresca, il canto sottovoce di migliaia di uccellini felici e mentre il respiro si faceva difficile per tutti quegli ostacoli sulla bocca e sul naso ho alzato gli occhi su un cielo pallido e azzurro, indisturbato dalle nostre paure e follie. Ho assaporato ogni piccolo pezzo di quel percorso, lentamente, come se ogni passo fosse il primo e l’ultimo di tutta la vita. L’asfalto sconnesso, i piccoli sassi sparsi, la rete del giardino del centro Tecnico di Coverciano con i suoi prati, al di là, verdissimi e soli. La siepe di leccio altissima, ancora ben pettinata e i merli che zampettano sul bordo dei campi di calcio deserti, il fresco piacevole che sfiora quel poco che rimane scoperto del viso. Ho pensato alle musulmane con il chador, al caldo che verrà, alle mattine pulite e ignare di solo poche settimane fa, alla vita che scorreva affannata, scaraventata ora nell’angolo dei miraggi. Dicono “passerà” ma non so se ce la farò io a vederla passare, se sarò in tempo a ritrovare i miei bambini che crescono senza di me, se questi cinquecento passi, che diventano mille andata e ritorno, potranno tenermi sveglia e viva per un futuro che già era diventato corto e incerto di suo. Torno indietro con una spesa parca eppure preziosa, conquistata, conto gli ultimi passi e ho paura a rimanere ancora fuori, appoggio appena lo sguardo sullo scivolo dove giocavo incosciente con i miei bambini, lo scivolo vuoto, muto, terribilmente triste che non voglio guardare e giro l’ultimo angolo di questa doppia L che è diventata i miei 10 minuti di aria e rientro in casa come fossi braccata da qualche mostro invisibile. Torno, chiudo, aspetto. Un altro giorno comincia.
Le ferite e le cicatrici
Codice 048 – di Laura Galgani

Se io fossi le mie ferite sarei prima di tutto un “Codice 048”, quello che la mia dottoressa scrive in alto a sinistra sul ricettario regionale quando mi prescrive una semplice analisi del sangue.
Le cicatrici ci sono, eccome. Due melanomi ed un epitelioma, altri tre nei sospetti, tolti prima che diventassero pericolosi, me ne hanno lasciate. E perdonatemi se parlo delle cicatrici “di ciccia”, perché lo sappiamo, sotto la ciccia c’è l’anima, e tutto il resto.
Per la ASL sono una malata di cancro, ma per me?
Ricordo la mia delusione quando, diversi anni dopo aver tolto il secondo melanoma, tutta raggiante mi presentai al centro prelievi dell’Annunziata per ricominciare a donare il sangue, come facevo da giovane. L’infermiera mi accolse con un bel sorriso, mi fece le prime domande, iniziò a riempire il modulo; “beh, è un po’ magrolina… ma ci arriva a 50 kg?” E io, un po’ barando “Sì, sì, più o meno…” e dopo: “Malattie importanti?” “A parte due melanomi dai quali sono perfettamente guarita…” Non mi fece neanche finire. Poggiò la penna sul tavolo, spostò il modulo e cambiò completamente espressione: “Vede, signora, ci credo che lei sia perfettamente guarita, ma per noi lei rimane una paziente oncologica, e come tale non può più donare il sangue.” Mi alzai senza dire nulla e uscii dalla stanza a testa bassa. Avevo voglia di piangere. Io non mi sentivo affatto “una paziente oncologica”. Dentro di me lo sapevo di essere perfettamente guarita. Non so che cosa mi abbia fatto più male, in quel momento: se mettermi davanti a me stessa con quella etichetta stampata addosso, nella quale non mi riconoscevo affatto, o pensare di essere vista dalla società, dal mondo esterno, come tale. Un po’ come Gregor Samsa, che nella “Metamorfosi” di Kafka si sveglia una mattina e nel suo letto scopre di essere diventato uno scarafaggio. Ecco, io non ho mai, ma proprio mai pensato né sentito di essere diventata uno “scarafaggio”. Non ho colpa della malattia che mi è arrivata addosso ad appena 33 anni. So però che da qualche parte una spiegazione c’è a questo “inciampo”: nelle maglie della mia storia familiare, nello spazio che si dilata, nel tempo che è circolare e torna su sé stesso, da qualche parte c’è, e forse un giorno ci arriverò. Ma nel frattempo? Non posso fermarmi a quelle cicatrici. Cerco di vivere nel mio “qui e ora”, del quale sono l’unica responsabile. Perché sono io che decido quali colori usare per dipingere il mio presente. Quello spazio creativo perenne è dentro di me, lo sento aperto, vivo, esplorabile, conoscibile. Mi ci addentro e mi ci lascio fluire, e da là tutto osservo, accarezzo, contemplo, senza mai dire “è mio.” E mi sento libera.
Ferite
Nessuna ferita è per sempre – di Patrizia Fusi

Sono sull’autobus, sono le quattordici, sto andando al lavoro.
Ho un grande peso sul cuore.
Ieri il mio compagno ha preso parte della sua roba e è andato in un appartamento a vivere da solo, si è innamorato di un’altra.
Riflessioni, dubbi, domande, dove ho sbagliato, sentirsi inadeguata, brutta.
Questo pensare mi manda in tilt il cervello, mi fa male persino pensare a quello che ho da fare oggi pomeriggio, sento che non devo e non posso per ora più pensare, decido di spezzare il mio riflettere.
Inizio a focalizzare lo sguardo su tutto quello che mi circonda, su le persone che sono intorno a me, dal finestrino il sole illumina tutto, sul bordo della strada i fiori di campo formano piccole macchie di colore.
Ecco la casa cantoniera, abbracciata nei sui tre lati dalla terra della collina, ha un piccolo giardino sul davanti.
Alla fermata sale una signora dai capelli rossi.
Continuo a guardare le case, dalla loro forma architettonica cerco di individuare il periodo in cui possono essere state costruite, le persone sui marciapiedi le guardo le scruto, salto velocemente da un’immagine all’altra, questo guardare mi allontana la sofferenza che ho nel pensare.
Sono arrivata a lavoro, incontro alcuni miei colleghi, mi sembrano che tutti loro siano felici, lavorare mi fa stare meglio.
Il contatto con i clienti, il parlare con loro, i loro sguardi mi fanno sentire bene, il cuore mi diventa più leggero.
La vita continua.
Sesto incontro virtuale: nessuna ferita è per sempre
Elogio dell’imperfezione – di Raffaele Morelli
Ascoltiamo bene questo video. Contiene molte parole “scintilla”….ognuno può trovare la sua!
Una scintilla può essere ALTROVE.
Oppure IMPERFEZIONE
Oppure FERITA (ma nessuna ferita è per sempre)
Oppure RICORDO.
Mi piace l’idea di Morelli per cui I BUONI RICORDI SONO QUELLI PER IL FUTURO, quelli cioè che danno luce nuova e buona sul presente.
E ancora:
I ricordi buoni non sono quelli che ci tengono legati alle nostre ferite, ma sono quelli che ci danno indicazioni positive per vivere meglio il presente.
Pesci intorno a noi
Ho pescato nel fiume…..
Una storia di vicinato – di Chiara Bonechi

Non ho avuto bisogno di allontanarmi troppo, l’ho trovata lì, a due passi da casa mia, l’ansa del fiume dove mi sono fermata e ho teso la canna in attesa di una storia.
Ho pescato quella di una casa a due piani e dei suoi abitanti.
La casa è all’interno di un cancello verde, al centro di un piazzale di ghiaino, la vedo dalla mia finestra.
Intorno al piazzale aiuole con rosi, ranuncoli gialli e un albero di pesco.
La porta d’ingresso è dalla parte opposta al cancello e dalla strada si vedono solo le finestre, le stesse sopra e sotto.
La casa fu abitata da due fratelli, ciascuno con la propria famiglia, moglie e un figlio maschio il più anziano, moglie e una figlia l’altro.
L’appartamento di sopra si diversifica dal sotto per una veranda che sporge verso il fiume sul confine, è quindi leggermente più grande oltre che più luminoso .
Ed è forse perché più grande che insieme al figlio minore abitava la mamma dei due.
Oltre la casa si estende un grande appezzamento di terra diviso a metà, il confine è segnato da un filare di viti.
Appena ho abitato la mia casa vicino alla loro, soprattutto a primavera e in estate , seduta sul terrazzo ho iniziato a conoscere i due fratelli che, al ritorno dal lavoro, si fiondavano nel campo a fare l’orto o la vigna.
Anche le rispettive mogli uscivano di casa nel tardo pomeriggio e anche loro zappettavano per abbellire una parte del campo con vasi di fiori.
Dei loro figli, cugini con poca differenza di età, ricordo le voci melodiose, entrambi avevano il dono di saper cantare come usignoli.
L’armonia che si respirava osservando quel brulichio di persone laboriose mi teneva compagnia.
Un giorno, lo ricordo caldissimo, ero nel bagno a farmi i capelli, quando fra il rumore continuo del phon sentii un gran movimento di ghiaia spostata e grida.
Ebbi l’impressione che qualcosa di grave stesse accadendo e non resistetti dall’affacciarmi alla finestra.
Fu un attimo ma in quell’attimo riuscì a vedere il fratello maggiore che, con un forcone in mano, rincorreva la cognata e lei strillando e correndo cercava di salvarsi infilandosi nella porta di casa.
L’immagine mi terrorizzò.
Non ho mai saputo qual era stata la miccia che aveva innescato tanto fuoco.
Seppi poi da confidenze ora dell’uno ora dell’altro che le divisioni degli appartamenti con annessi aiuole, marciapiedi e terreno non li trovava d’accordo e mai li trovò.
Per anni abbiamo sentito grida, si sono visti arrivare carabinieri più volte in protezione di chi si sentiva attaccato, finché il fratello del piano di sopra si è trasferito e l’appartamento è stato affittato.
Il più anziano ha trovato così la sua pace o per lo meno sembrava ed ha continuato a trascorrere ore in quel campo lavorando l’orto e la vigna; regalava con piacere a noi vicini insalata, zucchine e pomodori freschi in cambio dell’attenzione ai suoi sfoghi.
Era un buon uomo, affettuoso e generoso ma quelli che lui sentiva soprusi gli facevano scattare una rabbia furibonda, incontrollata.
Eppure tante sere d’estate, soprattutto dopo la morte della moglie, mi ha fatto compagnia appoggiato alla rete di recinzione guardandomi annaffiare e impartendo consigli su come curare le piante.
Io lo ascoltavo, era davvero sapiente in questo.
Poi si è ammalato e le forze per lavorare il campo lo hanno lentamente abbandonato.
Mi diceva “chi sa che ne sarà di tutto questo quando io non ce la farò più!”
Aveva ragione. Dopo la sua morte ho visto il degrado di quella casa e del terreno intorno ed ho rivisto il fratello che ha messo in vendita il suo appartamento
Ricordo un pescatore
Ricordo un pescatore – di Sandra Conticini

Era bello andare sul molo al tramonto e vedere tutti quei pescherecci che partivano per andare a pescare. Mentre passavano alcuni pescatori ci salutavano e si allontanovano piano piano finchè non scomparivano laggiù dove pensavo che finisse il mondo. Erano tanti e grandi, poi in mezzo c’era qualche barchetta piccola che pensavo dovesse affondare da un momento all’altro. Tutte le barche avevano 2 o 3 reti che venivano buttate giù e ritirate su con una manovella e questo era il lavoro per tutta la notte. La mattina all’alba, quando rientravano, in faccia ai pescatori si poteva leggere o l’emozione o la disperazione in base a come era andata la pesca.
Era bello vedere scaricare le cassette di piene di pesce fresco, alcuni erano ancora vivi e a volte sento ancora il sapore di quel pesce che ora non riesco più a trovare.
Una volta un pescatore molto anziano ci raccontò che per fare quel lavoro ci vuole molta passione, ma anche competenza perchè bisogna conoscere i venti, le correnti e spesso si parte con l’idea di andare in un posto, poi durante la navigazione si cambia rotta perchè non è possibile.
La sua vita era stare sotto le stelle a cielo aperto con la brezza del mare in faccia in attesa che sorgesse l’alba, ma a quell’età non lo poteva più fare.
In tanti anni passati in mare ho sempre detto: -Vado a pesca e non vado a lavorare –
Acqua di fiume
L’ACQUA DELL’ARNO – di Simone Bellini

Ditemi, l’avete più visto l’Arno in questi tempi di quarantena ?
Il colore dico ! Un colore pulito, trasparente come mai l’avevo visto.
E l’aria ? Avete respirato quest’aria incredibilmente nuova, pulita, tersa, fresca in queste giornate limpide piene di sole.
LO SO, NON SI PUO’ USCIRE !
Ma vedere una Firenze meravigliosa, bellissima, con le sue strade a misura d’uomo deserte, libere da qualsiasi nevrosi, dove ci sono solo i cani che portano a spasso i loro padroni con la museruola, dove la poca gente vuole assaporare l’ebrezza di camminare nel mezzo di strada in questa assurda domenica dove regna un silenzio irreale, rotto soltanto dalle sirene delle ambulanze che ci ricordano la terribile realtà che stiamo vivendo.
Beh, tutto questo mi fa pensare che la NATURA, stufa di tutte quelle false promesse di quegli omuncoli che si credono onnipotenti , ha detto BASTA !!!
Ci ha fatto capire che ci può distruggere con un nulla che nemmeno si vede, una semplice, maledetta influenza.
La puoi deturpare quanto vuoi, la NATURA vince sempre e la sua potenza è devastante.
Un pesce all’amo: e sono peonie
Le peonie del compleanno – di Stefania Bonanni

Quella che era loro è una casetta ad un piano, larga e bassa. Davanti il giardino “per figura”, dietro l’orto all’antica, con i fili per stendere i panni, la tavola rotonda di pietra in mezzo, il capanno per la legna e la pergola rivestita di grappoli d’uva, a settembre. Tutto perfetto. Casa tinta di giallo, persiane verdi lucidissime, gerani rossi alle finestre. Una cura attenta e precisa, ma minuziosa, piccola, invisibile a sguardi veloci.
La casa è divisa in due parti esattamente uguali, in orizzontale. Due terrazzini confinanti uguali, due porte d’ingresso vicine ed identiche, lo stesso numero di finestre sulla facciata, tre a destra, tre a sinistra. Due fratelli, gli abitanti. Mi hanno raccontato che si trasferirono qui appena sposati. Due famiglie nuove di zecca, una a destra, una a sinistra. Si erano sposati a distanza di poco tempo, ma avevano fatto un’unica grande festa: nell’orto dietro alla casa gialla appena costruita. E ci hanno trascorso la vita, in quelle stanze vicine. Con i figli, con i drammi, con le gioie, con le malattie delle mogli, con i nipoti ogni tanto in visita. Quando li ho conosciuti io, facendo un po’ di conti, dovevano avere circa settantacinque anni, più o meno. Vent’anni fa. Uno era un paio d’anni più giovane dell’altro, ma non ho mai saputo chi. All’epoca viveva da solo quello delle stanze a sinistra, con la figlia vedova l’altro.
La mattina leggevano il giornale in terrazza, uno con un ombrellone bianco a protezione, l’altro con un panama in testa. I giornali erano due, ma sicuramente due copie della stessa testata. Commentavano, e l’argomento erano sempre le pensioni. Si sentiva un parlottare musicale, un sottofondo di mezze parole, che non era necessario neanche finire, tanto erano conosciute. Venivano lasciate così, a nezz’aria, sospese, poi si depositavano da sole, dopo aver fatto un giretto tra i fiori. Mai sentito alzare la voce, mai rumori molesti, tutto tenue, sfocato, vintage, acquerellato. Anche nella mia terrazza c’è il sole la mattina e se mi sedevo a leggere sentivo subito: “Buongiorno signora” a volte in simultanea da due fonti diverse, e mi accorgevo di un accenno di inchino con la testa, in contemporanea, a destra ed a sinistra.
Indimenticabili, noi in famiglia li riprensiamo spesso, le volte nelle quali uscivano per sistemare le siepi. Noi si chiamavano “i nanetti”, non per la statura, per la somiglianza che avevano con quelli di Biancaneve, quando andavano verso la miniera canticchiando “oh oh oh, andiamo a lavorar.,” Quella stessa andatura veloce, fatta di passi corti, ma ondulati, come sulle punte. Poi, i vestiti destinati ai lavori in giardino!! Una meraviglia. Avevano salopettes beige piene di tasche, da ognuna delle quali spuntava un attrezzo. Si portavano dietro: martelli, metro di quelli rigidi che si piegano a segmenti, forbici piccole di metallo argentato, forbici medie con il manico rosso, forbici grosse con la lama diritta, forbici più grosse ancora con la lama curva, forbicine, falcetti, naturalmente scaleo e panchetti, per arrivare in cima alla siepe. In un angolo, scope di saggina, rastrelli, bidone per raccogliere gli scarti. Mettevano anche sul ciglio della strada un segnale triangolare giallo, per lavori in corso. E cominciavano. Guardavano da lontano, poi si precipitavano su rametti ribelli o troppo cresciuti, e si era inondati di suissccc, zac, zac, strapp. Pensavo sempre ai parrucchieri, quando per tagliare i capelli reggono un ciuffo passandoci dentro con il pettine fine, per controllare sia lungo come il resto della chioma. Quando avevano terminato, a volte i lavori proseguvano per più giorni, guardavano da lontano che l’insieme fosse ordinato, mettevano le dita a formare un quadretto, e strizzavano gli occhi. Lavoravano su tutta la siepe che incornicia la strada, non solo sulla loro. Potavano anche la mia, pareggiavano, strappavano, pulivano. Sistemavano tutto il mondo che vedevano dalla terrazza. Noi eravamo infinitamente grati, del lavoro e dello spettacolo.
Una mattina, dalla terrazza, dopo aver salutato, si parlava di fiori ed io magnificai la splendida pianta che vedevo dall’alto e che all’epoca pensavo fosse un insieme di molte piante, messe vicine. Fu subito chiaro che avevo toccato il tasto. Fu come pigiare un interruttore. Si tolse il cappello mostrando occhi commossi e mi fece cenno di scendere. Mi dette la mano e mi invito’ a seguirlo, mentre mi precedeva girando intorno alla grande aiuola della peonia. Una sola pianta, dall’alto sembrava un albero senza tronco, la chioma ricoperta di grossi fiori rosa. Di un rosa che pensavo introvabile, finché non ho visto le cosce della mia nipotina Beatrice. La peonia è rosa, ma rosa sull’azzurro nei petali più esterni, quelli fini fini e semitrasparenti, rosa sul rosa in quelli subito dopo, diciamo nella seconda fila, rosa con sfumature rosso tenue nelle file che si accavallano verso il centro, rosa sul bianco via via che si stringono, rosa sul giallo verso il centro. E poi sono petali così tanti, così delicati, così fragili, che stanno stretti stretti, in abbracci senza spine, e formano un colore ancora diverso, che è solo di quella pianta, e che è solo di quell’abbraccio stretto.
Ci sedemmo in terrazza e mi raccontò della peonia. L’aveva piantata sua moglie, quando avevano fatto la festa di nozze in giardino. Cinquant’anni prima, ma anche di più, forse. La signora si era poi ammalata e non era più uscita di camera. “Stava sempre seduta dietro quella finestra” mi disse lui: “vedeva solo la peonia “. Io mi commossi, ma nello stesso tempo fui contenta: contenta per chi aveva goduto della serena bellezza di un fiore, per lui che non coltivava solo la peonia, girandole intorno, per me che ero stata testimone di un grande sentimento. Restai meravigliata e zitta. Non c’era altro da dire.
Qualche giorno dopo mi suonò il campanello con in mano un gran mazzo di peonie. “È cambiato il tempo: se ci piove sopra i petali si ammaccano. Da oggi te li porterò ogni volta che ho paura si sciupino”. Naturalmente ringraziai, e dissi che era troppo, per me. Lui mi rispose che “i fiori sono di chi li guarda. Non fioriscono, per chi non li guarda”.
Da allora, tutti gli anni ho avuto in casa grandi mazzi di peonie.
Poi, sono passati gli anni, morì il fratello di destra. Molto vecchio, improvvisamente, una sera al ritorno dalla casa del popolo dove andava a vedere giocare a carte. Non soffrì, pare,..l’altro però disse subito che non la conosceva la vita senza il fratello, e non ci furono possibilità..Si lasciò intristire e dopo pochi mesi lo seguì.
Dalla terrazza continuo ad essere contenta quando rifiorisce la peonia.
L’altra sera, per caso era il mio compleanno, ho trovato un mazzo di peonie davanti alla porta.
Poi mi sono sentita chiamare, dalla parte della terrazza. “Te le ho lasciate io, il nonno mi disse di ricordarmi…” Mi è sembrato un buon compleanno.
Pesciolini di borragine
Pesciolini verdi fritti – di Tina Conti

Cercare delle belle foglie di borragine, lavatele, passatele velocemente in acqua bollente, ponetele su un canovaccio ad asciugare, fate un impasto con tonno, capperi e stracchino. Spalmate le foglie di borragine e arrotolate. Cuocete a fuoco vivace in una padella con olio, fate raffreddare e dopo aver apparecchiato la tavola con bei colori di primavera, e messo sul tavolo un bicchiere con un mazzolino di margherite sedetevi, bevete un bicchiere di quello buono e gustate i pesciolini verdi , si, sembrano proprio pesci! Insieme a delle patate bollite e un carciofo in pinzimonio. Il pane deve essere saporito e raffermo
A conclusione due biscottini di prato e un bicchierino di vin santo.
Dopo aver messo i piatti in lavastoviglie, cercatevi una canzone toscana di Marasco o di Narciso Parigi, ascoltatela, dopo fate una dormitina. Il gatto lasciatelo sul terrazzo sennò vi leccherà le mani a causa dell’ odore del tonno.
Andate a pescare sarete più felici
Andare a pescare – di Simone Bellini – Testo di Antonio Albanese