La pioggia prima che cada per Carla

Il presente nella nebbia – di Carla Faggi

Photo by Zetong Li on Pexels.com

Almeno per me quasi tutte le cose belle su cui ho aspettative se accadono sono spesso già successe. Non riesco a coglierle a fondo, diventano subito già ricordo. Come se il presente fosse avvolto in una nebbia. L’attesa è nitida e chiara, fatta di gioia o di paura a seconda di quello che stiamo aspettando, il presente è opaco ed è comunque già accaduto.

Come se dovessi viverlo pienamente prima e dopo, coglierlo nel momento quasi mai. Forse solo negli eventi che arrivano improvvisi.

Ricordo l’appuntamento con un ragazzo amato, arrivava alla stazione di Firenze dalla Gare de Lion Parigi. Quanto avevo immaginato quel momento, lo vedevo come luce che arriva nel buio, estasi infinita, un piacere non raccontabile. Lui che arrivava bellissimo ed io in piena estasi che gli correvo incontro.

Poi arrivò il momento, scese dal treno e..non era più bellissimo, non vidi nessuna luce, non successe niente se non la mia decisione che da quel momento non lo amavo più!

Questo mi succede anche nel dolore, ho talmente paura di quello che succederà che soffro tantissimo e tantissimo mi convinco che non sarò capace di affrontarlo.

Poi di colpo tutto diventa passato e mi rendo conto che c’ero, che ce l’ho fatta e che sono ancora qui.

L’operazione di mio marito l’estate scorsa, otto ore senza avere notizie. Solo a ripensarci mi sembra impossibile che abbia retto a tanta ansia ed angoscia. Eppure è successo, è passato, e fa più paura pensarlo che viverlo.

Qualcuno sicuramente disse anche se non ricordo chi: è la mente che ti fa vivere perché la vita è solo percezioni di pensieri.

La pioggia prima che cada per Nadia

IL PRIMO APPUNTAMENTO – di Nadia Peruzzi

Photo by Alina Kurson on Pexels.com

Nacque dal caso. Una telefonata improvvisa di quelle che hai aspettato per anni dopo esserti messa a sedere nel banco vicino al suo. Lei stava per andare al cinema con una amica. La telefonata cambiò i suoi piani. Si guardò allo specchio agitata. Si vide invecchiata e vestita proprio da cinema con un’amica, più che da primo appuntamento. E dopo anni poi. Ci voleva una mise adatta. Non troppo esagerata, ma nemmeno una che la facesse apparire una casalinga disperata (anche se non lo era, casalinga) per di più trascurata da troppo tempo. Si cambiò velocemente, un filo di trucco e via. Man mano che si avvicinava al luogo dell’incontro l’agitazione era diventata confusione vera e propria. Tanta era la voglia di scappare a gambe levate, ma si trattenne.  Domande le si affollavano nella testa, come sarà dopo tutti questi anni? Pingue e con la pancetta? I capelli saranno caduti e avrà il riportino che fa ribrezzo? Quella più ricorrente e puntuta in mezzo alle altre era la più banale. Perché uno ti chiama dopo così tanti anni per invitarti a cena e soprattutto perché scema, gli hai detto subito di si? Sognare lo aveva sognato, per tanto tempo. Ma sognare e attendere mica vuol dire che poi ti trovi davanti il figo che era a 18 anni, dopo che ne son passati altri 20. Arrivò al ristorante. Lo vide. Era già seduto. Impettito e tutto azzimato. Aveva l’aria del perfettino, figlio di mammà che pensa di essere il centro del mondo e che tutte debbano cadergli ai piedi anche se del figo di un tempo si faticava a trovare qualche traccia. Decise all’istante e sentì di avere una gran voglia di andare al cinema con la sua amica. Saltò sul primo taxi visto che era in leggero ritardo. Non si girò indietro nemmeno una volta!

La pioggia prima che cada di Vittorio

La notte stellata – di Vittorio Zappelli

Photo by Sam Willis on Pexels.com

L’aspettativa è iniziata quasi subito, nell’autogrill sceso dalla moto con ancora il casco in testa, quando l’ho vista e dopo, nella cena, aspettando l’imbarco sulla nave.

Eravamo un gruppo di giovani, badati da una coppia quasi anziana, quindi con piena libertà.

Il pensiero della meta da raggiungere si è confermato nei giorni seguenti sul mare nel vento della Sardegna allora terra incontaminata. Molti i segnali che mandavo, per me chiari ed inequivocabili…

La gita in moto con lei dietro e io guidatore e le sue braccia intorno alla vita come la migliore cintura. Senza parlare, impossibile nel vento della corsa, per comunicare,  le mani sulla cintura soffermate piu’ del dovuto e poi indicare il paesaggio intorno profumato di mirto.

Quei 15 giorni vissuti tutti insieme spensierati tra bagni e gite con sguardi ed attenzioni, difficili a non capirsi….

Il cielo illuminato quella ultima sera sul mare era per me il traguardo quasi raggiunto.

E invece no. Un rifiuto spiegato piano piano in modo tranquillo che mi ha lasciato senza parole .

Per fortuna che le atmosfere e le sensazioni di quei giorni sono diventate come una bomba a  scoppio ritardato….

Dopo qualche mese in ambiente diverso la storia è iniziata e …dura ancora

La pioggia prima che cada per Stefania

Preferisco – di Stefania Bonanni

Photo by Karolina Grabowska http://www.kaboompics.com on Pexels.com

Preferisco i pensieri, quelli nei quali si decide di fare, all’ avvenire dell’ operazione.

Preferisco fare la spesa comprando gli ingredienti per preparare le lasagne, piu’ di affettare, tritare, soffriggere, far bollire, assemblare, grattugiare.

Preferisco fare la doccia, il momento in cui sono sotto l’ acqua, all’ asciugatura.   Vorrei rimanere gocciolante.

Preferisco i tuoi sguardi, i baci, le tue mani che mi toccano, all’ atto ultimo dell’amore.

Preferisco leggere, prima di vedere. Leggere di una città, prima di vederla. Vedere un museo dopo aver letto dell’ artista.

Oppure leggere e basta.

Preferisco sognare. Non mi interessa la verifica, se e’ possibile, se e’ vero.

Preferisco il dubbio. Ho sempre l’ insana tentazione di demolire chi professa certezze.

Preferisco gli strani, i sofferenti, i falliti. Quelli che nonostante tutto vanno avanti. Quelli che non hanno fatto carriera, non hanno trovato l’ amore, non hanno studiato, non sanno, non hanno capito.

Preferisco parlarci, sapere, conoscere il punto di vista, cercare di capire come facciamo a resistere.

Preferisco chi ascolta. Del resto, abbiamo due orecchie ed una sola bocca. Segno che si dovrebbe parlare raramente e ridere parecchio, il piu’ possibile.

Preferisco i bambini, perché hanno occhi piu’ liberi e piu’ profondi. E dicono cose che i grandi, spesso “per decenza”, non dicono piu’.

Preferisco i vecchi. Mi sono sempre piaciuti gli uomini piu’ grandi di me. Ora ovviamente non piu’, non esageriamo. I vecchi hanno ricordi fatati, con protagonisti sconosciuti all’oggi, ricordi nostalgici di una vita “Altra”, impossibili da manomettere. Parlano di come lei era bella, di come si sono voluti bene, e gli occhi tornano bambini, luccicano di nuovo

Preferisco scrivere, anche oggi che non ho  proprio niente da scrivere.

Ancora la pioggia prima che cada di Elisabetta

ATTESA – di Elisabetta Brunelleschi

Photo by Wendy Wei on Pexels.com

            Amava la musica. Da anni era abbonata alla stagione sinfonica del maggior teatro della città.

Col tempo, ascolto dopo ascolto, lettura dopo lettura, aveva imparato a riconoscere lo stile dei compositori e a collocare loro opera nel preciso spazio storico-artistico di riferimento.

Prepararsi per la sera del concerto era un rito che ripeteva ogni settimana con medesime attenzione e dedizione. E alla fine, nel tardo pomeriggio, del giovedì, eccola uscire di casa perfettamente abbigliata, non prima, però, di aver telefonato agli amici con cui condivideva l’abbonamento, per dire che sarebbe arrivata in anticipo e li avrebbe aspettati già seduta nel palco.

Comunicazione quasi superflua, perché i tre amici, che la conoscevano da anni, non badavano ai suoi orari semplicemente li consideravano un suo personale rito di preparazione all’ascolto.

Entrare nel teatro semivuoto ed attendere in silenzio la predisponeva ad assaporare le atmosfere che di lì a poco si sarebbero sparse su di lei e intorno a lei. In quell’attesa i muscoli si allentavano, per far posto ai messaggi e le speranze che ogni volta la musica le offriva.

Il primo passo verso quella sorta di catarsi musicale era l’ingresso nell’atrio ampio, luminoso, nitido e fresco come una campagna accarezzato da venti leggeri. I pavimenti lucidi, gli specchi sulle pareti, i lampadari di cristallo, le poltrone di velluto, i soffitti alti e chiari, le pesanti tende anch’esse in velluto coi ai lati ragazzi o ragazze impeccabili nella divisa scura dei valletti, erano i segnali che qualcosa di importante stava per accadere.

Le piaceva soffermarsi nel leggero mormorio di chi, come lei giunto in forte anticipo, si attardava tra sorrisi e conversazioni. Signore e signori eleganti, profumati, che dall’atrio sciamavano verso il caffè e poi tornavano per appressarsi agli ingressi.

Quando dall’atrio passava al guardaroba ancora non affollato e con calma poteva togliersi il cappotto, rimaneva poi soddisfatta dai gesti attenti con cui le guardarobiere riponevano gli indumenti e consegnavano la contromarca.

Così rilassata, con la borsetta in spalla e il programma in mano, si avviava a entrare nella sala concerti. Era l’ultima fase di quella sorta di rito preparativo al settimanale evento.

Si affacciava dal palco verso la platea ancora deserta e nel silenzio volgeva lo sguardo verso gli stucchi che abbellivano le pareti, il grande lampadario al centro del soffitto tutto affrescato e ogni settimana, come fosse la prima volta, si sentiva pervadere da una nuova emozione.

Sul palco giungevano alla spicciolata i musicisti e iniziavano le flebili note degli accordi, definite poi all’unisono dal ‘la’ del primo violino.

Ed ecco che gli amici già accanto a lei, con saluti leggeri si preparano anch’essi alla musica. La sala si riempie e il crescendo del brusio indistinto di voci e di passi cessa improvviso con lo spegnersi della luce e l’arrivo del direttore d’orchestra, dei solisti di turno. 

L’attesa finisce, l’animo è pronto, ora lei può chiudere la porta a ogni disagio della vita e lasciarsi cullare dal forte e piano della musica.

La pioggia prima che cada di Elisabetta

L’ATTESA DEL DECOLLO – di Elisabetta Brunelleschi

Photo by Joerg Mangelsen on Pexels.com

Le cinture sono allacciate.

Il personale di bordo illustra le manovre di sicurezza e salvataggio.

Che batticuore che balzi nello stomaco!

I motori rombano. Le ruote avanzano anche sobbalzando sulla pista.

C’è un accelerare, un rallentare, curvare poi nuovo accelerare, si prende la rincorsa.

E in un attimo: voilà il decollo, ed è quasi bello, leggero, si vola!!

Pare di esser fermi e invece 100, 200, 300, 400, 500 e oltre km orari !!!!!!!!!!!!!!!

I 1200 km che ci separano dalla meta si percorrono in due ore.

Che paura …..