Oggetto di Luca

Un’altra chitarra – di Luca Di Volo

foto e oggetti di Luca Di Volo

Vecchia chitarra, ascolta:

quando con agili dita

ripiene di giovane sangue

le tue corde toccavo

tu risuonavi lieta

di morbide note riempiendo

l’aria luminosa

allor che di fanciulle danzanti

flessuose ondeggiavano i corpi

con la mano felice sembravo

guidarle nella gioia

di tempi dorati,

ma oggi mia fedele compagna

ti ho visto muta

forse in preghiera inascoltata,

ti ho preso, ti ho stretto

con animo incredulo

ho fatto risuonare

la tua vibrante armonia

sol pochi accordi

ma queste vecchie stanze

come in anni più verdi han risuonato

e son tornate le giovani danzanti

e i canti allegri di giovani voci,

forse un miracolo?

no, si chiama ricordo

e ascoltate voi tutti

il tempo si annulla, abbiate fede

nel potere di melodie incantate

anche se da stanche mani evocate

Ora, mia dolce chitarra

Riposa, presto tornerò a pizzicarti

E torneranno i begli anni

Che insieme vivemmo

E sono veri: si chiamano speranza.

Oggetto di Rossella

Le cose – di Rossella Gallori

foto e oggetto di Rossella Gallori

Nessuna casa e stata mai, abbastanza mia, nemmeno quella dove sono nata, neppure quella dove son vissuta, ancor meno questa dove vivo da quasi sempre che  mi sembra solo un ponte tra ciò che ero e quella che volevo essere, quello che non ho potuto portare con me è rimasto nel cuore, nei polmoni, rallentando i miei battiti, togliendomi spesso il respiro, una perenne salita….

 Quando “ la voce” mi ha detto chiudi gli occhi, l’ ho fatto, più per educazione che per convinzione, come si fa, pensavo, a star davanti ad uno schermo gracchiante e poco nitido ad immaginare, a concretizzare a  dove sei,al tuo oggetto del cuore,  a spiegare perchè hai scelto quella stanza.

“ La voce” da un ritmo al mio essere   zingara nell’ anima, al mio girovagare tra cose che forse non ho mai visto ed altre piccole che ho perso, stupide cose che hanno perso me, senza soffrirne, eppure le amavo…come il pianoforte di mia madre adolescente o le canne da pesca del babbo, i fucili di mio fratello, gli orologi, quel tavolo, quel quadro, quella strada, le stufe elettriche, il servito di piatti tanto buono da non usare, quella sala da pranzo così bella che nessuno ce l’ aveva…

Mi è arrivato tutto addosso, senza accorgermi che “la voce” cercava di difendermi da me stessa, impresa ardua, ma non sempre impossibile.

Affascinata mi rincattucciavo nell’ angolo del tinello tra il divano rosso fuoco, ed un pouf poco ospitale, spaventata da quel che non ho ascoltavo di quadri, d’ autore, di statue piccole e preziose, di affacci niente  male, di matrimoni sulla sabbia,  di conchiglie color luna, tra i colori della lana….mi sembrava di non aver nulla, avevo anche un po’ freddo….

Ho preso la cosa piú piccola che avevo, una piccola pergamena, ricordo di un giorno arcobaleno…

Un luglio 2017 arrivato dopo toppe, quante toppe, aveva smesso di piovere, non solo acqua, aveva fatto freddo fino a  pochi giorni prima, in un estate caldissima….ma io e lo ripeto IO avevo retto: cappello impermeabile cappotto e perchè no ventaglio….perchè  tra gerbere rosse ed una poesia di Frida avevo accolto un amore e ve lo ho raccontato, mentre “ la voce” taceva,  io leggevo, chissà qualcuno ascoltava, altri zuccheravan la tisana, non mi sono fermata nemmeno allo squillo stridulo di un telefono.

       TI MERITI UN AMORE CHE TI VOGLIA SPETTINATA

TI MERITI UN AMORE CHE TI FACCIA SENTIR SICURA.

E tra gerbere rosse ho ritrovato le mie cose perse, quelle mai avute, quelle degli altri di cui poco mi importava, e guidata dalla” voce” mi sono accorta di aver cose belle da mostrare, e nella casa che non è mai mia ho quasi capito..che casa è dove sogno…..

Un oggetto di Sandra

CHITARRA – di Sandra Conticini

foto e chitarra di Sandra Conticini

La stanza che  ho scelto oggi è piena di ricordi, belli e brutti alcuni anche chiusi nei vari sportelli dei mobili. Sarà stato un caso che per l’incontro sono venuta qui, che specilmente in questo periodo, è diventata la stanza principale della casa perchè più luminosa con i divani e un angolo dove ho tutti i miei passatempo.

In un angolino c’è,  chiusa in una custodia la chitarra, che è zitta da troppo tempo, ma se potesse parlare avrebbe molte cose da raccontare. 

Chissà se per lei fu importante quel viaggio dell’agosto 82 quando fu scaraventata a bordo di un Renault 5 a Palinuro e tutte le sere quel gruppo di amici cantavano sulla spiaggia, ma anche il giorno nel campeggio non scherzavano, nonostante i vicini non fossero troppo contenti. Quel gruppo di giovani ragazzi portava l’allegria e la spensieratezza.

Con lei bastavano due note e la vita cambiava colore, perchè la chitarra è una di quelle cose che unisce e  leva i pensieracci dalla testa.

Si ricorderà le serate o le domeniche d’inverno quando il chitarrista strimpellava le canzoni della sua gioventù e gli altri gli andavano dietro e facevano il coro? Che bei ricordi sono quelli.

Ora è li chiusa, si sente abbandondonata,  sperava di poter riprendere vita, ma nessuno ha imparato a suonarla, speriamo in un futuro, perchè anche lei ha un’anima!

La vitalba

La bella “vite bianca”

La foto di Sandra che fuma per gioco le vitalbe………la vitalba dipinta da Antonio Perazzi mandata da Tina……la vitalba fotografata da Lucia

e inoltre i pensieri di…….

Anna: So che prodoce piccoli fiori bianco-panna molto bellini sempre che ce la facciano a fiorire. Da bambine ne facevamo corone da regina o da sposa per giocare

Daniele: Rampicante. Prevarica tra le siepi e simili. Si utilizzano le cime dei ributti. Somiglianza lontana con le cime di asparagi. Gusto simile.

Luca: Io sulla vitalba conosco solo il “risotto alla vitalba”..lo facevano da Artimino..una volta….Mi sembra sia un’erba….e l’avrò vista centinaia di volte ma non saprei certo riconoscerla…

Tina: Una vita di vitalbe , dalla cucina ai giochi, ne ho estirpate due stamani perché sono invadenti

Carla: Vitalba è un fiore di Bach, il fiore di quelli sempre distratti, con la testa tra le nuvole, poco interessati al presente. Nei fiori di Bach si chiama Clematis

Un oggetto di Gigliola

Daria – di Gigliola Franceschini

foto e oggetti di Gigliola Franceschini

Scende la sera e la penombra avvolge la stanza e tutte le sue cose. Gli oggetti perdono i loro contorni e sfumano in un insieme di presenze reali e fantastiche. Non ho bisogno di guardarli per riconoscerli, sono tanti, forse non armonizzati tra di loro , ma ognuno ha la sua storia e il suo significato. So che dietro di me c’è Daria, sul piano della vetrinetta delle piccole collezioni, tende verso di me le sue manine di bisquit  come in una lontana mattina di Agosto quando mi incantai a guardare  la vetrina delle bambole di un negozio  sul corso della citta’ che ci ospitava  per le vacanze. La vidi, chiesi un regalo e la presi con me. Daria e’ un nome troppo serio per una creatura cosi’ gentile, ma e’ il suo nome, disse la signora del negozio, l’artigiano che ha creato questa serie, ha dato ad ognuna il suo certificato e il suo nome. Daria e’ unica come tutte le altre. Pensai allora che il prezzo dovesse essere piuttosto alto, ma ormai lei era mia, il piu’ bel regalo che potessi avere in quel 10 Agosto, il decimo anniversario, una tappa importante. Viaggio’ con noi in treno poi a casa e dal suo posto non e’ stata mai rimossa. Ha conservato i colori gioiosi del volto, appena appannati dal passare del tempo, ma chi non l’ha conosciuta prima, non se ne accorge. Siamo invecchiate insieme, i miei capelli sono diventati bianchi e le trine del suo vestito si sono ricoperte del grigio degli anni, ormai cambiate di consistenza. Ho avuto spesso l’idea di spogliarla e riportare al primo candore la sua acconciatura, ma ho pensato infine che fosse giusto lasciare anche su di lei il segno del nostro  lungo percorso di vita insieme. Negli anni successivi le misi accanto un piccolo paggio della stessa serie, Lorenzino, ma questa e’ un’altra storia!

Il grammofono di Lucia

Il grammofono – di Lucia Bettoni

Foto e oggetti di Lucia Bettoni

Vestite di sorrisi
giovani donne
Con abiti stirati
danzano la gioia

Giovani uomini
Si fanno belli
Con la camicia e
la sigaretta in mano

Amici da sempre
tutti insieme
questa sera saranno ovunque
Questa sera andranno ovunque

Il grammofono suona
guizzi di vita dentro il cuore
Voglia di ballare

Così lontani così vicini
vi abbraccio tutti
ragazzi cari

Il più bello sarà mio padre

Mani che accarezzano

Mani – di Vanna Bigazzi

Foto di Couleur da Pixabay

Un’altra sosta – (poesia di Antonia Pozzi)

Appoggiami la testa sulla spalla:

ch’io ti accarezzi con un gesto lento,

come se la mia mano accompagnasse

una lunga invisibile gugliata.

Non sul tuo capo solo: su ogni fronte

che dolga di tormento e di stanchezza

scendono queste mie carezze cieche,

come foglie ingiallite d’autunno

in una pozza che riflette il cielo.

Mani che accarezzano – (di Vanna Bigazzi)

Le mani offendono, rubano, uccidono, ma anche accarezzano. Questa è una dolcissima Poesia di Antonia Pozzi, Poeta incompresa che morì suicida, molto giovane, a soli ventisei anni perché ostacolata dalla famiglia nelle sue relazioni amorose e  delusa dall’ambiente culturale che all’epoca non valorizzava la sua Poesia, per indifferenza, sminuendo, in genere, l’arte femminile. Siamo negli anni ’30 del ‘900. Visse infatti dal 1912 al 1938. In questa Poesia percepiamo tutto il calore di una carezza e al medesimo tempo la sua vacuità: specchio della delusione della giovanissima Antonia.

In tanti modi può accarezzare una mano: “se appoggi lievemente la testa sulla mia spalla, io ti accarezzo lentamente, faccio scivolare la mia mano, piano, perché possa percepire ogni linea, ogni curva, ogni espressione del tuo volto. Una carezza interminabile lungo un profilo senza fine. Queste carezze eterne e universali, non percorrono solo la tua testa, ma ogni fronte, ogni volto di chi soffre; cieche carezze poiché non volte ad un fine realizzabile. Vagano tristi come foglie ingiallite, d’autunno, che non guardano il cielo ma cadono in una pozzanghera d’acqua, cui è concesso soltanto riflettere il cielo. L’amore sognato e mai realizzato. Solo uno specchio: il riflesso dell’Amore quando non lo si può avere…”.

Questa è solo una mia interpretazione, perché quando Antonia Pozzi scrisse questa Poesia, aveva soltanto diciassette anni ed era rivolta ad una amica. Ho colto, invece, nella tristezza degli ultimi versi, quasi una premonizione di una fine amara e dolorosa che avverrà più tardi, in seguito ad esperienze di amori soffocati e disillusi.   

Lo Spaventapasseri delle Rose

Ho trovato il mio spaventapasseri! – di Laura Galgani

foto di Laura Galgani

Il giardino delle rose stamani è deserto. Strano, stranissimo trovarlo così! Appena entrata dal cancello secondario sulla via delle Rampe ho visto un giardiniere chinato su una pianta. Smuoveva con la vanga la terra intorno alle radici. Mi ha salutata gentilmente con un sorriso che ho intuito sotto la mascherina. Ho girovagato fra i vialetti silenziosi, solo qualche cinguettio ad interrompere il silenzio. I rumori della città arrivano appena, portati via dal vento leggero che li sospinge altrove. Osservo le aiole e i rosi che contengono. Si percepisce la mano sapiente che da poco ne ha potato i vecchi rami ma senza ferirle. Le zolle tutto intorno sono smosse, tagliate in blocchi geometrici con spigoli aguzzi. Immagino che sia per far passare aria e pioggia giù in fondo e mantenere il terreno pieno di vita. Mi volto verso la città e lo sguardo mi si impiglia su una presenza che sapevo essere lì, ma che era sempre rimasta confusa fra le tante persone distese sul prato. Oggi invece è solo, e la sua figura spicca decisa fra le piante basse e senza fiori. Mi avvicino, mi siedo davanti a lui e lo osservo. So che è di Folon, sulla targhetta c’è scritto “L’envol”, l’attimo in cui si prende il volo. E infatti sta sulla punta di un piede e tiene l’altro appena sollevato. Guarda in su, verso il cielo che oggi è perfettamente azzurro. Dimenticando il peso del bronzo raccoglie le braccia vicino al corpo e si prepara a volare. È un perfetto “Spaventapensieri”, ma solo quelli brutti. Quando il prato è pieno di gente lui raccoglie tutti i cattivi pensieri che sente e li lancia verso il cielo. Trasforma preoccupazioni, maldicenze, offese, ingiurie, ansie, in nuvole color pastello, sbuffi di fumo celestino, stelle pallide piccole e grandi, pezzi di cielo rosarancio e viola all’orizzonte. Allora le coppie amoreggiano su plaid a scacchi, i lettori trovano pagine consolanti nei libri che tengono in mano, i padroni dei cani pensano di essere fortunati ad avere un quattrozampe così fedele, i pittori trovano un bello scorcio da dipingere, e chi era in preda al malessere prima di arrivare qui sente ad un tratto che il cuore si è fatto più leggero e può trovare la forza di andare avanti. Grazie, amico. Prendiamo il volo insieme a te.

Oggetti intorno

Conchiglie – di Patrizia Fusi

foto e oggetti di Patrizia Fusi

Tanti oggetti cari intorno a me, libri che mi hanno fatto conoscere, sognare, emozionare.

 Piante di orchidee che vivono con me da diversi anni, che ogni tanto fioriscono con più o meno intensità, e altre piante verdi che mi piace accudire con amore.

Oggetti, ognuno di loro è un ricordo di un luogo, di un evento, o di una persona che l’ha posseduto. Qualcuno di loro non è più fra noi, perché gli oggetti hanno vita più lunga degli esseri umani.

 Mentre sono ad occhi chiusi fra tutto questo, mi sono venuti alla mente i due grossi barattoli di vetro pieni di conchiglie e alcuni fossili, ricordi di vacanze trascorse al mare, da quando avevo le bambine piccole fino a otto anni fa.

 Momenti felici, periodi difficili, momenti di riconciliazione e d’amore, la gioia e la fatica di nonna, momenti dolorosi e di mancanza.

 Nel silenzio della stanza mi è passata davanti a gli occhi una parte della vita, vista attraverso le conchiglie contenute in quei vecchi barattoli di vetro raccolte nel tempo.

Incontro virtuale – 23 febbraio 2021

con Cecilia Trinci

Dopo un’analisi della bella produzione di scritti della scorsa settimana abbiamo ripreso uno dei “nostri” giochi preferiti ad occhi chiusi. Abbiamo pensato alla stanza in cui ognuno si trova, a cosa rappresenta per noi e abbiamo descritto senza guardarlo un oggetto presente che amiamo e che ci viene in mente per primo.

Abbiamo anche parlato di Pedro Cano e del video che avevo condiviso e di due aspetti in particolare di cui parla:

-“con pochi colori mi piace risolvere le cose”

-La bellezza del BEN FARE, cioè l’uso di una buona tecnica che deve accompagnare un bella ispirazione

Due concetti che si adattano bene a qualsiasi forma di arte e anche alla scrittura che in particolare ci riguarda. A questo proposito abbiamo ricordato il valore della sintesi e della tecnica corretta.

Con Tina abbiamo ripreso il tema del bianco nell’acquarello che conferma la bellezza del “non detto”. Un quadro come una pagina è più bella se non è satura di tutto, se lascia spazio alla fantasia di chi legge (o guarda).

Abbiamo analizzato anche la bellezza dell’incontro tra talenti che accade a volte nel gruppo quando si lavora su uno stesso spunto o addirittura quando si lascia che un proprio testo venga arricchito da qualcun altro, come nel caso dello spaventapasseri di Rossella arricchito dal disegno di Lucia.

Altri esempi sono accaduti proprio ieri sera, come la chitarra citata da Sandra come oggetto preferito e la chitarra di Simone che hanno evocato una grande amicizia del passato.

Notevole il valore dei documenti autografi ricercati e raccolti da un tempo lontano.

La settimana ci vedrà attivi sulla ripresa degli appunti (verbali o scritti) presi sull’oggetto che abbiamo descritto a voce.

Psicospaventapasseri

La zia Spaventapasseri – di Nadia Peruzzi

Foto di ToddTrumble da Pixabay


Radunò un cappellaccio di paglia un po’ sformato, una camicia scozzese rossa e gialla, una gonna con pettorina di panno nero .  Per gli stecchi che facevano da gambe scovò dei vecchi calzettoni di lana grossa lavorata a mano che avevano visto molti inverni e fin troppe tarme dati i buchi che li costellavano, e dei vecchi scarponi da lavoro con la suola mezza staccata.   Tutta roba ordinaria che puzzava di naftalina o di muffa e che nemmeno sapeva come fosse finita in quella soffitta e in quel baule.  Per quanto ricordasse non erano dei suoi genitori.  Forse per il cappello qualche dubbio le era venuto, ma il resto doveva essere della zia Jole.  Anzi quella gran megera della zia Jole, la sorella del babbo, quella che viveva in Sudamerica e per fortuna veniva di rado a trovarli. 
Quando capitava, il disastro era assicurato, visto che da sempre lei e sua madre non si potevano soffrire. 
Donna terribile la zia Jole.  Invidiosa di tutto e di tutti, soprattutto della felicità altrui e per questo non faceva altro che mettere zizzania. 
Le rare volte che si presentava da loro sbatteva in faccia a tutti le ricchezze cumulate in Argentina schiavizzando a destra e a manca chi lavorava per lei. 
Una brutta, bruttissima persona davvero. 
Si, decise,  lo spaventapasseri avrebbe indossato gli abiti della Jole, quella che la maltrattava sempre e che lei non sopportava fin da bambina.   La temeva così tanto che appena sentiva la sua voce andava a nascondersi nell’angolo più buio della casa.  Ma la Jole sembrava avesse un radar incorporato nel cervello.  La beccava sempre e appena trovata le dava un pizzicotto a sangue che le lasciava un livido per giorni sulla guancia sfortunata.  Insopportabile quella donna che metteva bocca su tutto.  Risultati a scuola, passioncelle, amiche e non le lasciava passare nulla trovandole mille difetti.  E il taglio dei capelli, e il trucco e i vestiti e il portamento. 
Ogni anno che passava oltretutto peggiorava a vista d’occhio. 
Per fortuna, da dopo che era partita, vuoi per la rarefazione delle visite, vuoi perché cresceva lei, man mano,  si stava emancipando dal terrore viscerale che provava per quella donna. 
Si,  i vestiti della Jole,  penso’, sarebbero stati ottimi per spaventare gli uccelli predatori di fragole, cacciandoli dall’orto. 
Sotto il cappello infilò dei finti capelli fatti con lana grezza di un colore che tendeva al giallo.  Adattissimi visto il color frittata che la Jole aveva in testa l’ultima volta che si era presentata a casa.  Doveva esser di gran moda laggiù nella pampa, ma del tutto improponibile per una qualsiasi parrucchiera alle nostre latitudini. 
La scopa di saggina era già nell’orto e con quella completò la sua opera. 
Bel lavoro, si disse.  Poi pensò anche ad un ultimo tocco.  Per quello più che agli uccelli predatori da scacciare, aveva pensato a sé stessa e alla soddisfazione che voleva trarne tutte le volte che sarebbe entrata nell’orto. 
Andò a rovistare fra le foto di famiglia e la trovò la foto della zia Jole di qualche anno prima. 
Faccia truce senza l’ombra di un sorriso, abito nero, brutta come il peccato, occhi che stillavano cattiveria a un metro di distanza.  Ne fece fare un ingrandimento, la plastificò perché non si sciupasse e rimanesse visibile e la piazzò sotto il cappello per dare a quell’ammasso di cenci anche un volto. 
Gli uccelli si sarebbero tenuti alla larga di sicuro. 
Lei si sarebbe presa le sue belle rivincite a distanza. 
A quella velenosa ogni giorno ne avrebbe cantate minimo minimo quattro o cinque, vendicando man mano ogni angheria, ogni spavento ogni boccone amaro cumulato nel corso degli anni. 
Andò proprio come si aspettava.  Talora le urlava contro.  Quasi meglio che andare a spendere in sedute di psicoterapia,  si diceva ogni volta. 
A seconda dei giorni e dell’umore, delle preoccupazioni da scacciare si portava dietro talora un bersaglio, talora un altro per potergli lanciare freccette vere o metaforiche. 
Un toccasana.  Bastava poco per sentirsi liberata dall’energia negativa con la quale arrivava nell’orto. 
Ci vollero diverso tempo e molte molte freccette per esorcizzare quella bestia di donna. 
Di uccelli predatori di fragole non se ne videro più.  La sua anima si era fatta via via più leggera.  Finalmente i conti con le ferite inflitte da quella virago al suo ego bambino erano stati fatti. 
Ogni pacchianeria arrivata in dono peloso era stata man mano confinata ai piedi dello spaventapasseri e consegnata alle intemperie.  Anche quella gran crosta di pseudo paesaggio Imitazione dei Macchiaioli arrivato in dono per il suo diciottesimo compleanno se ne stava li a perdere colore ogni giorno che passava. 
Quando finì il tempo delle fragole decise di smontare lo spaventapasseri.  Buttò via tutto il ciarpame accumulato ai suoi piedi.  Bruciò la foto della Jole.  Conservò solo il cappello, anche perché si era convinta che fosse appartenuto a suo padre. 
L’anno prossimo, pensò, sarebbe venuto benissimo in testa al nuovo spaventapasseri.  Allegro, si disse.  Il nuovo spaventapasseri sarebbe stato il massimo dell’allegria.  Pieno di colori e buffo quanto mai.  Di paure e di dolori da esorcizzare non ne aveva più.   E tanti saluti alla zia Jole.  . 

Lo Spaventapasseri resuscitato

Il guardiano del grano – di Carmela De Pilla

Foto di Vien Hoang da Pixabay

Era tutto pronto per la giornata del martedì grasso, già una settimana prima Piero aveva preso dalla cantina lo spaventapasseri, imbronciato per essere stato buttato  in mezzo a mille cianfrusaglie, per lungo tempo dimenticato da tutti.

Era da ringiovanire un po’ così si mise in un angolo del porticato e incominciò il trattamento, prima di tutto lo imbottì di paglia fresca poi gli abbottonò la camicia a quadri gialli e rossi e gli tirò su i pantaloni stretti in vita da una corda, due grandi tappi di sughero dipinti di rosso li mise al posto degli occhi e la bocca ricavata dalla buccia di una zucca la cucì sul viso con il fil di ferro.

Un vecchio cappello di panno verde e un fucile di legno a tracolla completavano l’ opera, si allontanò per osservarlo meglio e soddisfatto  disse a suo nipote Tommaso   – Con quegli occhi di brace e il fucile farà buona guardia al grano, quest’anno tra merli, passeri, gazzelle e cinghiali non ci si salva, sono sicuro che farà il suo dovere!!!

Dovevano preparare ancora i lunghi pennacchi per la “Carbonchiata” e Tommaso che non perdeva di vista nonno Piero lo guardava incuriosito e incantato e si dette un gran da fare, dovevano essere almeno una decina così presero dieci lunghi pali, fecero delle fascine di paglia e rami e li legarono all’estremità, dovevano essere folti perché il fuoco durasse a lungo.

Nella fattoria c’era un gran fermento per il grande evento, Piero portò lo spaventapasseri in mezzo al campo di grano già abbastanza alto e lussureggiante e lo piantò ben saldo, doveva resistere alle piogge primaverili e al vento mentre le donne preparavano al canto del camino gli spiedini per l’arrosto della sera.

Per lo spaventapasseri che tutti chiamavano Grassone era una giornata memorabile quella, finalmente era ritornato in vita, aveva ritrovato se stesso e con il petto in fuori e il suo smisurato pancione si dava grandi arie di “Guardiano del grano”

Ecco giunto il grande momento,  verso l’imbrunire tutti, donne, uomini, ragazzi e bambini si ritrovarono nel campo, erano tanti, almeno una ventina, i ragazzi facevano a gara per portare i lunghi pennacchi, se ne vantavano, voleva dire che stavano diventando grandi mentre gli uomini accendevano le ciocche di paglia.

Come per incanto il cielo s’illuminò, lingue di fuoco danzavano nell’aria tra nuvole di fumo e intorno si spandeva un’atmosfera di mistero e di allegria, tutti applaudivano e all’unisono incominciarono a cantare a squarciagola

“ Carbonchio, carbonchio il grano lascia stare  in quest’ultima sera di carnevale….”

Era importante per loro ripetere tutti gli anni questo rito che si tramandava dalla notte dei tempi, il fuoco, amico da sempre, li rassicurava e li aiutava a sperare che il grano non venisse attaccato dal carbonchio, malattia letale che distruggeva intere coltivazioni e vanificava il duro lavoro di un anno.

Camminavano in fila indiana lungo tutto il perimetro del campo urlando e cantando, c’era anche chi accompagnava con la fisarmonica e fra loro si creava un desiderio di pace e fraternità che li univa ancora di più.

Quando le fiaccole stavano per esaurirsi gli uomini con lunghi coltelli staccavano con un colpo secco i pennacchi dal palo e li lanciavano più in alto che potevano, dieci palle di fuoco si scagliarono nel buio ritornando a terra ormai esauste.

Ci fu un attimo di silenzio interrotto dalla voce di Tommaso che urlò “Grassone, ora tocca a te, sei tu il guardiano del grano! “

Grassone se ne stava lì, aveva seguito con passione la lunga sfilata e aveva sentito la voce del bambino, si riempì di orgoglio per essere utile a quella piccola comunità, era felice della vita ritrovata e gli piaceva credere che quella festa fosse dedicata anche alla sua rinascita.

Il coraggio dell’acquarello

SMERALDINA – di Tina Conti

Ringraziamo Tina per questa pagina che ci permette di incontrare Pedro Cano

“A SMERALDINA, CITTA’ ACQUATICA, UN RETICOLO DI CANALI E UN RETICOLO DI STRADE SI SOVRAPPONGONO E S’INTERSECANO. PER ANDARE  DA UN POSTO ALL’ALTRO HAI SEMPRE LA SCELTA  TRA IL PERCORSO TERRESTRE E QUELLO IN BARCA..E POICHÉ  LA LINEA  PIU BREVE  TRA DUE PUNTI A SMERALDINA NON E’ UNA RETTA  MA UNO ZIG ZAG CHE SI RAMIFICA IN TORTUOSE  VARIANTI,LE VIE CHE S’APRONO A OGNI PASSANTE NON SONO SOLTANTO DUE  MA MOLTE, E ANCORA AUMENTANO PER CHI ALTERNA TRAGHETTI IN BARCA E TRASBORDI ALL’ASCIUTTO.”

foto di Tina Conti

Pedro Cano  a Roma esponeva una serie dei suoi magici acquarelli.

Grandi formati, colori caldi e freddi ,trasparenze, contrasti, immagini da indovinare e altre svelate.

Era il 1984, Italo Calvino si presentò all’esposizione attratto da un’opera raffigurata nel volantino con immagini di ortaggi.

Arrivo’ prima che iniziassero a presentarsi i visitatori, accompagnato da una signora con gli occhi color del mare Chichita,la moglie. Pedro, emozionato e affascinato non trovava parole per dialogare.

Le trovarono Calvino e sua moglie che in spagnolo e italiano con “un’intrigante cadenza argentina” lasciarono un ricordo indelebile  nel pittore.

Chichita rincontrò Pedro  nell’89, il marito era morto, ma aveva completato “Le città invisibili “e dono’ una copia della prima edizione suggerendo di provare a  trarre ispirazione leggendo le parole del testo.

Il libro accompagno’ Pedro per molti anni, le parole lo affascinavano ma faticava a trasferire in immagini quelle suggestioni.

Racconta  di aver visitato ISIDORA; DIOMIRA; DOROTEA; “percorrere questi luoghi attraverso lo scritto  di Calvino e dar loro colore e forma è stato una delle più intense avventure  della mia vita”

Stregata dalla pittura di Cano lo sono stata anche io, prima visitando in una galleria fiorentina  le sue opere, poi, nel 2005, viaggiando nel  mondo fantastico descritto da Calvino e illustrato da Pedro nella nostra bella città. A palazzo Vecchio.

“Non c’è luogo più pertinente di Firenze per esporre i fogli dove Pedro Cano ha 

illustrato le  le CITTA INVISIBILI di Italo Calvino..Perché Firenze avrebbe potuto essere una  di quelle.” Così Antonio Natali presenta il lavoro del pittore.

Visitata la mostra, incantata e emozionata, stupita per quella tecnica  calda, trasparente, sognata, ho chiesto a questo giovane , bello, cordiale e sorridente uomo una dedica sul catalogo, la conservo con affetto e stima, cercando di carpire qualche segreto da queste forme così intriganti e fantastiche.

Due uomini fantastici, che insieme ci fanno sognare. Grazie PEDRO grazie ITALO.

Lo Spaventatasti

LO SPAVENTATASTI di Simone Bellini

Foto di b1-foto da Pixabay

Un Bar. Un bar di periferia. Un bar come tanti, un po’ trasandato, in una stradina anonima, quattro tavoli per accogliere i soliti quattro amici o poco più, un mazzo di carte, i soliti argomenti, le solite ordinazioni, nuvolette di fumo degli accaniti giocatori (in barba alle disposizioni ), un arredamento minimo, senza mai un cambiamento. Da quando Armando aveva comprato il locale, tutto era rimasto come lo aveva lasciato il vecchio proprietario, compreso quel pianoforte verticale che nessuno aveva mai sentito suonare.

Le giornate passavano tutte uguali, fra le solite battute sarcastiche degli amici, che comunque gli garantivano un incasso minimo per portare avanti la sua attività.

– Ehi Armando, da quando hai assunto uno spaventapasseri per il bar ! –

Davanti al grande vetro si era fermato un tizio secco allampanato, alto almeno un metro e novanta, con un volto scavato dalla fame ( si direbbe). Un cappellaccio di paglia dal quale spuntavano ciuffi di capelli di un biondo ormai antico. Indossava un trench avana che aveva conosciuto tempi migliori, sopra dei pantaloni di tela marrone che largheggiavano su quelle gambe ossute ed una camicia a quadri. Uno spaventapasseri in carne e ossa ! Era lì fermo da quasi dieci minuti con lo sguardo fisso all’interno del Bar.

– Senti amico – disse Armando uscendo – o entri o te ne vai, mi stai allontanando la clientela con il tuo aspetto trasandato. –

Traballò un po’ , poi entrò puntando deciso verso il pianoforte. Si soffermò sfiorando la polvere che vi si era depositata con un gesto di rispetto, quasi mistico, poi alzò il coperchio della tastiera lentamente con un’emozione che gli riempiva gli occhi.

– Ehi sai suonare ?-

Non rispose,  preso com’era ad osservare quel reperto musicale, mentre le sue dita simulavano una melodia sfiorando i tasti. Ne toccò qualcuno, forse per capire se l’ accordatura aveva retto al tempo, ne uscirono delle note scollegate e stonate.

Armando e i suoi amici si scambiarono sguardi di scherno.

– Ora il nostro amico Spaventatasti ci delizierà  con Mozart, Beethoven e quant’altro di meglio ! – disse facendo scoppiare una risata generale.

Non riuscì a finire la frase che, dopo averle scrocchiate, le sue mani si avventarono sulla tastiera dando vita ad un turbinio di note, di emozioni, alimentate da un virtuosismo magico. Tutti restarono a bocca aperta e occhi spalancati, increduli di ciò che stavano ascoltando.

Era un fiume di note in piena che inondava tutti gli avventori che, attratti da quelle melodie, stavano man mano riempiendo l’ angusto locale.

Armando, euforico, stava impazzendo nella foga di prendere nuove ordinazioni dei clienti, sistemati con dei tavolini improvvisati, mentre scroscianti applausi salutavano la fine di ogni esibizione.

– Ehi Spaventatasti, puoi tornare qui anche tutte le sere se vuoi suonare. Per te ci sarà sempre un posto per bere e mangiare!