Un simbolo, una donna che entra nel mondo con passo leggero, vestita solo della sua innocenza. Conoscera’ un universo tutto da interpretare, combattera’ per i suoi diritti e per i suoi ideali, dovra’ coprire la sua naturale nudita’ con vesti diverse, spesso con delle corazze che la possano difendere dai colpi feroci della sorte. Imparera’ ad amare e a combattere, attraversera’ fiumi di lacrime e mirera’ alle sue vittorie con tenace certezza. Dara’ molto e ricevera’ compensi insperati. Si sentira’ infine appagata da cio’ che ha costruito ma sara’ veramente serena e consapevole se riuscira’ ancora a sentire dentro di sé l’ingenuita’ dei primi passi. Se avra’ ancora la capacita’ di sentirsi nuda senza ombra di impudicizia, potra’essere felice e appagata perche’ sentira’ la sua anima ancora fanciulla. Tutto cio’ che la circonda e che si e’ concquistata nel corso di un lungo cammino, per farla star bene deve essere percepito come una promessa mantenuta. Una storia, una vita, una donna
Quando mi è stata assegnata questa carta l’ho sentita mia fin da subito anche se mi incute soggezione.
La sua postura eretta, il suo sguardo dritto negli occhi sembra voglia capire ciò che ha dentro la persona davanti a lei. E’ una figura molto austera che non perdona e non le sfugge niente ma irremovibile sulle sue decisioni in cerca di tutti i mezzi per far emergere sempre la giustizia.
Mi sento identificata in questa figura perchè, un po’ per educazione, un po’ per indole, cerco sempre di essere attenta ai miei comportamenti verso gli altri e questo mi fa essere spesso dalla parte dei più deboli.
Andando avanti nel tempo ho capito che la giustizia è sempre più difficile da trovare perchè l’ egoismo e l’egocentrismo è in aumento su tutti i fronti.
Comunque non demordo e vado avanti con le mie idee perchè sono convinta di essere nel giusto e, diversamente, non mi sentirei tranquilla con me stessa. Spesso questa ricerca di giustizia e di armonia mi fa sentire fuori luogo ed insoddisfatta.
La carta che la sorte mi ha assegnato è La Ruota della Fortuna, mi sono sentita rappresentata perché ritengo, in alcune circostanze della vita, di essere una persona fortunata.
L’aspetto visivo della carta mi è piaciuta meno, sulla destra della ruota uno strano uomo arrampicato verso l’alto con la testa da cane, alla sinistra un essere indefinito rivolto verso in basso di color verde ha i piedi palmati e la coda con un piccolo ciuffo all’estremità.
Alla sommità della ruota un cerchio con adagiata sopra un essere con varie sembianze, un bel viso di donna sulla testa ha una corona adagiata fra due protuberanze che non so se sono capelli o orecchi di animale, dietro ha due grosse ali,il resto del corpo è di animali, si vedono i seni femminili e alla sinistra ha una spada, tutto questo si regge su delle asti lunghe poggiate su due barchette su un mare leggermente increspato.
Credo che alcuni di noi siano più fortunati di altri ma, come tutto nella vita, la cosa è soggettiva: quello che per alcuni di noi è fortuna per altri non è niente. La casualità comunque è importante, anche se contribuiamo agli accadimenti con le nostre decisioni. Personalmente ho sempre avuto la necessita e la curiosità di fare o imparare qualcosa di nuovo per sentirmi viva.
La casualità……
Frequentavo un corso d’informatica dove conobbi Mimma, che mi parlò con tanto entusiasmo degli incontri di scrittura che frequentava che mi incuriosii; io ho sempre saputo delle mie poche capacità nello scrivere, ma chiesi di poter far parte del gruppo.
In quel periodo avevo i miei nipoti da seguire, le mamme lavoravano, era anche un periodo in cui mi si rivoluzionavano i sentimenti, avevo la necessità dì evadere.
L’orario del corso coincideva con le mie esigenze famigliari. Per me questo è stata un fortuna, ho potuto conoscere persone, ognuna speciale nelle proprie diversità e unicità, e fare tante esperienze gratificanti nel corso di questi anni, affrontate anche con incertezza personale, ho potuto vivere tutto questo grazie alla nostra insegnante Cecilia che, per il metodo che adotta, accettando le capacità di ognuno, ha tenuto il gruppo unito.
Per me la fortuna è questa: trovare le persone o le cose nel luogo al momento giusto nella propria vita. Direi che la fortuna è amore, salute, lavoro, serenità.
E’ stata un’esperienza nuova vedere il mio nome abbinato dalla sorte alla carta dell’imperatore e inizialmente sono rimasta sorpresa poi l’ho osservata: l’imperatore è un uomo con barba e baffi semi-seduto su un trono, sembra quasi pronto ad andarsene da un momento all’altro oppure pronto per intervenire in qualcosa. Ha sulla testa una pesante corona e abiti regali dove i colori predominanti sono l’azzurro, l’arancione e il rossiccio. Nella mano destra tiene una sfera raggiante che comunica luce, fiducia e sicurezza. Sembra non portare scarpe ma una morbida calzamaglia. Sugli angoli della carta si notano dei simboli che non so interpretare, si riconosce il 4 ( come i lati del quadrato ); sul fondo sotto la scritta IMPERATORE due più piccole: fermezza . Potere. (aggiungerei razionalità).
E’ una carta che si può abbinare al mio segno zodiacale che è l’ariete. Personalmente faccio fatica però a rispecchiarmi sia nella carta che nel segno; ma è pure vero che nella mia vita ,o per forza o per amore, ho dovuto prendermi responsabilità e decisioni nascondendomi spesso dietro una falsa sicurezza scambiata spesso per fermezza e potere decisionale. A questo punto della mia vita avrei voglia di tirare i remi in barca e riposarmi, Ma riuscirò a mettermi da parte? Non mi conosco ancora o mi conosco troppo bene. Vedremo…
Tarocchi e interpretazione dei Sogni– di Vanna Bigazzi
Sotto molti aspetti l’interpretazione dei Tarocchi può raffrontarsi con l’interpretazione dei Sogni. Tutti e due i percorsi si avvalgono di particolari immagini che nei Tarocchi sono gli Arcani Maggiori e nei Sogni sono Simboli dell’Inconscio. Sia gli uni che gli altri vanno interpretati e collegati fra loro. La loro lettura non è una mera traduzione e viene, invece, filtrata dalla capacità intuitiva dell’interpretante. Si stabilisce così fra l’interpretante e l’interpretato un feeling ultrasensibile che attinge a fonti ancestrali. Queste antiche fonti, non sono qualcosa d’immaginario ma qualcosa che ha già sede in noi, un’eredità psichica di contenuti dal significato universale che viene trasformata non per arte divinatoria ma per approfondimento, tramite la conoscenza e l’ INTUIZIONE dell’interpretante. Come nei Tarocchi, l’Arcano Maggiore non solo ha un determinato significato ma si rivela, adattandosi alla situazione particolare della persona interpretata, così i Simboli dei Sogni, opportunamente INTUITI e decifrati dall’arte dell’interpretante, portano alla luce conflitti e tematiche da elaborare la cui non considerazione e nascondimento dentro e fuori di noi, impediscono quella liberazione spirituale che ristabilisce l’equilibrio psichico.
“Ho peccato ma non chiedo perdono, mi aggiusto le vesti e mi siedo sul trono”
Seduta, ben dritta, non piegata su me stessa, cerco i vostri silenzi , non le vostre parole.
Ho le grandi chiavi, un segno di fiducia, aprirò, per paura solo porte aperte, lascio ad altri serrature difficili.
I miei occhi velati dal tulle leggero guarderanno lontano, sarà difficile voltarsi, nel timore di strappare quel drappo di vita.
“Tra poco giustizia si affaccia alla porta, viaggio da sola, non voglio la scorta”
Le mie dita cercheranno di leggere la piccola pergamena, mi verrà indicata la strada da percorrere e non ci saranno lune storte che mi volteranno le spalle.
Nasconderà i miei sogni, uno scialle di seta turchese, proteggerà il mio “volar via” una volta a mosaico, sorretta da solide colonne troverò il coraggio di gridare che non ho mai avuto voglia di essere, né papa né santo, né uomo né Dio…..
“Muoio da Papessa, la storia è la stessa, donne senza diritto con il sangue l’han scritto”.
***
Un esempio di scrittura in due fasi. La prima qui sopra è frutto di riflessione, la seconda qui sotto è frutto di scrittura di getto.
La Papessa di Rossella Gallori – prima versione (che merita di essere letta)
Seduta ben dritta, non piegata su me stessa, cerco i vostri silenzi, non le vostre parole, cerco, nella pergamena segni e disegni, cerco una strada da percorrere. Ho le vostre chiavi, un motivo di fiducia, aprirò per paura, solo porte aperte, lascerò ad altri serrature difficili.
I miei occhi velati, nascosti dal drappo di tulle leggero guarderanno davanti, sarà difficile non voltarsi. Lo scialle turchese nasconderà i miei sogni ad una luna storta che mi volta le spalle.
Un mosaico a volta sorretto da colonne solide proteggono una femmina che non ha mai avuto voglia di fare il Papa.
Solitudine Terra nuda Una luce guida il cammino Un bastone con tutto l’emisfero celeste Il mantello, la luce, il bastone, la terra nuda Il cammino procede lentamente lentamente lentamente I serpenti sono amici non c’è paura La solitudine è una miniera Il passato illumina il presente e accompagna il futuro
Allora avevo scritto che il cielo più bello non esiste.
Avevo raccontato la storia della mia vita.
Ieri Cecilia lo ha ritrovato e me l’ha ricordato.
Oggi ripeto che il cielo più bello non esiste, è sempre fatto di stelle, e quando le vediamo sono nostre e sono le più belle di tutte.
Perchè ogni stella che vedi è un pezzetto della nostra storia, è un pensiero, un’emozione, un dolore, una gioia, è la nostra vita, e ogni giorno che passa c’è una stella in più.
Il tarocco delle stelle me lo sono sentito addosso.
Perchè fino a che le stelle si inseguono sono sempre tanto lontane, ma se ci sediamo a raccogliere l’acqua del fiume con la brocca d’oro e ad annaffiar la natura con la brocca d’argento nascono i fiori, la vegetazione diventa rigogliosa e, meraviglia delle meraviglie, le stelle vengono loro sopra di noi.
Che faccia feroce hai signor diavolo. Brutto e cornuto guardi dall’alto il mondo. Il tuo sguardo fiammeggiante si posa laggiù in basso dove si muovono e si intrecciano le passioni di uomini e donne. Le geometrie del pavimento nei loro cerchi, convergono verso l’anello che tiene ben bene ferme le catene della costrizione. Vorresti indurre soggezione e paura. Dalla tua bocca spalancata fioccano ordini, ma non sembra che l’uomo e la donna incatenati abbiano così tanta paura di te da volersi assoggettare ai tuoi comandi. Hanno i volti fin troppo sereni e la ragazza sembra aggiungerci l’espressione maliziosa e decisa di chi, pur ad occhi tenuti volontariamente abbassati, stia per intonare il suo canto di libertà. Si alza dapprima flebile, poi prende forza e a poco a poco riesce a rompere ad uno ad uno gli anelli della catena che la vorrebbe tenere prigioniera.
Da ieri la tengo dentro di me come una guida, un faro. E’ un’immagine che aiuta più di tante parole.
Porta il numero 14, il doppio del mio giorno di nascita che è il 7, numero magico e fortunato composto da 4 (gli elementi – terra, acqua, aria e fuoco -, le virtù cardinali, di cui una è la temperanza, ma 4 sono anche i punti cardinali) e 3 (le virtù teologali); volendo pensare alla geometria, il 7 è il quadrato sormontato da un triangolo. E già questo è moltissimo!
Temperanza è il fiume della vita, che scorre dall’Alto verso il basso, e poi di nuovo dal basso verso l’Alto.
Ha ali d’Angelo, grandi, morbide, delicate ma anche potenti.
I suoi piedi sono in equilibrio: uno poggia sulla riva, tocca la terra, l’altro sfiora l’acqua.
Non teme di cadere, perché coltiva Armonia ed Equilibrio dentro di sé. La concentrazione le consente di lavorare senza perdere una goccia mentre travasa l’acqua da una brocca all’altra; una è d’oro, una d’argento. Una è fredda, l’altra è calda, una è il Sole, l’altra la Luna. Gli opposti si temperano l’un l’altro.
Temperanza è lieta di svolgere il suo lavoro.
Sulla testa ha un piccolo cerchio con un punto al centro, simbolo dello Spirito (il punto) e la materia (lo spazio fra il punto e il bordo esterno), che lavorano insieme per dare vita all’Universo. Al di sopra della sua testa splende un cerchio con spicchi di luce di Sole e di Luna.
Sullo sfondo sorge il Sole e illumina monti e valli.
Ma l’immagine più curiosa di questa carta è quella del leone e dell’avvoltoio dietro alla Temperanza, sul lato sinistro: attorno ad un braciere in cui arde un fuoco, simbolo di forza e saggezza, paiono intenti a filosofeggiare, invece che avventarsi sulle prede.
Davvero un gran bel risultato del lavoro della Temperanza!
La mia carta della Luna (io sono nata il 18, ma anche la lettera T è la diciottesima dell’alfabeto), risponde perfettamente a quello che in questo momento è il mio cammino. Ma la mia ispirazione si è dissolta durante la notte.
Comunque l’immagine della luna è qualcosa che mi ha fortemente colpito e prima o poi ne nascerà qualcosa.
L’altra sera mi sono ritrovata bloccata all’uscita dell’autostrada.
Un disco infuocato torreggiava a ovest, pronto a essere inghiottito dalla montagna.
A est, nonostante la luce del sole fosse ancora potente, un disco biancastro e delicato galleggiava placidamente. Quasi un’immagine speculare: giorno e notte che convivevano insieme……
ACQUARELLO COMPAGNO DELLA VITA ADULTA– di Tina Conti
foto e acquarello di Tina Conti
Matera sotto la neve – Tina Conti
Era giunto il tempo per un nuovo amore, tutto mio, che mi desse emozioni sconosciute, imprevedibili, segrete. Arrivava un nuovo tempo di vita, mi dovevo preparare, avrei dovuto lasciare il lavoro. Potevo solo partecipare al corso serale, mi iscrissi, e cominciai la scuola. Erano quasi tutti uomini, che mi accolsero con garbo e gentilezza. La serata era faticosa dopo una giornata di lavoro ma, ero decisa, avrei combinato qualcosa. A un certo momento per tirarci su, si beveva un goccetto di vinsanto con due cantucci, il percorso all’inizio era molto complicato, tanti passaggi e tecniche. Rimanevamo incantati dalle mani del maestro che con due tocchi trasformava in decenti i nostri pastrocchi si, erano proprio pastrocchi. Però si andava avanti, quel nostro ritrovarsi e raccontarsi, ci faceva sentire bene e eravamo allegri e fiduciosi. Il maestro ci fece cambiare tutto il corredo, avevamo tutti materiali scarsi e di cattiva qualità. Il primo corso fini’. Io trovai una scusa per non partecipare alla esposizione che un gruppo di artisti faceva in estate e feci proprio bene, se oggi riguardo i miei primi lavori mi sento morire.
Feci ancora sessioni di scuola con lo stesso maestro che, riguardo a comunicare la tecnica lasciava a desiderare ma, era un bravissimo acquarellista.Feci altri corsi, uno con una ragazza brava e paziente che lavorava sulla tecnica con competenza e sensibilità. Tutte le volte ,oltre al lavoro, amavo il gruppo, le nuove amicizie, il bel tempo che trascorrevamo insieme. Ho fatto, sempre la sera dopocena, corsi di disegno con una fatica immensa ma guadagnando in capacità e tecnica. Un giorno, il maestro di acquarello mi ha detto che non avevo più bisogno di andare da lui, potevo camminare da sola.
I colori erano diventati miei buoni amici, li strapazzavo a piacimento, oppure li stendevo con parsimonia e attenzione..Il mio tavolo da lavoro sempre apparecchiato mi fa l’occhiolino, io,lascio appunti e progetti pronti , aspetto pero’ l’urgenza a cominciare.
Spazio fra lavori meticolosi, attenti alla forma e alla realtà ‘ a realizzazioni dell’anima, che io non conosco, che escono da crateri profondi, che cambiano di volta in volta, che mi turbano e commuovono.Mi riconosco in questo fare, sono io ogni volta, sconosciuta e scontata allo stesso tempo. Mi piace farmi portare dall’acqua e dai rigagnoli di colore, perdermi e ritrovarmi, amo molto lavorare da sola e con le amiche che a volte si uniscono per confrontarsi e stuzzicarsi sulle cose fatte.
Il mio nuovo amore mi segue ancora, e mi stimola a guardare il mondo … le cose…gli uomini.
Cinque milioni di lire ! Una cifra impensabile per uno di “braccino corto” come me. Ma quando la vidi in bella mostra in vetrina la sua bellezza mi stordì …. doveva essere mia !
Fu tutta colpa di Beppe che prima di iniziare le prove del gruppo esordì :
– Ragazzi dal Checcacci in vetrina c’è una chitarra stupenda ! –
Una “Gibson Les Paul custom“, la Roll Royce delle chitarre elettriche, il mio sogno giovanile. Solitamente questo modello è di colore nero, ma questa meraviglia era rossa bordeaux “wine red” con le venature del legno in trasparenza….BELLISSIMA ! Il suono poi …. Potente, rocchettaro, limpido, aggressivo, che sovrasta e perdona le tue imperfezioni…. Praticamente suona da sola !
Fino ad allora avevo sempre criticato l’altro chitarrista del gruppo che aveva cinque o sei chitarre una più bella dell’altra, non capivo come potesse buttar via tutti quei soldi, quando per me una era più che sufficiente. Certo era una gran passione, le cambiava in continuazione e riusciva a tirar fuori i timbri migliori.
La comprai a rate, cinquecentomila lire al mese, non ebbi neanche il coraggio di dire a mia moglie quanto mi era costata.
– Ragazzi, quella chitarra non è più in vetrina, in una settimana l’hanno già venduta !-
Disse Beppe prima delle prove.
Quando la tirai fuori dalla custodia tutti sbalordirono con un :- Nooo! L’hai comprata tu, wow ! –
Era l’anno 1998, l’ho suonata per cinque anni, quando lasciai il gruppo era il 2003. Da allora è lì nella sua custodia, solitaria, in attesa di una mano che scorra ancora sul suo manico .
Faceva caldo in quell’Estate del 1965, quando, fresco di laurea, di esame di Stato e di iscrizione all’Ordine degli Ingegneri, mi ritrovai…, com’è naturale…totalmente e tristemente…disoccupato. Non è che Aziende, Enti di Stato e Studi Privati non mi avessero cercato, ma…ahimè. . c’era la barriera del famoso “militesente”. . e io non lo ero per niente. . Forse avrei dovuto “imboscarmi” . . come molti facevano, ma io, tanto per seguire la tradizione di famiglia, avevo partecipato e addirittura vinto il concorso per l’Accademia Aereonautica…. . della serie. . se devi farlo. . allora fallo per bene…
Va beh…però il primo corso a Napoli cominciava il 15 Dicembre. . quindi io ero a spasso…
E tanto per non star lì a ciondolare tutto il giorno…andai a trovare mio padre nel suo Studio. .
Entrai subito in argomento, senza giri di parole. . ”Senti, Babbo, avresti qualcosa da farmi fare qui nello Studio. . ?!”
Mi guardò da sopra gli occhiali…”Se dici sul serio, ti piglio subito…guarda: qui c’è un’Ultima Cena…non è ridotta troppo male. . portala fino al restauro pittorico, se trovi difficoltà, ci penso io. . e potrei anche regalartelo per le tue nozze. . ” Sì. . avrei dovuto sposarmi l’anno successivo…proprio in pieno servizio militare…Che incoscienti…e meno male che ci ha detto bene. . Ma questa è un’altra storia. .
Insomma cominciai a lavorare col babbo, il mio cavalletto accanto al suo. . un po’ discosto dagli altri ragazzi di bottega…ma uguale a loro, per certi versi. .
Non è che fosse una cosa troppo nuova per me, era già diventata un’abitudine che, per un periodo delle vacanze io andassi a fare (questa volta sul serio) il ragazzo di bottega…l’apprendista, insomma. .
Quindi la pulitura, lo stucco, la lisciatura, la rintelatura. . lo stendere la colla per i colori. . non erano grandi misteri. . Il difficile arrivava quando si doveva cominciare a “preparare” il vero e proprio restauro, cosa che consisteva nello stendere, nelle zone mancanti, uno strato di colore che si adattasse al meglio al “presupposto” colore dominante originale. . E qui già ci voleva un certo intuito ed una certa sapienza per il colore e le sue sfumature. . E le volte che il babbo me l’ha fatto rifare la dice lunga…
Poi si arrivava al restauro pittorico vero e proprio. . e allora, tutti fermi. . come in sala operatoria. . arriva il primario. . e comincia ad operare. . gli altri a guardare cercando d’imparare da quelle mani fatate. .
Ma sto divagando…
Quel periodo di pochi mesi, invece, per me era stata una vera e propria “iniziazione”. . non ero più un ragazzo di bottega. . e anche se relegato a compiti non eccelsi, mi trovavo a lavorare col babbo…come dire…da professionista a professionista…diversi ma uguali. .
E capii per la prima volta “chi” era quell’uomo adorato ma a volte così lontano. . preso dai suoi voli pittorici…perduto in un iperuranio solo suo…
E poi…strano posto quello Studio…ci si poteva trovare di tutto. . dai nomi più illustri del Gotha degli storici e critici d’arte. . agli abilissimi artigiani, incorniciatori, palchettatori. . E tutti impegnati, senza distinzione. . in alate discussioni. . solo in nome dell’arte e della pittura. . Sì. . ho detto anche degli artigiani. . sareste stupiti della profondità delle conoscenze artistiche di quei personaggi. . pensate che ho visto uno di loro dare uno scapaccione ad un garzone dicendogli: Bischero. . t’avevo detto di fare un fiore in stile Napoletano e tu l’hai fatto alla Genovese?!” Pensate a che livello ….
E anch’io. . travolto dall’ambiente. . tentai un’attribuzione per il mio quadro. . ”Tardo manieristico. . forse della scuola di Andrea del Sarto o di Giulio Romano?!”
Il babbo mi guardò severo…poi. . ”Bravo. . anche la Gregori ha fatto una stima simile…. ”
Poi, d’improvviso burbero…”ma promettimi che non ti occuperai mai di queste cose…tu fai l’ingegnere. . e vedrai che starai meglio. . ”
Lì per lì la vissi male…ed ho fatto l’ingegnere…ho seguito il consiglio paterno. .
Ma io mi chiedo sempre se avessi seguito il mio impulso originario…altro che Sgarbi…
Il castello che si vedeva in lontananza era immenso, aveva tante e tante torri, ponte levatoio e si stagliava contro un cielo stellato stupendo, il più bel cielo che Carla avesse visto.
Le sue amiche le dicevano che per possederlo doveva aspettare un principe azzurro che ce la portasse.
Carla un po’ aspettò, ma era di carattere impaziente e poi gli piaceva fare le cose da sé!
Quindi, dopo aver ascoltato i consigli di sua madre, detta la Fata Morina, per i lunghi capelli scuri, decise: parto da sola e vado a conquistare il castello!
Prese tutto il necessario, scarpe comode, un maglione caldissimo perchè era un po’ freddolosa,e un sacco a pelo.
Chiamò la Fatina Morina e gli disse: non torno per pranzo e forse neppure a dormire. E si incamminò.
Il castello ed il cielo stellato sembravano vicini ed invece erano lontani lontani.
Cammina cammina Carla incontrò tante persone e paesi, anche un principe azzurro sul cavallo bianco da cui accettò un passaggio per arrivare prima al castello, ma poi scoprì che di principe aveva solo il mantello ed il cavallo. Quindi un po’ delusa scese e continuò il cammino da sola.
Avrei dovuto dar retta alla fatina Morina, pensò, mi aveva detto che ero in grado di arrivarci da sola e solo dopo averlo conquistato avrei potuto ospitare il cavaliere che più mi piaceva.
I paesi che incontrò furono tanti, alcuni ballavano e cantavano vestiti con abiti alla moda, altri erano tristi e soli, si sentivano inadeguati e cercavano se stessi.
Incontrò anche paesi che volevano fare la rivoluzione, e rimase un po’ lì con loro. Ci credeva nella rivoluzione, pensava che tutti avrebbero potuto avere un loro castello e tanto, tanto cielo stellato.
I rivoluzionari gli piacevano ma la rivoluzione non le riuscì, allora andò avanti.
Cammina cammina si accorse che camminare era bello, la soddisfaceva, arrivava quasi sempre dove aveva deciso, e quando non ce la faceva continuava l’indomani.
Ogni tanto alzava gli occhi al cielo e cercava quella stella laggiù laggiù che gli sembrava tanto bella. Era sempre lontano lontano, però erano così belline anche quelle stelle sopra di lei che sembravano tanto più vicine.
Infine arrivò vicino ad una quercia e ci si sedette sotto. Che albero stupendo, pensò, si sentiva tranquilla e allo stesso tempo eccitata!
Forte e protettivo, sapeva di casa sua. Rivoluzionario però, le foglie le perde non in autunno ma a fine inverno, per dare generosamente spazio alle gemme.
Gli sembrava che quella quercia fosse un castello e poi sopra, quel cielo era bellissimo anche se non c’era quella stella laggiù laggiù.
Si sentiva proprio bene, cosa era successo? Non sapeva spiegarlo, forse erano stati i paesi in festa che aveva incontrato, o quelli tristi e riflessivi, forse le rivoluzioni, quelle riuscite e quelle fallite. Oppure l’essersi messa in gioco o la fortuna di aver trovato quella quercia, oppure semplicemente perchè sopra di lei c’era un cielo bellissimo.
Fu così che decise di ritornare a casa, tra l’altro aveva anche un po’ di fame.
Arrivò appena in tempo, la fata Morina aveva appena buttato la pasta.
Per ridere ci vuole coraggio – di Gabriella Crisafulli
foto e oggetti di Gabriella Crisafulli
La giornata si presentava nebbiosa: strano il meteo aveva previsto sole e cielo terso.
Non si fece prendere dalla malinconia: non se lo poteva permettere.
Mentre stava traghettando dallo stagno del dolore continuo al lago della pena dolente erano arrivate un paio di notizie che le facevano attraversare notti piene di interrogativi e che le spalancavano gli occhi di prima mattina.
Si alzò e si mise a trafficare, con la solita lentezza certo, ma almeno non rimaneva ferma, paralizzata dalla depressione.
Quello che faceva ogni giorno era un vero e proprio lavoro di testa in cui tentava di impegnarsi con le poche risorse mentali che le rimanevano. Provava a stimolarsi senza essere troppo severa con sé stessa per non creare un’opposizione ribelle a una rassegnazione che le stava stretta.
Veniva da un’infanzia in cui era stata dichiarata la regina del castello che le era stato assegnato ma dove in realtà era prigioniera, mentre i suoi coetanei camminavano nei campi o per i giardini, si arrampicavano sugli alberi o sulle altalene, si rotolavano tra le foglie o sui prati, parlavano, giocavano e litigavano fra loro … Giustamente tutto questo non le era stato concesso essendo lei una regina che doveva essere appartata rispetto agli altri e su un gradino più in alto.
Oggi, ormai vecchia, si sentiva un’analfabeta dei sentimenti e delle relazioni. Così stava facendo un apprendistato autodidatta per guadagnare nuovi territori di relazioni, affetti, amori, … ma era difficile venir fuori e avventurarsi in un mondo con regole e modalità di interazione per lo più sconosciute.
Per fortuna arrivavano le parole di Matite solidali ma spesso le situazioni raccontate le facevano risuonare echi dolorosi.
In una sorta di confronto con gli altri ripensava al gioco con la margherita: “Ce l’ho, ce l’ho, … mi manca”. Purtroppo si ritrovava a dire: “Mi manca, mi manca, … non ce l’ho”.
Allora si metteva a vagliare la sabbia di fiume che era la sua vita alla ricerca delle pepite d’oro con le quali poteva ricomporre il mosaico scompaginato. La sua casa ne era costellata. Alcune lisce e levigate, altre ruvide, acuminate, taglienti. Ne aveva scelta una quel martedì da raccontare on line: un gattino di gesso rannicchiato tra la maschera giapponese e la donna seduta.
Non stava bene adesso quel gattino.
Non si fece prendere dalla malinconia: non se lo poteva permettere.
Il cielo era grigio, l’aria pesante e la calura insopportabile.
La strada da Dresda a Berlino non finiva mai.
Ai lati enormi distese di grano sempre uguali, chilometro dopo chilometro.
Il motore del vecchio camper ronzava tutta la sua fatica.
Avevano aperto i finestrini per prendere un po’ di aria ma il vento portava dentro l’abitacolo solo polvere mista a chissà quali pollini e questo provocava violenti attacchi di allergia.
Erano in viaggio senza sosta da molte ore e avevano fame.
Volevano fare una sosta in un posto di ristoro ma l’unico edificio che venne loro incontro, alto e massiccio, fu un casino.
Alla fine presero la decisione di entrare in un piccolo parcheggio dove fermarsi in modo da fare l’aerosol al cortisone per dare tregua a lacrimazione e sternuti e poi mangiare un panino.
Riuscirono anche a fare due passi al di là del guardrail, lungo quei campi che erano tutta una distesa gialla: volevano sgranchirsi un po’ le gambe.
Non c’era ombra di anima viva.
Incontrarono solo, unico e surreale, uno spaventapasseri piantato nel bel mezzo di un terreno coltivato.
Era fatto con bottiglie di plastica infilate su bastoni e sacchetti che si agitavano al vento. Niente a che vedere con quelli di casa loro. Lui, lo spaventapasseri, era anemico, privo di sangue nelle bottiglie trasparenti, privo di anima e di cervello. Il lungo mantello che indossava, fatto da un grande sacco della spazzatura nero, sventolava la sua lugubre solitudine mentre tutto il fantoccio emanava un suono cupo generato dal vento che entrava nella plastica.
Furono presi da inquietudine quasi che quello fosse un segno premonitore di sventura e se ne tornarono veloci al loro camper.