Ciliegio

Un fiore, un frutto – di Gigliola Franceschini

foto di Cecilia Trinci

Apro la finestra e mi accorgo  che l’inverno e’ finalmente finito. Il vecchio ciliegio che fino ad ieri non dava segno di vitalita’, scuro e arrampicato con i suoi rami nudi verso il cielo, e’ esploso in una pioggia di fiori. Fiori a migliaia biancorosati,  piccoli bouquet di pura gioia. Nessuno si ricorda quando sia stato piantato, noi lo vediamo li’ da sempre, quasi appoggiato all’angolo della casa, nel posto piu’ riparato dell’orto. E’ cresciuto da solo, nessuno lo ha mai potato o innestato, forse per questo I suoi frutti  non sono molto dolci, mantengono un aspro sapore anche in piena maturazione. Ogni anno pensiamo che non fiorira’, che avra’ finito il suo ciclo vitale, ma lui non manca all’appuntamento con la primavera, supera i suoi anni e si ricopre di un immenso mantello di luce e di vita. Allora speriamo che non torni una gelata notturna, che non lo flagelli la grandine crudele. Quel dono di colori deve completare la sua sfera e trasformarsi in tanti frutti  che coglieremo in abbondanza. Ce ne saranno per tutti, anche per i passerotti che si appollaieranno sui rami piu’ alti per fare manbassa, indisturbati. Ma in attesa che spuntino le prime piccole ciliegine ci godiamo questa festa fiorita, un invito alla speranza  che si rinnova ad ogni stagione, lo stupore per tanta bellezza ci rassicura che la natura ci segue in ogni fase della vita. Fiori, fiori e poi come ultima ricompensa, i frutti.

Asfodelo

Gli ASFODELI – di Mimma Caravaggi

Gli asfodeli mi ricordano il mare, Ansedonia, il Lago di Burano, Capalbio, Giannutri dove crescono selvaggiamente, spontanei, da aprile fino a primavera inoltrata, quando il mondo si risveglia nei colori. In estate quando andavo a Capalbio mi divertivo ad andare per fattorie a prendere il latte con ancora la sua abbondante bella, buona panna gialla piena di colesterolo, la verdura bruttina a vedersi, non lucidata, né alimentata, ma cresciuta così, semplicemente annaffiata e di un buono incredibile. I pomodori e la loro salsa da stappare e riversare sugli spaghetti appena scolati senza “accomodarla”. Ritrovare gli animali domestici come galline, conigli, pulcini deliziosi come un piumino giallo intenso. I cani a guardia delle pecore con gli agnelli e le caprette, le oche scherzose e dispettose, tutte a scorazzare per il grande terreno, liberi e tranquilli a cercarsi da mangiare anche dopo che il contadino aveva provveduto al loro pasto. In mezzo a loro tanti fiori, belli, di tutti i colori, margherite, ranuncoli, narcisi, calendule, asfodeli, non-ti-scordar-di-me, aquilegie, fiori di cicoria (famosi piscia-a-letto)  e tantissimi altri; profumati colorati da donare  allegria solo a guardarli. Campi di papaveri e fiordalisi che si sono persi nel tempo.

Sono nata in un piccolo paese dell’Umbria quasi innominabile ma l’estate era la stagione più bella che ricordo. Ci portavano nelle campagne e le mie sorelle ed io ci divertivamo a salire sugli alberi per cogliere la frutta non ancora matura e mangiarla con ingordigia. Raccoglievamo funghi  e fiori di campo di ogni tipo che portavamo a casa in enormi mazzi da mettere in diversi vasi in tutte le stanze, persino nei bagni. Correre in cucina e sentire il profumo inconfondibile dei funghi cucinati e pronti da mangiare. Insieme alle nostre grida su e giù per le scale, risento anche il profumo dei fiori, del grano appena portato nel granaio dove andavamo a piedi nudi per giocare divertendoci da morire. Nonostante tutto ho avuto dei bei momenti della mia infanzia che ricordo ancora insieme agli asfodeli e alle violette, i miei preferiti.

Pillole sull’inconscio collettivo

A proposito di Tarocchi, Arcani Maggiori e ArchetipiRiflessione della dott.ssa Vanna Bigazzi psicologa

Interpretazione del presente e intuizioni sugli sviluppi futuri secondo Jung: l’intesa psichica fra interprete e interpretato può farci conoscere meglio il presente e forse anche il futuro.

Tutti gli eventi che accadono in sincronicità sono collegati tra loro da vincoli misteriosi di natura non razionale e non causale…..

Fiori di melo

Storia scritta a 6 mani nel 2016

Sotto il melo fiorito – racconto di gruppo (Stefania, Laura C., Mirca)

Foto di Capri23auto da Pixabay

Il convento dell’eremo di Monte San Michele alla fine di quell’inverno era ancora più triste di sempre. La primavera non arrivava ancora, gli alberi erano spogli e le mura fredde e  tristi.

I giorni passavano tutti uguali fra le laudi e i vespri, a scandire il ritmo. L’imprevisto si manifestò quando fra’ Goffredo annunciò che doveva far ricamare una nuova tovaglia per l’altare e, siccome naturalmente i frati non ricamano, si doveva cercare il posto giusto. Un vecchio penitente raccontò della scuola di ricamo dell’Antella. Fu deciso che andasse Fra’ Bartolomeo, l’ultimo arrivato e il più giovane. Così avrebbe preso anche una boccata d’aria e si sarebbe anche distratto, visto che iniziava ad accusare l’isolamento.

Cammina cammina cammina arrivò all’Antella, le campane rintoccavano, il sole splendeva, la scuola apparve in mezzo ad un prato pieno di margherite. Lenzuola profumate erano stese ad asciugare sotto un melo appena fiorito: in piazza la primavera era già arrivata.

Le ricamatrici erano in cortile sedute in cerchio, erano vestite di bianco e chiacchieravano e ridevano contente del loro lavoro. Il giovane frate lascia la tovaglia alla maestra per il ricamo e si affretta a tornare al convento. Sulla strada del ritorno sta calando la sera: si sta abbuiando tutto, anche il suo animo. Tornare al silenzio e alla preghiera gli costa. Quando arriva in vista del convento si accorge di una figura accovacciata sotto il loggiato, sommerso di sacchetti. In un attimo sa che potrebbe scegliere: la vita nomade, tornare in città……..

E rientra  in convento.

Fiori di biancospino

Ogni volta che li vedo, questi fiori piccoli bianchissimi, attaccati in modo inatteso ai pruni nei campi, mi viene in mente un periodo, un momento speciale della vita, quando era piena di movimento, di ricerca, di esperienze e di persone

Foto di Les Whalley da Pixabay

da “Un teatro per Clara” di Cecilia Trinci (dedicato a Clara Pacifici, amica non vedente)

foto di Simone Bellini

(…) La luna piena di stanotte  ha di nuovo allagato la casa con la sua luce bagnata. Il prato sembra coperto di neve. Ma invece è primavera: ci sono i mille piccoli fiori degli alberi di nuovo protagonisti: il bianco dei ciliegi e dei peri, il rosa dei peschi e dappertutto un esplodere di biancospino anche dove non te lo aspetteresti. La luna bagna di una luce fresca pur essendo immensa. La casa proietta la sua ombra scura ed è tutto un contrasto di bianco e di nero.

“Fai bene a raccontarmi la luna” dice Clara, “col tempo me la sto perdendo. Mi dispiace, però, che una luce al femminile viva del riflesso del sole”. Ma è così anche per le donne: si ha bisogno del sole maschile, di vivere nel riflesso di qualcosa di  più potente. Poi aggiungo “in fondo è molto tipico del femminile riuscire a fare di una piccola cosa come una luce bianca una tale allagante creazione di bellezza” . E questo finalmente la convince.

E’ il due di maggio. Da tanto tempo avevo promesso di passare un pomeriggio con lei. Clara sta male, ha ricominciato la chemio, non sta praticamente in piedi, ma vado da lei e le dico: ti porto in un prato verde e ti faccio tirare con l’arco. Dice subito: “mi metto questa maglietta, va bene?. Si gira verso di me con le mani sui fianchi. Sorride, come se si vedesse davvero riflessa nello specchio.

Attraversiamo la città e andiamo a Ugnano, al campo di tiro con l’arco della mia società. Le ho promesso il prato e lo mantengo.

Ci sistemiamo  appena un po’ a distanza dagli arcieri abituali che si stanno allenando.

Le insegno  come si fa.

Le spiego la mia convinzione: “Se ti metti nella posizione corretta ed esegui il gesto come si deve ce la fai di sicuro anche senza vedere. E’ la posizione del corpo che fa andare dritte le frecce, non la vista”.

Dobbiamo stare attenti a non fare danni al suo fisico provato.  Ma l’arco leggero ce lo consente. Incocca e tira. Da vicino, ma raggiunge il bersaglio con un colpo soffice. Dice: “sento la freccia che parte e mi sembra di volare, sento la forza, l’energia, la speranza che partono da me e mi portano via, nello spazio, nel vento, nel sole. Voglio diventare brava”.

Ma oggi più di tre frecce è impossibile. Si siede nel prato, con i piedi nudi assapora la terra fresca e col viso cerca il sole caldo di maggio. Tra poco è il suo compleanno.

Il presidente, viene a salutarla e lei sorride e gli racconta chi è, quanto è felice di stare qui.

Tranquilla, appena lui si allontana, mi dice che non ce la fa più, sta troppo male. Bisogna andare.

Bene, dico, ora ci alziamo  e la sospingo fino alla macchina. “Ce la fai? » 

Dice, sì sì, ce la faccio. E sorride nonostante il dolore, l’affanno, la testa che scoppia.

Ci alziamo piano, andiamo alla macchina, affrontiamo la nausea che l’assale.

Lo so che non vuole compassione. Nessuno si accorge. Ci salutano.

In macchina ci salva un CD di Vasco Rossi.

Lui canta e a lei passa il dolore. Clara canta con lui. La musica come un calmante. Mi insegna ad ascoltarla e mi anticipa i passaggi. Canto anch’io con lei, mentre guido, come se fossimo bambine in gita scolastica.

Arrivate a casa salgo con lei. Mi dice: “vieni un attimo a vedere se ci sono stati i ladri, anche se ormai non c’è più niente da portare via.” Sembra impossibile, ma ci sono stati, lassù al quarto piano e forse sono entrati dalla finestra. Una mattina lei si è alzata, si è preparata per uscire, ma la borsa non c’era più. Allora ha capito. L’ha spaventata soprattutto pensare che possono averla vista senza che  lo sapesse.

Si mette subito a letto, si spoglia ridendo. Mi dice: non guardare, ormai sono una exbella!

Sta male. Le lascio una tisana sul comodino. Ma lei dice: “che bella giornata ho passato con te! Tutto quel prato e quel sole caldo. E l’arco è fantastico! E anche  Vasco Rossi!”

Mi dice anche grazie. Ma io non capisco. Ci penso. Grazie? A me? E’ lei che mi hai donato il giorno. (…)

foto di Cecilia Trinci

Piantina grassa coraggiosa

Il coraggio di una piantina – di M.Laura Tripodi

foto di M.Laura Tripodi

Era una composizione di piante grasse piccola piccola ospitata in un vasetto ovale smaltato di rosso  di 15 centimetri.

Per qualche giorno è stata in casa, ma non mi sembrava che l’ambiente le fosse gradito.

Però mi dispiaceva separarmene.

Ci siamo guardate: lei avanzava mute richieste. Io le ignoravo.

Poi la sua sofferenza è stata palese.

A malincuore le ho trovato un posto sulla mensola del terrazzino, già stracolma di altre piante.

Da protagonista momentanea dentro casa è divenuta una delle tante nella giungla di piante grasse, all’esterno.

Ma lei aveva  gradito il cambiamento.

Forse l’aria, forse la luce, forse la compagnia.

Sembrava proprio a suo agio.

Piano piano cominciava a far parte dell’insieme. Ma……

A un certo punto le singole piantine hanno cominciato a crescere. Scomposte, disordinate, ognuna con la propria caratteristica, ma mai creandosi problemi a vicenda.

Una di queste, la più esterna, quella che cresceva guardando il sole, a sud est, a un certo punto ha trovato la spondina della mensola. Deve avere avuto qualche incertezza, forse anche qualche paura di non farcela.

Io presto sempre molta attenzione alle mie piantine, ma questa mi incuriosiva per quel suo modo pervicace di alzare la testa a dispetto delle compagne e di quell’ostacolo che sembra insormontabile.

Col tempo il suo fragile  gambo si è fatto legnoso e non so come si è arrampicato fino a sovrastare la spondina per poi superarla e ricominciare a calare.

Ora è cresciuta tantissimo. E’ una specie di ortensia con le foglie cicciute verde argenteo.

Tutte le volte che la guardo mi fa tenerezza. Ha sfidato lo spazio, la confusione, l’ombra.

Ha voluto prepotentemente la luce.

L’ha voluta, l’ha cercata, l’ha trovata.

Adesso sta affacciata a godersi il sole ben ancorata con il suo tronchetto legnoso.

Sembra una bambina curiosa affacciata alla finestra del mondo.

Fra qualche giorno mi (si) regalerà qualche fiore.

Peonie d’amore rose di rancore

Peonie – di Rossella Gallori

foto di Mimma Caravaggi

Sono rimaste li, nella “casaculla”  pancia di babbo, tra i fucili nascosti sotto terra, che non mi han mai fatto paura, con un profumo che toglieva il respiro, le aiuole si rincorrevano, il giardino era immenso  nascosto agli occhi della strada.

Mi ci rannicchiavo nella “siepequasirosa” per uscirne al calar del sole, appena sentivo quel fischio, quel suo fischio, canto di uccello libero….arrivavo io, cane arruffato senza guinzaglio, io piena d’amore….sono rimaste li,  le mie peonie, anche se un altro giardino rosso di sangue e rabbia le ha accolte, qualche petalo è rimasto attaccato al mio cuore stanco…profuma ancora….ogni tanto odo un fischio lontano…oggi piovono  bocci di peonie, mi bagno non apro l’ombrello…..

Messaggio con rose – di Rossella Gallori

foto di Mirella Calvelli e Daniele Violi

Lettera per te

Che vuoi che ti scriva amico mio

Che vuoi che faccia ancora per te

Che vuoi che dica, non ripetendomi

Che vuoi che diventi, per piacerti

Ti contagerò  con i miei fiori

Rose rosse con un significato solo

Rose rosse con un gambo lungo e legnoso

Rose rosse, rosso pianto

Rose rosse dal profumo ignorante

E spine tante

E graffi che non saprai curare

E sangue che macchierà il tuo sonno

E lacrime che non saranno mai abbastanza

Le canzoni sono come fiori

Una Canzone Per Te – di Vasco Rossi

Una canzone per te
non te l’aspettavi eh!
invece eccola qua
come mi è venuta
e chi lo sa
le mie canzoni nascono da sole
vengono fuori già con le parole
Una canzone per te
e non ci credi eh!
sorridi e abbassi gli occhi un istante
e dici “non credo di essere
così importante”
ma dici una bugia
e infatti scappi via

Una canzone per te
come non è vero sei te!
ma tu non ti ci riconosci neanche
lei è troppo chiara
e tu sei già troppo grande
e io continuo a parlare di te
ma chissà pure perché

Ma le canzoni
son come i fiori
nascon da sole
e sono come i sogni
e a noi non resta
che scriverle in fretta perché poi svaniscono
e non si ricordano più 

Il coraggio di un fiore

Provocazione coraggiosa di un piccolo fiore – di Vanna Bigazzi

foto di Patrizia Fusi

In un pallido sfondo, dimorano

bianchi brandelli di anima.

Niente rimane d’intero,

nessun avanzo di vita.

Nella distesa di un suolo riarso,

solo, uno sterile tralcio compare.

Triste reperto…

non fronde, non rami

han forza di regger

la grande afflizione.

In questa delusa rinuncia,

nel solco di un’arida zolla,

un piccolo fiore si affaccia,

senza amicizia, senza conforto,

sfida altezzoso

quell’arido vuoto perenne.

Ogni giorno un fiore

Girotondo di fiori – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

(Versione originale)

Il mio fiore è sole

è speranza, è bellezza

Il mio fiore è tenerezza

Il mio fiore è forza, è fragilità.

I fiori sono il mio messaggio di ogni giorno, ogni giorno un fiore, ogni giorno lo cerco e bevo il suo splendore.. E’ la mia linfa. Io ho tutti i fiori.

Per vivere ho bisogno d’amore.

Vivo con i fiori, li amo, li cerco, li curo perché loro curano me.

Sono i miei sorrisi, sono la vita che mi accarezza.

Ho guardato dentro i fiori, li ho guardati da vicino, sono la bellezza profumata.

Sono colore, colore, colore.

I fiori di stasera avevano braccia tese verso il cielo,

erano bianchi bianchi, profumati, pieni.

***

Messaggio d’amore con un papavero – di Lucia Bettoni

Bellissimo amore mio

ti tendo la mano e danzo nel vento

Rosso, libero, leggero,

Insieme a te fra il grano e i fiordalisi.

Ti amo dolcissimo mio amore.

Spighe di grano e girasoli

Di spighe e di girasole – di Laura Galgani

Un girasole, mille piccoli soli.

Una spiga di grano, mille piccoli chicchi.

Piccoli girasoli, tenere spighe mature.

Bionde le spighe, i girasoli gialli nei petali, punteggiati di piccole stelle all’interno.

Un’esplosione entrambi.

Il sole nel chicco di grano, uno stretto all’altro si fanno pane.

I petali del girasole si rincorrono e poi corrono dietro al sole.

Il calore li nutre. La forza sconfinata e illimitata li riempie.

Un fuoco brilla, crea e insieme distrugge, tutto trasforma dentro a una piccola spiga, a un grande girasole.

Luce e sole, fuoco e calore.

Ci vuole il fuoco per cuocere il pane, come ci vuole per cucinare il dolore.

Per renderlo lucente come una spada, come un raggio di sole che ferire non può.

Eccomi, sono qui, davanti a te, col mio piccolo mazzo di spighe e girasole, per dirti solo che

ho bisogno di te, del tuo amore che passa anche da qui, dai chicchi di grano stretti come segreti, dai minuscoli fiori al centro del girasole, piccoli come i pensieri che si affacciano alla mente nell’istante in cui il sonno ti vince.

Mi abbandono a te, al tuo abbraccio, che sa di grano, di sole, d’amore.

Incontro virtuale – 16 marzo 2021

con Cecilia Trinci

Pomeriggio nel profumo, nei colori, nelle forme di mille impensabili fiori, da “quelli che si trovano” per strada di Patrizia, alle complesse orchidee di Anna, passando dai lilium, dalle violette, dalle rose, per arrivare alle peonie, il maggiociondolo, le deuzie, le zinnie, le dalie, i girasoli, la passiflora, i fiori senza nome del grano, i papaveri, il fiore del cucco piccolo e blu, per non trascurare i mille aspetti dei fiori delle piante grasse, e gli anemoni di tanti colori, i narcisi e gli imprendibili fiori di ramerino.

Semplicità, femminilità, capacità o meno di innamorarsi, timidezza, coraggio, amicizia, nella infinita lingua dei fiori che ci parla e con cui possiamo parlare, dicendo cose segrete che altrimenti non avremmo avuto il coraggio di dire.

Frasi sui fiori:

Claude Monet: Io devo forse ai fiori l’essere diventato pittore

Confucio: Mi chiedi perché compro riso e fiori? Compro riso per vivere e fiori per avere una ragione per cui vivere

Christian Bobin: Ho posato a terra il vaso pieno di rose gialle davanti alla finestra per dare da bere alla luce

Fiori, colori, messaggi.

Quale fiore siamo?

Con quale fiore abbiamo voglia di comunicare?

Raccontiamo……….

La maga Angiolina

Ispirata a Volta la carta

La magia di Angiolina – di Stefania Bonanni

Foto di Mira Cosic da Pixabay

I ricordi sono fotografie fatte dagli occhi, che non sbiadiscono. Ed io Angiolina me la ricordo bene. Si, in molti hanno detto che non è possibile , che ero troppo piccola, che ho immaginato dai racconti che ne hanno fatto. Comunque, io Angiolina me la ricordo bene.

Aveva lunghi capelli ricci, pettinati solo dal vento, che si impigliavano tra i rovi e le vigne,  mentre correva. Era magra e veloce, come un animaletto selvatico. Correva tra le zolle grasse come su un prato morbido, senza affondare, neanche dopo la pioggia. Vestiva di scuro, ma non le si addiceva.  Per questo, non uscì più senza quelle scarpette blu. Le aveva avute in regalo da Madama Dore’, usate dalle sue sei figlie. Angiolina volava tra le zolle con scarpette da ballo e la sera, alla luce del focolare, aspettava il sonno strusciando le scarpette con un pezzo di stoffa vecchia. Le asciugava, le puliva, poi le lustrava, finché non erano pronte per correre di nuovo tra le zolle, la mattina dopo.

Abitava in una casetta vicino al bosco, era rimasta sola presto. Era sola e povera, non aveva molto da ridere, ma la ricordano allegra e fiorita. Andavano a trovarla spesso, le ragazze del paese, portavano uova, o frutta. Nessuno aveva da scialare, in quel dopoguerra recente. Andavano da lei, le ragazze del paese, e trascorrevano interi pomeriggi a parlare d’amore e di futuro. Angiolina conosceva erbe e storie fantastiche, buone per sognare. Si intrecciava margherite tra i capelli, e ginestre. Raccoglieva erbe buone per scacciare la paura, o far dormire, o abbassare la febbre. Faceva decotti che curavano il mal di schiena, facevano guarire le ferite, cacciavano i pidocchi. Intrecciava ossi di pesca in lunghe collane, che girava tre volte tra le dita pronunciando strane formule mistiche, come fossero rosari le collane, e preghiere le formule. Intrecciava agli con fili di paglia, e li strusciava sulla pancia dei bimbi per far scappare i bachi, sempre biascicando strane nenie. Raccoglieva fiori la notte d’estate, e faceva intrugli che innamoravano. In inverno, cominciò a girare le carte. Per raccontare storie davanti al focolare, mentre le castagne cuocevano sotto la cenere.

In poco tempo circolo’ la voce che Angiolina girava le carte. Ma non erano le carte che  raccontavano. Era Angiolina, quello che le carte dicevano dipendeva da Angiolina. C’erano giorni nei quali il fante di cuori era un amore in arrivo, altri nei quali annunciava un tradimento. Il fante di picche a volte era un brigante, altre un principe arabo. Gli assi erano grandi gioie o disgrazie, ed il gioco era in mano ad Angiolina, che mescolava stagioni e magie, amori e guerra, per ridere, ma anche per vivere. Poi ci fu la volta che giro’ l’asso di picche, e annuncio’ un grande pericolo che stava per abbattersi sul paese. Quella notte cadde una bomba, vicino, e la gran paura fu la causa della fila di persone davanti alla porta di Angiolina, il giorno dopo. Volevano l’acqua che fa passare la paura, ma volevano anche vedere lei, e sapere altro dalle carte. Le chiesero di girare di nuovo le carte. Angiolina disse che se ne sarebbero andati i soldati, in silenzio, di notte, scalzi. Non disse a nessuno che sarebbe sparito anche il carabiniere che l’aveva fatta innamorare. Non c’era più,  nelle carte. E ricomincio’ a girare, a girare. Vide un soldato con uno strumento che suonava. Finalmente usò le scarpette per ballare. Sapeva sarebbe sparito anche il soldato. Aveva visto arrivare un pilota, che durò un attimo, come l’apparire e sparire del suo aereo nel cielo. Girò e girò le carte. Sapeva che rischiava,  ma voleva vivere. Girò il fante di cuori, e l’amò di una passione scoppiettante. Fu molto felice, non si pentì quando capì che il fuoco si spegneva, sapeva che era una delle possibilità.

Ogni amore, una figlia. Parlarono molto, in paese. Diventò una maga, Angiolina, nei racconti. E quando partì, con le braccia piene di figlie avvolte di stracci, nacque la favola. Dicevano che era sparita con un ragazzo straniero che se l’era portata a casa, incantato da chissà quale magia. Nessuno seppe più nulla di certo, e quando dissero di averla incontrata vicino al porto, stracciona stanca, insorse il paese.

“Angiolina è fatata, libera e forte. Nulla e nessuno l’avrebbe ferita. Avrebbe girato le carte, e mescolato bene, avesse avuto bisogno”.

Filastrocche universali

ispirato a Volta la carta

Filastrocche universali – di Gabriella Crisafulli

Foto di MICHOFF da Pixabay

La donnina che semina il grano

Volta la carta

Si vede il villano

Il villano che zappa la terra

Volta la carta

Si vede la guerra

E la guerra con tanti soldati

Volta la carta

Si vede i malati

I malati con tanto dolore

Volta la carta

Si vede il dottore

Il dottore che fa la ricetta

Volta la carta

Si vede Concetta

E Concetta fila il lino

Volta la carta

Si vede Arlecchino

Arlecchino che fa gli sgambetti

Volta la carta

Si vede i galletti

I galletti che fanno cosi

Chicchirichiiii

Acchiana acchiana babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

“Tuppe tuppe tu”

“C’è Mastro Antonino?”

“Nooo”

Scinni scinni babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

“Tuppe tuppe tu”

“C’è Mastro Antonino?”

“Nooo”

Acchiana acchiana babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

…   …   …

Era la donnina che seminava il grano:

con lei c’era il villano

Adesso però lui è lontano

e la donnina non c’è più:

era del tempo di gioventù

Nel frattempo c’è stata la guerra

la donnina è sottoterra

Ora c’è Angiolina

che intreccia i capelli con foglie d’ortica

ama collane di ossi di pesca

come regina di stirpe moresca

Sua madre ha un figlio infedele

gli inzucchera il naso di torta di mele

mettendo Caino contro Abele

Angiolina si è nascosta in cucina

perché si sentiva un’aguzzina

Adesso non piange più

canta con voce argentina

mangia insalate con pere abate

ritaglia giornali costruisce ali

indossa occhiali

guarda aurore boreali

e scrive rime accidentali.

La donnina che semina il grano

Acchiana acchiana babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Volta la carta

Si vede il villano

Il villano che zappa la terra

Ca ti dugno pane e cutieddo

Volta la carta

Si vede la guerra

E la guerra con tanti soldati

Tuppe tuppe tu

“C’è Mastro Antonino?”

“Nooo”

Volta la carta

Si vede i malati

I malati con tanto dolore

Scinni scinni babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

Tuppe tuppe tu

“C’è Mastro Antonino?”

Volta la carta

Si vede il dottore

Il dottore che fa la ricetta

“Ca ti dugno pane e cutieddo”

Volta la carta

Si vede Concetta

E Concetta fila il lino

Tuppe tuppe tu

“C’è Mastro Antonino?”

“Nooo”

Volta la carta

Si vede Arlecchino

Arlecchino che fa gli sgambetti

Acchiana acchiana babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

Volta la carta

Si vede i galletti

I galletti che fanno cosi

Chicchirichiiii

Filastrocca di Tina

ispirata a Volta la carta

Volta la carta della vita – di Tina Conti

Si potrebbe iniziar la giornata, a girare la carta sbagliata

Questa volta ne sono sicura, ne uscirà una cosa un po’ scura

Finalmente il grembiule e’ arrivato, bianco e rosso col nome stampato

Volta la carta  la TEA è contenta, furba furba ,agguanta una tenda.

Tea che impasta, sbatte, tagliuzza e qualche volta usa la frusta.

Arriva anche Bruno, vestito a festa, salta la corda e va alla finestra.

Per lui il grembiule non è preparato, cambia posto e si lecca il gelato.

Razzia nel giardino han fatto stamani e ora ridono e batton le mani

Un solo fiore ormai non si vede, nella distesa di piante offese

Un  gran profumo vogliono fare, e da giorni non fan che impastare

Con limone, lavanda e rughetta, e tanti fiori schiacciati in gran fretta 

 La grande essenza han  provato a  fare, a me sembra sapon per lavare.

Emma e Nora un comprator  han trovato che si e preso il sapon da bucato

lo paga poi con moneta squillante e loro esultano  sulle gambe.

Volta la carta qualcosa si muove si vede Giulio con le scarpe nuove.

Le lucida  sempre da mane a sera poi ridendo si sbuccia una pera.

Stasera è festa per la nidiata, secondo me ci vorrebbe una fata.

Tutti insieme in armonia si ritrovano a dormir dalla zia.

Prima pero’ è bello dire, ci si lava e si va a dormire.

Un bel film hanno visto i ragazzi e poi saltano e zompan come matti.

Arriva la nonna che con fare discreto, lascia il succhiotto al più indifeso.

La notte passa tranquillamente, con grande  gioia nel cuor e nella mente.

Al risveglio della nidiata, la colazione sara’ apparecchiata.

Se non pancacke , saran schiacciatine, condite sempre da fresche sardine.

Coccole baci e qualche pedata, per poi giocando concluder la giornata.

Volta la carta, la festa è finita, si ricomincia doman con la vita

Vita diversa e sempre un po’ uguale, cerca la carta e compra un giornale

Fra tante storie, farse  e novelle, non ti scordar di comprar le frittelle.

Quelle di riso mi paion  migliori anche se forse ti piacciono i fiori

Meglio sarebbe non farne di niente solo per fare dispetto alla gente

Ma cosa dite, è meglio far festa perché la gioia ti salti un po’ in testa

Volta la carta domani si canta, meglio se tutti rimangono in gamba.

La piccola Angiolina

da Volta la carta: “Angiolina alle sei di mattina si intreccia i capelli con foglie d’ortica, ha una collana di ossi di pesca la gira tre volte intorno alle dita…”

Angiolina -di Sandra Conticini

Foto di Jan Temmel da Pixabay

Angiolina, la bambina che cammina con le sue scarpette blu alla ricerca di una vita migliore. Non vuole vivere in quel paese povero e pieno di tristezza, dove ci sono solo persone conosciute da quando è nata. Inutile intrecciarsi i capelli con foglie d’ortica e agghindarsi con collane di ossi di pesca, lei sarà sempre la piccola Angiolina.

Continuerà a camminare, camminare finchè non troverà l’amore della sua vita e così non piangerà mangiando insalata di more in cucina.

Sognando ritaglia  fogli di giornale e crea il suo vestito da sposa perchè è sicura che un giorno troverà che si accorgerà di lei.

Angiolina vuole cambiare il suo destino, ma sa bene che la vita è come un gioco di carte, nessuno può essere sicuro di vincere!

La filastrocca

Da Volta la carta ……

La filastrocca – di Gigliola Franceschini

C’era una volta la filastrocca.  Chi ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove i nonni  erano i pilastri, sedevano a capotavola e venivano ascoltati come fonte  di saggia esperienza, avra’ ungrosso bagaglio di racconti, di proverbi a iosa e infine di tante fantasiose  filastrocche. I miei nonni  erano un’antologia vivente, dall’alto della loro scarsa istruzione, insegnavano a noi ragazzi le risposte ai vari eventi della vita, narravano storie antiche piene di valori intramontabili, recitavano lunghe tiritere  che accompagnavano i lavori di tutti i giorni. Mia nonna aveva una filastrocca per ogni cosa.  Anche quando andavamo nel pollaio a raccogliere le uova, faceva parlare la gallina che aveva appena deposto il suo dono “coccode’ coccode’ ecco un cocco pronto per te”  e le piccole mani avide raccoglievano l’uovo ancora caldo  e lo riponevano nel cestino come un trofeo. Accompagnava il movimento delle mani  che impastavano il pane, con la storia della Teresina che dormiva la mattina e cosi’ per tutto c’era una storia e un canto che facevano compagnia al lavoro importante  della.preparazione delle pagnotte . Vecchie storielle che hanno attraversato il tempo senza perdere di significato. Non ci si deve meravigliare se scrittori  e musicisti si sono ispirati  a quelle filastrocche un po’ bislacche ed hanno scritto dei testi che sono vere poesie musicali. I proverbi, le filastrocche, ruvide radici della nostra  cultura ,scritte a voce e  piene di errori grammaticali, sempre semi importanti che hanno permesso di sviluppare pensieri piu’ complessi. Filastrocche antiche, una lunga galleria di piccoli quadri dipinti con le parole.

La Donnina che semina

Da Volta la carta: “C’è una donna che semina il grano, volta la carta si vede il villano…..”

LA DONNINA CHE SEMINA IL GRANO – di Anna Meli

            Ogni bimbo fortunato ha udito dai nonni o dai maestri questa piacevole tiritera. A me la raccontava il mio babbo. Tornando da lavoro con la sua moto, mi trovava lì ad attenderlo: mi prendeva fra le braccia, mi faceva volare in aria e mi diceva” Ecco la mia donnina che semina il grano” ed io ridevo felice.

            Non era un caso quel nomignolo perché avevo visto Pietro che nel suo campo seminava il grano tuffando dal suo grembiule grandi manciate di semi e li spandeva con un gesto largo ed aperto offrendoli al sole e alla terra come un dono prezioso. Amavo ripetere quel gesto tenendomi la gonna e ballando.

            Il babbo mi aveva chiesto se mi piaceva così tanto ballare e io avevo risposto” Sì, ma io veramente semino il grano”. Era stata l’occasione per lui di raccontarmi per tante, tante volte la filastrocca che io gradivo in modo particolare, e cercavo un significato che mi sfuggiva trovando però pacificante il suo cantilenare.

            Da nonna ho ripetuto tante volte la filastrocca ai miei nipoti come se fosse una ninna-nanna; loro si addormentavano tranquilli e amavo credere che dietro quelle lunghe ciglia ogni parola prendesse forma e raccontasse una storia diversa.

            Il testo scritto da De André e un po’ diverso da quello tradizionale ma mantiene quel “ gira la carta “ che interrompe e nello stesso tempo collega scene differenti….

            C’è Angiolina che si è innamorata del carabiniere e indossa le sue scarpette blu per essere più veloce nel raggiungerlo, ma presto lui svanisce in un giro di carta. C’è, lungo la strada, un ragazzo che sale un cancello per rubare ciliege e tira sassate; ancora gira la carta e appare il fante di cuori (sarà il carabiniere di Angiolina), che poi è un fuoco di paglia (destinato a durare poco): gira la carta e un gallo canta, forse un modo per riportare alla realtà, svegliare da un sogno.

            Le carte si susseguono, cambiano, spariscono come i giorni, le stagioni , le situazioni. Hanno immagini diverse a volte scollegate fra loro, ma fanno parte di uno stesso mazzo necessario per giocare alla vita.

Zucchero sul naso

Da Volta la carta: “Mia madre ha un mulino e un figlio infedele gli zucchera il naso di torta di mele, mia madre e il mulino son nati ridendo….”

Lo zucchero della torta di mele – di Cecilia Trinci

La mamma felice che scherza col figlio e se è infedele lo perdona, lo ama così tanto da riderci addosso sempre, lo abbraccia, lo spruzza di zucchero, gioca col suo uomo bambino. Con lui e la sua torta, zucchero e mele sul viso. La mamma giovane e il mulino son nati ridendo, la cucina di campagna è piena di sole e dolcezza, più zuccherata della torta.

Una donna che gioca e cucina, che ride innamorata della vita.

Mia mamma, mia nonna in una cucina d’inverno. La stufa rossa di legna infuocata scoppietta e riscalda. La mamma balla, la nonna fa il croccante, mia sorella gioca, mio nonno tiene acceso il fuoco, aspettiamo la sera che piano piano  scende. Siamo in cinque a volerci bene. Tra poco arriverà il sesto dal lavoro. Sarà buio allora, sarà sera, sarà cena intorno al tavolo grande di marmo apparecchiato a festa. Sarà letto, sarà bacio, sarà buonanotte. Sarà silenzio.

Ciliegie rosse

da Volta la carta: “C’è un bambino che sale un cancello ruba ciliegie e piume d’uccello, tira sassate non ha dolori,….”

I bambini che giocano – di Patrizia Fusi

Foto di Free-Photos da Pixabay

Una bella giornata di sole, un albero pieno di rosse ciliegie che fanno capolino fra le foglie verdi.

Un bambino salta il cancello.

Inizia a mangiarle cosi mature e succose, continua a raccoglierle, le mette nella maglietta bianca che si riempie di piccole macchie rosse.

Madama Dorè: filastrocca di un gioco che facevo quando ero piccola.

Mi tornano alla mente pomeriggi caldi e profumati di campagna, trascorsi fra bambini facendo giochi di gruppo. Madama Dorè, lo sculaccione, acchiappino, nascondino, quattro cantoni, “uovo marcio”, il gioco dell’anello, sbarba cipolla, campana, Pisto e Pistugno, girotondo e tanti altri che appena ricordo.

Serenità.