Personaggio guanto: Pino, di Carmela

Pino – di Carmela De Pilla

foto pixabay

Forse non era stato bello nemmeno da giovane e sicuramente con l’età che avanzava era diventato ancora più brutto.

Non troppo alto né troppo grasso, i capelli sempre arruffati di un colore rosso sporco e sul viso stretto e lungo ricoperto da una barbetta incolta si affacciavano due occhietti insignificanti.

Nel quartiere tutti si chiedevano come avesse fatto la Nina a sposarlo, lei così carina e sempre con la battuta pronta! Quando lo incrociavo dal fornaio avrei fatto volentieri fatto a meno del pane pur di non incontrarlo.

Sapete di quelli che hanno l’ironia sotto le suole delle scarpe, ma che vogliono essere simpatici a tutti i costi?

Ecco, lui  era proprio così! Appariva ancora più antipatico quando ad ogni sua freddura seguiva la sua risata sguaiata.

Ma più che per la sua bruttezza e la sua antipatia tutti parlavano di Pino per quell’assurda vanità che come un marchio indossava dalla primavera fino all’autunno.

Non appena si sentiva il primo caldo tirava fuori dall’armadio un paio di guanti, ormai vecchi anch’essi, di quelli senza dita, da auto o da moto, di cotone avorio traforato sul dorso e il resto di pelle marrone chiaro che lui sfoggiava in ogni memento della giornata così da accentuare ancora di più il contrasto tra la sua figura trasandata e quella nota di eleganza fuori posto.

La mattina lo incontravo spesso mentre portava a spasso il cane e non appena mi vedeva esasperava quel lasciarsi trascinare dal guinzaglio per mettere ancora più in evidenza il guanto come fosse un trofeo.

Quante volte mi sono detta “ Povera Nina!”

Carezze: i guanti di Carmela

Morbida pelle -di Carmela De Pilla

Fanno fatica a muoversi le dita diventate col tempo troppo cicciottelle e rugose, manca l’aria lì dentro, si sentono prigioniere, quasi soffocate, vorrebbero liberarsi da quella stretta, ma poi si lasciano andare…sanno che lì sono protette e al sicuro e la mano avvolta da una morbida pelle rossa , scorre sul tuo viso in un gesto rassicurante, ignara di questa costrizione e ti lascia una morbida carezza.

Non importa se all’interno c’è una mano ormai vecchia, sofferta, stanca…è però una mano sicura, pronta a proteggerti e a sfoggiare un’insolita raffinata eleganza.

Calore di gatto: i guanti di Anna

GUANTI – di Anna Meli

            Ricordo vari guanti che ho avuto fin da piccola: muffole con solo il dito pollice, guantini bianchi della prima comunione, lunghi in raso delicato delle nozze, ancora lunghi rossi di lana dono di un’amica cara di un lontano Natale.

            Attualmente ho solo due paia di guanti di lana neri caldi e morbidi. I miei preferiti hanno sul dorso la faccia di un gatto, il mio animale adorato. Occhi verdi con pupilla allungata e baffoni bianchi.

            Li notai l’anno scorso in uno di quei negozietti dove si trovano le cose più strane e li comprai perché mi ricordarono il mio bellissimo Gatto Nero scomparso misteriosamente, cercato e ricercato senza risultato. Era dolcissimo e liscio come un velluto e quei guanti me lo ricordano ogni volta che li indosso e li accarezzo cercando quel calore che lui mi dava.

La cura delle mani: i guanti di Patrizia

Difesa – di Patrizia Fusi

Guanti come difesa da sostanze irritanti, mani malate da dermatite da contatto, la pelle irritata irta come una grattugia, mani secche doloranti non adatte ad accarezzare.

Lentezza a indossarli e difficoltà, protezione, movimenti difficoltosi perdita del tatto, cercare di imparare ad avere un nuova sensibilità nelle mani, imparare ad afferrare le cose senza farle cadere, sensazione strana nel tenere la penna fra le dita.

Sentire le mie mani come in una corazza, l’uso dei guanti col tempo mi hanno fatto guarire, come segno di quel brutto periodo mi sono rimaste delle scanalature sulla pelle, ma ora sono morbide e pronte alla carezza.

Grazie anche a quella corazza di guanti, ora non ho bisogno di indossarli: ne sono felice.

Protezione e utilità: i guanti di M.Laura

I guanti – di M.Laura Tripodi

Non amava i guanti. Come i cappelli le ricordavano la signora Regina, benestante della posta accanto che non sarebbe mai uscita senza quegli accessori. 

Quando la vedeva apparire nello specchio della porta i suoi occhi si riempivano di stupore: la signora era sempre molto elegante e lasciava dietro di sé una scia di profumo che poco aveva a che vedere con l’odore del sapone con cui sua madre la strofinava energicamente.

Guanti e cappello rappresentavano  simboli di un mondo diverso e sconosciuto.

Irraggiungibile.

Invece no.

FORSE NO.

Forse fu per quello che crebbe con una gran voglia di bello, con un gran bisogno di eleganza, con l’entusiasmo di dover raggiungere obiettivi apparentemente impossibili.

Non volle guanti nemmeno il giorno del matrimonio. Eppure era un gran freddo!

Semplicemente non ci aveva pensato e stranamente nessuno glielo aveva suggerito.

Poi accadde che durante una lunga passeggiata sulla neve fu sorpresa da una tormenta.

Aveva le mani intirizzite e quasi non riusciva più a stringere i bastoncini.

Una sua amica, sempre prudente ed equipaggiatissima, le prestò un paio di North Face.

La sua antipatia per i guanti non se ne andò però rimase la riconoscenza per quel tiepido involucro che non fu mai restituito alla legittima proprietaria.

Guanti che proteggono, ma impediscono il tatto

Guanti che rappresentano un mondo antico di feste luminose e gran bella gente.

Guanti da lavoro simbolo di fatica

Guanti da chirurgo simbolo di vite salvate

Guanti da armatura

Guanti di una vecchia pubblicità: Petrus Boonekamp, l’amarissimo che fa benissimo.

L’immagine era quella di un pugno inguantato nell’acciaio che si abbatteva violentemente su un tavolo.

Niente a che vedere con i guanti di velluto della signora Regina.

I personaggi: l’uomo guanto di Carla

L’uomo guanto – di Carla Faggi

foto Pixabay

Lo evitavano tutti, era fastidioso  attaccava bottone e non smetteva più, parlava, parlava, si lamentava.

Anche chi si prestava ad ascoltarlo dopo un po’ si doveva dipanare per allontanarsi perchè la sua era una invadenza anche fisica, si avvicinava quasi a toccarti e tanta era la veemenza delle sue lagnanze che il suo fiato ti bagnava e ti stordiva.

La gente del quartiere lo chiamava l’uomo guanto perchè se non potevi evitarlo e si inseriva nel tuo tempo e nel tuo spazio difficile era toglierselo di dosso, occorrevano mille acrobazie e dipanamenti per riuscirci. Proprio come un guanto che ti sta stretto.

Eppure Ettore era una brava persona, cercava solo un po’ di attenzione dopo la morte della moglie, santa donna , lei si che gli calzava proprio come un guanto della sua misura. Era perfetta per lui.

Ora ,solo, si sentiva semplicemente spaiato.

Non solo guanti: un “elefantuz” nascosto in muffole di bimba (Rossella)

Non solo guanti – di Rossella Gallori

Le mie mani cicciute e bianche nelle sue olivastre e forti.

Guanti di pekari, maschi e protettivi…mio padre

Le mie mani macchiate d’inchiostro, sfioravano le sue in  un cammino incerto.

Guanti di vellutino nero, femminili e stanchi…mia madre.

Le mie mani  adolescenti e già gonfie di lavoro.

Guanti di pelle viola macchiati di “alluvione”

Le sue mani belle, difficili da afferrare

Guanti da trekking, il mio compagno.

Muffoline  rosa,   manine d’avorio, tenere e morbide, toglieva il guantino destro, lei, Alice,  io il sinistro…ed i nostri  indici diventavano piccole proboscidi…elefanti immaginari, noi due insieme!

Mamma facciamo: “elefantuz”?

Ed era vita, ed è vita!

Parola nostra, incomprensibile agli altri.

Guantini rosa, mia figlia.

Bianco matrimonio: i guanti di Sandra

Guanti bianchi – di Sandra Conticini

Non ho molta abitudine a portare i guanti, perchè sono scomodi. E’ tutto un levare e mettere, e la mancanza di tatto  mi fa sentire un’incapace.

Solo a un  paio,  bianchi  traforati e di raso, sono molto affezionata.

Sono sempre lì, in quell’angolo del cassettone dentro quella bustina, ed ogni tanto mi appaiono  e mi fanno ricordare la bella giornata trascorsa insieme. Comunque anche in quell’occasione non mi sono smentita, vi ho usato il meno possibile, perchè non riesco a portare i guanti se non per bisogno.

Purtroppo devo stare attenta a mettervi perchè vi state sciupando, ma io vi terrò sempre con me, perchè fate parte di un  giorno speciale.

La cartolina: i guanti francesi di Lucia

Trentacinque anni fa – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Parigi 1950
Ho guardato e riguardato questa immagine
decine di volte nel corso della vita
Ho questa cartolina da 35 anni

Lei e la Senna
Lei e il suo cappello
Lei e il suo vestito
Lei e le sue scarpe
Lei e i suoi GUANTI

Quante volte ho guardato
la sua gestualità e il suo sorriso!

Sensualità, eleganza, nostalgia
Profumo di un tempo passato
Il respiro della femminilità

Un vestito che copre tutto ma
mette a nudo il “dentro”
Non c’è bisogno di mostrare
quando tutto è così perfettamente semplice

Incompatibilità: i guanti di Rossella

GUANTI – Rossella Gallori

Ci incontrammo casualmente, mi accorsi subito della nostra  evidente differenza di mani, le mie grandi, solcate da mille tropici sul palmo, abbronzate di aria chiusa, di polvere mai tolta…mani grosse le mie.

Le tue,  fragili , lunghe dita, falangi delicate, dal colore di un opale australiano, dalle piccole venature leggere, morbide.

….ti accarezzai senza togliermi i guanti

mani da nascondere le mie

 pranzai con i guanti

 cercando di non sporcarli con il creme caramel

venni a letto con te…. con i guanti

Ti salutai da lontano togliendoli, quei paramano inutili

Agitavo il braccio,  finalmente libera

Non ci siamo visti più…

Morbidezza: i guanti di Lucia

Guanti pulcini – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Ho qui tanti guanti
li ho indossati tutti
ma sulla mia mano sono rimasti questi:
guanti rosso ramato,morbidi,particolari,
teneri,divertenti, eleganti, vivi

Vi voglio bene piccoli guanti rosso caldo
Vi voglio tanto bene
Vi guardo e so che mi proteggerete
So che mi scalderete il cuore
So che mi darete la forza
So che ci siete
dolci come pulcini
a farmi sorridere

Senza guanti: il tocco di Pablo Neruda

Le tue mani– Pablo Neruda

Quando le tue mani muovono,
amore, verso le mie,
cosa mi portano in volo?
Perché si sono fermate
sulla mia bocca, all’improvviso,
perché le riconosco
come se una volta, prima,
le avessi toccate,
come se prima di esistere
avessero già percorso
la mia fronte, la mia cintura?

La loro morbidezza giungeva
volando sul tempo,
sul mare, sul fumo,
sulla primavera,
e quando tu hai posato
le tue mani sul mio petto,
ho riconosciuto quelle ali
di colomba dorata,
ho riconosciuto quella creta
e quel colore di grano.
Per tutti gli anni della mia vita
ho vagato cercandole.

La bellezza di ridere insieme: i guanti di Stefania

Guanto – di Stefania Bonanni

L’argomento della serata erano i guanti. C’era scritto nella convocazione. Come al solito eravamo stati avvertiti che saremmo stati registrati. Il commissario partì con l’interrogatorio del sospettato numero 12, e le domande, che si sapeva sarebbero state uguali per tutti, sembrarono innocue e generiche. Alla fine delle deposizioni, quando il tenente riascolto’ le conversazioni, scoprì che il teste numero 9 si era tradito. Metteva i guanti per non lasciare impronte.

Bel colpo, commissario Ceci!!

Coppia di amici: i guanti di Laura

I miei due guanti quotidiani – di Laura Galgani

I primi li infilo ancor prima di uscire dalla porta di casa al mattino presto, come ultimo accessorio del mio complicato abbigliamento da ciclista in inverno: sciarpa, piumino, mantellina di lana, cappellino fatto a mano con sopra il caschetto giallo, infine guanti.

Arrivata giù, afferro saldamente il manubrio della bici e mentre nuvolette di respiro sbuffano dalla mia bocca, mi infilo decisa giù per la piccola discesa che conduce alla via principale.

La luce del mattino, a volte nebbiosa, talora dorata, si riflette sui piccolissimi brillantini incastonati nel tessuto pile color tortora.

Quei riverberi mi fanno compagnia lungo tutto il tragitto da casa al lavoro; sembra quasi vogliano essere un faro, una guida per il mio andare su due ruote.

Se mi fermo al semaforo, in genere alla fine del ponte, me ne tolgo uno in fretta e furia per soffiarmi il naso, che inevitabilmente a quel punto del percorso gocciola già.

Me lo rinfilo mentre scatta il verde compiendo manovre azzardate e per poco non casco giù – magari col guanto ben stretto fra i denti!  E continuo la mia corsa inesorabile verso il dovere quotidiano.

Arrivata in vista dell’edificio di cemento armato dagli infissi rossi – quasi degli occhi di brace – nel quale trascorrerò buona parte della giornata, sento il tessuto indurirsi, trasformandosi. I brillantini argentei si allargano, si deformano, si gonfiano, diventano squame di metallo, lucide e affilate ai bordi. E’ questione di attimi: quando arrivo all’alto cancello d’ingresso le punte delle dita sono avvolte da una robusta corazza snodata che mi permette di muoverle agilmente e di stringere ancora il manubrio. Al polso si apre un ventaglio di ferro, freddo e levigato, venato da decori raffinati. Sulle nocche noto dei rinforzi, utili per difendermi in caso d’attacco. Non sento freddo alle mani. Tutt’altro. Sento un calore potente irradiarsi da quelle che sembrano appendici non mie, ma che in realtà ho sempre portato con me. Erano invisibili, prima. Adesso le vedo. Il calore sale, mi invade le braccia, il collo, il volto. La mia testa è un fuoco, mi sento piena di luce.

Sono pronta per affrontare un’altra normale giornata di lavoro.  

Incontro del 10 novembre 2021

I guanti – con Cecilia Trinci

Da sempre presenti nella storia dell’uomo, i guanti sono stati ritrovati anche nelle tombe dei faraoni, con vari scopi e regole per indossarli, modificati nel corso dei secoli.

Indispensabili per le donne di certe categorie sociali, da togliere in chiesa, ma non nei salotti, utilizzati per il freddo, sicuramente, ma non solo.

I guanti sono due, come le mani, possono proteggere o allontanare, difendere o aggredire, possono essere comodi e morbidi o scomodi e duri. Armatura o elemento di eleganza e seduzione.

Non solo accessori di abbigliamento ma anche simbolo e presenza in modi di dire ben radicati nel linguaggio:

calzare come un guanto, pugno di ferro in guanto di velluto, trattare con i guanti, un damerino in guanti bianchi, combattere senza guanti, gettare il guanto (della sfida), raccogliere il guanto.……

Presenti in circostanze varie della vita: in giardino, in sala chirurgica, in cucina….

Di cotone per allergie, di lana per il freddo, di seta o di pizzo per giorni speciali.

Bianchi per cerimonie

Neri per la sera, ma anche in altre occasioni del giorno.

Rossi per la gentile trasgressione.

Gialli, di gomma, per le faccende di casa.

Ruvidi o sottili, con dita o tagliati sulle punte per lasciare libero il tatto, corti, lunghi, addirittura manopole senza dita.

I guanti avvicinano come carezze o allontanano come corazze.

Rappresentano ceti sociali ben caratterizzati, almeno un tempo non troppo lontano o ruoli e mestieri.

I guanti evocano gentilezza e diplomazia, fino ad arrivare al tranello e al tradimento, da cui l’uso di togliere il guanto per “dare la mano”, secondo il miglior galateo.

Si sono estinti come i guanti da estate e i guanti da auto in pelle, senza dita.

I guanti di pekari evocano padri lontani, degli anni ’50.

I guanti si perdono, si dimenticano, rimangono in borsa o in tasca, rimangono soli e spaiati……Si portano o non si portano eppure si possiedono……

Ci sono poi i guanti tecnici: da bicicletta, da boxe, da sci o da trekking, da moto…. e i guanti da teatro.

Ci sono i guanti in lattice di medici o vari operatori sanitari.

I guanti del dolore della pandemia. I guanti della solitudine e della paura.

I guanti trasparenti del supermercato che scivolano e non danno aderenza.

Nei primi cartoni animati di Walt Disney i personaggi avevano i guanti per far guadagnare tempo ai disegnatori dell’epoca, dal momento che le mani sono la parte più impegnativa da riprodurre.

La piuma presagio. In ricordo di Gigliola Franceschini la sua Piuma del 2016

Donna leggera – di Gigliola Franceschini

Accadde una mattina, alle prime luci del giorno. Dopo un’altra notte di respiro pesante, ansia diffusa e sensazioni di inutile lotta, l’aria le sembrò più fine, sempre più fine e cominciò a lasciarsi andare e lasciare il suo corpo ormai inerte al di sotto di sé. Alzò lo sguardo verso qualcosa che l’accarezzava e diventò uno piuma leggera come l’ala di un angelo. Senza peso né pena, sola nell’essenza dell’infinito, sola ma non infelice, si abbandonò all’ultimo abbraccio e finì la sua storia senza lasciare impronte.

Il compagno della sua vita cercò un’ultima cosa di lei in quel groviglio di lini dove si era addormentata, ma non trovò traccia. Forse qualcuno aveva rassettato un po’, ma a lui questo sembrò fuori della realtà e pensò e lo disse che lei si fosse portata via tutto per trasferirsi altrove e non restava niente. L’uomo pensò che fosse una punizione per lui, che non gli spettasse nemmeno l’immagine di lei e sentì che le sue lacrime erano amare, senza conforto. La sua vita continuò senza che nessuno si accorgesse del vuoto che aveva dentro, tanto lavoro, tanti soldi, le solite ferie in agosto.

L’unico segno del suo viaggio interiore fu l’abbandono della pittura, l’altro grande amore della sua vita. Niente marine bruciate dal sole, niente viali alberati, niente più odore di acqua ragia per casa. Tutto fu rinchiuso in un pugno di ricordi.

Restò vivo a metà senza saperlo.

foulard con piume, di Gigliola

Personaggio piuma: Stefania (parte prima)

Mara in su – di Stefania Bonanni

foto Pixabay

Il suo nome era Mara, ma cominciarono presto a chiamarla “Mara in su”. Era una bambina rosa e tonda, con le gote colorate e le mani appiccicose. Faceva merenda sullo scalino davanti alla porta, e guardarla faceva venire in bocca sapore di dolce, lei masticava con un’aria così estasiata che avrebbe potuto sciogliersi come un cioccolatino al sole. La chiamavano in quel modo perché i suoi occhi erano sempre rivolti al cielo. Quando mangiava sembrava in estasi, ma anche in altri momenti si perdeva guardando il cielo. Non parlava molto, o perlomeno non con le altre persone. Tra se’e se’, molti avevano sentito che parlava da sola. In realtà,  ragionava con le nuvole, che le piacevano tanto, con le foglie che coloravano il vento, con gli uccelli che volavano lassù ma capitava che proiettassero la loro ombra vicino a lei, sullo scalino, ed in giorni speciali capitava perfino che si strappassero delle piume e gliele buttassero. Facevano piroette, capriole, sembravano fiocchi di neve, di zucchero, erano cosa dolcissima. E lei guardava e si perdeva. Il resto avrebbe potuto sparire, fu evidente anche agli altri, ad un certo punto. Diventò un problema quando arrivo’ l’eta’ della scuola. C’era vicino al suo banco un finestrone….e lei non resisteva. Guardava sempre fuori, in su, non stava attenta. La spostarono, nulla, sentiva il richiamo, addirittura si girava…………