Verdino

VERDINO LA SPAVENTAPASSERINO – di Sandra Conticini

I bambini erano cresciuti e quell’anno lo spaventapasseri per il campo di mais lo volevano fare loro. Sarebbe stato il primo anno che  nonno Pio non avrebbe fatto il fantoccio per scacciare gli uccelli e quindi cercava tutte le ragioni per dissuaderli dall’ idea perchè, diciamolo francamente, anche lui si divertiva e ritornava un po’ bambino.

I ragazzi presero due pali di legno, li rivestirono di paglia, con una palla rivestita con delle calze verdi fecero la faccia, al posto degli occhi misero due bottoni gialli e per naso una ciliegia. Lo vestirono con una felpa verde bandiera, un paio di pantaloncini verde militare tutti rattoppati e in testa un bel cappello con la tesa verde smeraldo. Fu battezzato Verdino, ma il nonno non era troppo convinto della sua efficacia, visto il colore dei vestiti.

Invece dovette ricredersi, gli uccelli si fermavano tutti sullo spaventapasseri e spesso era così pieno che il verde dei suoi vestiti non si vedeva, ma si sentiva un gran cinguettio che faceva una bella compagnia.

Quando il mais fu tagliato Verdino rimase in mezzo al campo  tutto sciupacchiato, ma qualche uccellino affezionato lo andava a trovare e lui era contento perchè non era solo. Poi vennero i ragazzi e lo tolsero, ma non lo disfecero, anzi lo restaurarono un po’ e lo misero in cucina al calduccio del camino per ritirarlo fuori l’estate prossima.

Occhi verdi

Occhi verdi – di Sandra Conticini

Bello codesto vestito verde con i giri manica e il cannone davanti bordato con piccole borchie. Come mai hai preso codesto colore così sgargiante, visto che dici sempre che il verde non ti sta bene alla faccia? Devo dirti che con quei sandali bianchi e blu con un po’ di tacco, la giacchina blu corta,  stretta in vita, la borsetta di paglia blue, il foulard di seta verde e blu, sei  veramente elegante,  poi guardo quegli occhi verdi e penso che per me sei proprio la mamma più bella del mondo!

Un cappello per ogni stagione

L’uomo col cappello – di Carmela De Pilla

Era ancora giovane e pieno di energia Enzo Zaccagna tanto che si poteva permettere di dormire quattro o cinque ore e lavorarne venti, senza sosta né fatica, così…come fosse normale.

La sua famiglia, profughi fin dal settecento dall’Albania, si era rifugiata in quel piccolo paese della Puglia settentrionale e col tempo, grandi lavoratori quali erano diventarono ricchi  proprietari terrieri.

Celebre avvocato e ultimo discendente, aveva fatto prosperare il suo già inestimabile patrimonio fino a diventare agli inizi del novecento l’uomo più ricco e più colto della Capitanata.

Il suo fisico robusto e ben piazzato nascondeva un animo generoso e altruista abbastanza insolito nell’alta borghesia del tempo, tutti rimanevano stregati dal suo fascino rupestre e allo stesso tempo aristocratico, i suoi folti baffi neri dal riccio finale fatti crescere secondo la moda del momento erano tenuti sempre ben curati con la cera, ma ciò che lo caratterizzava era senza alcun dubbio il cappello, ne aveva uno per ogni occasione e per ogni stagione.

Quello che amava di più era la coppola, di fresco lino d’estate o di lana d’inverno, la metteva quando si recava in campagna dai suoi contadini “Mi sento uno di loro, li capisco di più e loro non mi vedono come il padrone autoritario e prepotente, ma come un compare” diceva quando sua madre gli faceva notare che non poteva presentarsi ai suoi braccianti come uno zappatore qualunque.

Lui non se ne vergognava anzi ne era fiero, me lo ricordo ancora quando lo accompagnavo col calesse alla masseria, si confondeva tra loro con il vestito di velluto a coste marrone e l’ inseparabile coppola, andava nelle stalle per controllare gli animali o discutere sulla semina del grano.

-Buongiorno don Vincenzino, quest’anno dobbiamo festeggiare, ci sarà un buon raccolto!

 Così lo chiamavano, per loro non era il padrone, era affettuosamente Don Vincenzino.

Fu proprio in quella masseria che conobbe Caterina, quasi coetanei e cresciuti insieme fin da ragazzini scorrazzavano spensierati nei campi, ma col tempo le cose cambiarono, lei era diventata una donna dalla bellezza selvaggia e un po’ maliziosa e i lunghi capelli neri volutamente lasciati sciolti mettevano in luce il suo spirito ribelle.

Con la gonnella dai colori sgargianti e il corpetto allacciato ben stretto sembrava una gitana e quel giorno la vide come fosse la prima volta, con la conca in testa e una mano sul fianco camminava scalza sulla terra rossa mettendo in risalto le sue linee morbide e sinuose e, non si sa come, da quel momento la guardò con occhi diversi.

Era amato e rispettato da tutti Don Vincenzino, gioviale e pronto alla battuta con i suoi contadini, serio e impettito  con i suoi amici dell’alta aristocrazia.

Nel grande salone del suo palazzo allestiva feste con gli uomini più ricchi e potenti del territorio per intrecciare nuove amicizie e proficui affari, impeccabile nella sua redingote grigio antracite, la camicia bianca con il colletto ben inamidato e il papillon nero, non mancava naturalmente il cappello che in queste occasioni era il cilindro.

Sotto il caldo afoso delle lunghe giornate estive amava portare il fresco Panama o la Paglietta fatta venire direttamente da Napoli, seduto davanti al caffè Adriatico con i suoi amici spiccava fra tutti per la sua naturale e raffinata eleganza, composta e mai eccessiva.

Ogni volta sembrava diverso, un’altra persona! Ma la cosa straordinaria era che lui stesso si sentiva diverso e si divertiva a giocare, a creare nuovi personaggi che accentuavano ancora di più il suo fascino e la sua popolarità.

Cappelli verdi ….e molto altro

Cappelli in libertà – di Stefania Bonanni

Non è un racconto, e neanche uno scritto, e forse neanche un pensiero costruito con intenzione. Non ha dignità né di fine, né di senso, è  solo quello che vi avrei detto, fossi stata lì con voi in questi due ultimi martedì. La settimana scorsa è stato il pomeriggio del cappello, e vi ho viste belle e divertite, avete passato ore serene, delle quali mi sono arrivate le onde. Mi è  dispiaciuto non esserci, ma ne sono anche un po’ contenta, perché non so se sarei riuscita a non raccontarvi, dei cappelli, un aspetto che non avete preso in considerazione.  L’anno scorso di questi tempi, ero ossessionata dal pensiero che avrei probabilmente dovuto coprirmi la testa,  se mi avessero rasato i capelli per l’operazione. Poi il chirurgo mi ha promesso che avrebbe tentato di non tagliare i capelli, ed è riuscito a mantenere la promessa. Perché a giro ci sono cappelli che coprono teste che hanno perso i capelli. Cappelli al posto di capelli. Cappelli indimenticabili, come quello che Anna provava una mattina nella quale le facevo compagnia, nel periodo in cui si curava. Provava un cappello stretto sulla testa, e quando se lo è tolto, era completamente foderato dai suoi capelli, che, tutti insieme, erano caduti e rimasti attaccati al cappello. Fu uno schiaffo violento, uno shock di dolore e pudore, mi turbo’ in qualche modo aver turbato un’intimità, essere stata testimone di una profanazione. Lei si disse contenta ci fossi, a farle compagnia in questa nascita da uccellino senza piume. Da quel monento, mise la parrucca, senza lamentarsi e con un pizzico di civetteria, che era vita, coraggio, e speranza. Anna è guarita, anche grazie al tempo passato con noi, sono sicura.

Poi una strana considerazione, suscitata dall’argomento cappello. In realtà,  abbiamo sempre la testa coperta. Dall’ombrello, dal tetto delle nostre case, dall’ombrellone che ci ripara dal sole, dal tettino della macchina. Dall’ombra degli alberi. E, quando siamo liberi, all’aperto, sull’erba, sulla sabbia, cullati dalle onde, abbiamo sulla testa, più di noi ed oltre, il più azzurro, evanescente, nuvoloso, stellato,  magico, mistico, inafferrabile e onnipresente, a volte addirittura attraversato da ponti colorati,  compagno della vita. Abbraccio su cui si può contare, pensiero di certezza misteriosa, cielo che copre ed avvolge, come la copertina di lana tenera che si usa per i bambini piccoli. Presente , ma disposto a farsi materia solo per chi ha bisogno di rivolgersi al suo cielo, mai uguale ad ieri, a volte turbolento,  a volte pauroso, ma sempre lì,  per chi ha bisogno, per chi lo guarda con gli occhi rivolti all’insu’. Per chi sogna con le stelle, fa l’amore con la luna, piange con le sue lacrime di pioggia, si lascia imbiancare i capelli dai suoi fiocchi di gelo, si affida al suo vento, lasciando che trasporti baci e voci, per il mondo, e chissa’, forse anche più in su. Un cappello di cielo e magia, tra i piccoli uomini e l’immensità.

Visto che sono a raccontare i pensieri bislacchi nati dal cappello (che fosse di un prestigiatore?), penso che il cappello sia servito per alzarsi più su della massa. Portava il cappello, chi rappresentava l’autorità.  Nel mio paesino di bambina, solo tre persone avevano il cappello, e tutte e tre abbinato a vestiti neri, come se fosse il nero e l’altezza data dal cappello, a dover subito far impressione. Portava una gran tonaca lunga fino ai piedi e svolazzante, il prete, e sulla testa un cappello bombato che somigliava ad un pentolino. Con un po’ po’ di divisa nera con bottoni d’oro e bande rosse, francamente sproporzionata alla delinquenza locale, con tanto di cappello simile alla feluca di Napoleone, ogni tanto faceva mostra di sé il maresciallo dei carabinieri. Ultimo, come l’eccezione che conferma la regola, ultimo vestito di nero e con il cappello con la visiera bordata d’oro, nientepopodinenoche…Corradino, il postino. Che forse, vista la divisa, si considerava un’autorità, come sicuramente avevano grande considerazione del ruolo di rilievo, gli altri due. Avrebbe forse dovuto pensare che, data la statura, se non fosse stato bardato, non sarebbe stato granche’ visibile.

Avevamo un piccolo cane buonissimo, all’epoca, la Tittina, ed evidentemente non si era capito subito che avesse in gran disprezzo i rappresentanti delle istituzioni. Forse incarnava un animo anarchico, fatto sta che ha rincorso solo tre persone, nella vita: naturalmente, il prete, che era il suo preferito, il maresciallo dei carabinieri, e tutti i giorni, Corradino.

Sempre cappelli, perché hanno tutti il cappello, i personaggi del libro di Pinocchio. Ha il cappello Geppetto, ce l’ha il burattino, ha il cappello la fata, hanno altissimi cappelli i carabinieri, ha il cappello il grillo parlante, ed anche l’Omino del paese dei balocchi, e se lo rimettono Pinocchio e Lucignolo per nascondere le orecchie d’asino. Senza aver pretese di analisi , i personaggi che si capisce subito cattivi, non ce l’hanno. Non ce l’ha Mangiafuoco, non ce l’ha il Pescatore, non mi sembra lo abbiano il Gatto e la Volpe. Come dire: non c’è nulla da nascondere, si sa che sono cattivi. Sono pensieri così,  suggestioni.

Poi penserò anche in verde. Ho le pareti verdi, in casa, il bagno piastrellato di verde, maglie, pantaloni, cappotto verde. Il verde sta bene alle more, mi dicevo quell’anno che fu il colore distintivo di una grande casa di moda. Mi comprai un famoso cappotto verde smeraldo che mi piaceva così tanto, che penso sia in assoluto la cosa più cara che ho comprato nella vita e che ora, chissà, potrei riesumare…in realtà nei miei occhi non è mai morto.

La cosa più bella del verde è che si sente spesso dire: “Ma avete visto come è verde,  quel verde? ” come se non bastasse guardarlo, va proprio impresso,  stampato negli occhi. Come se non fosse verde abbastanza,  Come se potesse essere più verde, come se fosse senpre il prato più verde che si sia mai visto,  l’erba più  brillante, quest’anno più dell’anno scorso, di certo meno dell’anno prossimo.Delle piante si magnifica il verde,  Non siamo disposti a tollerare foglie gialle o marroni, eppure vivono delle stagioni,  Come noi, come tutti. Ma noi le vogliamo verdi, brillanti,  lucide, alla fine, vive. E non ci piace quello che pure è vita, delle piante che si disfanno nella  terra, marciscono. Perché è verde, anche il verde marcio.

Verde chakra

Verde chakra – di Laura Galgani

Verde Chakra
La superficie del lago appena increspata dal vento era scura, di un verde cupo, ma rifletteva la falce di luna e le tremolanti stelle dell’Orsa Maggiore che ancora brillavano fra le cime rocciose spolverate di neve primaverile.
Il cielo stava schiarendo, la semioscurità non si stendeva uniforme sul paesaggio: ad est un vago chiarore lasciava presagire l’aurora e le montagne dirimpetto godevano di scintille di luce provenienti da molto
lontano.
Intorno alla riva alti abeti e larici dai freschi germogli formavano un folto mantello a proteggere il sottobosco lieto della presenza di piccole creature palpitanti.
Con passo lento e leggero un essere di rara bellezza lambiva la sponda del lago e con gesti appena accennati salutava quel mondo sfiorando ogni cosa. Accarezzava con la punta delle dita l’erba verde brillante del sottobosco, bagnandosele di rugiada. Al suo tocco il prato smeraldo gioiva e le rispondeva
regalandole il profumo della ricca terra in cui crescevano le sue radici. Sfiorava le cortecce dei tronchi sentendone i nodi e le asperità sotto i polpastrelli. I freschi germogli accesi di luce e di vita le donavano l’aroma amarognolo di resine ambrate. Si chinava ad immergere le dita sottili nell’acqua del lago che già schiariva nel verde brillante della luce rosata da est. E subito dall’acqua le Ondine la salutavano e liberavano il suo cuore da ogni passato dolore.
E quando il vento che preannunciava il sorgere del sole arrivò, facendole volare i capelli dalla fronte, lei si strinse un momento nello scialle di organza e chiuse gli occhi per respirare forte quel soffio di vita. Poi li riaprì, si lasciò abbracciare dal primo raggio di sole che dal fianco della montagna inondava tutto di luce.
Ogni cosa si mise a cantare all’arrivo del sole: l’acqua del lago si rischiarò e i grandi alberi si stagliarono netti sull’opposta riva specchiando il loro verde lucente sulla superficie dell’acqua. Ogni spicchio di prato ondeggiava appena come sotto la carezza di una mano amorevole. Le poche nubi bianche passando sul lago si specchiavano e si tuffavano nel lago diventando di un verde acqua trasparente. Lei si fermò a contemplare il sole fattosi ormai sfera perfetta.
Dal bosco silenzioso una cerva fece capolino. Si voltò a guardare la dolce creatura con occhi grandi che sapevano d’amore. Anche lei la guardò e sentì che tutto era perfetto. Da quel lago, da quel bosco, da quel cerchio reso ancor più perfetto da 12 piccole insenature che sembravano petali, dall’incontro con gli occhi di cerva stava nascendo l’Amore, l’Amore puro, l’Amore che non trattiene né vuole niente per sé, l’Amore che dona, che dà senza sosta, proprio come il sole, senza chiedersi perché…

Bagno nel verde

Rinascita – di Lucia Bettoni

foto e quadro di Lucia Bettoni

Affondo le mani nella terra
cerco il germoglio del risveglio
la forza della rinascita
Assetata di Nuovo
impasto la terra come pane
Farò il bagno nei prati e nei campi
Gocce di rugiada sgorgheranno
da nuove foglie
Il mio cuore saprà di primavera
profumerà di fiori e
avrà il colore verde
della vita che si rinnova


Cappelli in festa

Fantasia di cappelli – di Patrizia Fusi

foto e disegno del cappello di Simone Bellini

Una cascata gioiosa di cappelli, sbarazzini, femminili, colorati, eleganti, affascinanti, fantasiosi, sportivi, di pelliccia, da lavoro, di lana un’esplosione di creatività.

Cappelli che parlano di chi li indossa.

Quando ero giovane io i cappelli non andavano di moda o io non me ne sono accorta, non ne ho sentito la mancanza, l’ambiente che frequentavo non ne sentiva la necessità.

Il cappello di quelli mostrati che mi poteva far sognare era quello disegnato color crema, ma non avrei saputo dove indossarlo, forse solo ad un matrimonio molto elegante.

In un certo periodo alcuni tipi di cappelli femminili sono stati una distinzione di classe sociale.

Verde piumino

Piumino verde – di Patrizia Fusi

Foto di Pezibear da Pixabay

Un gruppo di genitori fuori del cancello della scuola con i propri bambini, due di loro hanno un cane, quasi uguali per taglia e età, i cani giocano con vivacità , i genitori continuano a parlare fra di loro, un cane è legato al guinzaglio, l’altro è libero, si mordicchiano, si abbracciano, si saltano addosso, è una lotta gioiosa, i bambini la seguono con attenzione, partecipano formando due gruppi scegliendo per quale cane tifare… mi colpisce quello che dice un bambino con un piumino verde, incita il cane che aveva scelto di “spezzare le ossa all’altro canino”.

Nessuno dei genitori sente questa frase che lui ripete più volte, mi chiedo il perché di quelle parole così violente nella bocca di una creatura così piccola, dove le avrà sentite, quanta attenzione dobbiamo fare quando parliamo per non trasmettere quella violenza.

Suona la campanella i bambini entrano a scuola, i genitori si disperdono, i due canini seguono gioiosi i loro padroni.

Verde come uno smeraldo

Colorati di speranza – di Nadia Peruzzi

“Era verde. Verde e gravido. Giaceva supino in un mare di giaietto sibilante, come uno smeraldo suppurante nell’oceano dell’universo. Non ospitava la vita. Sulla sua superficie la vita esplodeva, prorompeva, si moltiplicava e prosperava, al di là di ogni possibilità dell’immaginazione. Da un suolo così ricco che quasi viveva anch’esso, un magma verdeggiante sgorgava per inondare la terra. Ed era verde. Oh, era di un verde così vivo da avere una nicchia tutta sua nella gamma dell’impossibile: un verde invadente, onnipresente, onnipotente. Il mondo di un dio clorofillaceo”.
(Alan Dean Foster)

Non ho mai visto la giungla da vicino, ma se devo pensarla,  la penso così, come lo scrittore descrive questa apoteosi di verde che entra in tutte le cose, le avviluppa, le invade, le sopraffà, le imprigiona.

Mi fa pensare a templi di antiche civiltà che col passare dei secoli sono state conquistate da alberi e da una vegetazione lussureggiante, che ha avuto la meglio su tutto il resto lasciando scoperte, nel migliore dei casi, solo le sommità.

Sollecita un sogno che vorrei si traducesse in realtà. Vorrei un giorno, vagare in un bosco di orchidee, circondata dalle loro foglie carnose e da fiori di ogni colore, anche scontando l’umidità che si fa goccia e cascata, e si insinua pervasiva in quella foresta pluviale, scivolando dolcemente e instancabilmente sulle foglie, lungo i tronchi degli alberi fino ad entrare in ogni anfratto, con un piglio quasi inesorabile. La immagino mentre si fa nebbiolina per effetto del calore, mentre i raggi del sole vi si insinuano quasi come lame, per ingentilirsi e mutarsi poi in fili dorati che lungo il percorso fanno sfavillare le mille tonalità di tutti quei verdi, talora cupi e austeri, per regalare  gocce di smeraldi anche più rilucenti delle gemme vere.

Un mondo verde in cui perdersi, senza scomparire, per ritrovare sé stessi e per rinascere nuovi di zecca, colorati solo di speranza.

Nadia 18 aprile 2018

Incontro virtuale – 9 febbraio 2021

con Cecilia Trinci

Immersi nel verde abbiamo condiviso oggetti da mostrare e pensieri in verde.

Verde speranza o rinnovamento il verde è apparso come colore positivo, rilassante, fresco: il verde della natura e dei paesaggi, il verde di vestiti amati, di gioielli cari, di sciarpe e stoffe molto portabili e portate effettivamente.

Il verde della natura ha prevalso, ma non è mancato il verde cittadino degli arredi o delle piastrelle, il verde dei quadri, il verde dei fiaschi di antica memoria.

E’ apparso il verde del the, del pesto, delle zuppe, ma anche il verde dell’olio e del suo odore “verde” che pervade prepotente quando si lavora e quando esce dalle cannelline appena franto.

E’ apparso il verde della scatola del borotalco come verdi erano le gioiose scatole di metallo antiche.

E’ apparso il verde brillante del chakra del cuore che è amore profondo e puro.

E’ apparso il verde dei prati, della natura, della libertà, il verde del biliardo che non mancava mai nei locali dove gli uomini si riunivano per giocare e stare insieme.

E il verde particolare dei nostri paesaggi che secondo Tina ci hanno dato questa particolare sensibilità italiana per il colore e le sfumature, anche nell‘arte, perché tanti sono i verdi che ci circondano e fanno da sfondo alle nostre emozioni.

Il verde ha la potenza di ricreare, rigenerare, e con questa prospettiva ci avviamo a ripensarlo.

Un amore di cappello

Un amore di cappello – di Simone Bellini

– Tanti auguri amore mio ! – disse porgendomi un pacco viola a righe verdi e gialle! (Solo per questo abbinamento lo avrei volato dalla finestra senza nemmeno aprirlo . Non l’ho fatto perché era solo da tre mesi che ci frequentavamo .)

– Aprilo! Su aprilo, che aspetti !?- disse con occhi ridenti ed un sorriso che arrivava fino agli orecchi, mostrando l’orrendo apparecchio per correggere la bizzarra postura dei suoi denti.

Aprii il pacco con la curiosità di scoprire quali fossero i suoi gusti nei miei confronti ( essendo un amore acerbo non ci conoscevamo ancora a fondo). Nel scoperchiarlo il mio sguardo si pietrificò !

– Un cappellooo per il mio amoreeee !!! – disse battendo le mani .

Ci vollero un paio di minuti per riprendermi dallo shock !

– Che c’è caro, non ti piace ?  -…….Silenzio imbarazzante…..-  Non ti ho mai visto con un cappello, così ho pensato che ti mancasse, insomma, che fosse una buona idea…… originale !!! –

– Ma se non li porto un motivo ci sarà, nooo ! –dissi cercando di controllarmi, mentre il sangue mi ribolliva nel cervello. – Io li odio i cappelli, li perdo sempre, mi piace avere il capo libero, al sole, al vento, alla pioggia pure !- ormai avevo preso il via, il tono della voce diventava sempre più alto e minaccioso – Di questo colore poi….. VERDE !!! Un Borsalino, che di per se è un bel cappello, di colore VERDE SMERALDO guarnito con un gro-grè BIANCO, ci manca solo la tesa rossa per potermelo mettere  il quattro Novembre!!!! –

Ora era lei a guardarmi impietrita a bocca aperta !

– Mi dispiace cara, ma questo mi fa capire che io e te siamo incompatibili. Basta, fra noi è finita !!! – le dissi affondandole il cappello sul capo fino agli occhi.

Il campo verde

Eppure eravamo felici – di Cecilia Trinci

foto di Cecilia Trinci acquarello di Tina Conti

Quando mi occupavo di sport sostenevo spesso che gli obiettivi non hanno un valore particolare di per sé, ma lo hanno per la strada che ci spingono a percorrere. Quando accompagnavo i miei atleti alle gare la cosa più bella erano i giorni di allenamento, le motivazioni che trovavo per noi, la squadra che insieme voleva raggiungere un traguardo. Dicevo sempre “chiunque di voi avrà successo lo avrà non solo per se stesso ma per tutti noi, per il nostro impegno, per la bandiera che insieme portiamo”. Erano belli i giorni di battaglia, di ricerca dei limiti per superarli, il sentirsi migliori di come credevamo di essere tutti quanti. Poi veniva la gara, ma quanto era secondaria! Le foto conservate sono delle gare è vero, ma guardandole anche nel ricordo prendono vita le giornate di allenamento, di fatica, di risate, di complicità. E i viaggi per arrivare ai luoghi, il treno con le cuccette dove nessuno ha dormito per andare a Parigi, l’aereo di cui qualcuno aveva paura per andare a Birmingham e l’autista ubriaco che ha tentato di ucciderci tutti sull’autostrada per portarci all’albergo……E i personaggi strani come la “nonna Abelarda” dei primi meeting, con cui in poche ore, però, si diventava amici speciali.

Risate e risate sono quelle che si ricordano. Risate da star male per un nulla.

 Ma anche  combattere  fino all’ultima freccia e   il coraggio di litigare in una lingua straniera per affermare un nostro principio, per avere giustizia. E ottenerla. Eppure siamo stati felici. Sembra strano pensarci oggi, sotto questa cappa di pensieri funesti, sotto questa coperta di piombo che ci rallenta il pensiero, il progetto, il sogno.

Eppure siamo stati felici.

E anche oggi che racconto storie e le faccio raccontare il percorso è più importante dell’obiettivo. Per preparare una giornata di incontro, per pubblicare racconti rovisto nelle cartelle di fotografie. Matite 2013….Matite 2015….Matite 2017 e 18 e 19……. rivedo foto e vedo occhi, espressioni….eppure contano a volte anche più delle parole, delle storie.

Eppure eravamo felici.

Quante strade abbiamo percorso. E quanto verde abbiamo visto.

Non guardavamo dove puntare, non guardavamo l’arrivo ma il viaggio, i prati verdi, le case, gli alberi, i nostri visi….invecchiavamo insieme senza saperlo, senza volerlo……Ridendo.

Un pensiero sui cappelli

di Cecilia Trinci

Vi ringrazio dello scoppiettio dei vostri cappelli, di come vi siete preparate, mostrate, messe in gioco. Parlo al femminile perché le donne hanno giocato di più, ci hanno creduto, si sono esposte. Come sempre con gioia e coraggio leggero. Grazie dei pensieri che ne sono venuti fuori, alcuni solo detti quel giorno e non scritti, ma che comunque si sono rivelati….

Berretto

Il berretto – di Tina Conti

Non usciva mai senza, sarà perché i capelli erano pochi e perché invecchiando si sentiva consolato da quel caldo copricapo.

Ne aveva uno per la festa e uno per il lavoro, quello da lavoro era spesso ricoperto di polvere di legno, piume di piccione, fili d’erba.

A seconda della giornata e dei lavori  che aveva da fare nel suo  orto\magazzino rientrava con il marchio sulla testa, croce e delizia della mamma che lo bloccava sulla porta di casa per dargli una spolveratina.

Gli ultimi anni, eroicamente vissuti provvedendo a se stesso e donando ancora amore e sostegno ai  nipoti e figli, aveva anche un berrettino da notte .

Nei ricoveri in ospedale esibiva con orgoglio il suo berrettino da notte non curandosi delle risatine, e delle considerazioni del personale e delle infermiere che con fare materno lo  prendevano un po’ in giro.

Ricordandolo, mi è venuto in mente il berrettino bianco che viene messo in ospedale ai bambini appena nati, caldo, tenero, protettivo, come quello del nonno.

Verde smeraldo

“Nonostante gli occhiali verdi, i cinque rimasero ugualmente abbagliati dallo splendore della Città di Smeraldo. Case e palazzi erano di marmo verde incrostato di smeraldi. Di marmo verde erano i marciapiedi e tra un lastrone e l’altro spuntavano altri smeraldi. Le finestre avevano vetri verdi e perfino il cielo e i raggi del sole erano dello stesso colore.”

Questo è ciò che vedono appena arrivati alla CITTA’ DI SMERALDO i protagonisti del romanzo per bambini “Il Meraviglioso Mago di Oz”, scritto da Frank L. Baum, pubblicato nel 1900, che narra le avventure di Dorothy, una ragazzina del Kansas, rapita con il suo cane da un tornado e trasportata in un mondo fantastico. Viaggerà in compagnia di tre personaggi meravigliosi: lo Spaventapasseri, che vuole un cervello, il Boscaiolo di latta che vuole un cuore, e il Leone che vuole il coraggio. Insieme dovranno trovare la Città di Smeraldo e il suo portentoso Mago. Ci riusciranno ma la vera magia la farà la Strega Buona del Sud che insegnerà a Doroty il prodigio delle Scarpette d’argento con queste parole……..

[…] “possono portarti in qualsiasi posto del mondo in soli tre passi e ogni passo avrà la durata di un battito di ciglia. Non devi far altro che battere tre volte i tacchi e comandare alle scarpe di portarti ovunque tu voglia”.

Dorothy seguirà le indicazioni  e dopo diverse peripezie, finalmente, con il suo cane, si ritroverà a casa, stretta fra le braccia della zia Em!

Ma torniamo al nostro VERDE SMERALDO.

Il verde del nuovo, del fresco, della menta, dell’acerbo, delle olive, del pesto, della Liguria, dei prati, dei boschi, dei laghi di montagna, dei parchi,

dell'”essere al verde” e della povertà, dei campi di calcio, di tennis, di golf, delle pietre dure, dei tesori dei pirati, della giada…

Il cappello copriteiera

Copriteiera o cappello? – di Rossella Gallori

Il cappello marron glacé  era il meno brutto della produzione di mia madre, ne ha creati diversi negli ultimi anni di lucidità, con quell’ uncinetto che amava ma, che, a parer mio, non partoriva  neonati bellissimi…. coperte pesanti  fatte di piccoli morsi di lana grossa dai mille colori, poco calde ed ingombranti… grassi fazzoletti accogligatti che all’epoca non c’ erano e…cappelli, cappelli per me, che amavo il classico Borsalino da uomo o i colbacchi di pelliccia….copricapo coloratissimi  mai della misura giusta, dalle forme desuete: a pentola, a vaso da notte, a orfanella, a preservativo gigante, colori ignoranti, sfacciati, nei casi migliori sembravano dei copri teiera…

Spesso li perdevo, volutamente o casualmente, mi cadevano dalle mani, mi abbandonavano senza nemmeno dirmi ciao, poco apprezzati,  poco amati….cercavano altre vite.

 Stessa sorte  l‘ha avuta il cappello color castagna…ricordo bene l’ ultima volta che l’ho indossato, faceva freddo, molto freddo, la giornata si era annunciata noiosa, monotona, quella telefonata: esci?!?, improvvisa mi aveva  sorpresa più malandata del solito, capelli  scarmigliati senza garbo, vestagliuccia ciancicata, uscire o non uscire, amletico dilemma…

Fu così che in pochi minuti mi preparai, un po’ sfavata  come sempre mi ritrovai, con cappotto/ sciarpa/ guanti di fronte  ad una scatola di impietosi cappelli, dalla quale cadde lui, lui il copriteiera, l’ ultimo gioiello della collezione  di mammà… mi scelse e ed io stranamente, non lo rifiutati.

Confesso che mi sentii subito protetta da lui, ero sola come sempre, ma serena, forte, vera come non mai, ero protetta dalle schegge che spesso non riuscivo a schivare, dal mio non essere mai tutta me, camminavano in tre lungo l’ Arno, amicizia lei, cuorscontento io, ed il magico cappello poco distante da grandi occhiali scuri, dal bavero alzato, dalla sciarpa strangolante…

Guardavamo l’ Arno di là, come un quadro, il caffè e le parole incorniciavano un pomeriggio senza fronzoli…incontrammo gente, io perfino sorrisi, nello scoprire che altri erano amici di miei amici…..in una Firenze così piccola da stare in un cuore…

Ci furono le foto, con un sole che aveva voglia di andare a dormire, ed ancora non era nemmeno ora di cena, foto da ragazzine sotto un ponte, che in altri momenti mi avrebbe fatto paura, ma quel pomeriggio noi tre eravamo invincibili…”moschettieri  su i greto”  ed il vento arrossava le guance, un racconto nella testa, qualche confidenza, una poesia strappata in tasca e quelle istantanee che forse eran tre o quattro…ma ne è rimasta solo una, graffiata dal vento….Non si è persa lei, come il mio povero cappello, come qualche sogno infranto, è rimasta lì testimone di un giorno che  ricordo, del fiume di casa, di un caffè nemmeno speciale, di una me così serena, che non conosco, non riconosco…di quattro piedi, in marcia…

Si quella ero io, sono io……

Ancora un po’ di giallo

Giallo difficile – di Gabriella Crisafulli

Erano due settimane che ci girava intorno: no, lei con quel colore non voleva avere nulla a che fare.

Nel bene e nel male era stato un protagonista importante della sua vita ma non ne voleva più sapere.

Ripassava mentalmente le puntate, felici e non, della serie.

Giallo era il sole a “La Torre” di Mondello che splendeva sfarzoso alle spalle del suo amore.

Gialli erano gli stivali e l’impermeabile che indossava in Costa Smeralda.

Gialla era la tappezzeria del divano della cameretta di Napoli su cui si era seduta la nonna Giuseppina con la gonna imbrattata di vernice rossa.

Gialli erano i tulipani che riceveva per il suo compleanno.

Gialla era la mobilia della Casa dei Bambini e gialle le perle del multibase Montessori.

Gialli i copriletti e le poltrone della stanza degli ospiti.

Gialle le panchine che si portava dietro in ogni scuola dove andava ad insegnare.

Ma c’erano anche capitoli dolorosi.

Giallo era il terreno coltivato a grano che le si era parato davanti a Messina al primo sbarco in Sicilia dove aveva misurato l’intensità del rimpianto per la terra perduta.

Giallo era il campo di addestramento militare di Como dove andava con l’attendente.

Giallo era il vestito a quadretti di sua sorella con le maniche a palloncino.

Giallo era lo spazio esistenziale di una infanzia vissuta per dogmi, al di fuori del mondo.

Giallo è il trauma quando non scorre il sangue: è il colore del livido sotto la pelle.

Gialli erano i fiori di ginestra e di mimosa che causavano gravi attacchi di asma.

Giallo era il colorito del viso e del bulbo oculare quando aveva avuto l’epatite durante la prima gravidanza.

Gialla era la sacca che pendeva di fianco al letto: all’improvviso si era macchiata di rosso. Lei avrebbe dovuto capire e invece si era fatta convincere da quella splendida creatura comparsa a notte fonda, ad andare a casa a dormire.

Negli anni felici, gialla era stata la rivalsa: ti metti un cappello in testa, ti guardi intorno con sguardo impertinente e vivi serena. Dimentichi pene, fatiche e godi il presente giorno dopo giorno.

Non aveva scelto la strada giusta.

L’errore era stato vedere le persone come desiderava che fossero e non come erano veramente.

E adesso non aveva voglia di sfogliare l’album del passato.

Non aveva voglia di ritornare alla sua storia.

Non voleva sentirsi preda della grande tristezza che la riportava indietro rendendola immobile e impotente.

Non voleva rotolarsi nella malinconia.

Era in cammino da ieri a oggi.

Si era accollato un grande peso per sé e per la sua famiglia.

Si era fatta carico di una storia complessa.

E andava, andava, cercando un senso in ciò che era stato.

La verità le faceva male.

E poi le persone non credevano alla sua verità perché le apparenze erano contro di lei: non aveva testimoni.

Era alla terza puntata e procedeva dal dentro al fuori con il vento in faccia.

Come la statua di Porta Romana che alcuni chiamano “la squilibrata” per via dell’enorme peso che le grava sul capo ma che Michelangelo Pistoletto ha intitolato “Dietrofront”.

In quell’opera nulla è come sembra.

In quella donna c’è la circolarità tra passato e futuro.

Ora gialli erano i suoi capelli.

Un cappello e una bici

La mia bici – di Sandra Conticini

foto di Sandra Conticini: le “buchette del vino dei vinai fiorentini rimaste su alcune facciate di antichi palazzi

Chi mi conosce sa che io in città mi muovo spesso in bicicletta. Mi piace l’aria in faccia, quella fredda dell’inverno, meno quella afosa dell’estate. Per me la bicicletta è libertà, non  faccio file,  arrivo dove voglio, non  devo cercare parcheggio, incontro persone che conosco faccio due chiacchiere e riparto, poi  è utile per fare un po’ di ginnastica. Certo ho preso anche tanta acqua, e non esistono mantelle che  salvano,  sono rimasta molto male quando avevo le chiavi del lucchetto per aprirlo, ma ahimè la bicicletta era stata rubata e ho girato sperando di ritrovarla ma a me non è mai successo. Ora cerco di personalizzarla un po’, con bandierine stickers, copricestino riconoscibile lucchetti grossi per vedere se  scelgono quella accanto alla mia.

Bisogna stare molto attenti perchè per le macchine non esisti, ma la soddisfazione è tanta quando penso che in macchina  avrei fatto la metà delle commissioni fatte con le due ruote.

Quando andavo a lavorare nella zona nord di Firenze, arrivavo che mi sentivo bella carica pronta per iniziare la dura giornata e in inverno, come mi diceva qualcuno, ero inguardabile,  mi mettevo dei cappelli in testa di lana, oppure quelli con la pelliccia dentro e i paraorecchi e poi un collo tirato fino al naso,  praticamente rimanevano fuori solo gli occhi, mentre in piena estate mi portavo dietro qualcosa di ricambio perchè anche una maglietta di cotone era troppo.

Quando sono in bicicletta penso penso penso… ricordo il periodo che avevo deciso di comprare il motorino a mia figlia, ero molto combattuta e una mattina che andavo a lavorare era decisa per il sì, quando vidi un motorino in terra cambiai subito idea, ma poi il motorino glielo comprai, tanto la vita è anche fortuna.

In questo periodo di pandemia  mi è mancata, ci sono andata poco, un po’ perchè stiamo molto in casa e un po’ per la paura di ammalarsi , ma oggi sono rimontata in sella ed ho fatto un bel giro e quando sono tornata a casa mi sono sentita bene, perchè a me serve anche a scaricarmi un po’ come quando vado a camminare.

Per me la bicicletta è  terapia. 

Un cappello per curare

LA SIGNORA DAI MILLE CAPPELLI – di Sandra Conticini

Era tornata da poco tempo in quel condominio, nessuno la conosceva bene.

Quando incontrava qualcuno per le scale salutava educatamente, ma non si fermava a parlare, andava via dritta per la sua strada. Era una bella signora sui sessant’anni, forse qualcosa di più, sempre ben vestita, curata e non l’avevano mai vista uscire senza cappello. Li aveva di tutti i tipi e di tutti i colori, per l’inverno cappelli di pelliccia dei più svariati colori, ma anche di lana, di feltro, baschi e in primavera estate cappelli di cotone fatti a mano o di paglia con fiori, bottoni, perline ma anche molto eleganti di raso, di seta con tese più o meno grandi, insomma si capiva che al cappello non ci poteva rinunciare. La mattina in genere usciva sempre molto presto e spesso in una borsa si poteva intravedere qualche altro cappello colorato, con le piume, con gli occhi, con tralci di fiori di plastica.

Questa persona era diventata quasi un’attrazione in un condominio dove da decenni  gli abitanti erano sempre gli stessi, così quando la sentivano uscire  la spiavano da dietro le persiane o si affacciavano alla finestre e ai balconi poi rientrando in casa dicevano: Oh chissà che giri l’avrà quella del quarto piano che tutti i giorni esce tutta ripicchiata… E tutti quei cappelli??? Mah! per me c’è sotto qualcosa!

Questa storia durò per un po’, finchè un giorno tornando a casa Elena, questo era il nome della signora, trovò un signore del palazzo in terra così l’aiutò a rialzarsi, lo medicò e gli fece tutto quello di cui aveva bisogno, eh sì perchè lei era una dottoressa ormai in pensione e tutte lemattine usciva per andare all’ospedale dove c’erano bambini con malattie molto importanti e tutti quei cappelli che aveva o si portava dietro servivano per farli giocare e sorridere.

Da quel giorno nessuno ebbe il coraggio di dire più niente, anzi: era diventata la più amata persona del palazzo …

Cappello spaziale

Cappello spaziale – di Luca Di Volo

Sentite un po’ cos’è successo ad un mio amico napoletano…Il racconto me l’ha scritto lui inviandomelo per posta…(posta?!) da un posto che non avevo mai sentito nominare…E anche in caratteri illeggibili…comunque,  il resto era in Italiano e si capiva bene,  anche perché questo mio amico sapeva scrivere benissimo,  dato che era il suo lavoro..

Insomma..ecco qua..

“Caro Luca…”questo l’incipit…”Caro Luca,

Forse non crederai nulla di quanto ti racconto…e per la verità,  anch’io non so se crederci o no..Comunque,  questi sono i fatti…

Tu sai quanto mi sia sempre piaciuto passeggiare in via Caracciolo,  poi svoltare in via Chiaia..e addentrarmi per le fantastiche stradine che portano al centro di questa incredibile città…Tanta era l’abitudine che,  come sai,  avevo preso a memorizzare tutti i negozietti..i caffè…(i migliori del mondo,  dicono…), salutandoli tutti come vecchi amici,  sempre presenti e confortanti con la loro rassicurante presenza.

Fu così che non mi sfuggì un negozietto,  piccolo ma dall’aria molto elegante e un po’,  come dire…fuori contesto ..Quello che mi colpì però fu l’insegna…che in sé non aveva niente di strano..Una scritta luminosa,  lampeggiante,  di  un bel verde un po’ pacchiana forse…ma raggiungeva lo scopo.. Rimasi fermo,  un po’ anche lievemente stralunato a causa di quello che si leggeva in bei caratteri tondeggianti…Già…perché l’insegna proclamava: ”I più bei cappelli da viaggio di tutta  la Galassia conosciuta” e,  più sotto,  in piccolo: ”Non negatevi quello che avete sempre sognato,  emozionante,  sicuro,  alla portata di tutti”.

Irresistibilmente attirato da quel cartello non potei fare a meno di avvicinarmi e guardare nella vetrina. Quello che mi agitava era quella parola.. ”di tutta la Galassia conosciuta..” Ormai sapevo quante parole e quante espressioni iperboliche erano entrate nell’uso comune..uno spettacolo “galattico”..una star “galattica”…ma un cappello “galattico”?! Mah!!

Guardai dunque dentro la vetrina.

All’interno,  in modo elegante,  erano esposti cappelli di tutte le fogge e dimensioni.

Alcune erano davvero strane…ma la moda..si sa..Però un cappello enorme a tre punte..un altro con una tesa larga tre metri?! Forse erano davvero al limite…

Comunque entrai.

L’interno appariva elegante, ma abbastanza comune..Dietro il bancone il commesso..o il proprietario..mi accolse gentilmente..quasi con calore. ”Buongiorno signore.., ha visto che bei cappelli..?! Ed è solo un piccolo campione..in magazzino ne abbiamo tanti altri..per tutti i gusti..ne ha in mente uno in particolare?!”

Per la verità ce l’avevo…un cappello da uomo, a tesa larga..di un tessuto cangiante..molto chic…

Il vecchieeto si fregò le mani..”Aah..vedo che il signore ha buon gusto..che misura?!”. Gliela dissi..e lui entrò un attimo nel retrobottega portandomi  il cappello che da vicino era ancora più affascinante e soprattutto mi calzava come un guanto..

Ma lo strano bottegaio aveva ancora qualche segreto da svelarmi..

Mi si avvicinò con fare furtivo e a bassa voce..guardandosi intorno con circospezione dopo essersi schiarito la voce..”Ehm…” disse..Oddìo pensai..sarà mica merce rubata..?!

Ma mi tranquillizzai subito..”Ehm..guardi che questo cappello, in realtà, ha doti davvero non comuni..”Lo rovesciò e mi fece vedere, ben nascosti nella seta della fodera, due ..pulsanti..?!Sì, due pulsanti..uno rosso ..e uno verde.. Contemporaneamente mi consegnò un…un cellulare..almeno lo sembrava..Il display però non somigliava agli altri..c’erano scritte luminose con i nomi di molte città e paesi del mondo…forse tutti..

L’ometto sogghignò..”Appena fuori, prema il pulsante verde..dopo aver scelto un …un posto..e vedrà..provare per credere..”

Pover’uomo..era matto..non lo si sarebbe detto..sembrava così normale…

Però il cappello era davvero una bellezza…”Quanto costa?!”

“Ehm ..trenta..ohg…bsz…euro, ecco euro..trenta euro…”Anche se non aveva le qualità farneticate, era un prezzo incredibilmente buono per quella qualità..quasi regalato..

Pagai e, salutandomi, l’omino mi fece un’ultima raccomandazione..sempre con quel fare furtivo e con gli occhietti saltellanti.. ”Ehm…mi raccomando..qualunque cosa succeda..qualunque cosa..non prema mai…dico mai..il pulsante rosso..quello è per altre funzioni, che forse la spaventerebbero…mi raccomando..mi creda..”

Uscii nel sole di via Chiaia…ripiombando nel chiasso e nel ronzio vitale del mio mondo…

Però non seppi resistere..sarà stato sicuramente matto quel cappellaio..ma ..a provare non si rischia nulla.

Mi misi il cappello.., scelsi a caso una località..la città di Adelaide, in Australia. E premetti il pulsante verde.

Lì per lì sembrò tutto uguale..nessun cambiamento…però..intanto il Vesuvio era sparito..e faceva un gran caldo..L’Estate Australe..

Forse quello strano individuo non era proprio matto completo..solo un po’..come quel cappello, quello sì matto da legare..e io con lui..

Però volli riprovare..il Taji Mahal..la Muraglia Cinese, i templi di Lhasa, in Tibet..

Decisi di fermarmi, e di ritornare dove tutto questo era cominciato..Spinsi di nuovo il pulsante verde. Ed ecco via Chiaia..ed ecco…no..il negozietto non c’era più…sparito. Al suo posto un anonimo bar..

Però…però..ai due lati del locale sostavano con aria indifferente due tizi…che noi napoletani impariamo a sentire a fiuto..sbirri..forse di un altro paese, stranieri..ma..sbirri, senza il minimo dubbio..

Feci per entrare nel Bar..ma mi si affiancarono subito…anche la tattica era da sbirri..un classico…Piedipiatti un po’ strani, però..la pelle sembrava non aderire bene al tessuto sottostante, sembrava un velo floscio, e anche gli occhiali neri..va beh, questi ce li avevano tutti i piedipiatti di questo mondo..e forse anche degli altri…che strano pensiero..

Però parlavano un Italiano perfetto, senza inflessioni..totalmente asettico, tanto che un brivido freddo mi corse nella schiena..

“Il signor         Marcello Volpi?!” .Era un’affermazione, non una domanda.. ”Buongiorno..ci risulta che lei stamani abbia acquistato un cappello da un certo signore..uno straniero per la precisione..”

“Sì, vero, tranne il fatto che a me non sembrava tanto straniero..”

Si guardarono. Quello che doveva essere il capo parlò: ”Ci dispiace ma dovrà restituirci il cappello..il venditore non aveva la licenza per attività commerciali in questo…in questo..pia…in questo posto, insomma..”

Io, manco a dirlo, non ero per niente d’accordo..il cappello l’avevo pagato regolarmente..Glielo dissi, ma tutto quel che mi dissero fu: ”ci dispiace davvero signore-questa l’avevo già sentita..-le restituiremo il prezzo pagato più qualcosa per il suo disturbo”…Eh no, noi napoletani non ci frega nessuno..figuriamoci due sbirri da chissà dove..Afferrai il cappello e mi misi a correre…E loro dietro..Vidi subito che erano molto più veloci di me..ma io quei vicoli li conoscevo bene..infatti mi rifugiai in una viuzza dove credevo di averli seminati…e invece mi erano alle calcagna e non mollavano..Mi afferrarono..e fu allora che, vedendomi perso, in preda alla disperazione..feci quello che non avrei dovuto mai fare: premetti il pulsante rosso…

L’effetto fu stupefacente….questa volta  vidi subito che il cambiamento c’era stato…sconvolgente..Ti dico solo che il quel posto bellissimo in cielo c’erano due Soli..uno giallo come il nostro, l’altro un po’ meno luminoso, di un delizioso color arancio..

Non ti descrivo il panorama..il vento, gli animali…troppo lungo e difficile..

Ti basti sapere che in quel momento nel cellulare si accese una scheda che non avevo mai visto..e qui i nomi erano davvero stupefacenti…Altair 4…Canopo 2….Achernar 18….Allora era quello il vero Gran Tour Galattico…E nonostante fossi inseguito ancora dai piedipiatti…magari Galattici anche loro….mi preparai  ad intraprendere il più grande giro attraverso l’Universo conosciuto che nessuna agenzia di viaggi di quel banale pianeta che era la Terra avrebbe mai proposto…

E ora, nel salutarti, mi chiedo…ma se fossi io a fondare la prima Agenzia di viaggi Intergalattica?! Certo, prima o poi gli sbirri mi avrebbero ritrovato..lo fanno sempre….Ma..ci sarà la prescrizione nel Codice Penale Galattico.?!.se c’è sono salvo..tra 200 miliardi di stelle e un miliardo di miliardi di Galassie..ma quando mi trovano…?!

Un abbraccio dal tuo Marcello.

PS.D’ora in poi c/o Agenzia Galattica Viaggi Interspaziali, terzo pianeta di  Fomhalahut. Ciao!!