Maschere

Le Maschere della vita – di Nadia Peruzzi

Lo specchio, nella luce della sera, le rimandava una immagine sfocata di sé. Non aveva voglia di altra luce.

Quelle ombre che si rincorrevano sul suo volto in quel momento, altro non erano che il suo stato d’animo.

Sapeva che per uscire doveva indossare una delle sue maschere, non sapeva quale in verità e doveva decidere in fretta.

Femme fatale, ragazza sbarazzina e senza pensieri, eterna romantica, oca giuliva disposta ad assecondare con non chalance ogni battuta, ogni castroneria ogni spudoratezza del partner di turno.

Decise per l’ultima, l’oca, che in fondo le offriva una bella dose di copertura. Da quel ruolo mal considerato, anzi proprio disprezzato e dileggiato dagli altri poteva studiare meglio chi le ruotava intorno e fare meglio ciò che aveva in mente per quella sera.

Il mega party a cui avrebbe partecipato poteva essere la più grande occasione della sua vita e non voleva sciuparla in nessun modo. Un ultimo sguardo al sorrisetto accattivante che era una delle sue specialità e poi via a scegliersi l’abito per quella sera.

Optò per il vestitino nero che la fasciava nei punti giusti, e per la parrucca bionda a caschetto quella con la frangia che le arrivava fin quasi sugli occhi. Anche senza l’ulteriore controllo davanti allo specchio sapeva che era quella che ci voleva per dare il tocco finale al personaggio che aveva deciso di interpretare quella sera.

Il campanello suonò facendola sobbalzare. Era un fascio di nervi. Doveva controllarsi il più possibile.Trasse un profondo respiro e scese lentamente le scale di casa. Le piaceva farsi aspettare per ciò non prese l’ascensore, ad ogni passo assaporava ogni momento di ciò che immaginava sarebbe successo poche ore dopo!

La macchina nera coi vetri oscurati occupava quasi tutta la strada. L’autista era il solito armadio tutto muscoli che già altre volte era venuto a prenderla.

Attraverso la porta semiaperta riuscì a scorgere l’accompagnatore di quella sera.

Oltre i 70, ben portati, fasciato in un Armani che valeva un occhio, gemelli d’oro con mega diamante ai polsini.

Lo guardò simulando l’ammirazione che di solito tipi così pensano di meritare, e sfoggiando il più irresistibile dei suoi sorrisi.

Scambiarono poche parole in macchina. Entrambi sapevano che non c’era molto da dire in quei casi. A quel party dovevano presentarsi insieme.

Per lei un lavoro, per lui un obbligo sociale a cui doveva presenziare con a fianco una presenza femminile.

In quel modo e in quel mondo si possono fare ottimi affari,  stringere amicizie utili,  elargire favori di cui chiedere il conto anche a distanza di tempo. Un party come gran terreno di gioco in cui ogni pezzo di quella superclasse sa di svolgere un ruolo in commedia da cui trarre il massimo vantaggio possibile.

La villa che li attendeva era su una collina. Immensa e sfavillante di luci come ci si attendeva in occasioni come quella.

La fila di macchine in attesa di scaricare il bel mondo era incredibilmente lunga. Gli uomini in livrea rossa che aprivano gli sportelli e indicavano il percorso da seguire erano efficienti e non dovettero aspettare molto.

Il salone che li accolse era da mille e una notte.

L’uomo che era al suo fianco, lo capì allora, era il centro vero di quella serata. Al loro arrivo il brusio si arrestò. Fu un attimo. Riprese più forte insieme al gran movimento verso di loro per gli omaggi del caso.

Mani che si tendevano, inchini, grandi sorrisi per lo più insinceri, talora intimoriti.

Fra le signore qualche gridolino, cenni del capo ammiccanti, sguardi diretti di chi voleva farsi avanti per essere la prescelta in un’altra occasione.

Si accorse ben presto, Miriam, che il suo ruolo era pressoché esaurito. Doveva far colpo all’inizio e poi eclissarsi. La serata non prevedeva un dopo.

L’attenzione di tutti era catalizzata da quel signore che doveva essere una vera potenza per ricchezza e capacità di veicolare affari.

Si avvicinò al buffet, per mangiucchiare qualcosa.

Malgrado avesse adocchiato uno champagne da favola decise di evitare di berne anche un solo sorso, perché doveva mantenersi lucidissima per non sbagliare nulla e non mandare in malora il piano che aveva messo a punto da qualche tempo.

Sapeva dove era la cassaforte dalla volta precedente, quando aveva accompagnato un altro riccastro in quella casa.

L’idea le era venuta allora. Per caso una porta socchiusa le aveva permesso di vedere quanto le serviva per decidere di entrare in azione.

Senza nessuna fantasia (ma i ricchi ne hanno, si disse?), a nascondere il ben di dio in cui avrebbe messo le mani quella sera era il quadro di un trisavolo brutto come il peccato.

Il congegno della cassaforte non era dei più complicati. Ne aveva visti e aperti di peggiori.

Bighellonò per un po’ fra i vari gruppi disposti nel gran salone. Dispensò sorrisi a destra e a manca .Il ruolo di oca le garantiva una libertà di movimento che la stupiva ogni volta. 

La stellina senza cervello non destava preoccupazioni e quindi poteva muoversi agevolmente senza farsi notare più di tanto.

L’ultimo gruppo di signore con la quali si intrattenne fingendo interesse per le insulsaggini che erano unica cifra dei loro discorsi, era quello più vicino alla porta della stanza che le interessava.

Non le fu difficile entrare senza che nessuno la vedesse. In un attimo fu al quadro. Recuperò dalla calza autoreggente il micro apparecchio che le serviva per individuare il codice di accesso e lo applicò alla cassaforte.

Sentì il clic della combinazione che disattivava il blocco dopo pochi secondi.

Decise di trascurare tutto ad eccezione dei diamanti.

Ne avevano parlato in un annuncio di poche righe in una pagina del giornale locale dedicata alle aste di pietre preziose.

Quella che aveva attratto al sua attenzione si sarebbe tenuta qualche giorno dopo quel party in villa e la cassaforte li avrebbe dovuti custodire fino ad allora.

Erano veramente tanti. Alcuni di grosso calibro. Si perse un attimo abbagliata dalla luce incredibile che emanavano, mentre pensava fuggevolmente a quanto avrebbe potuto ricavarne vendendoli poco per volta.

Il sacchettino di velluto nero che li conteneva era l’ideale. Nascosto nell’elastico delle autoreggenti al posto del piccolo chip che non le serviva più, sarebbe arrivato a destinazione senza alcun rischio. 

Rimise tutto a posto.  Il chip lo nascose dietro ad uno dei libri della libreria accanto alla cassaforte e rientrò in sala. C’era riuscita in un tempo invidiabile.

Il gruppo delle signore era ancora a cianciare al solito posto. Lei potè in tutta tranquillità di nuovo iniziare il balletto fra un gruppo e l’altro per tornare un’altra volta al tavolone del buffet da cui si era mossa non più di una mezz’ora prima.

Si concesse allora tartine al caviale e un calice di quel prestigioso champagne a cui in precedenza aveva scelto di rinunciare.

Era stata veramente brava e poteva festeggiare.

Il suo accompagnatore era ancora alle prese col codazzo dei suoi ammiratori interessati, fra cui potevano scorgersi pure avventurieri di varie risme.

Si sedette su un sofà in disparte in attesa che lui si decidesse a rientrare al suo hotel riportandola a casa.

Ci volle tutto sommato poco tempo.

 Poi, come all’arrivo, gran sorrisi, strette di mano, sguardi di intesa per affari già messi in ponte o destinati a chiudersi di li a poco.

 Finalmente fuori. Il tragitto abbastanza breve,  come all’andata.

L’autista le aprì la portiera porgendole la busta col pattuito. Un cenno di saluto al vecchio signore e poi via in ascensore fino a casa.

La valigia era già sul letto. Il biglietto aereo nella tracolla che usava come portafortuna nei suoi viaggi. Velocemente tolse il tubino nero e le scarpe con i tacchi. Indossò una maglietta e un paio di jeans.

Mise le scarpe più comode che aveva. Inserì il sacchettino con i diamanti nel tacco vuoto di una di esse,  e in un attimo fu nuovamente in strada ad attendere il taxi per l’aeroporto.

Il taxista che prese i bagagli si trovò davanti una brunetta con l’aria sbarazzina e grandi occhiali da miope. La trovò carina con quella massa di riccioli, anche se tutto sommato non avrebbe saputo riconoscerla in un’altra occasione. Era tutto meno che fisionomista malgrado il lavoro che faceva, o forse proprio per quello visto che di persone ne trasportava e ne incontrava fin troppe.

Arrivare all’aeroporto fu veloce. In quella notte stellata di traffico non ce n’era.

L’adrenalina era a mille mentre Miriam saliva la scaletta dell’aereo. Si addormentò appena in quota pensando al paradiso che l’attendeva già dall’indomani.

Nell’oasi di pace che aveva scelto, avrebbe potuto finalmente essere sé stessa.

La maschere che aveva indossato fino a quel momento erano rimaste chiuse nel suo appartamento anonimo in via dei Frassini n 53! Quando l’affitto fosse scaduto di li ad un anno e si fossero decisi a entrare in quella casa, per recuperarne il possesso, avrebbero trovato solo qualche parrucca abbandonata nell’armadio e nulla di nulla che potesse portare chicchessia sulle sue tracce.

Trasparenza

Possiamo davvero essere trasparenti? – di Vanna Bigazzi

Come ci insegna Pirandello, per vivere in società, l’uomo si maschera, così la pensa anche C.G.Joung. Egli vede nella “maschera” che però chiama “persona,”l’aspetto che l’uomo assume nel rapporto col mondo. Al contrario l’”anima” è la mediatrice fra l’io e il mondo interiore. Chi si identifica completamente con la propria maschera, avrà poca anima, avrà sempre una scarsa consapevolezza della propria interiorità e di tutto ciò che va oltre il proprio ruolo sociale. Le rigidità che queste persone manifestano, nascondono quindi una fragilità, una non completezza. In un certo senso l’uomo è portato, per non dire costretto, a mentire, ma può arrivare a mentire anche a se stesso. In tal caso la sua vita interiore viene offuscata e si evidenziano invece “ aspetti ombra” cioè coperture. In tal caso, se veniamo accusati o “presi di mira”come si suol dire, in modo irruento, molto probabilmente la persona che aggredisce sta trasferendo su di noi tematiche proprie che non sa risolvere,che non riconosce come personali, cioè gli “aspetti ombra”che non arrivano a coscienza. Questo è un grosso sbarramento alla “trasparenza.”Fino a che punto possiamo permetterci di essere trasparenti, almeno con noi stessi? Credo che solo dopo aver analizzato ed accolto in noi questi aspetti oscuri, possiamo trasformare questa energia, apparentemente negativa, in energia costruttiva, poiché questi aspetti considerati negativi, sono in realtà, aspetti primordiali, istintuali, fanciulli. La trasparenza è un aspetto genuino. Quante volte sentiamo dire:”Mi hai detto una cosa spiacevole, ma almeno sei stato sincero.”Ecco,questo vuol dire che c’è stata trasparenza, anche se ci ha fatto dispiacere.I bambini dicono quello che pensano,sono veri e noi comprendiamo il loro essere selvaggi, perché sono bambini. Se fossimo meno condizionati dalle rigidità sociali, dai sensi di colpa più o meno giustificabili, probabilmente saremmo più allenati alla verità e meno esposti al dolore del “Tradimento”. Tradimento, altra parola importante; è una prerogativa dei non ingenui. Spesso viene “studiato a tavolino.” Certo è che quando questo arriva da parte di una persona che consideriamo amica, alla quale hai aperto completamente te stesso, magari attraverso gli anni, il colpo che ne riceviamo è fortissimo, a volte tale da non poterci più risollevare. Come dice Cecilia, ci troviamo difronte alla frase:”Non me l’aspettavo.”Da non molto ho ricevuto un dispiacere da parte di un’amica, amica da quando eravamo ragazzine. Ci siamo sempre sostenute e raccontate, in totale sintonia, quasi sempre. Forse tutto questo andare d’accordo, questa, oserei dire, fusione, avrebbero dovuto darmi da pensare. Invece no, sono rimasta accecata da questo scambio così bello, duraturo e totale. Non è molto che mi sono sentita dire:”Scusa, ma non posso più venire da te, né riceverti, ho troppi impegni importanti da rispettare, non possiamo più neanche telefonarci”. Ovviamente mi sono interrogata se avessi commesso qualche sgarbo, ma non mi risultava. Ho anche pensato ad un momento di sua non totale lucidità: il tempo passa e la nostra psiche può subire delle rivoluzioni… Comunque il mio atteggiamento nei suoi confronti non è mutato. Non la chiamo più e se lei, rarissimamente, mi chiama, rispondo volentieri con la stessa accoglienza di un tempo.Spesso penso che non sia stata trasparente con me, o che lo sia diventata ma come fanno i bambini dopo un litigio, sono tornata a sorriderle, l’unica volta che ci siamo riviste, per Natale,senza chiedere spiegazioni. Penso che questo significhi amicizia. I bambini sono veri amici, nel bene e nel male. Anche la “sorpresa” è una caratteristica infantile molto piacevole, possiamo rimanere stupiti anche da avvenimenti positivi, da cose che non ci aspettavamo e in queste circostanze torniamo proprio fanciulli e respiriamo gioia e meraviglia.Nel bambino c’è tutto, candore e crudeltà,come nel nostro profondo. L’amicizia è protetta da un atteggiamento fanciullo. Alla crudeltà di questa mia amica, ancora spero, apparente, ho cercato di rispondere con il candore. Penso che nel futuro questo dia buoni frutti e che comunque il nostro rapporto, nato da radici genuine, si risolva positivamente poiché salvaguardato da modalità infantile.

Colonna sonora

Colonna sonora che cambia verso – di Gabriella Crisafulli

Dove sono quegli ingorghi stradali a cui gli autisti non sanno resistere se non suonando il clacson?

Dove sono le lunghe file di automobili che aspettano, a motore acceso, che venga ultimata una manovra di parcheggio?

Dove sono le portiere che sbattono e le voci di chi scende e di chi sale?

Dove sono i suoni infastiditi nei confronti di chi è fermo in doppia fila?

Dove sono i lavoratori della casa accanto che trapano, martellano,  raschiano, fresano a più non posso da tre mesi?

Dove sono quelle belle frenate all’ultimo momento con stridio di pneumatici, mentre motorini a tutto gas svincolato rombando?

Dov’è la scampanellata impaziente delle nipoti che aspettano che io apra la porta?

E le loro voci che si sovrammettono, s’azzuffano, protestano … per avere spazio?

Dove sono le chiacchiere in tutte le lingue che sfilano sotto la mia finestra?

E il suono delle ruote di passeggini, pattini, biciclettine? 

E il via vai di chi va a scuola e di chi torna? 

E il rombare degli autobus che transitano accompagnati dallo scandire computerizzato dei nomi delle fermate?

E le risa dei ragazzi che si chiamano, scherzano, si rincorrono talvolta lanciandosi dietro le cartelle?

E il rotolare dei trolley su e giù dall’albergo?

Niente.

Spariti.

Anzi no, tramutati: sono andati nei giardini dietro alle case.

Voci che si parlano da balcone a balcone.

Tosaerba a tutta randa.

Colpi secchi di zappe, vanghe,  pennati, forbici, … rinforzati dalla caduta di rami.

Il ronzio continuo della sega elettrica.

Il tonfo dei pugni con i guantoni da boxe del vicino al sacco e il “toc” delle frecce lanciate con l’arco che colpiscono il bersaglio.

La colonna sonora ha cambiato verso.

Eppure fioriscono i susini

Il cambiamento che non c’è – di Chiara Bonechi

Stamani ho aperto la finestra della cucina, era presto e ancora si intravedeva nel cielo uno spicchio di luna, quasi trasparente.

Mi sono appoggiata al davanzale con le braccia che reggevano il mio viso piegato all’insù, cercavo, ancora un po’ assonnata, di rilassarmi guardando fuori.

Quella luna dai toni pallidi in un cielo senza colore che solo in lontananza si stava colorando della luce del giorno, mi metteva un senso di tranquillità ed ho dimenticato che anche oggi sarebbe stato diverso.

Respiro profondamente, ho voglia del caffè  ma prima di staccarmi dal davanzale lo vedo: qualcosa di bianco, screziato di un pallido rosa, tinge il tronco scuro del susino nel campo di fronte. Osservo meglio ed ho la certezza che sta fiorendo, quasi non ci speravo, quest’anno era in ritardo, credevo  fosse seccato.

In questo tempo segnato dal virus, dove la parola cambiamento si associa spesso alla  fatica di adattarsi ad un nuovo vivere, quel fiore che si è schiuso sul ramo del susino è segno di un cambiamento che non c’è perché il ciclo delle stagioni non si ferma per il virus, dopo l’inverno arriva sempre la primavera e io amo la primavera.

Quando ero grande

Io quando ero grande – di M.Laura Tripodi

Io…io…io…

Alzava le piccole spalle inspirando quanta più aria poteva, fra un  io e l’altro, concentratissimo a cercare parole per il suo racconto.

Gli  occhioni azzurri  di Lorenzo guardavano fisso davanti a sé, come frugando l’aria, come se le parole  avessero potuto comparire come d’incanto. Poco importa se ancora non sapeva leggere.

Poi, con un’inspirazione più profonda delle altre ha esordito: io, quando ero grande…… e poi la narrazione  di un sogno raccapezzato nell’innocenza dei suoi quattro anni.

Mi commuovo sempre quando ci ripenso.

Io quando ero grande avevo un nomignolo: Mariuccia. Qualche volta Mariuccina.

Mi ci sono voluti tanti anni per prendere consapevolezza di quanto quel nome mi suonasse dispregiativo, Mariuccia, come cosuccia, come robuccia, come bambinuccia. Mariuccina, oltre che dispregiativo mi metteva di fronte al fatto che io ero la più piccola di tutti. Non solo dei miei fratelli, ma anche dopo, a scuola, quando nella fila indiana ero sempre in cima e, in tutta la mia carriera scolastica, anche se breve, non sono mai riuscita ad occupare un secondo banco.

Eppure Mariuccia era un vezzeggiativo e Mariuccina era un rafforzativo del vezzeggiativo. Nell’intenzione di chi lo pronunciava.

Ma io, quando ero grande, avrei voluto che mi chiamassero con il mio vero nome.

Anzi, avrei voluto che mi chiamassero.

Punto.

Questa era la mia percezione di quando ero grande. Di piccolo c’era la mia età anagrafica, tangibile, e la mia piccola statura, tangibile anch’essa, ma mancava  la piccolezza che spetta di diritto all’infanzia.

Io, quando ero grande, non mi rendevo conto di quello che avevo dentro perché mancava il tempo, non c’era modo, non esisteva il diritto alla fantasia. La maggior parte delle famiglie aveva altro a cui pensare e probabilmente ero in ottima compagnia. Ma io, questo, non potevo saperlo.

Adesso che sono piccola ho scoperto che posso fare un sacco di cose. Di alcune sono capace, di altre meno, ma non mi manca mai la voglia di vivere, di sperimentare, di guardare lontano, anche se la strada già fatta è molta di più di quella ancora da fare.

Perché c’è un modo di essere piccoli anche quando si è adulti. Molto più ricco del sentirsi grandi quando si è bambini.

Trasparenza

Il bambino trasparente – di Luca di Volo

Tutti ci ricordiamo che, da piccoli, venivamo continuamente ammoniti a non dire bugie, a dire sempre la verità, insomma da comportarci in maniera onesta e “trasparente”. Le giustificazioni di questi continui ammonimenti erano molteplici: perché se no si andava all’inferno col dito acceso (questa non l’ho mai capita), perché la sincerità era buona . . insomma tutto l’armamentario dei buoni insegnamenti.

Salvo poi ad accorgersi con profondo disagio che i “grandi”, anche quelli che ci erano cari, le bugie le dicevano, eccome. . e anche grosse. E allora? Risposta: ”Eh, ci sono bugie e bugie. . ci sono le bugie “pietose”, quelle a fin di bene…quelle educative. . dipende. . ”Già. . dipende. . da che cosa? A me da bambino non era chiaro per niente, e per la verità questa specie di morale “relativa” non mi convince neppure ora. . ma tant’è. . si dovette adattarsi

A qualcuno riuscì bene, ad altri meno. . , a pochi non riuscì affatto. Io ero uno di questi. L’ammaestramento infatti era: dissimulare, parlare poco, tacere …e non mi è mai riuscito.

Il difetto mi è rimasto, temperato da un po’ di saggezza e di esperienza, ma non è sparito del tutto.

Avevo il vizio di dire sempre quel che pensavo, e (ahimè) quando dicevo qualche bugia ero così “trasparente” che mi si scopriva subito. Fin da subito ho scoperto che le bugie sono faticose e la verità è la via più facile. . se non altro per pigrizia mentale.

Però , ORA, mi piacerebbe vedere , appunto, in trasparenza, che ne è stato del “bambino che fui”, dove sono andate a finire tutte le immagini di quella specie di caleidoscopio che frullava nella mia testa al tempo dell’infanzia.

Io credo che tutti noi siamo un po’ come una specie di prisma, un prisma che sparpaglia nelle mille sfumature dell’iride, una luce che, all’origine, è bianca e purissima. Nello spettro dei colori c’è il rosso della passione, il verde della tenerezza, il nero della depressione.. . e così via. .

Ognuno riflette un suo spettro particolare, più rosso uno, più verde un altro.. .

Ma all’origine la luce è sempre “bianca”.

Domanda: è possibile risalire dallo spettro personale di ognuno di noi, alla luce “originale”? Cioè quella che sicuramente eravamo da bambini?

Secondo le leggi della fisica no, non si può “invertire” la luce. Ma ci sono altre risposte, per fortuna. Vie difficili, impervie, ma praticabili.

Poi ci sono quelli che non hanno un colore dominante, o, meglio, i colori li hanno tutti, ma nessuno prevale.

Forse io ero uno di quelli. Provo a vivisezionarmi.

Chi ero veramente , tra lo scienziato. . l’archeologo, il musicista. . e chissà quant’altro?

Lo scienziato: ci sono andato vicino, l’ingegneria è considerata la parente povera della scienza . . non è vero, ma così pensano tutti, a cominciare dagli scienziati.

Il musicista. anche qui mi ci sono avvicinato, quattro anni di studio per strimpellare un po’ la chitarra con gli amici. Poca roba.

L’archeologo ,   o l’umanista: qui mi sono impegnato di più. . mi sono preso quasi una seconda laurea, ma non sono un umanista. Mi sarebbe piaciuto, ma non lo sono diventato.

E allora, cosa diavolo sono diventato? Che definizione si può dare  a quel caleidoscopio che ero?

Non lo so. L’unico aggettivo che un po’ si approssima è:  ”curioso”. Di tutto, dispersivo, eppure insaziabile. Gli scienziati arrivano a “sapere tutto su niente” e gli umanisti a “non sapere niente su tutto”. Io sono una via di mezzo.

E questo mi consola delle corbellature che ho preso per quel gioco di iniziali che ho detto. Già il mio infinitamente più illustre quasi-omonimo, anche lui era un indomito curioso. Indagava su tutto. . oddio, forse non sulle donne, ma non si sa, invece probabilmente lo interessavano parecchio.

Ah, dimenticavo il mio rapporto con le donne. Un argomento che a molti può apparire scabroso, ma per me non lo è affatto.

Da quando, quasi di sorpresa, mi sono comparse davanti, è stato un contatto molto leale. . già, tra la mia incapacità di dissimulare e la loro stregonesca capacità di vedere sempre “oltre”, si mettevano subito giù le carte in tavola, come al poker, ma al contrario: o bene bene, o (ahimè) male male. .

Quasi mai vie di mezzo.

Eppure so di essere un sentimentale.. . quasi un mistico…o questa da dove viene fuori?

Bisognerà indagare più a fondo.

Però ho anche scoperto che l’universo femminile è molto più vasto della semplice capacità di vedere “oltre”. Una “nuova” razionalità, solo diversa, non meno forte di quella maschile. Porta a sentieri sconosciuti, sotto un cielo straniero ma stranamente familiare, più bello di quello del Nord (maschile).

Un cielo che per un curioso come me è irresistibile.

Terzo incontro virtuale: trasparenza

Terzo incontro virtuale.

Grazie ragazze e ragazzi!!! Siete stati grandi!

Vi aspetto con altre magiche pagine sul vostro Io Bambino. Intanto aggiungo un’altra parola: TRASPARENZA.

In questi giorni di MASCHERINE dietro cui ci dobbiamo proteggere fisicamente diventa insostenibile reggere le MASCHERE dietro cui abbiamo nascosto le nostre vere personalità, i nostri veri sentimenti, le nostre sfumature di carattere, i nostri affetti più sinceri.

Siamo diventati trasparenti?

Quali sono le cose che decidiamo di poter urlare al mondo?

Cosa vogliamo dire a qualche amico che non abbiamo mai detto?

Cosa vorremmo che ci chiedessero, al di là delle frasi fatte?

Quante volte in questi giorni, o nella vita precedente, abbiamo detto:

Non me l’aspettavo!

Frase che ci costringe, come uno schiaffo in piena faccia, a rivedere tutto quello che ci sembrava dovuto, scontato, ovvio…..

Per aiutarci a pensare ascoltiamo una canzone con un testo che trovo bellissimo:

SINCERO:

Testo

Le buone intenzioni, l’educazione
La tua foto profilo, buongiorno e buonasera
E la gratitudine, le circostanze
Bevi se vuoi ma fallo responsabilmente
Rimetti in ordine tutte le cose
Lavati i denti e non provare invidia
Non lamentarti che c’è sempre peggio
Ricorda che devi fare benzina
Ma sono solo io
E mica lo sapevo
Volevo fare il cantante
Delle canzoni inglesi
Così nessuno capiva che dicevo
Vestirmi male e andare sempre in crisi
E invece faccio sorrisi ad ogni scemo
Sono sincero me l’hai chiesto tu
Ma non ti piace più
Scegli il vestito migliore per il matrimonio
Del tuo amico con gli occhi tristi
Vai in palestra a sudare la colpa
Chiedi un parere anonimo e alcolista
Trovati un bar che sarà la tua chiesa
Odia qualcuno per stare un po’ meglio
Odia qualcuno che sembra stia meglio
E un figlio di puttana chiamalo fratello
Ma sono solo io
Non so chi mi credevo
Volevo fare il cantante
Delle canzoni inglesi
Così nessuno capiva che dicevo
Vestirmi male e andare sempre in crisi
E invece faccio sorrisi ad ogni scemo
Sono sincero me l’hai chiesto tu
Ma non ti piace più
Abbassa la testa, lavora duro
Paga le tasse buono buono
Mangia bio nei piatti in piombo
Vivi al paese col passaporto
Ascolta la musica dei cantautori
Fatti un tatoo, esprimi opinioni
Anche se affoghi rispondi sempre
Tutto alla grande
Però di te m’importa veramente
Aldilà di queste stupide ambizioni
Il tuo colore preferito è il verde
Saremo vecchi indubbiamente ma forse meno soli
Volevo fare il cantante
Delle canzoni inglesi
Così nessuno capiva che dicevo
Essere alcolizzato spaccare i camerini
E invece batto il cinque come uno scemo
Sono sincero me l’hai chiesto tu
Sono sincero me l’hai chiesto tu
Ma non ti piace più
Ma non ti piace più
Ma non ti piace

I bambini che siamo stati: scintille più profonde

Le baracche – di Gabriella Crisafulli

Era il 1959.

Il mio papà era stato trasferito a Firenze.

C’era da fare il trasloco.

I miei genitori decisero di affidare per qualche tempo mia sorella e me a parenti: Silvana andò a Vercelli, io in Calabria.

La tratta Varese Crotone fu per me la scoperta del mondo.

Innanzitutto, quando arrivammo a Roma, prima di fermarci alla stazione Termini, il treno rallentò, camminò a passo d’uomo e vedemmo sfilare davanti ai nostri occhi la bidonville che circondava la capitale. Una lunga sequela di case provvisorie e precarie fatte di pochi mattoni, qualche lamiera e molti materiali di risulta. 

In questa baraccopoli si aggiravano una moltitudine malvestita, animali da cortile e non, oltre che bambini che correvano e si azzuffavano sollevando nugoli di polvere. 

Una lunga serie di baracche mi passava davanti agli occhi come in un film e mi sembrava che non finisse mai.

Appena arrivati cambiammo treno.

Sulla carrozza per Crotone papà mi affidò ad una signora, rigorosamente in nero, e se ne tornò  a Varese.

Così cominciò la seconda tappa.

Arrivati a Santa Eufemia sostammo a lungo. 

Il vagone nel quale mi trovavo venne sganciato e, mentre il resto del convoglio proseguiva per Reggio Calabria, la mia carrozza venne agganciata alla locomotiva che andava in direzione dello Jonio. 

La particolarità stava nel fatto che viaggiava a carbone.

E quei chilometri infiniti, da accelerato, si dipanarono nel vapore sporco di fuliggine, nell’azzurro terso di un cielo del sud, nel verde intenso di una vegetazione lussureggiante, nel grigio di rocce aspre, nell’indaco di un mare immenso, mentre il gigante nero fischiava a ripetizione.

Finalmente Crotone.

La zia venne a prendermi alla stazione.

Arrivammo nella sua bella casa a due piani affacciata sul lungomare: sul retro c’era anche un grande giardino con le aiuole piene di fiori.

Il giorno dopo, di primo mattino, feci il bagno con i cugini in un’acqua color cobalto.

Sergio si tuffava dove c’erano gli scogli: ci portava i ricci che la zia apriva e noi succhiavamo golosi.

Il pomeriggio, passeggiata verso il centro della città.

E lì, proprio a ridosso di quelle belle villette a schiera, un’altra baraccopoli del tutto simile a quella di Roma.

I bambini più piccoli si aggiravano con poco più che una camiciolina da cui emergevano dei ventri prominenti. 

Le donne lavavano in tinozze di zinco e cucinavano su precari fornelli all’aperto.

I ragazzini giocavano fra le viuzze che separavano le abitazioni dove scorrevano i rigagnoli puzzolenti degli scarichi, decorati da qualche escremento. 

All’interno delle case pochi poveri mobili: in qualcuna il televisore. 

In casa mia non era ancora entrato.

Era il 1959 e ho visto la miseria.

I bambini che siamo stati: scintille di tulle

Ricordi – di Patrizia Fusi

Ricordi della mia prima Comunione: in quel periodo la mia famiglia era in difficoltà economiche a causa della precaria salute del babbo, che dalla prigionia dopo la guerra era ritornato con una bronchite cronica.

 Facendo lui il muratore nella stagione invernale si ammalava per lunghi periodi e quindi anche la mamma lavorava in casa, aveva imparato a ricamare a telaio, ma i soldi scarseggiavano lo stesso.

La mamma ebbe in prestito da una conoscente il vestito per la mia comunione, si fece portare dalla merciaia una coroncina di roselline da mettermi in testa, dove applicò del tulle che lei mi sistemò, tutto molto semplice in confronto a come erano i vestiti di allora, le bambine sembravano piccole spose.

Il pranzo fu fatto in casa solo con la famiglia.

Percepivo con quanta difficoltà il babbo e la mamma vivevano questa situazione, quasi di vergogna per non potermi dare un vestito nuovo, per non potere fare il rinfresco con i parenti.

Sentivo la loro amarezza, ma la cosa che mi fece più male, fu quello che una mia amica mi disse. Si ebbe un litigio, non ricordo per cosa, lei con rabbia per ferirmi mi disse che il vestito con cui sarei passata a comunione non era il mio e mi era stato imprestato.

 Io  credevo fosse un segreto.

Ci rimasi tanto male, sentii dentro di me tutta l’amarezza dei miei genitori, mi rimase dentro tanta rabbia.

Del giorno della mia prima comunione non ricordo quasi niente solo la sera, di quando ci fecero tornare in chiesa.

Eravamo in fila indiana, davanti a me una bambina in una nuvola di tulle, io dietro con le mani giunte presi fra le dita il velo di questa innocente bambina e iniziai a rompere il velo fino a quando rimanemmo in fila, scaricai tutta la mia rabbia su quella nuvola di tulle.

Ricordo ancora bene il punto della chiesa dove ho fatto quella birbonata.


 

Facciamo i conti con il presente

Risveglio – di Patrizia Fusi

La prima luce della mattina filtra dalla tapparella della camera, sono nel caldo del letto, piccoli rumori mi svegliano, il leggero ronzio del bruciatore, lo strisciare del cassone del letto nell’appartamento sopra, una tapparella alzata con vigore, il parlare sommesso della coppia che sta sotto di me, un passo pesante che scende le scale, tutti questi rumori mi fanno compagnia.

La gattina non ha dormito con me stanotte, forse è perché in questo periodo mi giro tanto, lei non si sente sicura.

Scendo dal letto, la cerco nella sua cesta sotto il letto non c’è, passo nel corridoio, nella penombra la vedo nella sua casina, due faretti lucidi, ho avuto paura che ieri sera mi fosse scappata per le scale, lei quando vede la porta aperta esce volentieri, le piace stare lì, annusare gli odori di tutti.

 Nei periodi caldi si distende tutta sul marmo per godersi il fresco che c’è per le scale, o scende fino nell’ingresso e si mette a guardare dalle vetrate della porta, scappando velocemente all’arrivo delle persone, posizionandosi nelle scale a seconda di dove queste vanno. Questa volta è in casa.

Ritorno a letto, mi stampo sul viso un sorriso perché sento arrivarmi addosso la pesantezza del momento che viviamo, un piccolo salto e la gattina mi si posiziona sulla pancia vicino al viso, inizia a fare i mostaccini, si ferma, mi guarda, i suoi occhi sono lucidi, il pallino nero dell’occhio è grande, mi fissa, ci guardiamo, chissà cosa passa nella sua testolina, sentirà anche lei questo cambiamento, percepirà la mia tensione.

Sono troppo presente?

Gli mancano i ragazzi?

Gli manca le persone che frequentavano la casa?

Anche io sento la mancanza del quotidiano.

 Abbassa lo sguardo e mi appoggia il musino sul mento.

Mi alzo, mi segue, alla parete della camera c’ è appeso un poster dove c è scritto (la volontà del popolo e indomabile e la sua forza è invincibile. Salvador Allende).

Penso quante eventi negativi presenti e passati sono secessi nel mondo, la vita continua.

Ce la faremo.

Dalla finestra vedo una fila di alberi pieni di fiorellini rosa, l’aria fresca della mattina entra nella stanza insieme al canto degli uccellini, il verde del prato mi rilassa, vedo passare il vicino di casa con la sua canina, prima quando mi incontrava mi abbaiava ora che mi ha conosciuta quando mi vede mi annusa la mano e scodinzola, se è in giardino e passo per strada fa un piccolo abbaio per farsi vedere.

Mi sposto in terrazza, per strada passano pochissime macchine, sull’autostrada solo autotreni, anche questi lavoratori insieme a tanti altri fanno dei sacrifici per tutti noi, perché il paese non caschi nel panico.

C’è un silenzio strano, l’aria è fresca c’è meno smog , inizio a curare le mie piante, la terrazza e il mio fuori, gli uccelli continuano il loro concerto con suoni diversi, le margherite tappezzano il prato lungo il borro con i loro fiorellini bianchi.

I bambini che siamo stati: piccola scintilla in superficie

Fioretti – di Gabriella Crisafulli

Era la primavera del 1954. 

Ho frequentato per qualche mese un istituto guidato da suore: giusto il tempo di essere pronta per gli esami di prima elementare. L’anno successivo sarei stata iscritta in seconda presso la scuola pubblica. 

Partecipavo anche alla dottrina per la preparazione alla Prima Comunione.

Un giorno ci venne consegnato un foglio con una lunga serie di quadratini. Andava compilato con una crocetta per ogni fioretto fatto, oltre alla relativa descrizione in che cosa consistesse. 

Così, da quel momento in poi, io che ero una bambina scrupolosa, mi impegnai moltissimo per essere più buona, più obbediente, più brava: solo Dio sa quanto mi costarono quelle crocette.

Dopo una settimana, quando ci ritrovammo per verificare le nostre buone azioni, ogni bambina riferì quante ne avesse fatte.

Le cifre che volarono in quella stanza mi fecero tremare e io, che non ne avevo più di dieci, mi sentii molto mortificata davanti a tutti.

Da quel momento in poi seppi come regolarmi: non feci più nemmeno un fioretto ma segnai un sacco di croci.

I bambini che siamo stati: e ora chi sono?

……e ora chi sono? – di Anna Meli

…..e ora chi sono?  Chiudo l’album di fotografie che ho sfogliato fino ad un momento fa e lo ripongo nel cassetto. Vado verso la porta, la apro, sono in giardino.

            Là in fondo il sole sta tramontando e fende con gli ultimi raggi una nube, esce dalla parte opposta e crea uno scenario surreale. Nella mente una domanda: come ero da piccola e…come sono ora? Le foto che ho appena messo a posto mi hanno fatto notare cambiamenti fisici dovuti alla crescita, anzi all’età, ma interiormente non sono poi cambiata granché.

            Sono ritenuta una persona forte, che sa dare coraggio, eppure mi sento tanto fragile! Mi piace il silenzio perché mi rende libera di pensare. Sono innamorata della natura in tutti i suoi aspetti, anche in quelli meno gradevoli perché so che dopo la tempesta il sole splenderà , il vento furioso  pian piano sarà gradevole brezza, la campagna tornerà a brillare nei suoi magnifici colori al ritorno della primavera e la vita continuerà anche dopo la morte!

            Ascolto volentieri la musica e leggo volentieri e con essi mi rilasso. Amo passeggiare soprattutto in aperta campagna col sole ma anche con la pioggia. Sono rimasta ferma nei miei principi di libertà e ascolto con educazione chi la pensa diversamente, mi confronto, ma poi  decido autonomamente. Difficilmente scatto e odio le persone litigiose.

            Il trascorrere del tempo forse avrà smussato gli angoli più rigidi del mio carattere, l’impulsività si sarà sottomessa alla ragione come il volto di una bimba a quella di una persona matura, ma nell’essenziale non credo di essere poi tanto diversa.

I bambini che siamo stati: l’Isola che c’era

L’Isola che c’era e che c’è ancora – di Stefania Bonanni

C’era l’Isola, e c’è ancora. Chi ci ha vissuto lì ha marchiati a fuoco, da qualche parte, quei giorni e quei discorsi che sono diventati bisbiglii confusi , piccoli rumori che arrivano da lontano, senza perdere senso, né sentimento. Credo, che si sappia o no, che quei giorni siano stati il barcone sul quale siamo stati traghettati, e non sono sicura che ci fosse terraferma,  allo sbarco, perlomeno non per tutti.

L’Isola era lì , molto più vicina della seconda stella a destra,  ma il viaggio era cominciato con noi,  non si improvvisano compagni di viaggio,  per la vita. Fossi un pittore, disegnerei una Chiesa in fondo ad un piazzale coperto di sassi, in cima ad una scalinata ricoperta d’erba , circondata da cipressi lunghi lunghi secchi secchi. Tutt’intorno  un muro su cui sedere, sospesi in alto sul paese.  Sotto il muro, disegnerei una nuvola spessa e cotonata, un po’ riparo, un po’ nascondiglio.

Fossi un poeta,  direi “un campanile che non sembra vero, segna il confine tra la terra e il cielo”, e sul telefono arriva la foto del campanile.  C’è scritto: veglia sempre su di noi. C’è chi sta pensando gli stessi miei pensieri, ancora.

Ci si passavano i pomeriggi d’estate. Erano estati caldissime e polverose, le ombre stitiche dei cipressi coprivano poco il sole prepotente, anche perché  nel pomeriggio si allungavano oblique verso il muro di cinta,  mentre noi ci si sedeva sui gradini della chiesa. Erano strani tempi: nessuno che si meravigliava del caldo d’estate, nessuno allergico ai cipressi, nessuno che passasse le ore in casa da solo. Erano i tempi delle gonne corte, valutando che in campagna arrivavano dopo, le novità.  Sempre più corte, le mie. Ricordo il tentennare di traverso della testa della nonna, e il caldo rovente degli scalini della chiesa, dove appoggiavo cosce alla fine, nude. Si arrivava a piedi, noi abitavamo sotto il campanile, o su scoppiettanti motorini, che erano al tempo, l’unico vero oggetto del desiderio. Dovevano essere assolutamente  rumorosissimi e per questo si sentivano strane cose tipo “truccare il motore, stappare la marmitta”, gerghi da maschi, incomprensibili. Dovevano farsi sentire, avevano timore non ci fosse altro mezzo, forse. Come con le gonne corte,  per farsi coraggio.

Ripensandoci,  quei motorini erano davvero buffi. Avevano cassoni stretti e lunghi, sedili allungati dove si entrava anche in due, anche se era proibito. Per acchiappare il manubrio, il guidatore si doveva schiacciare sul serbatoio dando origine ad una strana forma di essere, moderno centauro tutt’uno con il mezzo, dotato di camicia gonfia ai lati, che l’aria gonfiava come fosse una vela.

Immagini di vele,  viaggiatori, barche. Del resto, era un’Isola…

Su quel piazzale,  a fianco della chiesa,  tutti eravamo stati all’asilo dalle monache, poi alle elementari. Si era giocato sempre, da sempre, sotto quei cipressi, e si era bevuto dalle mani polverose l’acqua della fontanina. Poi si era fatta la cresima, la comunione, si era stati tutti in processione per le feste del paese. Sempre su quel piazzale c’erano anche funerali, ma all’epoca non ce li volevano, i ragazzi.  In quelle occasioni da una porticina a lato dell’ingresso della chiesa, altrimenti chiusa con lucchetto, spuntavano uomini vestiti di nero, con il cappuccio, che srotolavano striscioni e baldacchino dorati. Tutta la messinscena  rendeva morire una faccenda molto misteriosa,  paurosa, ma anche appartenente ad una dimensione altra, dove il dolore si mescolava alla scenografia, facendolo diventare sacro e condiviso,  da un paese che non lasciava da soli, mai. Nel bene, e nel male.

I bambini che siamo stati: il bambino caleidoscopio

Ho sognato di essere Achille – di Luca Di Volo

Ma queste scintille mi hanno invaso la casa. . una ne spengo, cento si ridestano…Bisogna soddisfarle, se no non mi lasceranno più in pace.

E allora avanti.

Una cosa stupefacente: i ricordi vengono fuori da ogni attesa cosciente. . un po’ come succede quando si tira un filo che spunta da un golf…ci avete provato? Tira tira. . se non si smette si resta nudi. Così è per i ricordi, sembrano piccoli e pochi, all’inizio, per poi diventare tanti , una catena lunghissima. . il nostro DNA dell’anima.

E alcuni, di primo acchito sono anche sbagliati. Già. . mi accorgo solo ora che a 10 anni forse non ero il bambino amorfo che mi sono descritto. Qualcosa c’era. . confuso e grezzo, da elaborare in futuro…ma qualcosa c’era.

In quel tempo avere l’influenza era una festa: non si andava a scuola, si veniva coccolati da mamme e nonne. . e poi non era un dramma: ”Il bambino ha l’influenza? A letto, digiuno e la sera un brodino. . ”. E il bambino ci stava sì sotto le coperte, non gli pareva vero. E c’era un’altra consuetudine piacevole: per farmi passare il tempo, ogni volta che avevo la febbre, mi veniva regalato un libro…

Fu così che mi persi. Il primo libro era “Storie delle Storie del mondo”, un compendio di leggende e mitologia Greca, dell’Iliade, dell’Odissea…cose del genere

Ma bastarono a precipitarmi in quell’universo di giganti e di eroi, di donne splendide e orribili megere. . , grandi re e mendicanti divini, dei e dee capricciose e incostanti, ma che incatenavano l’anima…quella degli adulti, figuriamoci un bambino.

Sognai di essere Achille…il “biondo Achille. . il pièveloce Achille…”Sogni infantili che strutturano e rimangono al fondo, ma presentissimi.

E poi Menelao che conquista Elena…Diomede, Odisseo. .

Ci rimasi immerso per tutta l’influenza e mi ricordo che guarire mi dispiacque parecchio.

Altra febbre, altra botta di innamoramento. Questa volta fu “Ventimila leghe sotto i mari”. Il Capitano Nemo, Ned Land, Consiglio. . il professor Aronnax…E giù per gli abissi…e per finire nel Maelstrom.

Seguì Salgari. . La giungla, i daiachi. . Monpracem. . Li bevevo tutti questi libri. . e non solo quand’ero malato.

Ecco perché è falsa l’affermazione di essere stato un bambino amorfo. In realtà dentro c’era un ciclone potente che si sarebbe fatto sentire dopo.

Altro pugno spirituale: a 10 anni il mio babbo mi portò a vedere la”Tosca” al Comunale…. Il grandioso finale del primo atto con il rutilante Te Deum…. mi colpì come una lama incandescente, poi sarebbero venuti Wagner, Sigfrido, Le Valchirie. . ma quel finale è sempre con me. . quando lo ascolto. . non mi vergogno. . mi viene da piangere.

Le mie aspirazioni , poi, erano confuse come i miei pensieri. Un giorno dicevo che volevo fare il fisico nucleare. . il giorno dopo il direttore d’orchestra. . e un altro l’archeologo. Non ero un bambino, ero un caleidoscopio.

I miei genitori ascoltavano guardandomi con un misto di tenerezza e compassione. ”Ma che sarà normale innostro figliolo? ” Risposta della mamma: ”Mah!”.

Curioso un’episodio: una di quelle megere spartane di cui ho parlato, sentendo la mamma che si lamentava delle mie “stranezze”, venne fuori con una battuta: ”Signora, per forza issufigliolo l’è un po’ diverso dagli altri, o un se n’è accorta che cià le stesse iniziali di Leonardo da Vinci”? Era solo una battuta spiritosa (e nemmeno tanto). . però da allora tutte le canzonature che mi son preso…Facevo bene qualcosa? Per forza , cià le stesse iniziali di Leonardo…. sbagliavo…che bischero , a Leonardo ugn’assomiglia proprio pennulla. . E così via…

Ad un tratto , quasi di sorpresa. . nella mia vita entrarono le donne. . Ma questa è un’altra storia. .

Marzo

Era un giorno di marzo – di Cecilia Trinci

Era una giornata di marzo, bella come questa, la prima volta che, per un progetto di lavoro, sono entrata in un carcere. Porto Azzurro col sole, la rocca, il cancello, la postazione di controllo dove lasciare la borsa, il cellulare, i documenti, qualsiasi altro collegamento con l’esterno. Non ero sola, avevo un accompagnatore che mi sosteneva nel percorso fino al di là del metal detector, del portone blindato che scattò con un potente clac dietro le nostre spalle. Chiusa. Ero chiusa anche io dentro quelle mura. Fumo di sigaretta, rumori metallici, mura strette. Gentilezza, curiosità, pudore. Sguardi. Distanza di sicurezza. In carcere è facile porgere umanità e riceverla. Se dai fiducia si spande intorno come caffè.    Il progetto fu pieno di risultati. Loro, i detenuti del progetto, passarono un giorno ad ascoltarmi, imparando con grande facilità tutto quanto insegnavo. A tratti un sorvegliante controllava buttando rimproveri a caso. Niente internet. Niente cellulare. Niente contatti esterni. Gli affetti al di là delle mura, al di là del mare. Avevano sguardi attenti e io, in cambio,  avevo solo parole  e fiducia piena.

 Ma quello che oggi mi ricordo è la disperazione che mi prese il giorno seguente, pensando esseri umani a vivere di continuo  quel senso claustrofobico che avevo vissuto. Durante l’intervallo del pranzo io potei uscire sulle mura della rocca a mangiare un piccolo panino. Loro no, rimasero dentro. “Non possono uscire in questo periodo” mi rispose il tutor accompagnatore. Come non possono uscire? Nemmeno un pochino dentro questo sole immenso sul mare blu? No. Erano le regole. Loro rimasero accalcati a fumare ad una piccola finestra che dava in una corte interna e da cui si vedeva a poca distanza da poterlo quasi toccare,  solo un muro bianco,  altissimo. Neppure il cielo si vedeva. Il fumo di sigaretta acre non riusciva a dissiparsi mai. Era caldo in quelle celle piccole e chiuse ed era solo marzo. Fuori, indifferente, Il sole  picchiava sulle pietre della rocca. Il mare blu si increspava appena sotto la brezza di marzo.

I bambini che siamo stati: scintille e ricordi

Ho sognato di volare – di Carmela De Pilla

Volare, quante volte ho sognato di volare.

Di giorno, di notte!

Quando ero bambina sognavo spesso di volare, era il modo più semplice  per liberarmi da quella prigione che ingabbiava il mio corpo e la mia anima.

Mi incantavo davanti al volo armonioso delle farfalle che disegnavano nell’aria graziose coreografie e le seguivo con lo sguardo finchè non sparivano del tutto.

Vedevo anche il luogo dove si incontravano, ali colorate che dipingevano tele impalpabili contro l’azzurro accecante del cielo e io con loro danzavo spensierata e felice.

E invece no, non ero affatto felice!

Volevo scavalcarlo quel muro, divorare la porta di quel collegio che mi separava dai miei genitori emigrati in Germania quando io ero troppo piccola per capire.

Tra le mura di quel giardino altri bambini giocavano ronzandomi intorno e io confusa mi sceglievo un angolo solitario per leggere il libro delle fiabe, lo portavo sempre con me.

Mi piacevano le fiabe, mi facevano entrare in quel mondo immaginario dove tutto è possibile, anche essere felice e io diventavo Cenerentola che balla con il principe.

Di notte mi tenevano compagnia le stelle, prima di andare a letto le guardavo, ce n’era sempre una più luminosa, era la mia mamma che mi lanciava un bacio.

Non mi piaceva la fiaba di Peter Pan, perchè voleva scappare dai genitori per andare nell’isola che non c’è?

Lui che poteva gioire per una carezza o per un bacio voleva allontanarsi dalla sua mamma e dal suo babbo!

Solo quando fui più grandicella ne capii veramente il senso e ancora oggi è una delle fiabe che amo di più, in fondo io ci andavo spesso nell’isola che non c’è.

Mi ricordo….. – di Anna Meli

            Se chiudo gli occhi risento le voci, i rumori, i profumi che hanno accompagnato quei momenti magici. Per quel che mi ricordo non ho masi pensato a quel che avrei fatto da grande. La vita scorreva in modo naturale; i problemi, anche se ci fossero stati, chi li vedeva? Avevo i miei genitori che mi volevano un gran bene, un nonno brontolone, ma buono e un fratello più grande otto anni di me che adoravo e a cui non perdevo occasione, come diceva lui, per appiccicarmi dietro.

            I miei giochi erano palla avvelenata, saltare alla corda, nascondino e altri inventati lì per lì. Tutto andava bene pur di stare all’aria aperta con altri ragazzi. Non disdegnavo nessuna compagnia  maschi o femmine che fossero e questo mi poneva in discussione con quest’ultime perché volevano fare gruppo a sé, cosa che non mi piaceva per niente.

            Non c’era a quel tempo, la scuola materna e la mia mamma mi aveva mandato all’asilo delle suore; non avevo accettato i loro metodi e dopo una settimana ero nuovamente a casa. Che ci potevo fare se non le sopportavo con le loro imposizioni?

            L’estate era per me la stagione più bella perché potevo star fuori quasi tutto il giorno. Nei campi il grano maturo biondeggiava e i contadini lo mietevano con le falci, ne facevano dei covoni e li lasciavano in mucchi in attesa del carro trainato dai buoi che passava a raccoglierli per portarli sull’aia del casolare dove abbarcato tutto insieme a forma di grossa cupola sarebbe rimasto in attesa del successiva battitura.

            Mi ricordo della sensazione di sofferenza che provavo quando volevo anch’io correre scalza come i figli del contadino sugli steli recisi del grano. Che colazioni alle 10 all’ombra della querce grande: fagioli all’uccelletto, bruschetta  e noci. Tornando a casa per il pranzo non avevo fame a la mamma si preoccupava. Io non potevo dirle il perché se no mi avrebbe rimproverata.

            Finita l’Estate arrivava il I° Ottobre e tutti a Scuola! Mi ci trovavo bene. Le insegnanti erano brave e buone: in particolare ricordo la Signorina Marta, molto carina e di una sensibilità non comune dalla quale ero particolarmente affascinata (mi vengono quasi le lacrime nel ricordarla).

            Anche Lei, un po’ come Cecilia, metteva l’aula al buio, poi faceva ascoltare della musica che avremmo dovuto trasformare in disegni. In quei momenti non tutti reagivano allo stesso modo, c’era anche chi ridacchiava, ma questo forse faceva parte del gioco e della voglia di vivere che non poteva esprimersi diversamente.

            Poi arrivavano le feste di Natale, con il presepe, l’albero addobbato con palline, oggettini di vetro e una specie di neve che se entrava addosso ti grattavi per una settimana. E poi la Befana, misteriosa, con pochi ma graditi doni e la calza appesa al camino. Si faceva finta di dormire, ma si vedeva tutto!

            C’è stata pace ed armonia nella mia infanzia, anche perché condivise con quasi tutte le famiglie del paese in cui ancora vivo.

            Purtroppo si cresce, si invecchia, le cose si trasformano, non sono più le stesse, ma i ricordi – e ne ho tanti – rimangono fedeli amici della mia vita. 

I bambini che siamo stati: scintille

Quel viaggio di ritorno da Pec – di Laura Galgani

Quei giornalini del “Piccolo Missionario” li ricordo ancora: piccoli, formato “Topolino”, carta lucida, disegni in bianco e nero. Mi portavano a casa le avventure – proprio di questo si trattava – dei Padri Comboniani in Africa, minacciati da guerriglieri e criminali di varia specie nei villaggi delle Missioni cristiane; le vicende erano drammatiche, ma il lieto fine, dopo scontri, anche violenti, trattative e parole di pace, era assicurato.

Uno dei Padri era venuto al catechismo, mesi prima, e ci aveva raccontato un po’ di quel che succedeva laggiù, in quelle terre lontane piene di pericoli, dove loro andavano a portare cure, istruzione, infrastrutture, e naturalmente il Vangelo. Allora, avrò avuto 7 anni, non ero in grado di comprendere tutte le implicazioni politiche né i risvolti sociali e demografici delle opere missionarie, ma restai affascinata dallo spirito di sacrificio di quei Padri, e ben volentieri chiesi alla mamma di potermi abbonare al giornalino per sostenere le missioni.  

Oggi quei giornalini mi sarebbero molto utili, perché vi avrei potuto studiare il movimento terroristico di Boko Haram “ante litteram”, come pure scoprirvi alcune delle cause dell’esplosione demografica nel continente africano, le dinamiche tribali che portano instabilità nelle zone agricole, lo sfruttamento delle risorse da parte dei Paesi ricchi, il difficile rapporto delle tribù con i governi centrali e così via. E invece di quei giornalini, ad un certo punto, ho perso completamente le tracce. Ma non dentro di me.   

Per ritrovarne il segno bisogna fare un salto nel tempo di 7 anni in avanti, e uno nello spazio per arrivare da Firenze alla città di Pec, in quello che oggi è il Kosovo ma che nel 1978 era ancora la Yugoslavia di Tito.  Mio padre, quell’anno, aveva deciso che la meta del nostro mese di vacanze estive in roulotte sarebbe stata la penisola balcanica, e ce la fece vedere tutta, da nord a sud. Il Ponte di Mostar, Sarajevo, Dubrovinik… ho visto quelli “veri”, non le ricostruzioni. Verso la metà del viaggio, non so perché – ma in realtà un bel perché c’era, eccome – ci volle portare persino laggiù, anzi prima lassù, scavalcando monti brulli e sassosi e poi coperti di boschi fitti e neri, per poi scendere giù, a Pec, in una conca polverosa che non prometteva niente di esaltante. Quando arrivammo il cielo era grigio, e come quello tutto intorno a noi: gli edifici alti e desolati, tutti uguali, di cemento e senza storia; le strade coperte di polvere e disseminate di spazzatura, da dove i sacchetti di plastica si sollevavano gonfiati dal vento nella speranza di ritrovare un po’ di vita. Di lato alle strade, sotto al marciapiede, scorrevano fogne a cielo aperto, scarichi di quella tristezza atavica e profonda che sembrava essersi impadronita delle persone e delle cose. Ricordo un vento insistente e fastidioso, che mi gettava polvere negli occhi e aumentava ancora di più l’irritazione e lo sconcerto che provavo. La grande piazza centrale era quasi deserta: due donne musulmane – forse le prime che vedevo col chador in vita mia – indossavano pantaloni alla turca ed erano avvolte dalla testa fino a metà gambe da dei grandi teli azzurrini; solo una piccola bottega era aperta e lì, da un artigiano apparentemente vecchio, dai capelli lunghi e scompigliati, magrissimo, comprammo due sgabellini piccoli piccoli, che abbiamo custodito come reliquie fino ad oggi, in ricordo di quel posto così desolato eppure così sacro. Ad interrompere quel silenzio polveroso arrivò un bambino che da solo tirava calci ad un pallone di cuoio semisgonfio, urlando “gooool” tutte le volte che la palla andava a rimbalzare contro un muro. Eravamo gli unici turisti, ovviamente. Vestiti in maniera assolutamente inopportuna per una città musulmana, con mia madre di sicuro in abitino striminzito corto abbondantemente sopra il ginocchio, braccia scoperte e capigliatura cotonata, mio padre e i miei due fratelli in pantaloncini corti, io non so ma avrò avuto i jeans e una maglietta… quelle poche persone ci guardavano con molto, molto sospetto, e la sensazione fu che prima avessimo tolto le tende e meglio sarebbe stato.

La brevità della nostra permanenza non riuscì però a rendere meno intense le mie sensazioni. Salii in macchina e una tristezza profonda mi assalì, mentre guardavo gli stessi casermoni tristi di cemento scorrermi accanto.

I bambini che siamo stati: altre scintille

La bambina che ero…di Rossella Gallori

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I bambini sono fiori, piccoli bocci da accudire, da annaffiare, per farli crescere, protetti, da serre chiamate case…ecco credo che in casa mia avessero perso l’ annaffiatoio…o si era rotto? O non c’era mai stato! O ancor peggio, non c’ era acqua?

Ma io, io, io, ero una bimba fortunata avevo un giardiniere, un giardiniere, solo per me.

Trotterellavo nel lungo corridoio, ad ogni piccolo ostacolo gridavo: babbooooo!!

Non avevo particolari doti, l’ aria sempre imbronciata, annoiata, interessata  più alle voci, che ai giochi, ecco si, non sapevo giocare, avevo una scimmia di lana nera che trascinavo da una stanza all’ altra ed un orso di brutta pelliccia che si chiamava Bernardo, aspettavo, aspettavo e basta, in quella casa troppo grande, per  un esseruccio  come me, tra rumori e suoni crescevo, con il frastuono molesto della voce della nonna, il  fruscio argentino ed invasivo della mamma….nell’  attesa del suono magico della sua voce, ed allora aprivo occhi, braccia e cuore…non volevo altro che lui, il mio giardiniere…ero il suo fiore più bello, credevo di avere petali stupendi, un colore unico,  un fiore  eterno…invece…invece..

Iniziò troppo presto il periodo della fuga, scappavo, da tutto e da tutti, cercando un nascondiglio, in quell’ attesa spasmodica che non portò a nulla, se non ad una solitudine, che divenne compagna…e non mi bastavano, fratelli, mamma….inghiottivo delusioni, abbandoni, veri e  presunti, mi sdraiavo sul tappeto ai piedi del “nostro letto” facendo finta di essere un cane, che non riusciva ad abbaiare, aspettando che lui mi venisse a cercare ad accarezzare, che mi togliesse il guinzaglio, bruciasse la cuccia, mi prendesse in braccio e mi portasse via…..

Ecco la bimba che ero, una che aspettava, volevo solo ritornare sul lettone, per imparare a scrivere a leggere, con lui e per lui, per inventare storie di case belle affacciate sul mare, di bimbe intelligenti, sorridenti, di stoffe colorate utili per foderare anime, per avvolgere sogni… babbooooo !! Non rispondeva più nessuno, ed avevo “già dieci anni”, non solo “10 anni” qualcuno  aveva deciso che ero grande…

E feci finta di esserlo, per quattro anni, vivevo allo stato brado, un cavallo ferito, che non sopportava sella, un oggetto non in vendita, che si poteva comprare con tre parole ed una voce che me ne ricordava un’altra.

Lasciai i sogni che non avevo ed andai a lavorare, mi accompagnò il babbo quel giorno…..anche se non c’era più da tempo….. fu la mia salvezza.

Ma che fine ha fatto quella bambina?

I bambini che siamo stati: scintille

Volevo essere un sasso, ma volevo anche volare – di Stefania Bonanni

“Addolorata,  indispettita, decisi che non avrei più studiato. Smisi di fare i compiti, non aprii il libro, e l’inverno passò  mentre provavo a diventare sempre più estranea a me stessa.Cancellai certe  abitudini che mi aveva imposto lui: leggere il giornale, guardare il telegiornale.  Passai dal colore bianco o rosa al nero, neri gli occhi, nere le labbra, nero ogni capo d’abbigliamento. Fui svagata, sorda ai rimproveri degli insegnanti, indifferente ai piagnistei di mia madre.  Invece di studiare, divorai romanzi, guardai film in tv, mi assordai con la musica. Soprattutto, restai in silenzio, poche parole e basta. Già normalmente non avevo amici, a parte antiche consuetudini. Ma anche loro furono ingoiare dalle  tragedie. Restai del tutto sola,  con la mia voce che  girava a vuoto nella testa. Ridevo tra me e me, mi facevo smorfie. Passavo molto tempo per i sentieri che una volta avevo percorso con mia madre. Mi piaceva precipitare intontita nel tempo felice  di una volta.  Del resto, ero vecchia.”

Ho letto e riletto questa pagina molte volte,  vorrei la conosceste. A qualunque età,  qualunque sia il dramma, questi sentimenti penso siano universali, o perlomeno, sono quelli che mi hanno attraversato. Obiettivo, cambiare. A momenti desiderando diventare un sasso, in altri cercando di imparare ad andare avanti senza pensare, in altri cercando nel tempo passato un segnale di forza, di coraggio, e magari non trovarlo. Altri sono inspiegabilmente giorni leggeri, con il riso pronto ad apparire,  anche senza senso, ed allora va tutto bene. Si può cambiare,  si può non riuscire a cambiare,  siamo disposti a tutto per continuare.