Gusto maschio e femmina

Arrivare tardi – di Carla Faggi

Cric crac, già il suono mi piace e mi indica il sapore caldo che avvolge e rimane. Si appiccica tra i denti e ci vuole del tempo per liberarli ma è un tempo piacevole e prolungato. Se vogliamo dargli un sesso è un sapore che sa di maschio.

Poi il frutto, ecco un sapore femmina, è frizzante, quasi acido, contrasta col precedente, mi pizzica il naso! Bisogna masticarlo, si attacca ai denti ma in senso orizzontale. Lo schiacci, lo frantumi, dimentichi il sapore precedente, ora mi piace!

Poi c’è la pallina, non so se mi dà piacere, arriva dopo gli altri. Arrivare tardi a volte non è bene, non gli do importanza. Però c’è e continua ad esserci, si fa più importante, arriva fino alla gola. Ora la sento anche nel naso! Non l’ho finita ancora.

Riflessione finale: a volte arrivare tardi non vuol dire starci meno!

Gusto poesia improvvisa

Nebbie – di Anna Meli

Nebbie di soffice ovatta scorrono

spinte da un vento leggero nel freddo silenzio         

Il sole senza colore, con leggera carezza

combatte e non molla.

Un raggio più ardito penetra

spandendo biancore di latte

che illumina e disegna rami di alberi spogli.

I verdi cipressi, fremono

pervasi da un brivido sottile

di pigolio di uccelli nascosti nel folto

in attesa.

Ricordi si perdono nelle nebbie del tempo

immagini scorrono veloci

in delicate tinte d’acquerello.

Il gusto di un pensiero felice

Come dovrebbe essere – di Roberta Morandi

Immagino un sapore di cioccolato. Quello vero, quello che si scioglie in bocca come nell’anima un pensiero felice, ma è ancora solo un sapore e io frettolosamente l’ho portato sulle mie papille. Posso riconoscerlo, ma poi si confonde con altri. Potenza mediatica. Ormai tutte le pubblicità ci fanno vivere le voglie a cui aneliamo, neppure più ci sforziamo di sognare, ce le danno già sognate.

  Ecco ora sento un certo sapore che mi evoca un sapore vero, quello come dovrebbe essere.

Già ogni cosa ha un suo “come dovrebbe essere”, sgombro da tutti gli orpelli che gli abbiamo addossato,  quasi a scrollare da noi la sua vera essenza.

Però è  sufficiente a volte, non sempre, chiudere un attimo gli occhi e assaporare veramente con tutte le papille, rigirare e spalmare in ogni anfratto  prima di deglutire. Operazione talmente consueta a cui non facciamo più attenzione. Gusto. Voce. Pensiero

Il gusto di leggere

Il gusto di leggere – di Mimma Caravaggi

La libreria per me è come una  fiaba che non finisce mai e che ha sempre un finale dolce che mi piace perché poi torno a casa sempre con uno o due libri. Leggere ora che sono in pensione, mi aiuta a distrarmi e isolarmi in un mio mondo tutto particolare dal quale gli altri restano fuori. Leggo a colazione, pranzo e cena mentre Alberto guarda le notizie in TV che a me ormai non interessano più. Mi piacerebbe molto saper leggere e questo purtroppo non so farlo. Il mio approccio ai libri è stato piuttosto tardivo e non il seguito di un percorso durante gli anni per cui, le mie letture sono semplici avventure che mi aiutano ad evadere dalla routine quotidiana e non occupano troppo spazio nella mia mente non più in grado di incamerare nuovi input. Però quando sento una persona competente in grado di leggere e spiegare brani di autori della letteratura italiana, di cui purtroppo non ho mai letto nulla, rimango affascinata e bevo, come una assetata ad una fontana, tutto ciò che mi viene letto e spiegato come ad una bambina a cui vengono lette delle favole. Nonostante mia madre e mia sorella, le studiose di casa, abbiano più volte provato a spingermi verso la lettura di libri adatti a seconda dell’età, all’epoca non mi interessava conoscere il sapere. Quando l’ho capito era molto tardi però non dispero perché dopo aver ascoltato declamare il Manzoni e diversi altri autori, ho deciso di provare, ora alla mia età, a vedere se riesco ad incamerare qualcosa di valido e bello della nostra letteratura.

Il gusto dell’incanto

Il battito – di Stefania Bonanni

Non avrebbe saputo dire quando era successo. Non si era accorta di un fatto particolare che potesse essere stato la causa. Non era accaduto niente di nuovo. Nessuno scossone alla routine. Non era morto nessuno, nessuno aveva partorito. Non aveva saputo di nuovi ammalati, perlomeno non era capitato a nessuno le fosse vicino.

Però  era successo, questo era fuori di dubbio.

Per la prima volta ci pensò davanti ad uno stupendo tramonto rosso brillante.  Un’illuminazione esagerata, che costringeva a fare un passo indietro al buio che premeva. Raggi sghimbesci, frecce di luce, trafiggevano un cielo che era stato grigio, anonimo, tutto il giorno. Fino al momento del riscatto, fino alla riabilitazione offerta da quel tramonto struggente e sanguinoso,  nello stesso tempo. Così perfetto da rendere evidente quanto tutto fosse stato da dimenticare,  fino all’attimo precedente alla sua apparizione. Appunto…e lei: nulla.Si guardò intorno, disse: “bello”, e basta. “Bello” aveva giurato non avrebbe mai detto né  bello, né brutto,  né solare …avrebbe cercato parole giuste, adatte. Ma le venne solo : “bello”. Se ne accorse, ci restò un po’ male, ma accantono’ il pensiero in un angolino, si dette altre possibilità.

Allora guardò dove cercava sempre, quando voleva cose stupefacenti. Alzò gli occhi al cielo, e tra le nuvole e la chioma di una gigantesca quercia dalle foglie croccanti, apparve una palla cangiante di storni, bruttini da soli o per terra, ma meravigliosi in tanti nel cielo, a contendersi il colore delle nuvole,  ad inventare forme inesistenti, a regalare argento. Chissà chi prepara le loro coreografie,  che musica sentono, se seguono il vento, se pensano che anche gli uomini, visti da lassù,  camminano in branchi colorati dal metallo di buffe scatolette.  E lo spettacolo anche questa volta le sembro’: …bello. Già: solo bello. Così  cominciò a preoccuparsi, La situazione poteva essere grave. Poteva non essere in grado di controllarla.

Era sempre stata convinta che finiva tutto, se finiva lo stupore.

Solo, non credeva possibile potesse succedere a lei. Lei si incantava tra i colori delle foglie, a seguire il volo dei mosconi,  a percorrere le scie delle lumache,  Non toglieva le ragnatele perché non credeva si potessero trovare ricami più preziosi. Si accorgeva di piccoli esseri. Era convinta che le cose piccole ed ignorate fossero in grado di cambiare la vita.

Era il battito. Era cambiato il battito. Le emozioni arrivavano lente ed attutite.

Il gusto di scrivere

La vita in riva al lago – di Laura Galgani

La sensazione di vero e proprio rapimento che mi ha colta all’improvviso quando Cecilia ha letto un brano da “Ti sento Giuditta”, di Piero Chiara, è stata tanto bellissima quanto inaspettata.

Bellissima, sì, perché proprio quella capacità mi piacerebbe tanto avere. Quando cioè non succede niente ma chi scrive riesce a dilatare la realtà, a farla diventare 10, 100, 1000 realtà diverse, che il lettore beve, beve come fossero tutte vere. Ecco, questo per me vuol dire “saper scrivere”. Saper inventare mondi, che poi non sono altro che il riflesso di sé.

Il senso di dilatazione che ne scaturisce è per me inebriante. Sarà che l’anima, non solo la mia, ovviamente, bensì tutte le anime, ha bisogno di estendersi, di dilatarsi fino a toccare i limiti dell’universo – che poi non esistono –per essere felice. E un certo tipo di scrittura facilita questo viaggio.

Non succede niente, in quel racconto: vengono descritti due personaggi che stanno lì, immobili, sulla riva di un meraviglioso lago – non ricordo se si trattasse del Lago Maggiore o del lago di Como, ma poco importa – e la loro unica occupazione / preoccupazione è quella di captare, annusando il vento, gli odori che arrivano da lontano.

O meglio, ad affascinarmi ancora di più è la capacità di uno dei due, il primo che si dedica a questa insolita attività, di isolarsi completamente da ciò che gli accade intorno – un molo gremito di gente, barchette che vanno e vengono, voci e schiamazzi – , e chiudendo gli occhi concentrarsi sulla percezione olfattiva di tante realtà simultanee che coesistono tutte insieme, nello stesso istante, e che grazie a lui, al suo volerle ardentemente percepire, riescono a comunicar il loro esser vive anche da molto lontano. Questa invenzione narrativa permette alle cose che accadono di avere un’eco che supera i confini delle cose stesse, e dona loro una sorta di seconda giovinezza.

Ma non solo; chi percepisce queste sensazioni e ci trasporta in un’infinità di accadimenti che “vediamo” anche con l’immaginazione, possiede il talento strabiliante di farli percepire anche agli altri. E’ infatti grazie agli stimoli che riceve che anche l’altro personaggio inizia ad imparare a percepire quella realtà sottile, che altrimenti avrebbe totalmente ignorato.

E che cosa presenta di diverso dal sempiterno principio creatore quella capacità – il suo riflesso, beninteso – di uno scrittore, di riuscire ad infondere vita alla realtà, a moltiplicarne il riverbero e la consistenza, la durata del soffio vitale? Niente, vi si fonde completamente. Questo è il gioco che mi affascina nell’atto dello scrivere. Questo è il gusto che vorrei provare scrivendo e far provare agli altri. In questo gusto mi piacerebbe perdermi, e vivere.    

Gusto menta

Zucchero con cuore di menta – di Chiara Bonechi

Sul gusto: preferisco il dolce

Un vassoietto invitante sul tavolo ospita dolcezze.

La voglia di assaggiare, non per fame ma per gola si fa sentire.

La mano si muove dove lo sguardo si dirige, una pallina coperta da granella di zucchero stuzzica il mio palato.

L’afferro e la porto alla bocca: dolcissima, lo zucchero si scioglie lentamente, assaporo.

Ma il cambio di gusto, quasi repentino, delude le mie papille.

Sotto lo zucchero è menta, la sensazione di fresco aumenta, l’aria prepotentemente penetra nelle narici, scende nella gola, riempie i polmoni e non puoi fare a meno di seguire il suo percorso che trascina nel corpo quel sapore forte e inconfondibile che dalla menta esplode.

E mentre la pallina continua a sciogliersi e i polmoni sembrano ingigantirsi sento di aver toccato il massimo di questa essenza.

Preferisco il dolce.

Gusto nonna

La nonna nella scatolina – di Tina Conti

Deve essere mela, mela secca, la mastico con i denti davanti, sento meglio il sapore fresco, rassicurante, conosciuto come quelle  delle meline che in estate vedevo infilate in una collana e appese a seccare alla finestre della casa della nonna.

Servivano in inverno per curare la tosse, bollite in poca acqua e come contentino per i bambini noiosi.

Questo, è  un sapore godurioso, mescolato a sensazioni farinose, dolci, di biscotti non biscotti, gustato a occhi chiusi sprigiona benessere e appagamento, ma colpevole anche di attacchi di golosità incontrollata ,quando ti accorgi che la scatola è subito finita ma non ti sembrava.

Dalle prime sensazioni, dalla forma, e dallo zucchero sopra  si rimane sospettosi. Poi, la scossa della menta forte, come le valda della scatolina rotonda che trovavo nel grembiule  di Cesarina in inverno.

Le volevo sempre, forse per quel poco  zucchero che ricopriva quelle caramelline verdi  che sputavo disgustata dall’odore  forte e pungente.

 Ma che fascino quella scatolina di latta. Mi capita di comprarla anche adesso, non so perché, forse per ritrovare il mondo e i profumi  della fanciullezza, momenti belli e caldi, come il sapore delle frittelle di riso, del pane nel forno a legna, dell’odore dei rami di olivo bruciati nei campi a fine inverno.

Gusto frittella

Le frittelle – di Anna Meli

Succede a volte che sentendo un odore particolarmente gradevole, questo ci riporti indietro nel tempo e ci faccia rivivere momenti più o meno felici. E’ tempo di carnevale e non è raro passando per le strade di paese sentire un odore che ci stuzzica il naso e ci fa venire l’acquolina in bocca: odore di frittelle.       Ricordo che la mia mamma usava farle per San Giuseppe. La mattina si alzava molto presto per friggerle perché, diceva, non ci voleva fra i piedi, ma quell’odore di vaniglia ci svegliava prima delle sue previsioni e l’assaggio era d’obbligo.

            Avevano un sapore-odore a dir poco divino e se fosse stato per noi, non sarebbe finita lì, ma lei con fare autoritario ci rispediva  a letto dicendoci che si sarebbero potute mangiare solo nel tardo pomeriggio. Ed era così che venivano servite in capienti vassoi di porcellana a parenti ed amici arrivati apposta per l’occasione.

            Ho avuto altre volte l’occasione di mangiare le frittelle, ma non buone come quelle, sarà forse perché quel sapore, quell’odore era un tutt’uno con l’allegria, l’amicizia, il gioco e la gioia di stare insieme.

Gusto d’amore

Sul gusto e sull’amore. – di Luca Di Volo

Amore: cinque lettere impossibili .Interi volumi per concludere , se si vuol essere onesti, che non si sa dire cosa sia. O, meglio, se qualcuno non me lo chiede lo so..se qualcuno me lo chiede..non lo so più.

Ma su una cosa tutti sono d’accordo: sul fatto che riempie tutti i sensi, nessuno escluso. Una convinzione che forse è la miglior definizione per questo misterioso agitatore…non molto soddisfacente, per il vero…Dante c’è andato più vicino, secondo me: ”la bufera infernal che mai non resta”, se ci togliamo “infernal”..mi sembra che l’amore come “bufera che mai non resta” si avvicini di più all’indefinibile personaggio, soprattutto perché anch’egli , come un vento violento penetra, ottunde, agita e occupa tutti i nostri sensi..nessuno escluso.

Cominciamo dalla vista..qui la cosa è  ovvia: l’oggetto amato riempe tutto l’orizzonte per chi ama, alcune frasi descrivono bene la sensazione:  ”sei tutto il mio mondo…non vedo altri che te…” antiche più del mondo o forse “prima “ del mondo.

Che anche l’udito sia coinvolto è altrettanto banale: le poesie sono piene di canti cristallini evocati dalla persona amata e che l’amore suggerisce.

L’olfatto: anche lui ingannevolmente facile..profumo di rose, selvaggio aspro odore di alba sul mare..e così via..

Il tatto..questo meglio lasciarlo stare..sembra quello più coinvolto anche se non è detto sia sempre così..

Rimane il gusto ..a prima vista lo si direbbe poco o nulla interessato. Ma riflettiamoci..già: quante volte abbiamo sentito dire (o abbiamo detto)”ti mangerei di baci”, ”ti prenderei a morsi..”, ”i bambini grassottelli “sono da morsi..” e via così…

Forse un’evocazione di un atto di primitivo cannibalismo? Non si sa..di recente la psicanalisi ci ha rivelato che “mangiare qualcuno” è un modo per possederlo “totalmente”..e l’amore non desidera altro: di due persone farne una sola.

Però noi non siamo (o non siamo più ) cannibali..E poi ci sono infiniti tipi di amore, da quello più comune e che va per la maggiore, ovvero l’amore erotico, per il quale desta il gusto di cioccolata (ah la Nutella di Salviniana memoria..).

Ma a pensarci bene, si ama sempre, in continuazione e ogni tipo ha il suo sapore: le nipotine? Inebriante sapore di menta fresca…..gli animali? Sapore di mirtillo dei boschi..

Oddio, c’è anche il contrario…una multa? Sapore acido..una delusione? Sapore amaro…ce n’è per tutti: gusto di caramelle, di mele, di sole…sempre amore, amore per tutto ciò che esiste..e noi ne siamo parte..compresi i nostri nervi gustativi.

Gusto libro

Il sapore di un libro – di Sandra Conticini

Il babbo aveva “Cronache di poveri amanti” tutto sciupacchiato nel comodino, che comunque conservava gelosamente.  Ogni tanto lo prendevo e lo odoravo. Come mi piaceva quell’odore!!! L’ ho ritrovato di recente e non ho avuto cuore di buttarlo, c’è ancora, dentro, nelle pagine sfogliate, tutto il gusto delle nostre lontane giornate, passate insieme.

Gusto delusione

LA NOCCIOLA TRADITRICE – di Simone Bellini

La delusione ti prende di sorpresa, inaspettata, ti atterra, abbatte le tue aspettative, come una nocciola che nella penombra si rivela mentina dal retrogusto di canfora.

Devi distogliere la tua attenzione da questa esperienza, rimediare addolcendo velocemente questa amarezza aggrappandoti al primo bastoncino al cioccolato che trovi.

Ma superare la delusione non è facile! Ti ha lasciato un sapore forte che cerchi di lenire con il salato del bastoncino per poi abbandonarti alla scioglievolezza del cioccolato annientando la canfora della mentina . Dopodiché……TUC……..il colpo finale con il dolce salatino!

Sono battaglie che danno più sapore alla vita; vincere le delusioni!

Gusto miele

Un cucchiaio di miele – di Cecilia Trinci

La mattina è ancora fioca mentre apro il barattolo, uno degli ultimi in questo anno avaro di miele. Faccio una leggera forza sul tappo liscio e …clac, lui si apre su un piccolo mare giallo chiaro, compatto e lucido, in cui il cucchiaino fa fatica a scendere mentre sale leggero un delicato profumo. Il cucchiaino scava e stacca una scheggia d’ambra che poi  stendo sulla fetta biscottata, piano. Lui, il miele di millefiori, si stende sciogliendosi subito in un filo trasparente che poi finisce in bocca in piccoli morsi. La lingua deve arrotolarsi più volte per srotolare la gruma, subito dolcissima, pastosa, mielosa appunto, e piano piano si sprigiona, esplodendo in bocca, un infinito profumo di fiori. Tutto il prato di giugno (trascorso) trafitto di piccoli fiori calpesta i denti e la lingua, lascia scie fiorite esplosive in ogni angolo della bocca, sale su, fino al cervello, facendomi affogare nell’infinito di mille pistilli odorosi, di mille colori, dal giallo dei ranuncoli, al blu dei miosotis, al rosso dei rosolacci, al rosa del pesco e al rosa del melo. E poi sento il bianco dei ciliegi e il viola dei glicini e l’arancio delle calendule e il tocco del gelsomino e le sfumature dei limoni e dei cedri e il celeste della malva e del rosmarino…..e tutta la giostra dei “fiori di giugno” fa festa in un solo attimo di miele sulla lingua.

Gusto di nebbia

Gusto di nebbia – di Nadia Peruzzi

Il treno corre veloce nella pianura. I vetri dei finestrini gocciano rivoli d’acqua che fan velo al paesaggio. Niente ti distrae da te stesso. Frammenti di realtà si incuneano nel tuo sguardo ma sono solo lampi fuggevoli di case, di vite,  di calore familiare che intuisci attraverso le tendine degli appartamenti che quasi arrivi a toccare, tanto sono stati costruiti a ridosso della ferrovia.

Dalla pioggerellina alla nebbia il passo è breve. Sembra che tutte le gocce sia siano strette in un muro di cotone soffice . Alla nebbia ti abbandoni. Ti piace per il suo abbraccio avvolgente e delicato che apre una porta su un mondo quasi irreale. Sparisce tutto, tutto si ottunde. Di lato solo un muro bianco che sembra non avere fine.

La pianura padana è così. Umida, piatta, piena di vapori e in inverno e in autunno gioca a nascondersi sotto un immenso piumino bianco.

Nel caldo del treno ti rilassi. Il bianco fuori ha un che di ipnotico. Induce sonnolenza.

Scopri di aver dormito perché quando riapri gli occhi ti trovi nel regno della luce. Tutto brilla e risalta colpito dai raggi di un sole birichino che gioca con le gocce d’acqua depositate sull’erba e sulle foglie degli alberi.

Di fronte a te un ragazzo trae da un pacchettino minuscoli pezzi di un frutto esotico essiccato, che profuma d’oriente.

Riappare un ricordo. Il mercato delle spezie ad Istanbul col suo via vai, i suoi profumi, i suoi sapori, la sua confusione. Un ricordo che fa bene.

Il ragazzo chiude gli occhi appagato da ciò che sta mangiando. Sereno, rilassato, con un accenno di sorriso.

Quel sapore e quel profumo devono aver risvegliato più di una luce anche nel suo mondo. Forse un viaggio, forse una ragazza incontrata chissà dove, chissà quando.

Distolgo lo sguardo. Cerco attraverso il finestrino il paesaggio assolato che ci ha accompagnato per un po’, ma è tornata la nebbia a far muro lungo i finestrini e con lei nuovamente il torpore che induce il sonno.

L’aroma speziato di quel frutto esotico perde forza fino a sparire del tutto.

Il sonno adesso è senza sogni, ed è un vero peccato! 

Profumo di amicizia

Il sacchetto trasparente – di Patrizia Fusi

Un sacchettino trasparente, legato con cura con un nastro rosso, è il pensiero natalizio che mi dona una carissima amica. E’ pieno di biscotti di tante forme: stelle, lune, cavallini, fiori. Sanno di spezie, cannella, pepe, chiodi di garofano. Si sciolgono in bocca davanti a un buon caffè e una chiacchierata con gli amici della piscina.

Sanno di buono, di feste, di sorrisi. Di risate e amicizia

Spezie e ricordi

ODORI, PROFUMI – di Mimma Caravaggi

L’odore che sale all’improvviso vola nel vento, mischiandosi nell’aria e ai ricordi: ritornano quelle strade piene di profumi e spezie, di tutte le volte che sono stata in Turchia, dove privilegiava l’odore del thè di mela. Veniva offerto non solo ai turisti ma a chiunque, in ogni negozio dove trovavi un caldo sorriso ed una bella accoglienza, dove venivi rispettato e accudito perché eri un possibile compratore. Le strade erano piene di personaggi di qualsiasi età che trasportavano enormi vassoi  con tanti bicchierini di vetro dalla forma sinuosa ed elegante, che facevano dondolare come una lenta altalena,  affrettandosi verso i negozi  affinché la buona bevanda ristoratrice, arrivasse calda e profumata. Il suo profumo di mela  ti raggiungeva ovunque e le narici si riempivano del sapore come lo avessi già gustato. Era bello fare shopping ad Ankara o Istambul, ti sentivi protagonista. Tutti i negozianti ti invitavano ad entrare ma senza insistenza solo con un gran sorriso e con grazia. A volte mi sentivo quasi in colpa per essermi lasciata dietro uno di loro. Inoltre c’era l’esposizione della merce in grande quantità. Gli occhi venivano attratti  dalle luci, dai colori o dai profumi intensi e si perdevano, a volte spaesati dal gran luccichio di oggetti preziosi d’oro e d’argento, ma non si stancavano mai, pur fermandosi passo dopo passo a guardare le tante vetrine di ogni genere, dai bar per gustare qualcosa di ben caldo ai negozi di generi alimentari, pieni di odori speziati, alle gioiellerie con l’Occhio di Allah che vigilava su tutto e tutti, all’abbigliamento. Un tripudio di cose, colori, luci e profumi che inebriavano. Le strade erano piene di vita, di grida e di gioia pur nella povertà. Se i negozi molto accattivanti ti incuriosivano e ti attiravano, i negozianti erano bravi nella contrattazione  accompagnando  sempre l’acquisto con  una storia vera o inventata ma che ti teneva incatenato lì nel negozio fino alla fine. La mia visita ad Ankara ed Istambul e in Cappadocia sono le vacanze che ricordo ancora e sempre molto volentieri. Ho visto cose bellissime e provato il gusto orientale dei ristoranti che mi hanno colpita molto perché non mi aspettavo, venendo dall’Italia, di poter mangiare così tanto buon cibo, un’esplosione di sapori semplici ma ottimi. La loro frutta e le loro verdure non avevano, all’epoca, mai sentito un pesticida erano piccoli, bitorzoluti, bruttini esteticamente ma il loro sapore mi ha riportato indietro nel tempo quando anche noi mangiavamo verdure e frutta di stagione non ancora contaminate dai pesticidi. Così ricordo la Turchia dove anche se con gran rammarico e tristezza ho lasciato Vera, mia madre che lì ha vissuto i suoi ultimi anni. E’ lì, seppellita in un gran cimitero pieno di verde con accanto una maestra di musica. e sopra alla sua tomba possono sostare gli uccellini a bere. Quando è morta è stata trattata con abluzioni d’acqua e lavande profumate, come è tipico dei loro morti.

Così risento la Turchia, i suoi sapori, i suoi odori… i miei ricordi.

Odore di popolo

Odore di popolo – di Carla Faggi

Sono in una piazza piena di gente.

Tanti odori diversi tutti insieme. Li sento tutti, alcuni li riconosco, sono vicino a me.

Altri si mescolano, arrivano da lontano, creano solo confusione.

Tutti questi odori mi stancano, decido di tornare a casa.

Sono stremata ma appena sento i miei odori familiari mi rilasso. Li riconosco tutti, uno per volta, tranquillamente.

Rifletto, ricordo, attorno a me stimoli e pensieri.

Penso ai posti che ho visitato, ai loro odori. Ogni popolo, ogni luogo, ogni cultura ha il proprio odore, di cibo, di clima, di religioni. Odore di popolo.

Profumo di Sicilia

Profumo morbido – di Roberta Morandi

Quei biscotti racchiusi nel barattolo appena aperto, lasciano una scia profumata di cannella e mandorle che mi portano a Palermo, in una delle tante pasticcerie dove si produce la martorana, una pasta di mandorle che a mangiarne troppa risulta stucchevole, ma se la assapori a piccoli morsi ti porta al settimo cielo del gusto. La sua morbidezza al tatto è pari alla sua scioglievolezza  un po’ granulosa al palato. Un peccato di gola colorato di impossibili sfumature e forme. Un godimento unico e se chiudi gli occhi mentre odori e poi assapori ti porta fin nel grembo materno… salvo poi svegliarti con mille sensi di colpa.