Per la serie Parole (r)inCorse, curata da Simone Bellini: Occhi senza parole:
Occhi verdi
Lui – di Rossella Gallori

Ci eravamo conosciuti, molti, molti anni fa, mi avevano parlato di lui, in modo distratto, forse non avevo avuto voglia di saperne di più…pensavo…a che mi serve frequentarlo?
Sposata da poco, senza figli, tornavo a casa all’ora in cui molti avevano finito di cenare, ignoravo volutamente la sua presenza, avevo altro da fare.
Non so quanti anni erano passati, giorni, ore…lo cercai…lui così vicino ed irraggiungibile, mi accolse senza domande…erano gli anni della crisi, delle porte sbatacchiate, dei silenzi che toglievano il respiro…ed in una apnea delirante lo raggiungevo, mi bastava sentire il suo odore per calmarmi, quel rumore impercettibile delle sue lunghe braccia, delle sue morbide mani, dava un motivo alla mia fuga, mi perdonava sempre, anche quando avevo torto, torto marcio.
All’ inizio fui timida, varcavo appena il suo ingresso, lacrime rabbia all’ arrivo, per salutarlo sorridendo senza voltarmi.
Ma quanti anni con passati? Quaranta? Forse si…sicuramente si…
E da vecchi, ma non troppo ci siam trovati amanti senza saperlo, ed allora ti ho esplorato, centimetro per centimetro, tu tanto più grande di me, non ho mai voluto sapere la tua storia, né chi avevi frequentato prima, tu hai fatto lo stesso con me, in un silenzio festoso ed accogliente…mi piaceva stare con te anche quando pioveva…ci bagnavamo insieme. Mai preso un raffreddore …noi.
Se non ero sola, ti ignoravo, tu capivi, hai sempre, capito e non sei mai stato geloso, dell’altro mio compagno, quello era un fratello, siamo cresciuti insieme, niente a che vedere con te, lui era più faticoso, roba da giovani.
Poi qualcuno, qualcosa ci ha fatto lasciare, il nostro rapporto si era logorato, ammalato, hai chiuso il cancello una mattina all’alba, le mie chiavi, mi son state ritirate da uomini senza volto, vestiti di bianco…gente muta e sconosciuta.
Son venuta a spiarti da lontano, non vedevo più i tuoi occhi, misteriosi esseri ti ballonzolavano intorno, lunghe code rossicce, ti scalavano il petto, uccelli giganti ti mangiano il sorriso……questo per giorni, mesi, evitando di uscire, per la paura di incorrere nello stesso errore: dirti che ti amo, una volta per tutte..senza pudore…senza filtri…
4 MAGGIO 2020 …
Le voci corrono, si rincorrono, mi chiama la Simo: oh lo stan facendo bello bello….
Io penso che bello lo sei stato sempre, ma non ho coraggio di tornare da te…
“Oh son scappati gli scoiattoli” dice l’Olga …
Mi faccio coraggio, devo farlo, ho bisogno di te, come sempre saranno minuti, minuti nostri…mi sembra di sentire i tuoi immensi occhi verdi su di me, mentre tolgo i tacchi ed indosso qualcosa di fresco spiegazzato e pulito, non voglio fingere di essere un’altra…né ora né mai, mai più.
Il cancello è aperto, la catena è per terra, il cuore batte all’ impazzata, chissà se mi trovi cambiata…comunque ti prego, non me lo dire, un buon amante sa fingere…vero?
Villa Favard ha riaperto il suo parco, sono le due del pomeriggio ed io lo attraverso, il saluto è timido, siamo imbarazzati, ma cosa sono due, tre mesi a confronto di un rapporto come il nostro..
Tengo gli occhi bassi, mi rassicura l’erba ben tagliata, la fontana che perde, come sempre, la cappella isolata e severa, il conservatorio pieno di musica che non c’è, i giochi transennati alla buona…
Il tuo profumo di bosco in città, a pochi metri da casa mi invade, mi dà forza, se ce l’hai fatta tu ce la posso fare anch’io…penso commossa.
Colgo un fiorellino, che infilo tra i capelli, che non han voglia di orpelli e lo rifiutano, guardo i tuoi alberi rassicuranti, alzo gli occhi al cielo le punte dei tuoi alberi sfiorano un cappello di paglia leggera azzurrissimo, privo di nuvole.
Ti amo e non me ne vergogno, ci siamo rivisti, riconosciuti, annusati, quasi baciati…..per altro avremo tempo, spero di avere tempo…ma torno, parco di Villa Favard ..torno…torno….lo giuro….
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Il Parco di Villa Favard, chiuso nel tempo della pandemia e riaperto il 4 maggio 2020 per ordinanza del Comune di Firenze.
https://ambiente.comune.fi.it/pagina/parchi/villa-favard
“Il parco circonda la storica villa attualmente sede del conservatorio Luigi Cherubini e offre la possibilità di piacevoli soste all’ombra dei maestosi alberi presenti. Questi, di specie diverse, sono non solo conseguenza delle più recenti piantumazioni ma anche memoria del collezionismo botanico tipico della seconda metà dell’Ottocento, matrice riscontrabile anche nel Parco del Museo Stibbert.
Tra questi alberi, uno spicca per importanza: il maestoso Cedro del Libano (Cedrus libani), albero monumentale inserito tra i monumenti di alto pregio naturalistico e storico dalla LRT 60/1998, che si contraddistingue per la sua altezza di circa 24 m e una circonferenza di circa 5,80 m.
Posto su un terreno sostanzialmente pianeggiante, il parco è impostato sullo schema del “giardino extraurbano” tipico delle ville fiorentine, con successivo adeguamento secondo la tipologia del parco all’inglese. Il segno evidente della stratificazione compositiva si ritrova nei percorsi principali: i due viali rettilinei tra loro perpendicolari e incentrati sulla villa sono figli dello schema originario, mentre il terzo viale ad andamento curvilineo è figlio della matrice romantica.
Lungo questi percorsi sono stati inseriti panchine e tavoli, percorso vita, fontanello, area cani e area giochi, quest’ultima posta in prossimità della cappella gentilizia progettata dall’architetto Giuseppe Poggi.
Nel Medioevo, l’attuale parco era la corte recintata di pertinenza di una fattoria fortificata di proprietà della famiglia Cerchi.”
Occhi di lago
Sole di fine estate – di Anna Meli

Occhi di giovane donna, azzurri come un lago alpino, calmi in attesa di una vita piena e serena. Comunicavano amore, gioia, progetti, sogni, speranze. Ti carezzavano dolcemente, nascosti fra lunghe ciglia brune, per dirti la loro felicita, la loro voglia di vivere.
Poi, un giorno….un destino infame ti chiuse gli occhi. Uno schianto nel silenzio sul finir di una sera dorata. Negli occhi di lago, ormai spenti, rimase presente l’amore, la gioia, i sogni, un saluto…e tutto finì nel tramonto di un sole di fine estate.
Gli occhi miei
Lampi – di Luca Di Volo

Occhi, occhi, occhi,
mille ti trapassano,
sopra lembi di stoffa
timidi, smarriti,
belli, provocanti,
tutti lucidi, lampeggiano,
un solo codice
un messaggio che ferisce:
sorpresa, si scopre
che a poco valgono
i sorrisi, i bei volti,
affascinanti, se gli occhi, loro
loro non si accordano
all’aspetto che forse
può ingannare, ma loro,
loro non mentono mai.
Occhi azzurri, occhi neri,
occhi gialli, occhi marrone
e tante anime si affollano
per amare, pregare,
di dolore parlano
e di gioia e di malizia astuta
ma tutti mi feriscono
umano tra gli umani,
ma i miei, gli occhi miei
forse non li conosco.
Talento per vivere
Vivere e sopravvivere: ci vuole talento – di Simone Bellini
Il talento ce l’abbiamo tutti: basta scoprire qual è.
Per la serie “Parole (rin)Corse” curata da Simone Bellini il suo testo “Vivere e sopravvivere: ci vuole talento” raccontata in taxi tra una corsa e l’altra:
Parole (r)inCorse
VIVERE E SOPRAVVIVERE: CI VUOLE TALENTO
di Simone Bellini
Il talento signora mia,è il talento che ognuno di noi ha più o meno nascosto e che magari ancora dobbiamo trovare, quel talento che t’ inonda la vita e ne dà il senso inseguendo la felicità, perchè è la felicità il premio più bello. Non è facile, non è semplice agguantare la felicità, ti può scivolare dalle mani anche quando l’hai raggiunta. Ti ci devi aggrappare convinto della tua forza, ti porterà lontano, facendoti scoprire modi e mondi nuovi, solo allora potrai dire; – SI, STO’ VIVENDO LA MIA VITA,… la MIA vita !
Ma se non ci credi, se non la insegui, se la lasci sfuggire dalle tue mani anche quando l’ hai raggiunta, allora la felicità perduta diventa un tormento, un rimorso logorante, continuo.
Ti rassegnerai,ti accontenterai di sopravvivere, spossato dalla delusione, perché è inutile avere talento se il problema sei tu !
Anche nella sopravvivenza ci può essere il germoglio della felicità. Nasce dalle cose semplici, apparentemente inutili, banali ma sorprendenti se li sai apprezzare, perché hanno soltanto bisogno di un sincero emozionato sorriso.
Quello che gli occhi dicono
Silenzio di parole – di Stefania Bonanni

Silenzio, per parlare
Silenzio, per far posto, ed ascoltare
Silenzio di parole
per far parlare il sangue
per sentire se si ferma il cuore
Silenzio, per parlare a bocca chiusa,
per sentire chi non parla
per ascoltare chi non sente
Silenzio, per lasciare un rigo bianco,
ed andare a capo.
Ed andare a capo, ancora e ancora,
fino a che non ci sia bisogno di parlare,
fino a che si conosca già quello che dicono gli occhi,
quello che è dentro al cuore,
quello che misurano i passi,
quello che stringono le mani.
Allora, solo allora, si è fatto silenzio.
Occhi grandi
Occhi grandi – di Carla Faggi

Gli occhi dolci di mia madre, grandi, da bambina. Occhi che mi accoglievano sempre con affetto ed io magari distratta dalle mille scintille della vita me ne accorgevo appena.
Gli occhi intelligenti di mia madre. Scuri con quelle luci penetranti ed intermittenti che ti trasmettevano le mille idee che prima di arrivare alla mente passano dagli occhi.
Di quella arguzia, anche se a volte distratta me ne accorgevo sempre. Forse perchè ne ero un po’ invidiosa.
Mio padre, poco espansivo mi abbracciava poco, a quei tempi non usava, anche a parole poco manifestava il suo affetto. Anche quello non usava.
Mi accorgevo di quanto mi amasse dal suo sguardo e da quel mezzo sorriso che nascondeva ma trapelava.
I suoi occhi dicevano tutto, affetto, stima, protezione.
Peccato che allora non me ne accorgessi, poi con il passare degli anni, da adulta ho capito.
Ora che non c’è più ci ripenso e capisco ancora di più.
Occhi gialli
Vivere e sopravvivere – di Carla Faggi

La lucertola del mio giardino si gode il sole, chissà che pensa, immagino stia pensando che la vita è bella, che sta vivendo in un mondo giusto, fatto di odori, silenzi, fruscii della natura, calore del sole.
Ah! Questo si che è VIVERE! Vivo bene…come…un POLPO nel mare!
Poi di colpo si scuote, alza la testa e ascolta.
Eccolo è lui, Gigi il gatto!
Inizia a correre, inizia la sua corsa per SOPRAVVIVERE.
Cerca di nascondersi sotto una mattonella, non ci riesce.
Gigi corre più forte di lei. Quasi la prende, ma ce la fa a sguizzare via dai suoi artigli.
Ha il fiatone, mi verrà un infarto, pensa spaventata ma corre ancora più forte, vuole sopravvivere a tutti i costi.
Non per ritornare alla vecchia vita fatta di quiete. Ma perche si!e basta!
Trova un anfratto nel muro, ci si ficca.
Gigi arraspa, cerca di scalzarla.
Lei ansimando vede solo due grandi OCCHI gialli. Gialli e neri e ci vede l’abisso.
Ma si rallegra e si prende un po’ di PAUSA.
Pensa, perchè si pensa sempre nelle pause, che a volte basta poco per sopravvivere, anche solo una piccola crepa nel muro!
Occhi marroni
Occhi marroni – di Carla Faggi

Ora è il momento dell’immaginazione.
Il neo sulla fronte sarà sempre sicuramente esotico e mistico.
I capelli più lunghi, ma la lunghezza caotica fa più sexy.
Le collane saranno più timide, immagino.
Il sorriso sarà sempre buono, forse un po’ più triste.
Gli occhi, ecco, me li immagino fragili, un po’ impauriti, occhi che vogliono darsi un senso e che vogliono darci un senso, ma che chiedono anche aiuto cercano anche da noi matite un senso per tutto quello che sta succedendo.
Occhi grandi, occhi buoni, occhi marroni, almeno io li ricordo così. Marrone, il colore che raccoglie il rosso, il giallo ed il blu. Che ricorda il calore caldo della terra, del corpo. Il profumo del caffè e la libidine del cioccolato. Occhi marroni!
Vivere e sopravvivere
Cinque calle bianche – di Laura Galgani

Vivere, sopravvivere. Poi vivere di nuovo.
Scegliere di prendersi una pausa, rinunciare a vivere perché si ha bisogno di sopravvivere.
Tutto è possibile, la scelta è soggettiva, interiore, profonda.
Ho dovuto chiedermi cos’è per me vivere. E se ammetto di sopravvivere, a volte.
Vivere è con amore, sopravvivere è in apnea.
Sopravvivo quando sospendo le emozioni e le congelo.
Quando sono così stanca che nel fare le cose non ci sono, mi muovo in maniera automatica ed eseguo dei compiti senza lasciare le impronte.
Quando succede mi viene da piangere, perché sono così lontana da me che ho paura di crollare e sparire.
Sopravvivo quando mi faccio il caffè la mattina e non mi fermo a respirare il profumo della polvere prima di richiudere il barattolo.
Sopravvivo quando esco sul mio piccolo terrazzo ad annaffiare i fiori e non mi chino ad annusare una rosa o a cercare un germoglio del gelsomino.
Sopravvivo quando pedalo per andare al lavoro e mi dimentico di alzare la testa per guardare il cielo e chiedermi se le rondini sono già arrivate.
Sopravvivo quando in ufficio l’ennesima persona della giornata mi fa una domanda alla quale ho già risposto mille volte e non ascolto il suono della sua voce né quello della mia mentre dico quel che è giusto che dica.
Sopravvivo se cucino qualcosa e non mangio con gli occhi e con il naso prima che con la bocca.
Sopravvivere, vivere sopra. Vivere sopra ciò che è senza esserci dentro.
Ho davanti a me la foto di cinque calle bianche. E’ solo un’immagine ma posso entrarci dentro e vedere che quella di sinistra si protende verso la luce, che rende il candore del bianco quasi abbagliante. Posso indovinare la profondità del suo calice e sentire sotto i polpastrelli la morbidezza della sua carne vellutata. Sfioro lo spàdice – la colonnetta centrale che sembra un piccolo obelisco – e sento fra le dita la polverina gialla che vi rimane attaccata. E’ granulosa, spessa, morbida. Non profuma. Accarezzo il bordo del calice; è sottile, si ripiega su sé stesso con eleganza per formare, verso il basso, un delicatissimo intreccio con l’estremità opposta del calice stesso. Lo stelo verde, rigido, dritto, sostiene quella coppa bianca con sicurezza e determinazione.
Abbraccio con lo sguardo i cinque fiori e li ringrazio. Li porto con me, li lascio scendere e in silenzio li respiro. Me ne nutro, li faccio cibo. Ora sono miei, fanno parte di me. Li ho vissuti.
Decimo incontro virtuale: il sorriso negli occhi
Le mascherine di questi giorni rendono protagonisti i nostri occhi:
La scintilla di oggi è sull’aver perduto, almeno in pubblico, un tipo di comunicazione completa, fatta di parole, ma anche e forse soprattutto di atteggiamenti, di sguardi, di pause, di intonazioni, di gesti.
Potevamo comunicare con tutto il corpo, con tutti i sensi, potevamo parlare, ma anche gesticolare, accarezzare, toccare, abbracciare.
Adesso le nostre facce mortificate contano solo sugli occhi.
Restano escluse, e nessuno ne parla, le categorie più deboli: i ciechi, i sordi, per esempio. Qualche buontempone ha inventato le mascherine trasparenti sulla bocca “per i sordi”, rivelando quanto le soluzioni più importanti siano generalmente affidate all’improvvisazione di chi i settori proprio non li conosce. Chi offre rimedi dimostra di non conoscere il problema, eppure si vanta di essere stato geniale! Un sordo senza gestualità, senza espressione è fuori dalla comunicazione in questa emergenza!
Un cieco che non può toccare il viso delle persone per conoscerle o gli oggetti che gli stanno intorno è escluso. Anni di lavoro per l’inclusione e l’accoglienza dissipati nel nulla senza commenti!
Questa scintilla di oggi è dedicata allo sguardo: quanto possiamo dire con gli occhi, con queste due finestre che ci portiamo sul viso? quanto possono nascondere e quanto possono rivelare?
Cosa dicono gli occhi chi abbiamo vicino?
Cosa vorremmo che ci dicessero?
Perle
Perle – di Rossella Gallori

Mi sentivo pazza
non meno pazza del solito.
La testa rincorreva vecchie idee
scintille luminose giocavano con sogni stropicciati.
Ero in bilico, facile cadere
difficile rialzarsi, senza solidi appoggi.
Una pioggia di perle, cadute da un cielo avorio
investì il mio corpo, piume rotonde e lucide mi accarezzarono.
Tu eri lì seduto in disparte, il sorriso appena accennato, la totale assenza di profumo.
Ti avvolgeva un domino di velluto pesante e funesto
canuttiglia dorata ondeggiava ad ogni tuo respiro.
Io immersa nel mio sogno perlaceo scrivevo poesie
su immense conchiglie, che parlavano di vita.
Ci vorrebbe una pausa
PAUSA – di Sandra Conticini

Questo 2020 bisestile se ne sta davvero approfittando, il detto “anno bisesto anno funesto” casca proprio a pennello. E’ arrivato questo virus che fino a tre mesi fa era sconosciuto e ha messo il mondo in ginocchio. Quante volte abbiamo detto: -Ci vorrebbe una pausa -, ora la pausa è arrivata, ma così nessuno se l’aspettava. E’ una pausa troppo lunga e forzata, la volevamo scegliere noi, come e quando ci piaceva. Questo è l’imprevisto che non dovrebbe mai arrivare.
Spesso avrei voluto prendere una pausa, ma non ce l’ho fatta perché la mente cammina, mi ha ricordato che non me lo potevo permettere, facendomi venire i sensi di colpa e, con grande dispiacere, ho rinunciato. Ricordo quando al lavoro raggiunsi un traguardo che mi ero prefissato, mi ero ripromessa di fare una pausa ma, in questa vita frenetica, non ho trovato il tempo per premiarmi perché pensavo già al dopo.
Più volte mi sono pentita di essermi persa dei momenti importanti, perché prendersi la pausa per guardare il cielo, un fiore, bere qualcosa insieme ad amici, ti fa riflettere, pensare e sicuramente ti lascia qualcosa di bello e stimolante.
Eternità
Eternità – di Luca Di Volo

Amore, disse lei
Amore, dissi io
E ci zittimmo attoniti, in attesa
Di non so quale fulmine dal cielo
Ma non venne, invece ci travolse
E ci inondò la gioia,
Quasi troppa per miseri mortali.
E come quando in primavera,
Irresistibile per l’ape
Diventa il fiore variopinto,
Così le mani inconsapevoli,
Si sfiorarono. E d’improvviso,
davanti al mistero svelato
l’eternità ci colse.
Uscita da un quadro per rientrare in un altro
Ispirazione da Hopper – di M.Laura Tripodi

Era appartenuta a un altro racconto, ma poi aveva deciso che il suo telaio avrebbe prodotto un tessuto diverso.
Scelse con cura un abito elegante, ben attenta che si intonasse al cappello.
Non aveva niente con sé tranne il libro, compagno inseparabile da anni e custode dei suoi segreti.
Era un libro strano: la prima metà conteneva una storia che iniziava e finiva. La seconda metà erano pagine bianche dove lei di tanto in tanto faceva svolazzare qualche pensiero.
Con passo deciso si era recata alla stazione.
Il treno sbuffava impaziente. Si diede un attimo, ma solo un attimo di tempo. Poi si avviò decisa.
La carrozza, lussuosa al limite dello sfarzo, era completamente vuota. Lei non era mai salita su un treno e pensò che quella fosse l’unica realtà esistente.
Che ne sapeva lei di panche di legno, scompartimenti affollati, odore di fumo e di sudore. Che ne sapeva lei di tradotte ferroviarie, delle storie di quelli della terza classe.
Con un grande sbuffare, in una nuvola di vapore e fumo il treno partì.
Per un po’ si fece cullare. Il verde del velluto del divano si sposava perfettamente con la sfumatura verde chiaro della carta da parati. Una bellissima intelaiatura di mogano faceva da cornice a un finestrone da cui passavano immagini a volte lente, a volte veloci.
Era sera e lei allungò una mano verso l’applique al lato del divano. Si diffuse una luce calda e riposante, un po’ stridente con il tramonto infuocato che fuori non si voleva arrendere all’oscurità.
Solo allora si accorse di aver fatto un biglietto per un posto che si trovava molto lontano, ma che non sapeva dove fosse.
Aprì il suo libro.
Rilesse per la centesima volta la storia che iniziava a pagina uno e terminava a pagina 150.
La conosceva quasi a memoria, ma tutte le volte le sembrava un po’ diversa.
Le sembrava anche di essere in viaggio da ore, ma forse non era così. A volte il tempo reale, ammesso che esista, non corrisponde affatto a quello del pensiero.
Comunque si era fatta quasi notte e il treno si era fermato.
Chiuse il suo libro e fu curiosa di porgere l’orecchio al vocio di vita che le giungeva ovattato da quella stazione di sosta.
Pensò che il treno aveva viaggiato fino a pagina 15O.
Riaprì il suo libro e le sembrò che i pensieri scritti con la sua elegante stilografica si fossero sbiaditi.
Non si sforzò di decifrarli. Erano pensieri di un altro giorno, di un altro tempo.
Mentre il treno riprendeva lentamente il viaggio chiuse gli occhi e si addormentò.
L’arte speciale di sopravvivere
Il telaio – di Rossella Gallori
(a mia madre)

…Era venuta via un po’ di corsa, da quella casa al secondo piano in via De’ Pecori, a pochi passi dal Duomo…diciotto anni erano pochi, ma lei donna lo era da sempre, un novembre ancora tiepido, la valigia di pelle piena di vestiti giusti, un paio di piccoli cappelli, i guanti di pizzo color champagne, trasparenti quel tanto da far vedere la fede lucida, nuova e “vera”…
Risalì le scale in fretta, aveva dimenticato qualcosa: il regalo della nonna…sinceramente non aveva provato nemmeno ad indovinare cosa contenesse l’ingombrante fagotto, ben incartato…quando poi lo vide, non ne capì nemmeno l’ utilità, rimase però affascinata dal suo odore, il legno d’olivo ti entra nel cuore ancor prima che nelle narici…quella piccola stella sul lato destro, incisa alla perfezione separava le sue iniziali, una G ed una C (Giulia Cassuto) così perfette in un corsivo inglese così nitido, da sembrar dipinto…
Ti servirà, ti servirà, aveva sentenziato la nonna.
Giulia aveva sentito un brivido leggero lungo la schiena quando, salutando aveva messo il piccolo telaio a tracolla…come una borsa di legno o una piccola arpa..
“Ma cosa ne faccio” pensò Giulia, stringendo tra le mani curate e delicate da pianista mancata, il marchingegno sconosciuto ….
Fuori intanto il tempo cominciò a cambiare, un vento subdolo soffiava da più parti…e alla fine strinse la mano del suo amore, abbandonò la ricca valigia, abbracciò il telaio d’olivo…e corse come meglio poteva su zeppe di camoscio bluette…tra sé pensò che sarebbe stata l’ ultima volta che le avrebbe indossate…da lì a poco se ne sarebbe andata tanta gente…potevano andarsene i suoi sandali…
Cominciò a pensare al suo telaio come ad un’ancora di salvezza..una bibbia metaforica.
Iniziò presto la sua attivitá di tessitrice, camicini ruvidosi ed azzurrini, il primo sghimbescio e prezioso, gli altri più perfetti nella forma, meno nel tessuto, la trama e l’ ordito si scontravano spesso agli incroci, fili riciclati, un po’ come la sua vita inventata giorno per giorno, filamenti rubati a scialli eleganti che sotto le bombe non avevan più ragione di vivere, se non in qualcosa di più utile…
Non sempre Giulia usava il telaio per tessere, lo usava per difendersi, come un’armatura, per raccogliere un’idea…due patate per tre bocche…se trovo un uovo…….e per magia nasceva un lembo di tessuto da mangiare…e più che un incantesimo divenne un miracolo…fatto di gnocchi e lacrime, di pensare, pensare,e ripensare ancora, come tessere, tessere…..
Diventò bravissima Giulia…fiera di esser viva fuori e sopravvissuta dentro….
Gli anni passarono, aveva disfatto i camicini azzurri, tre gomitoli appoggiati sul suo eroe d’olivo, non si trovò in difficoltà nemmeno quando dopo anni ritirò fuori il telaio per fare un vestitino rosa…
Abile tessitrice, ma distratta “tintora” confezionò qualcosa di uno strano colore che col pesco aveva poco a che fare…se ne pentì per sempre..
Ma andò avanti con quel telaio sempre a portata di mano e di cervello, sorriso sempre, rossetto pure, a volte strappava il filo con rabbia, macchie color sangue su cenci rimediati e utili, utili sempre…anche se spesso si dimostravano fragili. Sapeva rammendare, però, “La Giulia” lo faceva così bene, che non si sentì mai da meno, anzi spesso qualcosa di più, e credetemi fu sempre la sua salvezza…
Perché vivere e sopravvivere sono la “ trama” di un libro da scrivere anche se nessuno avrà voglia di leggerlo, di un tessuto da “armare” perchè regga alle intemperie, di un film da vedere anche in un cinemino di periferia…di un incubo, che solo mani esperte riescono a trasformare in bellissimo film d’ amore: LA VITA..

Pausa opaca
Sogno di maggio – di Cecilia Trinci

Lei correva su un prato verde, quei prati incredibili di maggio quando la luce sembra irrealtà e sbatte violenta contro le cose abbracciandole, possedendole. Lei correva e non sembrava avesse un’età definita e definibile: i capelli stavano indietro, guardavano dietro le spalle e seguivano i movimenti del corpo teso nella velocità; osservavano le colline, dietro, e i fiori che esplodevano, dietro, e la strada percorsa con sopra le orme di quella corsa irrazionale. Dietro. Davanti c’era il pianoro con l’enorme ciliegio fiorito, e la staccionata di legni intrecciati, per trattenere un cavallo castano, giovane, con i capelli biondi, che si muoveva sinuoso, come una fronda di fiori nel vento. Il cavallo tratteneva a stento le quattro zampe nervose, trottava solo, qua e là, spostandosi appena. Aspettava. Non so se aspettava un segnale o un odore nascosto, o un refolo di vento che gli desse il via verso le praterie al di là del bosco.
Lei intanto non smetteva di correre. Voleva raggiungere il cavallo leggero sull’erba. Ma improvvisamente mentre alzava la testa, non ci fu più niente e nessuno lungo la staccionata di legni intrecciati. Il bosco aveva inghiottito il cavallo con i suoi capelli biondi e le caviglie nervose. Rallentò, lei, mentre cercava con gli occhi lontano. Cercava il cavallo, ma anche i fiori del ciliegio pieni di insetti. Anche il ciliegio era sparito, dentro un’improvvisa nuvola di nebbia che, bianca, opaca, inghiottì improvvisa l’intero pianoro. Si voltò, allora, cercando il sentiero di andata e la casa in fondo, là dietro il gazebo, da dove era partita. Ma dietro, la nuvola bianca aveva mangiato il punto di partenza, silenziosamente, senza avvisare. Si trovò immersa anche lei in quella nebbia bagnata che inumidiva il vestito leggero e le ossa stanche subito sotto. Ebbe solo il tempo di rabbrividire. Le lacrime sbattevano secche sotto le palpebre stupefatte e rimasero ferme, in attesa. Tutto era bianco e silenzioso, ma non come la neve che spesso cadeva lì, piuttosto come una mano di calce polverosa, quella che si stende per cancellare, pulendo il passato dalle macchie di vita.
Pensò, lei, brevemente, a chi era scomparso nella nuvola di calce. Pensò se fosse possibile respirare, lì sotto, se anche lei avrebbe continuato o no a respirare, se tutto stava per finire, se fosse morta senza essersene accorta e fosse già in una specie di Purgatorio senza nome. Si mosse, lei, lentamente, cercando una via nel bianco opaco, verso casa, verso il dietro, verso il giorno prima. Trovò un viottolo stretto, in salita e si inerpicò. Non sapeva se l’affanno era per la salita che piano piano cresceva o per l’ansia che piano piano anche lei cresceva. Salì lentamente e il bianco compatto si fece piano piano più lieve, più diradato, come quando la nebbia saliva dalla valle e piano piano si scioglieva in gocce umide. Piano piano, allora, accadde di nuovo e si ritrovò sulla cima di un poggio…..il sole sorgeva da dietro una piccola piega di terra sconosciuta. Non era mai stata lì e si sentì sola. Un rumore leggero dietro le fronde di un ciliegio sfiorito la fece sussultare. E vide, dietro l’albero che cominciava a metter piccole foglie verdi, un cavallo giovane con i capelli biondi che scalpitava, che voleva saltare la staccionata di legni intrecciati forse per raggiungerla……..e che da lontano la riconobbe.
Pausa sospesa
PAUSA – di Anna Meli

Bellissima dolce, invitante parola che suggerisce meritato riposo, interruzione, sosta in previsione di una ripresa positiva.
Da giovane, quando impegni di lavoro, che dovevo conciliare con figli e famiglia in genere, mi rendevano particolarmente stanca, usavo questa tecnica: un grande e lungo respiro, vuoto dentro me, nessuna presenza di pensiero, nessuna sensazione, occhi chiusi. E poi ripartivo con energia rinnovata magari in attesa delle meritate ferie che costituivano una pausa più lunga e diversa, senza orari da rispettare né impegni, insomma tutta da inventare e da godere al mare o meglio in montagna.
Non avrei mai pensato di vivere altri tipi di pause e invece da due mesi ne sto vivendo una nuova e forzata insieme a tutto il mondo. Un virus maligno, infido, a volte mortale ci ha costretto ad una lunga quarantena. Ha diviso le persone, nonni e nipotini, ci ha privato di strette di mano, di abbracci, di ogni contatto umano. Tutti in casa. Ogni attività, salvo qualche eccezione, si è fermata rendendo spettrali e silenziose le città e i paesi.
Solo sirene di ambulanze e ricerca affannosa attraverso comunicati TV di infermieri e medici, combattenti disarmati, ma fortemente motivati.
Una pausa di due mesi è molto, troppo lunga e anche se cerchi di affrontare la solitudine in vari modi magari anche piacevoli, l’amarezza riesce sempre a far capolino e ti ritrovi a pensare come sarà il futuro, come saremo cambiati, se avremo il coraggio di camminare su strade nuove, dove respirare venti di solidarietà e di aiuto reciproco. E’ trascorsa la fase uno: tanti contagi, tanti fortunati guariti, ma anche tanti troppi morti!
Una generazione intera di nonni se ne è andata in punta dei piedi, la morte non fa rumore: arriva, ghermisce e se ne va lasciando vuoti incolmabili e tristi rimpianti.
C’è però in tutto questo anche qualcosa di positivo ed è giusto metterlo in evidenza come se fosse il rovescio di una medaglia. La natura è risorta restituendoci cieli blu intenso, aria piacevolmente respirabile; ha ridipinto tutto con nuovi colori che l’inquinamento aveva reso opachi e spenti, le acque dei fiumi sono divenute limpide.
Ci stiamo avviando alla fase due che sarà di ripresa…forse. E’ da qui che dobbiamo ripartire, dalle cose semplici e vere, il nostro patrimonio umano.
Dilemma: vivere o sopravvivere?
Sulle due virtù,
ovvero se sia meglio vivere o sopravvivere – di Luca Di Volo

Insomma, questa storia sul vivere o sopravvivere non mi vuole uscire dalla testa.
Lascio ad altri più profondi e sapienti il compito di analizzare le suggestive implicazioni di questo dilemma cornuto.
Invece a me basterebbe capire un po’ meglio le ragioni per cui a furia di pensarci mi è venuto solo un gran mal di testa…senza ricavar nulla che abbia un valore universale.
Che probabilmente non c’è, intendo come regola generale. Già, perché nella vita di ognuno di noi, secondo me, capitano ambedue questi modi di essere e siamo l’uno o l’altro in base a svariate cause, comprese le circostanze che favoriscono o l’una o l’altra scelta.
Cominciamo però dal primo corno del dilemma: ”sopravvivere”.
In generale, nell’uso comune questo termine ha una sia pur lieve connotazione negativa: chi si limita a sopravvivere, in un regime dispotico, oppure sotto un capufficio insopportabile, o in situazioni simili, si piglia un po’ l’etichetta di “vile” perché non ha il coraggio di ribellarsi.
Ma anche per sopravvivere ci vuole coraggio.
Già, perché innanzitutto si può sopravvivere senza alcun merito(siamo sopravvissuti all’incidente, siamo sopravvissuti al cataclisma..).Ma anche qui siamo nella massima ambiguità: chi lo dice che non ci sia merito e coraggio in queste vicende? Si può sopravvivere ad un incidente o perché si è stati previdenti, o perché in quel momento abbiamo avuto i riflessi pronti ed abbiamo avuto il coraggio(appunto) di fare la mossa giusta..
Si sopravvive anche col cinismo, con freddezza, ma sempre col coraggio di una scelta, anche se negativa. Come chi si vende al potente di turno.
Si potrebbe continuare, ma questi modesti esempi secondo me bastano a mettere in evidenza l’ambiguità del termine.
Il secondo corno è più difficile: ”vivere”.
Questo invece ha un’accezione positiva, vitale(appunto), un esortazione famosa: ”Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamo”,.un inno all’amore come forza della natura.
Ma anche qui c’è l’ambiguità: vivere non significa sempre vivere “bene”e godere dei doni che abbiamo davanti.
“poveretto, ha vissuto una brutta vita, con quella moglie (o quel marito)”, ”ha vissuto una vita segnata dai dispiaceri..”
Allora il poveretto, ha vissuto o è solo “sopravvissuto?
L’unica cosa che a parer mio accomuna i due termini è il “coraggio”, di chi vive o sopravvive, ambedue segnati dalla sorte dei mortali,
E io lascerei da parte gli eroi, i grandi uomini che hanno segnato i nostri grandi passi avanti. Che hanno vissuto, sì, nel senso pieno del termine, ma che hanno dovuto anche piegarsi per sopravvivere, come gli scienziati tedeschi sotto Hitler, per fare un esempio.
Insomma, ho dissertato su questi termini ma il mal di testa mi è rimasto.
Secondo me sono domande messe in giro dai produttori di aspirine e antidolorifici vari.
Vivere o sopravvivere? O sopravvivere per vivere?
Ispirazione da un film – di Vanna Bigazzi
“Cari fottutissimi amici”
È un delizioso film, quello di Monicelli, non lo avevo visto ed è stato una sorpresa. Certo la simpatica “banda” arriva a dedurre che è meglio sopravvivere, anche miseramente, piuttosto che vivere con “esperienze,” a detta di Villaggio, ma a che prezzo…Almeno questo io ho inteso. C’è il motto contrario che recita: ”Meglio un giorno da leoni che cento da pecore” chissà, ognuna delle due ha una sua motivazione e probabilmente sono valide entrambe a seconda del vissuto di chi le esprime. La prima deduzione è un po’frutto di una stanchezza di vita, porta con sé delusione, accettazione, accomodamento, comunque attaccamento alla vita. L’altra invece, sprezzo della vita ed esaltazione dell’avventura. Diciamo che elemento di base, per entrambe è il coraggio. Coraggio per continuare a vivere in determinate condizioni, apprezzando quello che la vita ci offre, giorno per giorno, nel bene e nel male, ma anche accettando la vita, e coraggio per difendere le nostre emozioni, snobbando la vita. Io non so a quale delle due categorie appartenga, forse a tutte e due a fasi alterne. Forse un po’tutti facciamo così. Ad ogni modo tutto questo mi ha portato a riflettere su un’altra frase, finale di un film di cui non ricordo il titolo, che suggeriva: ”C’è chi eternamente insegue l’amore e chi non può fare di meglio che seguire la corrente”. Questa frase mi colpì molto e nel momento di vita in cui vidi questo film, mi sentii cucita addosso la seconda ipotesi: non poter fare di meglio che seguire la corrente. Ma non la interpretai assolutamente come rassegnazione, anzi come la quintessenza della “scelta”: scegliere con coraggio e magari anche con sacrificio, una certa direzione, contenta di fare la scelta giusta, per il mio bene e per quello degli altri. In fondo c’è eroismo in questa scelta, non troppa abnegazione, perché si sceglie per un bene comune, se non addirittura universale, che in primis premia te stesso. L’idea allucinante di essere costretti a seguire la corrente, idea che spaventava e deprimeva i nostri padri dell’Esistenzialismo, in questa accezione, viene nobilitata, viene meravigliosamente vissuta come “riparazione” che gratifica, solleva, ti fa sentire indispensabile e importante, ti fa capire come non sia il destino a determinare gli eventi, ma sia tu con le tue elezioni, con il tuo valore, pronto ad essere distribuito, a marcare i sentieri del bene.