Sogno

Ho fatto un sogno – di Rossella Gallori

Ho fatto un sogno…
…la stanza era troppo piccola, ci conteneva malamente, il soffitto sembrava quasi sfiorare le nostre teste, il tavolo lungo e stretto ci costringeva ad una promiscuità imbarazzante, lei, alla mia destra rideva, agitando i lunghi capelli, lui alla mia sinistra, premeva la sua gamba sulla mia, fumandomi negli occhi, conversavano rumorosamente tra di loro ignorando le mie difficoltà, le mie “tante penne” si erano coalizzate contro di me…abbandonando il mio scrivere, confusa e disturbata stentavo a finire il mio compito…gli altri restavano immobili, statue di cera, impotenti ai miei sguardi non sembravano in ansia, eppure il super visore era di la, ci stava aspettando, mi stava aspettando…
Alzavo gli occhi verso il capotavola in cerca di aiuto, nemmeno un sorriso, uno sbatter di ciglia, sembrava non vedermi…
Il testo non era male, forse un po’ sconnesso, sapevo nel mio dentro che il finale sarebbe piaciuto, anche se un senso vero e proprio non ce lo aveva, nemmeno il lettore più volenteroso, ci avrebbe perso del tempo…
Con gli occhi pieni di lacrime aspettavo il mio turno, colpa del fumo, dall’ansia e forse della rabbia per non esser riuscita a liberarmi, della maleducazione dei mie compagni.
Appoggiata al muro scrostato aspettavo rileggendo a bassa voce la fine del mio breve saggio : servirono piccole nuvole su minuscoli piattini di cristallo…. Servirono piccole nuvole su minuscoli piattini di cristallo….
Non fui chiamata, in lontananza qualcuno ancora rideva …delle mie piccole nuvole…..
Poi, poi, mi sono svegliata, gli occhi gonfi…l’odore di tabacco, che non c’era…

Gente come noi

Gente come me – di Rossella Gallori

…E Marcello…
Amava i gatti pregiati, a pelo lungo, ma raccattava quelli randagi a due zampe, persone come lui, un po’ sole, viveva di palestra, in palestra, sorrideva sempre, anche quando l’ udito lo aveva un po’ abbandonato e gli occhi vedevano ma non guardavan più, sotto Rayban dalle lenti buie.
Ci siamo conosciuti una vita fa ma se dovessi dire quando, sarei inesatta, ma credo che abbia poca importanza…sicuramente più di 30 anni.
Alla fermata dell’ autobus, del 14…quella “ delle case minime” ormai la chiaman tutti così, ed è inutile dire : rocca tedalda 3 …tanto nessuno capirebbe…
Era li, Marcellino, le spalle da armadio, bicipiti bene in mostra sotto magliette così aderenti da soffocare pure la sua tartaruga, rasato a zero, lucido come una mela….
Gli ho rivolto io, per prima la parola, un po’ perché zitta non ci so stare ed un po’ perché sono attratta dalle persone che gli altri sembrano evitare…ne ho collezionati tanti di personaggi: l’ intagliatore, il polacco, la matta, il dirigente finto, lo spacciatore vero….
Vai in centro? Domando
Si a riprender le gatte, poi le porto in palestra
Vanno in palestra?
Nooooo io !
E giù risate, mi sembrava tanto più giovane di me, forse per come si vestiva, per chi frequentava, senza le gioie, ma senza gli affanni della famiglia, sempre circondato da amici belli, palestrati come lui..
Per un periodo è stato il compagno di una che conoscevo, più grande di lui, forse un po’ tantino, ma chi stabilisce queste cose….li vedevo abbracciati, evitati, lui sembrava sereno, lei felice…
Poi gli anni son passati, lei è volata da qualche PARTE in cielo, lui ha continuato la sua vita, messa a rischio da qualcosa in più che forse non doveva prendere…
Ma per me Marcello resta e resterà sempre l’ amico “ di tram” quello che coniò il soprannome a mia madre, la chiamava “ la Signora” si salutavano dalle piccole finestre, di un ghetto che per loro era come via Tornabuoni, incuranti di chiacchiere, di “ ciane a bischero”
Lo chiamavano big Jim…mastro lindo…per me era Lui e basta…pantaloni Nike, t-shirt ..ed ora quel bastone bianco, di cui non si lagnava. Faccio un po’ di orientamento mi basta poter prendere l’ autobus, andare in palestra ….e sorrideva.
Da poco avevo visto un suo amico, Marce sta bene, te lo saluto!!! un altro e raccatato , ho pensato…
Ieri ho aperto il giornale e non ci ho voluto credere…ho cambiato occhiali: Marcello P. è morto…il maestro dei culturisti, ci ha lasciati, infarto e via…
Stamani ho letto sul giornale altro, compreso la tua età che credevo tanto lontano dalla mia, ci separavano solo 5 anni…
I tuoi compagni di palestra si occuperanno dei funerali… erano la tua famiglia…e da tali si comportano…
Scusa Marce se non vengo, stamani, ti ho suonato il campanello, speravo di trovar qualcuno, ho solo trovato una signora un po’ marocchina che mi ha detto che ti ha soccorso lei, ma l’infarto è stato fulminante, non hai sofferto… ciao Marcellino gigante buono, cuore d’oro…ti aspetto domani alla fermata delle” case minime” la nostra.

Un pensiero di Gabriella Crisafulli

“Fermarsi” ~ Chandra Livia Candiani

Fermarsi è una grande arte.
È un’arte umile, è quella di intuire quando siamo stanchi o quando abbiamo bisogno di camminare piano piano verso noi stessi e non più verso qualcosa o qualcun altro.
Fermarsi e ascoltare il battito delle cose, sentire il silenzio, le sue sfumature.
Noi viviamo in un universo che non finisce, che sta tuttora espandendosi e facciamo finta di niente.
Forse fermarsi aiuta un po’ di più ad ammettere che siamo dentro ad una grande… stranezza.

da:  “La precisione della poesia”

Noir estivo

Semplicemente un fatto… di Rossella Gallori

Amerihhhha (America) vieni le paste si diacciano…
Chissà a che madre è venuto in mente di dare un nome simile ad una bimba, una bimba di periferia, una periferia a caso…nord, sud, est…ovest…
Un posto con un fiume che è un po’ mare, ed un area verde che sembra bosco, con le villette nascoste, con i macchinoni posteggiati bene, dove “ c’ è di tutto” come dappertutto.
La scuole giuste, la gente quasi tutta bella, un barretto che è una tabaccheria, una pasticceria buona ed un paio di localini un po’ spacciosi, che tutti lo sanno, ma nessuno lo dice…
La cronaca era stata ben foraggiata negli anni passati da gente che entrava ed usciva, diciamo che aveva fatto della galera una dependance, dove si erano unite ai banali borseggiamenti, qualche morte seria.
Poi il silenzio totale e per miracolo si parla bene del rione: oh lo sai, li ci sta il magistrato…..quello hai capito chi…..!!!! C’è tornato il professore, ha rimesso la casa dei nonni….!!!hanno aperto un bel locale….si mangia benissimo, c’ è la piscina…..
Ed il regista….l’attore…il geriatra….
Così per anni, facce di tutti i colori, giorni normali….normali come…come ieri che dopo due giorni han trovato un povero Cristo, morto “ per malore” pieno di pugnalate…..in un posto dove tutti sanno anche sei hai un neo in un posto che non si vede; nessuno ha visto e sentito nulla….ed allora comincia la gara: io lo conoscevo però…io nn l’ ho mai visto…eh mah era stato in galera….eh ma lavorava…ma dove…pagava sempre il caffè, ma a chi?
Ed allora diventan tutti delinquenti, tutti spacciatori, tutti assassini…
Filastrocche strane echeggiano sui marciapiedi: si ritorna ai bei tempi…eh ci s’ammazza.
Oppure
Noooooo io non sto lì sto un po’ più in là, non conosco nessuno.
O anche
Eh lo dicevo io che era strano….era un calciante
Come se, dico io, tutti quelli strani andassero accoltellati, chi gioca al “ calcio storico” sia uno spacciatore…come se chi sta sul marciapiede destro è nulla e quelli sul lato sinistro son qualcuno…
Strana la vita, intanto lui è morto e l’ eco rimbalza da un semaforo all’ altro…sieeeee…maccheeee…voci che narrano di un fatto….che non conoscono, semplicemente un fatto…

Margherita sognava

Margherita sognava – di Anna Meli

Margherita sognava e nel cielo osservava un punto lontano. Cercava una luce, più vivida e chiara, cercava qualcosa che un po’ la guidava nel buio confuso dell’anima sua. Pensò con tremore all’immenso infinito, ai silenzi, ai rumori, alle gioie, ai dolori. Si sentì piccola e sola, ma presa per mano da un qualcosa di arcano.E…volò in quel cielo verso un sogno perduto,verso un punto di luce più chiaro ed amato.

Le aquile nel blu

Sogno – di Mimma Caravaggi

Mentre scendevo con Alberto in paese per fare la spesa ci siamo dovuti fermare ad un semaforo e in attesa del verde ho alzato gli occhi in alto dove ho visto un piccione grasottello appollaiato sul filo elettrico, solo soletto e mi sono chiesta a cosa starà pensando? Allo stesso tempo mi sarebbe tanto piaciuto essere al suo posto e dare un’occhiata in giro dall’alto. Che bello sarebbe stato. Che sensazione di libertà da pensieri e libera di volare, volteggiare in lungo, in alto, in largo e poi riappollaiarsi su un filo a riprendere fiato.Nella mia prossima vita (pur non credendoci) vorrei nascere uccello : una bellissima aquila reale. Maestosa, silenziosa, leggera, a scrutare prede per nutrirsi e buttarsi silenziosamente in picchiata per accaparrare il pasto, per se e per i piccoli in attesa nel nido, e tornare a librarsi con tutta la sua potenza e bellezza per ripotare il pasto al nido per poi , seppur con malinconia, lasciarlo nuovamente per procurarsi altro cibo magari allontanandosi un pò di più volteggiando ancora più in alto e in tondo fino a scorgere un ‘altra piccola preda ignara di ciò che le accadrà a breve. Il semaforo diventa verde e noi ripartiamo per la nostra meta che è quella, guarda caso, di procurare cibo per il nostro sostentamento. Nel frattempo ho fatto un piccolo sogno che mi ha portata in alto a librarmi in aria volteggiano felice di quella libertà faticosa ma immensa splendida e beata e che penso varrebbe la pena vivere, Invece ti ritrovi sulla terra, a terra con tutti i tuoi pensieri, le tue paure, le tue angosce ad ammirare silenziosamente le belle cose che ci offre madre natura ma dal basso , molto basso, troppo in basso!

La bimba dentro la foto

La bimba dentro la foto – di Lorenzo Salsi

” Guardi qualcuno che scatta la foto. Tu bambina, sfrontata, forse di 6 o 7 anni, occhi luminosi, sorriso di gioia, abbracci Mino un canino a te simile perchè vispo, pimpante, vivace, energico che è attratto a tua differenza da altro , non da chi scatta . La stampa pare più antica dell’epoca dell’istantanea. Qualcosa in te, bambina bellissima, attira il sentimento non solo per il bella che sei ; il sentimento viene rapito dal futuro nei tuoi occhi, dall’avvenire che ti avvolge, da ciò che troverai, dallo sguardo che va oltre, oltre le mie spalle mentre ti guardo in foto. Mi vien naturale pensare che tu abbia avuto una vita piena, anche non bella, si sa le vite nostre non posson esser solo belle, anche da bambini abbiamo i nostri ossi da rosicchiare, come Mino. Vorrei sapere se i tuoi amori son stati gioiosi, se le tue paure ti hanno bloccata, se la stanchezza a volte ti ha vinto, vorrei sapere tutto di te ma non importa se non arriverò a conoscere il futuro che ti vedo negli occhi e che oggi è passato. Conosco altro di te, so che sei stata capace di amare perchè l’abbraccio a Mino parla da solo. Dio mio quanto sei bella con quei due dentini evidenti, l’anellino all’anulare destro, vestita dal cane e del cane, capelli biondi, setosi, tanti, dietro di te forse un arazzo od un tappeto, qualcosa che rimanda all’antico, ai tuoi avi ad altri occhi che ti han passato la luminosità, la naturalezza, il futuro. Chissà subito dopo la posa ti sarai alzata,il caldo estivo ti avrà fatto sudare e col palmo della piccola mano ti sarai tolta il sudore ed i capelli appiccicati sulla fronte, Mino ti avrà guardata adorante anche se avrai avuto proprio sulla tua luminosa fronte quell’alone di sporco, di manine sporche di polvere e gioco, quello sporco che a volte le mamme di un tempo pulivano col fazzoletto bagnato della loro saliva o della tua quando eri un po’ più grandicello. Avrai bevuto a grandi sorsi tenendo a due mani il bicchiere di acqua fresca , non gelata e l’avidità della sete ti avrà fatto perdere dei rivoli di acqua sugli angoli della bocca troppo piccola rispetto al bicchiere. “Bevi piano, fai piano” qualcuno avrà detto per proteggerti. E la sera a buio sarai rimasta sullo scalino più basso del portoncino, ad immaginare chissà cosa o chissà chi, provando forse un piccolo batticuore che fino ad allora era stato solo per Mino. Seduta su quello scalino avrai guardato le lucciole tutte attorno, nella bella notte di piccoli lampi, nella bella notte di lucciole e stelle, nella bella notte, mai bella quanto te.”

Un giorno qualunque

Non sono buona…di Rossella Gallori

Stamani, come sempre, sveglia all’alba, dormito poco e male, chiamo “ la Mile”  che abita vicino a me, mattiniera anche lei, lo xanax ci fa un piffero a tutte e due, la invito a prendere un caffè, cammina maluccio, ma la distanza è poca, per fortuna…un po’ si appoggia un po’ no..

Mi soffermo per una foto bruttacchiola, all’angolo dello “stradone” che poi è una stradina,  la mando al gruppone delle Matite, più per sorridere, che altro…

La Mile ha una vita incasinata, moltomolto, un po’ tanto, dico io, per una persona così buona…Non come me, che mi incazzo per nulla e son sempre in guerra con qualcosa e qualcuno, che poi son più che altro IO

Decido di farla ridere, ci riesco, specialmente, quando mi cade il caffè sul pantalone bianco fresco di bucato, non un goccio, tutto….faccio finta di fregarmene mangiamo le sfogliatelle e ridiamo…sono contenta, per lei, per me, un po’ meno per i miei pantaloni…

Ci salutiamo, lei zoppicando io cincischiando. Lei mi ringrazia, io non so di che, ho quasi dimenticato le macchie marroncine.

All’ angolo, dello stradonstradella un giovane alto fruga nei cassonetti, è un po’ sporchino, ma ha un’aria dignitosa, i nostri sguardi si incrociano, quasi un miracolo per me, che son distante…

Ha due occhi azzurri, come il cielo di qualche giorno fa, i riccioli biondi escono da un cappelluccio rosso, sdruciti ma pulito.

Hai fame? Grido

Annuisce

Aspettami torno!

Non mi capisce, faccio un cenno di stop con le mani, essere italiani aiuta sempre, gesticolatori, noi si nasce..

Corro a casa, non ho fatto la spesa, accidenti al non sprecare…prendo una busta…2 mele, tre nespole, una pera, una banana, ci caccio un pezzo di cioccolato fondente anche troppo, una merendina, un succo. Tutto in fretta,  sono pessimista nel correre all’ angolo, penso, forse  se ne è andato..

Invece è li, cavolo come è bello, avrà al massimo trenta anni, lo zaino militare, la camicia a quadrettoni non abbronzato, cotto  dal sole…

Porgo il sacchetto giustificandomi: non avevo altro scusa..

Lui sorride non capisce, ma gli occhi brillano..

Da dove vieni?

Risponde un’altra cosa: vado casa Polonia…va ok ..ed alza la mano verso destra..

Io so solo che a destra c’è il Girone, l’ Anchetta… farfuglio: forse…

Lo guardo, ci guardiamo, siamo a forse 2 metri uno dall’ altro…abbiamo imparato da poco le distanze…

Ci salutiamo senza parole mettendo ognuno sul proprio cuore la mano destra…quella che indicava la Polonia…

Torno a casa, ho anche  lasciato la porta aperta, mi cadono le lacrime…e se fosse stato mio figlio, mio nipote, il figlio di un’ amica, uno che si è perso, uno che scappa, uno che muore…uno che uccide…uno che polacco non è.

Ed io ho saputo solo preparare un sacchetto di frutta un po’ matura a fine settimana…e porgerla senza parlare..

E se poi fosse malato… e se poi stanotte lo picchiano…cavolo avevo del pane da toast…e se  fosse stato ferito ed io non me ne sono accorta…e se la Polonia è a sinistra invece che a destra…

No, non sono buona ci provo ma faccio casino, come sempre.

Mi tolgo la colpa, mi perdono, asciugandomi le lacrime, colpa del DNA  troppa immaginazione, troppe parole…. Poi i miei, le ville, i soldi, da lasciare “ uncelavevano” quindi mi han lasciato quel che avevano…la vita…

Temporale di giugno

Il temporale – di Cecilia Trinci

Comincia con un brontolio lontano e lampi bianchi che accendono la notte. Il mare non si vede più, avvolto in un grumo nero. I marinai in viaggio devono pregare già e mi sveglio pensando a grandi onde nere. L’albero ondeggia e sembra perdere l’equilibrio ad ogni sventagliata. Poi arriva il rumore di fiume in piena: una cascata d’acqua si scaraventa sul tetto, sulle pareti, contro i vetri. L’acqua si rovescia, si contorce , sbudella piante e terra allagando tutto quello che incontra in pozze tormentose, punteggiate di schizzi malvagi. I lampi illuminano a giorno accompagnati da rimbombi che fanno eco nello stomaco, proprio vicino al cuore. La vallata verso il mare raccoglie e amplifica echi esplosivi. I rami secchi cadono, lo scroscio accompagna i lamenti delle foglie verdi che non vogliono morire. I gatti tacciono, nascosti. Le coperte non bastano a tenere a freno il terrore e neppure il freddo. E se la pioggia entrasse? Se il vento scoperchiasse il tetto? Se entrasse la notte come il lupo dei tre porcellini? Il gatto arriva e si nasconde ma resta vicino. Protegge e si fa proteggere. La pioggia aumenta…sembra un aereo a reazione, un tornado…cresce il vento e ululano anche i muri. Nella notte, fuori, come mille lampioni accesi per attimi infiniti si rischiarano terra e cielo contemporaneamente. Non si regge l’ansia che cresce…anche se sotto sotto si capisce la bellezza della tempesta. Mi affaccio, attraverso i vetri leggeri, su tutte le sfumature di un nero infuriato. Scommetto su quanto potrà durare e per fortuna perdo. All’improvviso, un attimo prima che la paura raggiunga il massimo, mentre un chiarore rosa sale dai monti, il vento smette di colpo e il tuono più forte è anche incredibilmente l’ultimo. La pioggia si fa leggera, diventa piano piano un ticchettio sommesso. Qualche tuono rimbomba ancora in lontananza , ma piano, come un saluto. Sale una fioca luce che sembra dire “buongiorno, nonostante tutto!” . Il ticchettio ora è una ninna nanna sul tetto, che fa compagnia che consola…che dice dormi…dormi…dormi. E piano piano si torna a dormire, cullati, abbracciati dai fiori che bevono.

È una farfalla gialla

È una farfalla gialla – di Cecilia Trinci

È una farfalla gialla come l’elicriso, che vola intorno… mi tocca appena, leggera sul ginocchio mentre leggo un libro bellissimo di Saramago: Le intermittenze della Morte.

Appare spesso così, nostro babbo, quando sto sul mare con la mia sorella, ma di solito è un papiglione a strisce gialle e nere, grande, con grandi ali a punta, con una codina nera.

Oggi sono sola. Leggo questa scrittura magica, che scivola giù come burro aromatico e lui, la farfalla, appare dietro l”elicriso…poi sparisce contro il cielo blu. Forse non è lui, penso leggendo e una parola dietro l’altra arrivo in fondo, quando la Morte si innamora del violoncellista e smette di uccidere perché l’amore è più forte.

Penso che è un libro bellissimo scritto da premio Nobel da un premio Nobel vero e guardo il cielo con le nuvole blu.

La farfalla gialla appare, di nuovo, improvvisa. Gialla dietro l’elicriso d’oro. Mi sfiora appena il ginocchio saltella….si avvicina, si allontana….. e scompare. Nel blu.

Il saluto di Cecilia

In tutto c’è stata bellezza.

Ricordate? Abbiamo cominciato così. Con qualche perplessità da parte vostra, con qualche timore perché si parlava, quel giorno, anche di morte. La morte dei genitori, la perdita di un amore….Dove sta la bellezza? avete pensato senza dirlo. Poi piano piano abbiamo capito.

La bellezza sta nella vita che si svolge come un filo silenzioso. Sta nei nostri giorni tristi ma veri, nei rimpianti di giorni “altri” ma nostri, nei resti di amori morti, anche se mai risorti…..

Sta nel sorriso dei bambini con cui abbiamo giocato, in certi attimi rosa come i tramonti sul mare. Sta negli amici che ci conoscono tanto bene da non credere ai nostri abbandoni. Sta nel caffè la mattina che non troviamo coraggio, sta nel cuscino dove ritroviamo vecchi sogni.

Sta qui, la bellezza, nelle nostre piccole cose preziose.

Abbiamo dovuto perdere tutto, tutto insieme per sentirlo davvero.

Ma oggi i nostri tramonti sono più rossi e i canti degli uccelli in giardino più intensi. Più verdi le foglie e i fiori nei vasi…. e più dolci le voci che teniamo nel cuore.

Perché nonostante tutto, davvero……… in tutto c’è stata bellezza

Cecilia

Il saluto di Luca

Gentili Muse – di Luca Di Volo

Da voi gentili Muse

Così prendo congedo.

Lascio ciò in cui credo. 

E non avrò più scuse. 

Amore è.. 

Alba.. 

tramonto…

tortura

barocco enfatico

 crudele  inganno …     

 rosso……

violento… 

scioglitore di gambe……

amore è…..

ho finito le parole.   

A settembre forse

ne troverò dell’altre.

I saluti di Nadia

Cara Cecilia e care Matite – di Nadia Peruzzi

Arriviamo in fondo a questo nostro anno particolare che collocherei a mezza strada fra due titoli di film come “Travolti da un insolito destino“ (nel pieno di una pandemia) e “Un anno vissuto pericolosamente”.

Ancora molto spaesati e consapevoli di non essere sbarcati su un’isola deserta in un mare d’agosto, tantomeno precipitati nelle convulsioni dell’Indonesia del 1965, ma semplicemente in questo meraviglioso e contraddittorio paese, l’Italia, nell’anno di grazia 2020 per di più bisesto. 

A tradurlo in funesto oltre al proverbio, ci ha pensato, chissà se per caso, anche un centenario che avremmo evitato proprio volentieri .La maledetta Spagnola è tornata fra noi con altro nome ma con una virulenza altrettanto devastante e globale.

Come le barche su cui ci soffermammo con Cecilia in un bel pomeriggio abbiamo dovuto riposizionare le vele, trovare nuovi ancoraggi e individuare nuove rotte.

Non è stato facile. Per nulla. Eppure abbiamo saputo riadattarci, rigenerarci, andando a cercare fili dorati, spazi di bellezza e di risposta dentro di noi e dentro il nostro gruppo che si sono poi tradotti in racconti, in parole, musiche, suggestioni e atmosfere.

La nottata non è ancora passata, ma averne passata una bella parte in compagnia, in questa compagnia, a me ha fatto bene.

Un sapere che ci siamo che conforta, aiuta, arricchisce e protegge.

La quarantena è stata fattore di ansia ma anche attivazione di contatti diretti, e ricerca di vie per nuove amicizie e incontri.

I nostri pomeriggi comuni pur fra qualche difficoltà tecnica e necessità di aggiustamenti in corso d’opera, hanno significato una svolta che ha ridato vigore e nuovi stimoli.

L’apertura di un tavolo più ampio anche se virtuale  ha allargato il confine e messo in contatto due gruppi che in precedenza si sfioravano solo e semplicemente al cambio di orario. Gran merito di Cecilia e della sua ricerca continua delle vie del nostro stare insieme che ci ha fatto attraversare al meglio questo mare tempestoso .

Sbarcati dentro le nuove tecnologie chi ci ferma più??

Il periodo è stato e continua ad essere non facile. 

Le Matite con le loro scintille hanno portato più di una luce in un momento che da soli avremmo vissuto molto molto peggio!

Grazie di cuore a tutte le Matite!

UN ABBRACCIO DI CUORE A CECILIA E A TUTTE LE MATITE! 

Nadia

Il saluto di Rossella

AMORE MIO di Rossella Gallori

Ci ritrovammo al solito posto, difronte ad un portone immenso e scortecciato, ci aprì il solito signore un po’ stropicciato, l’ aria assonnata gli conferiva un vago senso di mistero, il suo non fu un proprio e vero saluto, un leggero sorriso, nascosto da una barbetta volutamente trascurata, si affacciò sul suo volto, sembrava ospite in casa sua, nessuno o quasi ne ricordava il nome…

Salimmo, chi a piedi, chi nel grande box doccia che poi scoprimmo essere un ascensore, i più agili, optarono per l’ arrampicata, altri ancora andaron sul tetto per calarsi dal camino…le scale erano senza  corrimano, fragili e pericolose, per molti di noi.

La stanza era così grande da sembrare una piazza, al centro un tavolo rotondo gigantesco conteneva tutte le nostre anime comodamente sedute, LEI sbucava da un foro centrale, la sua immagine riflessa nel lucido dell’ebano, appariva nitida… delicata e  forte al tempo stesso, prese la parola, battendo il piede per terra per avere attenzione

Tacque  anche il silenzio: questa sicuramente sarà la nostra ultima volta, quindi che lo vogliate o no, parliamo d’amore…

Ad ognuno di noi mancò il respiro, il cuore accelerò, qualcuno si asciugò il sudore, due o tre coprirono le lacrime…altri tiraron fuori un sorrisetto cretino

Nonostante il tavolo fosse rotondo  non riuscivo a vedere bene in volto i miei compagni…ne percepivo il profumo, indovinavo i loro vestiti : piccole gonne di maglia, morbidi kaftani, camice firmate, pantaloni fantasia a fiori così grandi da vederne solo uno per coscia…un golfino perbene, uno chemisieur troppo sganciato…giacche da lavoro…

Coraggiosamente presi la parola: senza amore non si vive, ho bisogno di amare ed essere amata,  che scopo avrebbe la vita?

Incalzò il compagno seduto accanto a me: ho amato troppo…poi  si interruppe..svogliatamente

Amo più che altro i miei figli

Ho amato solo lui

Io amo me stessa

Lui se ne è andato, non ho saputo fermarlo.

Credevo lei mi amasse

Speravo tornasse

Il cane è il mio unico amore

Ho sofferto troppo

Ho fatto soffrire

L’ AMORE non esiste

Un’invenzione di Dio

Una maledizione dell’ uomo

Un passatempo

Vivo per i miei amici……

 Amore come amicizia

L’amore non è per i vecchi…..

Le parole si inseguirono, senza mai  scontrarsi, gridarono, risero, piansero, si sfracellarono al suolo come  velivoli in avaria, molte volarono in cielo…

Fuori intanto si faceva buio

Al centro del tavolo LEI non c’era più, in punta di piedi era uscita,   molti di noi si accorsero del rosso fiore poggiato al centro , della delicata scia di profumo che riscaldava l’ aria, un po’ mughetto, un po’ limone.

Ci guardammo e  ci scoprimmo uguali, un gioco di specchi magici mi rivelò un unico volto, un solo sguardo…forse un unico pensiero…parlammo d’amore mentre  scendevamo  le scale tenendoci per mano…..il campanile dell’ Antella scandiva 2020 ore…..

La Matita per scrivere il cielo comincia a salutare

I saluti di Gabriella Crisafulli con le parole di Primo Levi:

Agli amici

Cari amici, qui dico amici

Nel senso vasto della parola:

Moglie, sorella, sodali, parenti,

Compagne e compagni di scuola,

Persone viste una volta sola

O praticate per tutta la vita:

Purché fra noi, per almeno un momento,

Sia stato teso un segmento,

Una corda ben definita.

Dico per voi, compagni d’un cammino

Folto, non privo di fatica,

E per voi pure, che avete perduto

L’anima, l’animo, la voglia di vita.

O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu

Che mi leggi: ricorda il tempo,

Prima che s’indurisse la cera,

Quando ognuno era come un sigillo.

Di noi ciascuno reca l’impronta

Dell’amico incontrato per via

In ognuno la traccia di ognuno.

Per il bene od il male

In saggezza o in follia

Ognuno stampato da ognuno.

Ora che il tempo urge da presso,

Che le imprese sono finite,

A voi tutti l’augurio sommesso

Che l’autunno sia lungo e mite.

(Primo Levi,  6 dicembre 1985)

Parole d’amore per il fico patriarca

Il fico – di Tina Conti

Noi siamo discendenti del patriarca, lui ha avuto una vita piena di gratitudine.

 Nato Fico dottato di qualità suprema, apprezzato  e stimato  per le sue doti

A fine maggio regalava i fico-fiori più belli che si potesse immaginare.

In quantità  esuberante, si potevano consumare con abbinate le perine o il salame, fare  le prime marmellate di stagione, visto che la scorta nella dispensa stava esaurendosi.

Quando le foglie  si spandevano sui rami sotto  la sua  ombra si aveva una sensazione  di benessere e pace, il venticello  si intrufolava fra i rami   provocando un dondolio frusciante.

La produzione vera iniziava a fine luglio, gli amici si informavano e aspettavano i cesti  ricolmi in  regalo, graditi anche per le feste di matrimonio e compleanni.

Quando la produzione era sovrabbondante, ci si sentiva stufi, poi con le prime piogge, moscerini a non finire, frutti a terra,  vicino alle sedute del forno..con l’autunno,si cercavano gli ultimi frutti, piu piccoli e rinsecchiti. Come si gustavano in bocca, assaporando quel piacere che avrebbe dovuto  aspettare un anno per farsi  risentire!

Un temporale estivo aveva abbattuto un grosso ramo, ma poi era rinvigorito in uno strepitoso risveglio.

Per il solleone con i frutti più belli si preparavano  graticci  di picce da seccare al sole.

Impacchettati con alloro e finocchio, aspettavano le feste di Natale per primeggiare con quel profumo unico delle cose desiderate e aspettate. Poi,  gli ultimi anni, qualche frutto bacato, marciume e alla fine tante infestazioni di cocciniglia.

Si è deciso per una potatura drastica, aspettando che con la primavera ci fosse una rinascita. Invano. Adesso te ne stai scheletrito con rami  tristi, neppure un ributto, solo al pedano un piccolo ciuffetto.

E’ vero che ti avevano piantato per l’ombra non pensando che i tuoi frutti avrebbero impiastrato le sedute in pietra, ma  ti abbiamo amato nonostante questo.

Oggi che, forse  impiegherai anni per rinascere  da quel tenue rametto ricordiamo tutte le tue doti.

Che previdenza, aver trovato una buona collocazione a quelle creature che con i tuoi semi, erano nate nei posti più strani: dentro la griglia di scolo del viale, nei vasi dei gerani, fra le pietre delle scale.

I tuoi discendenti  si sono  riprodotti con esuberanza e oggi vengono bene nella scarpata  dove hanno trovato  una buona terra.

Sandro, il mio agronomo di fiducia, ultimamente mi ha scioccato con una notizia a cui non voglio credere e con la quale mi confronterò: non ci saranno più  piante  di fico sul nostro territorio per una infestazione  tenace che colpisce le piante al pedano, provocandone la morte.

Racconti di conoscenti  mi avevano insospettito, narrando la scomparsa delle loro amate piante, poi, qualche giorno fa, ho saputo di una strategia per evitare questi attacchi: panni di lana  avvolti alla base delle piante impregnati in una sostanza  arginano la catastrofe.

Ecco, mi sono rasserenata, anche io non potevo accettare che questa pianta così importante, che ha sfamato generazioni  di popoli, scomparisse.

Devo sapere ora con esattezza come procedere  per  il patriarca e i discendenti.

A proposito di parole d’amore

Alla notte – di Luca Di Volo

Notte, tenera amica,

in abito di stelle rilucente,

ti aspetto ansioso

allor che i dardi oltraggiosi

del giorno mi feriscono.

Vieni dunque e liberaci

L’anima dalle ferree leggi

Che tristi governano la veglia.

Ma appena il tuo manto ricopre

L’universo arido e pietroso,

col piede leggero

si librano liberi gli spiriti degli uomini.

Ed è allora che sciolto

Da spazio e tempo

In forma di tiepida nuvola

Da te io volo, e tu da me.

E finalmente uniti

Due vortici d’amore solo avvinti

Si mescolan segreti e turbamenti.

E sorvolano insieme

Dove tu dolce riposi

Luna su Luna

Luce su luce

E così ci colga il giorno

E così il tempo ora si fermi.

La scintilla fuori dal conto

Questa prima parte del 2020 sta sgocciolando verso le ultime battute, almeno per quanto riguarda le nostre “scintille”.

Riprenderemo presto. Intanto vorrei salutarci con l’eco dell’incontro virtuale di ieri, ispirato all’intervento di Chiara Gamberale, registrato in occasione dei “Dialoghi sull’uomo” di Pistoia, tenuto in questi giorni. Il tema era, come lei ama dire, “parlare l’amore“, cioè osservare il linguaggio che gli scrittori (di ogni secolo) usano per parlare dell’innamoramento.

Si cita Natalia Ginzburg, con Lessico Famigliare:

“era necessario scrutare le parole per capire se davvero avessero ancora radici“,

riferendosi alla necessità di adeguare anche il linguaggio secondo le fasi delle relazioni che viviamo, senza cadere, con l’evolversi del rapporto, nella monotonia e nella mancanza di dinamicità, sentimentale e verbale.

Le parole dunque si adeguano inconsapevolmente, dice Chiara, quando viviamo periodi di svolta che sconvolgono le nostre esistenze. Può essere per una nascita, o per una malattia, o meglio ancora, quando ci si innamora.

Innamorarsi significa ascoltarsi al di là delle parole, confidarsi le nostre zone “segrete” e il riferimento va alla finestra di Johari, schema inventato dagli psicologi Joseph Luft e Harry Ingham.

La divisione è apparentemente semplice: ci sono quattro zone, quella conosciuta, quella cieca, quella privata e quella inconscia, ossia, quello che io so di me, quello che io non so di me, quello che gli altri sanno di me, quello che gli altri non sanno di me.

Di Chiara Gamberale è il libro, “La zona cieca”, appunto.

Ma un’altra simpatica citazione è quella riferita al poeta surrealista Gherasim Luca

da La fine del mondo (1969)

prendere corpo

Io tu flora  
tu io fauna  

Io tu pelle  
io tu porta  
e finestra  
tu io osso  
tu io oceano
tu io audacia  
tu io meteorite  

Io tu chiave d’oro  
io tu straordinario  
tu io parossismo  

Tu io parossismo  
e paradosso  
io tu clavicembalo  
tu io silenziosamente  
tu io specchio  
io tu orologio

Tu io miraggio  
tu io oasi  
tu io uccello  
tu io insetto  
tu io cateratta

Io tu luna  
tu io nuvola  
tu io alta marea
Io tu trasparente  
tu io penombra  
tu io limpido  
tu io castello vuoto  
e labirinto  
Tu io parallasse
e parabola  
tu io in piedi  
e disteso  
tu io obliquo  

Io tu equinozio  
io tu poeta  
tu io danza
io tu particolare  
tu io perpendicolare  
e soppalco  

Tu io visibile  
tu io silhouette
tu io infinitamente  
tu io indivisibile  
tu io ironia  

Io tu fragile  
io tu ardente  
io tu foneticamente  
tu io geroglifico  

Io tu spazio
tu io cascata  
io tu cascata  
a mia volta ma tu  

tu io fluido  

tu io stella filante  

tu io vulcanico  

noi noi polverizzabile  

Noi noi scandalosamente
giorno e notte
noi noi oggi stesso
tu io tangente
io tu concentrica

Tu io solubile  
tu io insolubile  
tu che mi asfissi  
e io liberatrice  
tu io pulsante

Tu io vertigine
tu io estasi
tu io appassionatamente
tu io assoluto
io tu assente
tu io assurdo

(prendere corpo)
Io tu narice io tu capigliatura
io tu anca
tu mi ossessioni
io tu petto
io busto tu petto poi tu volto
io tu corsetto
tu io odore tu io vertigine
tu scivoli
io tu coscia io ti accarezzo
io tu fremito
tu mi scavalchi
tu io insopportabile
io tu amazzone
io tu gola io tu ventre
io tu gonna
io tu giarrettiera io tu calze io tu Bach
sì io tu Bach per clavicembalo seno e flauto

io tu tremante  
mi seduci mi assorbi  
ti contendo  
ti rischio ti scalo  
mi sfiori  
ti navigo
ma tu mi agiti  
mi sfiori mi racchiudi
tu io carne cuoio pelle e morso  
tu io slip nero  
tu io ballerine rosse  
e quando tu niente tacchi alti sui miei sensi  
tu i coccodrilli  
tu le foche tu le affascini  
mi copri  
ti scopro t’invento  
talvolta ti abbandoni

tu io labbra umide
ti libero ti deliro
mi deliri e mi seduci
io tu spalla io tu vertebra io tu caviglia
io tu ciglia e pupille
e se io scapola non prima dei polmoni
anche lontana tu io ascelle
ti respiro
giorno e notte ti respiro
io tu bocca
io tu palato io tu denti io tu unghie
io tu vulva io tu palpebre
io tu fiato
io tu inguine
io tu sangue io tu collo
io tu polpacci io tu certezza
io tu guance e vene

io tu mani
io tu sudore
io tu lingua
io tu nuca
io ti navigo
io tu ombra io tu corpo e fantasma
io tu retina nel mio soffio
tu tu iride

io ti scrivo
tu mi pensi

Fichi di mare

La ficaia di Maremma – di Gabriella Crisafulli

Il ritorno a Vacchereccia al tramonto, dopo aver trascorso tutta la giornata in spiaggia, era davvero duro. Riuscivano solo a fare metà salita poi dovevano scendere di bicicletta. Ma lì, alla seconda curva, avvolta da insetti ronzanti, c’era la ficaia che emanava un profumo intenso dall’ombra della sua nicchia. Mentre lei si asciugava il sudore che entrava fin dentro agli occhi, lui si inoltrava in quell’oasi e ne veniva fuori sempre con qualche fico. Li mangiavano lì prima di riprendere a camminare. Dopo la doccia, a cena, li aspettava il cestino colmo di frutti che raccoglievano di prima mattina, a Spergolaia, dalla Romilda. 

Li accoglieva sempre soave e grata perché lei, i fichi, non li poteva dare nemmeno ai maiali: “Gli vengono gli scioglimenti” diceva. “E poi, quando cadono, fanno tanto sporco!”

Li mangiavano con il pane, alla maniera dei contadini, mentre lui si soffermava a mostrare la differenza fra un frutto ed un altro a lei che non distingueva un fico da un fiorone! 

La narrazione non aveva mai fine e, come in ogni storia che si rispetti, veniva ripetuta sempre uguale, sempre diversa.

C’era il profumo che veniva fuori dalla fornacetta mentre cuocevano gli involtini di foglie di fico che colmavano il trullo di aromi.

C’era la nonnina Anna alle prese con i graticci per l’essiccazione dei frutti, con la capatura delle mandorle per il ripieno, con l’estrazione del succo, con le spase per l’ultima asciugatura in paese, nel forno a legna.

E poi c’erano i fichi per ogni ora del giorno e per ogni occasione: venivano declinati in marmellate, gelatine, vin cotto, mustaccioli, cartellate, rose, sasanelli, panzerotti, przzid,  …

Creavano un sottofondo che sapeva di affetti, di legami, di tradizioni: evocano le radici profonde di un mondo perduto.