Settimo incontro virtuale: imparare a stare bene da soli

Oggi la “scintilla” parte da una pagina di un libro: Le otto montagne, di Paolo Cognetti, Premio Strega 2017.

Le possibilità di leggere le scintille di oggi possono dirigersi:

  1. Verso la montagna, vista come una allegoria della vita. Ma anche verso i paesaggi del cuore, come si possono raccontare i paesaggi che ci attraversano
  2. Verso l’arte di stare da soli, verso il come sia difficile imparare questa armonia con se stessi oppure questa occasione di affrontare il nostro presente.

Per quanto mi riguarda, in questi giorni solitari, ho avuto esperienza di una sensazione del tutto nuova. Prima mi percepivo “a pezzi”, una donna con capitoli separati, come se fossi un puzzle di molte donne diverse, legata a periodi e a mondi diversi. In questi giorni morbidi, in cui il tempo ha preso sensi e ritmi nuovi, ho avuto la percezione “fisica” di essere invece un insieme, una crema in cui gli ingredienti si sono fusi senza grumi.

Il mio tempo è diventato unico, partito da un punto preciso, la nascita, e che scorre come un fiume, dalla sorgente verso una fine, o forse verso una cascata che mi porterà ancora oltre…..

Ma la cosa bella, che mi dà il senso di una magia, è il fatto che nei miei percorsi, nei miei cambiamenti, che sempre ho percepito bruschi e angolosi, non ci trovo più strappi o ferite, ma solo lo scorrere inevitabile e naturale del mio destino. Tutto acquista così una dolcezza nuova, che non si chiama rassegnazione, ma comprensione.

E forse, per volersi bene, per capire il nostro destino, ci vuole un tempo lento, come questo che stiamo vivendo.

Buona raccolta di scintille, amiche e amici!

Ferite e rinascite

LA FERITA – di Elisabetta Brunelleschi

Nessuna ferita è per sempre

Il chiarore del mattino la colse turbata e stanca. La sirena di un allarme che per più volte aveva urlato nella notte, l’aveva costretta a un faticoso dormiveglia, con gli occhi che si aprivano, mentre dal buio, un rimbombo ostinato e lugubre cessava e riprendeva a ritmi regolari.

In tarda mattinata squillò il telefono, e la notizia arrivò con due parole: – È morto. –

Senza spiegare il perché, solo è morto.

Lei era a casa sua nel paese del nord disteso sulla collina, lui era rimasto al sud nel paese affacciato sul mare. E in quei primi di agosto giunse improvvisa la notizia.

A quelle parole un tremito l’avvolse, non voleva crederci, ma nello stesso tempo ci credeva, non era un sogno e la paura le chiuse la gola.

Intorno a lei si mossero in tanti, increduli, e poi ancora telefonate, squilli, domande e risposte, in un crescendo di dolore.

Nel pomeriggio partirono in cinque tra familiari e amici. Il viaggio fu lungo e silenzioso. Giunsero il giorno dopo, sul far del mattino.

Poco prima del paese videro un annuncio funebre attaccato a un muro, un foglio bianco, con stampati un tralcio di fiori di neri e un nome, il suo nome. La notizia si era diffusa, quel manifesto rettangolare la diceva a tutti.

Curva dopo curva giunsero al paese, parcheggiarono e si avviarono verso la casa, dappertutto regnava il silenzio. 

Davanti alla porta c’era gente con la faccia scura e le bocche chiuse, appena la videro le fecero spazio. Lei si fermò all’ingresso e disse non voglio entrare.

Ma qualcuno le si avvicinò e la portò dentro. Salirono le scale, lui era disteso nel suo letto di ragazzo, l’avevano vestito con abiti nuovi, come dovesse andare a un matrimonio.

I genitori erano muti. La mamma non mangiava da tre giorni, da quando con il male improvviso  che aveva colpito il figlio, era finita ogni speranza. 

Le cugine l’abbracciarono.

– È stata come una fucilata. – Disse Maria e poi standole più accanto la consolava ripetendo:

– Passato, è passato … –

Catina la portò sul terrazzo.

L’avevano portato all’ospedale, aveva tanto mal di stomaco e vomitava di continuo. Fu ricoverato al policlinico, dopo che in un altro ospedale l’avevano addirittura rimandato indietro! Ma ormai era tardi, non c’era più nulla da fare. E la madre anche lei, lì in ospedale stava morendo, dal dolore, … Lo hanno riportato a casa, con le flebo attaccate alle braccia. Lo hanno disteso sul letto e dopo poco con un gesto fulmineo e quasi di rabbia lui ha staccato le flebo e le ha gettate lontane. Era malato dentro, nelle viscere, nello stomaco, nulla lo avrebbe salvato!

Così raccontava Catina mentre da una sedia, raccoglieva i suoi indumenti, piegava una camicia, scuoteva una maglietta e dalle tasche dei pantaloni traeva piccole cose: una penna, un bigliettino con un appunto, una  moneta da cinquanta lire…

La strada si era riempita di amici, di conoscenti, di gente venuta dai paesi vicini.

Lei era lì, non sapeva dove stare, dove guardare e per la testa le volavano strani pensieri. Guarda che funerale, poi glielo racconto! Come un lampo le passò dalla mente che gli avrebbe raccontato di tutta quella gente, di quel gran funerale. Un lampo, solo un lampo, cancellato immediatamente dal tuono del presente, che la riportava in quella camera davanti a una salma con la quale non era più possibile parlare.

Giunse il momento del sigillo. Salì Carmelo con due aiutanti. Muti afferrarono il lenzuolo su cui era disteso il corpo e l’adagiarono nella bara bianca.

Mentre lo distendevano, lei volle riconoscere nel volto una sorta di smorfia: era il suo sorriso ironico, la sua rassegnazione, il suo saluto.

Poi un lento infinito corteo si mosse verso la chiesa: la bara era portata a spalla dagli amici e subito dietro la mamma sostenuta da una fratello e il babbo spinto nella sedia a rotelle dalle nipoti.

Lei, come annullata, camminava a occhi bassi, senza vedere chi le stava accanto.

Giunti davanti alla chiesa il corteo rallentò un poco e il perimetro della piazza si mostrò cinto da  decine e decine di ghirlande di fiori bianchi, solo fiori bianchi, rose, garofani, margherite.

Durante il rito funebre se ne stette ritta, immobile, non una lacrima rigò le sue guance.

Il cimitero non distava molto dal paese, vi salirono a piedi, con la bara sempre portata a spalle. Lassù lo murarono in un loculo vicino al nonno. Il vecchio nonno a cui era tanto tanto affezionato.

Si levò allora il lamento funebre, antiche parole che come in un singhiozzo raccontavano della sua breve vita, di quella grande folla, che poteva essere per  un matrimonio e invece no, era per il suo funerale.

Poi mestamente ognuno ritornò verso il paese.

A casa iniziarono le condoglianze. Uno alla volta amici, conoscenti, parenti venuti anche da molto lontano sfilarono davanti ai genitori stringendo loro le mani e baciando le guance. Una fila che pareva non finire mai.

Anche lei si mise in fila, andò dai genitori, li baciò e poi si sedette accanto a loro. Ed ecco che dopo il saluto al babbo e alla mamma, le persone si fermavano e le stringevano le mani, baciavano le guance, dicevano qualcosa.

Fu lungo quel consolo, calava la sera e ancora il silenzio del dolore sfilava con strette di mano in quella semplice casa.

E venne il giorno dopo.

I familiari, che l’avevano accompagnata, dissero che era meglio ripartire subito. Non c’era più nulla da fare, si lasciò portare via, a casa.

Il lunedì l’aspettava il lavoro.

Era un lavoro cercato sin dalla primavera. E di quell’inizio, così, a metà agosto ne era stata felice perché le vacanze si sarebbero accorciate.

Una cosa dentro le era chiara, quel rapporto durato sette anni era logoro, consunto, non aveva un futuro. Stare con lui la faceva sentire imprigionata. Ma dopo sette anni, non era semplice dire basta. E allora aveva cercato tutti i modi possibili e alla fine la ricerca di un lavoro le era parso un modo per cominciare a separare le loro strade.

Quando a luglio erano partiti tutti e due sapevano che quella vacanza sarebbe durata poco più di quindici giorni. Quel nuovo lavoro era anche una scusa per iniziare a dire basta. Ma lei non seppe parlare. Lui non capì o forse non volle capire niente,.

C’era una verità che nessuno dei due voleva affrontare. Non ebbero il coraggio di dirsi cosa sarebbe stato di loro in quel prossimo settembre. Ridomandarono il problema.

Lei partì la sera del 6 agosto e lui, dopo una settimana, la notte del 12 agosto, lasciò per sempre questa vita.

Il 7 agosto la prima telefonata: – Sono a casa, tutto bene. –

Due giorni un’altra telefonata. Lui aveva una voce lamentosa.

– Che cos’hai? –

– Ho mal di stomaco! –

– Ma cos’hai mangiato?

– Peperoni arrostiti. –

– Ma se non ti passa vai dal dottore!-

Sì, lei disse proprio così, vai dal dottore!

Le era parsa l’unica soluzione possibile, di una ferrea consequenzialità: ti senti male, consulta il tuo medico, semplice!

E la conversazione finì lì.

Lui era lontano e lei tranquilla, senza nessun presentimento, andava dritta nella sua scelta, convinta che per la prima volta nella vita aveva avuto il coraggio di cambiare, di cercare altre strade.

Ci furono poi due giorni di silenzio.

Poi la notte tra l’undici e il dodici agosto l’allarme della villa dei vicini che per un improvviso guasto  suonava a intermittenza, l’aveva tenuta sveglia nel buio.

Si era alzata stanca  incapace di fugare il senso di angoscia che quella sirena le aveva provocato. 

In tarda mattinata era squillato il telefono e la voce del padre aveva detto è morto.

In un attimo, un colpo di fucile, un precipizio, uno stupore, un non voler credere: il dolore si appropriava del suo cuore.

Ma non poteva finire così. Che cosa aveva provocato quella repentina e tragica morte?

Lei voleva conoscere la verità.

Telefonò al sindaco del paese. Cercò di parlare con i cugini che l’avevano accompagnato in ospedale. Cercò di mettersi in contatto con il reparto che l’aveva accolto nel suo ultimo giorno di vita.

Alla fine qualcuno le disse che solo dalla cartella clinica si sarebbe saputa la verità.

Non fu poi così difficile trovare la persona giusta e la cartella gliela spedirono direttamente a casa, per posta.

La fece leggere a un amico medico. C’è sempre in queste storie un amico medico che dice come sono andate le cose, toglie ogni velo e fa cadere in nuove e insperate disperazioni.

Semplice, molto semplice quella causa di morte: occlusione intestinale.

L’occlusione intestinale è come un nodo, una porta chiusa, una barriera. Un budello si chiude. Il cibo non passa e si comincia a vomitare, vomitare tutto, si vomitano anche le feci. Quello che non può scendere, torna su e se ne esce dalla bocca.

Sì, e la conclusione di tutto fu che un’occlusione intestinale può essere risolta con un intervento, dipende da quando e come viene diagnosticata. Quindi non si muore, ci si può salvare, se i medici riconoscono il problema e vai in tempo in ospedale.

Da quel momento le lacrime che durante il funerale non erano scese, iniziarono a rigare il volto di lei.

Lo strazio di quella fine così repentina l’accompagnò per molto tempo, anche quando intorno tutto cambiava e strade diverse la portavano verso nuovi colori, nuovi suoni, nuovi volti, voci, sguardi.

Ma alla fine, lei non saprebbe nemmeno dir quando, tutto quello strazio si rifugiò in un sotterraneo e lì si addormentò.

Poteva tuffarsi senza paura in nuove strade e le immagini di quelle estati lontane rimasero come scene dipinte in quadri d’autore.

Ferite che ci dicono chi siamo

PRIGIONIERA – di Mimma Caravaggi

Non ricordo quando sono  cominciati ma solo che si susseguivano uno dietro l’altro giorno dopo giorno aumentando la mia paura. Con chi avrei potuto confidarmi? Ero giovane circa 30/32 anni  e, a parte mio marito, sola, sempre molto sola. Eppure un giorno presi il coraggio e iniziai a parlare dei miei attacchi di panico con lui e gli confidai che non riuscivo più a fare la doccia ma mi lavavo pezzo per pezzo. L’acqua che scorreva all’improvviso dalla doccia su di me mi lasciava senza fiato e non riuscivo più a respirare regolarmente ma sempre con più affanno e un pensiero unico attraversava la mia mente: “Mi sento male!” E come mi affannavo a chiudere immediatamente l’acqua, a sedermi e a cercare di respirare regolarmente ma ci impiegavo diversi minuti prima di calmarmi poi dovevo uscire da lì, aprire la porta e scappare, ma dove andare ? La mia mente elaborava i pensieri che si aggrovigliavano in un turbinio veloce per trovare una soluzione che riuscisse a calmarmi. Non era facile, soprattutto le prime volte. Se prendevo il bus per andare a lavorare la mattina, appena iniziava ad affollarsi sentivo il respiro aumentare salire su fino in gola quasi a soffocarmi così alla prima fermata scendevo e cercavo un taxi e mi facevo portare a destinazione e così anche al rientro a casa. Se poi trovavo la casa vuota come solito uscivo di corsa e andavo dalla mia amica Licia che fortunatamente abitava molto vicina e passavo i pomeriggi con lei e i suoi due figli fino all’ora di cena. Poi mi facevo coraggio e tornavo a casa a breve sarebbe tornata la mia padrona di casa e non sarei più stata sola. Mio marito? Se aveva voglia tornava a casa per la cena altrimenti potevano essere le sette o le tre di notte. Passava le sue ore a giocare a bridge o altro. A volte lo cercavo telefonando al bar  dove andava a giocare per passare il tempo, ma a volte faceva dire che non c’era e i miei attacchi riprendevano sempre più vicini e senza soluzione. Un periodo durato più di 4 anni e pensavo che non ne sarei mai venuta fuori. Per affrontare la paura, mangiavo e mi sembrava di sentirmi un po’ meglio ma durava poco. Un giorno stanca di tutta questa situazione che dovevo affrontare completamente da sola senza l’aiuto di nessuno, decisi che avrei cercato uno psicologo per farmi aiutare. dopo varie ricerche lo trovai e fui anche molto fortunata perché è stato veramente bravo a guidarmi pian piano fino alla guarigione. Ricordo però che quando arrivai da lui vergognosa del mio stato e non sapendo dove cominciare, mi aiutò a far venire fuori tutte le mie paure e molto altro. Mentre parlavo senza fermarmi un attimo lui mi studiava e alla fine del mio lungo sfogo mi guardò e mi chiese “Perché è venuta da me ? Ha tutto chiaro che bisogno ha di discuterne con me?” Lo guardai stupita, anzi esterrefatta senza capire il significato della domanda. E lui capì che nonostante avessi espresso chiaramente tutti i miei problemi e le mie paure io non avevo afferrato il significato dei fatti poiché lì c’erano anche le soluzioni ma io non le vedevo, non le capivo. Mi ci sono voluti 4 lunghi anni per capire e venirne fuori. Quando comunicai a mio marito che avevo preso la decisione di seguire uno psicologo per farmi aiutare mi rispose che non ne avevo bisogno che mi avrebbe aiutato lui visto che sapeva cosa e come fare! Il mio matrimonio si stava già sgretolando da un po’ di tempo e forse questa era una delle cause dei miei attacchi di panico. Dopo 18 anni insieme capii che era finito veramente e che non valeva, nonostante il dolore l’affetto e l’amore, continuare una vita con così poche aspettative senza valori, per cui risposi che mettersi, come aveva fatto lui, al disopra di uno psicologo anche il peggiore della specie, avrebbe sempre saputo qualcosa più di lui. E iniziai a frequentare le sedute, inizialmente una volta a settimana poi piano piano sempre a diminuire: ogni 15 giorni, ogni mese fino a chiedergli che mi sembrava di stare meglio e che volevo chiudere i nostri colloqui. Mi disse che secondo lui avrei dovuto ancora continuare per un altro po’ ma che se mi sentivo così sicura andava bene la mia decisione di lasciarlo. Ma stavo decisamente meglio. Gli attacchi di panico erano quasi spariti avevo solo qualche piccola ricaduta ogni tanto ma avevo trovato piccole strategie per andare avanti  anche se la paura non mi aveva lasciata del tutto riuscivo a stare da sola a casa, a riprendere l’autobus e a fare la doccia. Che bella sensazione essere tornata a vivere come una qualsiasi normale persona. Nel frattempo avevo mandato fuori di casa mio marito che, sempre per aiutarmi, si era messo con una mia amica e anche questa volta, a causa della mia ingenuità e mancanza di cattiveria direi, ci ho impiegato molti mesi prima che me ne accorgessi. Tutti gli amici sapevano ed io non vedevo probabilmente ciò che non volevo vedere e capire. Quel periodo fu veramente letale : il mio matrimonio in frantumi, io in cura dallo psicologo per riprendere in mano la mia vita le mie sicurezze la mia indipendenza e il posto di lavoro a rischio per un grande scandalo. Eppure ne sono venuta fuori piano piano con i miei tempi per poi finire di nuovo nella  ragnatela di mancanza di affetti, forse peggiore della prima ma sempre pensata, ragionata, accettata. Ora se cerco di tirare le somme mi ritrovo a mani vuote sempre con problemi da risolvere e non sempre in grado di venirne fuori ma nonostante tutto non mi sono mai arresa.

Un giorno di festa

La paura di Pasqua – di Cecilia Trinci

Era la festa che preferiva.  Le piaceva l’uovo di cioccolata, colorato, con la carta che scrocchiava a lungo quando lo scartava, con tutti quei colori luccicanti. Cercava la sorpresa come una bambina e non le importava il valore di quello che trovava. Poteva essere uno stupido portachiavi senza bellezza o un giochino da dondolare tra le dita due secondi o un ciondolo di latta. Mia mamma aspettava la Pasqua come una liberazione. La fine dell’inverno, la fuga al mare sulla spiaggia col vento e le prime nuvole a rincorrersi. “Lo vedi, diceva, è la nascita della natura, guarda come tutto si riempie di verde e  di fiori”. Lo guardavo, quel mondo, ma di certo non lo vedevo come lo guardava lei. Vedevo fiori acerbi e aria ancora troppo fredda, in quegli anni lontani in cui la primavera cominciava con l’equinozio. “E poi l’uovo, è un simbolo grandioso, è la vita, è l’inizio, è la maternità”. A me in quegli anni, e poi anche dopo, piaceva il Natale, il buio e le lucine tenui, i pacchetti misteriosi, le piccole sorprese, i gingilli e gli alberi addobbati. Le cene insieme quando ancora c’eravamo tutti. A lei invece piaceva il panino sulla coperta, la solitudine della felicità, non sentirsi obbligata, legata, imbrigliata dai riti. Libera. La sentivo come vibrava di impazienza, come si metteva in sintonia con la natura e come sapeva diventare l’albero che si riempiva di linfa esplosiva. Mi faceva paura. Pensavo di non riuscire a contenerla, di non saperla trattenere e avevo paura di poterla perdere, che cominciasse a correre verso un punto invisibile senza più tornare indietro. Mi faceva paura e mi faceva paura la Pasqua. Ho avuto poi, anche senza di lei,  sempre timore di questa festa, impegnativa, così legata al clima e agli spostamenti obbligati. Abbiamo continuato ad andare al mare. La prima vera uscita allo scoperto:   il panino sulla coperta, l’ansia   che fosse tempo bello altrimenti…..il piano “b” al camino con l’arrosto, mia sorella a proteggere salda  le nostre Pasque.

Ogni Pasqua me la sono sempre goduta il giorno dopo, quando le cose erano andate bene, quando c’era stato il sole improvviso dopo i venerdì santi di pioggia, o l’avevamo passata al camino con la quasi neve fuori ed  eravamo stati sereni ugualmente, tutti insieme, con l’uovo colorato e scrocchiante e il pensiero mai detto dell’assenza  di lei, che continuava a dirci, dentro, silenziosamente, in un punto indistinto dell’anima “vedete come è bella questa festa, con la rinascita della vita che promette”?

Poi sono arrivati i bambini e le Pasque si sono trasformate in feste. Allora davvero la gioia è diventata la potenza dei bambini felici al primo sole sul mare.  Ho smesso piano piano di avere paura e all’improvviso, quella Pasqua senza paura dell’anno scorso, così bella e così piena di sole,  è stata l’ultima. Oggi si volta pagina e non sappiamo più che capitoli leggeremo.

Ferite ma non per sempre

Nessuna ferita è per sempre – di Nadia Peruzzi

Nessuna ferita è per sempre e direi che lo sto sperimentando in questi giorni di forzata prigionia.

Avrei preferito coccolarmele, però, le mie ferite andandole a cercare nei cassetti dei ricordi dove sono custodite sotto strati , man mano più spessi,  di panni soffici e profumati.  Avrei voluto tornare a sfiorarle per ritrovarmele nel cuore sapendo che ogni volta fanno sempre un po’ meno male, che non sono mai solo i segni dei dolori sordi e strazianti che si è provato, ma anche i guizzi delle vite che abbiamo attraversato e i momenti di gioia che quelle vite hanno segnato.

Gli interessi comuni, le scoperte fatte insieme, i viaggi, ogni ora spensierata , ogni risata tornano a galla senza provocare scossoni, destabilizzazione, panico e nemmeno più quel senso di solitudine e di fragilità ipocondriaca propria di una età che pone ormai nel segmento di popolazione a rischio.

Quando è morta mia mamma, l’ho sentita scendere fino nelle mie gambe e tradursi quasi in difficoltà a muoverle in avanti senza provare affanno. Come se mancando anche quest’ultima mano, procedere fosse diventato meno semplice e lineare, quasi impossibile.

Eppure, anche se la commozione sale mentre scrivo, sono costretta ad ammettere con me stessa che di fronte all’immane ferita della situazione presente, le altre è come se avessero fatto un passo indietro.

In qualche caso le ho spinte io. ”Cara mamma, mi sono detta, meglio che tu questa prova te la sia risparmiata”

Ci eravamo organizzate un badantato domestico a tre, con convivenza non semplice ma il punto ero riuscita a tenerlo. Fin dai tempi in cui c’era ancora la nonna e io ero una ragazza che doveva farsi donna.

Mi tornano in mente le nostre baruffe sui “ricoveri”, si chiamavano così allora.

Lei spesso mi diceva:”Visto che fai politica , diglielo al sindaco che faccia un bel ricovero proprio qui ad Antella”

La risposta arrivava in un fiat.  “ Nonna  io glielo dico di sicuro, ma te li dentro mai e poi mai!”

Chissa’ cosa potrebbe mai dire oggi di fronte alla vera e propria ecatombe di anziani in quelle strutture che dovrebbero essere di cura e di protezione .

E’ il senso di tragedia che pesa sull’oggi a fare il resto. Un meccanismo quasi normale direi.

E’ accaduto che una guerra guerreggiata di forte impatto sulle coscienze e sulle vite delle persone, la prima veramente mondiale, con le sue distruzioni e i suoi 16 milioni di morti, abbia messo in sordina e fatto sparire dai libri della grande storia la famigerata epidemia di “Spagnola” che fra il 1918 e il 1920 di morti ne ha fatti 50 milioni su 500 milioni di infettati.

Così’ nella propria vita può accadere di trovarsi in una strana situazione nella quale è come se  enorme mano fosse intervenuta a spingere il mio vissuto precedente nella quinta più lontana, quella dello sfondo.

La tragedia collettiva che stiamo vivendo sembra rimpicciolire e relativizzare tutte le nostre ferite più o meno lontane nel tempo.  Non ci posso far nulla. Sento che è così.

Nel canovaccio intriso e infettato dal virus è una rincorsa di ferite che bruciano ora e ora fanno un gran male in una rincorsa e in un rilancio perverso che non lascia spazio ad altro.  Come se il mondo si fosse trasformato in una immensa bisca fumosa, tetra e fetida e tutto dipendesse da una partita a poker con il baro, il virus,  che al momento sembra avere pressoché tutti gli assi in mano!

Non è un gioco, ce lo stiamo dicendo e lo stiamo sentendo ogni giorno di questa quarantena che ci vede spettatori e attori spaesati e straniti di fronte ad un fenomeno inatteso , da albori della vita dell’uomo sulla terra quando anche un fulmine era vissuto come evento terrificante.

Noi siamo tornati li. E’ come se stessimo affacciati all’imbocco di una caverna, con la bocca spalancata e gli occhi pieni di terrore e lo stesso esatto stupore.

Abitiamo case e non caverne, possiamo chiuderci ma ci sentiamo braccati.

Usciamo di rado e sempre guardinghi e insicuri. Ridotti a misurare le distanze dagli altri. Anche nelle cose essenziali della normalità come il fare la spesa che era solo poco tempo fa un momento di incontro, di scambi, di chiacchiere, di battute e di qualche risata.

Cento metri di distanza dai tuoi cari sono diventati quasi spazi siderali da colmare in una spedizione che avrà il sapore di una avventura una volta che potremo di nuovo percorrerli tutti. Tornare a salire quelle scale avrà il valore del primo passo di un essere umano sulla luna.

La passeggiata in solitaria è molto meno attrattiva di quanto non lo siano quegli occhietti buffi , quei nuovi gesti e parole che hai perso tutti mentre nascevano e prendevano forma, quelle panciotte con cellulite bambina che vorresti sbaciucchiare a più non posso. Per l’anima non c’e’ carburante migliore di questo.

Il futuro sembra addirittura parola faticosa da declinare. Se lo fai, lo fai sottovoce, come per non disturbare. Hai visto mai che si incavoli, giri male e si allontani ancora un po’!

Ce la faremo e andrà tutto bene. Forse torneremo al mare. Il futuro si è pure ristretto geograficamente. Roba da giocarsi, se va di lusso,  a 100 chilometri da casa considerandola pure più di una vincita milionaria al superenalotto.

Dietro l’angolo come le vacanze dei vacanzieri degli anni 60, quelli del Sorpasso, della Versilia senza se e senza ma, del lido di Ostia se eri romano.

Le Maldive, Reunion , Mauritius se volevi te le andavi a cercare seguendo alcuni dei tanti puntini su un atlante geografico di quelli buoni.

Le strategie per dare concretezza a quel ce la faremo,  sperimentate più o meno tutte.

“Va pensiero” a volume sostenuto,  per quel più di un pizzico di orgoglio nazionale che serve attivare quando questa nave a forma di stivale è in netta difficoltà e si trova a traballare dentro una tempesta imperfetta e pure con gli alleati che si divertono a spararti addosso.

“Nessun dorma”, con il suo “all’alba vincerò”cantato a squarciagola con Pavarotti a dar man forte.

Puntare lo sguardo come prima cosa ogni mattina arrivando in cucina sulle orchidee, dato che  col loro rigoglio sono una vera sferzata di vitalità .

Quando poi la vedi un po’ più buia del solito ci vuole il rock.

I 6000 passi avanti e indietro nel corridoio quando proprio sei al limite fra canna del gas e 44 Magnum, ma senza l’Ispettore Callaghan.

Cosa non ci si inventa per sopravvivere e cercare di non farsi piegare dalle ferite e dalle difficoltà del presente.

Poi però, ecco lì il momento in cui la gola si chiude, vorresti piangere ma non esce nulla di nulla, il respiro si fa corto e devi prender fiato per allentare quella fastidiosa sensazione che può se non bloccata subito diventare una morsa capace di travolgere qualsiasi strategia difensiva, anche la migliore.

Quando riemergeremo ci rimarrà un po’ di amaro in bocca per questo tempo sospeso nel limbo di una protezione necessitata.

Proveremo anche rabbia, molta rabbia, perché sarà il tempo di pensare a tutto quello che non ha fuzionato, ai troppi mandati allo sbaraglio a mani nude  contro un nemico subdolo e potente.

La compassione per i morti , i morti in solitudine, le povere persone andate via senza nemmeno una carezza e un saluto amorevole su quei camion militari, non sarà mai abbastanza.  Ci sarà molto da elaborare e rielaborare anche collettivamente.

Immagino, anzi lo sento, che per molto tempo vivremo la fragile condizione umana e psicologica dei sopravvissuti.

Se avremo attraversato indenni questa immane catastrofe, ci sentiremo per una volta  un po’ più Gastone che Paperino lo sfigatissimo, anche se il cugino fortunato ci è sempre rimasto sulle scatole mentre lo leggevamo da bambini.

Dovremo ricostruirci  e ricostruire. Una sommatoria di piccoli passi, incerti all’inizio poi via via più sicuri, decisi e meno traballanti.

La strada forse da impervia tornerà a farsi più agevole da percorrere.

Anche se non si riapriranno tutte insieme le porte delle case ci lasceranno uscire senza essere la barriera che separa dal mondo esterno che sono diventate in questi lunghi giorni.

Riconquistare lo spazio sociale e tutto quello che ci è mancato in questo periodo varrà come aver raggiunto la vetta dell’Everest.  Chissà che una volta arrivati lassù, in quell’aria tersa come non mai , non ci torni anche la voglia matta di spiccare il volo.           

Le ferite e il tempo

Le stagioni del cuore – di Carmela De Pilla

Quante stagioni ha visto il vecchio ciliegio?

Tante.

 La sua ampia e folta chioma ancora oggi accoglie e abbraccia  gli uccelli di quel paradisiaco pianoro e rende felici i passanti con i suoi delicati fiori e i suoi frutti che tante volte hanno incorniciato i volti delle bambine con buffi e panciuti  orecchini rossi.

Eppure sul tronco infinite ferite fanno leggere le tante sofferenze subite negli anni, inverni troppo rigidi, estati troppo torride o primavere poco piovose.

 Ce  n’è una in particolare ancora più evidente, in quel punto la corteccia si è spaccata in profondità, si è aperta lacerandosi per un lungo tratto, si vede perfino la parte più interna, cosa sarà stato? Chissà.

Ma il vecchio ciliegio lascia scorrere il tempo, continua a sentire l’abbraccio del sole, la frescura del vento, la musica della pioggia e il solletico delle api che succhiano la sua parte più dolce e continua a regalarci ancora la sua bellezza.

Mi ricorda la Gina questo vecchio ciliegio, la sarta del paese, tuttora bella nonostante i suoi ottantaquattro anni, con i capelli bianchi raccolti in una crocchia e profonde rughe sul viso che la rendono ancora più dolce e saggia.

  • Sono le tante strade che ho percorso nella mia vita,diceva alla nipote quando le accarezzava il volto, alcune sono superficiali, altre più profonde, ma tutte  importanti.

Ne aveva passate tante la Gina, ancora bambina la guerra e la miseria poi un matrimonio voluto dai genitori, tante ferite  avevano graffiato il suo fragile cuore, ma quella più profonda è stata la perdita del figlio ancora cinquantenne.

Quest’ultimo dolore l’aveva devastata, aveva distrutto la sua parte migliore, come poteva accettare di sopravvivere al  figlio?

Ogni giorno era diventato per lei un macigno sulle sue deboli spalle e sempre di più ne rimaneva schiacciata fino a perdere il respiro.

  • Tesoro mio, purtroppo non si muore di dolore sai? Se così fosse io non ci sarei più, diceva alla nipote che andava a trovarla per portarle un sorriso.

Rimase nel suo dolore per un tempo indefinito, non riusciva nemmeno più a percepirlo il tempo, si lasciava vivere in una dimensione che non le apparteneva senza provare più piacere per nessuna cosa.

E invece fu proprio il tempo a sostenerla in questo lungo cammino fatto di sofferenza, di silenzi e solitudine perchè il dolore non si racconta, si prova e basta, scava dentro e disegna ferite profonde che il tempo amico trasforma poi in cicatrici.

Il suo macigno diventava di giorno in giorno meno pesante e la Gina ricominciò a vivere nel presente, ricominciò a sentire i profumi, i sapori , quel giorno fu contenta di preparare la ribollita per la nipote e si stupì quando vide i narcisi appena sbocciati nel suo piccolo giardino, finì anche di leggere quel libro che aveva tenuto sul comodino per molto tempo.

Quella ferita si stava pian piano rimarginando, diventò una cicatrice, visibile è vero, lei lo sapeva che c’era, la teneva nascosta agli occhi degli altri, la curava, ma era sempre lì a ricordarle il vuoto, la mancanza, l’antica sofferenza tanto che in alcuni momenti si ritrovava ancora le lacrime sul viso.

Non era morta di dolore la Gina perchè le ferite non sono per sempre, se così non fosse come faremmo a portare sulle spalle le ferite di una vita?

Ferite pasquali

Ferite – di Rossella Gallori

Un delicato macramè rosso sangue sbiadito troneggiava, tra piccoli pulcini gialli, immobili spettatori di una Pasqua muta e calda, come un pesce agonizzante su una spiaggia dorata e deserta, gli ovetti colorati traballavano ad ogni spalancar di finestra, le foglie di olivo si stavano accartocciando prima ancora dello scioglimento delle campane…la Menorah era polverosa come l’ ex voto d’argento, per la par condicio, che mi era stata insegnata da sempre… ed aveva arrecato più danni della grandine….scoppiò all’improvviso il piccolo flacone d’acqua di Lourdes, stretto tra il piccolo uovo di fine cioccolato al latte ed un’immensa gallina di cencio….

Si è la Pasqua della paura, dell’ansia della voglia di fare tre passi in più per essere fermati, ammoniti…ma identificati come esseri umani e non da maiali in cassetta, dal futuro incerto di prosciutto economico…

Mi devo svegliare…alzarmi…farmi di caffè e biscotti buoni…guardare il telefono…accendere la televisione, anche se non  son nemmeno le cinque  del mattino, un mattino già tiepido e cinguettante di uccelletti rompipalle……

Tra repliche e filmacci, scopro un canale sconosciuto e famigliare che si allontana e si avvicina in un caleidoscopico frullare di immagini…un libro di poesie mai pubblicato per mancanza  di soldi e d’amore verso me stessa, un viale di cipressi spettinati ed incombenti, una divisa verde bottiglia, prematura ed indispensabile, un vestito da sposa dai colori di una serra disastrata, i racconti strappati, le amicizie perse, quelle sbagliate, case senza luce, luci senza ombre, libri mai letti, occhi che non sanno guardare davanti, silenzi cattivi inconsapevoli del male che fanno…poi…poi…

Mi devo svegliare!!!!!

Spengere il “canale delle ferite” fare altro caffè,  imburrare il pane appena tostato, spalancare le finestre, accarezzare il gatto, dargli cibo buono e goloso, accertarmi che i miei gioielli finti siano al loro posto, anche se un po’ ammaccati ci siano, mettere il mio profumo anche se forse non esco, metterlo per me, per farmi capire che lo merito anche oggi che, una televisione stronza trasmetteva le mie ferite, per renderle pubbliche…

Cambio colore di ombretto, indosso qualcosa di carino anche se mi va un po’ stretto, recito la solita preghieruccia striminzita, cerco i braccialetti più vistosi, gli anelli più grandi, cerco la voce di mia figlia su un telefonino che è piu acari, che numeri…. spengo la radio, ascolto le sue ultime parole ritmate da pause che… Stanislavskkiy insegna…NESSUNA FERITA È PER SEMPRE….

Scopro che lo sapevo già, rispondo a chi non c’è: ma fanno male, sa dottore, ad ogni cambio di stagione, ad ogni spintone, ad ogni …troppo freddo …troppo caldo…ad ogni abbandono, ad ogni ansia, ma ce l’ho quasi fatta, sa, a diventar vecchia, ad esser quella che sono, ad aiutare gli altri, a dare a prendere….ad avere figli, a restar dove sono, a non scappare….a scrivere senza vergogna, a non pagare per esser letta…a vivere con i miei fantasmi…che non mi fanno più paura, anzi mi hanno insegnato a dire grazie a chiedere scusa…. a cantare da stonata, a leggere da strabica….

Stacco la spina, per paura che si riaccenda da sola, la radio impiastricciata di marmellata d’ arancio, saluto in modo poco elegante il dottor…..cavolo ma come si chiama….Mo, More….poco importa, francamente me ne frego, indosso la mascherina ed esco…a portar fuori un cane che non ho…..

Natura ferita

Inondazione – di Luca Di Volo

Veramente questa volta avrei poca voglia di parlare di ferite e imperfezioni,  tutti argomenti degni di miglior disquisizione di quella che oggi mi sento di fare.

Sì perché ora mi sento sopraffatto da una vera e propria “inondazione”. . Ma se non piove. . dirà qualcuno. .

No. . l’inondazione non è fatta di acqua sconvolgente. . quella che sento io è sempre sconvolgente,  ma è fatta di luce,  splendore,  colori che assordano,  canti che ci trapassano melodiosi,  e su tutto c’è la firma di Lei…di questa incredibile Natura che ora si manifesta in questo modo straripante,  quasi provocatorio,  sembrerebbe.

E una sera,  nel mezzo crepuscolo con Venere che brilla quasi insolente ad Ovest,  (“lo bel pianeta che d’amar conforta”…e qui la citazione ci sta). . una sera,  dicevo,  io questa Natura l’ho proprio VISTA.

Su un terrazzo abbandonato accanto al mio (proprietari Milanesi. . )era distesa su cuscini morbidi. . uno svolazzio di uccellini multicolori e iridescenti la circondava portandole doni,  chi un chicco di grano,  chi il nettare di un fiore,  ognuno per la sua,  appunto Natura.

E l’aspetto…già. . cosa mi sembrò di vedere nelle ombre che avanzavano. .

Una bella donna…non mi ricordo se nuda o splendidamente abbigliata,  ma non importa.

Invece m’importa ricordare che la sua irresistibile bellezza era offuscata da qualche piccola   contusione. . non sembravano gravi ma stonavano maledettamente su quel volto superbamente bello.

E infine il vento fischiando maliziosamente tra le siepi,  alla fine portò melodiosa una voce.

Era la sua,  ,  ne ero certo. E io ascoltai,  allievo indegno ma rapito. Seppi della sua gloria e di come noi superbi e miserabili omuncoli l’avessero offesa e maltrattata,  delle cicatrici che le avevamo inferto per la nostra ingordigia. . e di come lo splendore che era intorno fosse la sua risposta. . come a dire :”Io resto,  piccoli nani presuntuosi,  e guardate cosa posso ancora fare. . per voi…No,  il covid non ve l’ho mandato io. . sono cose che si decidono molto molto più in alto. . e io non ne so nulla. . però so che è un avvertimento. . un invito a riflettere. Siete spaventati,  eh? E sapete delle cinque  estinzioni di massa del passato. . e vi chiedete con terrore se questa non possa essere la sesta. . Non posso rispondervi. Tenetevi la vostra angoscia. Io intanto generosamente vi do la Primavera,  i fiori e la struggente dolcezza dello zefiro. . e ve la do gratis. . solo perché possiate riflettere sulla vostra insolenza. . e se vi riesce,  cambiare il vostro mondo. ”

Questo mi parve di sentire nel crepuscolo di quella sera. . e forse il vento portava a me le mie stesse parole.

Ferite e metamorfosi

Metamorfosi delle ferite – di Vanna Bigazzi

Vorrei lasciarvi, ferite del passato,

ma anche vi cullo sia pure non gradite:

mi tormento, mi faccio del male.

Poteste voi sparire per magia…

Ma un chiodo fisso scalfisce la mia mente,

purtroppo, dentro, vi devo macerare.

Appartenermi, accogliervi ed amarvi,

aprire un varco per poi farvi volare.

Dritto sentiero vi porterà lontano,

scortando il mio dolore diluito.

Solo allora uno spazio s’intravede,

a separare la marea dal cielo:

una lingua di terra di nessuno,

attende il tuo germoglio per fiorire.

Qui non vi è il bene e non vi è il male,

qui l’istinto di vita può creare,

la tua stabilità ricostruire.

Cogli quell’attimo e risorgi,

animo mio frustato e delirante;

questo è il momento buono per sbocciare

e ancora nuovi lidi calpestare,

con arte in seno vestita di diamante

Ferite e ricordi

La testimonianza delle ferite – di Maria Laura Tripodi

Oggi si parla di ferite. Mi guardo allo specchio e le vedo nelle mie rughe. Mi sposto per casa e capisco che non sono agile, che le giunture scricchiolano e se provo a cantare la voce mi esce non limpida e un po’ stonata. Forse semplicemente è una voce stanca.

Eppure fuori c’è il sole. Provo a mettere su un CD di quelli vecchi con Cocciante che mi ricorda la disperazione e Battisti che mi istiga al rimpianto.

Mamma mia. Ho proprio bisogno di star male e mentre me lo confesso sorrido. Allora cerco il silenzio. Non quello intorno perché negli ultimi tempi di quello ce n’è in abbondanza. Ma no. Ho sbagliato. Quello non è silenzio, quello è pace, pacatezza, armonia. Quello che serve per l’ascolto.

No, parlavo di un altro silenzio, quello difficilissimo da trovare perché sta proprio in fondo in fondo, dove spesso è troppo scomodo  frugare.

Chiudo le finestre, faccio tacere la musica. Mi sistemo nel mio angolino preferito e chiudo gli occhi.

Cerco lo spazio dei ricordi, proprio quelli più cattivi che continuano a graffiare nonostante la pelle sia diventata come di plastica.

E lì che devo cercare. All’origine dei dolori ci sono ferite forse insanabili, ma io ci sono affezionata. Sono il mio trascorso, sono tagli che hanno sanguinato e proprio per questo mi hanno costretta a guardare. E poi a cercare di fermare il sangue, disinfettare la ferita, curare giorno per giorno con amorevoli medicazioni.

 Oddio, non sempre amorevoli.

A volte con stizza ho strappato le bende perché sentivo che sotto sotto la ferita produceva ancora e che le fasciature servivano solo a nascondere.

Quando si cade le ginocchia sono le prime a toccare terra.
Prima sono state ginocchia di bambina poi di adolescente, poi di giovane donna.

Sempre sbucciature dolorose sullo stesso punto, prima che la ferita precedente si fosse risarcita.

Ma tutte le volte mi sono rialzata adattando la cura a seconda degli strumenti che avevo a disposizione.

Nel mio oggi, in questo silenzio che però contiene i piccoli, semplici rumori della quotidianità, io so che le mie ferite non sanguinano più, ma restano le cicatrici, testimoni sornione di quello che sono stata e di quello che mi hanno insegnato ad essere.

Ora e qui.

Ferite di primavera

Emozioni – di Sandra Conticini

Sono anni che non veniva una primavera così , con un sole splendido e caldo, nel cielo non si vede una nuvola nel raggio di chilometri. Diverse volte nei giorni di Pasqua o nei ponti di fine aprile sono andata a fare girate al mare o in montagna e pioveva, era freddo, a volte ho trovato anche la neve!

Quest’anno, che dobbiamo stare chiusi nelle nostre case,  di acqua, nuvole e freddo non vi è traccia.

Da un mese sono chiusa in casa, non pensavo di farcela. I primi giorni volevo uscire, poi quando era il momento di aprire la porta rinunciavo, perchè mi accorgevo che avrei sbagliato e una volta fuori  mi sarei sentita  fuori posto.  I giorni passano, alcuni meglio altri non troppo bene, e siamo  a sperare che questa situazione passi in fretta, pensando che tutto torni come prima, ma non credo sia tanto facile.

Eravamo sempre in giro, cinema, teatri, concerti, ristoranti, cene, viaggi, aerei, treni, ora nessuno si fida dell’altro,  ci evitiamo. Quando siamo fuori con le mascherine non si respira,le mani dentro i guanti sudano, e chissà ancora per quanto tempo dobbiamo continuare ad uscire in questa maniera.

Nessuno  poteva immaginare una cosa così devastante da mettere in ginocchio  il mondo.

Tutto dorme in questo periodo, è tutto ovattato, ogni tanto si sente passare qualche macchina, l’abbaiare di un cane o il cinguettio di qualche uccellino, ma quando piano piano tutto si risveglierà riusciremo  a vedere la vita in un’altra maniera, meno affannata e di corsa, o ritorneremo come eravamo? Io penso che, dopo un primo periodo, tutto sarà come prima perché l’uomo, purtroppo, si scorda quello che non vuole ricordare e ritornerà a fare gli stessi errori.

Ferite e guarigioni

Nessuna ferita è per sempre la stessa – di Vanna Bigazzi

Mi è piaciuto molto il video di Morelli: “Nessuna ferita è per sempre” e condivido ciò che sostiene, trovandolo terapeutico anche se non radicalmente. L’allontanare le ferite, quasi non ci fossero mai state, o meglio ignorarle per volgere in positivo i nostri pensieri, non fa guarire le ferite. E’ ovvio che non dobbiamo farcene uno scudo per non progredire, cullandoci nella nostra infelicità e depressione ma non possiamo nemmeno dimenticarle (anche perché sarebbe irrealizzabile) volgendo in positivo i nostri pensieri e così, magicamente, guarirle. Sono convinta invece che queste si possano elaborare, attenuare e poi anche superare, riuscendo a non soffrirne più. Distogliere il pensiero da queste, per indirizzarlo verso ciò che ci piace e ci fa star bene, può risultare efficace come il “battere la mano sulla spalla” ad un amico che ti fa partecipe del suo dolore. Può invece essere utile non esasperarle, trattarle terapeuticamente o in alcuni casi anche da soli, purchè non ci facciamo, prima, fagocitare dall’abbattimento assoluto. Al confine fra la depressione e l’inizio della ripresa psicologica, esiste un piccolo interstizio, una lingua di terra di nessuno nella quale con l’intuito, l’intelligenza e la volontà propria dell’istinto di vita, possiamo accedervi anche se con sforzo e ricerca interiore. Se riusciamo a penetrarvi, lì scocca la scintilla, quello può essere l’inizio di una resurrezione. Condivido invece pienamente il concetto di Morelli relativo al “germoglio interiore” che ognuno di noi ha in sé e che deve coltivare e curare, perché fiorisca. Questo germoglio possiamo trovarlo proprio in quello spazio interstiziale, in quella terra neutra, non ancora coltivata ma neanche sterile, in quella possibilità che la nostra natura “creativa” ci ha messo a disposizione e che dobbiamo cercare di trovare, nonostante le avversità. Tanti anni fa, quando mi occupavo solo di terapia infantile, una mamma mi sottopose il caso della sua piccolina di soli otto anni, che poi ho seguito nel tempo (aveva subito un trauma in famiglia). Il disegno che la bambina mi propose è stata una delle più grandi lezioni di psicoanalisi che io abbia mai ricevuto. Nel disegno vi erano due immagini, tipo due foglie strette e allungate: una di un rosso vivo, l’altra di un pallido rosa. Vicino, ma separato, aveva disegnato un ago con la cruna e il filo inserito. “Vede signora” mi disse “queste sono ferite profonde, una è sanguinante, l’altra è chiara, non fa più male, ma quest’ago non può ricucirle, è anche inutile aver infilato il filo. Vanno lasciate stare, pian piano quella col sangue si schiarirà e non sarà più pericolosa. Credo non sia necessario commentare. Pensai: “Questa bambina diventerà una psicologa…” Ma mi sbagliavo, la ferita grave, pur col passare degli anni, ha lasciato il suo segno. Gemma, così si chiama la bimba ormai divenuta una ragazza, pur con l’aiuto necessario, non ha potuto intraprendere l’università, anche se le sarebbe piaciuto, perché la sua emotività, non certo la sua intelligenza, non glielo ha permesso. E questo è il punto cruciale (la ferita grave non può guarire, né può essere evasa.) Gemma è diventata una bellissima persona, attiva e capacissima nel suo lavoro, è felice con il suo ragazzo, ha molti interessi, programma viaggi e vuole crearsi una famiglia…       

Felicità in perle

I nostri occhi più belli – di Stefania Bonanni

Mi piace trovare accanto al letto quelle vecchie ciabatte comode, che ciaff ciaff ciaff ciabatteranno dietro di me tutto il giorno, chiacchierone.

Mi piace fare la doccia subito la mattina, lasciare l’acqua calda che mi passi e ripassi addosso, mi accarezzi, mi lisci, mi renda lucida.

Mi piace trovare un po’ di caffè rimasto nella caffettiera dalla sera prima. Penso, prima di arrivare in cucina: “se trovo un po’ di caffè,  sarà una buona giornata”. Se però non lo trovo, e faccio un caffè nuovo sono contenta del suo odore prepotente, fresco e antico, che arriva dappertutto e che è  quello di tutte le nostre case, la mattina, e lo è sempre stato. E sarà una buona giornata, finché  ci sarà caffè.

Mi piace sedere in terrazza, quando c’è solo uno spicchio di sole nuovo. Mi piace sapere che c’era anche di notte, il sole,  aveva solo nascosto la faccia.

Mi piace questo silenzio. La quiete. Nel frastuono non da’ fastidio nulla. Nel silenzio ogni cinguettio è un’opera sinfonica. Si sta attenti a non perdere un trillo, sembra cinguettato per te.

La quiete rende tutto immobile, una brezza leggera la colora.

Mi piace leggere. Mi piace distrarmi. Ripensare, pensare ad altro. Poi tornare e riannodare i fili della storia interrotta.

Mi piace lasciar dormire chi dorme. Mi piace chi dorme. Mi piace chi si sveglia e mi abbraccia.

Mi piace disegnare, perché non sono capace, ma è una magia scoprire che proporzioni sempre uguali, formino facce così diverse. Mi piace disegnare donne. Con tanti capelli e vestiti fatali o nude, raggomitolate.

Mi piace cucinare cose divertenti. Verdure colorate,  pomodori, carote, piselli. Mescolare frutta, azzardare insalate. Fiera, quando non avanza nulla.

Mi piace scrivere, mentre sto facendo altro. Rincorrere pensieri, vestirli di parole giuste. Non parole per piacere, ne’ per fare effetto. Che ci sia un motivo per riempire queste bellissime pagine bianche. Non servono parole di paura, di rabbia o di disperazione. Se il cuore è  pieno di tristezza, la cura è cercare il buono ed il bello, e che ci piaccia così tanto da spiaccicare il resto. E portarselo negli occhi, per un’ora, un minuto, una notte, per sempre. Dentro agli occhi.

Mi piace guardare negli occhi.

Paolo ha gli occhi verdi. Come quei coccodrilli al sole, con le palpebre abbassate a metà su occhi che sembra guardino solo davanti. Mai fidarsi, pensare che non ti veda. Ieri lo guardavo da vicino. C’ero io tra lui ed il sole,  ed ho scoperto che ha occhi più chiari, ora sono forse verde mare, addirittura sull’azzurro. Può essere la vecchiaia, o la vista calata,  o che fossero occhi dolci, per  me. La Franci ha occhi d’oro, Ricca gli occhi della mia mamma. Ci siamo mescolati, nei loro occhi. Sono andati per il mondo con loro, i nostri occhi, hanno visto nascere bambini .

Ferite e cure

Caffè e latte – di Carla Faggi

Ho un sogno ricorrente.

Per ricorrente intendo che sono tanti anni che a volte ritorna e io lo riconosco.

Più che un sogno è una situazione e uno stato d’animo con varianti via via diverse.

Sono oggi da adulta in casa dove ho trascorso la mia infanzia, con i miei genitori ancora giovani.

Sono stata lasciata da un qualcuno che amavo, mi sento sola, vorrei telefonare a della amiche per sentirmi meno abbandonata ma non trovo i numeri di telefono. E non trovo neppure il telefono. Lo cerco affannosamente ma non lo trovo.

Lo stato d’animo è sofferenza, abbandono, solitudine e fortissima impotenza.

Forse sono ferite del passato che non riuscendo a farsi ricordare nel presente si insinuano nel sogno.

Le sensazioni sono così forti e vere che è come se vivessi un’altra vita.

Poi mi sveglio e sono sollevata di essere in questa.

Mi faccio un caffellatte caldo con tanti, tanti biscotti.

Adoro il caffellatte, adoro il caldo e adoro i tanti biscotti.

Me li gusto tutti e mi dico: io sono qui e sono questa!

Ferite aperte

Ferite di oggi – di Cecilia Trinci

Sono meno di cinquecento passi. Li ho percorsi stamani, uscita prima delle otto per andare al forno a comprare il pane e poche altre cose. Un viaggio, con mascherina soffocante e guanti di gomma, vissuto passo dopo passo gustando l’aria fresca, il canto sottovoce di migliaia di uccellini felici e mentre il respiro si faceva  difficile per tutti quegli ostacoli sulla bocca e sul naso ho alzato gli occhi su un cielo pallido e azzurro, indisturbato dalle nostre paure e follie. Ho assaporato ogni piccolo pezzo di quel percorso, lentamente, come se ogni passo fosse il primo e l’ultimo di tutta la vita. L’asfalto sconnesso, i piccoli sassi sparsi, la rete del giardino del centro Tecnico di Coverciano con i suoi prati, al di là, verdissimi e soli. La siepe di leccio altissima, ancora ben pettinata e i merli che zampettano sul bordo dei campi di calcio deserti, il fresco piacevole che sfiora quel poco che rimane scoperto del viso. Ho pensato alle musulmane con il chador, al caldo che verrà, alle mattine pulite e ignare di solo poche settimane fa, alla vita che scorreva affannata, scaraventata ora nell’angolo dei miraggi. Dicono “passerà” ma non so se ce la farò io a vederla passare, se sarò in tempo a ritrovare i miei bambini che crescono senza di me, se questi cinquecento passi, che diventano mille  andata e ritorno, potranno tenermi sveglia e viva per un futuro che già era diventato corto e incerto di suo.  Torno indietro con una spesa parca eppure preziosa, conquistata, conto gli ultimi passi e ho paura a rimanere ancora fuori, appoggio appena lo sguardo sullo scivolo dove giocavo incosciente con i miei bambini, lo scivolo vuoto, muto, terribilmente triste che non voglio guardare e giro l’ultimo angolo di questa doppia L  che è diventata i miei 10 minuti di aria e rientro in casa come fossi braccata da qualche mostro invisibile. Torno, chiudo, aspetto. Un altro giorno comincia.

Le ferite e le cicatrici

Codice 048 – di Laura Galgani

Se io fossi le mie ferite sarei prima di tutto un “Codice 048”, quello che la mia dottoressa scrive in alto a sinistra sul ricettario regionale quando mi prescrive una semplice analisi del sangue.

Le cicatrici ci sono, eccome. Due melanomi ed un epitelioma, altri tre nei sospetti, tolti prima che diventassero pericolosi, me ne hanno lasciate. E perdonatemi se parlo delle cicatrici “di ciccia”, perché lo sappiamo, sotto la ciccia c’è l’anima, e tutto il resto.

Per la ASL sono una malata di cancro, ma per me?

Ricordo la mia delusione quando, diversi anni dopo aver tolto il secondo melanoma, tutta raggiante mi presentai al centro prelievi dell’Annunziata per ricominciare a donare il sangue, come facevo da giovane. L’infermiera mi accolse con un bel sorriso, mi fece le prime domande, iniziò a riempire il modulo; “beh, è un po’ magrolina… ma ci arriva a 50 kg?” E io, un po’ barando “Sì, sì, più o meno…” e dopo: “Malattie importanti?” “A parte due melanomi dai quali sono perfettamente guarita…” Non mi fece neanche finire. Poggiò la penna sul tavolo, spostò il modulo e cambiò completamente espressione: “Vede, signora, ci credo che lei sia perfettamente guarita, ma per noi lei rimane una paziente oncologica, e come tale non può più donare il sangue.” Mi alzai senza dire nulla e uscii dalla stanza a testa bassa. Avevo voglia di piangere. Io non mi sentivo affatto “una paziente oncologica”. Dentro di me lo sapevo di essere perfettamente guarita. Non so che cosa mi abbia fatto più male, in quel momento: se mettermi davanti a me stessa con quella etichetta stampata addosso, nella quale non mi riconoscevo affatto, o pensare di essere vista dalla società, dal mondo esterno, come tale. Un po’ come Gregor Samsa, che nella “Metamorfosi” di Kafka si sveglia una mattina e nel suo letto scopre di essere diventato uno scarafaggio. Ecco, io non ho mai, ma proprio mai pensato né sentito di essere diventata uno “scarafaggio”. Non ho colpa della malattia che mi è arrivata addosso ad appena 33 anni. So però che da qualche parte una spiegazione c’è a questo “inciampo”: nelle maglie della mia storia familiare, nello spazio che si dilata, nel tempo che è circolare e torna su sé stesso, da qualche parte c’è, e forse un giorno ci arriverò. Ma nel frattempo? Non posso fermarmi a quelle cicatrici. Cerco di vivere nel mio “qui e ora”, del quale sono l’unica responsabile. Perché sono io che decido quali colori usare per dipingere il mio presente. Quello spazio creativo perenne è dentro di me, lo sento aperto, vivo, esplorabile, conoscibile. Mi ci addentro e mi ci lascio fluire, e da là tutto osservo, accarezzo, contemplo, senza mai dire “è mio.” E mi sento libera.

Ferite

Nessuna ferita è per sempre – di Patrizia Fusi

Sono sull’autobus, sono le quattordici, sto andando al lavoro.

Ho un grande peso sul cuore.

Ieri il mio compagno ha preso parte della sua roba e è andato in un appartamento a vivere da solo, si è innamorato di un’altra.

Riflessioni, dubbi, domande, dove ho sbagliato, sentirsi inadeguata, brutta.

Questo pensare mi manda in tilt il cervello, mi fa male persino pensare a quello che ho da fare oggi pomeriggio, sento che non devo e non posso per ora più pensare, decido di spezzare il mio riflettere.

Inizio a focalizzare lo sguardo su tutto quello che mi circonda, su le persone che sono intorno a me, dal finestrino il sole illumina tutto, sul bordo della strada i fiori di campo formano piccole macchie di colore.

Ecco la casa cantoniera, abbracciata nei sui tre lati dalla terra della collina, ha un piccolo giardino sul davanti.

Alla fermata sale una signora dai capelli rossi.

Continuo a guardare le case, dalla loro forma architettonica cerco di individuare il periodo in cui possono essere state costruite, le persone sui marciapiedi le guardo le scruto, salto velocemente da un’immagine all’altra, questo guardare mi allontana la sofferenza che ho nel pensare.

Sono arrivata a lavoro, incontro alcuni miei colleghi, mi sembrano che tutti loro siano felici, lavorare mi fa stare meglio.

Il contatto con i clienti, il parlare con loro, i loro sguardi mi fanno sentire bene, il cuore mi diventa più leggero.

La vita continua.

Sesto incontro virtuale: nessuna ferita è per sempre

Elogio dell’imperfezione – di Raffaele Morelli

Ascoltiamo bene questo video. Contiene molte parole “scintilla”….ognuno può trovare la sua!

Raffaele Morelli

Una scintilla può essere ALTROVE.

Oppure IMPERFEZIONE

Oppure FERITA (ma nessuna ferita è per sempre)

Oppure RICORDO.

Mi piace l’idea di Morelli per cui I BUONI RICORDI SONO QUELLI PER IL FUTURO, quelli cioè che danno luce nuova e buona sul presente.

E ancora:

I ricordi buoni non sono quelli che ci tengono legati alle nostre ferite, ma sono quelli che ci danno indicazioni positive per vivere meglio il presente.