Indaco come l’azzurrite

Indaco aziendale – di Luca Di Volo

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Quella mattina Lucio Davoli, nel suo ufficio, stava leggendo il quotidiano della sua città. Si godeva sempre quello scorcio di tranquillità mattutino prima che segretarie, sindacati, riunioni, progetti…tutte cose create per infliggergli le più acute sofferenze, cominciassero la loro  ronda giornaliera .

L’aveva colpito un articolo, in terza pagina, sorprendente  e un po’ insolito. Si intitolava ”L’indaco, questo colore sconosciuto”. Cominciò a leggere,  curioso per come il titolo trattava quel bell’azzurro che invece era ben noto in natura e nella pittura…e una delle sfumature più affascinanti dell’arcobaleno.

Leggendo però, il punto di vista dell’autore, uno sconosciuto studioso di arte, gli fu chiaro.

Raccontava che, per secoli l’azzurrite, di colore indaco, nella pittura, era stato il fratello minore del più nobile lapislazzulo…. una specie di “blu de noantri”, più economico e meno fulgido. L’autore proseguiva dicendo che invece, se ben usato, anche il modesto indaco, fatto con materiali più nostrali ed economici, poteva sortire effetti sorprendenti, che nulla avevano da invidiare a quelli ottenuti dal suo più nobile fratello…. e citava vari capolavori, soprattutto di artisti toscani che, costretti dalla tirchieria dei committenti, erano tuttavia riusciti ad ottenere prestazioni affascinanti da questo colore così trascurato…

Fu distratto dal telefono: ”Ciao Lucio, sono Vittorio…”. Vittorio Ducetti, uno dei più noti perdigiorno della Direzione, sempre perso in progetti più o meno pazzoidi, che regolarmente erano inattuabili, però una persona colta e sensibile. . e poi, era un amico. .

“Dimmi Vittorio…”. Piccolo silenzio…poi ”Senti Lucio, da quant’è che non parli con qualcuno della Direzione. . ?!”

Davoli sentì un lieve brivido al collo. . in effetti aveva messo il dito sulla piaga. . era proprio quello che lo assillava in quei giorni. . lo strano e insolito silenzio della Direzione Aziendale.

“Beh. . in effetti sono parecchi giorni…”

“Lucio, lo sai meglio di me…questi silenzi assordanti non significano mai nulla di buono…. ”.

Lucio Davoli si irrigidì…che diavolo voleva dire . . era sempre stato criptico. . ma ora….

“Vittorio. . se sai qualcosa dimmelo subito…non fare  scherzi …”

“No no. . io non so nulla . . vedo solo una certa agitazione. . ”

Bugiardo. . sapeva eccome, Lucio ne era più che sicuro. .

Chiuse la conversazione con un grave senso di oppressione al petto…. Sentiva la realtà come restringersi intorno imprigionandolo come una specie di  una catena impalpabile…

E gli venne in mente quando, qualche tempo prima, alla fine di una esasperante riunione sindacale, uno dei più ignobili partecipanti, un sindacalista che tale era solo di nome, dato che aveva fondato una sigla con solo sé stesso, gli aveva detto: ”Ingegnere, non si rallegri, verranno anche per lei tempi brutti…”. Era un mentecatto, ma Lucio ogni tanto ci rabbrividiva sopra…

Sentì il bisogno di rassicurazione. . telefonò ad un collega che sapeva essere grande intrallazzatore. . lui qualcosa doveva saperla…

Fu servito a dovere…”Ah. . non lo sai. . ? Come mai non ti sei interessato…?” …Ora era anche colpa sua….

“ E io dove vado a finire?” Più che una domanda era un grido d’angoscia. .

“Sarai responsabile dei magazzini…. ”

Dunque questo era il suo futuro. . un magazziniere di lusso….

Uscì…insomma. . gli avevano or ora detto che aveva perso il posto…Tutto gli sembrava così irreale….

Alzò gli occhi in alto, fu avvolto dal meraviglioso indaco del cielo: nitido,  brillante, senza neanche una nuvola che ne offuscasse lo splendore.

E quella magnificenza lo avvolse. . e lui fu trasportato in un iperuranio dove i miserabili intrighi, la colossale Direzione  e l’Azienda non furono che pigmei trascurabili.

E meno male che l’indaco era l’azzurro dei poveri…..

Viaggio astrale nell’Indaco

Viaggio nell’INDACO – di Laura Galgani

Foto di Pexels da Pixabay

Mi distendo senza pensarci due volte: il prato è fresco, coperto di fiori di ogni colore. La terra è dura, sotto, nasconde tesori. Non ho paura, come credevo prima di farlo. Non penso più che rettili pericolosi potrebbero minacciare questa esperienza. Mi sento accolta, come in un rifugio che si è proposto solo per me.

Lascio che qualche fiore mi solletichi il viso, distendo i capelli e li accomodo, così da non avvertire alcuna tensione. Faccio un respiro profondo e alzo lo sguardo proprio in verticale, sopra di me. L’ora è tarda, il giorno si sta spegnendo. Sopra di me l’azzurro chiaro dell’estate si carica di toni accesi, una goccia di rosso tramonto si mescola al blu e il cielo vira all’indaco. Nemmeno una nube ad interrompere il colore. Alla mia destra avverto la presenza di montagne importanti. Le ho guardate per giorni, assaporate, bevute, invocate. Le ho pregate di rimanere per sempre con me. Ora non le vedo, ma so che ci sono e mi osservano attente.

L’indaco del cielo mi attrae, ha un potere magnetico su di me. Mi ascolto, mi chiedo come sto, cosa sento. Sto bene, il mio respiro è calmo, regolare. Mi sento esattamente dove sono e per un attimo ho la percezione netta della mia posizione nell’universo. Ho la consapevolezza di essere un minuscolo corpo posato su un punto infinitesimale di una sfera che ruota su sé stessa ad una velocità enorme. Ho la sensazione precisa della rotondità della superficie su cui mi trovo, solo in apparenza piatta. Potrei facilmente cadere giù da questo punto microscopico che mi sorregge e fluttuare, vagare, perdermi nel sistema solare. E’ una sensazione bellissima, mi riempie di stupore. Percepisco la vastità dello spazio che mi sovrasta, gli occhi puntati verso l’indaco che mi chiama, mi vuole. E allora mi lascio andare. Mi libero del mio corpo, mi sento leggera, respiro dolcemente e mi lascio attrarre dal colore che mi avvolge, facendosi sempre più intenso. E’ una vibrazione forte quella che mi arriva dall’indaco e tutto il mio essere vi si accorda, si adegua, come una corda di violino al “la” del diapason. Aumenta, mi ha presa. Mi porta sempre più in alto, sempre oltre. La Terra è ormai sotto di me, lontana. Vedo i pianeti del sistema solare scorrermi accanto. Il Sole brilla ma non brucia, mi inonda di luce e d’oro. La vibrazione non mi lascia, mi porta ancora oltre. Vedo tutta la Via Lattea, lo scintillio di miriadi di stelle, la Nebulosa di Antares, Andromeda … la vibrazione si trasforma, si fa quasi canto, ma senza una melodia precisa. E’ un suono oltre l’umano, non proviene da una voce, è intrinseco allo spazio. Sono consapevole di me, so di essere qui per cercare qualcosa. Desidero con amore la luce, la invoco, la cerco. Non mi delude, mi si dona. Mi appaga.

E’ solo un attimo, lo so, non posso rimanere a lungo, ancora. Non sono pronta, non è il momento.

Il viaggio a ritroso è più rapido dell’ascesa, la vibrazione mi avvolge e come tendendo un filo mi mostra la via per tornare a casa. Navigo sicura fra gli astri e presto vedo la Terra. Il nostro Pianeta Blu, con tante sfumature indaco. Ecco il continente africano, enorme, caldo. E l’Europa, che la sfiora a Gibilterra. Le Alpi fanno da corona alla nostra penisola, mi sposto a est, so bene come ritrovare la mia destinazione. Le Dolomiti mi salutano coi toni accesi del tramonto. Ecco il Sasso Lungo e il Sasso Piatto, ecco l’Alpe di Siusi. Il mio corpo è ancora là, su quel prato fiorito. Su quel minuscolo puntino che lo sorregge, non lo fa cadere giù. Prendo un bel respiro e accolgo quella parte di me che è stata in viaggio. Bentornata, anima mia.        

Che colore sarebbe indaco?

Chi cerca trova – di Simone Bellini

Indaco, indaco …. o che colore è indaco,dove si trova in natura?

Mah ! Ora lo domando a quel contadino.

  • Scusi l’ indaco dove lo trovo?-
  • In Comune! Dove vole che sia,ma unno so se ce lo trova,gl’è sempre a giro!-
  • Ma chi ?-
  • Il sindaco!-
  • Il sindaco ?-
  • In comune …….. non sempre però … anzi quasi mai !-
  • INDACO !…… IN .. DA .. CO !!-
  • E va bbene gliel’ indico. Allora guardi, la prende la seconda a sinistra dopo il semafero, poi la va tutto a dritto e la ci schianta sopra !!! La vedrà che la un si sbaglia !
  • MA NOOOOOO …..L’ INDACOOOO !!!!!-
  • Ohooo la un si scardi tanto, perché io son bono e tranquillo e le cose gl’e l’ho dette perbenino, ma se mi salta la mosca al naso e ti do uno stonfo ti fo un occhio viola quasi blu –
  • INDACOOOOOO !!!! –
  • Bravo proprio quello !!! –  SPAAM !!!
  • Ohioi, eccolo, l’indaco l’ho trovato! Ohioi !! Vado subito a vedermi allo specchio !! Ohioi !!! GRAZIE, GRAZIE !!!!

Indaco che sfuma in viola

Lacca di Solferino – di Rossella Gallori

“Fummo quello che non si racconta, né si ammette, ma che mai si dimentica”

Come era arrivata li, quasi non lo ricordava, si era ritrovata in una piazzetta, di un posto un po’ qualunque affacciato  su un qualcos’altro.

Posteggiare male scendere di corsa, sbattere lo sportello erano stati i suoi ultimi gesti con un senso compiuto.

Si era avviata su per la salita mentre cominciava a piovere, una pioggerellina stupida che  a malapena la bagnava, una grossa nuvola color glicine le apparve come un fenicottero mutilato indicandole un posto poco lontano…

Le apparve così San Quirico, tra profumo d’erba tagliata e silenzio accogliente.

Gli scalini un po’ scivolosi la fecero traballare si appoggiò al nulla ma non cadde, entrò in punta di piedi, per non disturbare, avvertiva gente, nel deserto assoluto, alzò gli occhi verso quel Cristo, incombente, non fu generosa, nemmeno un segno di rispetto per quel Dio morto da uomo.

Si sedette nella prima panca, stanca nell’ anima, ma rassicurata dai colori caldi, da stemma famigliari, di persone che non c’erano….si mosse leggermente quella seta violacea, forse una mano la tratteneva dall’interno, il cuore cambiò ritmo ma non si spaventò, si alzò lentamente e si inginocchiò in quel confessionale, che le parve un caldo rifugio, una soluzione per l’ anima…forse…Un leggero respiro le confermò la presenza del sacerdote…iniziò un farfugliante atto di dolore, che non ricordava ed iniziò a parlare…parlare, tra le lacrime, no non cercò pietà , non voleva nemmeno essere assolta o  perdonata, le bastava solo una carezza dall’alto per  continuare a vivere con meno coltelli nella schiena…

Una porta sbatteva, ma da quanto era lì? Ed il prete, perché non aveva parlato?

Solo la seta color lacca di Solferino sembrava viva in quella solitudine, svolazzando aveva rilevato il nulla….Non c’era nessuno e forse non c’era mai stato…

 Non voltò le spalle a quel Gesù  affumicato, indietreggiò ed uscì, sul sagrato un uomo le sorrise e non era un sacerdote: torni quando vuole, buona serata….

Riprese la strada del ritorno, il cielo aveva perso la sua cupezza, il fenicottero  aveva, ora lunghe zampe ed instancabile correva , correva… facendo cadere piccole piume corallo pallido, sembrava venirle incontro, nascondendosi a tratti tra gli oleandri, riflessi tra le nuvole.

  Cercò di memorizzare il percorso, sì voleva tornare, lo doveva a quella chiesa, a quella seta quasi viola, a quel sorriso che l’ aveva salutata…a se stessa.  No, non aveva ammesso le sue colpe, non aveva  voluto ricordare…ciò che non aveva mai dimenticato…..

Pianta di Indaco:

Passo indietro sull’arancione

Auguri arancioni – di Laura Galgani

Per te è normale: ti presenti a casa mia il 10 ottobre e con delicatezza e semplicità appoggi sul tavolo di cucina bianco latte, di cristallo, un oggetto sfavillante, morbido, elegante e follemente arancione.

Io so già cos’è, ma non voglio togliere a mia figlia il gusto della sorpresa.

Per il mio compleanno, in marzo – che poi è il NOSTRO compleanno – mi facesti ridere con quell’involucro giallo di stoffa sfacciatamente dorata a forma di corona, con i “raggi” proprio come il virus al microscopio: “Sì, è proprio il “Corona”, ma a te porta bene”. E infatti, dentro avevi nascosto ben tre ricche banconote.

Stavolta la “busta” è più sobria, ma raffinata. Quel fiore sulla destra la impreziosisce con semplicità.

Le stoffe, i colori, da sempre il tuo mondo. Per te è normale cercare armonia fra i colori e creare mondi in drappeggi inusuali. Basta che tu abbia per le mani due o tre sciarpe, di quelle sottili, di voile drammaticamente sintetico, che una per una non indosserei mai, tanto sono prevedibili nell’effetto, che in un attimo le prendi, le leghi da una parte, ci fai un nodo morbido che diventa subito un fiore e poi me le avvolgi intorno al collo ed ecco fatto, ho un prato fiorito intorno al viso. Peccato che quando ci riprovo da sola la magia non esca più e le sciarpe tornino ad apparirmi grigie.

Solo dalle tue mani quella bellezza si sprigiona. Come farò quando potrò solo ricordarlo?

Ma ora, ancora, ci sei, e sorprendi mia figlia con quella busta arancione di stoffa morbida. Ho negli occhi quel colore così acceso che in un attimo ci riporta tutte e tre laggiù, in India, dove tutto è cominciato.

Tu, mamma, là, in quella “stanza – magazzino – studio” dell’orfanotrofio, mi hai visto partorire la mia maternità adottiva. Tu, insieme a me, sei stata così felice di vivere con me la nascita di Tushna come figlia. Ti ricordi? La direttrice – la saggia e bella signora Kumar – entrò tenendola per mano, avvolta nel sari giallo e argento che ogni bambina quando è il suo turno indossa il giorno del primo incontro con i genitori adottivi, e semplicemente le disse: “go to your mam” – vai dalla tua mamma – e lei quasi correndo mi salì sulle ginocchia e si accomodò sul mio grembo. Sorrideva. E non mi conosceva neanche. Tu eri lì, mamma, davanti a me, e con me piangevi di gioia.

Ricordo quel momento tutto in arancione, come le pareti della stanza – magazzino – studio, come la divisa delle ragazze che lavoravano all’orfanotrofio, come le mura esterne delle casette dormitorio dove c’era il suo lettino a castello, come la terra del giardino incolto dove andammo a giocare a palla.

Sono passati 16 anni da allora. Il 10 ottobre abbiamo festeggiato il ventesimo compleanno di tua nipote. Il colore arancione della tua busta – biglietto non è un caso, è il colore di un sentimento, di una storia, di un ricordo, di un mondo e delle sue spezie. Del nostro cuore che ne è pieno.

Seconda scintilla: Indaco

Ispirandoci al blu di certe immagini viste a S. Quirico, la scintilla che propongo oggi è INDACO.

Foto di Engin Akyurt da Pixabay

Colore affascinante, parola dal suono evocativo, INDACO è anche un profumo

L’INDACO viene estratto da foglie della pianta dell’indigofera tinctoria, diffusa in tutto il pianeta. Si usa da sempre per tingere i tessuti, ed è affascinante per la particolare profondità del blu che riesce a dare. Una volta fiorita, la pianta viene tagliata e marinata in grandi vasche riempite d’ acqua. L’acqua di macerazione si tinge di blu scuro.

Foto di skeeze da Pixabay

Da Wikipedia: “L’indaco è una sostanza colorante di origine vegetale, già noto in Asia 4000 anni fa: il suo nome deriva infatti dall’India, che ne era il principale produttore. Con lo stesso nome viene identificata anche la sua molecola, derivata dall’indolo...”

E’ un colore dell’ARCOBALENO e si ottiene da CIANO e MAGENTA.

Foto di Lucas Wendt da Pixabay

Nella filosofia New Age si ritiene che favorisca l’apertura del Terzo Occhio, che agevoli il rilassamento e la meditazione, che stimoli l’intuizione e la percezione.

Foto di Aquamarine_song da Pixabay

Lasciamoci invadere da questo colore, lasciamo che la mente si riempia di INDACO e proviamo a fermare parole….

lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

Riflessioni

Non sono nuove “scintille” ma solo aiuti al nostro riflettere.

A S. Quirico a Ruballa, nella sala dove Alberto Casini ci ha accolto (in piena sicurezza) con grande generosità, abbiamo condiviso piccole riflessioni e “storie che fanno bene”, in un pomeriggio che si era aperto piovoso e che poi ci ha permesso di osservare bellezze inaspettate.

Ho chiesto e chiedo al gruppo di pensare ad un colore personale, magari suscitato dalla visione dal vivo dei paesaggi e delle opere che abbiamo osservato insieme in questa occasione.

Ho aggiunto la lettura di alcune frasi che vi propongo anche qui: (da Cromorama, di Riccardo Falcinelli)

“Un’idea del colore è sempre, inevitabilmente, anche un’ideologia, magari anche politica.”

Fummo quello che non si racconta né si ammette, ma che mai si dimentica”

“Niente è assoluto, tutto cambia, tutto si muove, tutto gira, tutto vola e va via

E infine una frase di Frida Kahlo:

Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini”.

(lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com)

Ali arancioni

Ali arancioni – di Simone Bellini

Disegno di Simone Bellini
                                                                                                                                                                                                                 METAMORFOSI

Caldi, avvolgenti raggi di sole, diffondevano una rilassante luce arancione attraverso l’accogliente coperta di seta che l’avvolgeva interamente.
Il tepore che la coccolava rallentava la voglia di svegliarsi da quel sonno profondo, intenso e rigenerante.
Era arrivato il tempo di mettere il capo fuori per godere della nuova giornata.
Uscì pigramente distendendo le membra intorpidite.
Aprì gli occhi sbadigliando, un’altra stiratina e sentì distendersi delle ali nuove, mai avute, di una bellezza inebriante arancioni come la sua felicita?
Un salto e….via ! A scoprire dall’alto, in un batter d’ ali, la bellezza dell’ “ isola che non c’ e’”!

Pianeta arancione

Il pianeta arancione – di Luca Di Volo

Foto di WikiImages da Pixabay

E ancora una volta fu sveglio. Sveglio da un sonno agitato, infestato da incubi e da mille Erinni. Strinse gli occhi, sforzandosi di non pensare a quello che avrebbe visto, quello che da tre settimane, più o meno, gli si presentava davanti. Aprì gli occhi, ma…eccolo lì. . quel muro infinito, grigio e possente. Si stendeva a perdita d’occhio a destra e a sinistra…. . Eppure si curvava, lui lo sapeva dopo aver percorso chilometri e chilometri cercando una via di fuga. Era talmente immenso che i cambiamenti di direzione erano impercettibili e di vie di fuga non ce n’erano. Se si poteva uscire da lì avrebbe dovuto sfruttare altri sistemi…ma non gliene veniva in mente nemmeno uno. .

L’altro lato – si fa per dire – del larghissimo vialone era fatto di piante, fiori, frutti…era stata la prima via d’uscita che aveva tentato, prima di accorgersi che, se possibile, era ancora più impenetrabile dell’immane muraglia.

Che non era proprio ostile, a quanto pareva, dato che a intervalli regolari si apriva una fessura da cui su una specie di mensola compariva una scodella colma di una zuppa dal vago odore di funghi. Il sapore poi era delizioso, come aveva constatato. Insieme ad una brocca di acqua scintillante,  questa era la colazione, il pranzo e la cena, indipendentemente da dove si trovava, in quel labirinto apparentemente sempre uguale. Per lui.

Il tempo passava, se il tempo era un concetto utilizzabile in quell’universo così immutabile. I giorni si alternavano alle notti e quando il sole tramontava quel luogo veniva inondato da una dolce luminescenza aranciata, che si spengeva quando lui era stanco. Ed era allora che compariva la  visione fantastica di un cielo come pochi, ”prima”, avevano avuto la fortuna di poter vedere. E lui era uno di questi fortunati; anzi , proprio mentre stava lavorando al VLT, sul Cerro Paranal, a 5000 metri sulle Ande Peruviane gli era capitato l’”incidente”. Ormai lui lo chiamava così: ”lì “ si era addormentato e” qui” si era svegliato. Punto e basta.

Tanto per ingannare il tempo, aveva cercato di capire almeno “dove” era, se non “quando”, ma questo era molto più difficile. Perciò si era concentrato sulla prima domanda. Alzando gli occhi aveva visto, quasi allo Zenith, la costellazione della Croce del Sud, con a fianco la sua fedele ancella: la stella Alpha del Centauro…che abbagliava per il suo splendore. Quindi quel posto – se era un “posto” – si trovava nell’emisfero Sud. Per la latitudine, ricordandosi che di mestiere faceva l’astronomo, gli era bastato individuare la costellazione dell’Ottante, l’equivalente dell’Orsa Minore per il mondo australe, che conteneva la Stella Polare del Sud, e vederne a occhio l’altezza sull’orizzonte: circa 45 gradi. Quindi era in un punto qualunque a 45 gradi di latitudine Sud. Però bisognava sapere anche la longitudine. . e questo era impossibile…infatti ci rinunciò subito…

La sua attività era camminare…camminare…camminare. . nell’inconfessabile speranza che in fondo una meta, un principio, un termine, in quel labirinto temporale ci fosse.

.

Da tempo ormai i suoi abiti si erano sfarinati, viaggiava nudo…. tanto la temperatura era sempre la stessa e non pioveva mai. .

Quel Labirinto però, costringeva a pensare.

Estraneo ai tormenti del fardello quotidiano, nudo come il suo corpo, il pensiero volava libero, sorpreso e compiaciuto. Proprio come l’aquila che può cogliere visioni proibite agli umani, così anche lui poteva sentire espandersi il respiro, alitandolo come un soffio potente. E il Labirinto pareva incoraggiarlo, coi suoi silenzi e l’assoluto della sua presenza.

Perché ancora lo premeva il chiedersi con angoscia perché. . perché fosse proprio lì…Forse era impazzito. . o forse era pazzo “prima”?!

Non c’erano risposte, solo il dolce frusciare di un venticello e la tenera luce arancione.

Ma . . il Labirinto sembrò rispondergli…e “prima”…”prima”. . in quel mondo tormentato…forse avrebbe saputo rispondere?!

Assolutamente no. Da questo punto di vista i due mondi erano equivalenti. E altre domande non ce n’erano.

E poi si accorse di un fenomeno di cui non si era accorto, perso nel labirinto del suo pensiero….

Il Sole non sorgeva né tramontava…. era sparito. Quindi questo posto era, come dire. . fuori.

La seconda cosa che lo spaventò fu quello che in un primo momento prese per un suo difetto di vista. Sì perché avrebbe giurato che col trascorrere del tempo le stelle. . le stelle. . gli mancavano le parole. . insomma ,  gli pareva che le stelle stessero diradandosi. . Già la Croce del Sud non si vedeva, era a Occidente…e ad Oriente anche  la sua compagna era scomparsa.

Ma la terza cosa che lo fece quasi piangere di gioia, fu la comparsa di un’ombra…lontana lontana…si avvicinava…quando la riconobbe …cadde in ginocchio, gli occhi bagnati dalle prime lacrime versate in quel posto.

Quell’ombra era una donna…. nuda come lui…. in quel mondo assurdo.

Non ci fu bisogno di parole…anche perché scoprirono che “prima” erano di due paesi diversi e parlavano lingue differenti. Ma “lì” si comprendevano a meraviglia. . senza parole.

Anche lei cadde in ginocchio…. era nera, la sua pelle brillava nella luce dolce assumendo strane luminescenze….

Nella notte dormirono accucciati insieme…. li illuminava la loro beatitudine.

Si svegliarono insieme…qualcosa era cambiato.

Il Labirinto…maestoso ed alieno, era sparito.

E loro stavano guardando da una piccola altura un mondo nuovo di zecca.

Un caldo sole arancione benediceva quel primitivo Eden, traendo strani e dolci riflessi dal panorama ricco di piante, ma soprattutto di una miriade di laghetti che riflettevano la luce di quell’affascinante Sole.

Nuovi Adamo ed Eva…si presero per mano e si incamminarono giù per la collina…. Conoscevano la loro missione.

E per la prima e ultima volta il Labirinto parlò: ”Vi dono tutto questo…non rovinatelo come…. ” Sapevano benissimo a chi alludeva. .

Continuarono la discesa verso la tenera vallata, chiedendosi quale fra tutti quei dolci laghetti sarebbe stato il loro Lete.

Arancione asiatico

Arancione asiatico – di Mirella Calvelli

Il rumore del battello ti entrava negli orecchi gracchiando come una vecchia rana. La chiglia quasi piatta smuoveva l’acqua creano una leggera spuma in una marea di fango.
Ai lati correvano imponenti masse di gladioli di un arancio accecante. Spuntavano dal fogliame un gruppetto di ragazzini , che ridendo e ciarlando smuovevano quei fiori di quel colore così intenso.
Molti di loro erano più bassi dei fiori stessi, le loro faccine orientali si intonavo a quella vegetazione imponente. Fiori dei quali ero abituata a vedere recisi, nel loro habitat erano più simili ad alberi, con fusti imponenti e fogliame carnoso.
Una volta raggiunta la sponda, scendemmo da quell’imbarcazione provvisoria, per incamminarci nel sito religioso, punteggiato da pagode e templi.
Il selciato era di un bianco brillante, sembrava la scia di una nave. Non ci rimaneva che seguirla.
Un coda composta di persone con le mani raccolte al seno e con lo sguardo basso scorreva come un grosso serpente colorato, per venire mano mano inghiottita da un edificio ricco di guglie di gesso scintillanti.
Disteso in mezzo all’area un Budda enorme, accecante nella sua pelle bianca e vitrea.
La veste arancio e oro lo copriva interamente, lasciando scoperti solo una spalla e i piedi.
Piedi che raffiguravano il cosmo. Rimasi pietrificata nel vedere una simbologia perfetta fra microcosmo e macrocosmo.
Tutto intorno grosse ciotole di terracotta, dove i devoti ponevano una moneta, recitando ad ogni passo una nenia sempre diversa, con delle punte acute, che lentamente venivano rispedite nel tintinnio della moneta che cadeva nel coccio.
La testa del Budda era rilassata, collassata sull’enorme mano sinistra, anch’essa come i piedi raccoglieva una simbologia all’interno del palmo, poco visibile a causa dell’altezza.
Lo sguardo rilassato sembrava controllare ad uno ad uno i devoti, i turisti e i curiosi, nella sua gigantesca immobilità.
Si entrava da un lato a nord, per uscire a sud e proseguire il percorso verso uno dei templi più imponenti.
Le scale irte, ad ogni scalino il fiato si accorciava e ti portava verso l’alto con uno scatto affannoso.
Il cielo, si era tinto nelle ore della sera del colore delle vesti del Budda, arancio, giallo e oro, per regalarci uno di quei tramonti che rimarranno impressi nella mente e nell’anima.
A fare da specchio la “bianchità” della costruzione, mentre la cornice era di un indaco impressionante.
In fondo avevo percorso tutti quei Km per vedere i colori dell’Asia, in quel periodo quando la stagione estiva (la loro) volge al termine per lasciar spazio ai venti e ai rovesci improvvisi, che riducono le strade a dei rigagnoli melmosi, lavano le piante rendendole ancora più lussureggianti.
La salita era faticosa. Ci reggevamo con forza alla fune laterale. Salivamo lentamente, sferzati dal vento e abbagliati da quel cielo sanguinolento.
Un mantra in lontananza ci cullava nella salita e via via che ci avvicinavamo alla cima un altro rumore come delle vele slegate si sovrapponeva all’altro molto più corretto e preciso.
L’ultimo scalino ci regalò un sospiro di sollievo e una veduta meravigliosa.
A perdere lo sguardo un jungla ingorda che restituiva del suo paesaggio solo le punte dei templi e delle pagode. Il cielo pennellato a tinte forti e approssimative, continuavano a restituire quella luce intensa, abbagliando lo spettacolo delle vesti dei monaci, che imperturbati continuavano il loro mantra verso l’infinito.
Le vesti arancio brillavano e si muovevano in un verso e poi nell’altro seguendo il vento come in un copione definito,per poi scontrarsi le une contro le altre, disordinate, ma sublimi.

Donna arancione

Una donna arancione – di Sandra Conticini

L’arancio è  un colore che mi piace, è allegro, vivo e dà forza, ma per la natura rappresenta il cambiamento. Quando dall’estate si passa all’autunno ecco che tutto si tinge di giallo, rosso e quindi arancione.  Ho notato che alcune donne invecchiando, per coprire i capelli bianchi passano al rosso che comunque tende all’arancio. Anche io ho fatto quel percorso e le prime volte che mi vedevano con quel colore non troppo accettato qualcuno mi diceva che stavo bene , ad altri non piacevo troppo, ma ricordo che un mio amico, con scarso tatto, mi disse: Oh che ti sei fatta anche te il rosso menopausa!!!!

Nonostante l’arancio sia un bel colore acceso, non ho l’abitudine di comprarmi vestiti o accessori di questo colore ma, in salotto, ho una parete di un arancio un po’ rosato e, quando in inverno rientro a casa e mi trovo davanti questa parete illuminata dal sole mi sembra che quel pezzo di muro colorato mi scaldi  il cuore.

Presagio arancione

Presagio arancione – di Anna Meli

            Non avevo riposato bene quella notte e benché avessi cercato di auto convincermi che ciò che dovevo affrontare non era poi cosi grave, perlomeno al momento, mi sentivo a terra.

            Niente colazione. Dopo una doccia veloce, indossati gli abiti di sempre, valigia in mano, si parte destinazione ospedale.

            Aprendo la porta i raggi tiepidi di un sole di fine ottobre colpiscono i miei occhi e mi stupisco di come fuori tutto sia pervaso da una luce arancione quasi magica, dorata e brillante: mi consolo interpretandolo come buon auspicio. Pochi chilometri e sono a destinazione accompagnata da mio marito tristemente premuroso.

            Attraversiamo l’atrio; rumore di voci, volti sconosciuti, camici bianchi. L’ascensore è grigio, stretto e anche lento. Si ferma al terzo piano, l’apertura scorre per farci uscire; ed ecco che mi ritrovo in una sala d’aspetto silenziosa, spaziosa, rilassante dove tutto è arancione, anche le luci soffuse irradiano lo stesso colore.

            Un’infermiera ci fa accomodare dicendomi di aspettare la chiamata, la guardo: anche lei porta una divisa arancione. Mi chiedo se questo sia il colore della calma e della tranquillità. Di lì a poco, nel silenzio sento il mio nome, mi alzo e, dopo un tenero saluto con mio marito, mi incammino.

            Passando vicino alla vetrata lancio un ultimo sguardo al cielo cercando la carezza dei raggi di un sole che mi appare ancora più arancione e radioso di stamattina.

Andrà tutto bene, me lo sento.

Appoggiarsi sull’arancione

Diosperina – di Gabriella Crisafulli

Si era bloccata un’altra volta.

Non camminava: malgrado le creme, le pasticche e le goccioline varie, non riusciva a camminare e il dolore era forte.

Era stata sconsiderata: lo sapeva.

Si era comportata come una donna intera mentre invece adesso, nella sua nuova vita, era a pezzi.

Ma non si fece prendere dalla disperazione: non poteva permetterselo.

Prese l’automobile e a fatica si diresse verso la seduta di fisioterapia.

La gamba le doleva ma riuscì ad arrivare.

Parcheggiò, venne fuori dall’auto e, appoggiandosi alle sue bellissime stampelle arancioni, riuscì a muoversi. In fondo era contenta: a dispetto di quel che le succedeva, ancora se la cavava.

Era in anticipo sull’ora dell’appuntamento così si diresse verso un bar per prendere un cappuccino.

Mentre si avviava verso il bancone vide quegli occhi che venivano fuori dalla mascherina e la riconobbe: si fermò un attimo, la riguardò e fu sicura che era lei ma non era stata riconosciuta.

Gli occhi grigi, rispondendo al suo sguardo, esprimevano un interrogativo.

Si riprese e andò a ordinare il cappuccino: nel frattempo doveva decidere se salutarla o no.

Venivano fuori a grappoli i ricordi di un’amicizia che forse non era stata tale se erano passati quarant’anni in cui non si erano cercate.

L’aveva amata.

Era stata l’amica a chiudere dopo che le aveva inviato una poesia di Pasolini, ma non ne ricordava le parole.

Si innamorava sempre delle persone: sua madre glielo rimproverava in continuazione.

Era un amore fatto di dipendenza.

Decise che le avrebbe rivolto la parola.

Nella sua nuova realtà non c’era più posto per scappare.

Così si avvicinò e disse il nome, un nome non comune: non ci potevano essere equivoci.

Ma l’amica non ricordava.

Si dovette togliere la mascherina per essere riconosciuta.

Si parlarono come due conoscenti abbastanza guardinghe.

Era soddisfatta.

Non si era vergognata di come era, di come appariva.

Nella sua vita era esplosa una bomba e si vedeva.

Tutti i suoi pensieri, sentimenti, idee, sogni, illusioni, speranze, azioni, affetti, … erano stati sbalzati fuori dai loro scaffali ordinati, proiettati ovunque e mescolati in una completa tempesta metereologica. Come prima dell’esplosione c’era tutto ma la fruibilità dei singoli elementi era diventata estremamente complessa se non impossibile.

Si perdeva all’interno di questo.

Portava in sé la dolorosa fragilità di tenere insieme il tutto ma c’erano quelle meravigliose stampelle arancioni che l’aiutavano a sorreggere il peso.

Stava lentamente rimettendo a posto ogni pezzo della sua storia e non provava più imbarazzo, o quasi, di essere quella che era.

Si era confusa solo nel dire in che via era diretta.

Sapeva che sarebbe stata giudicata.

Per capire quell’incontro si affidava alla sua lentezza nel comprendere e attendeva quel che sarebbe venuto, quando fosse venuto.

Nell’immediato non lo sapeva.

Ma era sempre così.

Ma lei era così!

Aveva impiegato anni per rendersi conto perché l’amica ritrovata chiamasse la sua 500 “diosperina”: per molto tempo non le era venuto in mente il colore arancione!

Merenda arancione

Il diospero di zia Emma – di Tina Conti

Foto di HeungSoon da Pixabay

A scuola si andava a piedi, erano inevitabili le fermate ai negozi del paese: dalla Marina per il semellino con la mortadella o la schiacciatina salata, qualche volta il pandiramerino. con i primi di ottobre, io aspettavo con trepidazione le cupole di giuggiole nella bottega di zia Emma, ne ricevevo un bel cartoccio.

Lei spesso era nel retrobottega a preparare le verdure cotte, ma quando la vedevo sulla porta che si riposava guardando passare i bambini chiassosi con i grembiuli neri e bianchi, e il fiocco fresco e croccante al collo mi illuminavo tutta.

 Lei era molto tenera con me, mi chiamava Titta, aveva  avuto due maschi un po’ rustici e poco affettuosi e io bimbetta  la intenerivo. Era contenta di vedermi, faceva due chiacchiere con la mamma e a me regalava un bel diospero maturo.. io ero golosa di quel frutto che  non piaceva a nessuno dei miei fratelli.

 Lo portavo con attenzione nel palmo della mano fino a scuola. Vani erano i tentativi   di mio fratello grande per farmelo cadere a terra. Lo difendevo con tenacia.

Non so proprio come facessi a mangiarlo a scuola, ma vi assicuro che ancora oggi aspetto di vedere sull’albero i primi frutti maturi per gustarne il sapore. Tanta è stata la passione per questo frutto bello e colorato che sono riuscita a trasmetterla ai miei nipoti e anche a qualche alunno della scuola dove ho lavorato.

La cuoca Silvana, mia complice, mi aiutava nel procurarmi i frutti di stagione insoliti e con l’aiuto della dietista scolastica si incoraggiavano i bambini a provare i frutti del nostro territorio.

A novembre  i bei diosperi maturi  venivano serviti con cura e attenzione. Ne proponevo piccoli assaggi scrutando le reazioni e i commenti. I bambini partecipavano con discrezione, erano le famiglie che poi contribuivano all’esperienza, inviando dai giardini di casa cesti di frutti belli e lucenti che maturavano in classe aspettando i curiosi e golosi  assaggiatori.

Soffitto arancione

Soffitto arancione – di Stefania Bonanni

Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

Arancione non è dimensione semplice, non facile da trovare, né da raggiungere. Se fosse  così,  si chiamerebbe arancino. Invece è roba grossa, “arancione”, una somma, il traguardo di una tappa in salita, una miscela di scene di vita che nel ricordo r ispuntano colorate di rosa tenere e amorose, piene di abbracci pronti a non fare cadere. E poi sono diventati ricordi giallini, aspri ma luminosi, appena appena usciti dal verde assoluto, vogliosi di stelle, di sogni, di ginestre dei boschi d’estate. E, quasi senza averne consapevolezza vera, ma più solo trascinati dalla vita, c’è stato un lungo periodo di fiamme, tutto colorato di rosso, di passione, di passioni, di baci da film, bandiere rosse, tutto o nulla, dove le parole erano mai e per sempre, senza tentennamenti, senza colori sbiaditi, puri e convinti di essere monoliti inattaccabili, diamanti splendenti. Poi il rosso è  diventato scuro. E quanto possa essere scuro il rosso lo sa chi lo ha visto c olorarsi  di dolore, di sangue, di paura,  di solitudine, di crolli e perdite. Che poi, ogni volta si continua, ci si mette tutto il cuore rimasto, si stringono forte i denti, e si va avanti. Ma si percepisce il pericolo accanto. E il pericolo vero è  che il rosso, tra la possibilità di stemperarsi in arancione mescolandosi a colori di vita, e quella altrettanto a portata di mano ‘, di perdersi in un nero che a volte puo’ sembrare riposo, e rifugio, e calma’, anziché arancione, diventi marrone, che è sempre un “one”, che è madre terra, ma è pericolosamente vicino a colori che anche mescolandosi ad altri, non hanno possibilità di schiarire.

L’arancione va cercato, si trova a volte sotterrato. La cameretta che dividevo con mia sorella aveva pareti dipinte di giallo, e soffitto arancione, e ci spendeva sempre il sole.  Ho stretto mani tese negli ultimi tempi, radici sotterranee che erano li’ anche quando non le vedevo, che bastava cercare , che sono mani calorose e affettuose di amici creduti persi,  amici che erano ragazzi e vicino ai quali si è  cominciata la vita. Ed è  esploso un gran calore subito, quando ci siamo accorti che l’affetto rimane intatto, che quando ci siamo voluti bene da ragazzi, è per sempre. È quell’affetto il monolite che tradisce il tempo, e che fa rinascere la voglia di colore, anche in autunno, sono sicura, anche in inverno.

Arancione a Parigi

Arancione a Parigi – di Nadia Peruzzi

Foto di Please Don’t sell My Artwork AS IS da Pixabay

Sulla tavola campeggiava un cesto che mandava riflessi aranciati. Quasi una natura morta su cui aveva la meglio la scorza rugosa di una zucca,sulle corazze lucide della corte di diosperi che avevano bisogno di una piccola spinta per maturare del tutto.

Fuori era il grigio ad avere la meglio.

Il cielo era compatto, come una lamina senza la più piccola venatura di azzurro. Quasi un mare capovolto e privo di ogni sua carica benefica ed energizzante.

Tutto il contrario. Quella cappa fiaccava anche gli spiriti più allegri e ben disposti verso la vita.

E non era il suo caso.

Tanto meno in quel giorno. Di fronte aveva solo un porta che si era chiusa definitivamente.

Sentì una morsa stringerle il petto. Cercò conforto nelle vecchie foto e nelle cose di lui.

Sfiorò più volte la giacca che aveva indosso nelle sue ultime ore. Ne aspirò il profumo e pianse.

Pianse, come non aveva mai pianto prima.

La scatola delle foto a cui teneva come un tesoro giaceva sulle sue gambe. Si decise ad aprirla scorrendo alcune foto senza vera convinzione, fino a che non trovò quella che cercava .

Foto di Marta Vezzani

Le note di arancione che stavano incendiando la sua tavola quella mattina l’avevano indirizzata a quella foto e a quel preciso fermo immagine.

Davanti aveva uno scorcio di Parigi. Colorato e vitale malgrado il pallido cielo autunnale stendesse la sua fredda coperta su tutto.

La cupola di Montmartre svettava sui tetti delle case riuscendo a malapena a battere il colore biancastro e compatto del cielo.

Due giovani stavano percorrendo in discesa la strada luccicante per la pioggia recente. Si tengono per mano e parlano fra loro. Sembrano preoccuparsi solo di questo, al resto non danno la minima attenzione.

Non è un problema né la strada resa sdrucciolevole dalla tipica pioggerellina parigina, né quella lastra compatta e grigia del cielo  che incombe sulle loro teste.

Non sembrano accorgersi nemmeno del vero tripudio di colori che l’autunno era in grado di regalare.

Persi, uno negli occhi dell’altra. Il resto non esisteva.

Né la vite americana che bordava le facciate delle case lasciando libere solo le finestre e le porte, con i toni cangianti del suo rosso violaceo fino all’arancione più sfavillante.

Né le fronde degli alberi appena scalfite, ma non ancora dome del tutto, dalla caducità delle foglie.

E’ tutto un gioco di verdi che resistono ancora e si rincorrono con giallo, arancio, ruggine e i primi accenni di marrone.

I letti di foglie al limitare della strada già raccontano di un inverno che sta preparando giorno dopo giorno il suo ingresso in scena .

Loro son troppo presi per badarci.

Sfiorò la foto con una carezza tremula, quasi avesse timore di spezzare quell’incanto e con esso i ricordi che erano tornati ad affastellarsi.

Un tempo lontano. Lontanissimo, anzi.

I suoi studi a Parigi. Il suo incontro con Philippe. Un viaggio iniziato per se stessa che era diventato ben presto un viaggio per due.

Viaggio, che pensiero eccessivo per l’oggi così pieno di dolori e di anni e di una perdita che l’aveva lasciata sfiancata e fiaccata come mai avrebbe potuto immaginare.

Fin troppo spesso e da tempo, il mondo esterno lo scrutava, anzi lo percepiva attraverso la finestra di casa, più che viverlo realmente.

Viaggiava sull’onda dei ricordi.

Si aggrappava a quelli belli, quelli che riaccendevano i sentimenti .

Quella foto, riconobbe, in quel giorno era un vero toccasana. Curava l’anima.

Solo lei era in grado di sapere quanto ne avesse bisogno.

La nostalgia scese come un velo.

Si fece sentire di più ad ogni passaggio della sua mano sulla foto.

Ne trasse conforto. Sentì che il calore di quella scena ravvivava un po’ anche il suo essere.

Rivide ciò che i suoi occhi avevano visto allora.

I ciottoli luccicanti del pavé, la casa della nonna quasi coperta per intero dalla vite americana di un arancione brillante. La porta di ingresso a far contrasto, col suo blu elettrico, quasi spicchio di mare fuori contesto. La nonna Céline dietro alla finestra del salotto che li scrutava attraverso l’obbiettivo della sua macchina fotografica e scattava quella insieme ad altre foto .

La nostalgia si tinse di tristezza, anche se solo per un attimo. Fu la gioia a riprendere il sopravvento e a cullarla.

Rivide le sue guance arrossate per il primo freddo e per l’eccitazione mista ad ansia. Presentava Philippe alla nonna proprio quel giorno.

Sperava così tanto nella sua approvazione.

Lo conosceva da poco tempo, eppure era riuscito a diventare da subito tutto il suo mondo. Sperava davvero che sua nonna lo apprezzasse.

Nel bagliore rosso arancio del camino le sue guance erano diventate tizzoni. Lo specchio che aveva di fronte non mentiva.

Come non mentivano i suoi occhi neri, lucidi e vividi mentre cercavano risposte in quelli di sua nonna.

Bastò un cenno per riempirla di felicità.

Aveva percorso una vita intera quell’amore da ragazzi.

Intenso e solido aveva attraversato bonacce e tempeste e anche i giorni insidiosi del tran tran  e dell’abitudine che avevano minato più di una unione delle sue amiche .

Sembrava avesse tratto forza proprio dalla stagione in cui era nato. Calda, a tinte forti, con l’arancio a farla da padrone in tutte le sue sfumature, a infondere ottimismo e gioia di vivere le proprie emozioni, a rinnovare la passione giorno dopo giorno tenendo a bada i pensieri negativi.

Era durato tutta una vita.

L’addio in una gelida giornata di gennaio. Appena il giorno prima. Definitivo, di quelli che pesano come non mai dopo oltre 60 anni di vita in comune.

L’uomo scarno, pallido e con gli occhi infossati, non era più il suo Philippe .Quello che aveva incontrato in quei giorni infuocati di arancione non c’era più da molto tempo.

Si era spento a poco a poco perdendo lucidità e la vitalità che erano state sue compagne da sempre.

Le sue mani sempre più scheletriche sotto le sue carezze, erano fredde da giorni. Come prive di linfa vitale già prima che la vita le lasciasse del tutto.

Sentì una fitta al cuore.

Philippe se n’era andato senza mai aprire gli occhi nemmeno per un ultimo istante.

Avrebbe voluto tanto mostrargli quella foto nella speranza di veder riaccendersi un guizzo di arancione prima che si spengessero del tutto.

Strinse al cuore la foto, chiuse gli occhi.

La voce di Philippe tornò a risuonare per un momento. Le sembrò un concerto mentre su quella via parigina le parole si mischiavano al parlottio delle foglie degli alberi scosse dal vento .

Anche loro cercavano in ogni modo di sconfiggere la legge della loro caducità inevitabile. Si abbandonò al suono dell’una e delle altre cercando pace.

Marmellata di arance

Marmellata di arance – di Gabriella Crisafulli

Foto di jamstraightuk da Pixabay

La parola arriva mentre sto spalmando la marmellata sul pane e penso che giunge a proposito.

Arancione come il profumo che diffonde e l’aroma che penetra in gola.

Arancione come il sapore spiritoso che abbina il dolce con l’amaro.

Arancione come la buccia.

Ogni anno aspetto dicembre con l’allegria di chi sa che il miracolo si compirà di nuovo: faccio la marmellata d’arance.

La lavoro in casa perché nessuna di quelle in commercio è così buona come la mia.

Ne ho provate tante già confezionate ma poi ritorno alla mia ricetta.

A volte la mattina per colazione cambio confettura per variare ma poi prendo quella di arance.

Quando apro un nuovo vasetto è una festa fatta di odore e colore.

Era la marmellata preferita da mio padre.

Me lo rivedo assorto nel mangiare, in silenzio.

Io lo guardo ma lui non ha nulla da dirmi: chissà cosa pensava.

Non me l’ha mai detto: forse era timido, forse riservato.

Mi domando se riteneva che non fossi idonea a condividere parole con lui vuoi perché ero “piccola”, vuoi perché ero donna e non potevo capire.

Forse me ne stavo lì rigida e ossuta incapace di comunicare incasellata com’ero in un ferreo protocollo familiare.

Fatto sta che nel mio strumentario non ho parole che fanno vibrare quando parlo di lui: i miei pensieri sono congelati.

Rimane la marmellata d’arance e quella lacrima che scendeva dall’occhio destro mentre gli chiedevo perché aveva deciso di andare via.

Abbraccio arancione

Abbraccio arancione – di Carla Faggi

Che bello ritornare a casa, mi stanno aspettando ed io arrivo.

Fuori piove ma la porta è già aperta.

C’è calore ed è accogliente.

Abbraccio e sono abbracciata.

“Mi siete cari” dico.

“ Eppure un tempo mi sono vergognata di voi, della vostra semplicità” penso ma non dico.

Mi viene una strizza allo stomaco per averlo un tempo pensato e oggi ricordato.

Vi abbraccio ancora di più, vorrei piangere.

Guardo fuori dalla finestra, la nostra finestra.

Il grande albero mi guarda, le sue foglie ormai aranciate mi salutano.

Svolazzano, si rincorrono, alcune sono già cadute.

Ma la maggior parte no, sono ancora lì, aggrappate ai rami come volessero restarci a tutti i costi.

Mi ricordano la mia malinconia che non vuole lasciarmi.

Però sono bellissime, sono arancio.

Sorrido, sembrano il nostro grande abbraccio.