Quarto incontro virtuale: chiusura

Chiudere.

Usiamo in molti contesti questa parola, che può sembrare dura:

Hai chiuso la porta?

Sto chiuso in casa da giorni!

Con te…… chiuso!

No, guarda, non credevo ma è proprio chiuso a tutto, a qualsiasi novità!

Chiuso per ferie

Non pensavo fosse tanto chiuso di mente!

Oppure può essere parola meno dura:

Chiudi il barattolo altrimenti evapora tutto!

Chiudi la mente all’ansia!

Chiudi tutto e scappa!!

Oppure può essere un concetto riferito a un luogo, a una situazione.

Come nel libro Almarina, di Valeria Parrella

In cui si parla di una storia che si svolge in un carcere, luogo chiuso per definizione e in cui scoppia una bellissima relazione tra due donne e la ricerca di se stessi.

La domanda di oggi è:

“PUO’ UNA PRIGIONE RENDERE LIBERO CHI VI ENTRA?”

I nostri giorni belli

In questo periodo, ogni anno, vi rileggevo e riguardavo le nostre foto.

I fiori di Carla
di Carla Faggi

Leggerezza, diceva sempre Carla. La bellezza della diversità, dicevano sempre Carmela e Laura. Mi fa bene ascoltarvi, diceva Gabriella e (con il noto francesismo “che gran botta di culo”) è stato incontrarvi, diceva Rossella…ecc ecc…

Molto più bello e facile era guardarsi negli occhi, ridere, parlare (abbastanza) a turno, scambiarci pasticcini e biscotti, magari piangere qualche volta, ma sempre solo così, per una commozione di passaggio.

con Alessandra Biagianti
Simone Rovida
da Panchine

I nostri incontri virtuali comunque continueranno oltre il 7 aprile. Tanto….cosa abbiamo da fare? La vita fuori riprenderà con molta lentezza quindi possiamo continuare a incontrarci su questo blog.

Pensando al “dopo” mi piacerebbe intanto raccogliere quello che abbiamo fatto in questo periodo di chiusura. Mandatemi le foto di quello che a voi è piaciuto di più fare. Foto pensate, però, che siano sintetiche ma intense…che vi raccontino in questo periodo in cui fisicamente non ci vediamo.

A domani per il quarto incontro.

Cecilia

L’ultimo giorno…….

In attesa del quarto incontro

Un contributo di ognuno in questi giorni difficili:

Tina: la torta di Nora
Sandra: i biscotti
Carmela: i gioielli
Stefania: gli animali da cortile
Simone: arte del vetro
Carmela: il paesaggio in acquarello
Rossella: improvvisare con poco
Anna: le frittelle
Nadia: la sanità

Carla: le parole:

Quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge o al partner. Di mettere al mondo un figlio o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui». David Grossmann

Patrizia: i fiori
Mimma: il giardino
Elisabetta: il risveglio della tartaruga
M.Laura: le piante grasse
Laura: la tesi
Chiara: i libri di quando era piccola

Vanna: una poesia:

In questo clima surreale

di silenzio e vuoto,

anche i pensieri si sciolgono diversi,

flessibili, si fanno collettivi,

si slegano  dall’individuale.

Non son più “io”, siam “noi,”siam  “tanti,”

accomunati da una sorte impervia,

cerchiamo imperscrutabili perché:

diversi, pochi, molti…

Una fatica sola ed essenziale: sacrificar l’ego al bene universale

Luca: il disegno
Gabriella: la luna

Trasparente

La cartella trasparente – di Luca di Volo

Lo scenario: seconda media. Interprete: un bambino, normale, normalissimo.

Ma un bel giorno…anzi un brutto giorno, o non gli venne in mente al professore di darci un tema da fare a casa…E io i temi li detestavo.  Certo, sono un po’ cambiato da allora.  Comunque, in quel tempo li odiavo con tutta l’anima.

Insomma . ”Allora ragazzi,  in Italiano ho visto che siete un po’ scarsini…via, per domani portatemi un tema, a piacere.  Ma portatemelo domattina. ”

Che potevamo fare? Subimmo.

Solo che io…siee.  non c’avevo mica tempo:  prima giocare un po’ a calcio, poi a palline,  poi ai Salesiani il campionato di ping pong…Alla sera , naturalmente, quando tornai a casa, del famoso tema non c’era traccia.

Ma io, per far tacere la cattiva coscienza mi consolavo , sapendo di mentirmi: ”Ma un se ricorda mica , sai…tante altre volte c’ha detto: ”Ora un ciò i ttempo peccorreggelli, si fa un ‘altra volta.  ”

Come un condannato che aspetta dalla Corte Suprema  una sospensione, altre ventiquattrore di vita…

Ma all’indomani.  scalogna delle scalogne o non fu questa la prima cosa che il Prof.  disse: ”Allora ragazzi, l’avete fatto il tema?”

Risposta corale: ”Sii”, anch’io…vigliacco. 

“Bene.  allora te , Di Volo, l’hai fatto , vero?”. Forse ero proprio trasparente. 

Eh, dissi.  sì sì…ma mi sentivo morire. 

“Ah.  allora vieni alla cattedra e leggilo a tutti, vai.  ”

Strascicando i piedi, andai alla cattedra, portandomi dietro la cartella.

Il prof.  si aggiustò gli occhiali sul naso chiedendomi: ”Ma come mai con la cartella? Ci sarà dentro il tema…allora tiralo fuori e leggi. ”

E io, deciso a reggere ostinatamente la parte, la cartella l’aprii davvero.  Sapevo benissimo che dentro non c’era un tubo…ma scrutando il fondo finsi anche stupore.  ”Ma come mai.  mah, era qui…” E sentivo gli occhi del prof.  che mi trapassavano.

Dopo un po’ di questa pantomima, finalmente mi chiese: ”Prova a darmela a me codesta cartella.  può darsi che io sia più fortunato. ”

Aveva capito tutto…io e la cartella eravamo trasparenti come l’acqua di fonte…

Gliela porsi e lui (tanto per tenermi ancora un po’ sulla graticola), finse di guardarla bene dentro e poi me la restituì.  E, con aria comprensiva mi parlò ”Eh sì.  , io dentro c’ho trovato delle lettere, forse ti son cascate dal foglio in autobus.  Ma parecchie si son perse, purtroppo. Sai che si fa? Domani, invece che UN tema.  me ne porti DUE.  così si recuperano anche le lettere finite nell’autobus…”

Che dire…tornai mogio al mio posto. Le orecchie mi ronzavano, ma più di tutti sentivo il ridacchiare maligno dei compagni.

Mi feriva , non tanto l’evidente menzogna, quanto la grandissima figura a bischero che avevo fatto nel fingere di guardare dentro una cartella sapendo perfettamente che dentro non c’era proprio nulla…ma cosa speravo? che ci fosse qualche miracolo?  qualche angelo che mi facesse trovare un tema che non c’era?  (bell’argomento: il tema che non c’è.  da approfondire. ) Non lo so.

Ma l’interrogativo che da allora mi strazia è quando mi chiedo:  ”Ma cosa avrei fatto se davvero dentro la cartella c’avessi trovato davvero il maledetto tema?!”

Angoscioso. 

E poi da quel momento non usai più la cartella.  Tanto era “trasparente”.

Trasparenze e assenze

GIORDANA – di Rossella Gallori

…tra trasparenze, assenze, maschere ed una infanzia che non c’ è più…

 …era abituata a piangere, lo sapeva fare in molti modi, era un valore “acquisito sul campo” nessuna medaglia, nemmeno un misero bronzo, per quel suo sapere.

C’ era stata la nascita, poco desiderata, che forse aveva capito, ancor prima di imparare a camminare… se tu non ci fossi stata…era l’ unico rosario che sua madre sapeva recitare, al quale seguiva quello della nonna più cocente: oh Signore, questa è una punizione…

Ed era cresciuta così Giordana, tra urli, strilli, ceffoni dei fratelli, ed un unico amore….

Gli anni erano passati, tra un lavoro scelto al volo, per quella sua voglia di aiutare la famiglia, quasi un modo per farsi  del male ed  accudire chi non ti vede, rinunciare allo studio, alla poesia che amava e che le dava gioia, cercare in maschi più grandi e quel calore mai ritrovato, faceva tutto per far capire che esisteva, come accettare a 14 anni di posare per una ditta, di calze, che per puro miracolo non la portò sul marciapiede…per fortuna oltre al saper piangere aveva imparato anche a scappare, fiutava il pericolo

Giordana, dote che perse nel tempo….e fu in quel lasso di tempo che si costruì una maschera, fu un lungo lavoro di cazzate e doveri, un ricamo complicato dove spesso i fili si intrecciavano , nodi da strappare, da tagliare e togliere, per aggiungere un colore cambiando sfumature, nacque così una nuova lei, piena di controsensi, una Giordana strafottente : una che non aveva “ voluto” studiare, una che  aveva “ dovuto “lavorare” una che “vado alle feste e torno quando mi pare”una timida e dolce che  si inventò “ dura” come il granito.

Opaca ed invisibile, ecco come si sentiva, anche quando arrivò un marito, una figlia, amori che eran “ porti sicuri” e spesso lei fece diventare “ bassi fondali” …..no non sapeva muoversi, nel certo, non capì amicizie vere, abbracci Sinceri….

Era nata cristallo  prezioso, ed era diventata culo di bicchiere peso ed economico.

Quindi “era abituata a piangere” Giordana, e lo stava facendo, in silenzio, anche ora, con il naso schiacciato su un vetro opaco di pioggia vecchia, con le lacrime che facevano tuttuno con un moccio infantile e copioso, gli occhi gonfi che cercavano una primavera nuova e libera, al di la della piccola finestra, occhi miopi che guardavano verso il parco chiuso, dove gli scoiattoli correvano, padroni ignari e l’erba cresceva ad un ritmo più veloce del solito, aspettava voci, conferme, un saluto non distratto, un bacio da lontano, una carezza a distanza, nessuno avrebbe notato le sue rughe, quei solchi dell’ anima che erano affiorati, un po’ vigliacchi e forse prematuri….rimase li a lungo…in un’ attesa che non fu vana, una pioggia improvvisa raccolse i suoi desideri…pioveva a vento i vetri si appannarono, finalmente strisce d’ acqua segnarono un tempo che sembrava essere eterno…era il 21 marzo 2020 …le 6 del mattino

Non me l'aspettavo

Una risposta che non mi aspettavo – di Patrizia Fusi

Nel periodo delle vacanze di solito i miei genitori mi mandavano a trascorre da i miei zii che erano casieri presso alcune le ville di persone benestanti.

Quella lontana estate ero alla villa Limonaia.

Trascorrevo le giornate fra il grande giardino divertendomi a aiutare lo zio nella cura delle piante, o lo seguivo nell’orto dove coltivava di tutto, c’era un grande susino della qualità goccia d’oro erano buonissime, le facevamo maturare sull’albero, quando mangiavo quelle molto mature  facevo due piccoli fori nella buccia e succhiavo tutto il frutto.

 La verdura dell’orto era per tutti, lo zio il venerdì preparava le cassette con tutta la verdura e la frutta che c’era a disposizione, il sabato il padrone di casa la portava alla casa al mare ai vacanzieri.

Lo zio era bravo nel coltivare l’orto e a seguire il giardino, aveva imparato a coltivare la terra fin da bambino essendo la sua una famiglia di mezzadri in una fattoria del Chianti

Delle volte seguivo la zia che doveva fare le pulizia in villa, essendoci rimasto il capo famiglia a lavoro a Firenze, mentre gli altri si erano trasferiti al mare compresa la servitù.

Dalla cucina dell’appartamento degli zii entravamo diretti nel guardaroba e nelle stanze della servitù.

Nel guardaroba c’era un odore particolare che mi pungeva gradevolmente le narici, al piano superiore c’erano le camere, per arrivare a queste si passava da un corridoio a balconata che si affacciava sopra un grande salone, il pavimento delle stanze aveva il parquet, la zia doveva pulirlo con molta attenzione e fatica.

 C’erano tante altre stanze, fra saloni con morbidi divani damascati, tende candide alle grandi vetrate, studio, ingresso, sala da pranzo, cucina ripostigli vari, era tutto molto sfarzoso.

 C’era un cane lupo di nome Whisky lui era il mio compagno di giochi, rare volte veniva la nipotina del contadino, che aveva la casa attaccata al dietro della vila a giocare con me, io ero molto timida e legammo poco.

Ricordo con amarezza la poco sensibilità che mia zia ebbe verso di me, una sera mentre ero affidata a lei, pur essendo un donna buona.

Per cena aveva preparato il pollo a sugo, quando tutti e tre eravamo a tavola, la zia mi chiese quale pezzo del pollo volessi , io da bambina ingenua, avendo visto come mia madre pensava prima a noi bambini che per sé , chiesi candidamente che avrei voluto il pezzo migliore, lei mi diede una risposta che non mi sarei mai aspettava, rispondendomi che il pezzo migliore piaceva a tutti, questa risposta di lei mi feri profondamente, mi sentii tanto sola e in quel momento desiderai tanto di essere a casa mia con la mia famiglia .

La mattina, dopo un sonno ristoratore ricominciai il tran tran della vita in villa, la zia non si era nemmeno resa conto di quanto mi aveva ferito e io rimasi con loro fino a quando non iniziò l’anno scolastico.

Trasparenza

Attraverso i vetri della finestra – di Sandra Conticini

Sono giorni che siamo chiusi in casa, e chissà quanto dovremo stare. Il morale è sotto i piedi, giro per la casa senza un senso,senza voglia di far niente, apro un armadio, lo richiudo, prendo un cencio lo passo su un mobile e lo lascio accanto, guardo fuori della finestra, mahhhh dovrò pulire questo vetro non vedo niente….Così mi armo con tutto l’occorrente ed inizio il lavoro. Oh finalmente riesco a vedere il giardino davanti a casa con l’olivo, la mimosa fiorita in anticipo, e tutti i fiori della primavera, tromboncini, tazzette, mughetti e qualche cespuglio in qua e in là con delle rose rosse e gialle fiorite. Guardo un po sulla destra e  vedo uno spicchio della collina di Fiesole, quanto verde che bello…. Non avevo mai notato tutto questo micropaesaggio anche altre volte che i vetri erano puliti , forse perchè sempre molto distratta. Com’è bella la trasparenza  fa vedere le cose lontane belle, nitide e vere. L’acqua cristallina del ruscello che scende fa vedere i sassi del loro colore, o l’acqua del mare ti fa vedere i piedi e i pesciolini quando ti attccano alle caviglie, oppure i granchi. La trasparenza è verità di quello che vedi e che esiste!!!

Quarantena

I BAMBINI CHE SIAMO STATI – di Sandra Conticini

Non sono stata una bambina tranquilla, ero un pò bizzosa e rompiscatole, come diceva il babbo ero una “riffaiola”, fin da piccola volevo fare quello che volevo.

Una volta sparii per un pomeriggio intero, ero andata nei campi  a cogliere la camomilla pensando di fare una cosa utile, invece, quando tornai a casa trovai la mamma disperata perchè non sapeva dove andare a cercarmi così mi presi anche qualche schiaffo.

Ricordo un’estate particolarmente dura. Normalmente con altre tre o quattro amiche andavamo a casa di un’altra perchè lei, avendo dei fratelli più piccoli e i genitori che lavoravano, non poteva uscire. Così si stava in giardino a chiaccherare e ridere, ma un pomeriggio arrivammo lì e la sua mamma iniziò a brontolare e a mandarci via perchè avevano preso la tigna  ed il medico li voleva mandare in ospedale e mettere tutti in quarantena. Noi avevamo notato che da qualche giorno delle bolle strane, ma  dicevano che erano zanzare. Anche io avevo una bolla in un braccio che la sera specialmente mi pizzicava e la mamma più di una volta mi aveva detto che mi voleva portare dal medico, ma per me i dottori potevano morire… non ne volevo sapere. Come facevamo a dirlo ai nostri genitori? Ci potevano andare via tutti i capelli e poi la quarantena e la tigna…che vergogna, eppure eravamo pulite…. Quando  dissi alla mamma cosa  poteva essere la mia bolla iniziò la sua filastrocca..è te l’avevo detto che dovevi venire dal dottore…. la tigna?in quarantena noooo!!! Ohh non lo diciamo per carità..è una vergogna… La mattina successiva mi portò da un dermatologo che mi prescrisse un unguento da mettere mattina e sera e  fasciato con una stoffa di cotone. Così passai tutto il resto dell’estate con questa fascia  al braccio, ma potevo uscire tranquillamente, invece una mia amica, che aveva le braccia piene di bolle dovette stare in casa e, se usciva, aveva le maniche lunghe e la sua mamma a forza di pezzetti di cotone diceva che aveva finito due o tre lenzuola del corredo buono.

Certo i tempi cambiano ma, alla parola  quarantena, isolamento, ancora oggi prende il panico,  la paura di perdere la nostra libertà a cui siamo abituati, muoversi come, dove vogliamo e con i mezzi che cosa ci sono più congeniale   e,  non riuscendo a mantenere la calma, rendiamo tutto più complicato e difficile per noi e per gli altri.

Parole in trasparenza

I discorsi dei grandi – di Carla Faggi

Non ricordo molto della mia infanzia, solo che ero una bambina molto silenziosa e timida. Non sapevo cercare le altre bambine, se nel gioco c’ero ero a mio agio ma non sapevo cercare gli altri per giocare.

Essendo però vissuta in un piccolo paese era comunque facile uscire di casa e ritrovarmi subito in mezzo agli altri bambini. Questo mi ha salvata altrimenti sarei stata una solitaria.

Mia madre lavorava, aveva un negozio tipo emporio dove vendeva di tutto.

Per stare il più possibile con lei giocavo sotto il banco di vendita dove c’era ampio spazio. Giocavo alla principessa con un fazzoletto di stoffa tenuto sospeso oppure ad altri giochi inventati lì per lì.

Ma principalmente adoravo ascoltare i discorsi delle clienti che dopo l’acquisto approfittavano per fare due chiacchiere con mia madre.

Fu così che mi feci una cultura su come andava il mondo dei grandi.

Sentii parlare della Lia che sua madre raccontava aver lasciato il fidanzato ma che lui assicurava di non averla mai toccata. Il commento di mia madre fu “ l’ha fatto bene a lasciarlo, se un l’ha toccata l’è proprio un bischero!”

Oppure commenti di donne su come la Rosalba dopo averla data a tutti (non capii cosa) l’ha trovato uno tanto perbenino e benestante che l’ha sposata. Bisogna esser troie nella vita per ritrovarsi bene! Shh, diceva la mamma, c’è la bambina!

Su questo fatto chiesi la sera alla mamma delucidazioni. Ebbi solo risposte nebbiose tipo, son discorsi citrulli, io devo dire di si solo perchè sono clienti e i clienti hanno sempre ragione.

La risposta mi convinse davvero poco. Tutt’ora mi chiedo se quelle signore avessero ragione!

Buffo però come i ricordi dell’infanzia siano solo flesh in paesaggi nebbiosi.

Piccolo mondo in trasparenza

Profumo di vento – di Stefania Bonanni

Non è lo stesso, piccolo mondo o mondo piccolo.

Piccolo mondo è un grande mondo, più grande di quanto ne possa contenere un pianeta, un universo, una galassia,  tutto strizzato in una piccola gabbia, stretto tra pensieri microscopici e sogni di voli e colori, e onde e tramonti. Piccoli passi strascicati, tra il Polo Nord ed il Polo Sud del piccolo mondo. Oggetti vecchi, ignorati da chi quel mondo ce l’ha più grande, che sguardo dopo sguardo tornano a vivere. Foto diventate tappezzeria, in un mattino di raggi di sole,  rivelano quei nei che ha sempre avuto, la mia bambina, e che solo l’altra sera mi ero stupita di vederle sul viso, come fossero nuovi. Ero io che la guardavo di nuovo, come fosse la prima volta.Sono io che non finisco di imparare quegli occhi, quella fossetta, quel neo, quel lampo, quel sorriso.

Come quei libri da spolverare,  letti tanto tempo fa. Ne scorro uno e subito, dalle prime righe, mi riporta lì,  cone un viaggio a velocità supersonica, indietro nel tempo, a quella sensazione di stupore, di meraviglia, che vissi quel giorno d’inverno, mentre leggevo sotto le coperte pesanti, con il veggiolo per appoggiare i piedi congelati, quando conobbi parole d’amore, e non sapevo, ma scaldavano. Il tempo non esiste, se una frase ti ti porta al tempo della possibilità. Se le parole,  come bacchette magiche, ti portano vicino persone che mancano da tanto tempo, se è  possibile risentire il profumo di quegli abbracci, di quei saponi, di quei soffritto, di quelle lenzuola asciugate al vento, sul filo, nel prato davanti al fosso.  Fra nuvole e margherite, piccole  vele. Ci si sognava bene, in quel profumo di vento.

Piccolo mondo è  ritrovare cose perse, perché non si sono più cercate davvero, questo pianeta non è sospeso nel vuoto:tutto quello che sparisce,  si nasconde.Tornerà,  quando ne avrai bisogno davvero. O quando lo ripenserai utile, o bello,  o se solo lo ripenserai.

Questo mio piccolo mondo non è nato ora, che ne ho più bisogno del pane. È sempre stato, per fortuna. Mi ricordo un gioco bellissimo. Io e la Sonia in cucina,  e c’era solo la cucina, oltre alle camere. Si metteva una grande coperta,  sulla tavola, che coprisse tutto lo spazio sotto alla tavola, fino al pavimento. Diventava, in un attimo, una capanna,  una tenda da campeggio,  un capanno sul mare, una baita nella neve, un riparo nella bufera. Il pavimento era rosso, lucidissimo  di mattoni porosi, che mantenevano zone più scure, come per ricordare che erano fatti di fango, alla fine. Ci si sfinivano, le donne, a stropicciare con il cencio, a passare il cinabrese, a ripassare con il panno di lana. Era freddo,  ghiaccio d’inverno, fresco d’estate, umido quando pioveva, con orme fangose, quando si tornava da fuori. E ricominciavano a stropicciare. Noi si giocava. Sotto al tavolino, sotto la coperta,  con bambolotti e coccini. A sopravvivere nelle tormente, a non congelare nella neve, a resistere alle ondate. Importante era dare da mangiare ai bambolotti gemelli. Siccome non ci sembrava inghiottissero bene, con le forbici a lame unite, si fece un buco vero nella bocca finta, e poi si versò acqua, latte,  pappa, minestrone.  Per finta, era solo acqua con erba, ma per davvero si riempirono. E si fu soddisfatte. Buonissima idea. Quando la plastica rosa diventò prima grigia, poi marrone, si capì che avevano preso una brutta malattia, e non ci fu più nulla da fare.

In trasparenza

TUFFO di Simone Bellini

Limpida trasparenza marina

che bagni i miei piedi

sazi i miei occhi

inebri le mie narici

culli il mio udito

rinfreschi la mia pelle torrida

accoglimi fra le tue pacate onde

appanna la mia vista

toglimi il respiro

tappa le mie orecchie

mentre immerso in te

sono solo con me stesso

Trasparenza di speranza

TRASPARENZA – di Anna Meli

           Mi avvicino, piano piano, in silenzio. Ti vedo all’interno dell’incubatrice, scatola di vetro che ti protegge. E’ come se tu fossi ancora nel pancione della tua mamma. Piccolo, tenero pulcino nato troppo presto. Stai al calduccio tranquillo: dormi.

            La tua testina è  piccola con fitti capelli neri,il visetto è roseo e la tua fronte è rugosa, ma non come quella dei vecchi. Le manine sono due pugni stretti che sembrano esprimere forza e voglia di crescere velocemente.

            Incominci a piangere sommessamente e muovi le gambine ad un ritmo tutto tuo. Vorrei prenderti e cullarti ma ci separa un vetro trasparente che non ce lo permette.

            Verranno tempi migliori! Anche tu come questo vetro sei trasparente, incontaminato, ma crescendo, entrando nel cerchio della vita collettiva forse non sarà più cosi. Ti auguro di essere forte, non solo nel corpo, ma anche e soprattutto nelle scelte e nelle azioni che farai….Ora dormi, piccolo mio, dormi….

Tornando un passo indietro: cambiamento

Mi piace cambiare – di Carla Faggi

Imparerò l’inglese, mi tingo i capelli di rosso, metterò un vestito lilla, andrò a scuola di tango!

Mi piace cambiare. Mi piace cambiarmi.

Anzi, mi piaceva cambiare.

Ho cambiato indirizzi di studio, paesi dove abitare, uomini, amicizie, interessi.

I miei genitori erano disperati, non ti si sta mai dietro , mi dicevano, deciditi a crescere, torna a casa!

Ma io andavo: la Francia, il Libano, l’Africa, poco l’Italia.

E cambiavo fidanzati, mariti, compagni.

I miei erano sempre più disperati. Ma io correvo, andavo, cambiavo.

Mi piaceva anche cambiarmi.

Capelli rossi, neri, lisci, ricci. Corti e lunghi.

Poi con i capelli neri e lisci arrivai in quel di Bagno a Ripoli.

L’uomo che mi accolse mi piacque tanto e lì restai.

I miei erano felicissimi.

Sono quasi trent’anni che sto con lo stesso uomo, nello stesso posto, con i capelli quasi sempre bianchi e corti. Qualche momento di follia in azzurro o rosa, ma poi orgogliosamente bianchi.

E’ facile cambiare di fronte agli eventi belli, e trovare un amore è evento bellissimo.

Di fronte a quelli brutti è inevitabile ma difficile e trovare un virus è evento bruttissimo.

Quindi: cambiamento in progress, aggiornamenti in corso.

Con occhi trasparenti

A Fiorenza – di Luca Di Volo

Se io non potessi tornare

A rivederti..

Se io non potessi..

Perdermi nei tuoi tramonti

Se io non potessi ….

Ancora abbagliarmi

Nella bellezza

Che ferisce..

Che sfama

Ma non sazia

Al pensar questo

Fiorenza bella,

d’ombra un gelo mi opprime

il sole non riscalda

le gemme inaridiscono

il buio torna

dell’inverno.

Spero in un

Dio pietoso

Che si ricordi del suo splendore

E lasci a noi poveri amanti,

di ritornare ,

di guardare ,

con occhi nuovi ciò che non vedemmo,

ciò che non capimmo

ma che ora ci rattrista

di non aver visto

di non aver capito.

Trasparenze

La bimba, la luna…noi – di Rossella Gallori

Si presero per mano …no, lui prese per mano lei e  lentamente si avviarono  verso la piazza, non doveva sembrare una fuga, anche se  a tutti gli effetti…lo era.

A pochi metri da casa avevano un appuntamento, quasi notte, sicuramente buio…panchine di pietra vuote, una piazza tonda vuota a quell’ora, un traffico modesto…una latteria gelatosa abbassava il bandone, un grande occhio di metallo salutava il loro passaggio era quello il segnale… ecco si ,

ora potevano iniziare a cantare, lui con la sua voce, lei con  gli occhi…non aveva il coraggio di interrompere quel sogno, quelle parole:  tu che mi sorridi verde luna,dille che io l’amo più di prima….

Poi si sedevano per terra con il capo poggiato a quel duro cuscino , mai stata così ospitale una panchina di pietra, lo sguardo in su, verso la palla d’argento” hai visto la tua luna? Ti somiglia è tonda lucida, silenziosa e buona”

Continuava a cantare, lui, un po’ Fred Buscaglione, un po’ tenore mancato: guarda che luna, guarda che mare…io questa notte senza te…

E lei, li, immobile e credulona, fiduciosa, che luna e canzoni fossero state create, solo per lei, e sicura che nessuno avrebbe smentito quel suo credo  inverosimile…si, ne era certa, era bella e luminosa come la luna, forse anche di più, Lui, lo aveva detto e doveva essere così….

Terminava, la piccola  fuga, c’ era il rientro , certo ed inatteso…come fermare quell’incanto…cosa chiedere ancora alla vita?

Come per magia  quella voce tabaccosa riprese l’ incanto , stringendole la mano: la luna rossa,me parle e te….

C’era, in quel loro amarsi un’alchimia indistruttibile, nessuno provò mai a distruggere infondo la bimba era un doppio pianeta e suo padre….suo padre …Dio.

Trasparenza

Il bambino trasparente – di Carmela De Pilla

C’era una  volta un bambino che viveva con la sua famiglia in un antico mulino adagiato sulla riva di un torrente.

La prima cosa che faceva ancor prima di andare a scuola era correre verso il ruscello e sedersi sulla schiena del grande orso.

Lo aveva chiamato così quel masso enorme che si spingeva con forza verso l’acqua limpida, si arrampicava sul dorso panciuto fino a toccare le due fessure  con cui l’amico guardava lo scrosciare del torrente, poi raggiungeva con un po’ di fatica quel foro sull’estremità dove ogni mattina inseriva uno spicchio della sua mela.

L’aria era pungente a quell’ora e gli piaceva sentirsi accarezzare il viso con le sue ali fresche, s’incantava nel veder scorrere l’acqua trasparente che si riversava con fragore laddove si creava una cascata o si placava in piano.

Ecco, lì c’è un sasso più grande e allora gioca…gioca a rincorrersi intonando ogni volta una canzone nuova oppure si ferma, si ferma per riposarsi dal lungo viaggio in una piccola insenatura dove centinaia di occhietti neri col codino guizzano freneticamente sapendo che presto avrebbero rallegrato con il loro canto la piccola valle.

Olmo non sarebbe andato via per nessun motivo pur di ascoltare quella dolce melodia.

 Nel freddo silenzio il piccolo fiume gli raccontava ogni giorno una delle mille storie che aveva imparato lungo il suo cammino.

  • Olmo, devi smetterla di nascondere la tua mela nel buco di quella roccia.
  • Ma il grande orso ha fame!

Non riusciva a capire come facesse la mamma a scoprirlo, eppure si muoveva con prudenza per non farsi vedere.

Accadevano cose a lui incomprensibili, ogni giorno si sentiva dire dagli altri ciò che nascondeva e custodiva con gelosia nella sua mente…

  • Lo so che mi vuoi bene, tesoro.
  • Anche oggi hai tirato le trecce a Francesca, vero?
  • Olmo, se non hai capito la divisione me lo devi dire, sono qui apposta per insegnarvi no?
  • Olmo, lo dico alla mamma se prendi ancora una volta il mio diario!

Devo essere trasparente, pensò un giorno preoccupato per ciò che accadeva, sì, trasparente proprio come l’acqua del torrente!

Non so come, ma riescono sempre a vedere i miei pensieri proprio come io vedo i sassi tondi e lisci nascosti sotto l’acqua. No, non voglio essere trasparente!

Il tempo scorreva e si avviava verso quella stagione in cui le giornate più lunghe e il tepore dell’aria aiutano la natura a rinascere, complice il sole Olmo si avviò verso la lingua argentata.

Poco distante dal grande orso vide Luigino che stava pescando con la sua canna nuova di zecca.

  • Tanto anche se hai la canna nuova non prenderai nemmeno un pesce! Pensò.

Non gli stava molto simpatico Luigino, si credeva chissà chi solo perché aveva sempre qualcosa che lui non avrebbe mai avuto.

  • Li  prenderò i pesci, non ti preoccupare, con la mia canna nuova diventerò un campione!
  •  Uffa! Anche questa volta è riuscito a leggermi nel pensiero!!

Da quel giorno Olmo camminava avvolto nel grande cappotto di sua sorella, lo metteva anche in casa per nascondersi sempre di più alla vista degli altri.

  • Vivrò per sempre nascosto qui dentro così, anche se sono trasparente nessuno potrà più leggere i miei pensieri.

Dopo qualche giorno la  mamma cominciò a preoccuparsi, non l’aveva mai visto così triste e poi con quel pastrano addosso sembrava la sua ombra!

In un tiepido pomeriggio la mamma lo invitò a fare merenda laddove l’acqua scorre imperturbabile e si sedettero sulla schiena del grande orso.

  • Cosa c’è tesoro, perché sei così triste? Lo vuoi dire alla  mamma?

Olmo sparì del tutto dentro il grande cappotto e incominciò a piangere, prima trattenendo i singhiozzi, poi si lasciò andare in un pianto dirotto

La mamma lo abbracciò, lo baciò sulla guancia bagnata e nel caldo silenzio lo cullò al suono della musica che l’acqua spandeva nell’aria.

  • Sono diventato trasparente! Tutti leggono i miei pensieri, scoppiò tra le lacrime.
  • No, amore mio, sono i tuoi occhi trasparenti, raccontano ciò che il tuo cuore scrive nella tua mente e di questo tu ne devi essere felice perché a volte, sai, le

parole non bastano per dire ciò che si prova dentro l’anima e allora…e allora gli occhi raccontano. Ecco, tutto qui, promettimi che non ti nasconderai mai più, lascia che gli altri vedano sempre chi sei veramente, chi c’è dentro di te.

Olmo si tolse il cappotto, aveva capito, cercò la mano della mamma e si avviarono verso casa

Trasparenza

La coltre pesante – di M.Laura Tripodi

All’inizio era una coperta di quelle antiche, di lana scura, tessuta da mani sapienti.

Non traspariva un filo di luce.

C’era buio e silenzio. Poco ossigeno. Nessuna finestra.

La coperta sembrava che camminasse verso di lei, come una parete inesorabile che le avrebbe tolto la capacità di respirare la poca aria che  rimaneva. Ma non voleva arrendersi: l’unica possibilità che aveva era aggredire l’ostacolo. Era una guerra quasi persa in partenza.

Quasi

Non aveva strumenti, ma cominciò a toccare i bordi con le mani fino a che non trovò un filo. Lo tirò con forza, ma non successe nulla. Allora si aggrappò con le unghie a quella trama spessa, ma le unghie si spezzarono e i polpastrelli si insanguinarono.

A quel punto, stranamente, ritrovò la calma.

Nel suo tentativo spasmodico di distruggere la coperta un minuscolo angolino di tessuto si era staccato, come se ci fossero migliaia di strati da poter rimuovere.

Le mani erano insanguinate e le lacrime scendevano a fiumi, ma tanto era buio.

Con pazienza, cercando di respirare piano per non esaurire il poco ossigeno che rimaneva,  venne via il primo strato.

Era leggerissimo e questo le diede la misura del lavoro che l’aspettava.

Però dopo qualche tempo cominciò a filtrare un filo di luce e si accorse che insieme alla luce passava anche un minimo d’aria. Strato dopo strato, anno dopo anno, dolore dopo dolore.

Si cominciava a vedere qualcosa, ma non era al di là della coperta.

Era come se le immagini che vedeva tornassero indietro  raccontando un’altra storia.

Ricominciò a respirare regolarmente e i polpastrelli guarirono.

La coperta non era più così pericolosa. Poteva guardarla tranquillamente e piano piano sarebbe arrivata a farla diventare un velo trasparente.

Il buio si era dissipato e aveva lasciato posto alla consapevolezza.

Di quello che era stata e non avrebbe voluto essere. Di quello che era stata e non aveva potuto essere.

Forse non ci sarebbe mai stato un ultimo velo da rimuovere, o forse non ne avrebbe avuto il tempo.

Ma la durezza di quella coltre antica le sarebbe sempre rimasta dentro il cuore.