Occhi sulle nuvole

IN AGOSTO SULL’APPENNINO TOSCO – EMILIANO – di Elisabetta Brunelleschi

La città è immersa nell’afa dell’agosto.

Rino e Paolina sono alla ricerca di una pausa di fresco, decidono che l’unica possibilità di refrigerio è andarsene verso la montagna.

Cercano, tra gli amici rimasti in città, qualcuno che abbia voglia di una camminata sugli Appennini.

Ci sono Gabri e Alex, basta una telefonata! Anche loro in città, anche loro oppressi dall’afa, anche loro con la voglia di scappare!

Infatti Alex ha già pronto un itinerario: due giorni tra la Doganaccia e la Capanna Tassone,   con sosta al lago Scaffaiolo.

Partono la mattina del 14 agosto, la città è ancora addormentata.

In quattro in un’auto, con gli zaini ben stipati nel portabagagli, imboccano la Firenze-Mare.

Procedono tranquilli, i pochi mezzi che transitano sono per la maggior parte diretti in Versilia.

Escono al casello di Pistoia e la salita verso Cutigliano quasi si trasforma in un viaggio in solitaria.

Curva dopo curva raggiungono la Doganaccia. Qui i gitanti del Ferragosto hanno già iniziato a sistemare i tavolini da picnic e a impossessarsi delle aree attrezzate per la grigliata. 

I nostri quattro parcheggiano e appena scesi dall’auto, si lasciano accarezzare dall’aria fresca della montagna.

Le donne s’infilano prudentemente le felpe, gli uomini affrontano invece a braccia nude il leggero venticello.

Zaino in spalla e via, un piede davanti all’altro, contenti del cammino, seguono la segnaletica bianco\rossa che li condurrà al passo della Croce Arcana.

La strada, all’inizio un comodo sterrato, lentamente s’inerpica, si avvolge come una spirale e a tratti è scomoda e sassosa. I faggi da alberi dritti e svettanti diventano bassi e contorti, sino a disporsi in radi cespugli striscianti che si mescolano coi sorbi montani e via via cedono il passo ai prati erbosi dei crinali.

La giornata è serena, il sole scalda le membra, verso l’alto il panorama si allarga e sul crinale sembra di dominare il mondo. 

Giunti al valico, si fermano per alcuni minuti di fronte al memoriale che ricorda le vittime dell’ultima guerra mondiale e poi ripartono, su per le brughiere appena ingiallite dal sole dell’estate.

Il sentiero ora è più stretto e i quattro amici camminano in fila indiana, accompagnati dal fruscio del vento e dal parlottio lontano dei pochi escursionisti che si avventurano in alta quota.

Paolina dice che solo salendo in alto si può capire e gustare la montagna, gli altri concordano, ma la conversazione muore lì, preferiscono la magia dei silenzio. 

È mezzogiorno passato e lo stomaco reclama una sosta.

Si siedono in uno spiazzo erboso appena fuori dal sentiero. Dallo zaino ognuno trae il proprio panino. E si divertono a indagare il contenuto.

“Pomodoro e tonno”. 

“Frittata di zucchini”. 

“e qualcosa anche per domani..”

“ Una scatoletta di tonno?”

“ No, del formaggio”.

“ Noi anche le barrette”.

Intanto Alex distende sull’erba la cartina e controlla il percorso:

“C’è ancora un bel tratto, ma, ci rassicura, sarà tutto in discesa e all’ombra. Inizierà una bellissima foresta di faggi, una zona protetta”.

Commentano, osservano la carta, rammentano rifugi e paesi visitati in passato e concordano su come certi tratti dell’Appennino tosco-emiliano assomiglino alle Alpi.

“ Sì, soprattutto il passo delle Radici, e quello delle Forbici e il monte Prato …”

“ E il passo di Annibale”.

“Già, c’è anche il Dente della Vecchia”.

Nessuno vuole ripartire, le ore di luce sono ancora tante e possono rimanere lassù a godersi il cielo azzurro.

Si distendono sull’erba e chiudono gli occhi.

E qui per Paolina avviene il miracolo.

Apre gli occhi e nel pieno dell’azzurro vede galleggiare due enormi nuvole bianche. Subito si ricorda quando da bambina si fermava incantata a guardare le nuvole. E in quelle masse bianche vedeva gatti, galli, ballerine, profili di uomini o donna con nasi adunchi che si arrotondavano e poi si trasformavano in spuma del mare. Le zie le dicevano:

” … guarda, c’è un un cane, ha la bocca aperta, guarda, guarda, … oh! Ora non c’è più!”

Immobile nell’erba, testa appoggiata sullo zaino e occhi sbarrati, Paolina osserva il cielo. Le nuvole si allargano, si allungano, si fondono e sospinte dal vento si spostano verso ovest. Dai bordi sfrangiati di un batuffolo bianco emerge il muso una volpe che in un attimo  diventa un pesce e poi il cappello di un prestigiatore che leggero svanisce tra vele e onde.

Paolina chiude gli occhi e tutto diventa un sogno avvolto nel silenzio ovattato della montagna. Lontane le pene, lontani i pensieri, solo il regalo di una tregua.

Nemmeno il chiacchierio di un gruppo di escursionisti interrompe il suo riposo. Gli occhi restano chiusi.

Poi una voce di donna emerge più vicina:

“Quanto manca alla la Croce Arcana? Grazie!”

“Poco, qualche sali-scendi e ci siete!”

Rispondono gli altri in coro.

Paolina riapre gli occhi, gli escursionisti sono già lontani. Ritorna la magia del silenzio.

Una nuvola copre il sole e l’aria fresca e frizzante dell’alta montagna si fa sentire sulle guance e sulle braccia. Le nuvole vanno e vengono, il sole riscalda e l’ombra raffredda.

A un certo punto Rino si alza e dice che è il momento di ripartire.

Alex subito si drizza in piedi e per primo afferra lo zaino.

Gabri e Paolina stirando braccia e gambe lentamente si tirano su. Paolina dà ancora uno sguardo al cielo:

“ Avete visto che nuvole”.

“ Speriamo non si trasformino in pioggia”.

“ No! Il meteo ha detto bel tempo”.

Paolina raccoglie le sue cose, è pronta.

Iniziano a camminare deviando verso destra. Lentamente abbandonano il crinale e dopo una ripida discesa raggiungono il bosco di faggi. Ora il sentiero diventa un’ombrosa strada. Pochi chilometri e come un miraggio appare la Capanna Tassoni. Posta nella valle di Lamola, è una vecchia struttura in pietra circondata dal bosco, ingentilita dall’accento modenese dei gestori e molto frequentata sia in estate che in inverno.

Gabri, Alex, Rino e Paolina prendono possesso dei letti, sistemano i sacchi a pelo, cercano la zona dove il telefono può prendere, s’informano sulla cena:

“Ci saranno anche le crescentine”.

Poi si siedono intorno a un tavolino e fra un te e una birra, chiacchierano di politica, di libri letti e di minute questioni giornaliere.

Per poche ore quello sarà il luogo ideale per una pausa dai ritmi incalzanti della città. 

Il giorno dopo ripartono con calma, il percorso non sarà molto lungo, ma ci sarà una bella salita.

Dall’ombrosa faggeta, si addentrano nella boscaglia, poi percorrono i prati e sempre in costante e a tratti ripida ascesa. Il fiato si fa corto, ma i nostri non demordono, ancora pochi passi e raggiunto il crinale, scenderanno al rifugio Duca degli Abruzzi, dove li attende una meritata sosta.

Via via che la meta si avvicina aumentano gli escursionisti lungo il sentiero e sui prati intorno.

Al termine della salita, scavalcando nel versante toscano, ecco che appare la conca erbosa affiorante di rocce che accoglie il lago, uno specchio d’acqua di modeste dimensioni ma brillante di luce, incorniciato da terra marrone e erba verde e in quel 15 agosto brulicante di gente.

In tanti sono saliti allo Scaffaiolo: c’è chi è disteso al sole, chi è seduto sul prato, chi cammina intorno alla riva, chi rincorre il cane e chi con gioia gioca coi bambini. 

Poco più in alto si vede il rifugio con i suoi muri in pietre grigie e una folla tutta assiepata nel piazzale antistante da dove giunge l’eco di una musica allegra e saltellante.

I nostri si avvicinano incuriositi.

 Che bella sorpresa!

Un trio composto da chitarra, batteria e fisarmonica intona canti della tradizione toscana. Quella gran folla è davanti al rifugio per ascoltarli.

Paolina e Gabri si fermano, si siedono su un muretto e si lasciano trasportare dagli stornelli e dai rispetti.

Gli uomini preferiscono farsi un giretto tra i sentieri lì intorno.

Un senso di allegria emana dal pubblico che con il battito delle mani accompagna il ritornello di un canto e con le voci stonate ripete uno stornello.

I raggi roventi del sole non si attenuano neppure col vento che di tanto in tanto va a increspare le acque del lago. Gabri ne è disturbata e si sposta nel rifugio. Paolina si mette il cappello, ma non lascia la postazione.

L’allegro cantare del trio la riporta alla gioventù, quando da ragazzina, si era appassionata alla musica popolare e aveva collezionato testi e registrazioni di brani toscani e anche di altre regioni. Ascolti e letture che le permettevano di ritrovare le origini contadine dei suoi avi e di comprenderne la vita.

Dalle strofe di una ninnananna sentiva trasparire i disagi del mondo femminile.

Dalla tiritera di una filastrocca poteva capire le fatiche del contadino piegato sulla terra.

Un rispetto le raccontava il dominio dei padroni.

E poi i doppi sensi, le malizie, gli scherzi, l’amore tradito e il pan pentito che le donne mal maritate andavano a mangiare.

Quei canti le fanno venire in mente la sua collezione di dischi in vinile, delle edizioni  “Dischi del Sole”, raccoglievano canti popolari dell’Italia intera. Dove saranno finiti? in cantina? si saranno persi come quei tempi felici?

“Ti sei incantata? Dobbiamo andare”

La voce di Gabri la riporta al presente.

“ Ma loro dove sono”

“Ci stanno aspettando, c’è ancora da camminare e dobbiamo tornare a Firenze”

Si avviano e insieme ricordano il concerto di una cantante folk, che aveva recuperato stornelli e rispetti amiatini.

“Mi sembra sia morta una decina d’anni fa”.

“ Il concerto. Sono passati quasi quarant’anni!”

Si ritrovano tutti e quattro all’imbocco del sentiero che li ricondurrà alla Doganaccia.

Paolina si volta verso quel pezzo di montagna colorato di gente e saluta con il cuore l’eco lontano della fisarmonica. Alza gli occhi e nel cielo terso ritrova una nuvola bianca.

Partono avanzando svelti sul percorso che scende, scende e scende.

Paolina sente l’aria che cambia, vede gli alberi nel bosco: la montagna più bella per quel giorno la sta abbandonando.

Ma torneranno, cammineranno ancora sulle cime dell’Appenino, questa è la promessa. Alex già progetta un’uscita in inverno:

“Con le ciaspole, appena c’è neve!”

Rino concorda. Le donne, invece temono il gelo.

“Andate pure, noi verremo in estate!” “O in primavera, ma dopo che la neve si è sciolta!”.

Occhi di fantasmi

INCUBO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE – di Luca Di Volo

Sul finire di via Montebeni, proprio dove essa termina traformandosi in via dell’Olmo, sulla sinistra, lievemente spostata verso l’interno, si ergeva (e tuttora si erge) un grazioso edificio.

In origine fu creato come cappella di famiglia per i nobili del luogo, circa alla fine del XVIII secolo… In seguito fu abbandonato, usato per scopi diversi, le guerre e i rivolgimenti sociali lo condannarono al silenzio e al mistero.

Ma non tutto fu dimenticato…tra i fittavoli del posto circolava a bassa voce una leggenda nera. Si parlava tra i denti e facendosi il segno della croce in continuazione, di un certo fatto di sangue proprio in quel luogo benedetto..u.n conte avrebbe ucciso la moglie e l’amante sorpresi in flagrante adulterio. Poi si sarebbe trafitto con la stessa arma.

Com’è ovvio, di episodi simili non c’è traccia nei cronisti del tempo né nei registri ecclesiastici. Ma questo non deve stupire, a quel tempo (come ora) con molti talleri si poteva nascondere sotto il tappeto tante cose…

Comunque, le visioni su quel luogo maledetto si sprecavano. Un contadino, in una notte di luna piena, aveva giurato di aver visto lì nei pressi un cavallo con sopra un cavaliere che portava la sua testa, anziché sul collo, sulla punta della sua spada..

Il poveretto fu internato a S.Salvi e non se ne è saputo più nulla.

Però la nera leggenda gotica persisteva.

Naturalmente se ne parlava durante l’Estate, quando, abbandonate le case, le donne, giovani e vecchie, si portavano la seggiolina fuori sul marciapiede e si preparavano ad affrontare il dolce rito del “frescheggiare”. Con tutto il corredo di chiacchiere e sussurri, immancabile.

Gli uomini giocavano a carte, chi a ventuno, chi a briscola, ma qualche commento sulle nuove spose o servette del quartiere animava sempre l’ambiente tra i tavolini all’aperto.

E i ragazzi…..già, i ragazzi… loro che facevano?!

Io mi ricordo solo quello che idearono quella sera.

Era Luna piena. Ad uno dei più grandicelli (si fa per dire), un certo Luigi, detto Ghighi, venne un’idea fantastica: Ragazzi, sevvucciavete coraggio, stasera si va avvedere la cappella degli spiriti.

Il silenzio scese ma tra il passare da vili o da eroi, non ci fu esitazione, molti avrebbero gradito che la mamma li chiamasse a casa (io), ma la mamma era lì che non ci pensava nemmeno.

Allora…tutti coraggiosi. Infatti un gruppetto di fieri eroi con visi sbiancati e gambe tremule si misero in fila e col coraggio della disperazione si misero in fila dietro al comandante. Che a quanto sembrava non era molto più coraggioso, ma di mezzo c’era l’onore e il posto di capo. Come al solito.

Durante il cammino, si erano un po’ rincuorati, qualcuno aveva anche ripreso a scherzare.

Ma quando il piccolo edificio sbucò da dietro una curva, bianco e spettrale nella cruda luce della Luna, zittirono tutti.

Anche perché questa pausa di assoluto silenzio fece sì che si potessero udire, proprio provenienti dalla cappella, gemiti, piccoli urli, rumori, grugniti…

Con un fil di voce Ghighi farfugliò..E son l’anime de dannati, stasera ci dev’essereissabba”.

Chissà perché in quel momento la curiosità ebbe la meglio sulla fifa, che era tanta, ma la voglia di vedere qualcosa fu più forte.

Quindi si avvicinarono, un passo avanti e due indietro…fino al cancello che li fece passare, sgangherato com’era.

Ora erano proprio davanti alla bocca nera dell’ingresso.

I gemiti, i sospiri, le mezze parole, le urla, evocavano davvero una specie di notte di Valpurga, sembrava che tutte le anime del Purgatorio si fossero date convegno..

Inconsapevoli delle gambe che li portavano avanti, stringendosi le mani sudaticcie, avanzarono ancora..e qualcosa ,nella penombra fallace del chiarore lunare, qualcosa videro.

Sarebbe stato meglio non vedere, ai loro occhi apparve una massa informe, senza capo né coda..uno di loro, Paolino, strillò: ”Madonna cià quattro gambe!!”.

Mal gliene incolse. Il mostro si scisse in due ..ne emerse un orco gigantesco nell’ombra che cominciò a berciare: ”Ora ve lo do io, brutti ragazzacci, evuvvenite addànnoia alla poera gente, ma ora ci penso io..” E afferrato un che di nodoso lo brandi’ con l’evidente scopo di romperlo in testa ai malcapitati.

Ma questi ultimi non fecero nemmeno in tempo a vedere quell’atto..già: erano schizzati via come avessero davvero il diavolo alle calcagna, la paura li faceva volare, letteralmente..La discesa di Montebeni fu compiuta in una frazione di secondo, mentre le urla belluine poco a poco si attenuavano. L’Orco non poteva competere con i cuori freschi e allenati di quei ragazzini.

Verso il Ponte a Mensola ripresero fiato….cominciarono i commenti. Ancora Paolino: ”O macchèavisto, l’era tutto ignudo..”

E Ghighi, con sufficienza :”Ma untelanno insegnao i preti che spiriti son sempre ignudi, io vorrè sapè icchevinsegnano alla Parrocchia”

Così s’è capito qualcosa dell’Italia di allora.

Ma a me scappò: ”E quell’altro..Madonna..un s’è nemmen visto, l’è rimasto nibbuio, si vede si nascondeva dalla luce, o chi era?!”

“O chi volevi che fosse..un’altra anima dannata..già ,più dannata della prima..” Questo era il solito Ghighi.

Nessuno al ritorno ebbe il coraggio di parlare. Le mamme la mattina dopo ci dettero a tutti un po’ di VOV perché ci vedevano un po’ sciupatini, e infatti ci furono domande da Inquisizione, ma tutti tenemmo duro. Ci tenemmo tutti dentro le nostre visioni…finché ormai abbastanza grandicelli, si capì cosa stavano combinando l’Orco e la Demonessa. Una risata liberatoria fece svanire i mostri.

PS:Non si stupisca il lettore di tanta ingenuità tra ragazzini  ancora in età prepubere, a quei tempi. Tra mamme reticenti, babbi sempre a lavorare, e poi preti e monache scoraggianti,l a conoscenza dei cosidetti “fatti del mondo” procedeva zoppicando tra travisamenti ,incomprensioni, tabù..e tanto altro. Quindi questa storia, che è vera ,è perfettamente aderente alle conoscenze e alle superstizioni che erano proprie dei ragazzi del rione di S.Salvi nell’Anno del Signore 1950.

Occhi nel parco

Piccolo sole – di Laura Galgani

Finalmente è stato riaperto Hyde Park. Mi è sempre piaciuto venirci la domenica mattina. La fontana dedicata a Lady D. mi accoglie appena varcato l’ingresso. Mi fermo e mi chino a far scorrere l’acqua fresca fra le mani. E’ una fontana scavata nel prato, che ricorda le piste per le palline sulla sabbia. Mi pace immaginare i bambini che d’estate torneranno a giocarci dentro.

A sinistra il Serpentine River è più tranquillo del solito. Niente barchette che vanno su e giù, ancora non si può.

Accelero il passo, ho bisogno di sentire il mio corpo che scatta, il cuore che batte forte e il respiro farsi più frequente, ma dopo pochi passi devo rallentare. Non sono libera di respirare. La mascherina che indosso me lo impedisce. Ho la tentazione di tirarla giù, ma ci sono altre persone non molto distanti da me, non posso. Cerco di fare un respiro profondo, mi calmo e mi guardo intorno. In lontananza, i grattacieli e la sagoma di Saint Paul mi ricordano dove mi trovo.

Guardo di nuovo dritto davanti a me. Una sagoma scura si avvicina. E’ una donna musulmana che indossa il niqab. E’ tutta coperta; i capelli nascosti, il viso reso invisibile dal velo, il corpo appena intuibile sotto la lunga tunica, le mani coperte dai guanti.

Stiamo andando l’una incontro all’altra. Io sbuffando impacciata sotto la mia mascherina, lei determinata e dal passo elegante come una regina. Mi guarda, dall’unico spazio scoperto mi aggancia già da lontano. Nel mio procedere incerto mi lascio afferrare dalla forza che promana dai suoi occhi, anche se ancora non li vedo. Fisso il mio sguardo sull’unica apertura intuibile di quella creatura, mentre continuiamo ad avvicinarci.

Fino a poco tempo fa non avrei avuto il coraggio di guardare una donna col niqab. L’imbarazzo sarebbe stato troppo forte, così come l’impulso di giudicare. Ora però è cambiato qualcosa, mi rendo conto che non siamo più così diverse. Lei col niqab, io con la mascherina. Vedo i suoi occhi. Sono truccati con eleganza. I miei no. Occhi grandi, verdi, ciglia lunghe, curvate sapientemente all’insù. Mi osserva intensamente, mi sorride. Lo capisco dai suoi occhi. Sono perplessa, non so cosa fare. Lei domina la situazione, io non possiedo i codici comportamentali minimi per districarmi in questa situazione inedita.

Devo decidermi in fretta, stiamo per incrociarci. Il suo sguardo è ancora più esigente, richiede una risposta.

E allora sì, mi lascio andare, faccio prevalere ciò che ci accomuna. Rispondo con un sorriso pieno che mi illumina gli occhi. Le nostre scintille si incontrano e insieme formano un piccolo sole che per un istante brilla fra noi due. Ci incrociamo e ci salutiamo con un lieve ceno del capo.

Due sorelle si sono riconosciute grazie a quella barriera che le ha rese simili.

Continuo a camminare contenta di non aver perduto l’occasione di vincere un mio pregiudizio.  

Occhi languidi

OCCHI LANGUIDI – di Simone Bellini

Finalmente il portone si apre, dopo dieci minuti di attesa esce una giovane coppia con l’aspetto estasiatamente stanco per una notte non dormita.

Uno sguardo per scusarsi dell’attesa mentre carico le valige ed un abbraccio impetuoso mentre rientro in macchina.

Un lungo bacio ardente, lungo mentre metto in moto il taxi, lungo mentre mi sporgo lanciandogli una comprensiva ma spazientita occhiata.

Le labbra si lasciano lentamente, l’abbraccio si scioglie accompagnandola sul sedile posteriore :

  • Airport please, departure for Canada, tank’s –

La portiera si chiude, l’auto parte, lei si volta per salutarlo un’ultima volta prima di perderlo di vista.

Adesso la testa è appoggiata sullo schienale, mento in alto occhi persi nei ricordi.

Pian piano le lacrime invadono il viso accompagnate da soffocati singhiozzi.

Cerco nelle mie tasche il pacchetto dei fazzoletti e in silenzio glielo offro. Lei lo prende ringraziandomi con uno sguardo attraverso lo specchietto retrovisore.

Arrivati, mentre scarico le valige, mi restituisce i fazzolettini con un bacio sulla guancia: – Y love Italy, y love Florence, tank you ! –

I suoi occhi adesso brillano di gratitudine, la partenza sarà più lieve !

Con gli occhi il cielo

Occhidi Vanna Bigazzi

Con gli occhi il cielo,

con gli occhi il mare,

con gli occhi piange

l’animo mio, ferito e oltraggiato,

con gli occhi ride il volto di chi ho  amato.

Nello specchio degli occhi tutto può accadere:

brilla lo sguardo di un vecchio grinzoso,

luccica l’occhio a un vivido trascorso,

persin quei fori opachi scintillan d’emozione.

Parlano in tutte le lingue del mondo.

L’intera vita, le cose da amare

son dentro loro in un lago profondo.

Gli occhi dei bimbi son fatti di sogni,

fissan le stelle a parlar col Creato,

arrivano all’anima attraverso il cuore,

perché posson solo parlare d’amore.

Vedono cose che gli altri non sanno:

son luce divina che il blasfemo acceca,

son gli occhi del bambino,

son gli occhi del poeta.

Occhi di stelle

Occhi di stelle – di Stefania Bonanni

Si fa tutto, con gli occhi. Si ride, si piange, si mangia, si cerca, si nasconde, si ruba, si fa all’amore, si parla con bambini che ancora non parlano ma hanno già occhi così grandi e spalancati che potrebbero contenere il mondo. Potrebbe essere che il processo fosse inverso. Che si nasca pieni di sapienza di vita, e che piano piano ci si veda costretti a dimensioni più umane, piccole, limitate e tutte da imparare. Questo lo penso da quando ho conosciuto una piccolissima nipote, con occhi enormi e spalancati, da subito. E neri, del nero luminoso di una notte trapuntata di stelle, pronti a ridere argentati come sanno i bambini, immediatamente felici. Credo che quella sia la felicità, quella che un nano secondo dopo diventa strilli, e pianto a dirotto, senza intermediazioni.  E occhi pieni di lacrimoni gonfi e r otolanti, inconsolabili. Si risolve all’inizio con l’essere attaccati ad un seno, o cullati, baciati, comunque guardati dagli occhi più dolci che la vita avrà in serbo per noi,  accarezzati da mani calde e leggere, o fredde e pesanti e callose e screpolate, ma sempre calde e leggere, sulla fronte dei bambini. Poi cambiano, gli occhi. Ci sono credenze, parlano di veli di angeli sugli occhi dei neonati, anche il colore dei primi tempi sarebbe un’illusione. Però cambiano davvero. Diventano pieni d’affetto, di voglia di fare il chiasso, di curiosità,  di risate, di capricci. Poi cresce tutto il resto, e sembrano ridimensionati. Fossi un pittore disegnerei bambini con occhi grandi, come tele da riempire.

Questi sono occhi di oggi. Quelli di  eri, gli ultimi, per l’ultima volta li ho visti già chiusi,  e fu questo a provocarmi  un dolore violento.  Fu una corsa in auto, treno, aereo, treno, taxi. Percorsi l’Italia, con l’angoscia di non arrivare in tempo. Era morto ieri, sapevo che avrebbe avuto gli occhi chiusi, se fossi arrivata in tempo, prima che chiudessero, ma non ci credevo. Perché si chiudono subito gli occhi? Semplicemente, senza che si potessero vedere gli occhi, non era lui. Aveva occhi più azzurri del cielo sereno, più celesti dell’acqua del mare, più belli di brillanti preziosi. Lampeggiavano, tra capelli neri e pelle abbronzata. Gli occhi belli sono quelli colorati di celeste,  verde, lui li aveva stretti come tagli e brillanti come acciaio. Non aveva bisogno di parlare molto, guardava, e tanto bastava. Non volevo più  mangiare? Uno sguardo, e mangiavo. Parlavo, forse non era il monento? Uno sguardo, e non volava più una mosca. Erano occhi amorevoli quando rideva, con i denti bianchissimi in mostra, e le guance magre che si arrotolavano arricciate sotto gli occhi stretti stretti,  l’azzurro lampeggiante .”Mio padre un falco, mia madre un pagliaio “. Lei era riposo, abbracci, distendersi al fresco, bere dalla sorgente. Occhi neri come i fondi di caffè,  come i resti dei legni bruciati nel camino che non avevamo, come le more mangiate dai rovi, senza lavarle, come le scritte sulle pareti bianche. Come una macchia d’antico inchiostro su una cartasuga. Ci si entrava dentro, e cullavano ,lasciavano scie . Non li ho persi. Mi sorprendevo a cercare, tra la gente. A fare paragoni,  confronti, somiglianze.  Mi è capitato di essere ancora al centro di quel raggio. Non dovrei raccontarlo, ma è stato così intenso ed indimenticabile che la realtà vaneggia, e i sogni non finiscono, in quella dimensione.

In un prato di un verde nuovissimo, china, coglievo piccoli fiori fatti di campanelline bluette, alcuni più azzurri, alcuni più viola. Sola. Si fermò il vento, si immobilizzarono le foglie degli alberi, non passarono macchine sulla strada lontana, e forse neanche sull’autostrada, ancora più  lontana. Fu come trovarsi riparata sotto un telo di cotone spumoso. Piano, mi tirai su e mi trovai occhi negli occhi di un meraviglioso capriolo. Un attimo, riflessa in quegli occhi neri. Gli occhi freschi e fieri di un animale potente, che in un lampo divoro’ la collina e sparì. In quegli occhi neri, io.

Un’altra volta,  Un posto pieno di gente e io che da un po’ mi sentivo guardata. Capita, no?, che ci si sente uno sguardo addosso. E non capivo, non trovavo l’origine della sensazione. Guardavo alla mia altezza, non era da la’. C’è voluto un po’, sempre bisogna fortemente volere,  poi ho incrociato gli occhi di un vecchio labrador. Lui, diciamo bianco sporco, gli occhi grandi e tondi,  di nero profondo.  Mi ha guardato arrivare vicino, mi ha tenuto inchiodata al suo sguardo fino a che l’ho toccato. Avrei potuto dargli un bacio, lo avrei potuto abbracciare. Aveva quegli occhi potenti, che non si staccavano. Mi sono allontanata a fatica. In fondo al corridoio l’ho cercato ancora, e ancora eravamo occhi negli occhi. E ancora lo penso.

Non si dimenticano gli occhi che si sono lasciati guardare dentro.

Occhi verdi

Lui – di Rossella Gallori

Ci eravamo conosciuti, molti,  molti anni fa, mi avevano parlato di lui, in modo distratto, forse non avevo avuto voglia di saperne di più…pensavo…a che mi serve frequentarlo?

Sposata da poco, senza figli, tornavo a casa all’ora in cui molti avevano finito di cenare, ignoravo volutamente la sua presenza, avevo altro da fare.

Non so quanti anni erano passati, giorni, ore…lo cercai…lui così vicino ed irraggiungibile, mi accolse senza domande…erano gli anni della crisi, delle porte sbatacchiate, dei silenzi che toglievano il respiro…ed in una apnea delirante lo raggiungevo,   mi bastava sentire il suo odore per calmarmi,  quel rumore impercettibile delle sue lunghe braccia, delle sue morbide mani, dava un motivo alla mia fuga, mi perdonava sempre, anche quando avevo torto, torto marcio.

All’ inizio fui timida, varcavo appena il suo ingresso, lacrime rabbia all’ arrivo, per salutarlo sorridendo senza voltarmi.

Ma quanti anni con passati? Quaranta? Forse si…sicuramente si…

E da vecchi, ma non troppo  ci siam trovati amanti senza saperlo, ed allora ti ho esplorato, centimetro per centimetro, tu tanto più grande di me, non ho mai voluto sapere la tua storia, né chi avevi frequentato prima, tu hai fatto lo stesso con me, in un silenzio festoso ed accogliente…mi piaceva stare con te anche quando pioveva…ci bagnavamo insieme. Mai preso un raffreddore …noi.

Se non ero sola, ti ignoravo, tu capivi,  hai sempre, capito e non sei mai stato geloso, dell’altro mio compagno, quello era un fratello, siamo cresciuti insieme, niente a che vedere con te, lui era più faticoso, roba da giovani.

Poi qualcuno, qualcosa ci ha fatto lasciare, il nostro rapporto si era logorato, ammalato, hai chiuso il cancello una mattina all’alba, le mie chiavi, mi son  state ritirate da uomini senza volto, vestiti di bianco…gente muta e sconosciuta.

Son venuta  a spiarti  da lontano, non vedevo più i tuoi occhi, misteriosi  esseri ti ballonzolavano intorno, lunghe code rossicce, ti scalavano il petto, uccelli giganti ti mangiano il sorriso……questo per giorni, mesi, evitando di uscire, per la paura di incorrere nello stesso errore: dirti che ti amo, una volta per tutte..senza pudore…senza filtri…

 4 MAGGIO 2020 …

Le voci corrono, si rincorrono, mi chiama la Simo: oh lo stan facendo bello bello….

Io penso che bello lo sei stato sempre, ma non ho coraggio di tornare da te…

“Oh son scappati gli scoiattoli” dice l’Olga …

 Mi faccio coraggio, devo farlo, ho bisogno di te, come sempre saranno minuti, minuti nostri…mi sembra di sentire i tuoi immensi occhi verdi su di me, mentre tolgo i tacchi ed indosso qualcosa di fresco spiegazzato e pulito, non voglio fingere di essere un’altra…né ora né mai, mai più.

Il cancello è aperto, la catena è per terra, il cuore batte all’ impazzata, chissà se mi trovi cambiata…comunque ti prego, non me lo dire, un buon amante sa fingere…vero?

Villa Favard ha riaperto il suo parco, sono le due del pomeriggio ed io lo attraverso, il saluto è timido, siamo imbarazzati, ma cosa sono due, tre mesi a confronto di un rapporto come il nostro..

Tengo gli occhi bassi, mi  rassicura l’erba ben tagliata, la fontana che  perde, come sempre, la cappella isolata e severa, il conservatorio pieno di musica che non c’è, i giochi transennati alla buona…

Il tuo profumo di bosco in città, a pochi metri da casa mi invade, mi dà forza, se ce l’hai fatta tu ce la posso fare anch’io…penso commossa.

Colgo un fiorellino, che infilo tra i capelli, che non han voglia di orpelli e lo rifiutano, guardo i tuoi alberi rassicuranti, alzo gli occhi al cielo le punte dei tuoi alberi sfiorano un cappello di paglia leggera  azzurrissimo, privo di nuvole.

Ti amo e non me ne vergogno, ci siamo rivisti, riconosciuti, annusati, quasi baciati…..per altro avremo tempo, spero di avere tempo…ma torno, parco di Villa Favard ..torno…torno….lo giuro….

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Il Parco di Villa Favard, chiuso nel tempo della pandemia e riaperto il 4 maggio 2020 per ordinanza del Comune di Firenze.

https://ambiente.comune.fi.it/pagina/parchi/villa-favard

“Il parco circonda la storica villa attualmente sede del conservatorio Luigi Cherubini e offre la possibilità di piacevoli soste all’ombra dei maestosi alberi presenti. Questi, di specie diverse, sono non solo conseguenza delle più recenti piantumazioni ma anche memoria del collezionismo botanico tipico della seconda metà dell’Ottocento, matrice riscontrabile anche nel Parco del Museo Stibbert.
Tra questi alberi, uno spicca per importanza: il maestoso Cedro del Libano (Cedrus libani), albero monumentale inserito tra i monumenti di alto pregio naturalistico e storico dalla LRT 60/1998, che si contraddistingue per la sua altezza di circa 24 m e una circonferenza di circa 5,80 m.

Posto su un terreno sostanzialmente pianeggiante, il parco è impostato sullo schema del “giardino extraurbano” tipico delle ville fiorentine, con successivo adeguamento secondo la tipologia del parco all’inglese. Il segno evidente della stratificazione compositiva si ritrova nei percorsi principali: i due viali rettilinei tra loro perpendicolari e incentrati sulla villa sono figli dello schema originario, mentre il terzo viale ad andamento curvilineo è figlio della matrice romantica.
Lungo questi percorsi sono stati inseriti panchine tavolipercorso vitafontanello, area cani e area giochi, quest’ultima posta in prossimità della cappella gentilizia progettata dall’architetto Giuseppe Poggi.

Nel Medioevo, l’attuale parco era la corte recintata di pertinenza di una fattoria fortificata di proprietà della famiglia Cerchi.”

Occhi di lago

Sole di fine estate – di Anna Meli

            Occhi di giovane donna, azzurri come un lago alpino, calmi in attesa di una vita piena e serena. Comunicavano amore, gioia, progetti, sogni, speranze. Ti carezzavano dolcemente, nascosti fra lunghe ciglia brune, per dirti la loro felicita, la loro voglia di vivere.

            Poi, un giorno….un destino infame ti chiuse gli occhi. Uno schianto nel silenzio sul finir di una sera dorata. Negli occhi di lago, ormai spenti, rimase presente l’amore, la gioia, i sogni, un saluto…e tutto finì nel tramonto di un sole di fine estate.

Gli occhi miei

Lampi – di Luca Di Volo

Occhi, occhi, occhi,

mille ti trapassano,

sopra lembi di stoffa

timidi, smarriti,

belli, provocanti,

tutti lucidi, lampeggiano,

un solo codice

un messaggio che ferisce:

sorpresa, si scopre

che a poco valgono

i sorrisi, i bei volti,

affascinanti, se gli occhi, loro

loro non si accordano

all’aspetto che forse

può ingannare, ma loro,

loro non mentono mai.

Occhi azzurri, occhi neri,

occhi gialli, occhi marrone

e tante anime si affollano

per amare, pregare,

di dolore parlano

e di gioia e di malizia astuta

ma tutti mi feriscono

umano tra gli umani,

ma i miei, gli occhi miei

forse non li conosco.

Talento per vivere

Vivere e sopravvivere: ci vuole talento – di Simone Bellini

Il talento ce l’abbiamo tutti: basta scoprire qual è.

Per la serie “Parole (rin)Corse” curata da Simone Bellini il suo testo “Vivere e sopravvivere: ci vuole talento” raccontata in taxi tra una corsa e l’altra:

Parole (r)inCorse

           VIVERE E SOPRAVVIVERE: CI VUOLE TALENTO

di Simone Bellini

Il talento signora mia,è il talento che ognuno di noi ha più o meno nascosto e che magari ancora dobbiamo trovare, quel talento che t’ inonda la vita e ne dà il senso inseguendo la felicità, perchè è la felicità il premio più bello. Non è facile, non è semplice agguantare la felicità, ti può scivolare dalle mani anche quando l’hai raggiunta. Ti ci devi aggrappare convinto della tua forza, ti porterà lontano, facendoti scoprire modi e  mondi nuovi, solo allora potrai dire; – SI, STO’ VIVENDO LA MIA VITA,… la MIA vita !

Ma se non ci credi, se non la insegui, se la lasci sfuggire dalle tue mani anche quando l’ hai raggiunta, allora la felicità perduta diventa un tormento, un rimorso logorante, continuo.

Ti rassegnerai,ti accontenterai di sopravvivere, spossato dalla delusione, perché è inutile avere talento se il problema sei tu !

Anche nella sopravvivenza ci può essere il germoglio della felicità. Nasce dalle cose semplici, apparentemente inutili, banali ma sorprendenti se li sai apprezzare, perché hanno soltanto bisogno di un sincero emozionato sorriso.

Quello che gli occhi dicono

Silenzio di parole – di Stefania Bonanni

Silenzio, per parlare

Silenzio, per far posto, ed ascoltare

Silenzio di parole

per far parlare il sangue

per sentire se si ferma il cuore

Silenzio, per parlare a bocca chiusa,

per sentire chi non parla

per ascoltare chi non sente

Silenzio, per lasciare un rigo bianco,

ed andare a capo.

Ed andare a capo, ancora e ancora,

fino a che non ci sia bisogno di parlare,

fino a che si conosca già  quello che dicono gli occhi,

quello che è dentro al cuore,

quello che misurano i passi,

quello che stringono le mani.

Allora, solo allora, si è fatto silenzio.

Occhi grandi

Occhi grandi – di Carla Faggi

Gli occhi dolci di mia madre, grandi, da bambina. Occhi che mi accoglievano sempre con affetto ed io magari distratta dalle mille scintille della vita me ne accorgevo appena.

Gli occhi intelligenti di mia madre. Scuri con quelle luci penetranti ed intermittenti che ti trasmettevano le mille idee che prima di arrivare alla mente passano dagli occhi.

Di quella arguzia, anche se a volte distratta me ne accorgevo sempre. Forse perchè ne ero un po’ invidiosa.

Mio padre, poco espansivo mi abbracciava poco, a quei tempi non usava, anche a parole poco manifestava il suo affetto. Anche quello non usava.

Mi accorgevo di quanto mi amasse dal suo sguardo e da quel mezzo sorriso che nascondeva ma trapelava.

I suoi occhi dicevano tutto, affetto, stima, protezione.

Peccato che allora non me ne accorgessi, poi con il passare degli anni, da adulta ho capito.

Ora che non c’è più ci ripenso e capisco ancora di più.

Occhi gialli

Vivere e sopravvivere – di Carla Faggi

La lucertola del mio giardino si gode il sole, chissà che pensa, immagino stia pensando che la vita è bella, che sta vivendo in un mondo giusto, fatto di odori, silenzi, fruscii della natura, calore del sole.

Ah! Questo si che è VIVERE! Vivo bene…come…un POLPO nel mare!

Poi di colpo si scuote, alza la testa e ascolta.

Eccolo è lui, Gigi il gatto!

Inizia a correre, inizia la sua corsa per SOPRAVVIVERE.

Cerca di nascondersi sotto una mattonella, non ci riesce.

Gigi corre più forte di lei. Quasi la prende, ma ce la fa a sguizzare via dai suoi artigli.

Ha il fiatone, mi verrà un infarto, pensa spaventata ma corre ancora più forte, vuole sopravvivere a tutti i costi.

Non per ritornare alla vecchia vita fatta di quiete. Ma perche si!e basta!

Trova un anfratto nel muro, ci si ficca.

Gigi arraspa, cerca di scalzarla.

Lei ansimando vede solo due grandi OCCHI gialli. Gialli e neri e ci vede l’abisso.

Ma si rallegra e si prende un po’ di PAUSA.

Pensa, perchè si pensa sempre nelle pause, che a volte basta poco per sopravvivere, anche solo una piccola crepa nel muro!

Occhi marroni

Occhi marroni – di Carla Faggi

Ora è il momento dell’immaginazione.

Il neo sulla fronte sarà sempre sicuramente esotico e mistico.

I capelli più lunghi, ma la lunghezza caotica fa più sexy.

Le collane saranno più timide, immagino.

Il sorriso sarà sempre buono, forse un po’ più triste.

Gli occhi, ecco, me li immagino fragili, un po’ impauriti, occhi che vogliono darsi un senso e che vogliono darci un senso, ma che chiedono anche aiuto  cercano anche da noi matite un senso per tutto quello che sta succedendo.

Occhi grandi, occhi buoni, occhi marroni, almeno io li ricordo così. Marrone, il colore che raccoglie il rosso, il giallo ed il blu. Che ricorda il calore caldo della terra, del corpo. Il profumo del caffè e la libidine del cioccolato. Occhi marroni!

Vivere e sopravvivere

Cinque calle bianche – di Laura Galgani

Vivere, sopravvivere. Poi vivere di nuovo.

Scegliere di prendersi una pausa, rinunciare a vivere perché si ha bisogno di sopravvivere.

Tutto è possibile, la scelta è soggettiva, interiore, profonda.     

Ho dovuto chiedermi cos’è per me vivere. E se ammetto di sopravvivere, a volte.

Vivere è con amore, sopravvivere è in apnea.

Sopravvivo quando sospendo le emozioni e le congelo.

Quando sono così stanca che nel fare le cose non ci sono, mi muovo in maniera automatica ed eseguo dei compiti senza lasciare le impronte.

Quando succede mi viene da piangere, perché sono così lontana da me che ho paura di crollare e sparire.

Sopravvivo quando mi faccio il caffè la mattina e non mi fermo a respirare il profumo della polvere prima di richiudere il barattolo.

Sopravvivo quando esco sul mio piccolo terrazzo ad annaffiare i fiori e non mi chino ad annusare una rosa o a cercare un germoglio del gelsomino.

Sopravvivo quando pedalo per andare al lavoro e mi dimentico di alzare la testa per guardare il cielo e chiedermi se le rondini sono già arrivate.

Sopravvivo quando in ufficio l’ennesima persona della giornata mi fa una domanda alla quale ho già risposto mille volte e non ascolto il suono della sua voce né quello della mia mentre dico quel che è giusto che dica.

Sopravvivo se cucino qualcosa e non mangio con gli occhi e con il naso prima che con la bocca.

Sopravvivere, vivere sopra. Vivere sopra ciò che è senza esserci dentro.

Ho davanti a me la foto di cinque calle bianche. E’ solo un’immagine ma posso entrarci dentro e vedere che quella di sinistra si protende verso la luce, che rende il candore del bianco quasi abbagliante. Posso indovinare la profondità del suo calice e sentire sotto i polpastrelli la morbidezza della sua carne vellutata. Sfioro lo spàdice – la colonnetta centrale che sembra un piccolo obelisco – e sento fra le dita la polverina gialla che vi rimane attaccata. E’ granulosa, spessa, morbida. Non profuma. Accarezzo il bordo del calice; è sottile, si ripiega su sé stesso con eleganza per formare, verso il basso, un delicatissimo intreccio con l’estremità opposta del calice stesso. Lo stelo verde, rigido, dritto, sostiene quella coppa bianca con sicurezza e determinazione.

Abbraccio con lo sguardo i cinque fiori e li ringrazio. Li porto con me, li lascio scendere e in silenzio li respiro. Me ne nutro, li faccio cibo. Ora sono miei, fanno parte di me. Li ho vissuti.

Decimo incontro virtuale: il sorriso negli occhi

Le mascherine di questi giorni rendono protagonisti i nostri occhi:

da Un teatro per Clara

La scintilla di oggi è sull’aver perduto, almeno in pubblico, un tipo di comunicazione completa, fatta di parole, ma anche e forse soprattutto di atteggiamenti, di sguardi, di pause, di intonazioni, di gesti.

Potevamo comunicare con tutto il corpo, con tutti i sensi, potevamo parlare, ma anche gesticolare, accarezzare, toccare, abbracciare.

Adesso le nostre facce mortificate contano solo sugli occhi.

Restano escluse, e nessuno ne parla, le categorie più deboli: i ciechi, i sordi, per esempio. Qualche buontempone ha inventato le mascherine trasparenti sulla bocca “per i sordi”, rivelando quanto le soluzioni più importanti siano generalmente affidate all’improvvisazione di chi i settori proprio non li conosce. Chi offre rimedi dimostra di non conoscere il problema, eppure si vanta di essere stato geniale! Un sordo senza gestualità, senza espressione è fuori dalla comunicazione in questa emergenza!

Un cieco che non può toccare il viso delle persone per conoscerle o gli oggetti che gli stanno intorno è escluso. Anni di lavoro per l’inclusione e l’accoglienza dissipati nel nulla senza commenti!

Questa scintilla di oggi è dedicata allo sguardo: quanto possiamo dire con gli occhi, con queste due finestre che ci portiamo sul viso? quanto possono nascondere e quanto possono rivelare?

Cosa dicono gli occhi chi abbiamo vicino?

Cosa vorremmo che ci dicessero?

Perle

Perle di Rossella Gallori

Mi sentivo pazza

non meno pazza del solito.

La testa rincorreva vecchie idee

scintille  luminose  giocavano con sogni stropicciati.

Ero in bilico, facile cadere

difficile rialzarsi, senza solidi appoggi.

Una pioggia di perle, cadute da un cielo avorio

investì il mio corpo, piume rotonde e lucide mi accarezzarono.

Tu eri lì seduto in disparte, il sorriso appena accennato, la totale assenza di profumo.

Ti avvolgeva un domino di velluto pesante e funesto

canuttiglia dorata ondeggiava ad ogni tuo respiro.

Io immersa nel mio sogno perlaceo scrivevo poesie

su immense conchiglie, che parlavano di vita.

Ci vorrebbe una pausa

PAUSA – di Sandra Conticini

Questo 2020 bisestile se ne sta davvero approfittando, il detto “anno bisesto anno funesto” casca proprio a pennello. E’ arrivato questo virus  che fino a tre mesi  fa era  sconosciuto e ha messo il mondo in ginocchio. Quante volte abbiamo detto: -Ci vorrebbe una pausa -, ora la pausa è arrivata, ma così nessuno se l’aspettava. E’ una pausa troppo lunga e forzata, la volevamo scegliere noi, come e quando  ci piaceva. Questo è l’imprevisto che non dovrebbe mai arrivare.

Spesso  avrei voluto prendere una pausa, ma non ce l’ho fatta perché la mente  cammina, mi ha ricordato che non me lo potevo permettere, facendomi venire i sensi di colpa e,  con grande dispiacere, ho rinunciato. Ricordo quando al lavoro raggiunsi un traguardo che mi ero prefissato, mi ero ripromessa di fare una pausa ma, in questa vita frenetica,  non ho trovato il tempo per premiarmi perché pensavo già al dopo.

Più volte mi sono pentita di essermi persa dei momenti importanti, perché  prendersi la pausa per guardare il cielo, un fiore, bere qualcosa insieme ad amici, ti fa riflettere, pensare e sicuramente ti lascia qualcosa di bello e stimolante.                 

Eternità

Eternità – di Luca Di Volo

Amore, disse lei

Amore, dissi io

E ci zittimmo attoniti, in attesa

Di non so quale fulmine dal cielo

Ma non venne, invece ci travolse

E ci inondò la gioia,

Quasi troppa per miseri mortali.

E come quando in primavera,

Irresistibile per l’ape

Diventa il fiore variopinto,

Così le mani inconsapevoli,

Si sfiorarono. E d’improvviso,

davanti al mistero svelato

l’eternità ci colse.