Una pagina bianca

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Una pagina bianca- di Carla Faggi

 

Mi dicesti entra, io entrai e tu chiudesti il cancello.

Rimasi e siamo ancora li.

Era l’estate del 1992.

Dormiamo sotto le stelle, mi dicesti.

Mettemmo il materasso in terrazza, un lenzuolo e via a guardare il cielo!

Quante stelle, me le raccontasti tutte.

Io volevo sapere e le conobbi una ad una.

Ero una pagina bianca e ti lasciai scrivere.

Era bello imparare da te.

Sono passati venticinque anni da allora.

Non abbiamo più dormito in terrazza causa acciacchi e dolori vari, ma è rimasto sempre bello imparare da te.

Contributo di Francesca Piccinetti – Carnevale: arte e passione

francesca piccinetti

Francesca Piccinetti ha pubblicato sul suo profilo Facebook questa bellissima pagina. Con il suo consenso la pubblichiamo per condividerla nella sua versione integrale.

Il mio vuole essere solo un racconto dalla prospettiva di una figlia, nulla di più. Spero non sia un problema se taggo le due persone che ho citato, oltre che mia mamma per ovvi motivi.
Mi piaceva raccontare un retroscena, magari piccolo e di poco conto per tanti, attraverso cui si capisca che l’arte non è improvvisazione, ma che necessita di dedizione e costanza,oltre che di talento. Spero si capisca che l’intento è quello di andare oltre un semplice articolo di cronaca, e che dietro un carro si nasconde un mondo che molti non conoscono, e che forse sarebbe anche ora che venisse svelato.
Spero vi piaccia…buona lettura a chi avrà voglia di arrivare fino in fondo.

E’ un normale venerdì sera, torno da Ferrara dopo quattro ore di treno, sono sfinita e non vedo l’ora di andarmene a casa a dormire. La settimana è stata pesantissima e piena di lezioni toste all’Università, e anche la valigia che mi porto appresso lo è, grazie al cielo hanno inventato le ruote! Ok devo scendere, la porta si apre e mi devo fare un tot di strada sulla pensilina per arrivare alle scale, scendo e vado nel parcheggio. Saluto babbo che mi è venuto a prendere come al solito, mi chiede come va e mi dice: mi è venuta un’idea stupenda per un carro, Rossini e tutte le sue opere intorno, Franci credimi, è una bomba!

…Bum! Fa il mio cervello! Gli unici neuroni attivi in quel momento mi servivano per fare tre piani di scale a piedi con la mia super valigia (e qui avere le ruote non aiuta, purtroppo), infilarmi il pigiama dal verso giusto e finalmente dormire. Ah sì ??!!, rispondo io…bello…e il mio cervello, intanto, pensa (eh si, ho sempre pensato troppo) …ma poi cosa ci troverà di così entusiasmante in questo carnevale? Ho visto gente spaccarsi la schiena e fare notti insonni per delle “carnevalate”, le ho viste da quando ero una nanetta che superava di non molto le ruote del carro, le ho viste battere e modellare creta, arrampicarsi su impalcature precarie, incollare, tagliare e saldare come se non ci fosse un domani…mi sono sempre chiesta il perché, ma perché lo fate?
Non ho mai fatto questa domanda ai diretti interessati, una di quelle domande che non hai il coraggio di fare, per paura forse di una disillusione, di sentire una risposta che non ti piace…o forse perché la vita di un figlio non è la stessa di un padre, hai paura perché la gente con leggerezza ti considera “figlio di”, punto e basta, senza diritto di pensiero, parola e opinione e allora scegli… scegli di fare altro.

Passano gli anni e vedo nuovi bozzetti, studi di figure e modellini girare per casa. Rossini è sempre più Rossini così come il Barbiere di Siviglia è sempre più Barbiere. Mi laureo e comincio a lavorare in cantiere, mille responsabilità, grandissime responsabilità, anche più grandi di me. Lavoro come una disgraziata per un sacco di ore al giorno, lavoro con gli armatori, con i miei colleghi dell’ufficio tecnico, ma soprattutto passo metà del tempo in cantiere. Mi piace stare con gli operai, imparo a conoscerli, a capire come lavorano, imparo moltissimo da loro e si crea un gruppo con un’ottima amalgama. Raggiungiamo tantissimi obiettivi e non è lo stipendio a fine mese che te lo fa fare, è la passione, la cura del dettaglio che ci mette il primo degli ingegneri e l’ultimo dei resinatori, è tutto collegato e tutto deve andare in sincro.
Finisce quell’esperienza e quello che mi manca di più è proprio il cantiere, e vedere quella luce negli occhi, quell’atteggiamento positivo che ti porta al risultato.

Passano altri anni, e il carnevale rimane una costante nella vita di mio babbo e di riflesso anche nella mia. Ammetto che qualche anno fa mi sono divertita a fare da modella per i Transformer commissionati da Viareggio, indossarli ti da un certo senso di potere. E poi i pesci… quanti pesci e affini, per casa!Sempre per una mascherata viareggina e che bello vederli sfilare dal vivo! Piccole parentesi euforiche che però non davano una risposta alla mia domanda: perché lo fate?
Forse troppo giovane, forse ancora avevo nelle orecchie le mille litigate adolescenziali, e non , col babbo…perché sì, per molte cose siamo simili, ma per altre siamo due universi lontani e ben distinti…metteteci che sono del Toro, quindi ho la pazienza di un santo, ma se vedo rosso mi si chiude la vena e comincio a incornare…a quel punto chi c’è, c’è! (Vabbè, ridiamoci sopra…d’altronde la perfezione è di una noia mortale!)

Quest’estate babbo mi dice: sai Franci che forse si fa il carro di Rossini! Pesaro è interessata e lo vuole per le commemorazioni dei 150 anni…
Vedo quella luce particolare nei suoi occhi, che non vedevo da un bel po’, nei mesi mi aggiorna su tutte le vicissitudini politiche e non, fino a che si arriva al nocciolo della questione: chi lo fa? Perché babbo non può certo salire su un’impalcatura, l’età e gli acciacchi ci sono e io con le mie paturnie da figlia rompo spesso le scatole su questa questione.
Varie ipotesi, poi un giorno, nel suo studio mi dice che si sono proposti i carristi dell’ACF…lui è un po’ dubbioso perché sono giovani, e io dico subito: meglio! Così potranno imparare un sacco di cose, dagli fiducia e vedrai che sarai ricompensato. Se il carnevale deve avere futuro, il suo futuro sono i giovani. Io l’ho imparato dallo sport, ma poco prima mia mamma, da brava prof, gli aveva detto la stessa cosa. Si convince e si parte, un po’ a rilento a dire il vero, ma ci sta, bisogna conoscersi e tararsi a vicenda, bisogna capire come si è abituati a lavorare da una parte e dall’altra. Poi babbo può sembrare il burbero della situazione, ma chi lo conosce sa che non è così e piano piano si affeziona a quei ragazzi, me ne parla sempre di più e sempre meglio. Tirò un sospiro di sollievo, altrimenti… chi lo sente??!!

Mi incuriosisco e vado qualche volta “a cacciare il naso”, perché la curiosità è femmina e perché ero poco più di una matricola quando ho visto per la prima volta Gioacchino (era il 2001, siamo nel 2018, e mio “fratello” sta per prendere la patente…son traguardi nella vita!!). Li vedo tutti lavorare moltissimo e sento quel clima positivo che c’era nel cantiere dove lavoravo. Sono la figlia del “boss”, non c’entro niente e non dico niente se non qualche complimento qua e là che non fa mai male. Ammetto di essere entrata in ansia una settimana prima della sfilata, son capitata spesso in quei giorni e già da dentro il capannone il risultato era eccellente. Un ottimo lavoro di gruppo dove anche i singoli hanno potuto fare un’esperienza importante per la loro crescita personale.

Venerdì prima della sfilata (come all’inizio era un venerdì…deve essere un giorno particolare il venerdì, un giorno tra dovere e piacere, tra lavoro e riposo, tra serio e faceto…un giorno da “carnevalate”) tirano fuori il carro per provare i movimenti, babbo mi invia le foto, ma la tecnologia non è affidabile come le ruote della mia valigia e non riesco a visualizzarle…sono in giro e decido di andare di persona.
Rimango un attimo a guardare da lontano, poi mi avvicino e prima di tutto vado da Daniele e Luca, un po’ a tradimento chiedo, guardando il carro: bello è bello, ma voi siete soddisfatti? Loro mi rispondono sorridendo: soddisfatti e rimborsati! Vado da babbo e gli faccio la stessa domanda: mi risponde come 17 anni fa, è una bomba! E aggiunge: me vien da piagna! (rigorosamente in dialetto) felice come un bambino di otto anni.

Penso di poter dare una risposta alla mia domanda: ma perché lo fate?
Perché Carnevale è arte, poesia, fatica, sudore, e soprattutto passione e la passione, questo l’ho sempre pensato a prescindere dal carnevale, si nutre di soddisfazione. Personale, per il gruppo , e per la resa “in scena”. E la politica, il guadagno, il tornaconto, non c’entrano, c’entra la voglia di fare al meglio quello che sai fare, di usare ogni occasione per mettere i tuoi limiti un passo avanti a te e provare con tutte le tue forze a superarli. C’entra quella stanchezza infinita che ti si legge in faccia, ma che quando finalmente stappi una bottiglia di vino, quello buono, per brindare a fine lavori, ti fa ridere e sorridere con aria soddisfatta e consapevole di aver fatto un ottimo lavoro.
Che liberazione! Ho risposto ad una domanda che mi frullava nel cervello da una vita! Me ne farò altre, non c’è pericolo (penso sempre troppo!),e mi auguro che sia solo un nuovo punto di partenza per chi ne avrà voglia!
Ad Maiora!

Francesca Piccinetti

Chi sono: “Sono a Fano, a casa mia, con davanti il mio portatile. Cerco di sintetizzare in poche righe chi sono: sono fanese da generazioni, figlia di artista e carrista (ma se avete letto il mio contributo è una cosa abbastanza scontata questa), sono laureata in Architettura e ho fatto mille lavori diversi per arrivare a fine mese (a volte riuscendoci, a volte no…ma questa è solo la realtà dei nostri tempi…andiamo avanti). Da sempre mi piace scrivere, scrivo a modo mio, non ho mai frequentato corsi o cose simili, e gestisco una piccolo blog che si chiama Lo Sparviero http://losparviero.altervista.org/ in cui racconto in maniera più o meno dettagliata di luoghi, borghi e suggestioni che mi hanno colpita nel mio girovagare. Ho varie passioni, tra cui la più grande è sicuramente il tiro con l’arco, lo pratico da qualche anno e sono tra i soci fondatori della società per cui sono tesserata. Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma non vi vorrei annoiare, quindi la finisco qui e vi auguro buona lettura (se ne avrete voglia) e buona scrittura!
Un abbraccio.
Francesca Piccinetti”

http://losparviero.altervista.org/

 

Il gatto bianco

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Il gatto bianco – di Cecilia Trinci

Non era il mio. Era un gatto di strada, non bellissimo a prima vista, ma a guardarlo bene con un musino dolce e un delizioso  nasino rosa  in mezzo. Occhi grandi, quasi verdi su un corpo grosso, lunghe zampe, lungo corpo che nel cestino, che avevo messo per lui in terrazza, si attorcigliava a stento, lasciando fuori sempre qualche pezzo. Solo quando era molto freddo, certe mattine d’inverno, allora riusciva a farsi stretto stretto, piccolo piccolo e il cestino diventava grande. In quelle giornate fredde  imbottivo quel rifugio segreto di copertine, di cappucci impermeabili, coprivo tutti gli spifferi, stando bene attenta, però,  a non chiudere troppo a non coprire troppo. Perché i gatti di strada sono sospettosi e preferiscono sentire freddo che oppressione e paura. Si era abituato piano piano a quel rifugio insperato, nel fondo della mia terrazza ben raggiungibile da un gatto con un salto. Gli piaceva, nascosto com’era tra le piante e indisturbato perché nessuno usa  frequentare quel lato del balcone. All’inizio lo guardavo dal vetro chiuso: appariva come lo Stregatto di Alice, mangiava ratto ratto le crocchette che avevo preso a lasciargli a disposizione e poi spariva terrorizzato. Poi, piano piano, si è fatto meno cauto, ha accettato di dormire da me, prima su un vaso pieno solo di terra, certamente un luogo migliore di quello dove spesso lo vedevo addormentato, tra le frasche di un giardino abbandonato. Poi, gradatamente e sempre con sguardo attento, ha accettato di infilarsi dentro il cestino che gli avevo organizzato tra i vasi. Prima dormiva con un occhio solo, scappando subito appena mi sentiva muovere nei pressi, anche a finestre chiuse. Poi abbiamo iniziato a guardarci: lui di là dal vetro e con le spalle alla via di fuga e io di  qua, in casa, piegata alla sua altezza.  Aveva paura si vedeva, ma restava a fissarmi quasi meravigliato. Io gli dicevo, a voce alta: “Resta Micio, non avere paura….” ma lui dopo un po’ si girava verso la ringhiera e spariva nei giardini. Piano piano ha cominciato a rimanere di più, a guardarmi con occhi diversi e  ha cominciato a diventare abituale. Avevo imparato i suoi orari: notti brave in giro per la strada e poi mattinate nel cesto, a dormire fino a tardi. Quattro anni.  Quattro anni con un gatto non mio, misterioso, bianco sporco, spesso ferito, ma col nasino sempre rosa e gli occhi sempre più addolciti. Quando ha fatto tanto freddo a dicembre si è fermato al calduccio quasi tutto il giorno. Forse cominciava a invecchiare, a non essere più tanto invincibile con i suoi pari. Un giorno non è tornato più. Ho aspettato: i gatti sono misteriosi e strani e ti stupiscono sempre….ma dopo tanto tempo la sua copertina è rimasta ora solo un cencio sporco, la sua ciotola raccoglie foglie secche. Dove andranno a finire i gatti quando non tornano più? In un loro luogo segreto, a metà tra la terra e il cielo? A metà strada tra il nostro passato e il nostro presente? Io comunque lascio il cestino apparecchiato……..chissà, magari un giorno riappare, come se nulla fosse, come un vero Stregatto! ! Ciao gatto bianco di strada, buon cammino ovunque tu sia!

Andare in bianco

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“Andare in bianco” – di Mirella Calvelli

Ancora bianco, tante parole sono tinte di bianco…si ricorre al bianco nella neve, le nuvole, la nebbia…tutte parole che iniziano con la N nella nostra lingua……ma ce ne sono altre che non sono materiali ed esprimono emozioni tristi o allegre….così mi salta alla penna…ANDARE IN BIANCO….

E a proposito mi ritorna in mente il meraviglioso film di Sergio Leone “C’era una volta in America”.

In particolare la scena della meringa…dolce godurioso, fatto di zucchero e panna, all’epoca un dolce anche molto costoso.

La modalità lo lega al sesso, perché di tale prelibatezza era golosa una ragazzina disponibile, che si concede in cambio di una meringa alla panna.

La ragazzina, è chiusa in bagno e fa aspettare il pretendente seduto su  un gradino di una sudicia scala. Il tempo passa e il ragazzo freme, impaziente con l’irresistibile dolce fra le mani.

Più passa il tempo più aumenta la voglia di assaggiare, almeno un po’ di panna. Con il dito disegna dei cerchi intorno alla base, poi si blocca per il desiderio della ragazza e ricompone il dolce.

Dietro a quei gesti e all’espressione combattuta, se  godere…di pancia o di…

La scelta fra sesso e fame, assecondare il desiderio sessuale o quello della gola? La meringa diventa l’oggetto di una lotta, costata una settimana di lavori…fra l’altro per strada, per soddisfare un piacere ancora più forte, ormonale, vista la giovane età.

La ragazzina si vende per così poco, pur di godere anche lei della meravigliosa meringa.

Alla fine, il tempo e l’impazienza, la fame e la gola, vincono…lui divora tutto e scappa via fra il compiaciuto e il disperato.

Lei esce, lo chiama lo cerca…il tempo le ha giocato la possibilità di assaporare quel tripudio di zucchero e la corposità quasi impalpabile della panna, tanto da lasciarla, scocciata e infastidita, per avere solo assaporato e non goduto della meringa!!

Andare in bianco, non per un insuccesso personale, ma per un desiderio ancora più grande!!