C’è tempo

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Tempo antico

Orologio da taschino – di Mimma Caravaggi

foto e oggetti di Mimma Caravaggi

In casa, appesa ad una parete del salotto c’è una piccola bacheca artigiana, se così si può chiamare, con diversi vecchi orologi da taschino che, di anno in anno, ho regalato ad Alberto per i suoi compleanni. Qualcuno è d’oro di marca, altri d’argento di varie forme e di varie epoche. Poiché mi piacciono moltissimo Alberto ha pensato di costruire usando una scatola di legno per il salmone affumicato, una piccola bacheca da attaccare al muro. In mostra ce ne sono stati messi soltanto 8 ma ce ne sono diversi altri non esposti. Diverso tempo fa usavo portare un orologio da polso del tipo moderno, tipo Swatchs che usavo giornalmente ma per le rare  uscite serali ho un piccolissimo orologio antico, prezioso e di marca, degli anni 20/30 regalatomi da mia suocera e completamente integro e funzionante. Ora non porto più nulla e uso il cellulare quando mi serve. Tutti i tipi di orologi mi piacciono molto basta non siano troppo moderni. Qualche vota porto ancora un orologio da collo in argento molto carino che mi ha regalato la mia mamma.

Al nostro tavolo vorrei avere accanto a me la M. Laura perché mi ispira calma e fiducia e alla quale abbinerei una clessidra dove il tempo è scandito da granelli di sabbia e tanta precisione.

Un fiore gracile: la Deutzia

Cascata di fiori – di Mimma Caravaggi

Deutzia gracilis- Fiorisce presto nel mese di Aprile con una cascata di fiori bianchi, semplici e con un leggero profumo. Ogni anno spio la ripresa, i suoi germogli, i suoi piccoli bocci che esplodono in un nuvola banca e che ogni giorno godo nel guardarla attraverso la finestrina del bagno. Non ho tende in casa quindi godo della sua completa bellezza che ha il piacere di convivere accostata ad una rosa quasi selvatica dai petali semplici e di un particolare color rosa che accetta  quelli bianchi della deutzia creando un contrasto molto bello, contesto per un dipinto.

E SE FOSSI UN FIORE……

A prescindere che amo ogni specie di fiori e piante, trovo siano come la funzionalità del nostro corpo, perfetti meccanismi di architettura e ingegneristica stupendi, ma se dovessi rivolgermi come fiore a qualcuno, amica, sorella, conoscente che sia, sceglierei un fiore semplice come il fiordaliso ormai quasi dimenticato ed in estinzione.

Potrei raccontare loro dei bei fiori semplici che siamo molto spesso in  simbiosi con i papaveri che una volta, insieme, ricoprivano gli appezzamenti di moltissimi campi di grano di legumi e altro. Siamo fiori che ricordano un tempo ormai trascorso che vorrei  ricordassero le tante passeggiate trascorse in compagnia di sorelle e amici attraverso i campi coltivati. Che altra e bella maniera di vivere.

Tempo senza orologio

Tempo senza orologio – di Laura Galgani

Per me stessa ho scelto di vivere senza orologio.

Sono talmente calata nel fluire del tempo da non averne bisogno.

So sempre che ore sono, il mio orologio interiore scandisce i secondi senza che io nemmeno senta

il tic tac.

Qualche volta però non mi fido e allora abbasso lo sguardo sullo schermo del computer o sul cellulare. Ma raramente vengo smentita.

Non sono molto contenta di questa precisione non cercata. Mi piacerebbe lasciarmi andare ad un sempre o ad un mai senza confini, ma non posso. Almeno, non adesso.

Per questo dedico una breve riflessione ad una compagna di scrittura anche lei senza orologio: Rossella. Nemmeno lei ne ha bisogno, ma per motivi opposti ai miei. Mentre io sono schiava del tempo e devo obbedire alle sue leggi che conosco così bene da poter fare a meno di punti di riferimento – direi che il tempo si è impadronito di me – lei, Rossella, è padrona del tempo e lo domina.

Lo piega, lo curva e lo indirizza come più le piace. Lo allunga, lo accorcia e lo comprime.

Lo allunga se sta bene dov’è e vuole godersi il momento. Lo accorcia se è infastidita e vuole cambiare scenario perché quello in cui si trova ha esaurito la sua funzione.

Lo comprime se ripensa al passato e le fa troppo male.

Allora anni diventano una pillola piccolissima, un concentrato di un attimo soltanto che può anche dimenticare in una minuscola scatola preziosa.

Incontro virtuale – 24 marzo 2021

con Cecilia Trinci

Incontro di mercoledì in via eccezionale e comunque molto partecipato. Il tempo è anche un atto di scelta e per questo si ringrazia particolarmente chi ha fatto di tutto per non mancare.

I temi erano molti e particolarmente intensi: la bellezza delle cascate di fiori dei giorni precedenti, le storie e i pensieri che i fiori hanno sollevato, persone evocate dai fiori, oppure situazioni del passato dove i fiori mancavano o erano invece particolarmente presenti. Altro argomento da considerare il video di Vanna sui tarocchi, su Jung e sull’intuizione, collegato al nostro lavoro di scrittura proprio per l’elemento “intuizione”. Il ricordo dell’intervento di Simone Rovida sul tempo avrebbe meritato più tempo per la discussione, ma il nostro “gioco sull’orologio” ha unito un po’ tutte le tematiche: l’intuizione dei sentimenti degli altri, la rappresentazione di noi stessi attraverso un oggetto speciale come l’orologio, un pensiero al nostro modo di stare insieme quando eravamo in presenza…..tutti stimoli intensi che si possono ritrovare nella registrazione di ieri.

Il tema della settimana dunque riguarda gli orologi, le persone del gruppo con cui ci piacerebbe condividere un tavolo, come intendiamo lo scorrere del tempo, come lo valutiamo e se ne abbiamo o no bisogno.

Fiori e filastrocche

VIOLETTE DI PRIMAVERA – di Anna Meli

foto di Lucia Bettoni

Giro, giro tondo

il pane cotto in forno,

un mazzolin di viole

per darle a chi le vuole,

le vuole la Sandrina

si inginocchia la più piccina

la più piccina e la più grande

ne faran tante ghirlande.

            Questa la filastrocca che cantavano, tenendosi per mano, Maria e Paolina. Maria la più piccola e Paolina, più grande di solo due anni, andavano spesso insieme alla ricerca  di questi piccoli fiori viola che nei primissimi giorni di primavera spuntavano lungo la riva del ruscello  vicino casa loro.

            Succedeva che nel primo pomeriggio, libere dalla scuola, si recassero là dove l’acqua cristallina del ruscello scorreva rimbalzando di sasso in sasso in un eterno gioco e avvertissero quell’odore particolare di fresco, di buono che faceva dilatare loro le narici ed esclamare un “ahh” di gradevole piacere.

            Le viole erano là, timide fra quelle foglie verdi come a ripararsi dall’ultimo gelo che ancora conservava qua e là fazzoletti di neve ancora aggrappata alla terra umida. Forse era l’aria ancora fredda e pungente che esaltava quel profumo che a loro piaceva tanto.

            Sempre tenendosi per mano per non cadere in acqua, si chinavano su quei timidi ciuffetti ad osservare più da vicino la loro delicata bellezza. Una volta le avevano colte per portare a casa, ma si erano appassite, erano morte.

            Da allora avevano deciso di non coglierne mai più e di andare a trovarle ogni primavera al loro rifiorire. Non ne avrebbero mai fatte ghirlande come quelle del loro gioco.

In viaggio nel tempo

Tempo paradossale – di Luca Di Volo

Foto di Pexels da Pixabay

Prima di iniziare la lettura, penso sia opportuno chiarire (almeno a chi non lo sa già) cos’è il cosiddetto “paradosso dei gemelli”..una delle verità più sconcertanti venuta alla luce con la Relatvità di Einstein..Sostanzialmente consiste nel fatto, abbastanza controintuitivo, che se uno di due gemelli rimane sulla Terra, e l’altro parte, diciamo, per un viaggio verso una stella, per esempio Sirio, viaggiando quindi ad una velocità molto elevata,  tipo metà della velocità della luce, per quello che è partito il tempo scorre più lentamente rispetto all’altro rimasto sulla terra, quindi, al suo ritorno lui sarà ancora abbastanza giovane..mentre troverà il gemello rimasto sulla terra molto molto più vecchio di lui…

Questa è solo una trasposizione in chiave romantica di quella che potrebbe essere una vicenda vera tra qualche anno…

Alberto Magnolfi quella sera era felice..e lo sapeva..Era cosciente che i suoi piedi quasi non toccavano terra..che la Primavera incipiente sembrava creare solo per lui canti e profumi inebrianti..Quel crepuscolo magico lo accoglieva nelle sue spire avvolgenti ..e lui ci si abbandonava grato..Ma la Primavera non era l’unica ragione che gli faceva volare i piedi..Tra qualche giorno avrebbe finalmente avuto il tanto sospirato brevetto dall’Accademia..e allora..il suo sogno..via verso lo spazio..Marte..le lande di Ganimede..i laghi di metano di Titano…i pianeti transnettuniani..Non oltre, però…lo sapeva bene..Al di là c’era solo il maligno vuoto tra le stelle…solo pochissimi ci si avventuravano..spinti dagli enormi guadagni..pagando un prezzo altissimo..quello di diventare dei Paria senza tempo…

Cancellò quel pensiero  ..e si concentrò sulla “vera” ragione di quel momento di beatitudine..Avrete capito…c’era di mezzo una ragazza (c’è sempre di mezzo una ragazza..)..che finalmente gli aveva detto di sì..ma anche la sua famiglia, nobili col naso sensibile, lo aveva accolto…capirai..una Frescobaldi…ma per lui, innamorato perso, era solo la “sua” Erika…del cognome gliene importava il giusto..tanto tra poco le avrebbe dato il suo…Erika Magnolfi…suonava bene, no?!Una sinfonia..per lui..

Insomma, al tramonto di una bella giornata di Primavera…sulla splendida collina di Monte Beni..con la gioia dei suoi vent’anni..qualcosa lo distrasse..una musica..?! Forse..allungò il passo..dietro un’ansa della strada c’era una piccola osteria…Quella strana musica…proveniva proprio da lì..

Fu un impulso irresistibile quello che lo spinse ad entrare…E sicuramente il destino…o quel che è..in quel momento stava sogghignando in uno dei suoi peggiori momenti..

La luce attenuata e il fumo, non gli permisero di vedere quasi nulla..però, inoltrandosi nel piccolo locale..notò un uomo che suonava un pianoforte che aveva visto tempi migliori, ma da cui quelle mani delicate traevano arcane armonie.

Si sedette ad un tavolino libero, ordinò una birra, e si predispose a farsi cullare da quelle note..

Dal suo posto poteva vedere bene anche il volto del pianista..suonava ad occhi chiusi…su un volto pallidissimo, quasi cereo…ma di una bellezza…mistica?!Greca?! Naso affilato, labbra delicate..capelli biondi e lunghi…un misto di angelico e di demoniaco..come in quella musica..straniante, stregante…in cui  sembravano a volte risuonare le trombe degli Angeli o i tamburi dell’Inferno…ipnotica..e soprattutto, completamente aliena..

Si scosse, accorgendosi di stare per cedere a quella sonnolenta malia…alzandosi si avvicinò al piano..

Finalmente quel singolare pianista lo notò…rivolgendogli uno scintillante sorriso…

“Stasera siamo fortunati…guarda chi è venuto trovarci, Fati…addirittura un cadetto di prima nomina dell’Accademia…Già pronto per il primo imbarco?”

Dall’ombra si avvicinò una donna…doveva essere quella Fati che aveva menzionato..man mano la luce scopriva il suo volto e il corpo…appariva di una bellezza disumana…araba, forse…spagnola…?!

“Sì..Fati è il diminutivo di Fatima..la figlia di Maometto…lo sa che vuol dire :colei che apre?!A me ha aperto l’amore…ad altri..chissà..comunque questa è la mia compagna…fino a che Allah lo permetterà..”

Sembrava gli avesse letto nel pensiero….la bella donna gli fece solo un breve cenno col capo per poi rivolgersi al pianista con aria adorante..”Ti prego Lupo..suona ancora..per me..”

Con quella voce avrebbe potuto provocare il disgelo della Siberia..

Lupo ricominciò a suonare, ma cercando sempre di intrattenerlo..”Mai sentito parlare del Lungo Viaggio?!”

Questa strana domanda, del tutto fuori contesto, ebbe il potere di fargli scorrere un brivido gelato lungo la schiena….Nel suo ambiente era considerato di cattivo gusto anche alludere all’argomento..salvo le lotte all’ultimo sangue per accaparrarsi i ricchissimi prodotti che quelle navi trasportavano…Qualcosa di simile ai vascelli pirati del XVIII e XVII secolo….

La risposta di Alberto fu guardinga..”Certo.., ma…non mi ha mai interessato..”.E  già quell’aggiunta diceva molte cose..

Lupo lo guardò di sottecchi col suo sguardo ipnotico..un accenno di sorriso..”Si guadagna bene, sa?!”

“Sì..ho sentito quel che si dice in giro..chissà se è vero però…”

“E’ vero..è vero..non si preoccupi…”

Con uno scatto felino Lupo si alzò dal sedile del piano..proseguendo..”Ma lei non è interessato, a quanto vedo..”un piccolo silenzio…”E poi non l’avrei voluto io..non saprei che farmene di un bamboccio cullato nell’ovatta..”

Si avvolse in un mantello facendo segno alla compagna di seguirlo..e dal buio del locale risuonò una poderosa e sguiata risata..

Alberto trasalì…e quelli chi erano?! Anche la ciurmaglia…

Rimasto solo, si asciugò la fronte sudata, finì la sua birra ed uscì all’aria aperta..L’aveva scampata bella….Quelle bande di pirati si diceva non avessero molti scrupoli…E quell’indefinibile Capitano..e quell’angelica creatura..Angelica?! A lui faceva più l’effetto di una diavolessa…affascinante, però…

Si fermò sulla cima di un piccolo colle..quel posto e lo spettacolo che offriva l’avevano sempre entusiasmato..

Sì perché da lì si poteva assistere all’incredibile spettacolo che il grandioso spazioporto di Peretola offriva a chi lo guardava dall’alto..

Immaginate una pianura, che riusciva a raggiungere la vicina Pistoia…fino a lambirne la periferia…Completamente illuminata..ma in modo da non recare disturbo al panorama..

In file ordinate, centinaia, migliaia di astronavi..di ogni forma e dimensione…da trasporto, da diporto..da guerra..

Sola, quasi abbandonata in un angolo meno illuminato…era ferma un’astronave…più grande di tutte le altre…intorno alla quale si accalcavano come formiche schiere di meccanici, carpentieri, tecnici…Sembrava un’enorme aquila momentaneamente a riposo ma pronta a irrompere ruggendo spinta dai suoi fantastici motori verso spazi sconosciuti….

Nonostante la paura, Alberto si scoprì affascinato…Una nave del Lungo Viaggio..di sicuro…inconfondibile…chissà quali strani mondi….

Fu l’ultimo suo pensiero cosciente..All’improvviso tutto divenne buio e silenzioso..

Non sapeva, quando potè riaprire gli occhi, quanto tempo fosse passato..non sentiva altro che il dolore lancinante alla testa, provando a muoversi scoprì di essere completamente paralizzato….Era in un automobile ..che correva a velocità folle su strade che lui non conosceva..

Si riappisolò un po’…l’effetto delle droghe..quando riaprì gli occhi, l’auto si era fermata..sotto una gigantesca ombra..un’astronave…immensa..Girò gli occhi per quel poco che poteva, per capire qualcosa di quel posto, quando gli cadde lo sguardo sul cartello  che tutte le navi erano obbligate ad esibire per indicare la partenza l’arrivo…e altre notizie…ma questa volta rilesse la scritta tre…quattro volte…prima che la sua mente rendesse coerente il messaggio…

Già, perché sul cartello c’era scritto, a titoli cubitali: ASTRONAVE BELLEROPHON, in partenza per Merak, Dubhe, Alcor, ed altri scali .

RIVOLGERSI AL COMMISSARIO DI BORDO.

Alberto si sentì morire…Il Lungo Viaggio…quelli erano nomi di stelle…Maledetti..l’avevano rapito..ma ..chi?! Perchè?!

La droga ricominciò a fare effetto e ricadde in un sonno malsano..

Fu una continua vibrazione a svegliarlo, alla fine…incessante, come un gigante che respirasse, profondo, inarrestabile….

Era steso su un lettuccio..in una specie..di che?! Un’infermieria…si sarebbe detto…e di una clinica di lusso..a quel che vedeva..file e file di armadietti scintillanti…un set completo per tutti i tipi di esame…comode poltrone….

Una porta si aprì ed un largo faccione gioviale spinse la testa nel locale…

“E come sta oggi il nostro ingegnere -cadetto..?! Spero non troppo male…”

Alberto non ci vide più..voleva uccidere qualcuno…e quel giovialone andava bene come un altro….”Maledetti..mi avete rapito..mi avete scaraventato nel Lung….”Ma a questo punto la testa gli ricadde sul cuscino…Troppo debole…

Il faccione allegro gli si avvicino’..sentendogli il polso, guardandogli l’occhio …con aria molto professionale..

Non fece il minimo caso al suo sfogo..:”Eh..piano piano…ti rimetterai, presto, ma ..riposo e pazienza..pazienza e riposo…questo è il segreto”.Mentre se ne stava andando si voltò…”Ah..io sono il dottor Asuki..Asu per gli amici…”fece un inchino molto Giapponese..”Per servirla..”

Inutile dilungarsi ancora..Cominciò così per Alberto la sua vita tra le stelle..Divisa tra la sete di vendetta e, suo malgrado, l’ammirazione per i mondi inimmaginabili per un “terragno”..loro lo chiamavano così..

E poi non erano poi tanto una ciurmaglia intenta a far soldi e ad accumulare tesori in vista di quando finalmente si sarebbero fermati…A quel che sapeva avevano già accumulato tante ricchezze da poter vivere due o tre vite da ricconi sfondati..

Invece continuavano..E lui, odiandoli tutti..non li capì fino a quando uno non gli citò proprio il suo poeta preferito..Alla fine di una discussione sull’inutilità del loro proseguire..uno, il secondo in comando..recitò”…Fatti non foste a viver come bruti….”

Detto in quel contesto era più che ridicolo..ma anche commovente..

Fu uno dei momenti più educativi..sulla strada di quell’iniziazione che Alberto non aveva voluto..che odiava con tutte le sue forze..ma che forse avrebbe potuto insegnargli tanto..

Un altro pensiero consolante era che ad ogni scalo, ad ogni sosta lentamente..lentamente ma ogni anno-luce di viaggio lo portava sempre più vicino ad Erika..passava le notti a calcolare quanta differenza di tempo ci sarebbe stata tra di loro al suo atterraggio..sarebbe stata una vecchietta…forse..ma non importava..l’avrebbe amata ancora di più…pensava agli splendidi regali che le avrebbe potuto fare con il ricavato del carico del Bellerophon..una piccola fortuna..e lui l’avrebbe spesa per lei..per loro due…

E si addormentava contento…si fa per dire…

Il comandante non lo vedeva quasi mai..nessuno lo conosceva bene..di sicuro il suo vero nome non era Lupo..dicevano fosse ungherese..reduce della guerra del 2651…

Quindi..avrebbe avuto..quanto?!Dio Santo..trecentoquarant’anni…

Guardava le stelle dai finestrini..con il loro canto abbagliante di  barbarico splendore sembravano ammaestrarlo..confortarlo quasi..Ormai le riconosceva una ad una:Sirio, azzurra e cangiante..la rossa Aldebaran…Canopo la bianca…forse la più bella..

Era un orfano adottato dalle stelle…e questo lo fece sopravvivere..

E finalmente ..finalmente ..rotta sulla Terra o, come la chiamavano i lupi dello spazio Sol III..

Ma comunque fosse..lui era di nuovo felice..Ora sorrideva di nuovo. E scherzava col dottore per le sue manie..col pilota per la sua passione per le antiche icone..

In uno di questi stati di grazia lo sorprese il comandante..”Signor Magnolfi..sono lieto di vederla sorridente….procuri di restare sempre così..”

Che voleva dire?!E poi l’aveva detto con uno sguardo..di pietà…Forse?!

Quando le porte della vecchia nave finalmente si aprirono lasciando entrare la fresca brezza di M.Morello, lui fu il primo a saltar giù…pochi minuti per farsi accreditare il gruzzolo cospicuo che gli spettava…e all’Amministratore che gli diceva arrivederci rispose con una smorfia…arrivederci?!Ma nemmeno per sogno..”Eh, non si sa mai..”fu la sibillina risposta del vecchio astronauta..

Ma appena fu in grado di avere sott’occhio tutto il panorama…il suo entusiasmo non potè che raffreddarsi un po’..nonostante tutto..

Già, perché, ovunque girasse lo sguardo..gli venivano incontro spezzoni anneriti…non poteva dire se case..alberi o altro ancora…

Brulle le colline un tempo smaglianti di verde e di olivi…

L’uomo che gli controllò i documenti nella guardiola al limite dello spazioporto..era simile al paesaggio:barba lunga..vestito logoro..l’aria stanca di chi ne ha viste troppe…”Eh..voi del Lungo Viaggio…sempre lassù. A vagabondare…mentre qui si muore, di fame..per le radiazioni…”

“Ma che è successo..?!”

L’uomo lo guardò stralunato…”Santo Dio..ma quanto tempo è stato lassù..?!La guerra, la guerra, amico mio..nessuno ricorda nemmeno il perché..ma ci ha devastati tutti…anche se è finita da cinquant’anni…la ripresa è lenta e..”..un sussurro…”forse non ci sarà più..”

Si può capire perché Alberto, all’uscita del cancello dello spazioporto, fosse abbastanza abbattuto..ma si riprese..era giovane e sicuramente la sua Erika lo aspettava….Ingenuo…

Saltò su un taxi, all’autista diede il nome “Villa Frescobaldi, per favore..”

Ma l’autista rimase fermo…”Villa che…mi dispiace..questo nome non l’ho mai sentito…”

Non che Alberto ci sperasse..ma fu un discreto colpo..”Ma a M.Beni mi ci può portare..?!”

Questa volta l’autista capì..”Certo..ma…non capisco cosa uno possa andarci a fare..ci sono solo baracche miserabili…”

Un’occhiataccia di Alberto..”Va bene, va bene..la porto subito..”

Man mano che si avvicinavano si potevano rivedere i tratti di quelle che furono le più belle colline del mondo….ma quasi irriconoscibili..

Fece fermare il taxi vicino a dove..a memoria..doveva sorgere la bella villa che lui conosceva tanto bene..Mentre la macchina si allontanava…lui rimase solo..solo davanti ad un enorme cratere..tutto quello che restava dei profumi, dei fiori e dei canti che avevano vivificato quell’angolo di paradiso..

Si riscosse…Erika…Erika…non poteva essere lontana…se lo sentiva dentro..

Fermò una vecchietta carica di legna…”I Frescobaldi..?!Mai sentiti..ma io sono qui da poco..”..chiederò un po’ in  giro..

Ritornò dopo un quarto d’ora..accompagnata da un’altra vecchia signora..ancora peggio in arnese..

“E’ lei che ha chiesto dei Frescobaldi..?!”e lo guardava sospettosa….

“Sì..”

“E perché li cerca..?!”

“Ehm…sono un vecchio amico di famiglia..”

“Così giovane?!”

“Sì…sono stato molto all’estero…”Non sapeva quant’era vicina alla verità quella stupida risposta..

Comunque la vecchia non ci fece caso..”Allora venga con me…ma non ne faccia parola..sa, dopo la rivoluzione questi nobili li cercano..li incolpano di tutto..Io ero al loro servizio..mi occupo della loro ultima discendente…nessuno al mondo ha la loro classe…Va beh..siamo arrivati…”

Apri un usciolo sgangherato…, salì le scale dicendo..”Sono io, contessa..non si preoccupi…”e a lui “Poverina, ha sempre paura di tutto..la tratti con dolcezza…è un po’ svanita, sa…alla sua età..”

La stanza era immersa nella penombra..davanti all’unica finestra una poltrona..e una figura ammantata di nero..

Una voce tremula..”Ah, sei tu Maria..?!Credevo fosse Alberto..mi aveva detto sarebbe tornato presto..ma è un po’ in ritardo..che bel giovanotto il mio figliolo, il giovane Alberto..tutte le giovani del vicinato se lo mangiavano con gli occhi…ma io lo aspetto ancora..”

“Non ci faccia caso signore..non si è mai sposata e nemmeno ha avuto figli..Ma ha sempre mantenuto la sua dignità in mezzo ad un mondo in sfacelo..”

“Chi c’è con te, Maria..?Fallo avvicinare…vorrei vederlo…”

“No..no, meglio che si riposi gli occhi…”e a lui.”.poveretta..è mezza cieca ma non vuole ammetterlo..”

“Hai ragione Maria, hai ragione..ma offri qualcosa al nostro ospite..forse gradirà un Brandy..In questo giorno umido..lo sento nelle ossa…tra poco pioverà..e il giovane Alberto non torna..non torna….”Continuò così come un disco rotto…

E Alberto fuggì..si precipitò giù dalle scale…fermandosi solo per dare alla vecchia manciate e manciate di soldi..

“Basta basta signore..è troppo…”ma lui non si fermava…per lui non avevano più nessun valore..

“Allora grazie..grazie signore..serviranno per far stare un po’ meglio quella poveretta..”

Si allontanò lasciandolo nel buio..

Lui alzò lo sguardo verso il cielo…che brulicava di stelle…”E così avete fatto anche di me il vostro schiavo..e ora sono anch’io un Paria…senza Patria e senza tempo..”

Sentì una goccia bagnargli il naso..poi un’altra..e un’altra ancora…Lei aveva detto che sarebbe piovuto..

Fiori che parlano

Fiori – di Nadia Peruzzi


C’è un fiore che mi rappresenta di più? Uno che mi sta più a cuore? Me lo sto chiedendo da quando ho visto tutta la sequenza di foto magnifiche sul nostro gruppo di Matite.
Per quanto ci provi, non riesco ad eleggerne uno in particolare. Li amo tutti, mi emozionano tutti per motivi diversi ma complementari.
Ognuno a suo modo esprime la ricchezza della natura. Sia che si tratti del più comune che spunta nei campi in solitudine o in gruppo, senza alcun aiuto da parte degli umani, e per merito di un’ape sbarazzina ,del vento, dell’aria, del sole o della pioggia che bagna e ristora.
Che siano semplici, comuni o pregiati esempi di mondi ed habitat lontani che abbiamo addomesticato come le orchidee ognuno racconta una storia potente che porta gioia ,arricchisce regalando sensazioni.
Parlano i fiori a chi li sa ascoltare.
A seconda dei colori da una semplice rosa deriva la descrizione di sentimenti che più umani non possono essere. Rosso, passione. Giallo, vivacità e più di un pizzico di gelosia. Bianco, purezza e spiritualità.
Un papavero rosso messo all’occhiello in un tempo lontano e sotto il regime fascista era l’evidenza di una ribellione che covava sotto un consenso che più asfissiante non poteva essere. Spesso era causa di bastonature e indigestione di olio di ricino, ma come per la Fenice gli antifascisti non cessavano di farlo risorgere mettendolo di nuovo al suo posto come gesto di sfida.
Anche dopo e pure in un contesto diverso e insieme a delle papere in una canzone i papaveri erano in grado di far sentire la loro carica di rottura di uno schema attraverso una bella satira di tipo politico.

foto di Nadia Peruzzi


Il Primo Maggio francese regala a tutti mazzolini di mughetto. Non c’è semaforo o incrocio anche fuori dalle grandi città che non veda gruppi di volontari pronti a offrirli a chi passa.
È capitato anche a me di riceverne uno di questi mazzetti delicati e profumati. Bonne chance, buona fortuna il motto di accompagnamento. Un dirselo con i fiori che superava i confini, aveva un significato universale e andava oltre il gesto fra chi me lo donava e me. 

foto di Mimma Caravaggi


I prati di montagna nel rigoglio estivo conquistano per diversità di tipi, colori, profumi. Un mix che trovo senza uguali. In prati così ti viene voglia di farci un tuffo per nuotarci dentro. Povero Zio Paperone che il mondo lo vede dall’interno del suo deposito pieno di dollari e il bagno lo fa circondato da monete luccicanti di freddo e insensibile metallo.
Mentre scrivo getto un occhio di riguardo alle mie orchidee e ogni volta che lo faccio mi dico che vorrei poter una volta o l’altra trovarmi immersa in un bosco colorato dalle loro mille e mille sfumature. Si fa sempre più difficile andare a pescarne qualcuno a giro per il mondo di questi tempi e allora accontentiamoci di vederle rinascere anno per anno. Lo considero un regalo per aver trovato dopo alcuni tentativi falliti ,un posto pieno di luce che a quanto pare le fa star bene.

Bouquet da sposa

Il bouquet da sposa – di Gabriella Crisafulli

foto di Cecilia

Quella mattina aveva aperto gli occhi alle prime luci dell’alba.

Si era destata al muggito dei buoi ed era molto stupita.

C’erano le stalle in quel resort a molte stelle?

Aveva detto qualcosa a sua sorella che dormiva accanto ma lei non si era accorta di nulla.

Faticava a riaddormentarsi perché l’eccitazione era troppo forte: era il giorno del suo matrimonio ed era follemente felice.

A tanti anni di distanza non ricordava tutto di quell’evento ma una cosa le era rimasta dentro.

Dopo il rinfresco con parenti e amici, erano andati via in automobile da Rimaggio in direzione di Firenze, lungo la strada che segue il percorso del fiume.

Al bivio, al n°1 di via Villamagna, appena sorpassata la villa “La Vagaloggia” che copriva la vista del fiume, gli aveva chiesto di accostare a destra. Era scesa, si era affacciata alla spalletta e aveva affidato alle acque il suo mazzolino da sposa: non voleva vederlo appassire. 

Adesso sapeva che al momento giusto si sarebbe tuffata e lo avrebbe ripescato.

Era rimasto intatto, ne era certa, e lo avrebbe portato al suo amore.

La scoperta dei fiori

Incontro – di Gabriella Crisafulli

foto di Carmela De Pilla, Patrizia Fusi e Lucia Bettoni

Il viaggio era stato lungo e fumoso con la locomotiva che per tutto il percorso aveva sbuffato una nuvola nera dalla ciminiera.

La zia abitava davvero lontano.

In quel viaggio dei suoi dieci anni scoprì molte cose, che lei, chiusa in una caserma, non aveva mai visto.

La casa dove la zia viveva con la famiglia era molto diversa dalle abitazioni conosciute fino ad allora. Non era un appartamento, non era una villa, non era un edificio imponente e massiccio come una caserma.

Era un fabbricato inserito in una serie di residenze unifamiliari a schiera affacciate sul lungomare dove al pianterreno si trovavano soggiorno e cucina mentre al primo piano erano disposte le camere da letto e i servizi. Ma la cosa più sorprendente per lei fu rendersi conto che una casa poteva avere un giardino. Infatti sul retro ce n’era uno, grande, disordinato, affollato, fitto di alberi e di aiuole.

Fu allora che scoprì l’esistenza dei fiori.

C’erano dalie, zinie, gerbere, gigli, … e, arrampicati in fondo, contro la collina, buganvillea e gelsomino.

Per lei che veniva dalla fatica del ritrovamento di timide primule e delicati mughetti nascosti nelle pieghe del terreno, da rintracciare con impegno nelle rare passeggiate e anche dalle trionfanti ortensie coltivate in residenze signorili, tutti fiori privi di odore e dai colori tenui, vedere quell’esplosioni di tinte forti e di profumi intensi significò capire che quello era un altro mondo.

Ci sarebbe ritornata in quel mondo una decina d’anni dopo.

In un mondo dove i fiori, gli animali e le persone si curano e si crescono per quelli che sono, in un dialogo fatto di rispetto, di amore e di cura che mantiene vivi.

Ci sarebbe rimasta a lungo.

Ma adesso era davvero troppo doloroso ricordare.

foto di Nadia Peruzzi

«C’è un salice che cresce storto sul ruscello e specchia le sue foglie canute nella vitrea corrente; laggiù lei intrecciava ghirlande fantastiche di ranuncoli, di ortiche, di margherite, e lunghi fiori color porpora cui i pastori sboccati danno un nome più indecente, ma che le nostre illibate fanciulle chiamano dita di morto.
Lì, sui rami pendenti mentre s’arrampicava per appendere le sue coroncine, un ramoscello maligno si spezzò, e giù caddero i suoi verdi trofei e lei stessa nel piangente ruscello.
Le sue vesti si gonfiarono, e come una sirena per un poco la sorressero, mentre cantava brani di canzoni antiche, come una ignara del suo stesso rischio, o come una creatura nata e formata per quell’elemento. Ma non poté durare a lungo, finché le sue vesti, pesanti dal loro imbeversi, trassero la povera infelice dalle sue melodie alla morte fangosa.»
(Amleto, Atto IV, scena VII)

Dove c’è un fiore c’è casa

I fiori del nostro giardino – di Tina Conti

foto di Tina Conti e Cecilia

FORSE PERCHÉ SONO NATO POVERO, DA ME NON C’ERANO FIORI.  LA PRIMA A PORTARMENE, E’ STATA BELLA……………POI IN FRANCIA ………….SI PUÒ RIFLETTERE E PENSARE A LUNGO SUL SENSO DEI  FIORI, MA PER ME SONO LA VITA STESSA NELLA SUA SMAGLIANTE FELICITÀ. NON È POSSIBILE  FARE A MENO DEI FIORI. I FIORI POSSONO  FARE DIMENTICARE UN MOMENTO DRAMMATICO, MA POSSONO ANCHE RIEVOCARLO…..”

                                 Marc Chagall   1931 

Nelle opere di Chagall , ci sono sempre  mazzi di fiori, mi sono accorta che anche nella mia vita i fiori sono  importanti.

Nel bicchierino vuoto del gelato, in una vecchia bottiglietta, nella scatola di latta arrugginita, la mia casa di bambina e quella di adulta si è sempre scaldata con un piccolo mazzolino.

Anche quando sono in viaggio mi ritrovo in albergo con un ciuffo  di fiori nel bicchiere, è diventato un gesto indispensabile. Per sentire. La pace nel cuore e la sicurezza  protettiva della natura.

Quando sono in un posto nuovo, ho chiara la consapevolezza del tipo di piante e fiori che ho incontrato.

Mi piace condividere questa passione  e sperimentare l’allevamento di piante che possono adattarsi al clima del mio habitat.

I giardinieri sono stati i miei primi amori, mi sembrava magia quello che facevano con le piante, e immagazzinavo tutte le indicazioni possibili per  impadronirmi dei loro segreti.

Il mio babbo, nel suo orto, dedicava spazi marginali  ai suoi fiori.

Il lilla’, una rosa rampicante, le dalie, qualche giacinto.

Erano i fiori che la domenica, accompagnati da  rametti verdi, portava al cimitero, al fratello, alla mamma.

Non si compravano fiori, si curavano e si crescevano, era un atto d’amore che durava una stagione, era un dialogo che rimaneva vivo.

Queste consuetudini restano, si assorbono senza esserne consapevoli.

Io porto  i fiori come un messaggio, un collegamento con la casa, la famiglia, la stagione, i ricordi e l’affetto, li sistemo  con raccoglimento lasciando un pezzo di vita e ascoltando i ricordi e le emozioni.

Se non ho fatto in tempo e devo comprarli, non mi sento a posto, mi piace portare i fiori del  nostro giardino, piante che trasportano amore e gratitudine.

Fiori di rosmarino

Fiori di rosmarino – di Carla Faggi

foto di Carla Faggi

Piccoli petali scaruffati, non allineati, viola pallido, celeste, lilla, non saprei definire il colore, ma di una cosa sono certa è un colore delicato e trasparente come l’acqua del mare.

Piccoli fiori fragili che vicini e raggruppati sanno stare insieme e insieme fanno un rametto fantastico di fiori e foglioline e insieme sono forti, robusti e coloratissimi…..

e insieme fiori e foglioline sanno distribuire a chi ne ha bisogno tutto quello che possiedono, la loro bellezza le loro proprietà benefiche, il loro aroma ed il loro profumo.

Le foglioline sono aghiformi ma la loro punta è arrotondata, sono tantissime e insieme ai tantissimi fiori creano degli arbusti resistenti , puoi strapparne un ramo , ma la pianta del rosmarino resta lì, tenace, forte e robusta.

A chi dedico questo fiore, questa pianta del rosmarino?

La dedico a tutti quegli uomini che sanno piangere davanti ad un film, che sanno dare tutto quello che possono perchè solo insieme agli altri si costruisce un mondo migliore….

che sono coloratissimi e trasparenti perchè la bellezza dei nostri sentimenti, chi vuole può percepirla, che sanno che si può proteggere con le punte arrotondate e con la condivisione.

Grazie babbo che hai fatto parte di questi uomini.

Un mazzo di fiori di campo

Mazzo di fiori – di Patrizia Fusi

foto di Patrizia Fusi

Vorrei poter portare un bel mazzo di fiori di campo, colorati e profumati a mia mamma, per ringraziarla per tutto quello che ha fatto per me e per tutta la famiglia, e chiederle scusa di non averla capita prima.

Ora che sono vecchia ho riflettuto tanto su di lei e ho capito i valori che mi ha trasmesso senza dirmi parole ma seminando dentro di me, con gesti quotidiani e con l’esempio. Semi che tenevo dentro anche quando la contestavo, erano dormienti, ma piano piano sono venuti fuori e ho iniziato a seguire la mia, di famiglia, seguendo il suo esempio.

Vorrei che il mio mazzo fosse di fiori semplici, dal più piccolo che si trova nei prati, nei campi o lungo i bordi delle strade o nelle macchie, come le manine di Gesù di un color giallo e rosa tenue, ai fiori più complicati: la calla così elegante nel suo fiore bianco con il pistillo giallo e le belle foglie verdi grandi come ali, fino ai lilium, alle rose profumate, ai gigli, ai tulipani e alle dalie che non usano più….

Vorrei che portarle questo mazzo fosse un momento di gioia.

Per lei e per me.


Il Tempo

Il Tempo – di Simone Rovida

Testo registrato direttamente dall’intervento di Simone Rovida sul Tempo, il giorno 4 aprile 2017, al Monastero Dell’Incontro, riservato al gruppo delle Matite

Sant’Agostino uno dei padri fondatori del pensiero cristiano, ha scritto una delle più importanti riflessioni sul tempo.

Siamo alla fine dell’antichità eppure dice:  “Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma  piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto  nella mente   per poi esprimerlo a parole? Eppure quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Che cos’è il tempo? Se  nessuno mi interroga io lo so, se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so. Quindi non possiamo parlare con verità dell’esistenza del tempo”.

Ha ragione S. Agostino. Quante frasi  ci sono comuni: non ho tempo, ho fatto tardi, ho perso tempo, il domani, il passato….ma se chiedessi: chi può definire  il tempo?

Abbiamo bisogno di capire, di dare il nome alle cose, come ha fatto Adamo. E se volessimo dare un significato al tempo come lo potremmo definire?…..e poi il tempo esiste?

(Germana: è un miscuglio di umori, siamo fatti di tempo, il tempo esiste dentro di noi.)

Nella storia dell’umanità sono state date spiegazioni diverse. E’ un tema aperto, non c’è nulla che non sia stato detto e nulla che non sia stato considerato vero o considerato falso.  I filosofi si sono chiesti: forse il tempo esiste perché esistiamo noi? Lo abbiamo inventato noi?

(Aldo: il tempo è una definizione convenzionale che usiamo per definire qualcosa che non si può percepire con i sensi ma che ci riguarda sempre. Viviamo in questa bolla che abbiamo voluto definire con questa parola)

C’è chi ha considerato il tempo come qualcosa che vive dentro di noi, ma abbiamo bisogno di capire qualsiasi cosa e dare anche un nome e lo diamo anche a ciò che è immateriale. Spesso pensiamo a qualcosa di astratto come se fosse materiale. E lo facciamo anche col tempo. Io sego il tempo quando dico: passato, presente, futuro, ma di fatto queste tre cose non esistono. Consideriamo con regole materiali quello che materiale non  è.

Per esempio riusciamo a capire l’infinito?

Il problema dell’essere umano è riuscire a concepire qualcosa che è astratto. Non abbiamo percezione dell’infinito. Lo capiamo attraverso la ragione, i calcoli, l’astrazione, ma la concretezza dell’esperienza ci manca.

Siamo esseri meravigliosi ma di fronte a problemi così vasti, come il tempo, non riusciamo ad essere del tutto convinti. Pensiamo il tempo come a qualcosa di concreto su cui agiamo in modo concreto. Per questo lo tagliamo, come dice l’etimologia della parola. Il passato, il presente, il futuro sono sezioni di qualcosa che in realtà non è concreto.

Vediamo le possibili  forme del tempo.

Un cerchio.

E’ una linea che delimita uno spazio, che si ripete, (Germana ci vede una cosa chiusa, non ci vede prospettiva.  Cecilia: se si guarda il dentro si vede il limite, se si guarda il fuori si vede l’infinito. Dipende dagli occhi con cui si guarda. )

Fuori è infinito. Dentro? (Aldo: c’è il presente)

Si aprono considerazioni anche su altro, per esempio l’anima. Il cammino è cosa c’è al di là di quello di cui possiamo avere esperienza diretta?  (Cecilia: la parola “sempre” è l’infinito) Siamo talmente cocciuti che cerchiamo di definire con parole anche quello di cui non abbiamo competenza. La creiamo noi e poi ci crediamo. Il tempo lo si racconta. Non esiste ma ne parliamo.  (Cecilia anche il tagliare in epoche: passato, presente, futuro è una nostra umana volontà, lo decidiamo noi dove porre il taglio)

Con il cerchio hanno definito il tempo i primi filosofi. Qualcuno ha detto che il non tempo è il divino.

Eterno è il tempo dell’assoluto, del divino, il nostro pensiero non lo concepisce. Si accetta per fede.

Dio non ha né inizio né fine, il suo segno è il cerchio. In un cerchio è impossibile trovare inizio e fine. Il centro è l’essere, ciò che non nasce mai, non muore mai. E’ l’essere, un’astrazione che si accetta per razionalità.

Anche Dante ne parlava: il Motore Eterno. Il tempo delle cose divine.

Altro segno è:

Il tempo che si ripete. Una sequenza con una freccia. Alti e bassi, corsi e ricorsi della storia, fasi, alternanza.

Concezione successiva del tempo, già più complessa.

 Di Platone e Aristotele, il tempo ciclico. Circolare non vuol dire ciclico. Il movimento esiste se c’è una spinta iniziale. Questo è un movimento ciclico, questi filosofi credevano che il tempo ricominciasse.  Il tempo diventa esperienza quotidiana. Si domandano cos’è l’agire, cosa sono le esperienze. Il tempo non è più solo un concetto astratto, ma entra nella quotidianità.  Anche quando si torna indietro in realtà andiamo in una direzione. Non siamo fermi.

Nella nostra vita pensiamo alle stagioni. Anche se sono sempre diverse, siamo noi a credere che torni  LA primavera sempre uguale. Le stagioni in realtà sono sempre diverse. Ci piace pensare alle quattro stagioni, in realtà sono diverse….forse non sono quattro…

Il movimento ci riguarda più da vicino, non si tratta più di un tempo astratto lontano dall’uomo.

Questo tempo è l’Evum.  C’è un corpo che muore ma un concetto che resta. Per esempio la Chiesa lo adatta al concetto del Papa. Il papa muore ma non la sua essenza. Ma anche il re vive della stessa concezione. Il re muore ma la regalità resta.

La vera novità del pensiero cristiano riguardo al tempo è stata il campanile. Le torri campanarie rappresentano la nostra municipalità. Si cominciano a costruire campanili. Poi gli orologi meccanici. L’idea rivoluzionaria è che non solo il campanile scandisce la liturgia, ma anche il lavoro. Per la prima volta nella storia dell’uomo il tempo si può possedere. Il tempo diventa tuo perché la campana e l’orologio ci danno il tempo nostro. Ogni singolo individuo può avere tempo. Il tempo è denaro nasce in questo periodo. Si scende dalle grandi considerazioni e si scende nel pratico. Siamo nel  XII-XIII secolo

Altro segno: un punto

Può essere un centro, mi proietta nell’infinito. Il piano è infinito perché formato da infiniti punti.

I grandi filosofi greci rappresentano il tempo con un punto. Kairòs. E’ il momento, è l’occasione,  è l’esserci ora. In questo momento sento l’assoluto. L’essere umano anela a questo momento. C’è chi dice che è nell’attesa che si consuma il massimo del piacere. Si dà per la prima volta un’interpretazione qualitativa e non quantitativa del tempo. Cerchio o linea sono quantità. Il punto è il tempo-occasione, è il tempo nostro. L’essere umano crede di aver raggiunto il suo obiettivo. E’ il momento….. ma è occasionale. C’è il punto anche nell’ortografia  e indica una scelta.

(Germana: Un punto può essere anche un addio, qualcosa che finisce per sempre)

(Aldo: nasce e muore lì)

(Cecilia: quando si mette punto e a capo, il valore di quel punto è che decidiamo dove finire qualcosa. Decidiamo mettendo un punto)

(Aldo: nel momento in cui finisce ricomincia qualcosa d’altro visto che il tempo non si può fermare)

Questo è un concetto caro al Romanticismo. Aneliamo a qualcosa di perfetto che non raggiungiamo.

Qui è più difficile pensare al movimento. Il punto è fermo.

(Lorenza: forse il concetto giorno-notte rientra in questo concetto e vale per tutti, dall’inizio del mondo)

In realtà parliamo del tempo ma forse parliamo invece di spazio. I disegni che stiamo guardando sono “spazio”. Non riusciamo a scorporare tempo e spazio. Qualcuno dice allora il tempo è spazio?

Il sole è il primo datore di tempo, nasce dal sole la nostra percezione di tempo. Ma il sole è anche spazio.

Il tempo produce effetti su di noi, che vediamo. Il primo effetto che vediamo è l’alternanza notte giorno.

Perdere tempo, non c’è tempo, non abbiamo tempo……sempre, come in queste espressioni,  c’è una relazione con qualcosa d’altro.

Tutti i filosofi si sono occupati del tempo non venendone mai a capo.

Quello che avete detto è che kairòs è il tempo della scelta.

Vi parlo di Seneca, che dice: il sapiente è quello che ha consapevolezza, è quello che riesce a capire che il tempo è una questione di scelte” Seguendo la ragione l’uomo fa il bene. È anche una scelta morale dunque. 

L’uomo si comporta bene quando si comporta secondo ragione. Il sapiente è chi si rende conto che il tempo è una questione di scelta. In questo momento è giusto fare o non fare questa scelta. Altrimenti si pensa il tempo come qualcosa di concreto. Seneca distingue gli uomini in due categorie:

 occupatus è chi fa cose per sentirsi il tempo dentro, è chi fa tante cose, chi si sente obbligato.

Il quiescens aspetta lo scorrere del tempo senza fare scelte. Amleto rappresenta questo soggetto. Chi non sceglie rappresenta  un’aberrazione. Chi è saggio sceglie ed è l’unico modo per essere felici.

(Stefania si può essere obbligati ad essere in un modo o nell’altro ma l’importante è la consapevolezza di quello che si fa)

L’unica cosa per Seneca che conta è essere qua ora.

Il passato non mi tocca più, il futuro ancora non mi tocca. Può essere una posizione contestabile anche se l’ha detto Seneca. Quello che conta è un presente infinito. Ogni momento che faccio una scelta è un Kairòs che mi può aprire porte infinite.

Altro segno è: un inizio che va verso qualcosa. Linea retta

E’ il tempo finito, lineare. Non è né circolare, né ciclico…è un tempo finito. E’ il più facile da comprendere.

Tempo medievale. Si distingue il tempo dell’uomo(finito) e il tempo divino (infinito)

E’ ciò che nasce, cresce e muore. E’ il tempo occidentale. Si agisce in vista di uno scopo unico. E’ ben direzionato e lo possiamo dividere. E’ una rappresentazione quantitativa: c’è oggi, ieri e domani.

E’ un tempo irreversibile, non si torna indietro, si può solo andare avanti. E’ il tempo biologico.

L’ultimo è tra 1500-600.

Segno:

E’ un tempo spiraliforme, la visione moderna.

Rappresentazione più complicata del tempo. Quando ci si convince che è il sole al centro dell’universo tutto viene sconvolto. Tutte le categorie del tempo vengono sconvolte. Crollano le divisioni ben separate di tempo, si mescolano. Il concetto di tempo si confonde, può essere l’infinitamente grande ma anche l’infinitamente piccolo,  non è un motore immobile, può essere un movimento perenne, può essere il tempo di Dio e della Natura.  Giordano Bruno, Galileo Galilei sono i pensatori d questo periodo…..è stata la crisi delle certezze. Il tempo ritorna ma è diverso, c’è chi parla dell’eterno ritorno dell’uguale.

E’ il tempo moderno, come concepiamo oggi l’infinito. E’ il tempo di una cosa come il mare perché quando diciamo “vado al mare” pensiamo a qualcosa che crediamo sempre lì. Lo vediamo sempre uguale,  fatto di acqua, con un moto ondoso, poeticamente percepiamo “le onde del mare”, ma ogni onda è unica, ognuna è diversa e quando ha finito ha finito. Lo percepiamo come unità che si muove, e  ci dà l’idea di eterno, di qualcosa che si ripete e che si trasforma. E’ perenne o è finito? E’ tutte e due le cose: è la vertigine della concezione moderna del tempo.  

Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume anche se il fiume rimane quello.

Essere e divenire sono la stessa cosa

Poi si arriva a Einstein. Si arriva al concetto velocità-tempo e al fatto che aumentando la velocità diminuisce il tempo. Addirittura si arriva alla teoria che si possa tornare indietro nel tempo variando la velocità.

E’ il clima in cui ha vissuto Shakespeare. Montaigne dice che quello che posso fare è solo raccontare la mia testimonianza di un passaggio, non posso raccontare l’essenza delle cose. Non si racconta l’essenza ma il passaggio.

Shakespeare nel monologo finale di Macbeth dice: ”E Domani e  domani e domani,  Il tempo striscia fino all’ultima sillaba del tempo registrato (concesso) ” e ancora dice che “il tempo è la vita di un attore che strilla sul palcoscenico di cui dopo non si saprà più nulla”. E ancora “la vita è il racconto di un idiota che non significa niente”.

Tutto quello che posso fare rispetto al tempo è raccontarlo. Anche Shakespeare dice che ci è concesso un tempo e lo viviamo finché arriviamo all’ultima sillaba e usa questo termine, lo sceglie, non dice goccia o punto.  

Nel monologo finale di Macbeth Shakespeare dice che forse dopo la morte non ci sarà nulla ma quello che conta è vivere  la sillaba del tempo che abbiamo avuto. Il tempo è un racconto. Il tempo lo posso solo raccontare e basta. Non lo posso capire, non lo posso spiegare, rischio che non esista e allora l’unica cosa possibile è che ne posso parlare, lo posso raccontare. Il tempo è una costruzione narrativa. Per poterlo raccontare, per poterne parlare l’evento deve essere concluso, finito. Non possiamo scrivere di qualcosa che stiamo ancora vivendo. Scrivere implica un momento successivo a quello in cui lo abbiamo vissuto. Ogni storia si può solo raccontare dalla fine, infatti per scrivere ci si volta indietro e si sceglie un inizio, una fine e un corpo centrale di qualcosa che è già accaduto.

Quindi possiamo dire con Shakespeare che quello che conta è la parola e il racconto. Il tempo esiste nelle storie dove necessariamente lo scrittore o il narratore  deve muoversi  in un prima e in un dopo.

 L’uomo dunque, forse, è il solo vero inventore del tempo.

Fiori di campo

Fiori di campo – di Sandra Conticini

foto di Cecilia, Sandra, Patrizia, Tina

I fiori più belli, per me, sono i fiori di campo, anemoni, tromboncini, fresie, giacintini, che nascono nei campi e, anche se sembrano fragili, reggono l’acqua, il sole, il vento e spesso  l’ultima neve di stagione. Annunciano la primavera e

l’ inizio della rinascita.

Altri fiori a cui sono molto legata sono i garofanini profumati bianchi,  perchè erano nel giardino del nonno e, quando andavo a scuola e arrivava maggio, mese della Madonna, tutti i giorni la maestra, insieme al rosario, ci faceva portare un fiore con un bigliettino attaccato dove dovevamo scrivere il fioretto che avevamo fatto quel giorno. Io spesso portavo i fiori di quel giardino che potevano esssere o  roselline rosse o garofanini.

Un messaggio fiorito – di Sandra Conticini

Vorrei ricoprirti di fiori, quei fiori semplici, che tante volte abbiamo raccolto insieme. I nostri fiori di tutti i colori: gialli, bianchi, rossi, pervinca e profumati come eri te quando ti stringevi e ti stringi a me in cerca di conforto.

Vorrei poter correre ancora insieme, ridendo a crepapelle e vedere chi arriva prima a cogliere il fiore più bello e più lontano, ma il fiore più bello sei te e io sono e sarò sempre qui ad ascoltarti e a darti aiuto in caso di bisogno.

Un grandissimo abbraccio!!!!

Rosa d’autore

Pierre de Ronsard – di Carmela De Pilla

foto e fiori di Carmela De Pilla

Me ne sono innamorata subito, appena l’ho vista.

Fra tutte lei era la più bella, mille sfumature l’accarezzavano e diventava unica, il rosa intenso del cuore via via si tramutava in rosa pallido fino a confondersi con il bianco perlaceo.

Lei, così fragile, ma così sicura di sé, consapevole della sua bellezza si pavoneggiava in mezzo ad altrettanta bellezza e teneva ben dritto il capo quasi a dire” Prendimi”.

Non ho cercato altro, lei mi bastava, era proprio così che la volevo, decisi di prenderla davvero pur essendo ancora piccola e delicata, ma ero certa che sarebbe diventata bellissima.

Sono anni che mi prendo cura di lei, lo faccio con amore stando attenta ad ogni suo minimo cambiamento, la osservo scrupolosamente pronta ad intervenire qualora avesse bisogno del mio aiuto.

Prima ancora che arrivi la primavera mi piace dedicarle un po’ del mio tempo, come sempre saprà essere molto più generosa di quanto non lo sia io con lei così mentre la curo… canto, so che mi ascolta e un benessere reciproco ci avvolge.

Pierre de Ronsard si chiama, perfino il nome mi piace, immagino il signor Meilland, romantico e sognatore che dopo tanti tentativi trova l’armonia tra colore, forma e profumo.

È diventato un roso ormai e quando Maggio fa capolino, i boccioli eleganti quasi fossero di porcellana si fanno spazio a decine tra le foglie verde scuro e vogliosi di esprimere tutta la loro bellezza si alternano a rose già sbocciate le cui corolle sensuali e ricche di petali guardano in basso un po’ intimidite dalla loro stessa bellezza e nelle notti di luna piena l’argenteo raggio le illumina e un attimo di gioia mi riempie tutta.

Dal passato: una storia fiorita

Il canto della terra (2017)

foto di Anna Meli, Carmela De Pilla, Lucia Bettoni, Mimma Caravaggi, Patrizia Fusi

Storia a più mani scritto da (nell’ordine): Elisabetta Brunelleschi, Stefania Bonanni, Rossella Gallori, Lorenzo Salsi, Emilia Caravaggi, Patrizia Fusi, Nadia Peruzzi, M. Laura Tripodi, Sandra Conticini, Simone Bellini

Da un  robusto cancello di ferro sempre spalancato iniziano i due chilometri di viale che conducono a villa Velci. La strada sterrata che da qui si dipana, sale tra terrazzamenti popolati di olivi, vigne e file ordinate di giaggioli.

Non ci sono recinti e il giardino si annunzia con il lento cedere della campagna coltivata a balzi occupati da viburno e allori, incroci segnati da cipressi, collinette con corbezzoli e conifere. Poi lecci, vetusti e ombrosi lecci che sempre più fitti si sostituiscono ai luminosi oliveti, fino a formare un suggestivo bosco che finalmente proclama l’esistenza di un giardino ampio e multiforme.

Il viale avanza in una verde galleria di rami contorti. Quando il buio del bosco sembra non finire, improvvisamente il panorama si apre sulla neoclassica facciata della villa, preceduta da un laghetto e da un prato immenso, che ad ogni primavera si riveste dei colori di margherite, ranuncoli, anemoni, giacinti. Migliaia di fiori sparsi nell’erba e chiusi da una corona di tazzette, tromboni e giunchiglie allineata sul limitare del prato.

Il viale attraversa il prato, lambisce il laghetto popolato  di pesci rossi e abbellito da ninfee  che creano riflessi di luce e ombra nelle acque trasparenti e alla fine approda nello spiazzo lastricato prospiciente l’ingresso tra da vasi di gerani e panchine in ferro battuto.

Il portone, sormontato da un ormai sbiadito stemma di famiglia, immette nel cortile quadrato. Da  un lato lo scalone monumentale che conduce ai piani nobili, dall’altro le porte che immettono ai saloni del piano terra e, nel fondo, una vetrata lascia intravedere la zona del giardino forse più intima e particolare che si affaccia sulla sottostante vallata.

Al centro è posta una vasca con un putto alato e zampillante e cespugli di rose antiche delicatamente profumate crescono tra le siepi.

Giuseppe Brandini, trisavolo di Linetta e Giovanna, le attuali proprietarie, era un facoltoso commerciante di vini nel quartiere di Santa Croce. Nel 1860 si decise a investire l’ingente capitale, nell’acquisto di quell’ampia e antica tenuta da anni trascurata. Sotto la sua guida  ritornarono a produrre i dodici poderi coltivati da altrettante famiglie di coloni, la villa riprese il suo antico splendore e il parco \giardino, invaso dai rovi e decimato da anni di tagli indiscriminati, fu completamente rifatto. Ora questa ampia architettura di verde impegna giorno e notte i pensieri e il portafoglio delle due sorelle. I giardini sono esseri fragili e bisognosi di cure. Bastano pochi mesi di incuria e la magia di un prato si può perdere in penosi rotolii di cinghiali. Un temporale più forte del solito e rami o alberi interi se possono andare. Mentre gli accumuli di fogliame non rimossi possono occludere il lento defluire delle acque dal laghetto verso i fossi che scendono nel bosco.

Per questo non possono fare a meno di un giardiniere. 

 Quando scelsero Beppe lo fecero perché era bravo, anche se tutti  dicevano sempre che era un perdigiorno, che faceva i balocchi, invece di pensare a mettere insieme il desinare con la cena. Perdeva le giornate con il naso tra la salvia e il ramerino. Seguiva le farfalle, si perdeva tra i petali che cadevano in primavera dai peri e dai mandorli. Di zappare, non se ne parlava. Di concimare, meno che mai. Solo profumi, e fiori, e farfalle. Lo pigliavano un po’ in giro. Lo chiamavano “contadino profumato”  Fu allora che cominciò a farsi chiamare “curatore di giardini”, e poi “curatore di giardini antichi”, quando cominciarono ad andare di moda le ville che si aprivano ai turisti.

Frequentava contesse e marchese, pettinava le loro siepi e colorava pomeriggi solitari di vecchie signore con sorrisi cortesi e grandi conche piene di piante fiorite. Ed anche lui faceva la sua bella figura, così alto, elegante, abbronzato e con quegli occhi di cielo. Beppe il Bello. E più passava il tempo, più diventava bello.

Se lo contendevano, le gran signore, ormai faceva da corredo nei parchi illuminati.

Si vestiva da giardiniere, di giorno, poi la sera da gentiluomo di campagna, con foularini colorati e pantaloni di fustagno. E proponeva brindisi, mentre si lanciava in dettagliate spiegazioni che raccontavano quanto sarebbero costati i restauri dei giardini delle ville che di volta in volta lo ospitavano. Caricando sempre di più la spesa, quanto più questi giardini si volevano antichi. E le contesse gradivano le cortesie e la sua presenza, ed era ricercato e pieno di lavoro.

Nessuno sapeva della sua vita privata, e l’aura di mistero a Beppe conveniva, gli consentiva di continuare a sdilinquirsi in galanteria, senza timori.

Non si seppe mai di una donna che l’aspettasse a casa.

Durante quei giorni di anticipo di primavera  si pensò di organizzare una settimana di feste e balli nel giardino della Villa. Furono invitati i più noti personaggi, tra cui Giordana Stecas, una cantante triste e molto famosa, ormai sull’inizio del suo tramonto artistico.

La sua camera era piccola ma elegante, con una splendida finestra sul giardino

Appena arrivata si guardò  allo specchio, decise di farlo non solo con gli occhi…..collegare cuore e cervello le era sempre più difficile….

Forse se non fosse stata sempre osannata, vezzeggiata , viziata avrebbe avuto un visione di sé più  veritiera.

Alta, indubbiamente  di parecchi centimetri  di troppo  per la sua generazione, giunonica, massiccia, con un seno prorompente, ed abilmente sorretto e corretto da tutto quello che era possibile, il pizzo nero era la sua passione  e le guepierrre il suo vezzo, portava ancora il reggicalze, ignorando i collant, moderni, ma così poco sexy, le cosce ben tornite le rendevano ancora giustizia…..Per quanto ancora? I cinquanta  avevano bussato alla porta da pochi mesi….impertinenti ed inopportuni.

Si avvicinò allo specchio, GIORDANA, per meglio aggiustare quella massa di riccioli color carbone, e nascondere qualche filo…bianco  che spudorato sfuggiva al suo controllo ….i suoi occhi brillarono, con l’ aiuto del kajal, c’era sempre più  Spagna nel suo sguardo ed anche nella sua voce….

Ooooooo……aaaaaaa……uuuuuu

Esta noce esta noce iiiiiii oooooo aaaaaa

Gli anni non avevano tolto  niente al suo cantare…..al suo mostrarsi….al suo voler essere sempre in scena, anche se i partner, spesso, non erano alla sua altezza, come nella vita d’altronde…..

Infilò la morbida e lunga vestaglia di ciniglia bordeaux ….sarebbe scesa così a cena, in quella casa vetusta ed ospitale, un po’ come il suo stato d’ animo….. la cucitura delle calze nere, appariva e spariva, nel suo incidere, il reggiseno, abile argano, saliva e scendeva ad ogni suo sospiro…..

Dalla immensa finestra aperta sul parco intravide un torso  nudo…..due braccia possenti……due mani forti…dimenticare ….ecco voleva dimenticare ….se parti , anche per poco qualcosa, a casa devi o vuoi dimenticare……

Scese le scale e non fu più  GIORDANA…… intonò il suo canto disperato e fu TOSCA:

AMOR CHE SEPPE A TE VITA SERBARE, CI SARA GUIDA IN TERRA………..NOCCHIERE E VAGO……..A RIGUADARRRRRRRRRRR…….A SOL CADENTE NUVOLE LEGGERE……EEEEEEE

Fu nell’avvicinarsi fra loro che oltre agli occhi si mescolarono gli odori, odori non fittizi, non procurati solo da  bottigliette con nomi di grandi stilisti, ma i profumi dati dalle loro pelli. Certo che c’erano su di  loro anche  delle fragranze agrumate o asiatiche ma chiunque “indossi” profumi comunque li mescola, li abbina al proprio di odore che si sprigiona dalla pelle.  Un miscuglio individuale che esiste solo per se stessi e per chi odora;  così particolare così estremamente particolare che ti da modo di capire quasi chi si ha davanti , se ti piace o ti dispiace.

Lui : ” Buongiorno !”
Lei : ” Buongiorno !”

Non si può dire che all’acchito fossero due chiacchieroni, ma non erano neppure dei timidi, eppure l’imbarazzo dell’incontro, nonostante l’età non, diciamo, a rischio di rigurgito post poppata, era evidente, pesante .
Lui : “Si passeggia?” 
Lei: “Eh già …..” 
Lui : “Mah … la sta più zitta d’una lapide ….” disse fra sé.

Lei : “Che occhi, assassino fra gli assassini, lo sai quante ne ha …… va be’ lasciamo perdere” rimuginava mentalmente “e che profumo di natura che ha addosso”

Lui : “Mi chiamo Beppe, son giardiniere “
Lei : “Che bel lavoro , piace alle donne …( attimo di sospensione)… fare il giardino!” disse imbarazzata dal doppio senso che ne poteva derivare.

Lui : “Piace parecchio anche a me, …..eppure mi par d’essere poco femminile…. “.
Solo in quell’istante lei si accorse che il torso di lui non era nudo, come le pareva da lontano, ma coperto da una di quelle salopette stile Far West, lanose e a coste fini, jeans sbiaditi, stivali da cavallo in pelle,  poco più in là una giacca da caccia in velluto 500 righe; pensare che lo credeva nudo ….
Lei : ” Ho visto che abbracciava l’albero poc’anzi !”

Lui : ” Già … eheh non  è che non avevo frenato e mi ci ero appiccicato. In realtà è un modo per sentire, in maniera empirica, se ci sono cavità nel fusto …con questo ” e le mostrò il martelletto.

Lei : “Come fanno sui muri ! Ah mi chiamo Jordana, mi scusi la mala educacion ma ero muy curiosa (col raddoppio della esse) del suo abrazo ! ” continuò dicendo “Dunque lei siente le cavità degli alberi?” 

Lui : “E’ un metodo antico e pratico, non sempre preciso ma utile, oggi ci son altri sistemi più scientifici. Però , vede, per ascoltare i colpetti devi abbracciare il tronco. E’ una sensazione bellissima, almeno per me, torno ad essere un preistorico, annuso la corteccia, sento se ci sono muffe, torno indietro di millenni, perché noi umani siamo cambiati ma “loro” no , non son cambiati ” indicando l’albero con la testa.

Lei : “Se scuote di nuovo la testa con quei capelli bianchi, lunghini….. giuro che non so cosa posso fare … invece lo so, lo so !” pensò ancora Jordana.

Lui : “Tutti ogni tanto dovrebbero abbracciare un albero, averlo come amico, come appoggio, come sostegno, come polmone “.

Lei : “Madre mia questo mi manda a gambe ritte, se parla ancora gli salto addosso e chi s’è visto, s’è visto”.

Lui : “E lei? Ha mestiere? Vive di qualche lavoro o …..” 
Lei : “Cantante, sono  cantante lirica, affermata  anche perché se non mi fossi affermata ora o farei un altro lavoro o la fame “
Lui : “Spiritosa pure oltre che belloccia ” pensò e aggiunse:   “Sento dal suono della sua voce un origine non italiana …Sud America ?” le disse fermando i propri precedenti pensieri.

Lei : “Spagnola , soy de Granada ” mentendo.

Lui : “Granada , Alhambra, fantastica …. pensi, ci son stato nel millennio passato in un giorno in cui eravamo 10 persone soltanto .
Bella, mondi mescolati , dei mescolati, rispetto per l’arte degli musulmani e dei cattolici …. un po’ meno per le rispettive teste .”

Si lasciarono un po’ bruscamente, lei presa da un insolito tremore e lui ricordandosi del lavoro lasciato a mezzo sul vialetto di ontani. Fuggì quasi, Giordana, veleggiando nel parco nei suoi vestiti troppo  leggeri per scomparire in una verde nuvola di bosso e Beppe raccolse con lentezza le sue cose e si avviò.

Una mattina Giordana s’incamminò lungo il parco a passo piuttosto svelto mentre il venticello mattiniero faceva svolazzare  il suo bell’abito rosso spagnoleggiante intorno alle gambe snelle e ben fatte.  Avvicinandosi al luogo dell’appuntamento con Beppe, pensava se si fosse vestita in modo adatto per quell’incontro, se il suo collier e gli orecchini abbinati lo avrebbero impressionato al punto tale da farle un complimento. La sera avanti si erano casualmente rincontrati nel viale dei cipressi dietro la villa e lui era stato molto affettuoso nei suoi confronti. Stamani già gli mancava molto. Questo però non era il suo unico pensiero. Era molto nervosa ed in ansia perché consapevole di non essere stata del tutto sincera con lui. Non si era sbilanciata  nel raccontargli la sua vita. Si era tenuta per se la parte più importante : Denis. Realizzando al momento che stava ingannando anche il marito rimasto a casa e che probabilmente laspettava fiducioso il suo rientro. E a Beppe  non gliene aveva ancora parlato: non se l’era sentita di aprirsi totalmente. La loro storia era appena iniziata e lei aveva tante preoccupazioni che le confondevano le idee. Era ospite dei suoi amici per rimettersi da un piccolo esaurimento nervoso, dovuto più alla stanchezza che altro e doveva pensare al suo rientro a casa e come affrontare Denis, pensare alla nuova tournée di concerti che il suo Manager le stava preparando e per questo non faceva che telefonare ogni giorno per sapere come stava. All’improvviso si rese conto che erano già le 7,30 e Beppe non si vedeva ancora a breve dovevano rientrare per la colazione, ma dove si era cacciato ? Questa cosa le divorava l’anima voleva parlare con Beppe,  subito, raccontargli  la verità  anche se un pensiero le arrivò come una frecciata dentro a quel subbuglio di pensieri: ma Beppe….chi era veramente? e le aveva davvero raccontato tutto ? O anche lui aveva un segreto che non aveva rivelato?

I giorni passano lenti. Giordana e Beppe continuano a vedersi tra gli ontani, le siepi di bosso e i vecchi cipressi. Parlano senza dirsi mai la verità. Parlano del presente delle passioni ritrovate, degli alberi e della vita.

I giorni passano e  Giordana comincia a pensare che niente dura in eterno. Il suo spirito si fa sempre più fragile , il corpo sembra cedere a una segreta malattia e anche  la sua voce comincia a tremare. Come il suo cuore, invaso dai presentimenti.

Quella mattina tutto era come sempre.  Dalle grandi vetrate della sala entrano tiepidi e dorati i raggi del sole che invadono il tavolo dove è apparecchiato per la prima colazione. Giordana è seduta e aspetta.

Dopo un lungo intervallo di pensieri e presentimenti viene a sapere dal cameriere che Beppe ha lasciato la villa la mattina presto e non ha lasciato nessun recapito.

 Lei rimane di gesso. La notte intima e appassionata trascorsa insieme non ha potuto fermarlo e Giordana, come in un film rivede la giornata precedente.

 In camera si sta preparando per la cena  con Beppe,  emozionata perché sente di essersi innamorata e  non si rende conto di come sia potuto succedere.

 E’ indecisa su cosa indossare, vuole essere bella, e decide per un vestito lungo nero di un tessuto avvolgente con un grande scollo che mette in mostra il suo bel corpo che l’età non ha ancora sciupato ma reso solo un po’ più florido, biancheria di pizzo nera,  scarpe particolari adornate con degli stras.

 La massa dei capelli corvini scendono sulle spalle morbidamente,   orecchi di brillanti le illuminano il volto,  è truccata con cura, sulle labbra ha messo un rossetto di una tonalità rosso intenso e alle unghie ha uno smalto dello stesso colore.

 E’ molto emozionata per questo incontro, è bello Beppe con quel suo fisico massiccio, ha un aspetto virile, i capelli bianchi che dolcemente gli incorniciano il volto, gli occhi azzurri spiccano sull’abbronzatura. Giordana si è innamorata di lui ne è attratta fisicamente pur non sapendo niente della sua vita. Una tavola apparecchiata con cura, cibo gustoso, vini scelti con attenzione, le luci suffuse finché Beppe le chiede di salire in camera da lei.

Trascorrono  ore d’amore appassionate e alle prime ore dell’alba Beppe rientra nella sua camera, si vedranno per la colazione, senza dare nell’occhio.

Tutto questo ora è solo un ricordo, Giordana sente  lo stomaco contrarsi e l’amaro in bocca, per questo addio inatteso e per essersi illusa sui sentimenti di Beppe.

 La Villa d’improvviso diventa il luogo più triste della terra. Le voci le risate, le chiacchiere diventano suoni ovattati d’oltretomba. La data del concerto si avvicina paurosamente e il cuore è secco come una fiumara nel deserto. Bisognava tornare a casa. Subito, senza voltarsi indietro, senza dare spiegazioni.

Scese dal taxi senza gioia. Salire le scale di casa lo sentì come un peso. Ad ogni gradino la fatica aumentava. Sperava che Denis non fosse in casa. Giordana aveva bisogno di tempo per mettere ordine nel suo caos interiore. Troppi pensieri l’avevano accompagnata durante tutto il viaggio. Pensieri contrastanti, alcuni addirittura spiacevoli. Si rese conto che i più spiacevoli erano proprio quelli che riguardavano la sua vita con Denis. Quello che era successo alla villa l’aveva costretta a ripensare a questo rapporto che sentiva ormai esaurito. Del resto non era mai decollato come lei avrebbe desiderato. Lo sapeva da tempo, adesso ne aveva acquistato certezza. Non voleva che accadesse, voleva avere un po’ di tempo per sé all’arrivo, e invece, se lo trovò li davanti, del tutto inatteso, freddo e scostante così come era stato nelle settimane e nei giorni precedenti  alla sua partenza. A mala pena le fece un cenno con la testa, mentre non smetteva di parlare, parlare e parlare al cellulare. Argomento, quello di sempre. Accordi sottobanco, liste, uomini come comparse da spostare qui e là ,dove serviva.

Eccolo qui, si disse, prepotente ed arrogante come non mai, il gran burattinaio. Non solo nei gesti, anche nei tratti. La chioma leonina, il corpo strabordante a malapena contenuto negli abiti confezionati su misura. Lo sguardo indagatore, sempre alla ricerca delle debolezze altrui, che si faceva tagliente e denso di minacce non appena qualcuno osava contraddirlo .Mai tenero, umano né compassionevole, si disse quel giorno Giordana, pensando a come sul viso di Denis un cenno di disappunto potesse diventare velocemente, quasi in automatico, smorfia condita di crudeltà e perfidia. L’aveva ammaliata con l’aura di potere che si riusciva a percepire in ogni suo gesto, quella sera al ricevimento del grande industriale dell’auto. Denis stava in un crocchio, tutto al maschile, a dispensare ammicchi, pacche sulle spalle, battute pesanti al limite del volgare, mentre gli altri non osavano fiatare. Servili e proni, lasciavano a lui la ribalta. Se avesse voluto vedere, Giordana avrebbe visto già tutto allora. Il commediante, il sapiente affabulatore, il freddo calcolatore, l’abbindolatore seriale ,il mentitore. Quelli che stavano al suo gioco, era noto, venivano accolti a braccia aperte nel suo cerchio magico, dispensatore di favori, incarichi, prebende. Ad altri, anche per futili motivi, dispensava disprezzo e in più di un caso pure cattiverie senza uguali. Avrebbe potuto e dovuto vedere, forse aveva preferito non farlo. In fondo, anche a lei quell’uso del potere e quelle entrature erano serviti non poco per rilanciare la sua carriera. Si erano usati a vicenda, anche se a lei, in quel gioco, non poteva toccare altro che  il ruolo di comparsa. 

La trama vera del testo aveva girato sempre e  solo attorno a Denis ,alle sue ambizioni, alla sua brama di potere e controllo su tutto e tutti.   Lui sempre via per riunioni da un capo all’altro del paese a brigare e intrigare.

Mai o quasi mai con lei, se non all’inizio, quando si era incaponito di farne cosa sua. La gran cantante, bella e procace, da poter sfoggiare nei salotti e di cui potersi vantare con gli amici, come si fa per una preda ambita un po’ da tutti ma caduta ai piedi di uno solo. Lui, Denis. A casa però, sempre attaccato al maledettissimo cellulare. Non si curava di lei, cui dedicava pochi cenni e pochi discorsi. Quasi come se col tempo Giordana fosse diventata trasparente, senza gran valore come un qualsiasi soprammobile di quella casa. Anche quel giorno il “come stai” quasi di ordinanza, fu subito seguito da uno “scusa, stasera mi hanno organizzato una cena elettorale ,e domani devo partire per Milano. Dovrei rientrare tra due giorni, ma non è sicuro”. 

Giordana registrò il tutto senza emozione.  

  Anche se immaginava che si sarebbe portato dietro la Cinzia, l’ultima di una lunga serie di amanti, non disse nulla .

  Sibilò solo uno spento  “va bene, fai come vuoi” e se ne andò diritta nella sua camera. Voleva pensare bene a cosa avrebbe fatto l’indomani.   

Mi ricordo quando ho conosciuto Denis, …eravamo innamorati l’uno dell’altro e ci bastava stare insieme e guardarsi negli occhi… sono  momenti che io non riuscirò mai a scordare. Io e lui da soli a sognare il nostro futuro  fatto solo di belle cose…. nella nostra casa avevamo messo anche dei bambini…che naturalmente sarebbero stati educati da qualche baby sitter di alto livello, tanto non avremmo avuto nessun tipo di problema…. doveva essere una bella famiglia sotto  tutti gli aspetti…. Però le cose non sono andate come dovevano….l’incantesimo si è rotto…..ma è forse colpa mia se non sono diventata la cantante lirica di successo come speravo…. e non sono riuscita a dargli dei figli!!!!! Giorno dopo giorno ha iniziato a odiarmi, lo percepivo, e quando lo chiedevo, mentendo, diceva che non era vero, così  ci siamo allontanati sempre  più fino ad arrivare a  parlare di cose futili o cercando ogni scusa per vedersi il meno possibile, altrimenti per ogni sciocchezza erano  discussioni… “Caro Denis, se dovessi fare un bilancio della mia vita direi che è stata un inferno accanto a te…ma non ho mai avuto il coraggio di lasciarti perché per me sei ancora importante nonostante il tuo comportamento poco trasparente....”

Basta…non voglio più pensare…ho deciso. Vado nella vecchia casetta della nonna, in riva al mare a Marciana Marina!!!! Lì ho trascorso tante estati felici fino all’adolescenza, quando arrivavo alla fine della scuola e tornavo a Firenze a fine settembre.

E’ lì che sono sbocciati i miei primi amori…. Duravano  poco.. una settimana… quindici giorni… massimo un mese…e che dolore quando le mie vittime se ne andavano…alla partenza  ci scrivevamo il numero di telefono, l’indirizzo con la promessa di tenersi in contatto e di rivedersi il prossimo anno, ma spesso le promesse non venivano mantenute… al massimo un biglietto di auguri per Natale e Pasqua e poi più niente…solo la speranza nell’estate futura di rivedersi….ma l’anno successivo era la solita storia…..altri amori ricominciavano…  Quella casa per me è magica….e tutto  parla del mio passato…chissà…

 Quella di andarsene le era sembrata la decisione più giusta. Mettere le distanze, ecco.  Denis l’aveva accolta con un saluto distratto e non c’era stato un gesto affettuoso, una tenerezza che avrebbe  lenito la sua delusione. Dopo tutti quei giorni di lontananza avrebbe avuto bisogno di un’accoglienza diversa. Invece niente.

Ma d’altra parte era lei che aveva tradito e il senso di colpa annacquava un poco il suo rancore. Solo provava  un senso di profonda solitudine e sentiva che questo sentimento doveva essere nutrito .

Adesso in quella casetta dove aveva vissuto le estati dell’infanzia  avrebbe cercato in se stessa una risposta, o almeno un po’ di pace.

Un bagliore accecante la investì quando aprì la porta. Il sole, allo zenit,  rifletteva i propri raggi su onde di un mare calmissimo, quasi immobile. Socchiuse gli occhi fino a che non divennero due minuscole fessure e il palcoscenico della natura trasformò l’acqua in mille scintille colorate. Inspirò profondamente e sentì il cuore saltare un battito. 

Le arrivarono fluttuanti e leggeri i profumi  di quella primavera, come se Eolo invece che liberare i venti avesse deciso di far uscire dall’anfora l’aroma del rosmarino e quello delle ginestre e l’odore di salmastro si fosse fuso con quello della resina del pino marittimo.   Ma lei non sapeva esattamente di quale  emozione si trattasse. Si rivide bambina con le orme dei suoi piedini che segnavano la sabbia bagnata mentre correva verso non si sa cosa. Poi la sua mente  si spostò  ai personaggi  famosi delle opere che aveva interpretato e sorrise all’idea che lei aveva trasferito nella vita reale parti di quelle tragedie , le aveva rese proprie. Nella sua meravigliosa notte d’amore con Beppe era stata libera e trasgressiva come Carmen  e un po’ prostituta, come Violetta. Nel suo quotidiano con Denis aveva imbrogliato ed era stata imbrogliata, come Tosca. Ma adesso i suoi abiti di scena giacevano mollemente in un angolo della sua mente mentre un altro angolo, nel posto più  remoto del suo cuore,  si preparava ad accogliere sensazioni di cui credeva di non riconoscere il sapore.

Si accorse improvvisamente di star bene, come se il clamore dello spettacolo si fosse di colpo acquietato e il sipario fosse sceso sulla semplicità di un giorno di sole profumato di primavera.

E si riconobbe: era Giordana

Marciana Marina. Giordana aveva bisogno di ritornare ad assaporare il profumo del passato per capire e riordinare il presente, che gli appariva confuso e nebuloso, un po’ come quella vecchia casa, chiusa ormai da troppo tempo, dove l’umidità aveva preso il sopravvento sugli stanchi muri.

Aria, aveva bisogno di aria fresca che ripulisse la casa e i suoi pensieri. Doveva aprire le finestre al prorompere del sole per scaldare la bellezza di quelle pareti ,  che ,affrescate come fine tappezzeria ,  avevano rallegrato anni indimenticabili con Denis ,pieni di un amore intenso che col matrimonio gradualmente, con lenta, costante routine si era affievolito ,sfaldandosi ,come quei muri con l’umidità e l’incuria.

Non si parlavano più ,non riuscivano più a confidarsi le gioie, i dubbi, i desideri, le paure ,i tormenti; tutto si era appiattito nell’indifferenza reciproca. Denis si era rifugiato nel lavoro che assorbiva tutto il suo tempo e il suo interesse.

Giordana doveva uscire, concedersi del tempo per passeggiare, con la mente libera dai pensieri, dai ricordi bellissimi di una volta ,tramutati adesso in dolorosi rimorsi che le trafiggevano il cuore, come le spine dei rovi cresciuti nell’incuria di quel giardino un tempo meraviglioso.

Doveva uscire e respirare il salmastro portato dai venti marini.

Aveva un assoluto bisogno di concentrarsi sul prossimo concerto per immedesimarsi sul suo personaggio “Tosca”.

I suoi gorgheggi riecheggiavano in quelle stanze insalubri e nel giardino , scaldando l’aria frizzante del mattino.

L’ incanto di quella voce veniva, di tanto in tanto, interrotto da qualche colpo di tosse che, a causa  dell’ambiente umido e pieno di spifferi, si faceva sempre più insistente, fino a renderla totalmente afona .

No! Non era possibile! Non poteva ammalarsi adesso, a pochi giorni dal concerto!

Disperata, come il suo personaggio, sgomenta per questa vita che le stava negando tutto, passeggiò sconvolta fino all’antica Torre del Cotone e, come la Tosca, si buttò.

Ma il suo volo fu fermato all’ultimo istante dalle mani di Denis che le afferrarono per un braccio tenendola sospesa nel vuoto.

– Cerca un appiglio ,amore mio – disse suo marito – perché non so quanto potrò resistere ancora !-

Era tornato ! Era tornato per lei ! Questa nuova speranza le diede la forza di afferrare il primo appiglio che le capitò davanti : un solitario lembo di stoffa .

 Vi si aggrappò con tutte le sue forze per cercare di salvarsi, fino a quando sentì un…”CROCK ! “

Terrorizzata alzò lo sguardo …………quello che si era spezzato non era un ramo, ma il collo di Denis, soffocato dal nodo scorsoio della cravatta alla quale si era ciecamente aggrappata.

Adesso quel corpo inerme iniziava a scivolare verso di lei trascinato dal suo peso.

La fine, era la fine !

Improvvisamente la discesa si bloccò.

Uno strattone la fece risalire di qualche centimetro.

Qualcuno stava tirando indietro il corpo di Denis fino a portarla in salvo.

Era Beppe,il giardiniere, che l’aveva presa fra le sue possenti braccia e la stava inondando di baci, corrisposti !

– Perdonami – le disse – non ti lascerò mai più ! –

Bastò uno sguardo per capirsi, non c’era nessuno intorno a loro, presero Denis per le gambe e lo scaraventarono di sotto…………e poi …..via , verso una nuova vita piena di amore e felicità !!!! –

Rosa

La ragazza e la rosa – di Gabriella Crisafulli

foto di Simone Bellini

La bambina stava lì al sole, tutta concentrata, la testa china sul fiore appena raccolto, poggiato nelle sue mani. Le dita sottili e affusolate raccolte a formare un nido. Ad occhi chiusi assaporava la quiete di quel momento di libertà, lontana dai bambini della pluriclasse dove insegnava sua madre, che lei e la sorella seguivano al lavoro. Stava fra le vigne che non aveva mai visto in vita sua, in compagnia di se stessa, immersa nei sogni e nelle fantasie.

Una spina pungeva fra le dita.