Foto due e tre

NONNE E NIPOTI – di Simone Bellini

– Ciao nonna, io vado con gli amici sulla spiaggia, lo dici te alla mamma quando torna ? –

-Va bene stai attenta però, non fare tardi o mi tocca sentire le lamentele della tua mamma!-

-Va beenee!!! Ciao Adelina, ciao Luisa, Giovanna, Elsa prima o poi farete un golf anche a me, ci conto !-

– Com’è cara tua nipote, sempre allegra ed educata ! Guarda, se mi vien bene, gli do questa maglia che sto facendo.-

Via di corsa al vecchio distributore dismesso, è lì che Eleonora ha fissato con le amiche del cuore, per poi incontrarsi con i ragazzi sul lungomare.

Quindici anni, il vento fresco sulla faccia, l’allegria, la spensietatezza di quella benedetta età accompagnano le ore felici di quella combriccola, mentre ridono, corrono, saltano dentro un tubo  edilizio di cemento, fra gli sguardi intontiti dei  coetanei con il cellulare in mano che si stancano anche solo a guardarli.

– Si , tua nipote non sembra di questi tempi, ricorda noi, la nostra gioventù, libera di correre, sfogare tutte le energie sporcandosi per poi tornare a casa stanche ma felici !-

– O ragazze, s’è fatto tardi ! Ho tutto da preparare ! C’è “Sanremo” stasera !!!

Foto di gruppo

Le allegre comari – di Tina Conti

Come fate, non le so, a me  non riesce lavorare  a maglia tutti i giorni, mi manca il tempo. Oggi Giovanni mi ha portato dall’orto tutto preparato ma  in cucina ci metto tanto tempo, il  desinare era lungo, il papero quest’anno era grosso  e ho dovuto faticare per metterlo in pentola.

Poi sono venute le ragazze a cercare le cose  per la commedia. Hanno rovesciato tutto il baule, risate, da morire, si sono provate tutto, le camiciole, le calze di cotone e i cappelli. Ma ve lo  ricordate voi il mio cappello per il matrimonio dell’Agatina? Come stavo bene, a me i cappelli hanno sempre donato.

-Sii Rosa. , ricordati di girare il papero senno ti  si brucia. Rosa, ci sono andate anche le tue nipoti in paese, la macchina era piena

:- se la prendono comoda,vanno al bar, dalla profumiera, non sono mica come noi che si doveva fare sempre tutto di corsa, e poi non si avevano soldi da buttare. Quante cose si facevano da noi!

Foto di un tubo

Il tubonido – di Rossella Gallori

Si erano infilati lì, non per non esser trovati….e nemmeno per gioco, era una necessità fisica, la loro, volevano semplicemente provare a volare…volare in un piccolo spazio, cercando di non farsi male, con le ali spiegate a mo’ di farfalla. Uccelli giocosi in una gabbia aperta,  aerei senza passeggeri….privi di anni, di zavorre.

Guya, la più agile, era stata la prima a scovare l’ immenso tubo, che venne definito “il nido”.

I gemelli rubarono le tute, dal capanno sulla spiaggia, la porta aveva ceduto al loro peso senza difficoltà.

Qualcuno portò la musica, una immensa radio che quasi si accese da sola, annunciandosi con una nenia lenta ed intrigante, che li avvolse e coinvolse.

Iniziò la danza,  che i pescatori di passaggio identificarono come macabra, il nero incorniciato dal grigio/acciaio, un rito antico…li salutarono senza voce, allontanandosi dalla riva.

Per loro, invece, fu libertà, un movimento, tra sogno ed incubo, non più  piccoli uccelli….non risero, non si sfiorarono, ed ognuno divenne quello che in fondo voleva essere: un falco dagli occhi di gelo, un’ aquila aggressiva e sorda, un cardellino timido…..un pavone impietoso e tronfio, qualcuno diventò airone…e non fece mai sapere del suo volo pesante…….

Io, io mi ritrovai nel sogno, rannicchiata nel letto e divenni gufo….ed aspettai la notte per poter vivere…..

Fotografie del tempo

La freccia del tempo – di Luca Di Volo

Tre, anzi, quattro libellule, giovani donne danzanti che sembrano aggredire l’obiettivo,volti ed occhi abbagliati dallo splendore di un panorama inondato di luce. Avanzano trionfanti, quasi fossero sul palco di un teatro dove il pubblico è sospeso nell’attimo che precede il primo applauso scrosciante. Comincia a formarsi una musica che,trapassando l’immagine ci giunge come sottofondo sottile e struggente..

Bello..troppo bello….Bisogna congelarli nel tempo questi attimi,e così avviene nella foto.

L’immagine è fissata nel tempo, immutabile. Ma il tempo non si può ignorare, continua a fuggire e non si ferma.

E allora spostiamo la clessidra in avanti. Un’altra istantanea..ed eccole qui le nostre ninfe danzanti,sono ancora belle..sedute insieme, intente a sferruzzare con l’uncinetto. Non c’è più l’antico smalto, ma nell’ora della quiete della viuzza, esso gli si sostituisce con un colore antico, più morbido e avvolgente. Inventano storie  fantastiche, forse quando le racconteranno i nipotini ne saranno spaventati…Sicuramente faranno qualche commento al vetriolo sulle  ultime imprese della bellona del paese..Oppure nella pace dell’angolo serale ricameranno ogni tipo di dipinto, con francescana pazienza.

Ma capovolgiamo ancora la nostra clessidra.. Ora si forma un’immagine …insolita..Ombre di luce e materia ,sembrano agitarsi trasportate da un vento potente.Un vento che sembra provenire da un improbabile oggetto geometrico..una sorta di condotto,forse un passaggio ignoto. Un segno …una promessa di rinascita? L’azzurro del cielo che si intravede, così splendente, ci induce a crederlo. Ma non lo sapremo mai. Almeno finché anche noi non saremo lì.

Intermezzo: fiaba autobiografica

“Il cielo più bello non esiste” – di Carla Faggi

Il castello che si vedeva in lontananza era immenso, aveva tante e tante torri, ponte levatoio e si stagliava contro un cielo stellato stupendo, il più bel cielo che Carla avesse visto.

Le sue amiche le dicevano che per possederlo doveva aspettare un principe azzurro che ce la portasse.

Carla un po’ aspettò, ma era di carattere impaziente e poi gli piaceva fare le cose da sé!

Quindi, dopo aver ascoltato i consigli di sua madre, detta la Fata Morina, per i lunghi capelli scuri, decise: parto da sola e vado a conquistare il castello!

Prese tutto il necessario, scarpe comode, un maglione caldissimo perchè era un po’ freddolosa,e un sacco a pelo.

Chiamò la Fatina Morina e gli disse: non torno per pranzo e forse neppure a dormire. E si incamminò.

Il castello ed il cielo stellato sembravano vicini ed invece erano lontani lontani.

Cammina cammina Carla incontrò tante persone e paesi, anche un principe azzurro sul cavallo bianco da cui accettò un passaggio per arrivare prima al castello, ma poi scoprì che di principe aveva solo il mantello ed il cavallo. Quindi un po’ delusa scese e continuò il cammino da sola.

Avrei dovuto dar retta alla fatina Morina, pensò, mi aveva detto che ero in grado di arrivarci da sola e solo dopo averlo conquistato avrei potuto ospitare il cavaliere che più mi piaceva.

I paesi che incontrò furono tanti, alcuni ballavano e cantavano vestiti con abiti alla moda, altri erano tristi e soli, si sentivano inadeguati e cercavano se stessi.

Incontrò anche paesi che volevano fare la rivoluzione, e rimase un po’ lì con loro. Ci credeva nella rivoluzione, pensava che tutti avrebbero potuto avere un loro castello e tanto, tanto cielo stellato.

I rivoluzionari gli piacevano ma la rivoluzione non le riuscì, allora andò avanti.

Cammina cammina si accorse che camminare era bello, la soddisfaceva, arrivava quasi sempre dove aveva deciso, e quando non ce la faceva continuava l’indomani.

Ogni tanto alzava gli occhi al cielo e cercava quella stella laggiù laggiù che gli sembrava tanto bella. Era sempre lontano lontano, però erano così belline anche quelle stelle sopra di lei che sembravano tanto più vicine.

Infine arrivò vicino ad una quercia e ci si sedette sotto. Che albero stupendo, pensò, si sentiva tranquilla e allo stesso tempo eccitata!

Forte e protettivo, sapeva di casa sua. Rivoluzionario però, le foglie le perde non in autunno ma a fine inverno, per dare generosamente spazio alle gemme.

Gli sembrava che quella quercia fosse un castello e poi sopra, quel cielo era bellissimo anche se non c’era quella stella laggiù laggiù.

Si sentiva proprio bene, cosa era successo? Non sapeva spiegarlo, forse erano stati i paesi in festa che aveva incontrato, o quelli tristi e riflessivi, forse le rivoluzioni, quelle riuscite e quelle fallite. Oppure l’essersi messa in gioco o la fortuna di aver trovato quella quercia, oppure semplicemente perchè sopra di lei c’era un cielo bellissimo.

Fu così che decise di ritornare a casa, tra l’altro aveva anche un po’ di fame.

Arrivò appena in tempo, la fata Morina aveva appena buttato la pasta.

La seconda foto

DONNE SULLA PORTA – di Sandra Conticini

Anche quest’estate sono lì, la Giuseppina, l’Ida, la Maria e l’Elsa, ma manca la quinta la sora Giulia che quest’inverno se n’è andata.

Io l’ho detto a mi’ figlioli, dice la Giuseppina, quando muoio buttate via tutto e vendetela quella casa, ma fate le cose a modino, altrimenti vengo a tirarvi pe’ i piedi!!!!

Tutti gli anni si mettono li con i loro lavoretti e passano l’estate  tra una chiacchiera e l’altra a fare le solite cose da ormai cinquant’anni.

La Giuseppina, la leader del gruppo ed anche la più giovane, ha le samnie perchè vorrebbe andare in giro per i paesi a ballare o alle feste ma, come dice lei, le altre non ce la fanno sono troppo vecchie e, fra patate, calli ai piedi e dolori alle ginocchia è un miracolo se arrivano alla porta.

Ci furono degli anni che aveva trovato delle persone più giovani che andavano in ferie nella casa accanto alla sua e la sera la scarrozzavano a cene e balli e lei era contenta. Le altre passavano la serata a parlare alle sue spalle ed il giorno dopo tutto era come prima.

Anche quel tempo è passato e si è dovuta rassegnare a stare lì fuori con queste amiche a farsi prendere dalla noia.

Eh sì perchè quello è uno dei tanti paesi fantasma, sempre vuoto in inverno e in estate ci sono solo persone anziane che non sanno come fare la spesa perchè negozi non ce ne sono e si devono raccomandare a questo o a quello per farsi portare qualcosa.

In inverno si lamenta e spera di poter andare presto alla casa in campagna per stare fuori in compagnia. Quando poi è li non vede l’ora di tornare in città e chiama i figli perchè la riportino a casa, ma poi non vuole tornare. 

La terza foto

Giocando da Cecilia – di Carla Faggi

Forza, prova, ce la farai!

Guarda come faccio io, uno due e…salto!

Ecco, guarda anche Luca, tre quattro…doppio salto!

Via, prova anche te, non è difficile. Vedi si fa così…cinque sei…sono su una gamba sola!

Anche Gabriella salta, sette otto…si tiene con una mano e gira…è bravissima, lo puoi fare pure te!

Non essere paurosa!

Nove dieci…vedi Tina come è brava, doppio salto mortale e Carmela, undici dodici…a testa in giù, incredibile!

Forza, prova, non è difficile!

Vedi come fa Chiara…tredici quattordici, triplo salto mortale, e poi Vanna…stupenda, quindici sedici, è bravissima!

Che dici? Vuoi provare anche te? Peccato…è troppo tardi! Ormai…!

Sta arrivando Cecilia e si fa un altro gioco!

Le tre foto

Il tubo – di Stefania Bonanni

Non succedeva mai niente, in questo paese dimenticato, a metà  strada tra il mare profondo, ed il deserto di una smisurata campagna arida.

Fino al giorno in cui arrivò la notizia dell’oleodotto.  Avrebbe attraversato il mare, sarebbe sbucato proprio qui, e avrebbe proseguito distruggendo il paese, gli ulivi, quella misera nostra campagna. Tutto sarebbe stato più  povero, più deserto, più inutile, più  brutto, e soprattutto, non più nostro.

Ci si ritrovava in piazza, seduti sulle panchine di pietra, tutti i giorni, tutto il giorno, fin da quando eravamo piccoli. Mai molto allegri, più spesso annoiati, sempre sognando e parlando di andare via. Solo che non si sapeva dove,  né a far che. E consapevoli che si sarebbe stati soli.

La notizia dell’arrivo del tubo ci aveva devastato. Solo sul momento, però. Perché poi ci era nata dentro una rabbia che cresceva via via che passavano i giorni. La rabbia ci aveva scosso, ci dava energia e parole, e voglia di gridare, ma anche di ballare,  cantare, e di ridere. Di saltare e di abbracciarci.

Finché  il tubo arrivò davvero. Nessuno ci aveva ascoltati, né  visti, né  sentiti.

Un tubo gigantesco,  piazzato tra il mare e la spiaggia, subito dietro la barriera di scogli.

Ci si avvicinò con sospetto. Era enorme: un lombrico transgenico, un’arteria di ferro. Ma la dimensione che più ci colpì fu quella del foro, dentro al tubo. Lucido, rifletteva le onde e moltiplicata il riverbero dei raggi di sole.  Sembrava un’armatura. Poteva essere un’armatura. Faceva sognare. Sembrava il carapace di un animale sconosciuto. A noi sembrò una tana. Era rovente di giorno e freddissimo di notte, ma ci nascondeva e riparava. Non ci pioveva, come in piazza. Non si vedeva nulla,  guardando da fuori il riflesso del sole sul metallo faceva sembrare tutto buio. Ci si poteva cantare, ed il rimbombo faceva compagnia, ci si poteva rintanare bagnati appena usciti dall’acqua, si ballava, si scivolava sulle pareti tonde.

Non ci si divertiva così  da quando avevano smesso di alzare il palo della cuccagna, in piazza.

Guardare insieme tre foto

Gruppo di signore in un esterno – di Nadia Peruzzi

Più di uno al paese andava raccontando che ci erano nate su quell’angolo di strada,in quello scorcio di case un po’ sgarrupate ma vive. Si erano ritrovate a giocare lì con i loro vestitini a fiori, ai tempi della scuola,nelle ore del pomeriggio a compiti fatti.Crescendo, quel canto del paese era diventato il luogo dei segreti della loro adolescenza, dei primi amori che si dovevano tener segreti ai genitori e dovevano rimaner celati nel patto ferreo fra loro,pena la rottura della loro amicizia. Poi il racconto dei matrimoni e dei fidanzamenti,dei figli in arrivo o già arrivati e le complicazioni ,le ansie ,la felicità che ognuna trasmetteva alle altre.Adesso chi passa vicino a loro e le saluta mentre rincasa le guarda come sopravvissute di un mondo non più al passo con i tempi. Troppo sanguigno e fatto di rapporti diretti, sull’uscio di casa,dopo aver fatto le faccende di corsa per trovare il tempo per parlarsi e stare insieme facendo pure qualche lavoretto per diletto. Più di una volta era il prendersi in giro con bonomia ad avere il sopravvento, spessissimo il divertimento era fare il liscio e busso a chi si ritrovava a passare davanti a loro.La signora Argia era quella che se la passava peggio.Appena sentivano il ticchettio dei tacchi da 12 in fondo alla via,erano già pronte a farle la radiografia.Quanti bracciali,quante collane,quanto trucco! Era un po’ sopra le righe la signora Argia ,le piaceva mettersi in mostra e loro non gliene perdonavano una. Avevano scoperto anche il primo dei tanti ritocchini che si era fatta nel corso degli anni. “ Ma non si guarda allo specchio prima di uscire con quelle gonne così corte?E quelle labbra ormai a canotto?”“ E qui poeromo di Alvise come farà con tutte le corna che si porta appresso da anni?Possibile che un si sia mai accorto di nulla? Ohimmena,che mondo arrovesciato!” E giù a sferruzzare l’ennesimo maglioncino che poi nessuno dei nipoti si mette mai. “ Vanno dai Benetton, loro, mai avuto il piacere di vedergliene indossare uno alla Luisa ”, dice la Pina.“Ma lo sapete, fa la Giuseppa, che l’Alice l’è incinta? Ma mica di su’ marito. Sembra di uno che l’ha incontrato in discoteca una sera che la c’è andata con le amiche!” “Che tempi” dicono in coro le altre! La trina di uncinetto sembra non finire mai. Forse è come quella di Penelope . La sera a casa l’Armida la disfa per rifarla uguale uguale il giorno dopo . Ne ha fatte così tante di trine all’uncinetto che ormai non sa più dove attaccarle. Anche la stanza da bagno ne è piena e sa che suo marito non le sopporta più. “Sono stufo di vivere dentro una bomboniera !Prima o poi te le stacco tutte!” le ha detto più di una volta. Nell’epoca del tutti frettolosi e tutti chiusi in casa , quel quartetto è diventato man mano la memoria storica e insieme l’autobiografia del paese. Il paese è così si sa tutto di tutti, ma qualcuno ne sa sempre più di qualcun altro e le arzille vecchiette non erano seconde a nessuno. Non è difficile pensare che dopo aver vissuto per tanto tempo insieme, per non far dispiacere all’una o all’altra, possano anche passare a miglior vita tutte nello stesso momento.E perché no anche su quell’angolo che ha visto srotolarsi le loro vite, le loro gioie , i loro dolori , le loro ciarle venate di ironia e molta saggezza contadina. Il sindaco, noto anticipatore e organizzatore indefesso, da qualche tempo rimuginava  su come tradurle in fonte sempiterna di ispirazione. Un monumento per consegnarle all’immortalità sarà sufficiente e di che tipo? “ Quasi quasi ne parlo con il geometra Compasso, è un tipo un po’ strano,  ma di idee ne ha da vendere e penso che  faremo proprio un bel lavoro”. 

A proposito di guardare

Era una bella notte chiara – di Gigliola Franceschini

lamatitaperscrivereilcielo

Contrariamente al solito, mamma mi mise a letto vestita, mi tolse solo le scarpe ed io mi addormentai mentre lei e il babbo riempivano di roba due tascapani. Poi, nel cuore della notte, via da casa, quasi correndo, dalla periferia della città verso la campagna. Quando era venuto l’ordine di evacuare la costa, eravamo scappati dal nostro paese affacciato sul mare ed eravamo giunti con mezzi vari, in molti tra parenti e amici, nella splendida Volterra. Arrivammo dopo un bel tratto di strada  ai piedi di una collina vicino al podere di Pietrino che ci dava a strozzo  un po’ di latte ogni tanto. C’era un avvallamento nel terreno con erba molto alta  che ci poteva quasi ricoprire , stando distesi. C’ero già stata a giocare coi miei cugini e mio padre che era sempre in cerca di luoghi dove ripararci in caso di bisogno. Ci sdraiammo sull’erba e aspettammo un po’.  Per distrarre noi ragazzi il babbo cominciò a indicarci il cielo, le stelle, la via lattea. Era una bella notte chiara  e si vedevano brillare tanti puntini luminosi come lucciole lontane. “vediamo cosa mettiamo nel carro dell’Orsa Maggiore” disse mio padre e iniziammo un gioco che facevamo spesso “ E arrivato un carico di B, C, di O  e via a gara a cercare nomi di cose  da riporre  nel nostro fantastico carretto. C’era tanta pace intorno, qualche animaletto  faceva sentire il suo verso, sembrava tutto tranquillo. Per noi ragazzi ancora piccoli, era un’altra avventura, non sapevamo di essere in guerra ed anche se ce lo avessero detto, non avremmo capito.  Ad un tratto una luce forte e intermittente brillò nella notte e venne veloce verso la nostra collina. Non era una stella cadente come pensai io, ma l’ombra scura e minacciosa di un caccia che rasentò gli alberi con un crepitio di legna che brucia e continuò la sua corsa          lasciando nell’erba i segni di una mitragliata lampo.  Non c’era stato il tempo di avere paura, avvenne tutto ad una velocità incredibile. Mi ritrovai la mano calda di mio padre sulla fronte, non so se per proteggermi o tenermi ferma a terra. Ho saputo dopo  che aveva sentito in  lontananza il rombo dell’aereo e si era preparato al peggio.  Non so quanto tempo passò, rimanemmo immobili appiccicati gli uni agli altri, in attesa di qualcosa che non conoscevamo, un po’ infreddoliti e per unica coperta, quel cielo stellato che invitava alla quiete. Forse mi addormentai. Alle prime luci dell’alba riprendemmo il cammino verso casa. Sembrava che la città fosse stata risparmiata, nonostante ci fossero ancora alcune postazioni di tedeschi che gli aerei alleati cercavano di snidare. I nonni non erano voluti scappare. Mio nonno diceva sempre in quelle occasioni che voleva morire  nella sua casa e nel suo letto e che se era destino, così fosse! Ci accolse con un bricco di caffè caldo, fatto con la cicoria e ci disse “ Avete visto che non è successo niente, ve lo dicevo io, avete solo preso freddo e umidità cambiatevi almeno le calze” A quel punto mi accorsi che per fare presto mi ero messa i sandali nuovi di camoscio bianco , quelli con gli occhielloni  ai lati e che si erano sporcati di terra e macchiati con l’erba fresca. Andai a letto sperando che il giorno dopo mamma li avrebbe puliti col bianchetto.  Mi capita ancore di incantarmi alla vista del cielo di notte, quando mi allontano dalla città e l’aria è più pura e mi torna alla mente quel lontano episodio. Non mi porta tristezza perché non fui triste, avevo, come tutti i bambini piccoli, l’animo sereno e sgombro di pensieri dolorosi. La mano calda di mio padre è quello che ricordo di più  perché tremava e non si voleva staccare dalla mia fronte. Non ne sono sicura, ma sotto quel cielo che ci avvolgeva da ogni parte, qualcuno piangeva.

Gusto dieta

ANDANDO QUA E LÀ CON IL CIBO – di Elisabetta Brunelleschi

Mangio volentieri, sono una golosa.

Ma sto attenta a quello che metto in bocca.

Mi piacciono i buoni cibi, i piatti scelti, mi ritengo capace di riconoscere i sapori genuini.

Quando vado a fare la spesa controllo la provenienza, gli ingredienti, la data di scadenza e mi sforzo sempre di portare a casa prodotti naturali, tradizionali, legati alla terra.

Talvolta però mi tradisco, con che cosa? Con le patatine e le olive. Chissà cosa c’è dentro, ma io le mangio ugualmente, specialmente durante gli aperitivi!

Questo amore per il cibo, in gioventù mi ha creato non pochi problemi. Non sono mai stata magra Già in quegli anni vincevano le immagini di donne snelle e longilinee, ma io non ero magra e con difficoltà riuscivo a seguire le diete, i digiuni non facevano per me.

Ricordo amiche che sapevano rinunciare a pane, pasta e dolci, secondo i dettame delle diete allora in voga.

Io senza pane non riuscivo a vivere!

C’erano amiche che proprio avevano la mania della dieta, erano capaci di eliminare qualsiasi alimento e poi entrare nella taglia 44 o 42. Io al di sotto della 46 non sono mai scesa, anzi in alcuni periodi ho avuto la 48.

Ricordo un viaggio a Parigi dove il pranzo era una baguette divisa in quattro parti (eravamo in quattro). In certe giornate, dopo camminate di 10\12 ore, avevo proprio fame, ma tacevo e mi adeguavo alla compagnia. Devo però ammettere che una volta a casa abiti e gonne mi risultarono larghi intorno ai fianchi.

Rammento un viaggio a Roma con digiuni all’ora di pranzo (solo una tartina minuscola) e cene in ristoranti scelti dove una ragazza del gruppo rifiutò un risotto a i 4 formaggi perché, disse, c’era il parmigiano e, secondo lei, il parmigiano nei 4 formaggi non va messo; quindi digiunò, non mangiò altro.

E altri viaggi con amiche che mangiavano un gelato in tutto il giorno e mezza pizza per cena.

Ma anch’io una volta, avrò avuto 24\25 anni, decisi di seguire una dieta. Stimolata da una collega del tempo che era molto molto più pingue di me, andai alla Weight Watchers. Gli alimenti previsti erano ridottissimi: prosciutto senza grassi, un misurino di olio, tonno al naturale, carote crude, 7 spaghetti, formaggi quasi eliminati, zuccheri niente, il pane non mi ricordo se neppure si poteva nominare. In una settimana persi quasi 6 Kg, poi c’era da andare avanti e percorrere il periodo di mantenimento, che io naturalmente non riuscii a seguire.

Comunque di quella dieta conservo ancora alcune abitudini, per esempio non metto zucchero nel caffellatte, le insalate posso mangiarle anche scondite e cerco di cuocere evitando fritti e soffritti, mangio poca pasta.

Poi via via, che dalla giovinezza sono passata all’età matura, ho capito che in certi momenti della vita il cibo mi era servito come difesa, bisogno che compensava mancanze affettive. Mangiavo guidata dall’ansia. Mangiavo e non sentivo cosa c’era intorno a me. Poi magari, al termine di un pasto mi mi preoccupavo delle quantità che sempre mi parevano troppe. Oppure il mangiare mi serviva come riposo. Ricordo che nei primi anni di lavoro in sedi lontane e disagiate, il tornare a casa e sedermi a tavola mi rilassava, mi faceva stare tranquilla. Magari c’era anche l’appetito ma l’ingoiare mi riempiva anche di qualcosa che compensava le fatiche!

Ed ora che sono sulla strada della vecchiaia mi ritengo una golosa attenta. Posso decidere di non abbuffarmi, mi regolo nella scelte, vorrei mettere in pratica lo slogan di Slow Food: buono, pulito e giusto.

Potrei ancora raccontare tanto del cibo, di come sazia, coinvolge e lega le persone, i temi sono tanti:

cibo e amici,

pizzerie innominabili e desiderio di mangiare a casa propria,

conferenze e rinfreschino finale,

cene e convitati sconosciuti,

donne esperte in cucina e donne che con fretta cuociono uno spaghetto,

scampagnate e spuntino,

escursioni, pranzo a sacco e merenda finale,

erbe commestibili e gruppi di raccolta,

sapori che scompaiono e frutti antichi,

fuoco acceso e pane abbrustolito,

il piacere del gusto,

il piacere dei sensi,

il sentirsi appagati ….

Gusto mistero

Sapori di casa e cantina – di Vanna Bigazzi

La cantina è quella parte di casa, fuori di casa. Il gusto antico della caramella mi porta in cantina: si respira quella freschezza odorosa di cibi nascosti, quel mistero che  ti spinge a indovinare.

Al contrario il profumo di frutta si assapora dentro la casa, specialmente dentro in cucina, dove l’odore di cibo permane, gustoso, allettante, stimolando la salivazione e la voglia di nutrirsi anche in orari desueti.

Gusto “La matita per scrivere il cielo”

Ieri…oggi… con le Matite – di Rossella Gallori

C’era una porta piccola, difficile da varcare.

C’erano molte scale, ripide e faticose.

C’era una sola finestra, dal vetro opaco.

C’erano disegni che non sapevo leggere.

C’erano scritti che sembravano solo suoni.

C’ era lei…lei…lei…c’era lui e lui…ed un arrivare di corsa cambiando profumo…per piacere a loro.

C’erano fantasmi che bussavano alla porta ed altri che sotto il tavolo mordevano i polpacci, c’era la rabbia che bolliva, la voglia di scappare, il sentirsi straniera ed estranea, il fare sogni in un’altra lingua, ignorando le Ave Maria, certa che il mio kaddish  , sarebbe stato ignorato, orfano anche lui come me.

C’era una nuvola rossa, due occhi color carbone, un naso a patata, golfini perbene, un sorriso silenzioso, capelli biondi.

Poi…….

C’era una stanza, con due finestre trasparenti e spifferose.

C’è una scala grande…ed un profumo che non cambio, perché è il mio.

Ci sono fantasmi amorosi che siedon con noi, qualcuno  ci fa il solletico, altri asciugan piccole perle d’acqua, lacrime dolci, come i ricordi, che non mordono più. Ci guardano seduti sulla cassapanca di legno color biondonoce, si alternano, senza spingere.

C’è una porta grande, chiusa ma aperta.

Ci sono sapori e saperi,  ed un gusto che è anche mio…ruzzola una caramella cattiva, dalla bocca al cestino, sventola una piccola asta di cioccolato,  senza dardo, né bandiera…una mela sa di ananas ed un ananas sa di mela, confondendo idee che han voglia di perdersi…

Alzo lo sguardo e non sono solo qui…ma per strada, in un bosco, le onde mi cullano, le barche mi accolgono….spesso son per terra, a volte sottoterra, ma non ho paura, non ho più paura….

Attraverso i microscopici  i fori dei Tuc vedo…vedo magia, sassi, spugne, conchiglie, parole….due occhi di fuoco, una nuvola rossa….ed una frangia di “saggina morbida” che dà valore ad aquiloni senza filo, a sugheri che affondano, a candele senza stoppino, in un lento valzer delicato e luminoso…

Poi si fa buio, ma non per sempre ….e tutti sanno il Kaddish ed io biascico  l’Ave Maria……

Gusto merenda

Antiche merende – di Patrizia Fusi

Penombra, il sapore dolce e profumato della mela mi invade, gli occhi chiusi mi aiutano.

Lo scricchiolare fra i denti della pallina mi disturba, il sapore di menta mi arriva alla gola e mi infastidisce.

Il gusto del biscotto e leggermente salato, friabile si scioglie in bocca e un insieme accattivante.

Torno bambina e ricordo le merende di allora.

Pane con olio con sale o con zucchero.

 Pane bagnato da vino o da acqua con sopra lo zucchero.

Pane con pomodoro strusciato sopra e condito.

Pane con un velo di burro che in estate si distribuiva bene sulla fetta perché era morbido, ma in inverno rimanevano piccole scaglie lontane l’una dall’altra, la quantità era sempre minima; sopra o sale o zucchero.

Pane e frutta di stagione.

Pane con formaggino, non troppo gradito da me.

Pane con un quadratino di cioccolata, incartato nella stagnola con la figurina del calciatore del momento, una fetta grande di pane che io mangiavo a grossi morsi mentre davo piccolo morsi al cioccolato per far sì che me ne rimanesse un bel pezzo da poter gustare senza pane.

C’era anche una mattonella grande, metà nocciola e metà cioccolata, che veniva venduta a fette, c’erano i dadi di cioccolata con le nocciole, e degli strani fruttini che a me non piacevano. Tutto sempre e comunque era “col pane”.

Gusto maschio e femmina

Arrivare tardi – di Carla Faggi

Cric crac, già il suono mi piace e mi indica il sapore caldo che avvolge e rimane. Si appiccica tra i denti e ci vuole del tempo per liberarli ma è un tempo piacevole e prolungato. Se vogliamo dargli un sesso è un sapore che sa di maschio.

Poi il frutto, ecco un sapore femmina, è frizzante, quasi acido, contrasta col precedente, mi pizzica il naso! Bisogna masticarlo, si attacca ai denti ma in senso orizzontale. Lo schiacci, lo frantumi, dimentichi il sapore precedente, ora mi piace!

Poi c’è la pallina, non so se mi dà piacere, arriva dopo gli altri. Arrivare tardi a volte non è bene, non gli do importanza. Però c’è e continua ad esserci, si fa più importante, arriva fino alla gola. Ora la sento anche nel naso! Non l’ho finita ancora.

Riflessione finale: a volte arrivare tardi non vuol dire starci meno!

Gusto poesia improvvisa

Nebbie – di Anna Meli

Nebbie di soffice ovatta scorrono

spinte da un vento leggero nel freddo silenzio         

Il sole senza colore, con leggera carezza

combatte e non molla.

Un raggio più ardito penetra

spandendo biancore di latte

che illumina e disegna rami di alberi spogli.

I verdi cipressi, fremono

pervasi da un brivido sottile

di pigolio di uccelli nascosti nel folto

in attesa.

Ricordi si perdono nelle nebbie del tempo

immagini scorrono veloci

in delicate tinte d’acquerello.

Il gusto di un pensiero felice

Come dovrebbe essere – di Roberta Morandi

Immagino un sapore di cioccolato. Quello vero, quello che si scioglie in bocca come nell’anima un pensiero felice, ma è ancora solo un sapore e io frettolosamente l’ho portato sulle mie papille. Posso riconoscerlo, ma poi si confonde con altri. Potenza mediatica. Ormai tutte le pubblicità ci fanno vivere le voglie a cui aneliamo, neppure più ci sforziamo di sognare, ce le danno già sognate.

  Ecco ora sento un certo sapore che mi evoca un sapore vero, quello come dovrebbe essere.

Già ogni cosa ha un suo “come dovrebbe essere”, sgombro da tutti gli orpelli che gli abbiamo addossato,  quasi a scrollare da noi la sua vera essenza.

Però è  sufficiente a volte, non sempre, chiudere un attimo gli occhi e assaporare veramente con tutte le papille, rigirare e spalmare in ogni anfratto  prima di deglutire. Operazione talmente consueta a cui non facciamo più attenzione. Gusto. Voce. Pensiero

Il gusto di leggere

Il gusto di leggere – di Mimma Caravaggi

La libreria per me è come una  fiaba che non finisce mai e che ha sempre un finale dolce che mi piace perché poi torno a casa sempre con uno o due libri. Leggere ora che sono in pensione, mi aiuta a distrarmi e isolarmi in un mio mondo tutto particolare dal quale gli altri restano fuori. Leggo a colazione, pranzo e cena mentre Alberto guarda le notizie in TV che a me ormai non interessano più. Mi piacerebbe molto saper leggere e questo purtroppo non so farlo. Il mio approccio ai libri è stato piuttosto tardivo e non il seguito di un percorso durante gli anni per cui, le mie letture sono semplici avventure che mi aiutano ad evadere dalla routine quotidiana e non occupano troppo spazio nella mia mente non più in grado di incamerare nuovi input. Però quando sento una persona competente in grado di leggere e spiegare brani di autori della letteratura italiana, di cui purtroppo non ho mai letto nulla, rimango affascinata e bevo, come una assetata ad una fontana, tutto ciò che mi viene letto e spiegato come ad una bambina a cui vengono lette delle favole. Nonostante mia madre e mia sorella, le studiose di casa, abbiano più volte provato a spingermi verso la lettura di libri adatti a seconda dell’età, all’epoca non mi interessava conoscere il sapere. Quando l’ho capito era molto tardi però non dispero perché dopo aver ascoltato declamare il Manzoni e diversi altri autori, ho deciso di provare, ora alla mia età, a vedere se riesco ad incamerare qualcosa di valido e bello della nostra letteratura.

Il gusto dell’incanto

Il battito – di Stefania Bonanni

Non avrebbe saputo dire quando era successo. Non si era accorta di un fatto particolare che potesse essere stato la causa. Non era accaduto niente di nuovo. Nessuno scossone alla routine. Non era morto nessuno, nessuno aveva partorito. Non aveva saputo di nuovi ammalati, perlomeno non era capitato a nessuno le fosse vicino.

Però  era successo, questo era fuori di dubbio.

Per la prima volta ci pensò davanti ad uno stupendo tramonto rosso brillante.  Un’illuminazione esagerata, che costringeva a fare un passo indietro al buio che premeva. Raggi sghimbesci, frecce di luce, trafiggevano un cielo che era stato grigio, anonimo, tutto il giorno. Fino al momento del riscatto, fino alla riabilitazione offerta da quel tramonto struggente e sanguinoso,  nello stesso tempo. Così perfetto da rendere evidente quanto tutto fosse stato da dimenticare,  fino all’attimo precedente alla sua apparizione. Appunto…e lei: nulla.Si guardò intorno, disse: “bello”, e basta. “Bello” aveva giurato non avrebbe mai detto né  bello, né brutto,  né solare …avrebbe cercato parole giuste, adatte. Ma le venne solo : “bello”. Se ne accorse, ci restò un po’ male, ma accantono’ il pensiero in un angolino, si dette altre possibilità.

Allora guardò dove cercava sempre, quando voleva cose stupefacenti. Alzò gli occhi al cielo, e tra le nuvole e la chioma di una gigantesca quercia dalle foglie croccanti, apparve una palla cangiante di storni, bruttini da soli o per terra, ma meravigliosi in tanti nel cielo, a contendersi il colore delle nuvole,  ad inventare forme inesistenti, a regalare argento. Chissà chi prepara le loro coreografie,  che musica sentono, se seguono il vento, se pensano che anche gli uomini, visti da lassù,  camminano in branchi colorati dal metallo di buffe scatolette.  E lo spettacolo anche questa volta le sembro’: …bello. Già: solo bello. Così  cominciò a preoccuparsi, La situazione poteva essere grave. Poteva non essere in grado di controllarla.

Era sempre stata convinta che finiva tutto, se finiva lo stupore.

Solo, non credeva possibile potesse succedere a lei. Lei si incantava tra i colori delle foglie, a seguire il volo dei mosconi,  a percorrere le scie delle lumache,  Non toglieva le ragnatele perché non credeva si potessero trovare ricami più preziosi. Si accorgeva di piccoli esseri. Era convinta che le cose piccole ed ignorate fossero in grado di cambiare la vita.

Era il battito. Era cambiato il battito. Le emozioni arrivavano lente ed attutite.

Il gusto di scrivere

La vita in riva al lago – di Laura Galgani

La sensazione di vero e proprio rapimento che mi ha colta all’improvviso quando Cecilia ha letto un brano da “Ti sento Giuditta”, di Piero Chiara, è stata tanto bellissima quanto inaspettata.

Bellissima, sì, perché proprio quella capacità mi piacerebbe tanto avere. Quando cioè non succede niente ma chi scrive riesce a dilatare la realtà, a farla diventare 10, 100, 1000 realtà diverse, che il lettore beve, beve come fossero tutte vere. Ecco, questo per me vuol dire “saper scrivere”. Saper inventare mondi, che poi non sono altro che il riflesso di sé.

Il senso di dilatazione che ne scaturisce è per me inebriante. Sarà che l’anima, non solo la mia, ovviamente, bensì tutte le anime, ha bisogno di estendersi, di dilatarsi fino a toccare i limiti dell’universo – che poi non esistono –per essere felice. E un certo tipo di scrittura facilita questo viaggio.

Non succede niente, in quel racconto: vengono descritti due personaggi che stanno lì, immobili, sulla riva di un meraviglioso lago – non ricordo se si trattasse del Lago Maggiore o del lago di Como, ma poco importa – e la loro unica occupazione / preoccupazione è quella di captare, annusando il vento, gli odori che arrivano da lontano.

O meglio, ad affascinarmi ancora di più è la capacità di uno dei due, il primo che si dedica a questa insolita attività, di isolarsi completamente da ciò che gli accade intorno – un molo gremito di gente, barchette che vanno e vengono, voci e schiamazzi – , e chiudendo gli occhi concentrarsi sulla percezione olfattiva di tante realtà simultanee che coesistono tutte insieme, nello stesso istante, e che grazie a lui, al suo volerle ardentemente percepire, riescono a comunicar il loro esser vive anche da molto lontano. Questa invenzione narrativa permette alle cose che accadono di avere un’eco che supera i confini delle cose stesse, e dona loro una sorta di seconda giovinezza.

Ma non solo; chi percepisce queste sensazioni e ci trasporta in un’infinità di accadimenti che “vediamo” anche con l’immaginazione, possiede il talento strabiliante di farli percepire anche agli altri. E’ infatti grazie agli stimoli che riceve che anche l’altro personaggio inizia ad imparare a percepire quella realtà sottile, che altrimenti avrebbe totalmente ignorato.

E che cosa presenta di diverso dal sempiterno principio creatore quella capacità – il suo riflesso, beninteso – di uno scrittore, di riuscire ad infondere vita alla realtà, a moltiplicarne il riverbero e la consistenza, la durata del soffio vitale? Niente, vi si fonde completamente. Questo è il gioco che mi affascina nell’atto dello scrivere. Questo è il gusto che vorrei provare scrivendo e far provare agli altri. In questo gusto mi piacerebbe perdermi, e vivere.