Anni: 2016 e 2020 – Carla

Il primo gruppo non si scorda mai (ma il secondo è anche meglio) – di Carla Faggi

2016

Come si dice in gergo” il primo gruppo non si scorda mai”.

L’avevo fatto io a mia immagine e somiglianza, serviva per iniziare a matitare con Cecilia perchè nell’altro gruppo non c’era posto.

Donne che conoscevo in palestra, di quelle che conosci poco ma ti ci trovi bene, che quando parlano le capisci, anzi le intuisci.

Le invito a formare un gruppo di scrittura creativa con Cecilia Trinci che avevo contattato per telefono.

Mi dicono di si e insieme a Tina che mi aveva detto di si prima ancora di chiederglielo, iniziamo con Cecilia la nostra storia delle donne delle 15.

Era il 2016 o il 2015 non so bene.

Per me è stato un gruppo splendido, rotondo, appagante, l’ho amato tanto.

Di quel gruppo siamo rimasti solo Cecilia, Tina ed io.

Alle 15 abbiamo vissuto altri gruppi, alcuni ovaloidi, altri un po’ spigolosi, ma nessun altro era rotondo come il primo.

Ma Cecilia, Tina ed io c’eravamo e ci siamo sempre.

2020

Anno orribilis

la paura, l’isolamento, l’energia negativa nell’aria. il dolore e la sofferenza del mondo respirata ogni giorno.

Ma anche la speranza, il “ce la faremo” “il cantare sui balconi” il “ti sento ma non ti vedo” con Cecilia e le matite.

Che tenerezza e che conforto a ripensarci ora: la connessione che spesso saltava, Skype che non funzionava, noi che non sapevamo ancora usarlo, la Cecilia che si inventava sempre qualcosa, il conforto di scoprire che le nostre paure erano condivise e quindi non erano debolezza ma normalità.

Ci siamo conosciute meglio, siamo un grande gruppo, rotondo, anzi rotondissimo.

Poi ritornammo a riveder un po’ di luce.

L’estate, il ritorno al mare, l’illusione di quasi normalità, rivedere le matite, distanziati e con le mascherine a Villa Favard.

Il nostro premier Conte ed il nostro Ministro Speranza con l’annuncio che a fine anno forse ci sarebbero stati i vaccini.

E poi iniziò il 2021.

Anni: 2016 e 1956 – Rossella

La bambola – di Rossella Gallori

2016

Il 2016 non c’entra, so che avevo seppellito cose, e riesumato casini, so che scrivevo di amore, di muri, di mancanze, nella speranza di colmare i silenzi con le parole, con l’ incertezza di una matita consumata e monotona che scriveva e scriverà sempre la stessa storia,  da destra, da sinistra, da dietro e davanti, da sotto e da sopra, la stessa storia  sempre, solo gli anni sono diversi, solo chi narra non è più lo stesso ….e chi ascolta, ascolta e scrive la sua storia con me.

1956

Parlavano di Anna Magnani, che io trovavo bruttabruttA, parlavano di asiatica, che io non sapevo  “chi” era. Parlavano sempre quando erano insieme, io ero gelosa di quella che mi aveva portato via l’ uomo della mia vita!! eravamo due coppie in tre.

So che la bambola era grande, come il letto, eppure il nostro lettone era grandissimo, so che aveva un vestito di tulle azzurro bordata d’argento, il corpetto plissettato fermato da piccole margheritine   una ruche  le COPRIVA il collo e le maniche a sbuffo salivano su fino  a sfiorarle le guance rosate, il viso ciccioso di bisquit aveva occhi profondi e neri che non si spalancavano del tutto, lucide e folte ciglia arricciate e sognanti, glielo impedivano.

Le mani grassocce a puntaspilli finivano con corte dita smaltate, ai pieducci a saponetta scarpette con il laccio alla caviglia di una plastica dura e fragile.

Era il mio sogno…lo avevo visto, il babbo, salire le scale con lo scatolone, avevo fatto molto finta di non vederlo…sì era il 56, ed io cresciuta, con il meccano, le galene, i sospensori  le scarpe da calcio e la sugna per pulirle, avevo finalmente: Lucia, la bambola più bella !

Ho sempre voluto credere che l’ avesse comprata il babbo, la mamma, no, forse non aveva avuto tempo, forse non fu così.

La nonna decretò  che era un regalo inutile, strano che lo dicesse la persona più inutile al mondo…

Sì era il 56, io  capelli lunghi castani ramati, occhialini neri  che non hanno  mai risolto la mia vista, l’ unica di casa   con la pelle non olivastra.

Mi addormentai sulla gonna della mia Lucia, al mattino il babbo la tolse e la mise sul cassettone, ed è rimasta lì, immobile spettatrice di tutto di più, sì era il 56.

 Poi l’ ho lasciata a far compagnia a mia madre, ma gli anni 70 incalzavano, fu cacciata in un armadio, poco dopo il mio matrimonio, io gelosa di lei, di me….

Passò ancora tempo, piangeva la mia mammaroccia, si sfaldava con lo sfratto in mano, forse una valigia, forse due, sì era il1989.

Cosa potevo fare io, per dimostrarle che ce l’ avrebbe fatta anche questa volta, sì l’ 89…

Io avevo una me piccola, tante cose non risolte, cosa potevo fare!!!!

Presi Lucia, la baciai e senza guardarla, feci affacciare mia madre alla finestra su quella piccola strada dal nome altisonante, via Zuccagni Orlandini e gridai con poca voce: guardami guardami ! Se ce la faccio io a buttar via Lucia ce la farai anche tu mammmmmma, la vita continua, aprii il cassonetto e la mia bambola sparì! Quante m in quel mio mamma, e quante lacrime nel mio piangere.., ancora adesso.

Però sono stata brava, forte, forse anche troppo, gli eroi non servivano e non servono…ecco come mi sento spesso: un piccolo eroe inutile, senza bambola….

Ciao Lucia!

Anni: 2016 e 1998 – Nadia

Una voce fuori dal coro – di Nadia Peruzzi

Una da No. Una da Brexit.
Il 2016 che inizialmente aveva determinato un vuoto assoluto di ricordi, si è colorato di molto dopo che Cecilia ci ha sintetizzato una serie di eventi che lo hanno caratterizzato.
Si è rivelato anno interessante. E ho dovuto concludere che è un anno corposo, a tutto tondo, e che sta nelle mie corde più di quanto avrei potuto immaginare facendo affidamento a ricordi che si erano pressochè ridotti a zero.
So da me che si tratta di strane corde, fili sottili che convergono a fare di me una da NO.
Non in senso assoluto, ma in questo scorcio d’epoca e per una serie di questioni che riguardano il mondo in generale e la vita di tutti noi in particolare, considero questo modo di pormi come necessitato. Una linea di autodifesa per un tempo in cui le pressioni al “si deve” stanno diventando opprimenti e prevalenti rispetto al ci è dovuto e dovremmo proprio pretenderlo con uno sforzo collettivo.
Un tempo in cui si orientano i desideri avendo pure la grande e perniciosa capacità di farli passare come scaturiti direttamente da noi. Il sistema un bel pezzo avanti e gli ingranaggi in difficoltà o direttamente ostaggi del divertirsi da morire fatto di gadget colorati e ammiccanti.Questi siamo tutti noi ora più , ora meno.
Stare nel gorgo mi è sempre piaciuto poco. Malgrado sia una strutturata,di fronte a qualunque cosa diventi ripetitiva e parte di un “si deve” mi sento presa prigioniera. Comincia a mancarmi l’aria. Mi accadrebbe anche se con un’amica si definisse un giorno dedicato per trovarsi a parlare o andare al cinema. Già dalla terza volta comincerebbe il mio “dovrei andare, però” .. e tutto prima o poi si incrinerebbe.
Vivo male nel tempo delle pressioni che arrivano da ogni parte a condizionare le nostre vite, del “non ci sono alternative”. Tanto più se lo dicono a reti unificate e a tg con un unico format. Per forza deve essere così, lo diciamo noi. Sottinteso chi sei tu per remare al contrario?
E io? Beh, io quando il coro è al massimo e il numero dei cantanti è ogni giorno più numeroso e quando le spinte a seguire quell’unica strada bella asfaltata e senza buche davanti, quando la ola da stadio dovrebbe proprio partire a squarciagola..beh,io invece mi ritraggo,prendo fiato e lascio che dal profondo esca il Pierino che c’è in me. Quello delle domande scomode, quello che gira in senso antiorario,quello che imbocca il viottolo accanto proprio per cercare di dimostrare prima di tutto a me stessa che le alternative ci sono sempre. La vita è una ricorsa e uno slalom continuo fra alternative piccole o grandi. Eppure nei macrosistemi e sugli schermi dei potenti, nelle loro statistiche a senso unico e come risultanza dei loro maledetti logaritmi chissà perché le alternative non ci sono mai. Il piano B non è mai contemplato. Se lo cerchi, o lo immagini sei ai margini e collocato fra quelli che criticano sempre e non vogliono che il manovratore manovri per il bene di tutti noi! Un rompiballe, in definitiva.
Dalla posizione di autodifesa al ritrovarmi drastica su più di un punto, il passo diventa breve .
Con queste premesse ci ho messo un nanosecondo a diventare una da Brexit. Mica peraltro. Quando il coro si fa assordante e dichiara sfracelli sicuri,preferisco affidarmi al Manzoni e al suo “ai posteri l’ardua sentenza”, democraticamente ha deciso il popolo inglese col voto il resto sarà storia e futuro e qualcuno le somme le tirerà. 
Del resto nel 2015 ero stata una da OKI e in Piazza Syntagma avrei accarezzato l’idea di una vittoria che cercava che si realizzasse il piano B invece della macelleria sociale a cui l’Europa ha deciso invece di condannare la Grecia.


1998
Avevo sfiorato col pensiero gli anni belli, forse per autoprotezione. Cercavo di far scorrere la pellicola avanti e indietro andando a pescare anni più o meno recenti , ma non quello.
Poi ..ho varcato il mio Rubicone e costi quel che costi ho deciso per questo anno.
Anno brutto davvero, di dolore profondo di quello che non si cancella con nessun colpo di spugna e anche se giri la testa quello te la invade quando meno te lo aspetti e scatena temporali e anche il cuore si appesantisce. 
Il cassetto di fondo non sarà mai pronto per questo anno e per i ricordi che si porta dietro.
Fu di luglio.
Il mese che era stato di nascita è stato anche quello che ha segnato la fine.Sulla lapide la scritta è impietosa: 13 luglio 1953/12 luglio 1998.
Il terzetto, che poi era un quintetto visto che abitavamo con i miei , ha smesso di suonare come insieme coordinato e unito.Il violino non c’era più.
La vita scorre. Tutto scorre, prosegue, costringe a percorrere strade che non avevi immaginato e trascina pure laddove la salita è più ardua e faticosa. Andare avanti nonostante tutto, cercando in te la forza che nemmeno credevi di avere.
Andare avanti , nonostante tutto , con a fianco un’assenza fin troppo presente. E’ per fare in modo che la ferita non sanguini troppo che preferisco che il pensiero vada ai tanti anni prima di questo, in cui serenità , allegria e impegno comune, hanno segnato il nostro percorso.

Anni: 2016 e 1962 – Lucia

La vita cambia e scorre – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Anno 2016

È cambiata la mia vita nel 2016
Un cambiamento radicale
come spegnere o accendere
la luce in una stanza
Nel 2016 ho finito di lavorare
Dopo quarantacinque anni
le voci dei bambini non
hanno più riempito le mie giornate
non più voci di bambini non più voci di
mamme per lo più ansiose
non più voci di colleghe
Quarantacinque anni di voci di sono spente
proprio come si spegne la luce in una stanza
Da un giorno all’altro mi sono trovata
in un’altra dimensione
La luce era spenta ma non era buio
Mi sentivo inondata da una nuova luce
Ho potuto assaporare il piacere della lentezza che non avevo mai conosciuto
Ero stata sempre di corsa
Corse per prendere il treno
Corse per arrivare puntuale al lavoro
Corse per adempiere a tutto quello che era necessario fare nella mia lunghissima
giornata di corsa
Improvvisamente mi sembrava di vivere
in un modo di beatitudine assoluta
La mia colazione seduta al tavolo che
durava tutto il tempo che volevo
Aprire le finestre guardare il cielo e
stabilire quale cosa all’aperto avrei
voluto fare
Lentezza lentezza meravigliosa lentezza

Continua a essere così
continuo ad assaporare il piacere di
poter scegliere come utilizzare il mio tempo
di questa mia nuova vita
Cosa mi manca?
Ci sono giorni così pieni di piccole o grandi
cose belle che non mi manca niente
Altri giorni sento forte forte una mancanza:
la mancanza di voci.

Anno 1962

foto di Lucia Bettoni


Per andare alla scuola elementare
percorrevo una strada tra i campi
i boschi e un viale di cipressi
Una strada lunga tre chilometri
Ho sempre percorso da sola
con la mia cartella quella strada
Soltanto il primo giorno di scuola mio padre
mi accompagnava con il motorino
Era l’unica volta
Quella strada era lunghissima
per la piccola Lucia

Anni: 2016 e 1979 – Stefania

Anni 2016 e 1979 – di Stefania Bonanni

Nel 2016 ho compiuto 60 anni, ed ho proibito qualunque festeggiamento, per civetteria. In realtà ero contenta. Di me, perché mi piacevo, nonostante gli acciacchi, del mio bellissimo nipotino Leo che cominciava ad esprimere affetto ed allegria (essendo nato nel 2015), ero contenta della vita che stava per cambiare perché smettevo di lavorare, essendomi chiarissimo che volevo passare il mio tempo da nonna. Mi ricordo contenta, nel 2016. Come a tagliare un traguardo. Come uno che ce l’ha fatta, nonostante il fiatone.

1979.

In quel periodo sono stata pazzamente felice, non contenta, proprio pazza e felice: con le farfalle dappertutto,  le risate sempre sull’orlo delle labbra e gli occhi scintillanti. Il 1979 è  stato l’anno nel quale ci siamo decisi a saltare nel precipizio, io e Paolino, senza paracadute, ma tenendosi per mano. Era rischioso, ma non  servirono parole. Per noi parlarono mani, cuori, braccia,  occhi. E si sono intesi in una lingua che non conosce interpreti, né intermediari, nella quale vicino non è abbastanza, conta solo stringersi. “L’amore che strappa i capelli, ha detto un poeta”, e averlo riconosciuto, quell’amore, è  stara una grande fortuna, un ricordo bellissimo, un arcobaleno.

Un pensiero: Vanna

Commento in differita all’incontro di ieri, 1 dicembre

VOCI – di Vanna Bigazzi

Sono voci quelle che ho sentito, come dice Cecilia, voci di persone, non rumori, frammenti essenziali dai quali emerge l’anima, tanto soffocata in questi tempi. Non parlo dei disagi portati dal Covid, parlo della realta` che viviamo dove ogni valore ha un costo, ha un peso. Non c`e` spazio per cio` che non incide materialmente, un contesto dove lo slancio viene tradito e punito e si ottiene solo cio` che si chiede con indifferenza. Oggi non ci si puo` piu` abbandonare se non nel caso in cui ci si veda un tornaconto e il passato viene dimenticato quando si ritiene che non serva piu`. Voci di vita vera sono invece queste, le vostre, non solo suoni come suggestioni magiche di parole ma testimonianze di esistenza. 

Dicembre 2021

Echi di dicembre – di Cecilia Trinci

Non è un mese come gli altri, non c’è nulla da fare!

L’aria si fa fredda, oltre che buia. Candele e luci di Natale si accendono più per farsi compagnia che per la tradizione.

Aghi di pino, cannella, marmellate, cotogne e miele. Sento il profumo dei vostri dolci, spruzzati di bianco. Era farina? o zucchero a velo?

Mi mancano i vostri passi sulle scale.

Arrivavo prima per apparecchiare, per mettere cioccolatini sulla tovaglia rossa, le sedie, i bicchieri per le tisane e il the. Arrivavo prima per ascoltare il silenzio della stanza vuota .

Per raccogliere le idee, per concentrarmi.

Arrivavano i vostri passi con i tacchi da ragazza, e le risate e, in ultimo, a volte, a essere fortunati, la fretta di Simone-in-ritardo.

Arrivavano i vassoi coperti di tovagline a fiori, la sorpresa di ricette antiche, la cotognata, i biscottini, gli omini di neve a decorare, e le frasche di Tina, i fiori tardivi di Mimma, gli esperimenti ebraici di Rossella. A volte una rosa, “è l’ultima del giardino”.

A dicembre i dolci si infittivano, facevano a gara a uscire dalle vostre borse, dai cestini di Tina, dai sacchetti amorosi.

Mani di donne che mai dimenticano di essere madri, vere o potenziali è lo stesso, mani che cucinavano, confezionavano, raccontavano e alla fine scrivevano, con penne personali, su quaderni a colori, con la ricchezza di donne vive.

Mi mancano le vostre mani, Matite. Le vostre mani di dicembre, uscite dai guanti e ricche di tenerezza.

Incontro 1 dicembre 2021

con Cecilia Trinci

I ricordi in un tempo preciso: il 2016

Difficile identificare ricordi precisi relativi ad un anno in particolare.

Nel 2016 c’è stata la Brexit, l’elezione di Donald Trump, la morte di Dario Fo e Classius Clay, è stato assegnato il Nobel a Bob Dylan, ci sono state le Olimpiadi a Rio De Janeiro, il referendum di Matteo Renzi. In agosto il terremoto in Italia Centrale e a gennaio era stato ritrovato il corpo di Giulio Regeni.

Nel nostro mondo di Matite il tempo scorreva in due gruppi molto separati, c’erano persone che oggi non vediamo più, altre sono rimaste, come meravigliose colonne e testimoniano in presenza ricordi e racconti.

Leggiamo la “schiacciata con l’uva” di Mimma, il Buio di Stefania e la Mancanza di Rossella, scritti nel 2016.

Raccontiamo poi come ognuno di noi vede, in forma grafica la struttura dell’anno solare.

Scopriamo che l’anno si vede come succedersi di stagioni e di colori, qualcuno lo scandisce con i compleanni o le feste tradizionali, o il ritorno di chi conta davvero. Qualcuno conta l’anno a partire da dopo l’estate, o da Natale, o dal proprio compleanno.

Stefania lo ipotizza come un lungo scontrino: le spese fatte testimoniano “che si è fatto fronte a quello che ci è capitato”.

Laura come un treno con vagoni di scatole da riempire di cose.

Mimma come una grande foglia di vite, bella, generosa, che nel tempo cambia colore e poi cade a terra

MariaLaura lo vede come uno gnomo che avanza con un sacco sulle spalle, ogni 24 ore, allo scoccare della mezzanotte, prende qualcosa dal sacco e lo lancia dietro le spalle.

Altre immagini sono circolari e puntano sulla ciclicità degli eventi.

Per Rossella è una scala senza ringhiera a forma elicoidale.

Per Carla l’anno è un orologio che procede in senso antiorario e inizia il viaggio alle 16,30, cioè a settembre, dopo la “seconda vita parallela” di lei, al mare.

Si riflette poi sulla scelta di un anno speciale. Ognuno il proprio.

Riempirsi le mani di forme: Patrizia

Gli oggetti e le mani – di Patrizia Fusi

Il barattolo tondo con un cuore di legno legato con lo spago contiene del pourpuri colorato e morbido e una candela grigia a forma di pigna, è un regalo di una mia cara amica ricevuto anni fa. Nel buio della stanza, accarezzandolo, ho ho avuto una dolce sensazione di calore, mi si sono riempite le mani e il cuore, come l’amicizia può fare.

La conchiglia ricordo di giorni lontani, ha degli aculei appuntiti, ha i bordi frastagliati, sul dorso ha delle creste, è di colore avana con delle striature marroni, chissà da quale mare proviene. Toccandola è piacevole, sento la parte interna liscia e fresca e ho avuto la voglia di avvicinarla all’ orecchio, ho sentito un leggero fruscio, voglio fantasticare che sia la risacca di un mare lontano.

Un’antica lampada a petrolio, donata da una zia a suo nipote, non so se ancora funzionante, ho anche il vetro di ricambio, mi piace l’eleganza dell’oggetto, la forma rotonda della base di vetro bianco, l’attacco di lamina di bronzo lavorato, con la rotella per dosare il carburante, la parte superiore di vetro è agganciato alla base con una delicata corona.

Gli oggetti rotondi mi riempiono le mani, il fresco del vetro è piacevole, sento l’eleganza dell’oggetto, mi vengono alla mente le persone che l’hanno avuta prima di me, un pensiero caro. Mi fa riflettere che durano più gli oggetti che le nostre vite.

Dolcezza in geometria: Anna

TRE COSE – di Anna Meli

            Qui sul tavolo davanti a me c’è una palla di Natale, color avorio, lucida e liscia; un girotondo di gattini marroni saltano e si rincorrono sul disegno di due righi musicali rendendola allegra.

            Me la regalò mia figlia quasi bambina un lontano Natale quando ancora la famiglia si riuniva al completo di nonni, genitori, figli e anche qualche amico rimasto solo per una mangiata in allegria.

            Non amo vivere di rimpianti, ma accarezzo la palla come per riscaldarla e nello stesso tempo riscaldarmi e ricordo…

            Accanto alla palla, tre penne di istrice rigide e appuntite dalla superficie un po’ ruvida anch’esse color avorio intercalate da piccole strisce trasversali nero-marrone, mi ricordano le frequenti passeggiate nei boschi con mio marito: lui alla ricerca di asparagi selvatici, io attratta da ciocchette di querce e di bacche.

            Mi ricordo che giunti a’’Vernalese’’ si prendeva un sentiero che portava fino all’Incontro, ed era molto bello anche se faticoso: sembrava il bosco di una favola.   

            Lungo quel tragitto era frequente trovare penne di istrice e ci piaceva raccoglierle e portare a casa. Mia madre ancora abbastanza giovane le usava nei suoi ricami per fare le roselline bucate.

            Vicino alle penne di istrice c’è una sottile foglia di querce. E’ un segnalibro in argento dalla fattura molto delicata con linee di venature molto sottili come graffi disegnate all’interno. E’ un dono di una giovanissima collega. Arrivò nell’ufficio in cui lavoravo in punta dei piedi, timida e gentile.

            Non so perché trovò in me come una mamma e spesso mi diceva che le davo sicurezza. Dopo un po’ di tempo fu trasferita in un altra città e fu in quell’occasione che mi regalò il segnalibro foglia con un biglietto molto caro.                                        

            Dopo molti anni incontrando per caso una sua parente seppi che se ne era volata via colpita da SLA e ho pianto pensando a lei e ai due bimbi che aveva lasciato. Non riesco a dire morta perché sento che qualcosa di lei è rimasto in questa foglia sottile che mi trasmette dolcezza.

Ma questa è un’altra storia: Stefania

Fiffo, la madre gallo – di Stefania Bonanni

I suoi ricordi cominciavano con l’ingresso in una strana comunità, e la sensazione di essere solo, orfano, diverso, e piccino. Presto però si rese conto che aveva trovato una quindicina di mamme affettuose. Una quindicina di calde, grasse, galline che si prendevano cura di lui e lo riempivano di coccole. Lo tenevano sotto le grandi, accoglienti ali, stretto alle cosce grassocce e coperte di piume piccole e morbide, fatte per scaldare, come un nido. E facevano a gara a portare per lui il becchime più tenero, il granturco più  maturo e dolce,  i vermi più rosa. I vermi erano una vera delizia,  Fiffo li mangiava a fine pasto, come un dessert, un premio. Con un trattamento simile fu facile crescere. E fu il momento nel quale cambiarono le cose. Le prime a esplodere furono le penne sulla coda. Dritte come spade, colorate e lucide come decorazioni di Natale. Poi spunto’ una strana peluria tra il becco ed il naso, ma quello che suscitò la diversa attenzione delle galline furono degli sfacciati pendenti rossi, sotto la gola, e naturalmente la cresta. Una cresta provocante, un’incoronazione inattesa. Ora si che era davvero diverso. L’unico Gallo del pollaio, e una strana inquietudine, quella di non sapere cos’altro sarebbe successo. La gallina vecchia lo prese da una parte e gli sussurro’: “E’ l’adolescenza, mio caro….gran brutto momento. .” “Abbi pazienza, piano piano troverai la tua strada.”

Lo turbava lo scodinzolio delle galline. Avevano sempre zampettato con quell’andatura che le faceva dimenare il sedere, ma ora erano proprio sfacciate e l’atteggiamento metteva in imbarazzo il galletto.  L’avevano coccolato, stretto e scaldato come mamme, ed ora? Poi la natura fece il suo corso e capì. ..capì qual era il suo compito. Dalla mattina alla  sera. E pensò a tutti quelli “che vanno a letto con le galline”, come se fosse buona abitudine. È vita dura, durissima. In più,  le galline invecchiano…E faranno buon brodo,  ma per il resto…Perlomeno loro fanno queste calde uova, le covano, le amano, le vedono schiudersi, le proteggono, vivono per loro…Questa fu la voglia che cominciò a coltivare: voleva avere un uovo suo, da cullare e guardare fisso, fino al momento nel quale si sarebbe chiuso. Provò a rubare un uovo, fu scoperto a covare e preso molto in giro. Fu allora che vide abbandonato quello che fu sicuro fosse un uovo bianco e perfetto. E lo covo’, lo covo’, con ostinazione e speranza. Pregò anche, il Dio dei polli, ma passarono i mesi e l’uovo non si schiuse. Allora e per sempre, l’amò così: uovo che non si schiuse.

Poi sentì una conversazione: era tempo di tagliare organi che al galletto non servivano più,  era la stagione che va verso il Natale. Fiffo pensò che finalmente sarebbe diventato gallina. Non fu così :cominciò ad ingrassare, di nuovo diventava un pollo diverso…

Morì per le feste. Ci fu chi festeggio’.

Gallina vecchia:

” il fabbro costruì una statua di Fiffo in ferro e la dipinse di bei colori vivaci, che gli rendevano giustizia. Fu messa nell’aia e chi la guardi bene si accorgerà dell’uovo di sasso che nasconde tra le zampe. Per sempre.”

Rotondo come un maglioncino arrotolato: Carla

Maglioncino ripiegato alla giapponese – di Carla Faggi

Il maglioncino ricurvo su se stesso, si arrotola come una spirale, si avvolge abbracciandosi da solo- come dicesse a se stesso: mi voglio bene.

Sistemato vicino ad altri maglioncini tutti arrotolati, tutti soddisfatti di mostrarsi.

In fila in una griglia grande, nessuno nasconde l’altro, nessuno sopra l’altro ma uno accanto all’altro, tutti ben visibili, tutti con il loro spazio.

Come noi ora qui nel nostro spazio matitoso.

Belle le matite! Bella la Cecilia!

La punta dei ferri da calza: Simone

CALDO LANA – di Simone Bellini

Magico lo sferruzzare su quei fili di calda lana per comporre un’armonia di nodi. Gesti ritmici, ripetitivi, mani danzanti intorno ai ferri che scorrevano veloci nell’attenta concentrazione assorta nel contare il giusto numero delle maglie, dando vita ad un bellissimo golf a chicco di riso doppio.

Erano i primi anni di matrimonio dove l’amore confluiva in tutte le piccole cose.

Ore e ore per creare un caldo capolavoro. Ora che era finito non rimaneva che provarlo.

Ma tutto l’orgoglio svanì nel constatare che il girovita non tornava bene.

Era un bel golf, se non fosse per quella imperfezione che vanificava la straordinaria lavorazione.

La delusione le si leggeva sul viso.

Per me è stato ( e lo è ancora ) il golf preferito per scaldarmi quando in casa è più freddo che fuori. Adesso, dopo quaranta anni, è un po’ sfilacciato, consunto, bruciacchiato su di una manica, ma non lo cambierei mai, ci sono troppo affezionato !

Forme da toccare: Lucia

Oggetti e parole – di Lucia Bettoni

Difficile scegliere
Ogni oggetto mi ha sorpresa
Ogni oggetto mi ha emozionata
Non avrei mai immaginato
fino a questo punto

Sottile ———> PENNELLO

Mi sono accorta che il pennello
ha un’anima
Ho accarezzato il mio volto con
il pennello e ho provato delle
sensazioni incredibili
Era il dito più leggero
Il dito dell’amante più sensibile e attento
Brividi di piacere in tutto il corpo
molto simili a qualcosa di erotico e sensuale
La potenza di un piccolissimo
pennello di martora

Appuntito ———> PUNTERUOLO DA GIARDINAGGIO

Che scoperta!!
Non era nella punta che ne sentivo la forza
ma nell’ impugnatura
Ho sentito la forza di tutte le mani
che lo hanno usato
Il calore e la forza del passato
Le mani di mio padre
Mani antiche di chi ha amato la terra
di chi ha fatto fiorire la terra
Poi ho toccato la punta di ferro
Stranamente anch’essa era diventata calda

Rotondo ———> SFERA DI MALACHITE

Non riesco a lasciare questo oggetto
Un desiderio fortissimo di non separarmene
L’ho tenuto sulle ginocchia e
ho cantato una ninna nanna
Era la testa di un bambino
Una pietra calda
liscia come la pelle
Così piacevole da volerla accarezzare
senza fine
Ho trovato questo oggetto in
un ambiente primordiale : le montagne
dell’Atlante in Marocco
Tutto intorno integrità e spazio infinito
Fatto a mano levigato a mano
da uomini nomadi uomini liberi
Lo tocco e sento tutta l’energia
di un mondo vero

Appuntiti aghi per vivere: Rossella

Aghi da tappezziere e una palla inutile – di Rossella Gallori

Ho acchiappato cose che non so nemmeno da quanto sono con me, come sono arrivate a me.

Il segnalibro sottile e freddo  l’ ho messo, anzi l’ ho buttato, insieme agli altri che mi regalano, tanto perdo il filo ugualmente.

La palla di cristallo, gelida e trasparente, che è un fermacarte, un porta matite, “ci metti la Parker”…mi dissero, non ho una scrivania, non ne ho una mia.

…Una stanza tutta MIA,  mi ci vorrebbe una stanza…la riempirei di aghi, tondi, sottili, appuntiti, aghi da impuntire, da ammagliare, aghi che mi hanno attraversata, ma mai ferita, aghi per ridere, aghi per riscuotere.

Aghi e lunette, tante lunette, aghi curvi, bocche sottili, in su ti sorrido, capovolto mi cruccio…

Li amo, forse, hanno la cruna larga, ci passa uno spago: il 3/6  il 3/10, ma a chi serve sapere di un gomitolofilo?.

Ci sono ora, al buio con voi: 6…8…10…15…20..sono solo centimetri.

 Che ne faccio di una sfera trasparente, di un segnalibro freddo, come gli uncinetti che non so usare, che han fatto coperte  pese ed immense, che nessuno usa più, come il ricordo di lei.

Aghi, aghi, si aghi, al soffitto, come pareti, come finestre, lunghe ombre sul foglio, di metallo che si scalda,  aghi per  difendersi, per allontanarti, per costringerli. Aghi serviti per vivere.

Una casa di aghi, aghi da tappezziere, ed io con il mio spago che trapunto, trapunto, un capitonnè grossolano, disegnato su un gonfio materasso di lana, vestito di traliccio bianco…

Sottile come la seta: Carmela

Sottile come la seta di Carmela de Pilla

Leggera e morbida come la seta, quasi impalpabile, sensuale, avvolgente, carezzevole…è proprio così questo pezzo di stoffa, l’ho accarezzata invitando le mani a penetrare dentro le sue pieghe sinuose come fosse sabbia del deserto.

Mi sono lasciata accarezzare teneramente, desiderosa di scoprire nelle sue curve chissà quale segreto e l’ho scoperto quel segreto, ho visto le mani di mia madre che danzavano su un velo di seta in cui aveva riposto i suoi sogni di giovane donna.

Ho avvolto il viso per nascondere le tante linee imperfette e ho sentito una leggera carezza, sono stata trasportata in un mondo senza spigoli e senza nodi, nel buio sono andata altrove e ho danzato, portata in volo da ali di morbida seta.

Rotondo come un sasso: Stefania

L’uovo di pietra e la gallina di ferro – di Stefania Bonanni

Dice che chi nasce tondo, non morirà quadrato. D’altra parte, è  una fortuna che l’uovo sia rotondo, soprattutto guardando la faccenda dalla parte delle galline.

Il mio uovo perfetto, delle dimensioni di uovo di gallina mugellese, è bianco e sembra farinoso, al tatto non è freddo come ci si aspetterebbe una pietra, e forse ha trattenuto un po’ del calore che ho trasmesso le mille volte che l’ho tenuto in mano, e magari l’ho anche così levigato. So che non è  possibile: è un sasso…Però potrebbe anche essere uovo, frutto di pietra partorito da una montagna enorme, consumata da migliaia di secoli di vento e pioggia, montagna che spera nell’uovo del futuro, nella rinascita in altra dimensione. Non è certo idea originale, ma davvero ogni sasso mi fa pensare alla provenienza, alla grande massa che l’ha lasciato andare, senza sgretolarsi,  mantenendo il vuoto dove c’era il sasso, ma restando salda e accogliente.

Ho poi toccato con attenzione anche la mia gallina di ferro, pensando che una gallina  di ferro, potrebbe partorire un uovo di pietra. Potrebbe essere una bella storia. Se non fosse che, per la prima volta dopo anni di  convivenza, mi accorgo che ha i bargigli…È un gallo….

Appuntito come un coltello: Nadia

La mossa del cavallo – di Nadia Peruzzi

foto Pixabay

Il coltello è arrivato da ultimo. Un’idea improvvisa mentre già la scelta di qualcosa di sottile mi aveva indotto a decidere per un foglio di carta.
Mi sono detta sottile è sottile, freddo è freddo, intrigante è intrigante.
Una mossa del cavallo che spiazza e sconvolge i piani e intacca la calma piatta di uno stagno , come quando si getta un sasso e si creano onde sempre più ampie e inarrestabili, può nascere da un coltello.
La pagina bianca può accogliere il racconto di ciò che è stato fatto. Ma il coltello è parte dell’azione e può essere origine e fine di un tutto.
Una caponata non può che avere inizio da un coltello che sbuccia le patate e affetta le verdure.
In un libro giallo e nella stanza buia di un castello la fine di una vita può arrivare dalla lama di un coltello affilato e impietosamente privo di umanità.
A ben pensare questa seconda opzione mi attrae parecchio. Molte storie potrebbero nascere seguendo questa vena noir.
Tanto più che quest’anno , ancora, non mi è capitato di far morire nessuno in uno dei miei racconti.

Rotondo come un piattino: Sandra

Il piattino d’ottone – di Sandra Conticini

La  prima volta che lo appoggiai li, sul cassettone, non pensavo che ci potesse rimanere per così tanto tempo. Lo comprai in Tunisia, sull’isola di Gerba, perchè mi fece tenerezza il bambino che li faceva. Avrà avuto massimo 10 anni, con un paio di pantaloncini ed una maglietta tutta rotta e sporca, i denti davanti rotti, e due occhioni grandi e scuri molto tristi. Fermava i turisti per vendere questi piattini di ottone che, con lo scalpello e il mazzuolo più pesante di lui, scolpiva con immagini di palme, oasi, cammelli molto carini. Parlava  un misto di lingue del mondo che nessuno capiva, ma comunque riusciva a scalfire tutti i nomi  perchè li faceva scrivere  su un foglio e lui riusciva a copiarli molto bene, era davvero bravo e penso fosse anche un ragazzino intelligente, ma sfortunato per essere nato in quella parte di mondo. La povertà ha l’arte di fare arrangiare ed aguzzare l’ingegno.

Il  posto di questo piattino  è lì da 40 anni e funziona come un piccolo svuotatasche dove metto  orologi e collanine.