L’albero grande

ll grande albero – di Tina Conti

La vita lo pressava con impegni e responsabilità, era soddisfatto delle mete raggiunte ma  gli mancavano i suoi momenti di  rilassamento e vagabondaggio nei posti della giovinezza.

Guardava fuori dalla finestra e sognava  quelle sensazioni, e i posti cari dei  ricordi.

A volte non ce la faceva  e doveva scappare.,

Indossava le  scarpe ammorbidite con il grasso , un regalo del suo amico  di avventure che ritrovava in estate  per  una ricerca  in montagna.

La giacca, comoda e con tante tasche e lo zaino piccolo sempre pronto  con  un  corredo di sopravvivenza.

Coltellino, spiccioli, fazzoletti, una borraccia, cappellino  e ultimo acquisto il telo termico super leggero  .cose che rimanevano sempre  ad aspettarlo per le fughe.

Nelle tasche della giacca, rotolavano noccioli, sassi di forme arrotondate, una noce.

Non ce la faceva a non piegarsi a raccogliere quelle  cose cosi belle che dentro la tasca accarezzava e indovinava.

Il bastone stava dietro la porta, nessuno lo doveva spostare, era di nocciolo, forte e nodoso ma rassicurante  durante la strada.

I primi passi erano energici, frettolosi, infilava le viottole ,tagliava i campi.

Sentiva la bramosia di arrivare al suo posto speciale.

Ascoltava il vento sul viso, il profumo dell’aria, riconosceva gli odori dei posti che percorreva; il fossato, la concimaia di Rosetta, la capanna dei conigli, il bucato steso al sole il vento di primavera portava l’odore di primi fiori

Passata la spianata, intravedeva la chioma elegante e maestosa della sua quercia.

Sentiva lo svolazzare  dei passerotti, il cinguettio dei merli e pettirossi.

In inverno pace, quiete e la brezza di tramontano che lo costringa  a chiudersi il

colletto della giacca.

Si illuminava di sorrisi, godeva ogni attimo, i passi felpati sul tappeto di muschio lo facevano volare, ascoltava il frusciare delle foglie secche, il canneto che sventolava.

Il capanno dei cacciatori era sempre più rovinato, si erano fatti vecchi  quelli e avevano poche energie, ma  a caccia ci andavano ancora.

Si metteva seduto appoggiato al tronco, spiava  i segni della natura, le foglie che si sbriciolavano fra l’erba i primi fiori coraggiosi.

Che emozione la prima violetta, i boccioli di zampe di gallo.

L’aria lo incantava, chiudeva gli occhi e si immergeva in quelle emozioni.

Ricordava le corse dopo la scuola, la nonna che cantava quando cercava erbe e chiocciole, il rumore del pennato del nonno che faceva fascine.

Stava bene, si riconciliava col mondo, rientrava energico e sorridente, portava in tasca i suoi tesori.

L’albero grande

L’albero grande – di Chiara Bonechi

Chi sa da quanto era lì!

Ricordava di averlo ammirato da quando, giovane sposa, era andata ad abitare in quella casa fuori dal paese, verso la campagna.

Si stagliava nel cielo superando in altezza ogni elemento intorno: campi incolti, vigneti e colline.

Al mattino, spingendo la persiana per far entrare le prime luci del giorno, l’albero grande era la prima immagine che i suoi occhi percepivano. Non si era mai chiesta cosa fosse, per lei era soltanto l’albero grande che annunciava, prima di percepirlo sulla pelle, il cambio delle stagioni.

Si spogliava in inverno e sui rami si potevano scorgere intrecci più fitti: un nido, a volte due.

E quando a primavera si ricopriva di foglie, si trovava incantata ad osservare il via vai ritmato dei diversi abitanti dell’aria che fra quei rami trovavano riparo.

“Un airone! Ed eccone un altro!”

“E quelli piccoli, saranno tutti passerotti?”

La finestra della cucina e anche il terrazzo erano ottimi punti di osservazione, spesso prendeva il binocolo, metteva a fuoco e penetrava in quel segreto mistero della natura.

L’albero spoglio

L’albero e il canneto – di Anna Meli

            Quell’anno l’estate era stata veramente torrida, tutti eravamo stanchi di quel clima afoso e aspettavamo ardentemente l’arrivo dell’autunno.

            Anche la campagna ne aveva risentito e aveva assunto dei colori bruciaticci; gli alberi in particolare stavano già perdendo le foglie aride e accartocciate. Giunsero finalmente le prime piogge a rinfrescare la terra e ogni cosa sembrò brillare in modo particolare come se un filo di tristezza si fosse posato su ogni luogo.

            Là, in fondo, fra il bosco e i campi, c’era un albero spoglio e ingiallito con accanto un canneto che, non essendo più stato tagliato, cresceva in modo anomalo a ciuffi disordinati e per metà secchi.

            Quella scena mi riportava indietro nel tempo e in altre stagioni della vita. Sentivo quel luogo e in particolare quell’albero come un amico immobile e fedele. Da piccola, con altri ragazzi, ci ritrovavamo là alla sua ombra a far merenda, ognuno col proprio panino e la bottiglietta dell’acqua e non mancavano giochi inventati, bonarie canzonature, storie di paura che i più grandi raccontavano per sentirsi importanti e assumere atteggiamenti protettivi verso i più piccoli spaventati e timorosi.

            Col passare del tempo nacquero storielle fatte di tenerezza e bacetti innocenti e l’albero sempre là fu punto di riferimento di incontri. Mi sembra di sentire l’eco di voci lontane: “Ci ritroviamo domani, stessa ora, ciaoooo!”

            Poco tempo fa mi è venuta voglia di ritornare all’albero con i miei nipotini e l’ho ritrovato più alto, più vecchio, come me, ma con rami allargati come se volesse abbracciare qualcosa o qualcuno. Un nido ormai vuoto si dondolava lassù in attesa della primavera l’albero amico di sempre e di tutti lo avrebbe protetto a lungo.

Appoggiarsi all’albero

Faticosa solitudine – di M.Laura Tripodi

La strada scelta era fra le più faticose, ma dicevano che sarebbe stata anche la più breve.

Invece la boscaglia ci aveva inghiottiti in sentieri che non si riconoscevano. Forse una volta erano stati dei tratturi, ma gli animali non c’erano più da tanto tempo e la vegetazione si era allargata in  maniera selvaggia, forse obbedendo a un  proprio disegno.

La giornata era nebbiosa e si sentiva l’umido che entrava nelle ossa. L’orientamento era andato, ma oltre gli sterpi si intravedeva una distesa azzurrina e immobile che poteva essere cielo o mare, o entrambi in un abbraccio confuso.

Si percepiva anche un profumo sconosciuto. Come lupi che fiutano l’aria cercavamo di riconoscere un aroma,  ma anche gli odori sembravano abbracciarsi e confondersi. Forse stavano imitando il cielo e il mare.

Affaticati e anche un po’ preoccupati ci fermammo per fare il punto della situazione. Era tanto tempo fa e l’unico strumento a nostra disposizione era un sole pallido e malaticcio che stava tramontando.

A ovest, dovevamo andare a ovest seguendo il cammino del sole.

Il gruppo si era riappropriato degli zaini, qualcuno si scuoteva la terra di dosso.

Appoggiata a quel solitario albero stecchito avrei voluto rimanere lì, anche io unica superstite in un deserto di sterpi, natura addormentata, fatica e solitudine. 

I resti dell’albero

Quel  che resta dell’anima – di Vanna Bigazzi

In un cielo madreperla

s’imprimono i resti dell’animo mio,

niente rimane di verde,

nessun movimento di foglia.

Da un arido letto di spine

uno scheletro a rami si erge,

severo, impone la sua maestà.

Pare che dica:

“Guardate, questo è rimasto…”

In tale deserto intristito,

canne gialle e spaurite

emettono uno sterile canto.

Albero secco

L’albero secco – di Stefania Bonanni

Non l’ho vista, la foto. Ma mi sono accorto che l’hanno scattata: io che svetto altissimo,  secco e solitario, alle spalle di un gruppo di canne fruscianti, sibilanti, sfrigolanti quando il vento le costringe a strusciarsi le une con le altre.

Era inverno, come adesso, io non cambio mai  in inverno. Sarei stato meno solo, fossi stato una canna. Sarei nato verde, con le radici nell’acqua fresca del fosso, radici vicine al tronco. Mi hanno raccontato che il fresco bevuto dalle radici arriva subito fino alle foglie in testa alla canna, fino al pennacchio, quando c’è. Invece le mie, di radici, affondano per metri e metri, in giù,  poi si ingobbiscono e qualche ramo risale, ma sempre lontano dal mio cuore, come fossero un’altra creatura. Non le sento. Lo so, mi alimentano,  Ma non mi parlano, non guardano fin quassù.

Le canne parlano in continuazione. Fruscianti, ridono, il suono non è  molesto, ma mi accende d’invidia. Soffro la solitudine.  Guardatevi intorno: per centinaia di metri, fin dove si vede, sono io l’essere più alto. Nessuno mi guarda negli occhi. Chi guarda in su, tutt’al più vede sotto la mia chioma, e non distingue granché : se c’è il sole resta abbagliato, se ho le foglie vede solo loro, se mi guarda perché seguiva il volo di un uccello che mi si è  posato addosso, non guarda me.

Ho occhi nascosti, mani nodose ricoperte di foglie, semi, fiori, ma solo alle estremita’, specchietti per le allodole, apparenza.

Ho cuore di legno, nascosto bene, corro il rischio mi venga beccato.

Ho pensieri di legno, concentrici. Nascono, crescono, girano su sé stessi , ma restano dentro.Sono quei cerchi  che quando morirò  conteranno. Diranno misurino l’età. Non è  vero. Sono pensieri, nati e morti in me. Pensieri di me, non ho conosciuto altro mondo.

Albero di ciliegio

Un ciliegio, un amore – di Roberta Morandi


Quando una foto ti porta lontano, un ciliegio in fiore ti offre i suoi frutti futuri.
Furono dei lunghi sguardi, intensi, forse inizialmente non complici. Sicuramente assertivi, poi, dopo, molto dopo arrivò la chimica, ma quasi mai le parole.
In fondo a che servono le parole se tutto è  già stato detto  dagli occhi, da quella luce che arriva fino al cuore, che dà spazio alla chimica da cui non puoi sottrarti.
Vorrei ma non posso, ma si che posso, no, non posso, non devo.
E perché mai non devo?
Figli dei tempi dove tutto si manifesta nel turbinio dell’evoluzione dei pensieri contrapposti alle  consuetudini dei padri che ora non contano più nulla, o forse ancora hanno un peso.
Coscienza, autocoscienza, sorellanza, indipendenza, ubbidienza, uniformarsi, ribellarsi. A chi, a cosa?
Facile quando si dice, quando è la bocca a parlare, belle frasi fra compagne, amiche, sorelle.
Agire è altro, senti il divario, la dicotomia che si configura nel mettere in atto un pensiero emergente ma non del tutto assimilato, compreso, condiviso.
Ecco condiviso.           
Chimica che scorre, ci raggiunge, ci travolge  e ci sorprende.
A pelle.
Il turbine dei sensi spinti da una forza incontrollabile.
Estasi irripetibile, terrena, le cui catene  avvinghiano  l’essere alla prigione dei corpi materiali.
Quanto tempo?
Infinito.
Un battito di  ciglia.
Le parole hanno un senso di verità, di complicità.
Si confondono e si frammentano nei giorni, negli anni. 
Le dita si intrecciano, gli sguardi s’incrociano più complici, le mani carezzano anfratti conosciuti, già esplorati eppur nuovi.
C’è  ancora del nuovo nella conoscenza, le parole si sommano alle conferme e tutto si fonde nella quotidianità. 

Albero scheletro

BRACCIA CHE CHIEDONO AIUTO – di Sandra Conticini

Questi rami spogli e piccoli sembrano le braccia scarne e magre di persone che non hanno da mangiare. Le alzano verso il cielo nella speranza che qualcuno si ricordi di loro e riescano a vivere ancora a lungo, insieme alle persone care e soprattutto  sperano che i loro figli riescano ad avere un mondo migliore e una vita più semplice.

La quercia grande

Muschio – di Patrizia Fusi

La mattina era serena, l’aria fresca, i primi raggi di sole un po’ ci riscaldavano, l’odore di erba umida mi entrava nelle narici. Vicino alle case coloniche l’odore della legna bruciata mi faceva venire alla mente focolari con fiamme guizzanti e il tepore che producevano.

Avevo le mani fredde ma ero felice di fare quella spedizione con mio fratello, il babbo e Lampo, il suo cane da caccia.

Arrivati a destinazione il paesaggio si modifica, si mischia fra bosco e campagna.

Tratti di quercioli spogli, rovi, erba secca sono sotto gli alberi, macchia di verde del pungitopo, Lampo gira festoso tutto intorno, ha il naso rivolto in terra fiuta odori di altri animali passati di li, quando si allontana troppo il fischio del babbo lo fa tornare subito ubbidiente.

Il mio paniere e quello di mio fratello sono semi vuoti abbiamo trovato pochissimo muschio, il bosco è troppo secco.

Inoltrandoci più in fondo ci troviamo davanti a un grande quercia, che è accerchiata da rovi, erba, ciuffi di canne secche, tutto dorme, il sole filtra tra i rami e forma spicchi di luce sul terreno dove cadono, uno di questi batte sopra ad un piccolo prato di muschio alle radici della grande quercia, i nostri panieri in pochi minuti si riempiono.

Nel ritorno ci fermiamo alla casa del contadino amico del babbo, deve fissare con Gino dove trovarsi per andare a caccia alla lepre, vanno di notte ora che la luna è piena.

 Entriamo nella grande cucina, nel focolare un cumolo di tizzoni con una piccola fiammella tiene tiepido l’ambiente, il tepore ci riscalda. L’Assuntina offre a noi ragazzi dei tozzetti con le mandorle, al babbo e a Gino anche del vinsanto, Lampo si è accucciato tranquillo sotto la tavola.

Arrivati a casa iniziamo a distendere il muschio per il nostro primo presepe, discutiamo un po’ con mio fratello per come disporre i personaggi, se mettere o no la neve, cotone idrofilo o farina?  Troviamo un accordo, alla fine il risultato non è granché anche perché i personaggi sono di cartone piuttosto bruttini.

 Però siamo stati con il babbo, per tutta quella mattina.

Il loro albero

Il loro albero – di Nadia Peruzzi

Era da sempre il loro albero.  Piaceva a tutti e due quell’intrico di rami e arbusti che cambiavano colori e profumi al mutare delle stagioni. 

Era il luogo dei giochi e dei segreti.  Quello nel quale potevano essere come erano nella realtà.  Senza doversi nascondere alle occhiatacce altrui, alle espressioni ammiccanti, a quelle cattive che spesso li accompagnavano quando se ne stavano insieme in una complicità e in una sintonia come ce n’erano poche. 

Gli stessi gusti, gli stessi libri, gli stessi film lo stesso sguardo disincantato sul mondo e sulla vita e la curiosità che li muoveva a sperimentare e a lanciarsi in avventure sempre nuove. 

Era arrivato per loro il tempo della pittura a portarli nuovamente su quel sentiero.  Era una giornata grigia e fredda come il loro umore. 

Tuttavia avevano osato lo stesso dirigersi verso l’albero immenso e spoglio e l’intrico di sterpi che sembrava aver perso tutta la vita delle stagioni migliori. 

Nemmeno una gemma ad impreziosire i rami.  Era il punto dell’anno in cui la morte sembra avere il sopravvento e la natura non sa darsi ancora modo di aprire la strada ad una nuova storia. 

Si piazzarono davanti ai rami sparuti tentando di trarne una immagine che avesse un che di rassicurante e confortante. 

L’intrico che li circondava faceva tutt’uno con quello delle loro coscienze e dei loro sentimenti. 

Non era un momento di gioia per nessuno dei due.   Francesco sarebbe partito di li a poco.  Aveva trovato lavoro all’altro capo del mondo.   

In quel luogo spoglio di vita avevano ritrovato il clima giusto per celebrare un addio. 

Dipinsero fino a che la luce resse. 

Poi se ne tornarono mestamente a casa , con il dipinto sottobraccio.  Nessuno dei due ebbe voglia di mostrarlo all’altro.   Nessuno dei due aveva mai compreso bene il perché di quella scelta. 

Solo a distanza di anni un amico andando a far visita a Francesco trovò la chiave per una possibile spiegazione.  Il quadro di Francesco, nonostante tutto, risplendeva di colori, di atmosfere positive.   Erano colpi di pennello forti, netti, quasi a volersi liberare dai lacci che lo legavano ad un presente che gli stava andando sempre più stretto. 

Quello che era appeso nella casa di Giulio era spento, vuoto, grigio.   Trasudava solitudine e incapacità di pensare e immaginare il futuro. 

Albero triste

ALBERO di prugne triste e solitario – di Mimma Caravaggi

Mi hanno dimenticato ! Sono qui solitario come non mai, attorniato da erbacce secche e invadenti senza neppure un piccolo fiore a rallegrarmi. Ho appena iniziato a muovermi e a mettere fuori le piccole cime di gemme, chissà cosa avverrà se riuscirò ancora a produrre frutta.   Il momento più bello è quello della fioritura e poi la crescita della frutta molto più saporita di quella di qualsiasi mercato che ormai non sa più di nulla, senza sapore. La mia frutta è zuccherina, polposa, invitante, fa venire l’acquolina in bocca al solo vederla. Ero circondato da tanti amici, tutti alberi da frutta : meli, peri, susini, ciliegie, albicocche e dalla primavera all’estate era una gioia per noi e tutte le persone che stavano sotto di noi cogliere la nostra frutta e mangiarla avidamente con canti animati e grida di gioia dei bambini che volevano arrampicarsi sopra di noi. Che bei ricordi! E si, solo ricordi perché il tempo e con l’inquinamento tutto si è pian piano deteriorato. La terra non da più il giusto nutrimento mancando i bachini che provvedevano a tenere areato il terreno, la pioggia si è fatta acida così tutti i miei compagni pian piano, sono stati abbattuti e sono rimasto solo io ma per poco perché inizio a sentire la mancanza di acqua buona, rospetti e bachini che sono migrati chissà dove e qui non è rimasta altro che erbaccia che non muore mai ma che ora mi sta soffocando. Peccato le mie prugne erano squisite e ora hanno anche loro perso il buon sapore. Cosa mai ci faccio più qui solo che neppure un cane viene a fare pipì ? Che brutto il mondo senza prugne buone e succose!

L’albero nel parco

L’albero – di Cecilia Trinci

L’inverno aveva saltato il turno quell’anno. Forse perché voleva aggiungere altra inquietudine a quella che già serpeggiava. L’albero aveva comunque perso le foglie. Lentamente, sottovoce, soprattutto durante le piogge che avevano massacrato la fine dell’autunno. Nessuna esplosione di colori quell’anno, nessun cielo terso in trasparenza, poche mattine di leggera brinata ed eccolo lì il noce maestoso, contorto da mille piegature di rami, eppure alto, glorioso, allungato verso un cielo bigio e soffuso da una  promessa di sole. Gli altri inverni invece c’erano stati. Difficili, pieni di vento e buriane, gelati e bui fino alle Pasque primaticce. Avevano coperto di legno i gomiti duri, addolcito gli spigoli delle ramificazioni. Erano le deviazioni, le crescite, i cambi di programma, le strategie e le perdite che gli avevano dato quella forma, tutto sommato, a vedersi così,  aggraziata e tondeggiante come fosse stato in un giardino.

Era in un parco pubblico invece e non gli dispiaceva non appartenere a nessuno in particolare e sentirsi di tutti in generale. Le noci se le erano mangiate: i passanti con i sacchetti, gli scoiattoli con le code al vento. Non credeva ne fosse rimasta qualcuna per la discendenza. Invece sentiva che i rami dovevano nascondere diversi nidi, o almeno approdi comodi per tutti quegli uccelli che si fermavano a tratti. Erano tutti quei canti che nella foto non erano compresi ma che invece davano vita a quel quadro potente. Dal vivo, i rami vibravano non solo per la  brezza ma anche per i voli, per quel posarsi frettoloso in punta in punta, per quel dondolare squilibrato ora a destra ora a sinistra per guardare un obiettivo, per scoprire una preda.

Si sentiva una spalla. Le spalle servono per abbracciarsi, per appoggiarsi. Per trasportare.  Per pensare. Era così che si sentiva e quel salire su sempre più su ogni anno, sempre più vicino al cielo lo rendeva orgoglioso.

Tra poco ci sarebbero state gemme e poi fiori e foglie. E alla fine frutti grossi e verdi.

Forse l’estate sarebbe stata dura. Ormai lo era sempre da anni. Molto più cattiva di quegli inverni che non venivano più. Avrebbe avuto sete e caldo e avrebbe implorato la notte rossastra sempre troppo corta. Avrebbe dormito solo un po’ sul far della mattina con i primi chiarori. Avrebbe visto albe sempre più arancio e viola e fumi della terra in controluce. Silenzi di uccelli stremati.

Il silenzio soprattutto era cresciuto negli ultimi anni. Lo stupore della terra spaventata, la sonnolenza della gente nascosta. Solo cani abbaiavano in lontananza e non volevano aggiornarsi nelle aspettative.

Eppure l’albero aspettava, le canne gli facevano il solletico, i rovi alle spalle lo proteggevano dal grecale e  da lassù guardava in lontananza. Forse vedeva il mare…….

Albero d’inverno

Il vecchio olmo – di Carmela De Pilla

Fili che si intrecciano, si incontrano per dare vita a ricami preziosi, unici e sullo sfondo un cielo a volte limpido e trasparente a volte annuvolato e turbolento proprio come la mia anima.

È sempre stato lì il vecchio olmo, oltre la siepe, imponente e vigoroso, generoso nel donare la sua ombra in quelle giornate afose e soffocanti, ancora oggi osserva e protegge la vita di ognuno di noi come un vecchio padre.

Ne sa qualcosa Piero che si ripara dal caldo violento ai suoi piedi e lui accoglie le sue fatiche, lo rassicura e gli dà nuova forza.

L’ho sempre visto lì il vecchio Piero, curvo sulle spalle, il volto scavato dalle rughe, ma ancora forte e robusto, generoso nel regalare un sorriso a tutti.

Non apparteneva a nessuno il vecchio olmo, era nato e cresciuto in un campo ormai abbandonato, la sua corteccia rugosa scavata da profondi solchi era la testimonianza della sua lunga vita.

A mezzogiorno in punto, dopo ore di lavoro nei campi, come un rituale che si ripeteva da anni si ritrovavano uno accanto all’altro come due vecchi amici,  Piero tirava fuori dalla sacca il suo panino e la borraccia con del buon vino e si godeva quell’attimo di riposo all’ombra della grande chioma.

Flash in una foto

Flash – di Gabriella Crisafulli

Era l’ultimo anno dell’Istituto Magistrale.

All’improvviso si ritrova libera: sua sorella rimaneva a casa.

Lei camminava con Maura e Rosanna lungo il corso.

Portava al guinzaglio un cencio.

Gli parlavano.

Le loro voci si alternavano.

“Vieni Fufi, vieni con noi a passeggio”

“Dai, da bravo, non ti fermare ad ogni albero”

“Che bellino che sei con il tuo cappottino nuovo: ti piace vero?”

“Sii educato: non abbaiare ogni volta che vedi un altro collare!”

Tutte e tre ridevano come matte, piegate in due dal divertimento.

Non è cosa di tutti i giorni parlare ad uno straccio trascinato per terra.

Non è cosa da poco vedere gli sguardi e sentire i commenti delle persone che incrociavano per strada.

La gioia di fare una cosa assolutamente idiota è potente.

Per una volta era uscita dal vaso.

Non era una pianta messa lì in bella mostra nel salotto per essere ammirata come perfetta incarnazione dell’efficacia di un moderno modello educativo, applicato rigorosamente.

È vero, c’era una seconda figlia ma su di lei si glissava.

Era sulla prima che si accentravano i riflettori: niente trucco, niente gonne corte, parlantina sciolta, sorriso smagliante, nessun amico ed un fidanzato lontano che legittimava la proibizione di qualunque svago.

Ma non quel giorno.

Quel giorno aveva la sua età.

Per una volta non era una pianta.

Per una volta non si trovava tra le mummie del Club prestigioso al seguito dei genitori, dove subiva la corte di uomini molto più anziani di lei.

Per una volta non era la custode di sua sorella.

Per una volta non le toccava il ruolo della bella figlia del Comandante circondata dai sottoposti di suo padre.

Era una scema tra le sceme e con le sue compagne di classe si divertiva da matti.

La foto era lì nella stanza a certificare una storia iniziata e mai tessuta.

Aveva un gran mal di testa.

Sentiva solo il bisogno di un paio di bicchieri di vino.

Foto di donne

La comandante e sua sorella – di Laura Galgani

“Nina, stai attenta con qui’ filo, non vedi che s’è tutto bell’e attorcigliato!”

“Oh Gina, e un lo saprò fare l’uncinetto, secondo te! L’è la terza coperta che si fa pe’ i’ prete!”

“Via via voi due… state calme, e s’arriverà in fondo anche a questa, ormai e manca poco!”

La Tina, nel dire così, agguantò il filo di cotone rosa che la Nina stava maneggiando con un po’ d’imbarazzo, dopo il rimbrotto della Gina. Le era salito anche un po’ di rossore sulle gote, in genere colorite, sì, ma non così tanto.

“Don Roberto – insisté la Tina – domenica dopo la Messa m’ha chiesto a che punto s’era. E vuol portare la coperta personalmente alla missione di Madre Teresa di Calcutta, prima che laggiù cominci la stagione delle piogge, insieme a tutto quello che s’è raccolto all’ultima giornata per le missioni. E non manca mica tanto!”

“Te, tu vuoi sempre fare la comandante!” – sbottò la Nina – “o che credi che noi si stia qui a fare l’uncinetto solo per passare i’tempo? O un tu lo vedi come ci s’impegna, tutte quante! La Gina l’ha bell’e finito tutti i su’ riquadri verde smeraldo, la Licia quelli rossi co’ fiori in rilievo, io quelli bianchi co’ trafori, ora si tratta di rimetterli insieme e di ricucirli. E un’importa che tu ci stia addosso in questa maniera. Ma tanto, con te, e l’è inutile, tu hai sempre voluto comandare… “

e detta questa frase lapidaria, dura come sassi, che avrebbero potuto andare a sbattere sul cuore della Tina, facendolo andare in pezzi, si rimise a testa bassa sul suo lavoro, che le cresceva fra le dita quasi per magia, tanto si muovevano veloci e leggere intrecciando quei fili rosa pallido.

Tina, sua sorella, “la comandante”, non replicò. Era così da sempre, con lei. Fin da quando erano piccole. Lei, la maggiore, la prediletta del babbo, esercitava il ruolo di vice mamma con la sorella e coi fratelli più piccoli. Anche quando, in tempo di guerra, suonava imperioso l’allarme prima dei bombardamenti, era lei, la Tina, che in un attimo saltava giù dal letto e radunava i più piccoli. Li aiutava a mettersi le povere scarpe e a scendere le scale, prendendo in braccio Giuseppe, il più piccolo, che proprio non voleva saperne di aprire gli occhi e di correre al rifugio.

Quando arrivavano in quel cubo sotterraneo, grigio, di cemento freddo, il babbo li contava rapidamente con gli occhi: uno due tre quattro. C’erano tutti. La mamma no, non c’era, se n’era andata, portata via dalla polmonite all’inizio della guerra, e il babbo era riuscito a non partire perché malato anche lui, di tisi.

Questi ricordi affollavano ancora la mente delle due sorelle, e trapelavano fra un punto e l’altro del lavoro all’uncinetto. “Tina – ricominciò la Nina, calma – ma ti ricordi di quello che ci raccontavi mentre eravamo laggiù sotto, fra quell’odore d’umido e di paura, mentre le sirene suonavano forte e si sentiva gli stonfi delle bombe che scoppiavano in città? Tu c’incantavi con le tu’ storie di boschi streghe e orchi.”

Ma la Tina annuiva e basta, con lo sguardo basso e il mento verso il petto, e si cullava un po’ avanti e indietro, come a farsi coccolare dal silenzio dei ricordi. 

Una foto ricordo

Nonna sulla panchina – di Chiara Bonechi                                                                                

                                                                                                                     

Affacciata alla finestra aspettava e sapeva che non avrebbe mancato il suo appuntamento pomeridiano.

Infatti eccola la sua nonnina, quasi trainata dal volpino bianco al guinzaglio che abbaiando annunciava che erano lì, appena dietro l’angolo.

“Nonna!”esclamò la bambina.

“Scendi, non farmi salire”diceva spesso la nonna,”vado sulla panchina dalla Maria!”

E si avviava là dove Maria l’aspettava, come avveniva ogni pomeriggio di sole, da primavera fino all’estate.

L’aspettava per chiacchierare e non era sola, anche Giuliana spesso usciva di casa e si sedeva vicino a loro con i guanti da ricamare, fili colorati di moulinè, aghi e forbicine.

A capo basso, creando con abilità particolari roselline rococò, pur essendo più giovane ascoltava volentieri e più volentieri lavorava ascoltando le due anziane amiche disquisire sui cibi cucinati, sulle nuore e sui figli, talvolta anche su Gesù, le preghiere e la Messa.

E intanto le ore del pomeriggio scorrevano, le donne così passavano il tempo, serenamente.

Ogni tanto la nonna si voltava per vedere se arrivava la sua nipotina, avrebbe interrotto per un po’ le chiacchiere e se la sarebbe coccolata dondolandola sulle ginocchia e canticchiando la filastrocca di staccia buratta o cavallino arrò arrò.

La bambina accorreva con il pane della merenda in mano.

“Nonna, ora finisco di mangiare e poi giochi con me!”

Mentre gustava la fetta di pane guardava con curiosità le abili mani che ricamavano roselline rococò e rimaneva attenta alle parole che passavano da una bocca all’altra a formare frasi per lei spesso senza significato.

Il tunnel in foto

Tunnel luminosodi Vanna Bigazzi

Dicono che appena morti, entriamo in un tunnel che sfocia in un cielo luminoso. Mi chiedo cosa accadrebbe, cosa si vedrebbe se guardassimo all’inverso, ovvero se fossimo nella parte luminosa e lanciassimo  un fascio forte di questa luce in questa fantastica galleria: per vedere cosa c’è sulla terra…

Il raggio tanto potente e carico di un vento poderoso, staglierebbe ai margini del tunnel, alcuni umani colti di sprovvista, poiché giunti a quell’imboccatura da una tiepida spiaggia di un mare calmo ed azzurrino. Le loro figure, scure contro il sole, si muovono in una danza improvvisata e sconnessa: la danza di chi si sente catapultato, oltre la propria volontà, dentro il mondo, in una vita mozzafiato.

Suggestioni di una bottiglia verde

L’universo in bottiglia – di Vanna Bigazzi

Una bottiglia magica

scorre fra le nostre mani.

Onde oscillanti ad ogni movimento,

creano un cosmico fluido serpeggiante.

Astri antichi danzano in ellittiche galassie,

gas e polveri si fondono in occulte foschie.

Nel cielo notturno compaiono aurore.

La luce del sole è calata:

colori mutano mistiche atmosfere.

Miriadi di piccole stelle

nuotano lente e confuse

in sinistre maree di alghe violacee.

Cielo e mare si uniscono

Nel sinuoso magma universale.

Foto tre

Sei personaggi – di Mimma Caravaggi

Sono sei grandi amici e si conoscono da anni. Amano la danza, ballare è il loro scopo più importante, è il loro sogno. Vorrebbero fare, sempre uniti tutti insieme, un grande spettacolo pertanto sperimentano forme coreografiche diverse e divertenti, inusuali. Dedicano tutto il loro tempo libero per riunirsi e danzare un pò dovunque sempre alla ricerca dell’originalità. Il bisogno di libertà e credere in qualcosa di diverso li accomuna. Nella danza trovano i loro sogni la loro libertà di espressione e li fa evadere da un mondo in cui sono costretti a stare. Tutti questi loro ideali si ritrovano al momento della danza. Nelle case, che ormai calzano troppo strette, restano il tempo giusto perché non vedono l’ora di evadere e ritrovarsi. Non vogliono perdere questo senso di unione e libertà che hanno faticosamente acquisito nel tempo e nell’amicizia che permetterà un giorno di realizzare i loro giovani sogni.

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Foto due

Sulle panchine d’estate – di Cecilia Trinci

  • Senti come si sta!
  • Che ventarellino!
  • Anche oggi erano 33 gradi al termometro sopra la farmacia!!!
  • Boia dhe!
  • (arriva un signore con il cane)Scusate…….si può bere quest’acqua della fontana?
  • si si….beva beva!
  • Ah grazie!…….Ma….. ma quest’acqua è calda!
  • Eh sì i’ ghiaccio oggi un l’hanno portato
  • Ma se scorre un po’ si raffredda?
  • No no questa resta sempre calda un si preoccupi
  • Allora il mio canino come fa a bere quest’acqua calda?????
  • Eh s’adatterà….così un gni fa male allo stomaco!
  • …….
  • (arriva un altro signore)Scusate ma un posto per mangiare????
  • Secondo cosa vuole mangiare: carne o pesce?
  • Carne
  • Allora vada alla Bottega XXX
  • ????
  • Giù…in fondo….sull’angolo……
  • No passi di là
  • Macché tutto diritto
  • Sie!!!! in fondo deve girà……
  • Che gli dici?? E gira,…. ma gira dopo…..lei vada vada…..
  • (il signore smarrito) ???????  dove di qua?
  •  si di là
  • Si di qua
  • Si di giu
  • ……….
  • (arriva ancora un altro signore) Scusate……? c’è un posteggio in questo paese?
  • Vada in fondo e giri là…poi si trova le scale e le sale e va in paese……
  • Come? Le scale!? Ma scendo di qua?
  • Certo! Scende e gira e poi trova le scale….vada vada……..
  • !!!????
  • ……………

*****

  • Senti come si sta!
  • Che ventarellino!!!!
  • Ah bene!
  • Boia!
  • Mi ci vole il golfino sulla gola…
  • Per la voce per la gola di golia ce n’è una sola…..
  • Anche stanotte un s’è dormito…ma la mi’ mamma dorme sa’?….. E si va a letto ….bonanotte mamma…e lei ….pah! e dorme. La mattina si sveglia “bongiorno!, mi fa, ha’ dormito?” e io “non tanto” e lei “io sì ho dormito”….e dorme vai!
  • Io quando lavoravo m’alzavo alle quattro di notte e prima delle cinque c’avevo i’ pulmann. Un n’ho perso uno. M’alzavo sempre prima della sveglia.
  • Prima de’ grilli ero già ‘n casa e lui mi diceva “o che sé belle sveglia?”. Mai perso un pulman
  • E quando andavo a lavora’ c’era il mi’ capo che mi volle portare a Torre del Lago perché aveva fissato i tordi. Dice vieni con me senza cenà……ma io dissi mah! Sarà bene che qual cosina mangi, un si sa mai! Poi si parte e s’arriva a i ristorante e portano i tordi…..ma io gli fo: ma che son tordi questi? Questi so’ storni!.
  • Eh gli storni son più duri….so’ filosi…e vanno bolliti prima di cocerli…..però so’ boni. Si fanno gli spiedini con la pancetta, la patata, i’ pane condito, la cipolla……tutti trattati so’ boni.
  • Come la ghiandaia! Bah vengan de’ crostini spietati!!!!!
  • Bah quando un ci s’aveva da mangià si mangiava anche i passerotti. Ognuno mangiava quelli del su’ tetto e guai se qualcuno andava sul tetto d’un altro a piglia’ i passerotti!!!
  • Eh lo so io che vole di’ la fame! La mi’ mamma ci diceva sempre con quello che c’è mancato a noi si manteneva bene quattro famiglie….ma bene ci si mantenevano.
  • Eh si faceva la zuppa di chiocciole scappate, la minestra di lesso scappato….
  • E infatti i mi’ fratello diceva o mamma ma a noi ci scappa sempre tutto????
  • O quando si sparava dalla 500? S’andava di notte nel bosco,  in quattro co’ i ttetto aperto: uno guidava e tre sparavano. A i’ buio con la torcia puntata. Una notte si fece 22 lepri. I’ problema era dividere 22 per 4!!!!
  • Si ma a caprioli un c’ho mai tirato…mi fanno un che…..piangono quando si feriscono e paiono bambini…no no a caprioli un ci tiro!
  • Ma lui è poco bono anche co’ cinghiali perché li guarda …invece un si deve guardare si va su d’imbracciatura e …pum. Si tira e via. Senza guarda’……
  • Io chiappo bene la lepre…..qui’ giorno che gli facevano la posta alla lepre e erano in cinque appostati in macchina…co’ la luna piena…..e io chiò…un colpo e la lepre giù…proprio davanti a quelli…manca poco gli piglio lo sportello…O te? Mi fanno. Eh o io? L’ho chiappata. E s’è mangiata noi!
  • Si scuoia e via e che ci vole? Poi si tratta con gli aromi adatti …….e vien di nulla! La lepre si tratta in un modo…il cinghiale in un altro……Meglio di tutti so’ i conigli selvatici. Si scuoiano e si mangiano Bah! So’ spietati!
  • Arrosto so boni vai!
  • Co’ tutte le spezie….e l’aglio…
  • L’aglio…pe alzà ‘l batacchio!
  • Ovvia giù!
  • O di paglia o di fieno basta che ‘l corpo sia pieno

Comunque i contadini di fame un moian mai…..per esempio lo sai che c’è di meglio degli asparagi? I pungitopo! Si si …si piglia i butti novi, si bollano finché un vengan dolci e poi si fa la frittata…..dopo che uno l’ha assaggiata gli asparagi li lascia lì.

  • Mah….. ora una bella fetta di prosciutto me la mangerei
  • Ah bene una frega co’ l basilico fresco! A me de’ fiori o de pensierini un me ne ‘mporta nulla ma di un bel mazzetto di basilico sì.
  • Bah! O bimba! I’ basilico fresco è una goduria!
  • Ma co questo caldo un si mangia miha nulla!
  • Nulla!
  • Macché Oggi avevo fatto la paella, il riso a freddo e poi i’ ppollo co’ peperoni……gli ho detto cosa voi? Voi anche l’arista? No no m’ha detto. E s’è mangiato il riso a freddo e basta. Era bono c’avevo messo i pomodori, il cetriolo, gli zucchini lessi,  l’olive, l’origano il basilico il formaggio il salamino, l’ova sode……poi dopo…. un pochino di pollo co’ peperoni e rizzati. Con questo caldo un s’ha fame via! Alla mi’ mamma gli piace la carne. Per cambià domani fo la trippa.