Pensando al 25 Aprile

Una riedizione del testo di Rossella del settembre 2018, allora come ora..

Trentamilaseicentottantatre – di Rossella Gallori

cimitero futa

…un caldo vento estivo, un cielo così azzurro da intimorire, il calore degli amici di sempre, un cibo divorato, un bicchiere di vino in più, sorseggiato con serenità…la voglia di camminare “per far buio”.

La Futa, la Traversa, la Selva, la meta di ogni anno, per ricordare, noi quattro, che siamo stati “ragazzi insieme”…Le mie domande sceme…le loro risposte inutili…risate cercate, volute…e non son mai troppe.

Ma lì non siamo mai andati?

No, mi sembra di no!

Ci si va?

Ci incamminiamo verso il Cimitero Germanico, il passo si fa lento, ringrazio il caso che mi ha fatto indossare scarpe silenziose e colori poco vistosi, non avrei avuto il coraggio di sventolare vessilli modaioli in questo contesto.

È un teatro di morte a 900 mt di altezza, un piccolo paese muto. L’appennino, protegge  il paesaggio ma non incornicia il dolore…

Un dolore che non credevo di provare, io, con quei sei milioni di “gente mia”, io che non ho più voglia di stragi, io ascolto il rumore del sangue che scorre ed il silenzio delle mitragliatrici…

Ed il cibo scende in fretta ed il Chianti bevuto è solo un ricordo…avanzo da sola, gli altri mi han lasciato a riflettere tra la pietra serena il granito ed il marmo. Si  odono pianti,  o forse è solo il vento ed io mi sto calando in un’altra realtà; leggo nomi che non so pronunciare, faccio conti che non vorrei saper fare…ragazzi nati nel 28 e morti nel 44,  i più hanno 16, 18 al massimo 20 anni …per finire qui tra Firenze e Bologna, cadaveri tragicamente ordinati, due a due, forse per farli sentire meno soli, un architetto abile e pietoso li ha uniti per sempre, Franz con Peter, George con Adolf…..qualche tomba non ha nome……prendo un sasso lo bacio e lo appoggio sulla prima lapide ignota ….falciati dalla guerra in terra straniera….e non esistono più “i miei”,  “loro”,   “ gli altri”, riesco a cancellare le svastiche, vedo solo riccioli biondi, mescolati a lisci capelli color ebano, occhi azzurri mescolati a nasi non perfetti…e capisco in un banale giorno di vacanza…che la morte è una tragedia senza bandiera…

Mamme che hanno pianto figli partiti e mai tornati…salgo nella cripta, sono stanca dentro e la stupenda giornata di sole sta diventando un pomeriggio rossoarancio …pieno di contraddizioni.

Sono 30683, queste tombe senza fiori, in una pulizia germanica, perfetta e tragicamente inutile. Con un cenno del capo saluto ”il silenzio“ ci siamo fatti compagnia per quasi un’ora, questi ragazzi ed io.

Forse non abbiam fatto la pace,  resteremo nemici per sempre, io un po’ giudea e loro un po’ nazisti… ma la morte merita rispetto…ed uscendo non volto le spalle, cammino all’indietro, sperando di non cadere…ritrovo i miei amici, silenziosi ed affettuosi, come sempre…qualcuno mi porge un fazzoletto….trentamilseicentottantatre ….

Incontro del 13 aprile 2022: Buona Pasqua in Carrozza!

Nel secondo incontro in presenza, a ridosso della Pasqua, salutiamo con affetto il ritorno del nostro amico Luca Di Volo!

Bentornato Luca!

Ci tengo però a ringraziare ancora di più chi è rimasto, chi ha accettato le sfide per conservare la condivisione, la forza del gruppo, pur con regole diverse di comunicazione, consentendo così anche agli altri la libertà di andare e poi tornare….

Ripercorriamo questo anno di lavoro con letture, esempi, discussione su tecniche acquisite, stili personali, progetti futuri.

A tutti una BUONA PASQUA SERENA!!!

Dalla Carrozza 10: un po’ di ansia e la parola “gorgo” di Sandra

Gorgo – di Sandra Conticini

foto di Lucia Bettoni

Finalmente ci rivediamo in un ambiente al chiuso, molto particolare ed anche accogliente: la carrozza 10. Siamo tutti euforici come i bambini che vanno a scuola e che si rivedono dopo le vacanze estive!  In questi due anni di pandemia ci siamo rivisti quasi sempre da remoto oppure in qualche parco o  giardino, è stato bello, ma questa volta è diverso. Abbiamo un tavolino e tutti una sedia, riusciamo ad avere anche il distanziamento perchè è proprio un vecchio vagone di un treno merci, quindi un po’ stretto, ma lungo.

Qualcuno ha portato anche ovetti di cioccolata e caramelle, perchè qualcosa da mettere sotto i denti non  manca mai.

Sembra proprio di partire per un viaggio, ed iniziamo l’incontro, ognuno con la propria parola pescata da un sacchetto.

Peccato che non è una bella giornata di sole, dopo un po’ inizia a piovigginare,  ma per noi potrebbe venire la neve siamo tutti insieme al riparo e non abbiamo paura di niente.

Purtroppo arriva l’ora di lasciare la nostra nuova location, ci salutiamo, qualcuno inizia ad andare via…  ma già….. il vagone va chiuso!… Cecilia come sempre a capo della missione da le indicazioni a noi che siamo rimaste ad aiutarla. Lei sopra il predellino noi sotto a chiudere i pannelli laterali , ma non scorrono… ah già ci sono i fermi da tirare su e rimettere giù…. o quanto pesano questi pannelli, poi  bisogna tirare su uno scalino che collega la pedana al vagone… chiudere a chiave le porte… via, il primo lo abbiamo chiuso, anche il secondo…ormai è rimasto l’ultimo..facciamo svelti che piove  più forte… Ma questo come si chiude? Non è come gli altri due, noooo c’è la catena, ma il lucchetto è bloccato. Non lo possiamo lasciare aperto… intanto ci viene un po’ di ansia, non sappiamo come fare e vai su, torna sotto prova a sbloccare il lucchetto alla fine Cecilia chiama Riccardo e troviamo un altro lucchetto e riusciamo a chiudere anche la terza porta…. Evviva ce l’abbiamo fatta! anche questa volta la grande Cecilia non ci ha delusooooo!!!!!

Il gorgo dell’Isone

Tutti si chiedevano che fine facessero  quelle persone che andavano verso il borro dell’Isone e non tornavano indietro. Quale segreto poteva nascondere quel piccolo ruscello?

Gli anziani del posto tramandavano, di generazione in generazione, una storia che veniva raccontata fin da bambini.  Lungo il fiume c’era un gorgo fondo e nero dove finivano le persone cattive ed i ragazzi disubbidienti e maldestri. Così nessuno aveva il coraggio di avventurarsi per quel sentiero.

Una sera  un ragazzo uscì di casa e  si perse nella notte in campagna, proprio lungo l’Isone. Per un po’ camminò sperando di  trovare dei segnali che lo potessero riportare a casa , ma quando iniziò a sentire dei rumori,  sentire voci e vedere i  fantasmi a braccetto con la morte secca e i  diavoli vestiti di nero che danzavano intorno a lui, iniziò a correre impauritissimo. Corri corri lungo il fiume arrivò ad uno slargo a lui familiare: era la piazza di Osteria Nuova dove abitavano i nonni, subito gli si aprì il cuore e si sentì più tranquillo. Tornato a casa raccontò agli amici quello che gli era successo, e che il gorgo in realtà non esisteva. Così la leggenda cambiò finale e crebbe una nuova curiosità di sapere la verità che spinse tutti ad andare a vedere di persona. Ancora oggi su quel sentiero c’è un bel via vai di persone che vanno a passeggiare.

Dalla stazione capolinea della Carrozza 10: “la fine” di Rossella

La giostra (la fine) – di Rossella Gallori

Piccola premessa: capita in un giorno che dovrebbe esser primavera e non lo è,  di ricevere  una foto, che forse è un disegno….e te ne innamori….

È stato come leggere un libro giallo dalla fine.

Come prender l’ ultima patatina del sacchetto  e vederla cadere tragicamente a terra.

Come prender un caffè caldo ed accorgersi che si è freddato inesorabilmente.

Come la fine di un amore.

La fine di un film del quale non hai capito nemmeno l’inizio.

Come prendere un autobus in corsa ed accorgersi che è il numero sbagliato.

Come un silenzio quando hai voglia di musica.

Come un panettone senza canditi e con una lieve traccia di uvetta.

Come un abbraccio tiepido di sentimenti.

Tutto faticoso,  un piede dopo l’altro, in bilico, a sinistra roccia invadente appuntita, a destra lo strapiombo ed il non riuscire a guardare oltre….

Poi qualcuno o qualcosa ti spinge e ti accorgi di non precipitare, di non aver gomiti sanguinanti….di essere  un cavallo di legno, dalla criniera blu, dai verdi pennacchi, piccole nappe dorate ornano la tua sella, un cavallino da giostra, che gira, tra piccole carrozze, magici delfini, tra aeroplanini dai colori  improbabili, un cavallino dalla corsa armoniosa, lenta e legnosa…un equino che aspetta solo il momento giusto….per fuggire…la musica tace, il giostraio impreca….le redini cadono a terra….libero …sono libero…

Leggo il libro …dalla pagina uno, non cadono patatine….l’amore, l’amore non c’era mai stato…sei sull’autobus giusto ed il caffè è bollente…

Dalla Carrozza 10: “la fine” di una favola di Rossella

La Fine – di Rossella Gallori

Aveva mani lunghe, aveva lunghe mani…

Lo notò subito, non il suo sguardo, i suoi occhi…solo quelle lunghe dita che sfilavano la tastiera…

Il pianoforte a coda lucido di note, rifletteva un lampadario enorme che oscillava ad ogni curva del binario…

Era partita per un viaggio senza troppi imprevisti, comodo, non aveva più voglia di avventure….a malapena ricordava la città, l’ albergo che l’avrebbe ospitata, chi avrebbe trovato ad accoglierla alla stazione…

Aveva  voglia, però, di scendere, con quel pianista, con quelle mani, con la sua dolcezza, con le sue unghie perfette, lucide di cura….magari senza parlare, senza presentarsi, senza: io sono…tu sei…?

Chissà perché ad un certo punto della vita, hai bisogno di una follia, di una carezza musicale lenta e cullante.

Lui forse suonava solo per lei, in quel vagone pretenzioso, frutto di altre mani, altri ingegni, un vagone dalle comode poltrone pervinca, dai lampadari lalique,  con una moquette rosso fuoco aggredita da grandi ramage  neri…dispiaceva quasi calpestarla

Alzò lo sguardo, fu l’ inizio della fine, il pianista tacque, il piano no, si presero per mano scendendo, uno sosteneva l’altra, una stazione anonima li accolse, senza fronzoli, brulicante di vita semplice, di voci, di odori, non si parlarono…si strinsero in un unico respiro

Salutarono un treno che non c’era, su binari di tralci di vite, dai finestrini senza vetro, petali di margherita sedevano distratti  su piccolissime panche di cristallo…..

Dalla Carrozza 10: un giro di “angosciosa frenesia” di Anna

ANGOSCIOSA FRENESIA – di Anna Meli

            Camminava veloce: lo sguardo a terra, la pesantezza nel cuore, nel fisico, nella mente. Anni di perfetta intesa, di amicizia vera, di lealtà finivano con una lite che, in tutto quel grigiore che si sentiva addosso, appariva quasi banale e falsa. Non poteva né voleva abbandonarsi ad un’inutile disperazione.

            C’era una festa nel paese vicino alla quale avevano programmato di andare insieme e, anche con le lacrime che le pungevano gli occhi, aveva deciso di andarci, quasi a dispetto di quanto avvenuto.

            E si trovò là nel bel mezzo fra bancarelle colorate: odore di dolciumi, tiro a segno, autoscontro in una confusione di immagini, di voci, di rumori, di risate e di strillar di bimbi.

            La giostra delle sedie volanti girava vorticosamente e lei sentì il desiderio di fare un giro, se non altro per lasciar andare tutti quei sentimenti contrastanti che non riusciva più a contenere.       Correre , volare, piangere, ridere, fare qualsiasi cosa, non fare assolutamente niente. I suoi pensieri erano aggrovigliati come una matassa della quale non si riesce a trovare il bandolo.

            Senza pensare si trovò seduta su quella giostra che girava e girava sempre più veloce. Chiuse gli occhi. Ebbe paura, urlò forte e, come spinta da una forza superiore, diede sfogo a tutti quei sentimenti di rancore, di rabbia, di dolore e si sentì più leggera.

            Tutto quello che aveva nel cuore, nella testa nuotavano nell’aria e si scolorivano dissolvendosi.

           Dopo alcuni giri più veloci, la giostra si fermò. Lei scese un po’ intontita faticando a ritrovare l’equilibrio.

            Poi con una lentezza pensierosa si confuse fra la gente e sparì nel nulla.

Dalla Carrozza 10: il “vortice” di Stefania

6 aprile: VORTICE – di Stefania Bonanni

6 aprile, vortice.

Che ci fosse si sapeva.

Che ci si potesse cascare si sapeva.

Che potesse essere pericoloso si pensava.

Che potesse essere bellissimo, c’era chi lo sosteneva.

Che forse si potesse girare, girare, girare, all’infinito, era una possibilità.

Che poi il vortice finisse in un altro vortice ancora più grande, era un’altra possibilità.

Si pensava di poter decidere, di entrare nel vortice.

Nessuno aveva capito che era il vortice ad entrare nelle persone. Prima negli occhi, poi nella mente.

E la porta era il cuore, che batteva più strano, poi si calmava, ma non era lo stesso di prima.

Girava veloce, spandeva essenze, girando. Vedeva nel vortice bellezze solo sognate.

Il cuore vedeva con gli occhi, che illuminavano giri sempre più veloci, e se fosse stato fotografato avrebbe lasciato sulla pellicola una scia luminosa, come quella che fotografano di notte prodotta dai fari delle macchine.

Nel vortice ci fu chi vide amore immenso, che bastava a muovere il sole e le altre stelle, ci fu chi ci vide solo polvere e siccità, chi si trovò sulle stelle, e vide  anche più in là.

Chi si fece molto male, fermandosi, e non si riconobbe.

Nulla è più come prima del vortice.

Per qualcuno fu vivere, finalmente. Per qualcuno fu morire, incapace di reggersi e di non sbatacchiare.

Dalla Carrozza 10: “dinamismo” di Carla

Dinamismo – di Carla Faggi

Dopo solo sette mesi esplosi con tutta me stessa ed iniziai ad urlare.

Qualcuno mi prese in braccio, ero rossa paonazza e continuavo ad urlare.

Stavo meglio prima! Però ormai che c’ero comonciai ad adattarmi.

Smisi di urlare, qualcuno mi lavò.

Poi lettino, cullina, non ricordo bene perchè è passato tanto tempo.

Poi qualcosa di caldo, bello, da ciucciare; quante cose nuove mai percepite prima.

Devo dire che mi sentivo molto “dinamica”!

Urlavo, facevo la pipì, la popò, ciucciavo e poi di nuovo urlavo, la pipì, la popò!

Tutte esperienze nuove, non stavo mica male, però quando ero al calduccio e tutto era lontano lontavo stavo parecchio ma parecchio meglio!

Poi arrivò la luce ed io ricomincia ad urlare, ciucciare, pipì e popò, però mi piaceva assai!

Diventai sempre più dinamica, gattonai, camminai, corsi, urlai, scappai! Sempre più dinamica!

Piano piano scopro che l’esplosione ed il dinamismo diventa sempre meno forte, diciamo diverso, ma non per questo meno piacevole.

Ora non scappo, passeggio. Ora non urlo, sussurro. Ora non sono al computer, sono in carrozza!

No, non è meno piacevole, anzi, sono sempre molto ma molto dinamica!

Dalla Carrozza 10: fisicità di Lucia

Fisica – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Attività fisica, emozione fisica…
Fisica fisica fisico fisico
Mi piace essere una donna “fisica”
Mi piace sentire il mio corpo, il mio respiro
Mi piace camminare, correre, nuotare, alzare le braccia e saltare e baciare e fare l’amore
Amo il corpo come la mente imprescindibili e complementari
Fisica fisica e tutto il corpo ride e tutto il corpo freme e tutto il corpo canta
Facciamo un girotondo
Balliamo tutti insieme
Chiusi nelle nostre stanze per troppo tempo
Ragazze e ragazzi è primavera! Lo sentite il profumo della terra bagnata e delle margherite?
In un campo di ciliegi ho sentito il loro dischiudersi al sole e ho visto il loro bianco regalo alla vita
Siamo insieme
Posso vedere non solo il vostro volto
Posso vedervi nei vostri corpi
Potersi vedere “interi” e’ qualcosa di straordinario al quale forse non pensiamo spesso
Sono intera
Siamo interi

Dalla Carrozza 10: gocce di energia da Laura

INVENZIONE – di Laura Galgani

“Invenzione” mi sa di assemblaggio, un mettere insieme pezzi diversi che in apparenza niente hanno a che fare l’uno con l’altro.

Il progetto iniziale nemmeno si sa se esista, e il bello è proprio lì.

Un’invenzione a volte è una sinfonia a sorpresa, altre un’accozzaglia di suoni che imbarazzano le orecchie.

A volte mi sento anch’io così: due gambe magre, abbastanza dritte ma bianchicce, con sopra una schiena stortignaccola e anche un po’ gobba. Le braccia secche secche di pelle asciutta e verso le spalle ciondolante, la testa grande, eccessiva, sempre piena di pensieri, parole, qualche neurone che inizia ad ingrigirsi e non illuminarsi più al passaggio degli stimoli del sistema nervoso.

Fra un tempo che, per fortuna, non mi è dato sapere, nulla funzionerà più, e anche io morirò.

Di un’invenzione così, che cosa se ne potrà mai fare?

Eppure… eppure…

Per qualche misterioso motivo quest’invenzione che sono io, unica e diversa da qualsiasi altra, funziona ancora, e giusto stamani, al suonare imperioso della sveglia, alle 6.50, sono scattata in piedi, sentendomi, anche un po’ a sorpresa, piena di energia e di desiderio di guardare il cielo, sereno e teso ad accogliere il sole. Pronta ad affrontare una giornata che sapevo sarebbe stata impegnativa.

Come me, qualsiasi essere umano, ogni animale, pianta, roccia, fiore, fiume, cristallo e goccia d’acqua o scintilla di fuoco è un’invenzione perfetta, che in sé ripete quelle misteriose formule chimiche e fisiche che permettono all’universo di esistere.

Posso solo essere grata.

Le Matite in Carrozza – 6 aprile 2022

al Teatro Comunale di Antella le Matite tornano in presenza!

La Carrozza 10 del Teatro Comunale di Antella ha ospitato e accolto il primo incontro in presenza delle Matite dopo due anni di collegamenti a distanza, anche se intervallati da alcune piccole ma importanti occasioni dal vivo.

Scambio intenso di emozioni legate alla scelta apparentemente casuale di parole tratte da un sacchetto di proposte.

Tra i tanti commenti quello di Laura e la sua meraviglia per la ricchezza delle scritture che nascono nel pochissimo tempo concesso e quello di Carmela che apprezza l’atmosfera di questo luogo:

” Il vagone porta già di per sé in una atmosfera di altrove. In questo contesto di scrittura mi sono sentita trasportare in un viaggio, non solo materiale, suggerito anche da questi grandi finestroni, ma anche in luoghi dell’anima. Succede in certi viaggi in treno di trovare una confidenza immediata in alcuni vicini di scompartimento e di trovare con certi di loro una complicità momentanea molto profonda. Così stasera è accaduto in questo vagone, in una atmosfera magica e fuori da tutto il resto” (Carmela De Pilla)

La trottola di Patrizia

Trottola – di Patrizia Fusi

C’è un folletto in casa mia che ha nascosto la trottola che Mimma mi ha regalato, ho preso un braccialetto per farlo girare, all’inizio ho avuto un po’ di difficoltà, però piano piano sono riuscita a farlo girare bene, formava nell’aria una palla apparente, quando perdeva velocità ritornava un piccolo cerchietto.

Mentre il cerchietto girava mi è venuto alla mente un acrobata che davanti alla galleria nazionale a Londra, in Trafalgar Square, era posizionato dentro un cerchio e si muoveva roteando, formando figure geometriche come l’uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci.

 Tra le parole dette ho sentito più vicina la parola reciprocità, infatti, nel far girare la trottola, ci vuole la persona che la faccia girare.

 Come nella scrittura si ha il piacere di scrivere i propri pensieri per comunicare con chi legge.

La trottola di Rossella

Trottola – di Rossella Gallori

Ieri

Come era grande, mi ci incantavo.

Aveva pesci colorati, col naso all’insù.

Emetteva uno strano suono…

Sembrava musica, era musica.

Un sibilo tagliente, metallico di note.

Da destra a sinistra, da sinistra a destra….

Percorreva il corridoio di piastrelle Liberty, come impazzita, spingendo  il laniccio per aria, urtava la cassapanca, poi rovinava a terra capovolta, come una vecchia tartaruga arcobaleno, né maschio, né femmina, con una gamba sola……

Piangeva la vecchia cassapanca, sbucciata…

Volava la polvere…

Mia madre gridavaaaaaaa…..

Oggi

È sul tavolo.

Balla

Volteggia…tenerina.

Urta il quaderno, riprende la sua corsa.

La seguo distratta, scrivo di lei.

Non ho voglia, ho voglia di nulla.

I cerchi diventano un cerchio solo.

Mi si incrociano gli occhi guardandola fermare, una piccola magica cosa ubriaca,  che barcolla, poi incolla una parte al suolo, mi guarda con il suo unico occhio fuoriuscito dall’ orbita….

Ha bevuto e non se ne vergogna, perché farlo, champagne, vino bianco…o acqua, ubriaca d’acqua….lo fa per dimenticare, per non essere usata, per non essere “trottola a vita” per non esser preda, lei così fragile……

La neve di Aprile

di Lamatitaperscrivereilcielo

Mese complicato che trasporta dall’inverno alla stagione bella. In mezzo ci sta la Pasqua, sempre incerta e complessa per il tempo che non si sa mai come sarà, per le persone che non si sa mai chi sceglierà di stare con noi a festeggiare e dove, per le interruzioni delle abitudini dovute a quei pochi giorni di vacanza….e poi……aprile dolce dormire, aprile ogni goccia un barile e il 1 aprile con il suo “pesce” scherzoso…..

i pesci di Stefania Bonanni

Ma oggi nevica e allora pensiamo con il proverbio di Rossella “quando nevica ad aprile qualcosa di brutto sta per finire”…e crediamoci!

Per questo pensiamo a qualcosa di colorato e caldo come i bricchi di Carmela:

con quello di Lucia

e alla chicchera di Anna:

e al bricco di mia nonna che adoro per i fiori di trifoglio che si porta addosso

Incontro del 1 aprile 2022

con Cecilia Trinci

Con la prioggia di aprile sono tornati pensieri giocosi. Oggi parliamo di TROTTOLE, ispirandoci a quelle tenerissime donateci da MIMMA

Simbolo della ricerca di un equilibrio che ci accompagni nella vita, gioco millenario da sempre fondamentale nei giochi di bambino, elemento che può dare svago alla mente, divagazione e riposo, la TROTTOLA può essere di varie dimensioni e aspetto, di legno, di metallo o altro materiale.

Nella festa ebraica di Hannukkah (la festa della Luce) si presenta con 4 facce, su ognuna c’è una lettera incisa, ogni lettera è l’inizio di una frase che nella sua interezza significa “Un grande miracolo è avvenuto là”. Questa trottola viene usata per giocare e per avere risposte che vengono secondo le lettere che si fermano sul tavolo:

nun: vittoria

ghimel: non sconfitta

he: mezza vittoria

shin: un’altra possibilità per il giocatore

dreidel ebraica

Jean Paul Sartre (1905-1980 filosofo, scrittore, critico letterario francese, premiato con il Nobel nel 1964, ma che lui stesso rifiutò)  parla della letteratura come di “una strana trottola che esiste quando è in movimento” intendendo dire che la scrittura esiste quando viene letta, quando si attiva un movimento tra scrittore e lettore che mette in moto il collegamento tra chi si esprime e chi condivide.

Perché in effetti si scrive sempre per qualcuno, fosse anche un altro se stesso con cui ci confrontiamo.

Molte le parole che sono nate nell’incontro: acrobazia, nichilismo, movimento contingente, tranquillità, giocare da fermi, oscillare, fermarsi, finale, la fine, piacere, contrasto, invenzione, fermare il pensiero, cerchi, vortice, duro di menta, evoluzione, pattinatori, giravolta, scacciapensieri, tecnica, esperienza, equilibrio, ballerina, armonia, gioia, potenza del cerchio, geometria, fisica, serenità, sedia a dondolo, riposo, gorgo, equilibrio, dinamismo, instabilità libera, frenesia, sibilo, girare a sua insaputa, unione, reciprocità………

La trottola appare come simbolo inquietante nel finale del film Inception in cui resta il dubbio se la vicenda sia stata sogno o realtà. Infatti……perché la trottola gira? Chi l’ha messa in movimento?

La parola estratta a sorte da Nadia: “piacere”

PIACERE – di Nadia Peruzzi


Quei capelli corvini e quegli occhi color smeraldo venati di pagliuzze viola li considerava la sua dannazione,  da sempre.
Era consapevole che molti ne rimanevano conquistati.  Erano così insoliti e tentatori da risultare irresistibili.
La sua pelle appena ambrata e la sua bocca tanto perfetta da non avere nemmeno gran bisogno di trucco, erano addirittura fonte di invidia anche per gran parte delle sue amiche.
Piaceva. Piaceva a tutti. Piaceva fin troppo.
Fino da piccola si portava dietro il peso di una madre vedova e delle zie zitelle, che le stavano sempre addosso, la viziavano oltre misura e facevano di tutto per metterla in mostra.
Era imprigionata nella sua bellezza.
L’album dei ricordi , che conteneva le sue foto da quando era un batuffolo informe e tutto capelli, in breve si era trasformato in un book fotografico di pose studiate, ammiccanti e leziose.  Di naturale c’era poco o nulla.
A scuola c’era andata senza stimoli e senza particolari interessi. Nessuno in casa credeva nell’importanza dello studio, l’obbiettivo e il percorso era di tutt’altro genere e studiato punto per punto dalle tre arpie.
Piacere, piacere, piacere il più possibile a tutti, soprattutto a quelli che contano. Della scuola e dello studio se ne poteva fare a meno. Le amicizie per questo andavano cercate negli ambienti giusti. Mica ci si poteva curare degli sfigati senza arte né parte, che le sbavavano dietro. Spesso erano quelli che si comportavano da veri mascalzoni, ma qualche passo falso non giustificava certo la messa in discussione del piano e tanto meno l’obbiettivo finale da raggiungere.
L’adolescenza era stata devastante. E il dopo non era stato meglio.
Non si riconosceva in quelle migliaia di foto finte e senza un’anima, né in quelle pose esagerate e da diva. Nelle serate cercate per farsi vedere, non trovava più alcun gusto.
Si disprezzava ogni giorno di più.
Cominciò a sostituire maglioni informi e pantaloni strappati agli abiti griffati.
Andava per bar di infima categoria , alla ricerca di ogni scarto umano che contrastasse col mondo che aveva frequentato per troppo tempo. I capelli corvini li aveva tagliati da sola, e ne era venuto fuori un mezzo disastro. Quando aveva deciso di aggiungerci delle ciocche di colore turchese , il disastro si era fatto completo.
Gli occhi di smeraldo non rilucevano più. Erano sbiaditi anche loro, annegati e avviliti nella costruzione e costrizione di una personalità fittizia e falsata in nome del dover apparire.
Pensò al suicidio.
Comprò del veleno per topi e in occasione della cena per il suo ventunesimo compleanno ne fece un cocktail mortifero. Non pensò affatto di berlo, ma pensò piuttosto a quelle donne della sua vita: madre e zie.  Senza alcun rimorso le vide contorcersi con spasmi dolorosi. Le guardò fino all’ultimo con occhi gelidi mentre si chiedevano perché.

Era calma quando le vide finalmente stramazzare a terra, e calmissima mentre telefonava alla polizia.
“Venite presto. Ho avvelenato tre streghe. E’ stata legittima difesa.  Vi aspetto!”

La parola estratta a sorte da Patrizia: “interesse”

Mi interessa – di Patrizia Fusi

Tutto mi interessa, mi sta a cuore, mi appassiona.

Come questo nostro stare insieme e condividere piccole gioie.

Nella mostra “Donne a colori” che abbiamo visto tutti insieme mi è piaciuto il dipinto che apre la raccolta, dolce nei colori e nel movimento.

La Carla mi ha aiutata a farmi entrare nelle tecniche dei vari pittori e nei soggetti. Anche il suo quadro l’ho apprezzato di più dopo la sua spiegazione.

In quello di Tina i colori e il movimento delle forme mi affascinano.

Simone mi ha colpito per la perfezione dell’immagine e la dolcezza che trasmette.

Le donne sono dipinte in vari modi, con dolcezza, con sensualità, intriganti per lo sguardo o per le belle gambe accavallate, per un corpo nudo sdraiate con morbida sensualità.

Donne piegate dalla fatica e dall’età, immagini lontane di vita quotidiana.

C’è un volto angosciato come un muto richiamo d’aiuto.

Una donna piegata, che si copre il volto mentre il sangue scorre fra le dita, dramma della violenza su tante donne.

Una donna assorta nella lettura, dipinta con colori caldi.

Una donna nuda spoglia dei suoi capelli, come è spoglio quello che la circonda.

Una colomba con un ramoscello nel becco, sembra voler portare, un po’di pace e speranza, per la stanchezza e la solitudine vissute nella pandemia.

Volti contornati da rami e frutti, da macchie di colore, profili decisi, sguardo preoccupato della mamma e del suo piccolo, volti scuri.

Mi viene di pensare che chi ha questo dono di potersi esprimere con la pittura non dovrebbe mai sentirsi solo.

La parola estratta a sorte da Rossella: “ispirazione”

Ispirazione – di Rossella Gallori

foto di Rossella Gallori

Arriva all’improvviso, senza data, senza orario, senza momento giusto, a volte mi batte leggermente sulla spalla una mano di velluto glicine, spesso mi spinge verso l’acqua, con un gomito ossuto e violaceo, spesso mi scuote guardandomi strabica, con occhi bluastri….mi stupisce sempre, inietta parole, sentimenti e cazzate in un contenitore già affollato, a volte trova qualche piccolo rifugio nel cuore, ma ci sta stretta si confonde….mi confonde…un porpourri  di lacrime, risate, ricordi….

Non sempre lascia traccia di sé, quello che mi colpisce è il suo rispettarmi, abbandonarmi quando è il momento…quando il mio girotondo non gira per il verso giusto, quando mi innamoro di cose e di persone: un vecchio nano da giardino, un asciugamano sciupato, un uomo troppo grande, uno troppo piccolo, un passante, un clochard, un albero, un colore, un petto di pollo, una marca di pasta, un bimbo che non c’è, un fiore che non ha nome, l’ odore del caffè….la polvere del caffè…

Quando è più stanca ed incazzata, per il mio: non annotare, non scrivere riflettendo, non dare un ordine cronologico a fatti importanti….sbatte la porta, un rumore sordo, ma non  cattivo, un tonfo che fa nascere una piccola poesia, su di un tovagliolo, sul prendinota della Coop, sulla carta igienica (quella buona) a volte su una ricetta medica, annullandone la  validità….

Madame Ispirazione, non mi tradisce, giustifica il mio appallottolare, gettare, perdere, perché è nata con me, su quel lettone babboso, su quella 1100 grigia, in quel gioco di parole che era solo per noi, in quel dialogo vecchio come me, iniziato da quasi sempre, ed annaffiato, adesso da mani sapienti, non invadenti, non giudicanti…una volta iniziava così:

Dimmi una parola!

Fiume

Nastro

Ti ci leghi i capelli?

No ci faccio un pacchetto

Cosa c’ è dentro?

Un gattino, un gelatino sciolto, un quadernino blu

Blu scuro

Blu mare

……e non finiva più il nostro gioco…che continuo ora, per fortuna non sempre da sola…perché si sa Madame Ispirazione può esser anche letale…. Sento oggi le stesse parole da una voce diversa: VORREI FARE UN GIOCO….e questa volta scrivo…..

La parola estratta a sorte da Sandra: “fantasia”

Fantasia – di Sandra Conticini

Fantasiaaaa portami viaaaaaa!!!!!! Portami dove vuoi, ma fammi stare bene come solo tu sai fare…. Prendimi per mano e fammi volare sulle stelle, fammi saltare su Venere e  diventare bella come una stella, passiamo a prendere Marte e, sul gran carro, passiamo a dire due paroline al sole!

Voglio radunare tutte le stelle del cielo, organizzare un grandissimo banchetto con musica, balli, canti, vino a scialo,  tutti i dolci del mondo da buttare sulla terra per poter dare da mangiare a chi non ce l’ha. Anche loro devono avere un pò di tranquillità.

Da lassù non farmi vedere cose tristi, perchè ne ho viste troppe ed ora non vorrei  avere pensieri ed angosce che mi rattristano l’anima. Cara Fantasia ti ho trovato proprio al momento giusto e spero che rimarremo per sempre insieme, perchè ho sempre più  bisogno di te. Sei  la leggerezza che avevo perso da quando ero  bambina e che finalmente ho ritrovato e voglio averti sempre vicina.

La parola estratta a sorte da Stefania: “sentore”

Prigioniera di un dono – di Stefania Bonanni

Sono stata una bambina che “indovinava l’acqua”. Lo sento ancora nel vento, quel sentore. Lo chiamo ” vento d’acqua”, ma non ha a che fare con le previsione metereologiche. E’ come se sentissi il sentimento del vento, che si commuove e comincia a piangere. Si commuove per noi, che non riusciamo a stupirci, e per se stesso, perché altro non può che piangere.

Lo sento cambiare, il vento, proprio nelle intenzioni. Comincia ad essere “solido”, come se non solo l’odore della terra e dell’erba portasse con sé, ma anche la loro materia. Profuma di zolle, ha il sapore dell’Arno, è il momento in cui si mescola, nel quale nasce la sua anima. L’anima non esiste, nelle cose, e forse nemmeno nelle persone, ma nasce quando gli esseri si toccano con i sentimenti, quando si combinano, atomi con atomi e non scoppiano, e formano materia e sentimenti.

Sento ancora le intenzioni del vento, anche se da tanto tempo non piove, e mi manca quel solletico al cuore, insieme alla certezza che io sono sempre io, se il vento è sempre quello che porta l’acqua. E mi fa ridere, mi scatena una ridarella gorgogliante e senza senso che mi fa sentire stupida e leggera, e nello stesso tempo potente come la natura, che mi abita e mi conosce. Quelli nei quali “sentivo l’acqua” erano i giorni nei quali il mio babbo diceva che stare con me era stare sempre al sole, anche mentre pioveva. Me lo sono ripetuto tante volte, quando non avevo motivi per ridere, ho provato con forza a rischiarare, intorno. Adesso sono stanca. Aspetto il vento d’acqua.

Altri sentori ho avuto nella vita, spesso. Li ho chiamati umori, sensazioni, atmosfere. Credo di avere questa caratteristica appiccicata con forza agli organi di dentro, perché, senza riuscirci, ho cercato con molti mezzi di cancellare dai miei istinti quello che mi faceva sentire la gente star male anche quando lo nascondeva, che mi ha fatto capire di amori finiti prima che finissero, che mi ha fatto vedere le tragedie di casa mia anni prima che si compissero. Così ho iniziato a star male prima, e basta. Vedevo quello che non si vedeva, notavo dettagli, ascoltavo voci che si sforzavano di aver voce, ed altre che bisognava aguzzare l’udito, per captare. E aspettavo. Non ho fatto altro che aspettare, non ho illuminato di certo nessuno.

Se è un dono, non l’avrei voluto. Ho molto sofferto a sentire i “sentori”. Non ho mai nutrito speranze che le cose andassero in altro modo: l’avevo “sentito”.

Un giorno avevo discusso forte con Paolo. Non ricordo certo il motivo, ma tra di noi le scintille sono sempre incendi, che si tratti d’amore o di rabbia. Era comunque tutto passato, tutto tranquillo, ed in casa non c’era nessuno mentre si discuteva, siamo sempre stati attenti.

Rientra la Francesca, avrà avuto cinque, sei anni, e dalla porta comincia a dire: “C’è uno strano odore di rabbia. E’ rimasto nell’aria. Dovete sapere che io sento quando l’aria cambia.”

Questo ho tramandato, ed avrei preferito regalare una leggerezza più leggera.