Cappello con pappagallo

Cappello con pappagallo – di Rossella Gallori

La vidi arrivare dal canto de Nelli, piccola , leggera, un vestitino al polpaccio di San Gallo quasi bianco, una piccola liseuse rosa pallido le proteggeva  spalle minute, guantini di pizzo, calze rosa  e scarpine da ballo un po’ sbucciate in punta, ma quello che mi folgorò fu l’enorme cappello di paglia, coperto in parte da una nuvola di tulle azzurro, qualcosa si nascondeva tra le pieghe del tessuto….da lontano non lo distinguevo bene…nascosta come ero da quei banchi che facevano da paravento ad una scalinata, che, sinceramente avrebbe meritato una cornice migliore…

Io jeans  a campana camicia hawaiana  ma non troppo, gustavo il mio gelato seduta sui gradini di San Lorenzo, giornale sotto il culo…e voglia di nulla.

Il mio nulla fu interrotto da una voce cantilenante: mi posso sedere accanto a te?

Diffidente biascicai un si, mentre il gelato spariva…si presentò, disse di chiamarsi Cora, di abitare là, lo fece indicando un posto indefinito, scosse la testa e nel brusco movimento apparve lui nell’ immensa isola di paglia, il pappagallo.. un po’ spennacchiato in verità, ma magico nelle sue mille sfumature…

Cora iniziò la sua storia mi   parlò di amori sbagliati, di viaggi inverosimili, di incontri  straordinari…di conti, marchesi, di un principe che la voleva sposare, della sua villa a Settignano, ad ogni episodio, il povero uccello perdeva penne, ma mai dignità, un po’ come lei, fragile e forte, viva e morta al tempo stesso.

Ringraziò Antonio, l’ortolano, con un largo sorriso, che le porgeva un cartoccio di frutta un po’ partita… poi si alzò di colpo mi sorrise sussurrano un a domani, mia cara.

Io mani in tasca, cervello altrove, mi avviai al lavoro, togliendo il basco turchese di cotone leggero, sentii  una berciare  dietro di me: oh nina un tu migliori miha se tu stai con la Mirna…l’è pazza.

Una mia alzata di spalle fu la risposta, un pensiero solo: Ma non si chiamava Cora?

Ci furono altri incontri, non chiese mai niente di me…forse il nome, che storpiò continuando a chiamarmi Raffaella, poi eran tutti racconti…racconti… noi, io ed il pappagallo ascoltavamo, io sui gradini, lui sul cappello…sempre più in bilico, sempre più nudino.

Poi un giorno sparì, nel grosso bidone  di Borgo la noce, vidi il cappello, la nuvola di tulle strappata ed una piccola coda…un necrologio chiaro, mi fece capire che Cora/Mirna/Claudette….una bimba vecchia che io credevo eterna, era morta…non ebbi il coraggio di prendere il cappello tra i rifiuti…ed ancora oggi me ne pento…oggi che avrei bisogno di lei, dei suoi racconti fantastici e di quel magico cappello con il pennuto arcobaleno….

Oggi, che ho regalato i miei cappelli più belli a chi li meritava…oggi che mi nascondo dentro berretti di maglia che in un eccesso di follia posson essere grigi, ma di solito son neri o  blu.

Vorrei avere il tuo cappello, Cora, per avere il coraggio di esser pazza fuori e non solo dentro, per sedermi su una altalena fiorita e dondolare insieme al tuo pappagallo, per scrivere poesie e regalarle, per avere lunghi capelli biondosole, come i tuoi…per avere mille nomi diversi, per indossare con coraggio quello che non riesco a farmi entrare, più in testa che addosso….per ridere, vivere, indossare guanti di pizzo, ed enormi cappelli colorati….per portare ballerine leggere anche con la pioggia….per gridare piano che amo… ma non ho il coraggio di dirlo.

Vorrei quella nuvola azzurra in testa, poggiata sull’ enorme vassoio di paglia di Firenze, con un Loreto grasso ed invecchiato, come me, ma cinguettante…allegro…senza picchetti, senza pacchetti pesanti come ferri da stiro di vecchia generazione…

PS: Domani vado in piazza San Lorenzo ti aspetto, sono passati solo cinquanta anni….chissà, forse sentirò una voce… Raffaella… non ti correggerò….ma ti prego imprestami anche solo per un’ora il tuo cappello…..

Cappelli a colori

Cappelli a colori – di Carla Faggi

I capelli si allungano, ma che gli taglio a fare, tanto sono sempre in casa!
Truccarmi? Ma a far che tanto non ho niente da fare!
Il rossetto e chi se lo mette più? Con le mascherine!
Che tristezza… mi sento così…così..non trovo la parola…così beige!
Che ha detto la Cecilia? Cappelli? Di tutti i tipi? Tanti?
Si, si ce n’ho tanti, ecco quello rosso, rosso femmina, orecchini rossi, rossetto rossissimo, si mi piace, e poi c’è quello giallo a papalina, è simpatico , mi sta bene, mi sono truccata , però non male ragazza mia! Quello bleau che aveva mio marito quando era in Marina, tenuto come una reliquia, imprestato per una foto, mi sento una ragazzina! Fuori piove, allora mi faccio fotografare con il mio cappello da pioggia, mi sto divertendo, quanti colori! Poi mi provo tutti gli altri cappelli che ho, faccio le smorfie, sorrido poi rido, cambio colore di rossetto, mi trucco gli occhi a femme fatale…quanti colori…che divertimento!
Chapeau petit Cecilia, che dirti, tu hai un potere quasi unico, riesci a trasformare il beige in mille colori!

Cappelli da portare

La ragazza che sapeva portare i cappelli – di Gigliola Franceschini

foto e cappello di Gigliola Franceschini

Amici fino dagli anni piccoli. Li ho amati, voluti e preferiti ad altri accessori perche’ mi facevano stare bene, mi facevano sentire giusta e consapevole di essere gradita. “Tu li sai portare i cappelli” mi dicevano ma non era questo ad alimentare la mia passione; il cappello riusciva a trasformarmi dal di dentro. I primi che ricordo, fatti con la pelliccia dei conigli che nelle domeniche erano finiti nel tegame alla cacciatora, bianchi e maculati neri e marroni. Con la poca modestia che hanno i bambini quando sono ancora avvolti nella loro innocenza, mi sentivo veramente la piu’ bella del reame! E poi baschi scozzesi nell’eta’ di mezzo, prima di approdare alla maturita’ con i cappelli veri e propri , a larghe tese a protezione  di occhi truccati di azzurro e pieni di curiosa gioia per la vita. E i cappelli per le cerimonie, uno ad “ala di mosca” , morbide onde trasparenti, per accompagnare un amico all’altare. E’ stato il piu’ bello e i complimenti si sprecavano, mi sentivo in un mondo da fiaba, fuori dalla quotidianita’, per un giorno regina  quasi quanto la sposa, un po’ bruttina, per dire il vero. Mai cappelli banali, dovevano avere il colore giusto e qualcosa che mi rappresentasse, un fiore, un nodo, un fiocco e la magia si ripeteva. Con molta nostalgia un giorno  ho dovuto separarmi da tutti questi cimeli e calarmi nella mia realta’. Ho un cappello rosso che mi e’ molto caro, il dono di un’amica che me lo ha regalato senza una data, senza un motivo particolare. Gia’ al tatto mi accarezza e mi comunica qualcosa di bello. Il volto sotto quella larga tesa e’ ora segnato dal tempo  che corre implacabile ma oltre le rughe e i lineamenti mutati e il colore spento delle guance, riesce ancora a rinnovare brevi scintille di sorrisi passati e di gioie presenti. Mi sento ancora la ragazza che sapeva portare i cappelli!

Incontro virtuale – 2 febbraio 2021

con Cecilia Trinci e con Alessandra Biagianti

La festa dei cappelli

Cappelli cappelli cappelli …….

…….per giocare, per sognare, per essere, per fare teatro, per fare beneficenza, per stare sotto la pioggia, al freddo, al caldo, sotto il sole, per essere donna, per farsi guardare, per nascondersi, per isolarsi, per sposarsi, per fuggire, per coprirsi, per farsi vedere, per cucinare, per lavorare, per essere femmina, per navigare, per dire “auguri, buon compleanno!” e volersi bene, cappelli per stare nel bosco ad abbracciare gli alberi….

Cappelli per essere felici, per ridere, per stare insieme……per creare personaggi, fiabe, racconti…

Cappelli delle nostre storie o per le storie di altri…

O per inventare storie….storie….storie…..che ci portino lontano

Giallo divertimento

DIVERTISSEMENT IN GIALLO – di Simone Bellini

foto e acquarello di Tina Conti

Gia(l)l’ora  s’appresta

che volge al chiarore di un nuovo mattino.

Il canto del g(i)allo saluta il pallido sole

che inonda di luce mesta

i prati, le case, gli alberi

e tutto ciò che resta.

in quell’aria giallina

raspa nell’aia una g(i)allina

imitata tutt’intorno dai gialli suoi pulcini.

Dalle finestre i gialli raggi del sole

Inondano di luce i bianchi lettini

– Sveglia bambini, sono gial(l)otto !

Preparatevi in fretta, a scuola

C’è gia(l)la maestra che vi aspetta !-

Cappelli per pensare

Un cappello può aiutarci a essere diversi? O a essere davvero noi stessi?

Con quale cappello vi piacerebbe apparire all’improvviso e quale cappello potrebbe farvi bene al cuore?

E cambiare cappello può aiutarci a cambiare punto di vista? A vedere più cose intorno a noi o in una situazione?

Proviamo a trovare un cappello o a immaginarlo sulla nostra testa…………..

Giallo….chiedo perdono

Giallo e basta – di Rossella Gallori

Prendo una  gomma  gigante, una di quelle robuste, che sanno cancellare le cose tristi…la impugno come una spada, come un coltello, come un qualcosa che mi difenda, dai sogni brutti, dalle stelle gialle senza cielo, ma con un buio pesto….che ti fa star ferma con il fiato sospeso ed il moccio che cola giallognolo e salato.

Prendo una matita blu e un po’ cialtrona scarabocchio a bestia, fino a che il giallo non diventa verde.

Prendo la preziosa salsa di pomodoro, frutto di mani volenterose ed abili, ed agitando  un vecchio mestolo spruzzo quel sole “gialloimpertinente” per farlo diventare un patetico ovetto occhio di bue, che in un secondo sparirà tra le mie labbra.

Ricordo con stupida rabbia che mi vestii di giallo al matrimonio di mio fratello, per stare male, non volendo far andar via da casa quel surrogato di babbo….ricevetti molti complimenti, per l’ inconsueta scelta, ne uscii ancor più incazzata.

Ho lottato, influenzata e convinta,  con rose gialle, timide pansè ed imponenti girasoli, ho gettato campanule dorate.

Ho imbastito strane battaglie con il Vov, con il risotto con lo zafferano, pure con la fricassea ho lottato….

Ho litigato a volte anche con i limoni, non guardandoli….

Ho perso inutili guerre, privandomi di un qualcosa che mi spettava, quasi cieca e muta difronte ad un colore bello, che sa di vita, di caldo, di cibo, di profumo, che sta bene alle more, quando è vivace, alle bionde quando sfuma all’ arancio…e dona un brio inatteso alle teste grigie, cancellando, se pur per illusione ottica, qualche ruga…

Chiedo perdono, senza inginocchiarmi, non esageriamo, ad un colore, chiedo venia ….e se poi non merito l’ assoluzione, mandatemi un mazzo di gerbere  gialle, che non so se esistono, ma, lo ammetto, son sempre un bel vedere.

Giallo insieme

Parete gialla – di Patrizia Fusi

Nuvole in movimento come soffitto, ghiaia di diversi colori come pavimento, nel giardino vagone del treno, trasformato in bar fantasioso, le ruote del vagone ferroviario sembrano due facce con occhi bianchi.

  Parete gialla del teatro, le persiane marroni delle due stanze dove ci trovavamo per i nostri incontri, tanti ricordi belli di quei pomeriggi. Le stanze è come mi chiamassero e mi chiedessero quando torneremo, anche a loro manchiamo, ora si sentono sole e vuote, lo sentono strano che siamo in giardino e non da loro, non hanno saputo del virus.

Stefania verde.

Tina chiara.

Anna viso triste.

Sandra colorata.

Rossella riccioli vivaci.

Cecilia calda rassicurante.

Io triste.

Laura colori autunnali.

Mimma blu.

Lucia rosso a fiori.

Daniele capelli bianchi.

 Pensiero gentile di Daniele e di Tina per tutti noi, Daniele ha portato un cestino con piccole mele colorate, Tina bastoncini di legno colorati e profumati

Due grosse ruzzole di legno.

 Dietro di me uno schermo in muratura, ricordi di film visti nelle notti estive di tanti anni fa. Colombi sfrecciano su di noi, rumore di una granata che spazza delle foglie, leggero fruscio di traffico, un raggio di luce tiepido ci accarezza per pochi minuti, dal campanile la campana suona la mezz’ora, leggere voci di bambini in ricreazione nel giardino della scuola della parrocchia.

Bello essersi ritrovati in presenza e aver conosciuto Lucia e Daniele

Sole giallo

Sole di carta – di Carmela De Pilla

foto di Carmela De Pilla

È una delle tante storie che aveva lasciato lungo il sentiero della sua vita, ogni tanto guardava indietro e la vedeva lì, come poter dimenticare? Alla fine però aveva capito, doveva lasciarla andare quella storia, liberarsene, se voleva credere ancora nel futuro.

Era accaduto tutto per  caso, a volte il destino ti aiuta a scoprire la verità senza che tu vada a cercarla.

Era una brava moglie Ninuccia, aveva affrontato ogni difficoltà con la forza che la povertà ti obbliga a trovare dentro e quando Giuseppe aveva deciso di partire per Milano in cerca di lavoro lei lo incoraggiò, sapeva che era l’unica via d’uscita per sperare in una vita migliore.

Si occupò della sua famiglia che ormai aveva perso il senso della famiglia e si dedicò ai tre figli perché non mancasse loro niente del necessario.

Giuseppe ritornava a casa due volte l’anno, per Natale e per il 15 d’agosto e ogni volta era una festa, per i figli che ricevevano in dono qualche giocattolo e per Ninuccia che poteva gioire di quell’unione familiare a cui teneva tanto.

Era già sera inoltrata e pensò che ormai sarebbe arrivato l’indomani, faceva caldo quella sera e la porta di casa posta al piano terra era aperta, improvvisamente se lo vide davanti, con la piccola valigia e la giacca sulle spalle, nel suo aspetto fiero e sorridente, mille emozioni entrarono in circolo e il sangue incominciò a scorrere senza alcun freno.

Era un bell’uomo Giuseppe, i capelli neri incorniciavano il suo viso dai lineamenti marcati e il naso greco, come amava definirlo lui, metteva in risalto il suo sorriso smagliante, ma ciò di cui si era innamorata Ninuccia erano i suoi occhi carbone, sempre vigili e curiosi che non nascondevano una spiccata intelligenza.

Si abbracciarono con contegno e le labbra si sfiorarono appena, a quei tempi non era dignitoso manifestare sfacciatamente i propri sentimenti, anche i bambini rimasero un po’ in disparte, quasi intimiditi poi Giuseppe prese in braccio il più piccolo e abbracciò con impeto gli altri due.

A Ninuccia era ritornato il buonumore, i suoi occhi erano radiosi, finalmente…

Prese la valigia, la giacca e andò in camera, nella concitazione la giacca le cascò in terra e dalla tasca uscì un foglio di carta ripiegato in quattro, lo aprì e vide il disegno di un sole giallo splendente con una scritta “Sei per me il sole che illumina la mia vita” e tra le piegature una piccola foto di una donna dai capelli biondi come il grano e dagli occhi azzurro mare.

Una lunga lama le trafisse la pancia e rimase senza fiato, rimise il tutto nella tasca e ritornò in cucina, i suoi occhi non erano più radiosi, ma seppe ben nascondere  la ferita che aveva appena subito.

Aveva deciso di non parlarne con nessuno, nemmeno con Giuseppe, era abituata a convivere con la sofferenza, non poteva permettere che quella donna distruggesse la sua famiglia.

Per qualche anno l’aveva tenuta ben nascosta questa ferita e la sera, sola nel letto, una folla di fantasmi si impossessavano della sua anima e le impedivano di trovare pace.

Aveva nevicato quella notte e la mattina seguente era andata nel boschetto alle spalle di casa sua, le piaceva immergersi in quella natura selvaggia quando si sentiva prigioniera dei suoi pensieri,  camminava avvolta nel suo cappotto con la sciarpa che le copriva quasi del tutto il viso, l’unico rumore era quello della neve stropicciata dalle scarpe con ritmo lento e pesante.

Guardava i fitti alberi spogli e infreddoliti i cui rami si spingevano con forza verso l’alto quasi a volersi liberare dai pesi che altrimenti li avrebbero costretti a  ripiegarsi, Ninuccia rimase incantata da quell’architettura che la natura aveva costruito così sapientemente e s’innalzò anch’essa smaniosa di liberarsi dai pesi che si portava dentro.

Alzò lo sguardo e intravide tra i rami la luce di un sole giallo pallido che via via diventava sempre più accecante, la donna si sentì avvolta dal flebile calore e lentamente lasciò che la sua ferita come farfalla volasse verso quell’energia, la lasciò lì, lungo quel sentiero.

La neve, gli alberi, il sole, la natura tutta l’avevano accompagnata verso la libertà.

Giallo tramonto

Giallo tramonto sull’Arno – di Stefania Bonanni

foto di Paolo Lemmi

Giallo è  l’inizio, e gialla la fine, come rincorrersi allegorico del giorno e della notte, come scandire ore e giorni della vita, come iniziare con impeto, forza passione, ed avere un pensiero latente e giallo, di rischio, paura, insicurezza. Come avvertire anche il senso della fine, di progetti che hanno senso proprio perché finiscono, cambiano, si riversano in altri. Nello stesso tempo, quando finiscono lasciano segni gialli, di parti portati a termine felicemente e con dolore,  di vita mescolata tra fatti e persone, e sogni e ricordi. Tra sogni nitidi e brillanti, e ricordi che piano di impolverano, ma per magia attirano polvere che conserva, anziché annebbiare.

foto sull’Arno di Rossella Gallori

Ho visto nascere il giorno, su una spiaggia d’Abruzzo, e il mare era nero, il cielo era nero, la spiaggia era nera, gli alberi nere presenze incombenti. Non c’erano stelle in cielo, non c’era piu’ la luna. Un attimo. Come qualcuno che fa clic sull ‘nterruttore  (cosa che non escludo possibile) e una lama brillante come un diamante ha spaccato il buio. È bastato un secondo, e niente era più come prima. Non era giallo,  era bianco abbagliante. È diventato giallo quando si è mescolato al mare, alla sabbia,  alle nostre orme sulla riva, quando ha coperto di se’ carne e materia. Quando, anche per quel giorno, ha vinto l’Alba.

foto di Stefania Bonanni: alba in Abruzzo

Cecilia ha detto che ognuno ha negli occhi un privato tramonto giallo. Ed io ce l’ho. Il mio tramonto più languido, davanti a quella solita pescaia sull’Arno, nel momento in cui i raggi del sole si fanno lunghi ed obliqui,  ed illuminano uno specchio d’acqua che sembra inclinarsi, o forse inchinarsi ,  per assecondare i raggi.

Il giallo in mezzo alla tela ha il potere di allargarsi negli occhi, fin quasi a far vedere tutto giallo. Il sole del tramonto, sull’Arno, non è quasi mai rosso, più morbido e vintage,  sembra somigliare a quei colori sfumati che assumonoi le vecchie  foto in bianco e nero, che poi ad un certo punto, credo per la magia dei ricordi, si colorano di dolce.

Al tramonto,  dalla riva verde, la pozza nel cielo si riflette e si affoga nell’acqua. Si tuffa e viaggia, fino alla corrente, illumina l’acqua che passa sulla pescaia cone se avessero messo un lampione. I raggi continuano ad inclinarsi, arrivano al Ponte della ferrovia.  Un brutto agglomerato di metallo scuro, con le sponde formate da sbarre di ferro che si intersecano formando una specie di grosso reticolato. Al tramonto, trafitti dai raggi, riflettono sull’acqua un disegno di intrecci inconsapevoli e casuali, come dire che un  tramonto  rende grazia anche a quello che di suo, grazia non ha.

Il tramonto dei raggi gialli  sull’Arno si è moltiplicato nel giallo dell’acqua che trasporta fango durante le piene, nelle foglie gialle venute dopo quelle verdi, quelle rosse, quelle marroni, nel momento del loro autunno. Certe sere, l’Arno sembrava una pista di marmo tirato a lucido, in attesa di ballerini di liscio,  gli alberi con le foglie  gialle illuminate, simili a quelli carichi di lampadine che festeggiano il Natale.

Bisogna stringere gli occhi, e portarselo dentro, l’Arno illuminato.

Ci sarà il momento in cui non se ne potrà fare a meno.

Giallo Carla

Giallo per stare insieme – di Carla Faggi

foto e…radiatore di Carla Faggi

Volevo star con voi ma non mi veniva nulla da scrivere

volevo star con voi e vi leggevo matitine gialle

eppure il giallo mi piaceva tanto

avevo giallo il cappello, la sciarpa, il maglione

ma non sapevo che scrivere

avevo giallo la mia casa, il mio giardino,

gialla era la mia mente , il mio cuore, i miei ricordi

ma non riuscivo a scrivere

allora ho pensato: non scrivo nulla e sto comunque con voi matitine gialle

Giallo….bandiera gialla

Bandiera gialla – di Rossella Gallori

Foto di schubinger da Pixabay

Minigonna tipo Mary Quant, fatta dalla sartina di via Panicale, dieci occhielli a vela con una striscia non molto alta di tessuto jeans ed una catena dorata a mò di cintura, la camicia stretta fino all’ inverosimile, tipo Pucci, dove il giallo timido rincorreva il blu, diventando verde mela….solo i sandali alti alla schiava di un cuoio macchiato volutamente, erano veri, Albion in persona glieli aveva dati, un paio di foto  ed  in cambio si era portata a casa quello che poche ragazze della sua età si potevano permettere…certo bisognava avere il coraggio di portarli, poi!!

Una estate così calda la ricordavano in pochi, in quel barretto di via Taddea poi si soffocava,un 66 bollente…. Solo 4 giorni di ferie, li aveva passati a Caletta, che di Castiglioncello respirava l’aria, ospite di  una parente…

Il risultato era un color bronzo dorato che bene si abbinava al rame scuro scuro dei lunghi capelli, sempre un po’ spettinati ed a quell’ aria sfacciata che la contraddistingueva dalle altre figlioline  tutte vestitini di piquet appena sopra il ginocchio…

Era lì appollaiata sulla sgabello di  finta pelle nera, la tracolla di  crosta chiara stracolma di fogli , bic nere, pettini a coda, trucchi…e  nastri per legare i capelli, a lavoro niente cernecchi a giro, le aveva detto il direttore,lei aveva obbedito e tre secondi prima di esser dietro il banco li legava stretti come sardine.

Lui non era in ritardo… per lei essere in anticipo era una prerogativa, la spuma bionda da 50 lire e quel jukebox giallo e nero l’ affascinavano e le facevano compagnia nell’ attesa… la solitudine dentro che cercava di nascondere le dava modo di essere in un modo fuori ed un’altra dentro…lei una tutta poesia…che scriveva di amori color sole…di piazze illuminate, una che scriveva  poesie su tutto…per le panchine arrugginite di piazza Indipendenza…per i piccioni…per la cacche giallognole degli uccelli di San Marco… poesie d’ amore sempre…per chi non c’ era più, per chi c’ era e per chi doveva arrivare… le ultime le aveva appallata in quella borsa sdrucita con le cuciture gialle a vista, dopo l’ ennesima lite con il fidanzatino di sempre quello “fidanzato in casa”  che cominciava a sopportarla poco, ultimamente, con quegli sbalzi di umore che le facevano cambiare colore al volto…spesso da giallo bile, diventava rosa amore in un nano secondo…una ragazza ingestibile.. diceva..ed aveva ragione..

Certo se l’ avesse vista conciata così ad aspettare un altro le avrebbe dato due ceffoni…li avrebbe presi scambiandoli per  passione pura…

Ma lei era così, doveva avere due amori per dimenticare uno, troppo grande  doloroso ed insostituibile. Era così,  con orecchini più grandi di campanelle da tende, un ombretto turchese e la voglia di vederlo…apparve: giacca di lino color paglia, pantalone Principe, scarpe Raspini, camicia Old England  i suoi 40 anni ben portati, un direttore di banca conosciuto mentre andava a cambiare i soldi…per bottega…Amore sieeee lei prendeva fittonate, le piaceva tradire…ed il tradimento sbucò da via della Stufa…con passo incerto…forse aveva paura di trovare sua moglie??

 Le si avvicinò porgendole un  pacchetto azzurro  imbrigliato con un sottilissimo filo dorato….

Il cuore le batteva forte, più per il libro che per lui…le disse in fretta tutto… che era sposato che era troppo grande per lei…..che bla bla bla…tutte cose che sapeva già e che sinceramente la lasciavano indifferente…lo salutò baciandolo con meno passione, mentre scartava il libro…quello che voleva…un patetico segnalibro…alla poesia “Questo amore”…si girò e lui non c’era più. Dopo anni ricordava solo che aveva occhi color frittata di carciofi e che aveva belle scarpe, niente altro, nemmeno il nome. Prese 100 lire dalla borsa  digitò tre volte L5..alzò il volume spostando il “robot giallonero” quel barrettino era casa sua, poteva fare quel che voleva…musica a palla e e e e per magia  apparve Roma ed il Piper…cominciò a ballare da sola, le piaceva farlo, essere guardata senza essere nemmeno sfiorata..

SI QUESTA SERA E’ FESTA GRANDE  NOI SCENDIAMO IN PISTA  SUBITO……FINCHÈ VEDRAI SVENTOLAR BANDIERA GIALLA …..

Era una calda estate del 1966 o era il 67????

Giallo Salento

Giallo Salento – di Lucia Bettoni

foto e quadro (particolare) di Lucia Bettoni

Dal Salento ho portato i colori.
Colori primari, colori vivi, lucidi, scolpiti nei miei occhi come gocce di vita dal sapore agrumato e pungente.
La mia pelle beveva l’azzurro del cielo, il verde del mare, il bianco delle case, il giallo e l’arancio della frutta, delle tovaglie, delle vele, delle tende: un caleidoscopio di colori senza incertezze, senza mezzi toni, senza miscugli.
Colori come gocce di vita.
Ho voluto rendere visibile ai miei occhi per sempre quello che il Salento mi aveva donato: dalla forza e dall’energia di questo dono è nato un grande quadro che mi accompagna da anni e illumina i miei giorni grigi e stanchi
Gocce di vita appese sul mio letto.

Giallo ricordo

Ricordi gialli – di Anna Meli

 Si era svegliata presto quella mattina e, aprendo come al solito la finestra per dare luce alla stanza, aveva subito notato che una fitta nebbia avvolgeva ogni cosa; solo poche macchine con i fari antinebbia la interrompevano cercando di fare un po’ di chiarore giallastro quasi surreale. Sentì un brivido sottile scendere lungo la schiena e si abbracciò per darsi calore e conforto.

            Desiderò improvvisamente ritornare al calduccio del suo letto e così fece cadendo poi in un dormiveglia, in un rivivere di ricordi piacevoli e pieni di luce.

            Ricordò l’estate gialla di campi di grano maturo, di girasoli, di colza fiorita, di ginestre profumate e, anche di voli di rondini e frinire di cicale nel sole caldo e radioso. Si ricordò anche di quel grosso calabrone che mentre era seduta in cerchio con i suoi compagni in mezzo ad una viottola aveva scelto proprio lei per pinzarla: dolore giallo, paura gialla e…antitetanica. Non riusciva proprio a capire come un insetto cosi bello fosse così aggressivo.

            Altre immagini attraversarono la sua mente e rivide l’orto di zia Rina col pero e l’albicocco carichi di frutti maturi e succosi e di come allungandosi per prendere una pera era caduta impiastricciandosi tutta; rivide la sua amica Silvia col vestito da sposa giallo e i capelli acconciati con spighe di grano.

            Tutto era estremamente piacevole, ma poi la sveglia suonò ricordandole che era ora di alzarsi e così facendo notò che la nebbia si era dileguata  e un pallido sole appariva alto al di sopra di una striscia bianca imprigionata nella valle come i suoi ricordi.

Giallo topazio

L’ANELLO – di Sandra Conticini

Quel topazio giallo l’avevo comprato molti anni fa insieme a dei brillantini e  a delle tormaline colorate. Aveva girato da una scatolina all’altra in attesa di trovare la sua collocazione. Ogni tanto pensavo a come lo potevo utilizzare,  lo portavo dall’orefice mi dava qualche idea, ma la pietra tornava al suo posto.

Poi un giorno mi è venuta l’idea. Ho preso le fedi dei miei genitori le ho fatte unire ed ho fatto incastonare sopra il  topazio.  Con questo anello al dito sono sempre in compagnia.

Giallo bambino

Costume giallo – di Tina Conti

Lo rivedo, con quelle gambette scattanti e vivaci , sguazzare nella vaschetta di gomma posata sul piazzale di casa: aveva scelto il giallo, quei pantaloncini erano la sua passione, voleva solo quelli per fare il bagno.

Dovevano essere lavati e asciugati in fretta, senno’ si rischiavano musi e capricci, non era difficile accontentarlo, era il primo nipote e per lui si facevano capriole, anche le caramelle avevamo trovato gialle.

E la scia di giallo e’ proseguita per diverso tempo.

Un pigiamino con le papere, le ciabatte per il mare, la maglietta  con le righe.

Poi, contagiato dagli uomini di casa, è passato ai colori della squadra del cuore.

Viola la sciarpa, la maglietta, le bandierine.

Adesso non so proprio per quale colore tifa, e’affascinato dagli abiti  sportivi, dai personaggi del mondo della canzone e dai loro vestiti, dal parrucchiere si contratta per ore sulla lunghezza del ciuffo, e quante sbirciatine si da negli specchietti delle macchine.,.

Nel mio bagno si è impossessato  del gel  per i capelli, e con quanta attenzione si spazzola e liscia prima di uscire.

Fatico a stare dietro alle nuove passioni, sono sempre in ritardo.

Ridono di me quando propongo cose che mi sembravano  interessanti: -Ma nonna, queste sono cose da piccoli, a te piace sempre la peppa pig e Mascia e l’orso, ma a noi fanno ridere.

Provo a seguire le dritte che mi danno ma, sono sempre  indietro, sono io che rimango a bocca aperta quando mi istruiscono sulle potenzialità delle  nuove tecnologie; ho pensato di prendere lezioni  da un esperto per spiazzarli e stupirli!

So pero’ che non ce la faro’ mai e allora gareggio sulle mie specialità , le cose fatte con le mani , la cucina e le piante….sul disegno sto per essere superata

Ma sono contenta così, perché ora che sono diventati cinque, terreno su cui lavorare ne ho parecchio. E con i colori posso spaziare a piacimento.

Giallo struggente

Giallo struggente – di Luca Di Volo

foto e quadro di Luca Di Volo

Giallo, mio giallo, giallo struggente

Tu che inondi del giorno l’ora più morta

Fermando nel tempo eterni attimi di luce

Dell’oro imperiale colorata

Nell’aria immota qui si può vedere

Squarci insperati di strade illuminate

Sullo sfondo che ci illude

D’azzurro mare un’onda pietosa

E in questa visione il cuor si ferma

Ma grato  rivive nella sosta

In cui s’immerge in quest’ora gialla

Illuminato dal tuo struggente ardore.