L’orto di Tina Conti






L’orto di Tina Conti






Luce arancione – di Cecilia Trinci

Dopo 6 ore di lezione al liceo il primo e più grande desiderio era entrare in cucina, al caldo, trovare la tavola apparecchiata e un piatto caldo ghiotto. Ogni volta ci cascavo in quella speranza e le delusioni erano costanti. Aprivo la porta schiacciata dai libroni (perché non si sa come la cultura ha sempre il suo peso) e trovavo lei appesa a qualche scala, barattoli di vernice che colavano colori e il pennello in mano.
“Ma che ore sono?” diceva sobbalzando, guardandomi con un terrore che subito scatenava il mio.
“Le due” rispondevo affranta
“Oddio!!” e balzava giù dallo scaleo a rischio di fratturarsi tutta, zompando sul fornello irrimediabilmente spento.
“Pasta a burro?”
E come no? Certo! Una bella tristissima pasta a burro, molto ma molto “al dente” per non scollinare alle tre con la tavola apparecchiata.
La cucina calda dei sogni era un frigorifero di finestre spalancate, perché le vernici, specialmente allora, erano pure parecchio tossiche.
“Come è andata?” diceva mascherando i sensi di colpa correndo frettolosa dall’acquaio al fornello, ciancicando fagottini oscuri tolti dal frigo, forse più caldo della stessa cucina dove rassegavo i miei tremiti scolastici confondendoli con quelli climatici.
Un “Bene” laconico copriva ogni sfumatura di pensiero, la via più corta per raggiungere senza troppi danni il pomeriggio, in cui un’amica stufetta mi avrebbe riscaldato le mani sulla versione di latino.
Lei a quel punto sazia delle sue scorribande colorate sulle pareti di casa, un po’ in colpa per l’allergia verso la prodezze alimentari, mi avrebbe fatto compagnia dalla stanza accanto, fingendo di fare la calza. A farmi compagnia era il rumore dei ferri che cadevano, tintinnando, che mi dicevano che c’era, era di là, a pochi passi di distanza e di sicuro mi pensava e si faceva domande che poi si riassumevano in una unica, confusa e ansiosa, appena riemergevo dai vocabolari.
“Come hai dipinto oggi il salotto?” chiedevo allora e lei scopriva i teli e diceva radiosa un colore sempre diverso.
L’ultimo, il più longevo, quello che durò fino alla fine, fu un arancio rovente spalmato a gran pennellate.
“Vedi, la sera, con la luce accesa, vista da fuori, la stanza sembrerà un faro e voi la vedrete da lontano e vi guiderà”.
Infatti, girando in certe sere la curva dietro Via Atto Vannucci, alzando gli occhi in su, la luce era di un faro arancione al secondo piano, almeno quando c’era dentro lei, con il suo finto lavoro a maglia e i ferri che continuavano a cadere.
Poi si è spenta. La luce arancione insieme a lei.
Il paradiso dei cachi – di Gabriella Crisafulli

L’aria era frizzante.
Alle prime luci del mattino i rami rigavano lo sfondo creato dalla pianura nebbiosa.
Si muovevano fra gli alberi alla ricerca del punto migliore dove fermarsi mentre, intorno a loro, i colpi aumentavano con l’avanzare del giorno.
Trovato il posto più adatto, lui si fermò per scrutare il cielo, saggiare il vento e ascoltare i versi poi si rimpiattò dietro ad un folto cespuglio per iniziare l’attesa.
Di tanto in tanto suonava lo “zipito” che lo aiutava nel suo intento.
Lei appoggiò le spalle ad un tronco e cominciò a svegliarsi.
Per arrivare lì si erano alzati due ore prima e, Dio solo sa, quanto le fosse difficile lasciare il sonno così presto.
Si era fatta trasportare fino a quel campo e adesso, mentre cominciava ad esserci con la testa, si guardava intorno e ascoltava gli spari ovattati dalla bruma.
Vide che erano in un frutteto e che ai rami nudi pendevano dei grossi, grassi cachi.
All’improvviso era perfettamente sveglia.
Allungò la mano e ne colse uno che si staccò facilmente.
Non aveva fatto colazione e poi lei ne era golosa.
Lo portò alle labbra.
Lo morse.
Si ritrovò in bocca un succo dolcissimo che avvolgeva quella polpa scivolosa e gelatinosa: gliela riempiva
tutta.
Si rese conto di essere in un paradiso terrestre e che tutto quel ben di Dio era a sua disposizione.
Non si fece domande sul proprietario del campo né sull’opportunità di quel che stava facendo e cominciò a mangiare un diospero dietro l’altro.
Quando lui se ne accorse, cominciò a dirle di smettere, che si sarebbe sentita male: ma lei continuava imperterrita al massimo del godimento.
Non fu la sazietà a fermarla né le esortazioni ma una gragnuola di pallini provenienti dai colpi sparati dai cacciatori sparsi intorno, alla ricerca del tordo perduto.
Dovettero andar via di lì.
Quella fu la prima ed ultima volta che si recarono a caccia insieme.
A lei rimase sempre il rammarico di non aver potuto mangiare più cachi di quelli che aveva fatto fuori.

Il quadro arancio e ocra- di Rossella Gallori

Arrivò trafelato, il Cencetti, non eran giorni per far consegne speciali per di più ingombranti…pioviscolava e la nappina nera del suo copricapo continuava a ciondolargli sul naso infastidendolo…
L’ incarto non era un granchè, conservare la Nazione del 5 novembre era stata una buona idea, carta robusta pagine grandi, non poteva trovar di meglio, il quadro non era nemmeno perfettamente asciutto, una velina si sarebbe appiccicata ai fiori, commettendo un danno irreparabile.
Ci teneva a consegnarlo prima del 6, era felice di averlo finito in tempo, gli sposi lo avrebbero gradito, ne era sicuro, anche se il pittore era “ lui” . Un fanatico che aveva acchiappato la bandiera più vistosa per sentirsi qualcuno.
La sposina lo accolse, fingendo di non vedere il voluminoso pacco, una bimba con le babbucce rifinite di candido cigno, una vestaglia lunga di seta cadmio l’ avvolgeva, pur non coprendola del tutto…i bigodini ancora tiepidi in testa, il tailleur di velluto pavone sul letto, il cappello con la veletta sulla testina di legno….Domani sarebbe stata la signora G, non più la signorina C…
Mario, il Cencetti rimase li impalato, con il cappello tra le mani, sembrava sorreggere un vassoio di paste.
Non la ricordava così bella, così donna… nemmeno diciotto anni e domani si sposa…disse a se stesso.
Giulia sorrise leggendo il pensiero negli occhi del pittore..
È stupendo!!!!gridò, incurante della mamma che le suggeriva di non alzare la voce, bellissimo!!!!, grazie, grazie!!! Sono i miei fiori preferiti, i miei colori, tra il riso ed il pianto cercò di abbracciare quel mazzo di fiori dove il rosso giocava con l’arancio, fondendosi al rosa senza vergogna. Sono i primi ed unici fiori che ricevo, fiori con la cornice dorata…
Appoggiò il quadro tra i regali di nozze, gettò il giornale nella stufa e si alzò sulla punta dei piedi
per baciare quell’ amico del padre, che imbarazzato si schernì: niente, niente, solo un pensiero..
Poi il fez gli sfuggì di mano e calò un silenzio imbarazzante…
Si salutarono in fretta, il Cencetti Mario dimenticò l’indirizzo…la Giulia e tutta la sua famiglia, era suo dovere…altri non lo fecero…
Giulia non si separò mai dal quel quadro, un trionfo di ocra, terra d’ ambra, di arancio…lo guardava spesso ripetendo la solita frase : era novembre, un bellissimo autunno del 38…..
Carezza arancione – di Luca Di Volo

Tra boschi anneriti, nell’oscuro del tempo
impauriti senza meta, in circolo vaghiamo
un labirinto invisibile impalpabile ci stringe
e cela l’ultima meta. Da lungi sentiamo
l’ululato di belve lontane eppur troppo vicine
atterriti invochiamo un raggio d’aurora dolce
con dita di rosa che sveli le ostili pareti del labirinto che ci stringe la gola.
E mossa a pietà una luce s’insinua, carezza per l’anima
Così ora ci appare la nostra piccola stanza
E l’olmo che da lì sempre si vede
E ancora i raggi trionfanti trapassano
S’insinuano fin sotto le coperte
Sorpresa:no, non è rossa la luce dell’alba
Ma d’una carezza arancione ci tinge
E in quel colore riprendo l’ardire
Per la quotidiana tortura della vita
Domani di sicuro, rivedrò quel lampo
E in lui ancora a viver proverò.
Profumo arancione – di Maura Corazzi

C’è in lei desiderio di colore e anche se fa molta attenzione alla flebo, alla bottiglia d’acqua, al triste bicchiere di carta e all’immancabile termometro, sta accadendo l’inimmaginabile. Finalmente lei ha sentito il cuore e la forza di essere libera. Con i capelli lunghi intrecciati, una maglia neppure tanto lunga, scollata e slacciata sulla schiena ha spostato le coperte, si è staccata tutti i fili ed ha iniziato a correre fortemente nei larghissimi corridoi, con la speranza di raggiungere l’uscita di quell’ospedale. Intanto nella sua camera ha iniziato follemente a suonare l’allarme ARANCIONE DI MEDIA ALLERTA.
Mentre tutti cercavano di capire cosa stava succedendo i nudi piedi di lei affondavano in quel gigantesco castagneto… il profumo era Arancione, profumo di vita. Lei intanto si era sdraiata vicino al suo cane Indro, un cane bianco con delle toppe arancioni, stavano lì, con gli occhi rivolti verso le chiome di quei castagni, attendendo che cadesse una foglia striata, fra l’arancio e il giallo.
Intanto una foglia le saltellava su tutto il corpo, non dimenticandosi di farle la riverenza quando si ritrovava davanti ai suoi occhi. Intanto lei se ne sta distesa sperando di trasformarsi in una spugna per rubare al castagneto quel profumo così particolare, inebriante, semplice come una foglia, ma irripetibile. Fresco all’inizio per poi trasformarsi in un caldo coccoloso. Un profumo “arancione” … ogni donna con un po’ di pazzia dovrebbe averlo, o almeno provarlo, una volta in questa vita!
Lei è ancora lì, libera, immersa nell’ARANCIONE!
Ma fu proprio una foglia arancione striata di giallo a riaccompagnarla con la forza del vento alla sua camera, mentre stringeva forte nella mano sinistra il profumo dell’arancione. Ma anche la foglia era un po’ pazzerella e prima volteggiando nell’aria arrivarono ad incontrare il sole che stava indossando un grazioso mantello arancione con in basso dei nastrini rossi. Il sole stava salutando la giornata, ormai finita, specchiandosi interamente nel mare piatto. Ma lei gioiosa come non mai ritrova nel mantello del sole il solito profumo arancione, però questo aveva più carattere, arrivava subito al cuore. E allora dove si trova la sorgente viva di questo pazzesco, pregiato per il cuore e l’anima, profumo arancione?
Tu, tu proprio tu, sai dove si trova?

Avevamo già utilizzato le suggestioni dei colori, limitandoci al rosso, al bianco e al verde (vedi in questo blog). In questo percorso annuale allargheremo gli orizzonti, pensando ai nostri incontri che si svolgeranno di più all’aperto, all’importanza che ha raggiunto la necessità di stare all’esterno dei nostri mondi, per non chiuderci troppo in un periodo di difficoltà sociale che ancora ci assilla.
Cecilia Trinci
L’autunno è arrivato con il suo carico di colori.
Cominciamo dalle suggestioni dell’arancio.
E’ fatto di rosso e di giallo, è il colore delle emozioni, del contatto tra pelle e cervello, delle stagioni di passaggio, di sole e di vento, di tramonto e di alba….

E’ il colore delle arance e della zucca di Cenerentola.

E’ il colore della ruggine e delle carote, del caldo bollente e del tempo che cuoce, che scalda, che abbraccia.

Quali parole abbiniamo all’arancio?
Nella nostra tavolozza di vocaboli ci saranno emozioni, ricordi, sensazioni che l’arancio riscalda?
Parliamone insieme…..e inviate a:
lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com
L’indagine – di Nadia Peruzzi

A volte ci volevano ore prima che parlassero.
Brutti ceffi, giovanotti col vestito buono e lo sguardo cattivo, donne che nei gesti e nelle espressioni trasudavano disagio, male di vivere, assenza di speranza.
A volte arrivavano ai processi senza avergli detto nemmeno una parola, anche se lui alla verità ci era arrivato lo stesso.
Quel giorno era alle prese con un ragazzo. Colto sul fatto poche ore prima.
Sfrontato, gli stava davanti con occhi ancora furenti ma spauriti nel profondo.
Aveva varcato una linea terribile. A lui il compito di cercare motivazioni possibili per un gesto così efferato e compiuto ai danni della sua stessa sorella.
Era sempre difficile seguire i percorsi delle anime in cerca di arrivare a denudare sé stesse, fino ad una sincera e completa confessione.
Aveva ancora a addosso l’odore della morte procurata e cercava con ogni mezzo di giustificare il suo atto.
“Non ci si mette con una zecca così, non è normale, non è naturale. Non si sa nemmeno bene cosa sia quel Ciro. Una ragazza che vuole diventare ragazzo .Un ragazzo a metà. Proprio uno così? Perché? L’avevo avvertito che doveva lasciar perdere mia sorella. Non volevo ucciderla, è stato un incidente.”
Faceva fatica a contenerlo adesso .Era un fiume in piena .Voleva lavarsi la coscienza.
Non erano più sentieri smozzicati ora verso destra, ora a sinistra o trame di uno strano ordito a spirale come un vortice che confondeva e faceva smarrire la via. Il labirinto oscuro in cui quell’anima si era perduta stava ora mostrando una via larga dove non c’era spazio per esitazioni. Puntava diritta verso l’uscita per iniziare a liberare la coscienza.
L’ispettore ascoltava, anche se sembrava pensare ad altro.
In quegli attimi, quando i vermi, il fango, il male del mondo veniva in superficie e si rivelava preferiva quasi ritrarsi per evitare che il buio di anime perse lo travolgesse trascinandolo con sé.
Si aiutava scarabocchiando su un taccuino sgualcito e logorato dagli anni.
Era un modo per cercare di rimanere aggrappato là dove il senso di civiltà aveva la meglio su sentimenti primordiali di vendetta e rancori atavici privi di qualsiasi raziocinio. Il suo modo per evitare l’abisso.
Era un mondo a parte. Quello che avrebbe dovuto essere contro quello che era realmente. Un luogo dove si sentiva al sicuro ,dove l’acqua era placida e chiara e il verminaio non si vedeva.
In quel posto lo sapeva, Ciro avrebbe potuto sentirsi ed essere Ciro, anche se la carta di identità lo scriveva ancora al femminile, avrebbe potuto amare ed essere riamato senza problemi .
Sentiva il ragazzo che continuava a parlare, mentre il collega scriveva il verbale.
Dovette chiudere gli occhi per riprendere il filo.
Rivide la ragazza morta a 20 anni. Rivide lui che colpiva Ciro a terra dopo lo speronamento, fino a mandarlo all’ospedale, mentre sua sorella giaceva morta.
Chiuse il suo quadernetto. Chiamò i colleghi perché lo portassero via. La confessione c’era stata a metà, non aveva smesso di cercare giustificazioni.
Come sempre in quei casi, arrivato a quel punto si sentiva in apnea.
Uscì e camminò per ore nella città deserta. Madre e matrigna al tempo stesso.
Si sentiva sfinito e col peso di tutto il male del mondo su ognuna delle sue ossa.
Non era mai facile liberarsi da quelle sensazioni terribili che a volte avevano la meglio sulla sua stessa lucidità. Fu peggio di sempre quella sera. Forse stava invecchiando e ne aveva viste e sentite troppe, ma l’abitudine no, non ce l’aveva fatta. Non era possibile e non voleva.
Mentre rincasava, dall’unica finestra con la luce accesa nella sua strada, sentì uscire la musica che aveva sempre il potere di calmarlo. Ne aveva proprio bisogno delle Quattro stagioni di Vivaldi col loro inno alla vita che scorre e si rinnova.
La melodia ancora si sentiva quando si affacciò alla sua terrazza per un’ultima occhiata alle stelle e per l’ultimo sorso di aria tiepida che già sapeva di primavera.
La mattina gli regalò uno sguardo meno cupo sul mondo e sugli esseri umani. Si vestì di quello, per tornare a lavoro.
Se fossi una stagione sarei oggi – di Stefania Bonanni

Fossi una stagione sarei oggi. Oggi che avrei potuto restare a letto, stamani. Oggi che non è più estate, che non è ancora inverno, e forse neanche autunno, ancora. Oggi che la primavera è estranea e lontana. Oggi che ancora non è l’autunno bello e colorato dei boschi colorati dal giallo, dal rosso, dai mille verdi e marroni delle foglie travestite da tramonto. Non è ancora l’autunno che dolcemente ti fa scivolare nelle giornate fredde e corte, accompagnandoti con mani grandi, aperte, tranquille di consuetudine e di vita che segue il suo ritmo e ti rassicura con la promessa che verrà l’inverno, e tutto si addormentera’, e tutto sarà solo per ricominciare, poi. Oggi che hai smesso di sudare per cominciare a tremare, e non ti sei accorta del momento in cui è successo. Oggi che per uscire dovresti mettere una maglia, e forse avere con te un giubbotto, o meglio un kway, e di certo anche un ombrello. E allora ti serve uno zaino, che sarà subito pieno. E tu comunque sarai fuori luogo. Perché se ti vesti di piu’ ti farà caldo, se esci con vestiti estivi, avrai freddo. Inadatta e fuori luogo. Non è una novità. Oggi che non sarà come domani. Potrebbe fare caldo ancora, o piovere a dirotto, o solo fare fresco. In ogni caso, non sarà stupefacente. In ogni caso tutto è possibile, consentito, nelle terre di mezzo, negli spazi senza nome. Nei giorni che non si ricorderanno, che non ci troveranno meravigliati da tramonti sul mare, notti stella te, fiori che sbocciano, tenere gemme su giovani rami, ombre lunghe alla fine di giornate interminabili. Giorni qualunque, per gente qualsiasi. Gente che sarà felice di essere accarezzata da mani sempre bollenti, ora che finalmente non si suda più.
La coperta di piquet- di Rossella Gallori

27 Settembre
La coperta di piquet è sempre la stessa “grassoccia” e un po’ sciupata, rifinita con una trina industriale e ben fatta, una coperta coraggiosa, che non ha paura di dimostrare i suoi anni, le sue gioie, i suoi dolori, non ho mai avuto la forza di abbandonarla, io. Lei a volte si è nascosta, ha cambiato pure casa per non farsi trovare…poi è tornata da me, uno strappetto che sembra un sorriso molti fili tirati dai sogni infranti…
Oggi mi ci sono infilata sotto, oggi in un 27 settembre freddo ed umido, dove l’ autunno non ha suonato , nè bussato…ha buttato giù la porta ed è entrato in camera mia, un golf acchiappato al volo…. cavolo ma dove sono i pigiama pesanti?!?
Sotto il peso della mia coperta, di un cotone spesso, quasi tiepido, ho chiuso gli occhi e ti ho sentito accanto a me, ho risentito quella voglia di vivere che avevo, quella che ogni tanto si allontana per ritornare ammaccata ed insistente…ed ingoiando gocce salate ti ho rivisto con il tuo libro tra le mani, mani stupende abbronzate e forti, le gambe lunghe sollevate a mò di leggio, quasi attaccate alle mie, corte e cicciute, E quei libri, che leggevano in silenzio, uniti da un respiro unico, da un battito cardiaco…irregolare, un unico cuore…
Io non sapevo leggere, non l’ ho mai saputo fare nemmeno quando ho imparato, tu, giravi le pagine ed ogni tanto ti interrompevi, controllavi che non fossi scoperta, mi toglievi i capelli dagli occhi, ed a voce alta mi leggevi una frase, una mezza pagina, sperando di vedermi chiudere gli occhi…che restavano sgranati e fissi, volevano non dimenticarti…
Questo capitava spesso agli inizi di autunno, quando il campionario dell’ anno dopo non era ancora pronto e ci prendevamo del tempo per noi, la scuola iniziava il primo di ottobre….tanto poi a me importava poco…io “ sapevo te” e mi sembrava sufficiente.
…questo capitava nei giorni come oggi, in un settembre agli sgoccioli, questo capitava anche il 27 settembre di un ieri così lontano, difficile da spiegare a chi non ama i ricordi, a chi non crede che grossi fili di cotone non abbiano memoria, non conservino amore…noi e la nostra coperta..
Auguri babbo…auguri…Buon compleanno

Stiamo per riprendere le nostre pubblicazioni. Intanto un augurio dall’amico
LUCA DI VOLO
Speranza – di Luca Di Volo
Distese all’ultimo confine
Nere coltri adagiate
Illudono di quiete. Ma subito
Ardente di fiamma fugace
Riluce un raggio
Che incendia il cielo intero
Questa è la speranza
Trapassa nubi di tempesta
Spazza tremendi ostili flutti
Solo un attimo dura
Ma nutre per secoli
La diseredata umanità.
Il labirinto

“Maestro, come faccio ad uscire da questo labirinto? Non vedo via d’uscita…”
“La via d’uscita non è da vedere. E’ da sentire.”
“Come si fa a sentire?”
“Basta restare nel tuo labirinto. Rimani dentro alla tua confusione. Accomodati ben bene proprio al centro del tuo caso e solo dopo aver sentito in ogni angolo del tuo corpo la direzione che ti sta attirando, alzati e prosegui nel tuo cammino.”
“E se non sento questa chiamata? Rischio di rimanere immobile tutta la vita.”
“Quando rimani per tutto il tempo necessario con il tuo disorientamento e rispetti i suoi tempi di azione dentro di te, si dissolvono due demoni: la paura e la fretta di agire. Non riescono a vivere nella stasi, nel vuoto, nell’immobilità dei pensieri. E tu puoi finalmente aprire gli occhi e usare la tua bussola interiore. Che come per magia e con naturalezza ti indica la via da percorrere.”
“E se non ci riesco e mi perdo in questo groviglio di vie da scegliere?”
“Se ti perdi è un’occasione ulteriore per ritrovarsi. Il labirinto è fatto da innumerevoli sentieri diversi. Ma uno solo può portarti all’uscita. Non avere fretta di trovarla questa fine. E’ nel mezzo che si scoprono le più incredibili ricchezze. Esercitandosi sempre di più a sentire qual è la strada da percorrere. Il labirinto è da vivere, non da finire.”
Elena Bernabè
...che ci propone queste meravigiose parole
I giusti – di Jorge Luis Borges

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Ho fatto un sogno – di Rossella Gallori

Ho fatto un sogno…
…la stanza era troppo piccola, ci conteneva malamente, il soffitto sembrava quasi sfiorare le nostre teste, il tavolo lungo e stretto ci costringeva ad una promiscuità imbarazzante, lei, alla mia destra rideva, agitando i lunghi capelli, lui alla mia sinistra, premeva la sua gamba sulla mia, fumandomi negli occhi, conversavano rumorosamente tra di loro ignorando le mie difficoltà, le mie “tante penne” si erano coalizzate contro di me…abbandonando il mio scrivere, confusa e disturbata stentavo a finire il mio compito…gli altri restavano immobili, statue di cera, impotenti ai miei sguardi non sembravano in ansia, eppure il super visore era di la, ci stava aspettando, mi stava aspettando…
Alzavo gli occhi verso il capotavola in cerca di aiuto, nemmeno un sorriso, uno sbatter di ciglia, sembrava non vedermi…
Il testo non era male, forse un po’ sconnesso, sapevo nel mio dentro che il finale sarebbe piaciuto, anche se un senso vero e proprio non ce lo aveva, nemmeno il lettore più volenteroso, ci avrebbe perso del tempo…
Con gli occhi pieni di lacrime aspettavo il mio turno, colpa del fumo, dall’ansia e forse della rabbia per non esser riuscita a liberarmi, della maleducazione dei mie compagni.
Appoggiata al muro scrostato aspettavo rileggendo a bassa voce la fine del mio breve saggio : servirono piccole nuvole su minuscoli piattini di cristallo…. Servirono piccole nuvole su minuscoli piattini di cristallo….
Non fui chiamata, in lontananza qualcuno ancora rideva …delle mie piccole nuvole…..
Poi, poi, mi sono svegliata, gli occhi gonfi…l’odore di tabacco, che non c’era…
Gente come me – di Rossella Gallori

…E Marcello…
Amava i gatti pregiati, a pelo lungo, ma raccattava quelli randagi a due zampe, persone come lui, un po’ sole, viveva di palestra, in palestra, sorrideva sempre, anche quando l’ udito lo aveva un po’ abbandonato e gli occhi vedevano ma non guardavan più, sotto Rayban dalle lenti buie.
Ci siamo conosciuti una vita fa ma se dovessi dire quando, sarei inesatta, ma credo che abbia poca importanza…sicuramente più di 30 anni.
Alla fermata dell’ autobus, del 14…quella “ delle case minime” ormai la chiaman tutti così, ed è inutile dire : rocca tedalda 3 …tanto nessuno capirebbe…
Era li, Marcellino, le spalle da armadio, bicipiti bene in mostra sotto magliette così aderenti da soffocare pure la sua tartaruga, rasato a zero, lucido come una mela….
Gli ho rivolto io, per prima la parola, un po’ perché zitta non ci so stare ed un po’ perché sono attratta dalle persone che gli altri sembrano evitare…ne ho collezionati tanti di personaggi: l’ intagliatore, il polacco, la matta, il dirigente finto, lo spacciatore vero….
Vai in centro? Domando
Si a riprender le gatte, poi le porto in palestra
Vanno in palestra?
Nooooo io !
E giù risate, mi sembrava tanto più giovane di me, forse per come si vestiva, per chi frequentava, senza le gioie, ma senza gli affanni della famiglia, sempre circondato da amici belli, palestrati come lui..
Per un periodo è stato il compagno di una che conoscevo, più grande di lui, forse un po’ tantino, ma chi stabilisce queste cose….li vedevo abbracciati, evitati, lui sembrava sereno, lei felice…
Poi gli anni son passati, lei è volata da qualche PARTE in cielo, lui ha continuato la sua vita, messa a rischio da qualcosa in più che forse non doveva prendere…
Ma per me Marcello resta e resterà sempre l’ amico “ di tram” quello che coniò il soprannome a mia madre, la chiamava “ la Signora” si salutavano dalle piccole finestre, di un ghetto che per loro era come via Tornabuoni, incuranti di chiacchiere, di “ ciane a bischero”
Lo chiamavano big Jim…mastro lindo…per me era Lui e basta…pantaloni Nike, t-shirt ..ed ora quel bastone bianco, di cui non si lagnava. Faccio un po’ di orientamento mi basta poter prendere l’ autobus, andare in palestra ….e sorrideva.
Da poco avevo visto un suo amico, Marce sta bene, te lo saluto!!! un altro e raccatato , ho pensato…
Ieri ho aperto il giornale e non ci ho voluto credere…ho cambiato occhiali: Marcello P. è morto…il maestro dei culturisti, ci ha lasciati, infarto e via…
Stamani ho letto sul giornale altro, compreso la tua età che credevo tanto lontano dalla mia, ci separavano solo 5 anni…
I tuoi compagni di palestra si occuperanno dei funerali… erano la tua famiglia…e da tali si comportano…
Scusa Marce se non vengo, stamani, ti ho suonato il campanello, speravo di trovar qualcuno, ho solo trovato una signora un po’ marocchina che mi ha detto che ti ha soccorso lei, ma l’infarto è stato fulminante, non hai sofferto… ciao Marcellino gigante buono, cuore d’oro…ti aspetto domani alla fermata delle” case minime” la nostra.

“Fermarsi” ~ Chandra Livia Candiani
Fermarsi è una grande arte.
È un’arte umile, è quella di intuire quando siamo stanchi o quando abbiamo bisogno di camminare piano piano verso noi stessi e non più verso qualcosa o qualcun altro.
Fermarsi e ascoltare il battito delle cose, sentire il silenzio, le sue sfumature.
Noi viviamo in un universo che non finisce, che sta tuttora espandendosi e facciamo finta di niente.
Forse fermarsi aiuta un po’ di più ad ammettere che siamo dentro ad una grande… stranezza.
da: “La precisione della poesia”
Semplicemente un fatto… di Rossella Gallori

Amerihhhha (America) vieni le paste si diacciano…
Chissà a che madre è venuto in mente di dare un nome simile ad una bimba, una bimba di periferia, una periferia a caso…nord, sud, est…ovest…
Un posto con un fiume che è un po’ mare, ed un area verde che sembra bosco, con le villette nascoste, con i macchinoni posteggiati bene, dove “ c’ è di tutto” come dappertutto.
La scuole giuste, la gente quasi tutta bella, un barretto che è una tabaccheria, una pasticceria buona ed un paio di localini un po’ spacciosi, che tutti lo sanno, ma nessuno lo dice…
La cronaca era stata ben foraggiata negli anni passati da gente che entrava ed usciva, diciamo che aveva fatto della galera una dependance, dove si erano unite ai banali borseggiamenti, qualche morte seria.
Poi il silenzio totale e per miracolo si parla bene del rione: oh lo sai, li ci sta il magistrato…..quello hai capito chi…..!!!! C’è tornato il professore, ha rimesso la casa dei nonni….!!!hanno aperto un bel locale….si mangia benissimo, c’ è la piscina…..
Ed il regista….l’attore…il geriatra….
Così per anni, facce di tutti i colori, giorni normali….normali come…come ieri che dopo due giorni han trovato un povero Cristo, morto “ per malore” pieno di pugnalate…..in un posto dove tutti sanno anche sei hai un neo in un posto che non si vede; nessuno ha visto e sentito nulla….ed allora comincia la gara: io lo conoscevo però…io nn l’ ho mai visto…eh mah era stato in galera….eh ma lavorava…ma dove…pagava sempre il caffè, ma a chi?
Ed allora diventan tutti delinquenti, tutti spacciatori, tutti assassini…
Filastrocche strane echeggiano sui marciapiedi: si ritorna ai bei tempi…eh ci s’ammazza.
Oppure
Noooooo io non sto lì sto un po’ più in là, non conosco nessuno.
O anche
Eh lo dicevo io che era strano….era un calciante
Come se, dico io, tutti quelli strani andassero accoltellati, chi gioca al “ calcio storico” sia uno spacciatore…come se chi sta sul marciapiede destro è nulla e quelli sul lato sinistro son qualcuno…
Strana la vita, intanto lui è morto e l’ eco rimbalza da un semaforo all’ altro…sieeeee…maccheeee…voci che narrano di un fatto….che non conoscono, semplicemente un fatto…
Margherita sognava – di Anna Meli

Margherita sognava e nel cielo osservava un punto lontano. Cercava una luce, più vivida e chiara, cercava qualcosa che un po’ la guidava nel buio confuso dell’anima sua. Pensò con tremore all’immenso infinito, ai silenzi, ai rumori, alle gioie, ai dolori. Si sentì piccola e sola, ma presa per mano da un qualcosa di arcano.E…volò in quel cielo verso un sogno perduto,verso un punto di luce più chiaro ed amato.

Sogno – di Mimma Caravaggi
Mentre scendevo con Alberto in paese per fare la spesa ci siamo dovuti fermare ad un semaforo e in attesa del verde ho alzato gli occhi in alto dove ho visto un piccione grasottello appollaiato sul filo elettrico, solo soletto e mi sono chiesta a cosa starà pensando? Allo stesso tempo mi sarebbe tanto piaciuto essere al suo posto e dare un’occhiata in giro dall’alto. Che bello sarebbe stato. Che sensazione di libertà da pensieri e libera di volare, volteggiare in lungo, in alto, in largo e poi riappollaiarsi su un filo a riprendere fiato.Nella mia prossima vita (pur non credendoci) vorrei nascere uccello : una bellissima aquila reale. Maestosa, silenziosa, leggera, a scrutare prede per nutrirsi e buttarsi silenziosamente in picchiata per accaparrare il pasto, per se e per i piccoli in attesa nel nido, e tornare a librarsi con tutta la sua potenza e bellezza per ripotare il pasto al nido per poi , seppur con malinconia, lasciarlo nuovamente per procurarsi altro cibo magari allontanandosi un pò di più volteggiando ancora più in alto e in tondo fino a scorgere un ‘altra piccola preda ignara di ciò che le accadrà a breve. Il semaforo diventa verde e noi ripartiamo per la nostra meta che è quella, guarda caso, di procurare cibo per il nostro sostentamento. Nel frattempo ho fatto un piccolo sogno che mi ha portata in alto a librarmi in aria volteggiano felice di quella libertà faticosa ma immensa splendida e beata e che penso varrebbe la pena vivere, Invece ti ritrovi sulla terra, a terra con tutti i tuoi pensieri, le tue paure, le tue angosce ad ammirare silenziosamente le belle cose che ci offre madre natura ma dal basso , molto basso, troppo in basso!