Scodella sulla neve: Tina

La scodella  – di Tina Conti

Non è una scodella, ma un piccolo posacenere. Di vetro. Ho cercato fuori della mia camera  di albergo un piatto appeso  mi sembrava di averne visti in uno  scaffale di  legno, ma forse si trovano al piano  di sotto e non mi e’ facile  prenderlo  in prestito, devo accontentarmi  del posacenere che c’è in stanza.

 Avrei  usato, a casa, una bella scodella del servito buono dei mie suoceri che abbiamo ereditato, fa parte di un assortimento  per  12 persone ricevuto in dono per  le loro nozze, ha un profilo in oro ,e una decorazione sul bordo con piccoli fiori celesti, sul tavolo appare raffinato ed elegante.

Ricordo di tanti momenti e pranzi  in famiglia, viene usato con molta attenzione e solo in occasioni importanti perché è per noi prezioso e non va in lavastoviglie,  complicando le abitudini sbrigative dei nostri giorni.

Manca solo un pezzo dei dodici e sulla tavola ci riempie di gioia e ricordi.

Invece oggi le mie mani hanno toccato un oggetto rotondo, con quattro scanalature sul bordo, per poggiare le sigarette, pesante, con delle calcomanie su tre lati.

 E’ piacevole al tatto ma freddo  e piccolo se deve servire  per le due mani.

La mano sinistra ha avuto un brivido durante il primo contatto con l’acqua, poi si è rinfrescata e bagnata, la destra ha trovato un po’ di umidità e basta, si è accontentata, ho sentito che il calore della pelle asciugava presto  le mani, e ho pensato alla bellezza di questo gesto e al contatto con  questo elemento.

Amo molto l’acqua e le sensazione che dà sul corpo, come sulle mani, ho  pensato quanto e’ preziosa e indispensabile per la vita e per il mondo.

Io mi bagno spesso anche in acque poco calde, qui, all’aperto fra la neve esco quasi ogni giorno  per un  bagno in una fumante vasca da idromassaggio.

Dopo le giornate al freddo e al sole della montagna non uscirei mai da questo tepore che accarezza e avvolge, la corsa a indossare l’accappatoio risveglia subito i sensi e predispone al rilassamento nella stanza   dove posso leggere  e ascoltare musiche, sollecitata da profumi e  immagini che dalle grandi vetrate mostrano un paesaggio magico che si oscura pian piano illuminato dai bagliori delle luci che riflettono il banco della neve.

Scodella per mani sorelle: Sandra

Sorelle nell’acqua – di Sandra Conticini

Sono affezionata a queste scodelle che uso tutti i giorni ormai da anni. Ne avevo diverse, ed erano state prese con i punti e, anche se ne ho rotte poche,  ora la riserva è quasi finita. Potrebbero raccontare tutte le mie ricette buone e meno buone, il mio modo di sbattere le uova e montare chiare ed anche quanto hanno sofferto quando mia figlia ha iniziato a mangiare i primi passati di verdura. Ne ho scelta una non troppo nuova né troppo vecchia, ma comunque con dei  graffietti grigiastri sul fondo. Ormai è questo il tipo di scodella che uso da diverso tempo, è molto semplice, bianca, lineare con un fiocchetto da una parte sempre bianco. Anche se ho altri tipi di scodelle in casa a queste sono molto affezionata e non riesco a cambiarle, perchè le stoviglie bianche mi piacciono, le metto in lavastoviglie senza pericolo che cambino colore o che si scoloriscano.

Chiudendo gli occhi e passandoci la mano dentro e fuori ho sentito che il bordo era in certi punti più largo e in altri più stretto, cosa che non avevo mai notato, ho riconosciuto il fiocchetto che ha su un lato ed anche una piccola sbeccatura nella parte esterna del bordo. Poi ho messo la mano sinistra nell’acqua, mi sono emozionata, avevo paura? Non lo so, ma ero molto titubante, e quando le prime dita hanno toccato l’acqua ho sentito una specie di brivido correre lungo la schiena, forse avevo paura che  mettendola tutta nell’acqua debordasse. La mano ha sentito un fresco piacevole e allora si è rotolata in quest’acqua pulita, ma si sentiva sola e non si divertiva ma, quando ha sentito arrivare la sorella che l’ha accarezzata, hanno congiunto le dita, grogiolate in quell’acqua fresca si sono sentite contente  stando bene tutte e due.

La scodella e la magia: Anna

LA SCODELLA – di Anna Meli

            Accarezzo lentamente con due dita una vecchia scodella ricca di storie e di ricordi. Fa parte di un servito di porcellana Richard Ginori che mia madre acquistò appositamente per la  prima Comunione nel lontano 1956 e che servì successivamente per le varie ricorrenze importanti.

            E’ molto bello, fine, elegante con i suoi bordi smerlati e dorati che si rincorrono armoniosamente. Nelle fasce laterali sono raffigurati con tenui colori, tre ramages con uccelli del paradiso che sembrano bere l’acqua contenuta nella scodella.

            Con la mano sinistra sfioro l’acqua in modo leggero: sento un brivido. Le dita tremano come percorse da una corrente. Per un momento mi ricordano il vibrare del ramoscello del rabdomante e ciò mi turba piacevolmente.

            Spingo più a fondo la mano che incontra il fondo della scodella più freddo e consistente dell’acqua che nel frattempo si è leggermente intiepidita: acqua e mano, una sola cosa.

            Sovrappongo la mano destra all’altra bagnandola leggermente, ma non sul dorso; poi le unisco come in preghiera, le sfrego per asciugarle e sento l’acqua che viene assorbita dalla pelle, ammorbidendola.

            Come un lampo un ricordo si fa largo nella mia mente: il nonno che versa gocce di olio nell’acqua della scodella e una bimba che chiede “ Perchè – Quando sei stanca o hai mal di testa fai come me e guarda senza pensare a niente le gocce di olio che si allargano senza mischiarsi all’acqua e, mentre loro si allargano, i tuoi malesseri passano e ti sentirai bene , più calma e serena. Capito nonno, ciao!”

            Ora ripongo la scodella al sicuro per non combinar guai e ritorno insieme alle mie care “matite”.

Mi presento: Datantotempo (nome) Scodella (cognome) – Carla

Datantotempo Scodella – di Carla Faggi

Sei Da-Tanto-Tempo Scodella, qualche graffietto, meno candida al centro; ti racconti con le tue rughe e le tue borse sotto gli occhi, con il tuo colorito invecchiato. Però più di tante altre scodelle, quelle moderne, di design contemporaneo, sei capace di contenere acqua e in quest’acqua accogliere i miei polpastrelli, sorreggerli come piccoli gommoni in mezzo al mare, fai sentire la mia mano leggera, cara Da-Tanto-Tempo Scodella, la fai sentire così leggera che sogno la spiaggia, il mare, i bagni distesa sul filo dell’acqua che mi trasporta.

Poi mi immergo e tu cara Da-Tanto-Tempo Scodella mi fai sentire benissimo, mi ci fai entrare tutta contenendomi però benissimo, mi fai sentire protetta, proprio come per chi inizia a nuotare allungare un braccio e trovare il gommoncino che lo salva.

Con l’altra mano ci si sta stretti, ma va bene così, sciaguattiamo un po’ e poi usciamo.

Proprio ora diventi magica, una ampolla di Acqua Santa, la Chiesa. Il Sacerdote, la Santa Messa, il Battesimo, le mie mani che benedicono il mondo.

È incredibile questa sensazione per una come me, che con la Chiesa Cattolica non ha mai avuto un buon feeling, ma il battesimo, la purificazione, l’inizio di un nuovo percorso stanno esercitando su di me un fascino incredibile.

Grazie per questa emozione, cara Da-Tanto-Tempo Scodella.

La scodella senza ricordi: Mimma

Il mare nella scodella – di Mimma Caravaggi

E’ principalmente azzurra con fiorellini blu e una farfallina sul fondo. E liscia al tatto, non ha grumi ed è piacevole sentirla sotto le dita che la esplorano. E’ stata appena comprata, non ha ricordi. Se metto la mano nell’acqua metà resta fuori poiché la scodella è piccola ma il suo contatto sulle mie dita è gradevole, gentile, fresco e leggero come se mi si fosse posata sopra una delicata farfalla che mi fa un po’ di solletico. Sensazione tutt’altro che brutta anzi deliziosa. Congiungo le mani e la freschezza dell’acqua raggiunge l’altra, ancora calda che si raffredda, pian piano ma piacevolmente e un ricordo riaffiora nella mente: vedo il mare immenso, azzurro calmo, liscio come l’olio dove giornalmente mi tuffo felice come un piccolo pesce rincorso da altri che non danno tregua. La sensazione con l’acqua è di felicità, di gioco, di libertà. Ormai sono tanti anni che non percepisco più queste sensazioni.

Acqua nella scodella: Stefania

Esperienza acquosa – di Stefania Bonanni

Un materiale liscio, scivoloso e colorato: fa pensare a un utilizzo per materiali morbidi, da non tagliare, che non si producano strisce o graffi, non  è piatto da strappi, ma da soffi e da lingua, non da denti. Quando si riempie d’acqua si riempie di un liquido rosa, come se il colore del piatto fosse ceduto al liquido, come se tutte e due avessero cambiato stato:  la ceramica diventa molle e l’acqua diventa ceramica. Acqua che accarezza, che sostiene, culla e disseta, anche se non se ne inghiotte arriva la soluzione alla sete dal tatto, dalla pelle che si ammorbidisce e si rinfresca dalle dita, che si allungano e si distendono. Ad occhi chiusi si beve dai mignoli che quando si compattano destro contro sinistro diventano una zattera in un mare fresco, pulito e casalingo e bevono le radici aeree della nostra pianta, bevono per calmare i sensi e per far fiorire le gemme perché il ramo non era secco e l’acqua fa miracoli. Acqua benedetta, potrebbe essere tutta benedetta l’acqua della nostra vita, acquasanta  che ci si accorge dei miracoli che fa solo quando manca.

Riflessione successiva

Mani sorelle nella scodella – di Stefania Bonanni

Mani sorelle, e davanti scodelle.

 Scodelle di casa, ripiene di vuoto.

Gli occhi son chiusi, il vuoto è riempito di materia divina, che piove dal cielo, sfama la terra.

Mani costrette toccano timide il margine dove l’acqua diventa aria, e spaccano il velo che distacca e separa.

La carne si bagna, il brivido scuote, gli occhi vedono fiumi, mari, laghi, di cielo e di stelle specchiate, di lune e tramonti riflessi, di giochi, di schizzi e di giorni leggeri, nell’acqua, con  l’acqua.

Acqua magica, che accoglie le mani e fa volare lo spirito. Acqua che benedice la vita, che è linfa e fa crescere, fiorire, sbocciare, profumare. Acque che si rompono, e sbarcano alla vita uomini e donne nuove. Acqua che porta via lo sporco, fa risplendere e lucida. Acqua che si mescola e diventa pane, sfama.

Acqua dentro di noi, che scorre con il sangue nelle vie tortuose delle strade sconosciute che ci abitano.

Acqua come uomini, perché non sempre è buona. Non fa crescere tutti nello stesso modo, ed anche il pane non c’è per tutti. Neanche l’acqua c’è per tutti, e chi deve solo girare una maniglia per farne uscire un fiotto, spesso non la riconosce, e la sciupa. E quella di troppi mari si è portata via, giù nel profondo, umanità disperatamente alla ricerca di un posto nel mondo dove vivere.

La scodella abbandonata: Patrizia

Scodelle – di Patrizia Fusi

La scodella azzurra è un abbandono, rimasta dopo una festa fra ragazzi a casa mia. Quando ho cercato di restituirla non era di nessuno, così è rimasta abbandonata e io l’ho accolta.

La bianca è un desiderio: quando mi sono sposata usava avere il servito buono per le feste o per quando c’erano ospiti.

 Avevo dei piatti che non mi piacevano, desideravo il modello della Antica Doccia Ginori per la sua classicità e per il motivo che, se ne rompeva uno, si poteva ricomprare.

Così comprai un servito di piatti bianchi di porcellana: 18, scodelle, 18 piatti piani, 18 piattini e tre zuppiere, marchio coop.

Quando ci ritrovavamo tutti inseme con la famiglia, o con gli amici, arrivavamo con facilità anche a quindici persone, fra grandi e piccini, così avevo il piacere di apparecchiare con il servito buono, che è stato di una qualità eccellente e ancora tuttora in vita. Mi è sempre piaciuto stare insieme, anche se l’età mi ha ridimensionata.

Quando a occhi chiusi ho accarezzato le due scodelle ho avuto sensazioni diverse, l’azzurra è di una forma lineare, sotto il bordo ho sentito una piccola scheggiatura, mi piace il contatto con la superfice liscia e fresca.

La bianca ha il bordo con delle scanalature in rilievo, la superfice piacevole al tatto.

Quando ho messo l’acqua ho scelto quella bianca, ad occhi chiusi con la mano sinistra ho sfiorato l’acqua, l’ho sentita impalpabile sotto i polpastrelli.

Ho immerso tutta la mano sinistra nella scodella, l’acqua mi accarezza come quando sono in piscina, mi abbraccia e mi fa sentire leggera, e il pensiero scorre agile come le bracciate.

La mano sinistra esce dall’acqua e si congiunge con il palmo della destra, sensazione di fresco, il dorso è caldo.

 Le due mani si immergono insieme nella scodella, si muovono, si accarezzano, lo spazio è poco e si accucciano vicine a pugni chiusi, piacevole l’acqua fra le dita.

Incontro del 9 febbraio 2022: Il gioco delle scodelle

con Cecilia Trinci

Il gioco delle scodelle ci ha consentito di sentirci unite, utilizzando un’esperienza sensoriale legata all’osservazione di una scodella, scelta da ognuno di noi tra le proprie, riempita successivamente di acqua, con cui le mani hanno giocato, prima la sinistra e poi la destra a seguire.

Splendida la discussione e la condivisione degli scritti

Festival delle storie: Vanna

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

LA FORMA DELLA SOLITUDINE – di Vanna Bigazzi

Neanche il lontano effluvio di quel cibo profumato lo distolse,

la nebbia, sul lago, offuscava i suoi pensieri.

La solitudine, dalle oscure forme,

solo ombre poteva incontrare.

Lo sguardo non si apriva all’infinito…

Nella sua mente stanca,

gli alberi, agli argini dell’acqua,

disegnavan canoe senza destino.

Sospiro`, in quello stato immobile.

Attendeva una voce, lo sguardo di qualcuno,

poteva solo parlare a se stesso.

L’alba era verde e fredda,

in quel luogo di ombre care.

Come in sogno gli apparve il volto amato,

fuggito per sempre, senza lasciare indizio.

“Potesse qui mostrarsi per magia…

Manifestarsi, nel suo dolce splendore!”

Dalla nebbia, in lontananza,

una figura bruna,

confusa fra le nuvole lacustri

e mano a mano, piu` limpida appariva,

gli sorrideva armoniosa e felice.

I suoi lineamenti ravviso`,

prodigio, meraviglia quel che vide,

insperata grazia gli pervase il cuore.

Come Madonna di bianco vestita,

suora gli apparve, generosa e santa,

intuiva il suo tormento e la mano gli tese,

non fu un saluto, solo accoglienza divina

Festival delle storie: Patrizia

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

Sul lago dorato- di Patrizia Fusi

Ho ricevuto uno strano messaggio che mi invitava a un incontro, nel mio paese d’origine Castiglion del Lago, presso l’albergo Florida per sabato venticinque Settembre, questo mi ha incuriosito, ho deciso di cogliere l’occasione e di prendermi una settimana di vacanza.

E’ stato piacevole ritornare al paese, ho trascorso una settimana intensa, ho ripercorso tutto il paese, ci sono stati tanti cambiamenti nei trent’anni che sono mancata, in piazza Mazzini è ancora aperto il bar dove ci trovavamo noi ragazzi, causa la pandemia ora hanno posizionato dei tavolini all’esterno del bar; arrivano quasi alla fontana.

Sono entrata ho provato piacere e nostalgia, non ci sono più i vecchi proprietari ma una coppia di giovani, l’interno del bar è stato rinnovato, anche il consumare è cambiato ora vanno di moda gli apericena.

Nel centro alcuni negozi storici sono rimasti, tanti altri cambiati, sopraggiunti quelli di elettronica e telefonia.

La macelleria di Roberto è rimasta, ora è gestita dal figlio, hanno specialità di insaccati umbri, accanto  c’è ancora l’ortolano con in bella mostra le primizie e i prodotti tipici del luogo olio e vino compreso, manca il vecchio proprietario il mitico Maurizio e il suo rosso gattone Tigro che era fisso in una comoda cesta posizionata all’esterno sotto il banco delle primizie, era come controllasse l’entrata, Maurizio era personaggio sempre pronto alla battuta con i suoi clienti e anche con noi ragazzi, ironico e pungente ma mai cattivo.

Il negozio d’abbigliamento Marisa ha ancora in esposizione capi di fattura elegante, noi giovani allora li vedevamo come vestiti per vecchi, ora sono di mio gusto.

Ho passato delle belle giornate sulla spiaggia, facendo il bagno anche se l’acqua era un po’ freddina e a crogiolarmi al sole come una lucertola.

In qualche momento mi sono sentita sola, non ho legato con nessuno nell’albergo anche perché è mezzo vuoto.

Ho pensato molto all’appuntamento di sabato mi sono venute alla mente molte possibilità sulla persona che mi ha invitato, forse una l’ho azzeccata.

E’ arrivato sabato mattina: dopo la giornata calda di ieri il lago e il paese sono avvolti in una fitta nebbia, si intravede con difficoltà la forma delle cose che ci circondano, i raggi del sole filtrano appena attraverso quella coltre umida e grigia.

L’appuntamento è per le nove e trenta, per tempo mi sono seduta infondo alla sala su una morbida poltrona rossa, controllo l’entrata, l’inquietudine mi prede lo stomaco, un profondo sospiro mi esce dal fondo del cuore, mi sento sola.

Ci sono altre due persone: una suora è vicina alla grande finestra che affaccia sul lago, mi volta le spalle, sta leggendo un libro, ogni tanto alza gli occhi e scruta fuori come stesse aspettando qualcuno.

Nella terrazza coperta adiacente alla sala ci sono delle poltrone di vimini con dei cuscini con grandi fiori rossi, della stessa tonalità della mia poltrona, il tutto è un po’ retrò, su una di esse un uomo di mezza età fuma nervosamente, nel guardare il suo profilo mi sembra una persona conosciuta.

Nell’attesa continuo a scrutare quello che mi circonda per staccarmi dalla malinconia che sento dentro di me, la sala viene invasa da un forte odore dalla cucina, sembra zuppa di porri che è una specialità dell’albergo, ma a questa ora del mattino questo odore mi dà fastidio.

Vedo arrivare un bel signore, lo riconosco se pur cambiato…. ma e Paolo!!!!! Va diretto nella terrazza e si avvicina a testa bassa con decisione, i due si guardano con intensità si stringono la mano con vigore, li vedo emozionati ma felici di vedersi.

Paolo si guarda intorno: vede la suora, la riconosce, la chiama: Elisabetta!!!!

Carla si è già alzata e va incontro ai suoi amici emozionata.

Da quando Paolo scappò via dal paese rendendosi conto di essersi innamorato di Marco, il rifiuto di lui, per codardia e il poco coraggio di affrontare le proprie diversità, il giudizio delle persone, tutto da allora era stato doloroso.

Da allora si erano allontanate le vite, ognuno con i propri segreti.

Era venuto il momento dei chiarimenti, della comprensione e del perdono.

Chi era stato a richiamare tutti lì, quel giorno, in quella stanza, su quel lago dorato nessuno lo seppe mai.

Vi ricordate questa lettura?

Febbraio 2019

Ti sento Giuditta di Piero Chiara

Più di una volta, da ragazzo,  gironzolando sul porto avevo notato che uno dei più seri frequentatori del caffè Clerici, Amedeo Brovelli, ex commerciante ritirato dagli affari con poca rendita, nelle giornate di tramontana stava fermo per ore intere sul molo coi capelli grigi arruffati dal vento che lo prende va di spalle. Non pescava e neppure abbassava gli occhi sullo specchio d’acqua del porto ma teneva lo sguardo rivolto verso il paese senza espressione come se guardasse nel vuoto.

Incuriosito gli passavo davanti e lo osservavo senza che se ne accorgesse, tanto era rapito Alcune volte aveva addirittura gli occhi chiusi e un sorriso sulle labbra.

 Fui il solo ad accorgermi di quella sua abitudine e a notare che le sue estasi coincidevano con i giorni di vento. Negli altri giorni pescava con grande attenzione attendeva la sua barca i suoi attrezzi oppure leggeva il giornale al caffè.   Finì col prendere in simpatia e col fidarsi di me come rematore quando pescava alla tirlindana lo spostavo verso le rive dove erano posate sul fondo le fascine predisposte per la nidificazione dei pesci e docile sui segni e restavo la barca che diavolo lentamente stavo con i rem in aria quando capivo che il pesce stava abboccando e non bisognava fare rumore nell’acqua.

Un giorno di vento che gli giravo intorno sul molo mi chiamò a sé:

Mettiti come me, disse, con le spalle al vento.

Obbedii subito e steti per un po’ nelle raffiche

“Alza un po’ di più la testa, respira lungo, adagio, mi diceva, senti niente?

 Niente

 Lui invece sentiva perché socchiudeva gli occhi estasiati e mormorava le vacche! i boasc i boasc! Riapriva gli occhi e dopo un po’: il pane il pane a Cannobio il pane fresco non lo senti?

Cannobio era sull’altra sponda del lago a 8 km. Capii di colpo che il Brovelli sentiva l’odore del pane nel vento, del pane che usciva in quel momento da un forno a Cannobio e subito mi parve di sentire anch’io  quell’odore.

 Lo sento dissi lo sento. Micchette, micchette di semola

 Bravo! gridò il Brovelli, proprio micchette e  tralasciando un momento di sentire mi spiegò che il vento fa come l’acqua della Tresa intorno ai piloni del ponte di Germignaga:  si divide contro il barbacane poi si riunisce subito dopo.  Mettendosi con le spalle al vento l’aria si divide dietro la nuca e si riunisce sotto il naso.  Sapendola aspirare delicatamente si possono sentire gli odori che porta con sé da lontano.

 Il lago mi spiegava non ha odore sotto il vento e non turba quelli che gli passano sopra. Stando sul molo dove arrivano le raffiche si possono distinguere tutti i sentori che il vento scendendo dalla Svizzera raccoglie lungo le valli dell’altra sponda.

 Ecco diceva lo senti ora l’odore delle vacche? Aveva ragione si sentiva benissimo l’aroma delle stalle!

Ormai avevo imparato e quel giorno come lui sosteneva era una giornata buona perché passò ancora un paio di volte l’odore del pane fresco e anche con sua grande gioia l’odore delle capre.

 Le capre le capre  sussurrava toccandomi ed era vero si sentiva leggero ma inconfondibile l’odore dei becchi e delle capre che stavano sotto le rocce e sui greppi delle vallate di confine. D’ un tratto e non poteva venire che da Brissago sulla sponda Svizzera sentimmo insieme l’odore del tabacco che usciva dalla fabbrica dei sigari.

Gridai  per primo: I toscani! I toscani di Brissago! fu una prova che prima non avevo ammesso di sentire il pane e le capre solo per compiacerlo.

 Il tabacco disse si sente raramente ma oggi arriva con piacere: Toscanelli toscanelli di Brissago!

 Era davvero una gran giornata per gli odori forse una mattina di fine Marzo o dei primi di Aprile quando gli odori sono ancora pochi e si possono distinguere nettamente. Sentimmo le vacche, le capre, il pane, tabacco perfino la polenta! Poi ci arrivò un nuovo messaggio ci guardammo ognuno in attesa che l’altro parlasse per primo non osavo arrischiare il nuovo odore e lasciai che lo annunciasse lui ma era chiaro che si trattava di caffè tostato

Questo viene da Locarno disse, 20 km! qui vicino alla torretta siamo nell’angolo giusto per sentire Locarno….. che caffè! (…)

Anni più tardi, quando il Brovelli era morto, passai mattine intere sul molo per risentire gli odori, ma avessi dimenticato la posizione esatta o l’angolo giusto, non mi riuscì di sentire altro che l’odore d’acqua e quasi di luce che ha sempre il vento al mio paese.

Festival delle Storie: Luca

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

Storia di una suora e di un pianeta – di Luca Di Volo

Finalmente si avvertì il sordo rimbombo della nave che toccava il suolo… l’ultima parte dei viaggi era sempre così noiosa, snervante addirittura, a quelle velocità da lumaca, dopo la fantastica cavalcata a inconcepibili velocità attraverso le stelle…Il solito pensiero, che si ripeteva ininterrotto ad ogni arrivo su un suolo sconosciuto…

Con un sospiro rassegnato il comandate Andrei Toshimura fece spengere i motori . E anche quello era un istante magico… silenzio, finalmente il silenzio… l’attimo indefinibile tra l’immobilità e l’azione… Gli faceva ritornare sempre in mente l’Auriga di Delfi…sospeso tra l’essere e il non essere… come tutti loro, fermi, finalmente fermi ma pronti a muoversi per incontrare… cosa… ? ! Nessuno lo sapeva con sicurezza… e gli oblò lasciavano passare solo una pallida luce rosata… Secondo i calcoli doveva essere un’alba… Ma forse anche no… l’universo era tanto strano…

Però, almeno,  l’aria era respirabile, e avevano visto che erano atterrati sulle sponde di un magnifico lago verdazzurro… che, secondo ogni logica, doveva essere composto di acqua…. la buona vecchia H2O… che sembrava occupare tutte le nicchie possibili … ma non si poteva mai dire…

La snella figura di Suor Virginia stava già scalpitando impaziente davanti alla cabina d’uscita…Suor Virginia… ? ! Macchè… si sbagliava sempre… quella  era la dottoressa Virginia Adani, una delle esobiologhe più note della Terra…ma anche una Suora … dell’ordine delle Carmelitane, per l’esattezza… Eppure la tuta che indossava non assomigliava neanche lontanamente all’abito monacale… su questo la Marina Spaziale era stata fermissima… e anche il  Papa, Alessandro XII… aveva dovuto cedere … andassero pure le suore scienziate a zonzo per l’universo, ma con le uniformi prescritte… L’unica differenza era una piccola croce sulla spalla e un nastro bianco tra i capelli fulvi, tagliati cortissimi, pallida immagine dell’antico velo monacale… Per il resto era un membro dell’equipe scientifica… niente di più… e niente di meno…

E infatti, appena aperto il portellone d’uscita, lei e i membri della sua squadra sciamarono fuori come uno sciame d’api curiose… Lui no… non poteva, ancora… era il Comandante e doveva controllare un milione di cose…

Emise un altro sospiro, più forte, questa volta, dicendo al suo secondo che gli sedeva accanto…”Ma lo sai che qualche volta invidio gli scienziati… io per loro sono solo l’autista che li porta dove vogliono andare… A volte vorrei far domanda di cambiare mestiere… e ora perche’ ridi Alexiei? ! … ”

“Rido perché ho capito cosa ti fa tanto desiderare di fare lo scienziato… ”… Alexiei Kerenski, il secondo, a volte non rispettava per nulla la gerarchia… ma in certe cose, come diceva sempre, avere antenati Russi era un vantaggio…si vantava di quello che chiamava “sciamanesimo slavo”…una specie di telepatia di bassa lega… però era un simpaticone . ”Attentare alla virtù di una suora è sacrilegio… lo sai? ! ”

“Maledetta lingua lunga… smetti di dire stupidaggini e vai a controllare i motori…e ringrazia il tuo Dio che oggi si festeggia l’atterraggio e sono benevolo…”

Però quel maledetto sciamano non si era inventato proprio tutto…Altro sospiro… e il comandante Toshimura si immerse nei suoi doveri…

Intanto la squadra di scienziati era già partita per esplorare il pianeta…coi mezzi veloci e gli strumenti moderni non gli ci sarebbe voluta più di una settimana (tempo della Terra) per fare un quadro generale…

Ma il tempo passava veloce e alla fine anche il nostro comandante potè  varcare la soglia di quel mondo sconosciuto… e uscire all’aperto.

Lo accolse uno spazio immenso… si era quasi dimenticato quanto realmente fosse grande un pianeta… e quanto angusta fosse stata fino ad allora la sua dimensione abituale… anche se la nave al suo comando era oggettivamente gigantesca… ma in confronto ad un pianeta …

Passato quell’attimo di agorafobia, ebbe più agio di concentrarsi sul panorama. Estraneo…alieno… la prima definizione a venirgli in mente fu questa…  ma si rispose da solo “ E cosa credevi di trovare? ! ”. Sorrise a sé stesso… ormai avrebbe dovuto abituarcisi… ne aveva visti tanti… ma niente, la stretta al cuore era sempre la stessa…Il fanciullino che era in lui, come tutti gli umani, cercava la casa e la mamma… la protezione di qualcuno.

Guardò il lago. Avevano sbagliato a giudicarlo azzurro…visto da vicino invece era di un bel verde profondo… lo specchio di un cielo dello stesso colore, più sfumato, magari… Colpa della stella intorno a cui orbitava… meno gialla del suo Sole… appena appena più calda… un po’ più azzurra, appena appena… ma bastava per cambiare tutto.

Il resto del paesaggio era senza storia… secco, morto, piccoli avvallamenti… niente montagne… niente nuvole… Una specie di spazzatura dello spazio… solo strane luci che sembravano oscillare su quel lago… forse erano effetti ottici… barbaglii luccicanti, chissà.

Si distrasse da tutto questo:la spedizione stava ritornando… e suor Virginia insieme ai suoi assistenti  stava incamminandosi verso la nave…

Quando passò davanti a lui alzò lo sguardo, e l’espressione che vi lesse gli dette una stretta al cuore… povera Virginia… un’altra delusione.

Lui lo sapeva bene perché la dottoressa Virginia Adani, alias Suor Virginia, passava la vita a zonzo per l’universo… nonostante la sua granitica riservatezza non era un segreto per nessuno. Cercava quello che tutti cercavano… l’umanità intera, senza luogo e senza tempo, dalla comparsa dell’autocoscienza…la domanda eterna:”C’è qualcun altro. , siamo soli? ! ”

Ma in lei c’era qualcosa in più… una fede, fieramente sostenuta dalla scienza…a volte addirittura un po’ fanatica. Una miscela esplosiva che si traduceva in una determinazione quasi mistica.

Eppure non era priva di sentimenti. I suoi lati umani erano ugualmente pieni e totalizzanti, i due lati in lei si pareggiavano… Dava l’idea di poter essere scienziata, suora devota e… perchè no… allo stesso tempo splendida amante appassionata. In lei non c’era contraddizione alcuna.

Calava la sera su quel mondo straniero, quando Virginia (la chiamerò così, senza tanti titoli) si fece ricevere dal Comandante, e senza tanti preamboli gli chiese dipoter passare la notte FUORI della nave, a poche decine di metri, ma FUORI.

Al povero Andrei gli diventò bianco un ciuffo di capelli… la prima risposta sarebbe stata un secco e ghignante no, reciso… ma non si poteva… Quella che aveva davanti non era una persona qualunque… e forse aveva le sue ragioni, che lui non comprendeva.

Quindi… bisognava trattare, sforzarsi di raggiungere un compromesso, che  salvasse almeno le apparenze.

Perciò l’autorizzò a rimanere fuori della nave durante la notte, ma sorvegliata a vista da tre robusti marines armati di tutto punto… e non si sentiva tranquillo neppure così…Comunque… incrociò le dita…

E all’alba di quella notte insonne si sentì ancor meno tranquillo quando, passando per le camerate, vide i tre eroici marines, incaricati di sorvegliare Virginia, che stavano beatamente dormendo nelle loro brande.

L’urlo del comandante svegliò tutti, compresi i tre malcapitati che, nudi com’erano si alzarono in piedi facendo il saluto militare…ma Andrei non era in vena di comicità. A voce pericolosamente bassa disse:” E come mai non siete fuori con suor Virginia(ora gli piaceva chiamarla così)? ! ”

I tre cominciarono a mugolare… ”Comandante … non è colpa nostra…”uno parlava e gli altri scuotevano la testa… poi parlava un altro e scuotevano la testa gli altri due… ”Ce lo ha detto lei…voglio star sola… ”… ”Noi non volevamo… abbiamo tenuto duro… ma poi lei ha fatto valere il grado…e allora bisognava obbedire… ”

“E l’avete lasciata SOLA? ! ! ”. IL ruggito fece tremare le paratie del locale…. ”Maledetti imbecilli, deficienti… (e qui mi fermo, dato che la Marina Spaziale a volte usa vocaboli che potrebbero offendere l’orecchio dei lettori)…ma ne riparleremo alla base… ”Alexiei… ! ! ”Altro urlo… ”Metti ai ferri questi disgraziati… e nella cella più oscura nella nave…poi preparami un rapporto per la corte marziale… ”

 I tre malcapitati uscirono, prendendosi mentalmente a calci per essersi arruolati …però una come suor Virginia … chi la poteva prevedere? !

Ma lasciamo i tre poveracci alla loro sorte…

Per fortuna era quasi l’alba, e anche dagli oblò si poteva scorgere la figura indistinta della suora, sulla riva del lago.

In un attimo Andrei e la scorta furono fuori e raggiunsero Virginia in un batter d’occhio.

Ma arrivatile vicino si fermarono di botto, sgomenti.

La dottoressa Adani era immobile, inginocchiata… gli occhi verdi brillavano per l’estasi…

Che gioielli…mi dispiace dirlo ma questo commento fuori luogo fu proprio il comandante a farlo… completamente a sproposito… già perché tutto l’atteggiamento di suor Virginia era tale da incutere rispetto e… quasi timore…

Passò un po’ di tempo… che sembrava essersi fermato per tutti, quando finalmente lei percepì la loro presenza. Ma non cambiò umore, anzi, apparve felicissima di vederli…Lo smagliante sorriso lo confermò subito.

Intanto Andrei ragionava furiosamente…si girò intorno:nulla, la solita desolazione…si fissò sul lago… se poi “era” un lago… e su quelle luci … quelle luci… Ora parevano vive… sentì di odiarle istintivamente, afferrò un sasso e con una cavernicola reazione, fece per tirarlo dentro al lago…Con uno scatto felino Virginia gli afferrò il braccio… era sconvolta.  “Fermo, fermo, Andrei(era la prima volta che lo chiamava cos’), fermo, per l’amor di Dio…sono questi i nostri… i nostri fratelli…li abbiamo trovati…”E i suoi occhi parevano amplificarne lo splendore… ”Io devo restare qui… devo imparare tante cose… tante cose…, tornerete … oh sì che tornerete… e allora potrò dirvi tutto… e festeggeremo…Andrei, la mia è una promessa… sarò ancora umana, non preoccuparti, ma ora devo restare… ”

E fu necessario ancora un compromesso…Sarebbe restata in quel desero, sì, ma con adeguata scorta di uomini armati, viveri… e tutto il resto… Un bel rischio ma se lei avesse avuto ragione anche in minima parte… si doveva rischiare…

E così lei rimase… aveva davvero trovato il suo Dio? ! Nessuno poteva dirlo… ma neanche negarlo…

Ma ormai il tempo era scaduto… bisognava partire. I motori della nave già stavano rombando.

Andrei, solo nella sua cabina, era lì col corpo ma la sua anima era altrove… accanto all’adorata Virginia… sulle rive di quel lago ultraterreno…e se si fosse sbagliato… la Chiesa avrebbe chiesto e ottenuto la sua testa… e la Marina gliel’avrebbe data volentieri…

E proprio in quel momento gli giunse un penetrante odore familiare… chissà perché, forse per festeggiare la partenza, il cuoco aveva deciso di cucinare la zuppa di porri… quella della sua infanzia…  

Suo malgrado gli occhi gli si riempirono di lacrime… non sentì neppure la tremenda pressione  dell’accelerazione che spingeva la nave lontano da quel mondo… nell’universo senza fine… e senza tempo.

Aria di febbraio: alberi e uccelli

una foto di Cecilia:

foto di Cecilia Trinci

Disegno di Lucia Bettoni e pensiero di Rossella Gallori

disegno di Lucia Bettoni

Pensiero – di Rossella Gallori


fiori all’improvviso
lo vidi sorridere nel giardino difronte al mio.
ammiccava alla mia erba che in un giorno di sole mostrava un vestitino color prato..
vidi mille pettirossi fare il girotondo.
vidi i tuoi occhi guardare i miei tra le foglie
fu quasi estate …un giorno….un anno

Altri uccelli in una foto di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Incontro del 2 febbraio 2022: le storie

con Cecilia Trinci

La Candelora. Il cielo è sereno, il sole deciso, almeno nel primo pomeriggio. Ci incontriamo quando la luce comincia a calare, ma l’aria di febbraio contiene già una promessa di primavera e trasmette speranza di uscire presto dal tunnel del Covid. Così mi azzardo a prevedere, verso maggio che arriverà, una “festa finale” in presenza, con tanto di abbracci a lungo repressi, chiacchiere dal vivo e buon cibo da assaggiare.

Vorrei portare, quel giorno, la lettura “a più voci” del frutto saporito del nostro Festival di storie, che mi piace commentare oggi, sottolineando i diversi “incipit” che subito ci fanno catapultare dentro le belle storie, ognuna diversa dalle altre, i diversi ambienti e registri comunicativi.

Riassumiamo insieme le storie fin qui pubblicate, che seguono il carattere di ogni autore, con adeguato stile perfettamente riconoscibile, in cui ognuno di noi sa esprimersi al meglio: una carrellata di parole suggestive, che suggeriscono senza appesantire, emozionanti senza retorica, colorate senza zavorre.

Festival delle Storie: Tina

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

Il lago dorato – di Tina Conti

Era arrivato presto, voleva rivedere nei dettagli il risultato di quel lavoro.

Certo, a due anni di distanza le ferite portate dalle macchine che avevano spostato, aggiunto, dato forma a quelle montagne di detriti della vecchia cava di pietre, non si notavano più, erano cresciuti i pioppi, le fasce colorate di mirti e piccole ginestre, i muschi avevano coperto le pietre.

E quanta acqua, limpida e cristallina ondeggiava fra le canne.

Il vento portava profumi di legna bruciata, odori che lo riportavano all infanzia, quando tutte le case avevano stufe e bracieri e quegli  odori facevano sentire casa e calore.

La giornata era passata veloce, ora con la bruma che velava tutto. Si sentiva sereno e soddisfatto, era venuto un buon lavoro, il lago rimediava a quella necessita’ idrica che la miniera aveva  creato

La falda si era dispersa e la vita dei paesi vicini era diventata difficile.

Era talmente ricco di acqua che  dietro l ‘albergo stava nascendo una struttura elegante e bella con un campo da golf perfetto.

L’albergo dietro  il tabernacolo aveva ricominciato a lavorare, accoglieva con semplicità chi cercava ritmi lenti e profumi antichi ma non aveva riscaldamento.

Voleva trascorrerci dei giorni con i suoi ragazzi, distratti da tutti  i  nuovi marchingegni elettronici, avrebbe  prenotato una settimana a maggio,  gli ultimi lavori sarebbero stati finiti, non era possibile non aver previsto un impianto adeguato.

Sicuramente avrebbero avuto anche la commissione per il nuovo  lago  in Abruzzo dove un situazione simile  richiedeva competenze e sensibilità come le  loro. Ultimamente piccole incomprensioni, cose non chiarite, e poi, il ricovero in ospedale, avevano creato una distanza che doveva essere superata.

Si sarebbero incontrati, avevano riservato un grande spazio per  mettere a punto gli elementi per la nuovo progetto che aveva tanto in comune con questo.

Si fermavano al convento, suor  Giustina, aveva provveduto a preparare le loro camere, spartane e fredde sicuramente, in albergo non volevano andare.

Architetto, il suo ospite l’attende vicino all’ingresso, si è seduto su una poltroncina di vimini, fa un freddo cane, io l’ho invitato ad entrare ma non ne ha voluto sapere.

Era sciupato e un po’ curvo, aveva passato un brutto momento, forse  tutto si sarebbe risolto in breve, occorreva tanto tempo per la riabilitazione.

Vestiva pero’ con ricercatezza e aveva accostato il gilè con i calzini  in modo giovanile e scanzonato, quanti bei momenti avevano passato insieme.

Si salutarono con calore, dimenticando  la distanza che li aveva allontanati.

Vieni, con la luna, ti apparirà uno spettacolo da sogno il nostro lago.

Io, mi sono incantato, è ‘tutto il pomeriggio che giro, non mi aspettavo questo risultato. La vita e ‘ tornata fra quei rovi e brutture lasciate dalla miniera abbandonata. Il lago rifletteva una luce magica e  ombrosa, la luna velata faceva  nascondino fra gli alberi.

Si persero nei ricordi, nelle chicchere, nel ricordare i giochi della loro infanzia, si sorpresero quando videro tanti lumicini che giravano per il bosco.

Sentirono voci , suoni e un campanello, le suore spaventate non vedendoli rientrare si erano messe a cercarli portando pile e lampade per farsi strada.

Ci avete fatto impensierire, disse Giustina, sono le 9,40 passate,

Noi si chiude il convento, e voi vi siete persi la cena.

Nemmeno un po’ di minestra sorella ci potete dare, ci accontentiamo

Entrate vi  lasceremo il tegame con la zuppa di porri  che avevamo preparato

Per domani, servitevi da soli, noi abbiamo le funzioni, buonanotte disse con un 

 Sospiro di sollievo.

Festival delle Storie: Anna

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

NEL CONVENTO – di Anna Meli

foto Pixabay

            In alto sulla collina non molto distante dal paese c’era il Convento.

            Da lassù, facendo un giro di 360°, si potevano osservare in lontananza catene di monti azzurrognoli che, a prima vista, sembravano più bassi, ma così non era.

            Nelle giornate limpide il sole al tramonto vi si nascondeva e, con gli ultimi raggi, illuminava obliquamente a valle un piccolo lago dove le rane gracidavano quiete nascoste nel canneto.

            Vecchie mura coperte di edera circondavano il convento proteggendo preghiere e silenzio in un’atmosfera di impalpabile misticismo. Un tempo molte suore venivano mandate là per gli esercizi spirituali; poi pian piano con l’avvento della modernità e forse anche a causa delle minori vocazioni, il convento era diventato casa di poche religiose che, un po’ per necessità, un po’ per non sentirsi troppo sole avevano pensato di essere utili alla gente del paese mettendo su un piccolo asilo per i bimbi.

            Suor Rosaria si occupava della spesa e della cucina, Suor Brigida stava con i bambini impegnandoli nei giochi e le altre tre sorelle ormai vecchie passavano la maggior parte del loro tempo lavorando a maglia o sonnecchiando con il rosario in mano in una tiritera di litanie e ora pro nobis.

            Quel giorno tutto si svolgeva come di consueto: le tre vecchie suore godevano del tepore del sole di aprile snocciolando il rosario, i bambini correvano rossi e felici dietro una palla e suor Brigida con la veste impolverata faceva l’arbitro moderatore della competizione.

            Un odore di zuppa di porri proveniente dalla finestra della cucina si spandeva nell’aria facendo indovinare il menu di mezzogiorno.

            Forse attirato da quell’odore forte, forse perché stanco, un vecchio malconcio con in testa un cappellaccio sformato, la barba lunga di giorni, appoggiandosi ad un bastone d’occasione, si era fermato davanti al cancello e faceva dei gesti per attirare l’attenzione.

            Suor Brigida senza esitare lo aveva fatto entrare e gli aveva offerto una sedia per riposare, mentre i bambini osservavano incuriositi bisbigliando fra loro. Gli fu portata una brocca d’acqua con la quale si sciacquò le mani e un po’ il viso; bevve la rimanente emettendo un sospiro di gradimento.

            Da poco era suonata la campana che avvertiva l’ora di pranzo e i bambini si erano già seduti al lungo e basso tavolino aspettando, con una fame da lupi, ma…quel giorno fu deciso che avrebbero mangiato in cortile seduti sul muretto insieme a quel singolare “signore”.

            Fu una cosa nuova, ma apparve semplice e naturale. Dopo aver mangiato, il vecchio ringraziò molto educatamente per l’ospitalità e, frugando nel suo borsone, tirò fuori delle noci, una per ogni bambino, quasi fosse il nonno di ognuno. Poi in modo goffo tese la mano verso suor Brigida che ricambiò abbastanza imbarazzata con una stretta sfuggente mormorando:- Sia lodato Gesù Cristo- 

Lui rispose alzando gli occhi al cielo:-Sempre –

E…non è solo fantasia

Festival delle storie con scherzo: Anna

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

SCHERZO – di Anna Meli

foto Pixabay

Nonna Regina

impastava farina

sul marmo del tavolo

nella grande cucina.

Faceva del pane

da unire alla zuppa.

La zuppa di porri

che a me non piaceva

– non mangi? – gridava

e poi sospirava

– ma guarda che roba!

non  vedi che invita

a schiuder le labbra

ed aprir la bocca?

Ha un gusto squisito

di terra, di campo

di aria pulita. –

– Sarà – ribattevo

– mi sembra più puzza

di roba avariata

ti prego non posso gustarla

piuttosto propongo

del pane dorato

appena sfornato

con olio e del sale

ti prego nonnina

non avertene a male! –

Festival delle Storie: Carla

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

Un altro caso del grande Monsieur Poirot – di Carla Faggi

-Monsieur Poirot, disse l’albergatrice, il signore la stava aspettando già da molte ore.

-Oh! bonjour, mon ami, l’aspettavo per domani, ma venga che andiamo a passeggiare, così mi spiega il motivo della sua visita, Madame Clory cosa ci propone per pranzo? a bon, ottima la zuppa di porri, mon ami pranza con me, vero?

Monsieur Clark sospirò, allettato dal profumo che già si sentiva provenire dalle cucine, i porri, le patate, un po’ di cipolla, formaggio uhm -sarà un piacere monsieur Poirot!

Si incamminarono e si sedettero su una panchina che si trovava al centro di un terrazzamento a sud del grande lago di Windermere, nel nord dell’Inghilterra. La nebbia era fitta ma il panorama era comunque piacevole; il colore dell’acqua verde grigio sapeva di freddo, la nebbia sembrava voler raccontare di fate e gnomi, Poirot si aggiustava i baffi ormai fradici.

-Mi dica in cosa posso servirla, mon ami!

-Si certo, ho un disperato bisogno del vostro aiuto monsieur. Deve sapere che mia sorella è scomparsa, la Madre Superiora dice che sono due giorni che non la vedono.

-La Madre Superiora?

-Oh! Si, Poirot, mia sorella è una novizia de la Concregation de Jesus, mi è rimasta solo lei della mia famiglia e ora sono due giorni che non si hanno sue notizie.

-Bon, mon amie, Poirot è il miglior investigatore del mondo, la ritroveremo. Nel frattempo torniamo verso l’albergo che la nebbia del lago si fa sempre più appiccicosa, inoltre le mie celluline grigie hanno bisogno di nutrimento per funzionare.

-Quand’è che ha sentito sua sorella l’ultima volta?

-Proprio una settimana fa, disse sospirando di nuovo tra una cucchiaiata e l’altra della saporitissima zuppa, era preoccupata perchè la notte sentiva strani rumori provenire dal giardino e non capiva cosa fossero.

-Aspettiamo il Capitano Hastings, appena arriva andremo subito al convento, exellente questa patata, veramente squisita!

-Qua dietro sembra di essere in una palude, esclama Poirot alquanto irritato alla vista delle proprie scarpe di pelle lucida totalmente infangate, come è possibile che…e questo cos’è? Sembra, anzi è una catenina con crocifisso! L’avrà perduto la nostra novizia scomparsa. È passata di qua, ecco…ecco qui ci sono delle tracce, Capitan Hastings venga , vediamo dove portano. Alla legnaia! Entriamo, è chiuso, sfondi la porta, bravo Capitano! Qua non c’è nessuno, ma…aspetti c’è stato però qualcuno, il giaciglio è ancora caldo, guardi là ci sono due persone che stanno correndo verso la boscaglia, una sembra una donna, ma..è la suorina, la sorella di monsieur Clark, fermi! Fermatevi! Bravo capitano li tenga bloccati.

Ed ora spiegateci tutto.

-Prego accomodatevi tutti, come dovreste ben sapere spesso la soluzione ai casi più misteriosi è più semplice di quanto si pensi, basta  far funzionare le celluline grigie del sottoscritto Poirot, il più famoso investigatore del mondo!

La signorina Joise novizia al convento si era ormai stancata della vita monacale, vero signorina? Ed in particolar modo di essere trattata in malo modo dalla Madre Superiora, n’est pas signora Madre Superiora? Quindi la signorina Joise inventa al fratello messier Clark qui presente che era preoccupata per strani rumori sentiti la notte nel giardino, dando adito alla possibilità di un rapimento così nessuno avrebbe pensato ad una sua fuga d’amore col giardiniere e nel contempo non avrebbe deluso l’amato fratello. Ma lei signor giardiniere non aveva preparato ancora il piano di fuga e quindi aspettavate nella legnaia il momento più adatto per fuggire.

Finchè Poirot ed il capitan Hastings non vi hanno sorpreso!

Venga capitan Hasting, il caso è risolto vediamo cosa ci ha preparato per cena l’ottima Madame Clory!

Commento al Sogno dopo la lettura del Festival: Vanna

Mai stuzzicare uno psicanalista con un sogno – di Vanna Bigazzi

                                                           

In quello “stato intermedio” fra sogno e realta`, piu` sogno che realta`, ma anche la realta` e` sogno, in questo caso, perche` “i passetti del gatto non li avevo piu`”. Stanze vuote come i vuoti che nella vita non si sono potuti riempire: rimpianti, quasi sensi di colpa, come amorose coltri a lenire il dolore. “Il suo ultimo Natale”: come non festeggiare il proprio irrinunciabile spazio, quello a cui abbiamo assolutamente diritto, il proprio personale… Un desiderio di liberarsi da quest’ansia, ma le coperte delle proprie “resistenze” sia pur larghe, lo impediscono. La parte istintiva diceva: “Dormi… sei protetta dal naturale impulso, non ti preoccupare…”. (Il gatto e` inequivocabilmente l’istinto). Un mercato di cose inutili ti aveva distolto ma era necessario ritrovare la via di casa, quella indicata dalla propria natura. Non piu` “il gioco antico” a ipnotizzare la realta` ma la necessita` di astrarsi, almeno per un poco, in una bolla bianca che ti difende insieme all’altra parte di te. Una suora, quella tua interiore, senza vocazione, con un rossetto da mettere di notte, al chiarore della luna: una trasgressione all’interno della preghiera, un desiderio di cose lontane, sfumato da un velo celeste. Un alter-ego, la sorella, desideroso d’infanzia, di quel “fanciullino” che sempre protegge. La protezione anche delle cose antiche che ci hanno rassicurato da bambini, gli odori, i gesti immutabili, certi. Poi il risveglio: “una fetta di luce fresca riusci` a colpirmi gli occhi”. La luce e` FRESCA perche` il sogno ha alleggerito l’inconscio attraverso un percorso a ritroso “guaritore” in cui e` avvenuto il ricongiungimento salvifico con le sicurezze primarie che, solo l’infanzia, con i suoi impulsi genuini e con la forza della sua natura, puo` rimettere in vigore.

Cara Cecilia, il tuo brano che tocca il sovrasensibile, mi ha suggerito questa interpretazione, senz’altro non richiesta, ma forse interessante ed utile giacche` di “sogno” si parla. Mi scuserai se sono stata “Interpretativa” e per questo, se credi, non importa renderlo pubblico in quanto personale. Rimarra`, se credi, uno scambio fra di noi. Mi e` piaciuto comunque esternartelo perche` bellissimo. Un caro abbraccio Vanna.

Festival delle Storie: Carmela

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

Per non lasciarsi più – di Carmela De Pilla

foto Pixabay

-Sono venuto per ringraziarti Suor Maria, se non fosse stato per te avrei perso la partita più importante della mia vita.

-Ho fatto solo quello che mi ha suggerito il cuore, niente di più, ti conosco da troppo tempo e so che i tuoi sentimenti sono sinceri, vieni ti offro un thè così mi racconti.

Si sono seduti uno difronte all’altra, Suor Maria gli prese le mani come ai vecchi tempi, lo guardò negli occhi e disse – Coraggio racconta, se ne parli quel momento ti entra dentro e lo senti ancora più tuo.

– Ti aprirò il mio cuore come ho sempre fatto Suor Maria, quando sono entrato nella sala d’attesa era seduto sulla solita poltrona di vimini, un tuffo al cuore mi ha annebbiato la vista, sul suo viso un disagio che cercò di camuffare con un sorriso appena accennato poi si alzò e con passo lento e incerto si avvicinò a me e successe una cosa straordinaria, le nostre mani si avvinghiarono l’una all’altra così forte che sembrava non volessero più lasciarsi.

Quella stretta forte e decisa, ma allo stesso tempo tenera e rassicurante mi aveva riportato al momento in cui ci siamo lasciati e soprattutto al motivo per cui ci siamo lasciati e mi sono sentito un traditore verso me stesso e verso di lui.

Abbiamo vissuto due giorni indimenticabili, sai? Lontano dagli occhi indiscreti della gente che ci guarda solo per la necessità di ficcare il naso negli affari degli altri.

Io lo osservavo senza mai saziarmi della sua presenza forse perché il suo abbigliamento sportivo metteva ancora più in evidenza il suo aspetto giovanile o più semplicemente perché mi era mancato tanto…avevamo voglia di fare due passi così siamo usciti.

Un’atmosfera magica e quasi malinconica, complice di quel momento così intimo e finalmente senza veli li avvolse, la nebbia aveva attenuato il blu del lago e del cielo e quell’aria umida sembrava volesse proteggerli, tutto sembrava più lento perfino il loro respiro, assaporarono ogni attimo e mano nella mano si avviarono verso quel lago amico che era stato testimone del loro amore

La giornata si avviava verso quel momento che preannuncia il buio della notte e i limoni come tante candele accese davano una nota di allegria, quel giallo intenso che spiccava  contro il cielo plumbeo stampò sui loro volti un timido sorriso.

-Gli ho detto che sei stata tu a dirmi dove potevo trovarlo, gli ho detto anche che non lo avevo dimenticato poi gli ho messo la mano sulla spalla e gli ho detto

– Ho lasciato mia moglie, se vuoi…

Lui mi ha guardato con un sorriso perso nel vuoto, ma così radioso che il volto s’illuminò e allora ho capito, in quel momento abbiamo tirato un sospiro ricco di tante parole non dette e ci siamo sentiti finalmente liberi di  entrare nel nostro sogno.

Sapevo che lui andava matto per la minestra di porri così avevo detto alla proprietaria dell’albergo di prepararla per due e prima di entrare ci siamo stretti in un tenero abbraccio e ci siamo promessi che non ci saremmo più lasciati.

-Hai fatto la cosa giusta Francesco, ti sei liberato di una spina che avrebbe provocato solo tanto pus, io sono una religiosa e non dovrei nemmeno dirle queste cose, ma ora non è la suora che ti parla, ma Maria, io so che ognuno di noi ha il compito di cercare la propria felicità e tu con il tuo coraggio la stai cercando, altrimenti che ci stiamo a fare su questa terra?

-Ti voglio troppo bene, Suor Maria.