Una mattina di maggio: Nadia

Eden – di Nadia Paruzzi

foto di Nadia Peruzzi

Una mattinata nel parco dello Stibbert!
Il folto degli alberi avvolge come un grembo materno. Il verde tenero sa di rinascita. Si comincia a percepire il profumo di una libertà inseguita per mesi. Libertà di ritrovarsi e di guardarsi negli occhi, mentre ci raccontiamo emozioni e sensazioni.
Il ballo in maschera continua ma la coltre che opprime si fa più lieve. Ha la trama di una garza che lascia intravedere una luce via via più intensa.
Ombra venata di umidità che sale dal terreno e scende dall’alto di fronde maestose.
I rumori della città sono solo un brusio lontano e sono sopraffatti dalle voci dei bambini che giocano, e da un gloglottìo di acqua che scorre. Arriva chiaro in più punti senza che qualcosa ne impedisca il flusso.
Bellezza nella bellezza, una ragazza dalla pelle ambrata con in mano una rosa volge lo sguardo al fotografo che cerca forse di arrivare ad un’anima mentre segue le fattezze del suo bel volto per lo scatto migliore.
Senza un apparente motivo, forse un refolo di vento sbarazzino che si incunea, una piana dalla foglia lunga come la lama di una spada balla su uno stelo sottilissimo.
Segna il tempo, come un metronomo. Nessun pianoforte nelle vicinanze. La melodia è nel canto della natura stessa.
Arriva forte e chiaro insieme al ricordo vivido di un altro parco, di un altro giardino in un’altra città.
Il canto degli uccellini che si godono la primavera trionfante fa da punteggiatura.
Mi rivedo molto più piccola. Sto correndo e giocando a Villa Imperiale a Genova.
Occhi spalancati sui cigni che nuotano nel laghetto mentre gli sto dando, come sempre, qualcosa da mangiare.
Gli altri sensi accesi mentre colgono i profumi e i colori della grande varietà di fiori che spuntano dappertutto.
Su tutto svettano le palme, grandi , rassicuranti con i loro ombrelli.
La città caotica anche allora non ce la faceva a varcare i cancelli di quell’oasi di pace. Se ne stava in disparte, come per non disturbare.
Anche molto prima di averlo letto c’ero proprio dentro a quel “Via dalla pazza folla” che ho amato così tanto da adolescente.
Ci sentivamo dentro un Eden.  Era un Eden.  Allora come ora!.

Incontro al Giardino Stibbert – 15 maggio 2021

La magia di un giardino tra passato e presente

Incontro al Giardino del Museo Stibbert, in una giornata fresca e ventilata, dopo la pioggia di maggio. Ci siamo suddivisi in un giro individuale alla ricerca di sensazioni personali, che abbiamo condiviso poi tutti insieme intorno ad un tavolo di pietra, in uno degli angoli del parco. Ho raccolto le sensazioni (e le foto) dalla registrazione originale:

foto di Cecilia Trinci

Lucia Bettoni: Ho portato come maestra i bambini piccoli al Museo ma non conoscevo il giardino. Mi hanno colpito le statue. Le ho fotografate, ci sono alcune statue che mi hanno colpito tantissimo, perché mi sembrava che avessero qualcosa da dire, in questo posto inaspettato, molto bello, molto diverso dai soliti giardini, non curatissimo, ma è per questo che mi  piace, per la sensazione di vero che emana. Qui il tempo vecchio e il nuovo  passeggiano insieme. Le sculture mi hanno colpito molto.

foto di Lucia Bettoni

Daniele Violi: ho fotografato una peonia, ho visto un acanto con la spiga bella corposa, ma non ancora fiorita. Ho immaginato come doveva essere prima questo luogo, erano terreni forse boschivi e hanno fatto una serie di sistemazioni a terrazzamenti,  è venuto un bel giardino movimentato dove ci sono tutti gli elementi, c’l’acqua. Io lo curerei meglio, ho lavorato all’orto botanico, qualche erba fuori posto può essere messa al posto suo, non è che va distrutta.  E’ fantastico quello che è intorno alla villa, c’è la Grecia, la cultura romana, un miscuglio, sembra di essere a Certaldo con tutti quei marmi, era abbastanza fantastico il pensiero di chi lo ha realizzato, non era banale, è un giardino dolce che dà nell’occhio. Un conto è essere alle Cascine che è una zona piatta, un parco così è un polmone.

foto di Cecilia Trinci

Sandra Conticini: abbiamo fatto un giro, ho visto la grotta con un soffitto favoloso di mosaico, ho sentito che anche le piante e i fiori sono antichi. Quando vedo una pianta di rose vado a sentire il profumo, ma generalmente le piante moderne non hanno profumo. Invece qui ho sentito il profumo che c’era nell’orto del nonno quando ero bambina e mi ha portato indietro nel tempo. Quella del mio nonno Giovanni aveva spine terribili, questa rosa rosa invece no, ma il profumo era quello. Poi ho visto una pianta di salvia con fiori gialli (salvia glutinosa, secondo Daniele). Poi mi hanno colpito gli stemmi per tutti i gusti e di tutti i tipi. Un posto molto particolare, dove non ero mai stata. Conoscevo il museo, ma non questo giardino: ci sono tanti uccelli che cantano, è un posto che dà pace e le voci in lontananza, ….è tutto ovattato, soffice.

foto di Sandra Conticini

Nadia Peruzzi: una vera scoperta. Le sensazioni che mi danno in genere  questi posti: pace, tranquillità, il verde della rinascita delle foglie,  i rumori ovattati, da una parte della città ma anche quei rumori che si riesce a sentire: gli uccellini che cantano, in alcuni punti il gorgoglio dell’acqua che scorre, la punteggiatura dei bambini che giocano e anche questo è bello….

In questo punto c’è una pianta che ha un suo modo di muoversi, una foglia che, a seconda delle situazioni,  si muove come un metronomo. Basta un alito di vento e la foglia batte il tempo a lungo. I ricordi sono legati quando andavo da bambina alle ville che ci sono dentro la città di Genova, Villa imperiale, villetta di Negro, che hanno strutture meno grandi ma hanno acqua che scorre, tempietti, idee che si rifanno al 500 con inserti richiamanti alla Grecia,  ma è bello quando l’intervento umano e la natura si incontrano così. Sarebbe bello ritrovarlo anche fuori da qui ma nella realtà non è così. Oasi di un mondo di pace e possibilità di un mondo  bello da estendere anche fuori del cancello e in mezzo a noi

foto di Nadia Peruzzi

Anna Meli: Mi incanto al suono delle campane, come ora che stanno suonando. Ho provato a immaginare come poteva essere questo giardino senza nessuno la mattina presto, mi sarebbe piaciuto conoscere le varie piante e mi avrebbe fatto piacere scoprirle. Ho riflettuto sulla presenza degli alberi, quanto vivono, quanto a loro è dato vedere. Quanti bambini vedono, quante coppiette di innamorati…..Se ci fosse un’altra vita mi piacerebbe essere un albero. Ho visto scalette, vialetti, sentimento di pace, di rilassatezza, di sentirsi in una altro mondo, dimenticare quello che c’è fuori del cancello e rimanere in estasi davanti a questi uccelli a tutta questa bella natura.

foto di Anna Meli

Stefania Bonanni:. Mi è piaciuto tantissimo e mi è piaciuto  tutto, le fontane, le pozze, gli stagni, il fango, mi piace tanto, io farei lo stesso nel mio piccolo giardino, metterei sassi, stecchi, una ciotola per l’acqua…. lo renderei un luogo pieno , ma dove trovi quello che cerchi. Qui ci sta benissimo quella statuetta nella fontana senza acqua a metà tra una rana e uno gnomo. Sta bene sotto questo museo dove io ho portato i miei bambini  e poi il mio bambino ha portato i suoi,  per me è stato sempre un po’ pesante. Invece questo giardino riequilibra la pesantezza del museo e mi piace che sia un po’ kitch, che ci sia dentro di tutto, che non ci siano posti dove non si può andare, che ci siano alberi tagliati  ma non buttati via che rimangono a farsi vedere, che ci siano vasche vuote, che magari quando piove si riempiono d’acqua, mi piace che sia così, con cose che si possono toccare, calpestare, ci sono grandi pesci nel laghetto, c’è vita. E’ una cosa fatta per essere goduta.

Patrizia Fusi:. Conoscevo il museo, ma appena il giardino, quando entro in questi posti mi viene da immaginare il proprietario e la vita che ha fatto,  e questa persona lasciando tutto alla città ha fatto un bene ma lo ha fatto anche  per sé perché verrà sempre ricordato. Mi immagino i domestici, io sarei di loro, perché ognuno ha una appartenenza, non lo nascondiamo. Stibbert era illuminato, anche egoisticamente, ma illuminato. Poi mi colpiscono i rumori, le voci e i bambini, gli uccellini, l’acqua che scorre, i fiori di campo, ho trovato la lupinella, i botton d’oro, il sole tra foglie, ma soprattutto la vita che si faceva all’epoca. E il fatto di far rivivere il passato ogni volta che uno entra qui….. L’eternità.

Laura Galgani: Ci sono venuta una settimana fa in una visita guidata affascinante sull’aspetto massonico-iniziatico del giardino, costruito all’inizio e in parte dall’architetto Poggi, come percorso di purificazione verso se stessi, partendo dall’alto, dalla grotta che rappresenta il luogo delle  zavorre umane per poi scendere fino al tempio, simbolo di una trasformazione per diventare un affiliato della Loggia Massonica e quindi un iniziato. Compito dell’Iniziato era appunto portare fuori, nel mondo, grazie alla Massoneria e a tutto il lavoro di purificazione, qualcosa di elevato. Le scale, che richiedono attenzione, rappresentano la scesa di purificazione verso il centro di se stessi. Mi ha colpito la vegetazione molto ricca, gli alberi  rappresentano noi stessi, perché anche noi siamo alberi, con un ciclo di linfa, e il nutrimento degli alberi alla nostra anima è reale.  Mi ha colpito soprattutto la vegetazione.

foto di Laura Galgani

Rossella Gallori: Per me questo è stato un’altra cosa (era il giardino dove si andava a giocare).  E’ stata una solitudine protetta. Era, allora lasciare alle spalle qualcosa che non mi piaceva per trovare qualcosa che non occupava spazio nel cervello, già troppo occupato. Avevo un fratello che mi ci mollava e mi veniva a riprendere dopo molte ore… non ho mai avuto la necessità di giocare con qualcuno perché ero sola ma non ero sola, ero un essere umano, ero una bambina sola ma non fragile come dicevano, ero forte quando ero qui dentro. Ha avuto momenti peggiori questo giardino, mi ricordavo le ninfee, le acque, le fontane, pericolose ma non protette, d’autunno era croccante,….. mentre a Villa Favard ora a settant’anni ci vado un po’ incazzata qui ci venivo a dieci anni triste, ma bastava pagare quelle dieci lire (del biglietto) per sentirmi libera.  Non sentivo mancanza di nessuno, qui.  Non mi poteva succedere niente, eppure era pieno di pericoli, si giocava soli. Io sono caduta da tutte le parti. Non ho il minimo ricordo del Museo.

foto di Rossella Gallori

Daniele e Paolo….noi si giocava in mezzo ai possedimenti, si saltavano  i muri e si andava “di là”. Non c’erano i parchi pubblici.

Parola personale conclusiva:

Paolo – bellissimo.

Lucia: ricordo

Daniele: movimento

Rossella: protezione

Laura: intrigante

Patrizia: rumore e fantasia

Stefania: vasca

Anna: vita

Nadia: rinascita e ricordo

Sandra: tranquillità

Parole in libertà: Laura

L come… lasciarsi andare – di Laura Galgani

Ad un profumo qualsiasi

Ad una voce sconosciuta

Ad un fruscío di vento

Inaspettato.

Lasciarsi andare

Chiudere gli occhi

E dire sì.

Dimenticare

Obblighi e doveri

Per un attimo

Per un soffio

Solo il tempo

Di un battito di

Cuore

Ma che basta

All’irrompere della

Luce,

All’inondarmi

Di un amore

Infinito,

A farmi sentire ancora

Il dolce sapore

Della libertà.

Parole libere: Sandra

Scaltrezza – di Sandra Conticini

Mi piacciono le persone scaltre, ma non  quelle disoneste ed invadenti, perché l’onestà e la libertà sono gioielli di vita. 

***

Scaltrézza – secondo il Vocabolario di De Mauro:

capacità istintiva di affrontare e risolvere qualsiasi situazione, superando gli imprevisti con prontezza d’animo e sagacia: cerca di comportarti con scaltrezza! | azione astuta, espediente, stratagemma

Parole in libertà: Simone

Ritorno del 4 maggio parole libere

STENDERE – di Simone Bellini

Disteso al sole, in pieno relax, nel fresco del giardino, un’ombra ondeggia sui miei occhi chiusi.

-Che c’è, chi è che mi disturba-

 Mia moglie :

– Da’ retta Nino ! Ho spazzato, dato il cencio, cucinato, lavato i panni ….. ora tu li prendi e li stendi te al sole, così vi fate compagnia !!!

Parole libere: Tina

Il ritorno del 4 maggio

Parola scelta: MELONE – Tina Conti

Fresco, gustoso, succoso, estivo, ricordarlo mi fa pensare al caldo, all’allegria, alla convivialità. Quante  ricette siamo riusciti a inventarci usando questo prodotto.

Sarà perché in estate non ci piace cucinare.

Il profumo dei meloni stordisce  per quanto è penetrante.

Una volta, tornando dal mare, avevamo in macchina una cassetta  di meloni comprati dai contadini di Donoratico.

Il profumo è rimasto imprigionato nel veicolo per tanti giorni, ricordandoci ogni  volta il piacere del mare, il caldo del sole e i bei giorni passati.

In estate mi diverte  abbinarlo a vari altri prodotti, per comporre piatti freschi e veloci. 

Al mercato uso varie strategie per acquistare quelli più saporiti; come odorarli, spingere la parte del picciolo per saggiare la maturazione, valutare la grana esterna della buccia.

Tutte azioni forse inutili perché ormai la qualità è data dalla selezione delle sementa. Non mi piace il melone bianco  perché,  arriva alla fine dell’estate, e annuncia la stagione autunnale.

Parole libere: Stefania

Il ritorno del 4 maggio – parole libere

Lontano – di Stefania Bonanni

Lontano: nel tempo, nello spazio, nei chilometri che ci separano, nei mari dove non ci siamo cullati, nei cieli dove sono passate nuvole che non abbiamo visto, nei giorni , nelle ore, nei momenti, che sono volati via. Sempre più qui, ora, insieme, dentro, sempre più in fondo, ancora e fondamenta. Lontano, distanti, sempre più vicini.

Parole libere: Lucia

Ritorno del 4 maggio – parole libere

Luna rossa – di Lucia Bettoni

foto e quadro di Lucia Bettoni

E l’amore ebbe inizio
Luna rossa in cielo rosso
Ti ho guardato
Mi hai guardata
Hai toccato il mio cuore
Il bacio più morbido
L’abbraccio più lieve

Ti ho trovato per sempre

Se la vita porterà dolore
nella luna rossa mi riposerò
Se la vita ci allontanerà
nella luna rossa ti cercherò

Parole in libertà: Daniele

Incontro in presenza del 4 maggioparole libere

Poderosa – di Daniele Violi

Come il nome che Ernesto, 70 anni fa, dette alla sua moto con cui, partito dal suo paese con un amico, ha attraversato da sud a  nord il continente sudamericano. La moto portava con sé tanta volontà per far crescere due giovani e aiutarli a far cambiare il mondo. Grazie moto che hai avuto sulle tue spalle due benefattori e grazie operai che avete contribuito a realizzare una motocicletta che si chiamerà poi “Poderosa”.

Parole libere: Rossella

Ritorno in presenza del 4 maggio

LUNA – di Rossella Gallori

LUNA…4 MAGGIO 2021  …ci rivediamo

(Parola presa al volo “ LUNA” di Lucia Bettoni)

La luna si affacciò, lontana, uno strano mezzogiorno, una notte anomala, piena di rincorrersi, di non acchiappare i mai, con il desiderio forte di cadere per non rialzarsi, sdraiati sui sogni, sui silenzi, sulla voglia di baciarsi, se non sulla bocca…le mani.

Ci lasciammo su una strada polverosa ed irta, paralleli sempre uniti…mai, con una luna puritana e bianca di livore, che non aveva saputo volerci bene, l’ amammo a lungo…immeritatamente…

Poi fu notte,  ed apparve il sole, se pur lontani, ci bruciammo ancora una volta….

quadro di Franco Innocenti

Incontro in presenza – 4 maggio 2021

con Cecilia Trinci

Ce l’abbiamo fatta!!! ci siamo rivisti in presenza, accolti da Riccardo Massai e Priscilla Vannini, coccolati dalle prelibatezze di Tina Conti, nell’Arena del Teatro Comunale di Antella.

N.b. le mascherine sono state abbassate solo per la foto!

Abbiamo fatto un gioco:

Ognuno ha scelto una parola con la stessa iniziale del proprio nome e abbiamo creato un cerchio magico di termini, sensazioni e concetti.

Ognuno poi ha scelto la parola su cui scrivere di getto…….

Abbiamo ritrovato il nostro stare insieme, con semplicità e sorrisi.

Alla prossima….!

Palloncini: riflessioni

Palloncini – di Patrizia Fusi

disegno di Carla Faggi

L’immagine dei palloncini mi ha colpita.

Ognuno di noi è diverso dall’altro per intelligenza, cultura, estrazione sociale, bellezza, fantasia, tutte doti del proprio bagaglio genetico.

Se persone così diverse fra loro hanno il piacere di ritrovarsi nel gruppo delle Matite, qualcosa ci accumuna.

Io vedo ognuno di noi con un rocchetto di filo: sono le nostre vite e le nostre capacità, che mettiamo in evidenza nel gruppo con i nostri lavori.

La persona a cui abbiamo affidato i nostri rocchetti è la Cecilia che è riuscita a dare la libertà a ognuno di adoperare il proprio filo secondo le nostre capacità.

Alla sommità di ogni filo c’è legato un palloncino, tutti sono posizionati a varie altezze ma sono sempre tutti insieme e c’è anche quello della nostra Guida.

Sono un bellissimo mazzo colorato, fatto di tante storie, emozioni, esperienze, dolori e tanto altro.

Io ho scelto quell0 di colore rosso.

Questo mazzo di palloncini ci solleva dal peso del momento che viviamo attualmente.

 E del vivere quotidiano di ognuno di noi.

L’unione fa la forza.

(E’ questo che ci fa stare insieme???)

Incontro virtuale – 27 aprile 2021

con Cecilia Trinci

Ultimo, generoso, commosso incontro in videoconferenza di questo anno, così importante e diverso dagli altri, così partecipato e condiviso.

Un tempo che è stato meno giocoso ma più “utile” (Tina), un “tempo bello, di qualità” (Stefania), che ha dato respiro in un periodo difficile (Anna), che ci ha concesso la malinconia (Gabriella), che ci ha permesso e richiesto maggiore concentrazione ( Luca) e intimità (Nadia, Carmela, Patrizia), che ci ha dato la possibilità di osservare noi stessi (Rossella), che ci ha permesso di ascoltarci di più (Carla), che ci ha sollecitato e risvegliato (Vanna), un tempo di empatia e rispetto (Lucia, Laura), che ci ha permesso di conoscerci di più tra noi (Sandra), un tempo in cui i nostri dolori sono stati accolti dagli altri e sostenuti come da tanti palloncini colorati (Gabriella) , un tempo in cui, con questo mezzo, le Matite si sono reciprocamente ospitate in casa propria.

Un tempo di Umanità.

La cosa più bella di questo anno insieme è stata la capacità di restare uniti e aver saputo scrivere pagine importanti. Non solo per noi stessi, perché scrivendo  abbiamo liberato pieghe dell’animo e aperto nuove finestre, ma anche per chi ci ha letto con interesse e affetto.

Sono felice di questo nuovo traguardo, che dietro ne promette altri, ancora da inventare.

Sono felice del chiarore che si intravede, dei legami che ci hanno fatto compagnia.

Da soli siamo qualcosa di unico e possiamo volare come un palloncino leggero, ma insieme siamo forti, come un mazzo di palloncini, capace di sollevare pesi che altrimenti sarebbero rimasti a terra.

disegni di Carla Faggi e Lucia Bettoni

Mi dispiace per chi si è perso per strada, auguriamo loro un buon cammino,…. se non un possibile ritorno.

Case: Patrizia

Odori di case – di Patrizia Fusi

La mia famiglia era composta da cinque persone e lasciare la mia prima casa è stato bello, era un semi interrato di due stanze e mezzo, con il gabinetto per le scale che serviva per le sei famiglie che ci abitavano.

 Un piccolo quadrato, da un lato c’era uno scalino alto con al centro un grande buco che veniva richiuso da un tappo che aveva sopra una maniglia, per noi bambini avevano fatto un piccolo foro alla base del pavimento per la pipi, all’inizio non c’era la luce elettrica e quando era buio si andava con la candela.

Mio babbo mise la luce che si accendeva da dentro casa, fu una bella cosa.

 Era situato alla prima rampa di scale e aveva lo sfiato dell’aria che usciva sopra il tetto, quando alzavo gli occhi vedevo questo lungo rettangolo pieno di ragnatele con una luce fioca alla sommità.

 Non c’era acqua e l’odore pungente invadeva le scale, quella era la normalità.

La mattina si poteva incontrare le massaie con i vasi da notte che andavano a svuotarli.

Noi bambini quando eravamo fuori a giocare nel campo i nostri bisogni li facevamo dietro i cespugli e ci pulivamo con i ciuffi d’erba.

Traslocare in un appartamento di cinque stanze grandi al primo piano, con la mia prima stanza da bagno molto piccola ma dove c’era tutto e era solo nostra.

Avere la luce e il sole che entravano nelle stanze fino a tardi, senza le inferiate che c’erano nell’altro appartamento.

Nel primo appartamento ho lasciato tanti ricordi della mia infanzia, sensazioni, odori, paure.

E ho visto la mia crescita da bambina a ragazza e lì, in quel contesto del mio paese e dentro quell’abitazione, ho preso la consapevolezza di cosa voleva dire classe sociale, mi sono anche fortificata come persona.

 Ricordo ancora tutto il periodo trascorso dentro quelle piccole stanze, il bello e le difficoltà incontrate, gli oggetti, la moscaiola un piccolo rettangolo con ai lati della rete per far circolare l’aria, dove la mamma metteva il burro, la marmellata o altri cibi per proteggerli dalle mosche. Quando è arrivato il frigo è sparita.

 Le mezzine di rame per l’acqua, l’acquaio in pietra serena un po’ consunto.

La vetrina con il sotto che serviva a contenere pane pasta e altro, c’era un vaso di terracotta con dentro dello strutto che la mamma comprava al forno dove cuoceva la carne di maiale, con questo grasso arricchiva le verdure stufate con il pomodoro

 A me piaceva stenderlo sulla fetta di pane, le goccioline di succo di carne con l’aroma del rosmarino nell’inverno era una merenda golosa.

 Nel lato superiore aveva in bella mostra le tazzine da caffè, i piccoli bicchieri da rosolio, la trina che pendeva dai ripiani.

 La sveglia a cipolla che con il suo ticchettio rumoroso ci accompagnava tutti i giorni e ci faceva compagnia.

Il grande camino che non si è mai adoperato dove era posizionato il fornello a gas.

La stufa a legna che serviva per riscaldarsi e cucinare nei periodi freddi.

Il prete con lo scaldino che veniva messo nel letto per riscaldarlo e per levare l’umidita dalle lenzuola.

 L’odore del mangiare che mamma preparava, odore di cavolo, di minestra di verdura, tutto questo mi abbracciava e mi accoglieva a differenza di quello che  provavo quando andavo nella casa di una mia zia che abitava nello stesso paese che profumava di borotalco, per me odore sgradevole che mi faceva sentire diversa e respinta.

Case: Tina

La  casa tra i fiori- di Tina Conti

foto di Tina Conti

Oggi è il mio giorno libero, (il martedì), sono contenta da quando scendo dal letto.

Mentre preparo la colazione sbircio fuori dalla finestra: tempo mezzo  e mezzo, il letto lo faccio subito, ieri sera mi sono avvantaggiata in casa per esser libera, i bambini ieri erano solo in tre e hanno giocato quasi sempre fuori.

A parte le merende continue, il più grande  mangia come un lupo, il pane che  ho comprato ieri , quasi un chilo e’finito., divorato  in fette con il pesto di baccelli che doveva essere  per la cena, insieme a banane, nespole  e mini schiacciate. Le minacce che spingevano a pulirsi le scarpe quando rientravano in casa hanno dato buon esito, sembra  tutto  in buono stato.

Esco, vado nella mia palestra  privata, camminata veloce sul vialetto, con sacco del differenziato al seguito, piegamenti davanti alle piante di rose per estirpare  le erbette che le vogliono soffocarle, visita all’orto.

Controllo delle semine e poi leggera zappatura alle cipolle.

Ascolto mentre il mio corpo rallenta il galletto mattutino che mi saluta energico  e squillante, la tortora, che gongola morbida e ondeggiant mentre, libera dalla cova, si  accovaccia nell’erba bagnata.

Mentre respiro mi beo del verde  che e’ spuntato ovunque, tante tonalità, che quasi mai riesco a cogliere nei miei acquerelli.

Le gocce di pioggia sui baccelli sono perle ondeggianti, lucide e  incantate.

Zappetto leggermente  la terra appena bagnata e mi piego per liberare le  fragole dai fili d’erba che si sono intrufolati.

Le lumache questa volta non hanno fatto danni, tutto è rigoglioso, sono contenta.

Riprendo la camminata per rientrare a prendere lo spago, per formare piccole fascine con le potature degli  olivi lasciate a terra.

Serviranno per il forno  e le cotture autunnali conservate al riparo  nella legnaia.

Allungamenti, respiri consapevoli, ginnastica con gli occhi per scrutare il bello che la primavera ci regala..il canto degli uccelli e’musica melodiosa  e ginnastica  per il cuore, e poi fruscii, brezzoline, odori, sprigionati dalle erbe calpestate.

 Godo  nel vedere gli uccelli avvicinarsi alla casa per mangiare le briciole e i semi che nascondo vicino ai vasi perché indugino e si facciano vedere.

Si alternano cinciallegre e pettirossi, qualche volta anche tortore, le upupe arrivano nel prato, si fermano alla ricerca di vermi, poi volano via.

La ginnastica e’finita, dopo aver riportato le biciclette  lasciate dai bambini

sotto la tettoia, raccolto monopattini e palette rientro.

La casa che abito da venticinque anni è arrivata dopo  le altre tre della mia vita.

La casa di famiglia, tanto amata e che mi ha fatto sentire sicura e protetta insieme a quel grande contesto di luoghi e persone che l’animavano. Non volevo lasciarla e anche dopo, quando ci tornavo, sentivo che qualcosa si distendeva. L’orto non lo abbiamo venduto, è un pezzo di casa che è rimasto di tutti e se anche non ci vado più so che c’è, che serve a qualcuno, che è fonte di amore e di vita. L’orto della nostra “casa delle cose” ci metteva in comunicazione, perché lì, all’aperto, si stava insieme e c’era sempre qualcosa da raccontare, da scambiare.

La casa di due anni in via dell’Arione, non mi ha lasciato grandi ricordi e affetti.

Poi la casa nuova, organizzata in modo giovane, con spazi aperti, luce e tanta  famiglia, dove si era ricreato un mondo caldo e pieno di vita. Abitata per mezza vita e lasciata con trepidazione.

La casa di oggi, per tutti i figli, fratelli, amici, grandi tavoli per ospitarli dentro e fuori, aperta, felice degli ospiti che si presentano, con sempre qualcosa da regalare.

Un po’ di radicchio, una pianta, la frutta degli alberi, un piatto cucinato, e tanti mazzi di fiori. Si mi piace regalare e ricevere fiori. Sparsi in giro nel campo e nel giardino sono stati piantati cespugli e piante perenni che regalano fioriture nelle varie stagioni e ancora ne verranno piantati, ci sono tanti nuovi progetti.

Una casa per  sentirsi accolti, dove i bambini hanno giochi, abiti vecchi, consoli, oggetti, spazi per stare, giocare, lavorare e divertirsi, riposarsi, dormire.

Una casa con poche pretese, da usare,  senza paura di rovinare, tanto io dico non si finisce una casa  in una vita , tanto vale sfruttarla bene.

Case: Carmela

Le case del cuore – di Carmela De Pilla

Fino alla maggiore età, e una volta si diventava maggiorenni a ventun anni, la mia casa è stata il mio cuore, un cuore calpestato da un’inquietudine che mi avvolgeva nel silenzio di mille notti scure e malinconiche.

Ho vagato per infiniti anni, così mi sono parsi, tra muri invalicabili e stanze abitate da sconosciuti, ho soggiornato in più collegi o in casa di zie che “mi tenevano per un po’ di tempo”, mi sentivo forzatamente abbandonata, ma per fortuna amata perciò il calore di una casa l’ho sentito solo quando ero già una giovane o quando una volta l’anno la famiglia si incontrava in un affetto che attenuava quella solitudine che si infiltrava nell’anima.

Una casa ha impresso dentro il mio sangue il marchio dell’amore che ci legava e ci sosteneva nonostante tutto, era la “casa del mare” costruita da mio padre negli intervalli di tempo in cui rientrava in Italia “Questa deve essere la casa del cuore, quella che ci permetterà di stare insieme, ognuno avrà la sua camera e ci sarà una grande sala dove potremo mangiare e ballare anche quando sarete sposati e saremo più numerosi” così dicevano papà e mamma.

La semplicità della casa contrasta con la bellezza del luogo, essenziale nella struttura, un unico pian terreno con quattro camere, per i miei due fratelli, per me e per i miei genitori, una piccola cucina e un’ampia sala centrale che si affaccia su una grande veranda che guarda il mare…quel mare con le isole Tremiti che ci osservano giorno e notte.

Lo conosco bene il mare, ne conosco l’ odore a volte delicatamente profumato, a volte così intenso da dar fastidio, ne conosco il suono, dolce musica spinta e accompagnata dalla brezza o il frastuono del mare mosso che di notte lascia spazio alla paura, conosco la sua trasparenza che non tradisce mai e i mille colori sempre diversi, ho imparato lì a scoprire le innumerevoli sfumature  dell’alba e del tramonto che invitano a sognare, è lì che sento l’odore acuto del giglio marino e quello delicato del mirto.

Nel silenzio e nel blu intenso della notte sembra di toccarla la luna e le stelle che sembrano più luminose e più vicine ci indicano senza fatica l’orsa maggiore, l’orsa minore, il carro…e ti lasci rapire da tanta bellezza.

Nel tempo è diventata più bella, ma è rimasta sempre “la casa del cuore” che ha custodito quell’amore che ci ha unito a dispetto di un destino che ci ha voluto separare, tuttora è la casa del mare dove si sono divertite anche le mie figlie e i miei nipoti e ora anche i loro figli.

Ho percorso tante strade affollate di paure, dubbi, silenzi, ma via via si faceva sempre più spazio dentro di me una forza che mi ha spinto a trovare la voglia di una rinascita ed è proprio in questo momento che ho incontrato l’amore e un’altra “casa del cuore”, finalmente la mia casa! Quella che mi ha vista moglie, mamma e donna sempre più sicura e più desiderosa di conoscersi e di realizzarsi.

Era una bella casa, nella zona di Rifredi a Firenze, un terratetto su due piani, arredato con mobili semplici ed eleganti, con un piccolo giardino dove le mie bambine, ora donne sono nate e cresciute e dove ho vissuto momenti importanti della mia vita.

L’ultima “casa del cuore” è quella dove vivo attualmente, ora che sono una donna matura, per così dire  vedo le stelle più luminose perché ho imparato a costruire una strada fatta di amore, di amicizia, di passioni e questa casa rappresenta la sintesi di tutto ciò, è la casa dei miei sogni, la volevo proprio così!

Abbiamo sempre desiderato vivere in campagna così tra rinunce e un mutuo da pagare siamo riusciti a comprare una porzione di colonica immersa nel verde, anche questa come la casa al mare ha una grande sala per la convivialità, è piena di cianfrusaglie come dice mio marito che a me invece piacciono un sacco e poi c’è un grande giardino, luogo di incontro e di feste con gli amici e l’orto, ultime mie passioni.

Soprattutto in primavera, quando le piante hanno bisogno di me, passo molte ore della giornata fuori a trapiantare, potare, seminare e la fatica che faccio è ampiamente ripagata dalla gioia immensa di vedermi circondata dai colori, dai sapori, dalla musica e dal profumo della terra.