Figlio di una valigia di cartone, nato in una meravigliosa città, una parte di questo mondo piena di storia. La mia storia nasce negli anni 50, primo figlio di una coppia di emigrati che da sud hanno rivolto le loro speranze, la loro curiosità verso un mondo lontano, diverso, con culture sconosciute, consapevoli di fare grossi sacrifici, conditi dalla malinconia della lontananza da costumi, espressioni, persone, affetti, da una terra, una terra molto amata. Divento una rappresentazione dei loro sentimenti e di proiezioni che hanno, a parere mio, ricevuto il loro raggiungimento, vissuto con felicità anche nei momenti più difficili.
Sono nata a primavera in casa. La mamma mi raccontava che le rondini garrivano sotto la grondaia, lei era felice. Ho avuto un’infanzia serena fatta di giochi e spensieratezza nella libertà della campagna.
A cinque anni, la prima esperienza di asilo dalle suore durata pochissimo: non sopportavo regole. Crescendo tutto è proseguito nella normalità. A diciotto anni ho perso improvvisamente il mio amatissimo babbo, ma non ero sola, stavo già con Mario che mi ha aiutata a risollevarmi.
Una volta sposati abbiamo avuto due figli, poi due splendidi nipoti che riempiono la mia vita. Sento Mario vicino in altra dimensione.
Sono stata molto amata, ho avuto un’ infanzia piena di sole. A scuola ero brava, con poco impegno e nessuno sforzo. Sono stata corteggiata molto. Ho lavorato quarantadue anni dei quali ricordo solo i colleghi. Molto lavoro in ufficio, molto a casa, molto con i figli. Tutto senza aiuti. Mi sentivo potente e capace, organizzatissima. Pensavo a tutto, ce la facevo. Poi il primo tempo e’ finito. L’intervallo e’ stato lungo e buio. Il secondo tempo fa pari con il primo. Mi muovo poco, fantastico e aspetto. Aspetto di giocare con i nipotini. Aspetto il giovedì. Aspetto un buon libro.
Sono nata in un piccolo paese formato in prevalenza da operai, dove abitava mia nonna paterna.
Ho alcuni ricordi di lei e della sua vita molto difficile.
Dopo che era rimasta vedova in giovane età con cinque figli da portare avanti.
Era una donna d’aspetto minuto ma fisicamente forte: per poter portare il pane a casa lavorava a giornata per i contadini, faceva anche lo scasso per piantare le viti, per la grande fatica aveva preso l’abitudine di bere un po’ troppo.
Forse le somiglio un po’ come carattere e nel modo di affrontare le difficoltà.
Nata agli albori del boom economico, non mi è mancato niente a parte la presenza di mamma e babbo, gran lavoratori, ma c’erano le braccia di nonni e zie a farmi “rete” intorno.
Poi Santa Susina: elementari e medie incolori e sbiadite ma un professionale popolato di personaggi, amicizie, amori e professori illuminati.
Quarant’anni di lavoro sono stati un lampo ma pieni dell’umanità più varia, lingue dal mondo, incontri e scontri, crescite e aperture.
Finito anche questo capitolo, ora ho capelli bianchi e un reticolo di strade addosso, una nuova storia nella storia. Ancora pagine bianche.
Figlia di Botteghe Oscure che Oscure al tempo non erano e di un incontro fra un fiorentino e una genovese di 18 anni. Romana per poco . Poi Antella con la nonna. I miei giravano l’Italia fra comizi , elezioni, conferenze ancora per qualche anno. Insicura e perfezionista, grassa e poi magra, a scuola ero una sgobbona. Lo studio e la storia il mio tutto. Ho avuto varie case . La sezione del PCI fra queste, casa collettiva, bella per questo. C’era il partito, la bella politica, i compagni, l’amore trovato. Walter. Indimenticabile. È Irene, è nei bambini. È presente, non mi abbandona.
Nata nel letto di una casa colonica Ultima di generazioni e generazioni di contadini Ho lasciato tutto e tutti a diciotto anni Sono andata a vivere in città con un uomo senza volermi sposare Ho imparato quello che avevo bisogno di imparare A trentadue anni mi sono separata, un amore con le ali mi aveva preso il cuore Con lui mi sono sposata in un soffio! Ho avuto un figlio quando ormai pensavo di non poterlo avere Ho partorito pensando di aver fatto la cosa più grande della mia vita Adesso vivo in campagna vicino a tutto quello che è stato.
È arrivato il tempo di dare tempo a me stessa, una volta bambina timida, insicura poi ragazzina ancora più timida desiderosa di nascondersi agli occhi del mondo, giovane ragazza bella e ammirata, ma troppo timorosa per aprire quel guscio impenetrabile.
Poi è arrivato il tempo di spalancare la porta e uscire, conoscere, curiosare, gioire e ricostruire tutto dalle fondamenta, la giovane donna aveva incominciato a capire e soprattutto a capirsi, a conoscersi, ad amarsi.
Ora è il tempo della consapevolezza, dell’amore per se stessa, della voglia di vivere appieno la vita che avanza, quella più preziosa. La mia vita
foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori, Cecilia Trinci
Scambiarsi vestiti o accessori è “entrare nell’altro”, oppure, come nel nostro caso, è “accentuare qualche aspetto di noi che non avevamo considerato”.
Continua il gioco con la scrittura della nostra biografia in 100 parole.
La ragazza arrivò trafelata al tavolo messo quasi all’ingresso del luna park. C’era una strana donna, né vecchia, né giovane, né bionda, né mora. Aveva un occhio azzurro e uno marrone e parlava con una voce cavernosa che metteva un po’ paura. Per il resto era indefinibile. Lo era il suo abbigliamento e tutti gli orpelli che aveva addosso. Un miscuglio tale di colori e di ferraglie non era usuale . Era fatto sicuramente per rendere difficile collegarla ad un luogo preciso d’origine. Sembrava che fosse figlia un po’ di tutti i luoghi della terra. Si sedette davanti a lei senza timore. Troppa era la voglia di avere qualche indicazione sul suo futuro. Le soste ai tavoli precedenti l’avevano confusa, se non addirittura messa in angoscia. Quello che leggeva la mano aveva fatto una faccia tale, che era dovuta scappare a gambe levate. Tremante e impaurita si era messa a cercare qualcuno che la rassicurasse. I Tarocchi non facevano per lei. Non ne era mai venuto fuori nulla di buono. Passò oltre quel tavolo, malgrado il signore dal cappello storto sulla testa calva, senza sopracciglia, cercasse in tutti i modi di farla avvicinare. Si ricordò della donna piena di collane, braccialetti e grandi orecchini che aveva visto entrando. Sul suo tavolino a tre gambe una sola cosa. Una palla di cristallo che nella luce del crepuscolo brillava già come fosse una stella. Aveva un che di rassicurante. Si aspettava di trovarci cose buone lì dentro. “Cosa cerchi da me?” Le chiese la donna? “Risposte. Ho bisogno di sapere del mio futuro. Lo sento incerto, in questo momento. Ho tante paure. Vorrei alleviare il fardello che mi porto dentro da un po’ di tempo. E ho desideri da veder realizzati. Se tu potessi togliermi le paure e realizzare anche solo uno dei miei desideri mi faresti felice”. La signora dai vestiti gitani girò e rigirò più volte la sua sfera di cristallo. Fortuna e sfortuna si rincorrevano in un vortice che ipnotizzava. I suoi occhi a volte si oscuravano, altre volte si rasserenavano. Finalmente parlò. “Vedo, vedo, vedo che dovrai fare molta attenzione mentre torni a casa. Sembra che qualcuno ti stia aspettando e che non abbia buone intenzioni. Rischi la pelle ragazza, di più non so dirti. Il tempo dei desideri è finito, torna caso mai domani, adesso da questa sfera magica non sono in grado di tirar fuori nulla!” “Accidenti, che serata di merda!” Disse forte la ragazza. “Vi siete messi d’accordo prima con quel babbuino che faceva finta di leggermi la mano ? Tornare domani per i desideri? Non ci penso, nemmeno morta . ” Uscì di corsa dal luna park. Era agitatissima e doveva affrettarsi per prendere l’ultima corsa dell’autobus che la riportava a casa. La macchina arrivò a tutta velocità e la prese in pieno, malgrado fosse sulle strisce. Fece un salto di metri e metri. Il suo volo finì sul tavolo della gitana dagli occhi di gatto. La testa andò a colpire la sfera di cristallo. Non le lasciò alcuno scampo.
Morbido, divertente, piacevole Un piccolo contenitore Lo stringo tra le mani e vorrei stringerlo per sempre Accogliente come un seno materno Nasce il sorriso nei miei occhi L’involucro morbido si apre facilmente zic zac zic zac zic zac zic zac Con il suo comodo cinturino mi posso avvolgere il polso È un braccialetto sensuale e flessibile Lo roteo, lo giro e lo rigiro È troppo piacevole! Zic zac zic zac zic zac zic zac zic Si apre e si chiude Allungo la mano ed esploro dentro Chiavi ,tante chiavi, è pieno di chiavi! Brrrrr brrr brrr brrr brrr brrr brrr Le mie case, tutte le mie case dentro un piccolo oggetto e poi tutti in fila porte e portoni portoni e cancelli Io corro e apro e apro e apro senza voltarmi indietro in un volo a fior di terra Mi fermo di scatto : ma le chiavi sono anche per chiudere! Mi guardo dentro vedo la gioia e tutto il mio dolore Alzo la testa Raccolgo in una mano la mia veste lunga Continuo a correre Le mie chiavi aprono e solamente aprono Tutto è in una piccola valigia morbida Il mio nuovo viaggio può iniziare
Ore 16,30 circa. Il vagone è quasi al completo. Voci e colori si intrecciano in modo armonioso, mescolandosi a saluti e spostamento di sedie. Ecco, ora ci siamo e…incomincia l’avventura. Siamo invitate a bendarci con una mascherina di quelle che usavamo nel periodo del Covid, poi ognuno di noi si ritrova fra le mani un pacchetto e…indovina indovinello!
Il mio è piccolo, morbido fra la gomma e la plastica, ha la forma di mezzaluna; all’interno ci sono senza dubbio molte cose: mi sembra di sentire delle chiavi, un rossetto, una piccola matita, un paio di cioccolatini e anche una capsula nel suo involucro forse per un eventuale mal di testa. Faccio scorrere le mani sul tutto, scopro la cerniera che riesco ad aprire per un piccolissimo tratto e, infilandoci il dito indice scopro che ho indovinato. Ho toccato per prima cosa le chiavi, il mio eterno problema perché io, le mie, le perdo molto spesso e sono alla loro continua ricerca.
Mi è anche capitato, non solo una volta, di uscire lasciandole in casa e qui scatta il dramma. Presa dal panico, dopo aver controllato se c’era almeno la speranza di una finestra aperta, con grande imbarazzo ho dovuto procurarmi un biglietto bus “ a chiodo” alla vicina tabaccheria e andare a prenderle da mia figlia che lavora in centro a Firenze. Mi è stato suggerito di fare come le monache: tenerle legate con un laccio in vita! Ho deciso di darne una copia alla vicina che però non c’è quasi mai .Vedrò di fare più attenzione.
Aperti i pacchetti ognuno ha espresso a voce le proprie impressioni. Ora ci stiamo passando osservandola e carezzandola una palla di vetro che Cecilia ci ha offerto. E’ rotonda, liscia, trasparente e all’interno ci sono delle forme argentate che a me suggeriscono un fondo marino e creature strane fatte di gocce d’argento che vogliono riemergere, venire in superficie in cerca di luce.
È bellissima quella palla di vetro trasparente con la sua base blu oltremare, come se ci avessero fatto cascare dentro una goccia d’inchiostro che poi si è spanta atterrando sul fondo. È statica, pesa sulla mano, inamovibile sulle carte che deve tenere ferme. Eppure nel suo interno ci deve essere stato un momento in cui era tutta un ribollire, magari quando era ancora incandescente vetro colato, magma da modellare, perché quelle bolle che vedo dentro, simmetriche e un po’ inquietanti, le ha create qualcuno che ha reso solida l’aria. Mi guardano come sfingi, con il loro ombelico centrale dal quale sicuramente è sfuggita un’altra piccola bolla rotonda che ognuna ha davanti a sé. Quanto lavoro per arrivare a questo oggetto! Merita che venga posto nel luogo migliore dello studio, dove il sole passa dai vetri della finestra apposta per trafiggerlo e illuminarlo fin dentro. Allora pesantezza e leggerezza giocano tra loro e danno vita a quello che in realtà è solo un pezzo di vetro, così come noi aspettiamo un fascio di luce che ci animi quando i pensieri opprimono come un fermacarte.
Se esci di casa la mattina presto, ma parecchio presto, diciamo verso le cinque e mezzo, la prima cosa che senti è il rumore dei tuoi vestiti, una specie di fruscio-giubbotto, un po’ aspro anche se tenue e dopo, solo dopo, senti il rumore dei passi perché gli altri rumori sono gentili, le macchine per fortuna sono ancora ferme. Poi senti cantare gli uccellini, ma degli uccelli la cosa più bella è il rumore delle ali, quel “frun” secco e deciso, senza particolare intensità come un taglio che attraversa l’aria che dà un senso della loro potenza e ti fa provare invidia del loro volare e se li guardi li vedi che sanno anche camminare, anzi, camminano, camminano anche volentieri e finché possono preferiscono. Proprio quando sei troppo vicino e potresti diventare un pericolo schizzano via, un po’ a collo torto all’inizio, ma poi a motore spiegato per posarsi un po’ più là, dove si sentono per un po’ irraggiungibili. Qualcuno sta spiaccicato sull’asfalto, beccato dalle prime macchine mattiniere e già la bellezza ti riporta al senso della morte e delle cose che passano e i colori sono ancora belli. Cos’era? Un pettirosso? Ma se prendi la curva a sinistra e ti allontani dalle case senti che fra tutto quello che prevale è il profumo della terra. La concretezza, la vita che vuole dare frutti, è l’umidità, è l’acqua che prevale. E’ questo il punto in cui cominci a distinguere i canti dei vari uccelli e il merlo è quello più facile ma anche quello che ha più cose da dire e il fringuello è quello più tecnico e più esigente di se stesso. Ma quando l’orizzonte si allarga allora ti ricordi quello che ti ha insegnato Irene al corso di disegno che le colline non hanno lo stesso colore e ci sono “valori” di intensità diversi secondo la loro distanza da te e quello che hai imparato lo vedi lì, vero, esistente e forse non avevi mai saputo guardarlo davvero e dici chissà quante volte ho guardato e non ho visto e poi ti ricordi una battuta che ti hanno fatto “tu sei variabile anche quando fai la pizza, non è mai uguale la tua, dipende da quello che pensi, da chi hai incontrato, se sei arrabbiata, se stai sognando… tu non dai certezze neppure in cucina” e la vivi come un complimento. Se ti metti a sedere sul prato senti prima l’umidità, è sempre l’acqua che prevale, come il liquido amniotico della terra e poi un odore di terra e di erba un po’ mischiato e poi le gobbe di quel prato che non è un tappeto di moquette, ma un prato, con le gobbe e i sassi e le croste del terreno che già si sta spaccando per pochi giorni di sole e la tocchi e senti che sotto sotto è dura ma sopra c’è la peluria gentile di trifoglio. Se sei fortunato e senti all’improvviso uno schianto secco come un ramo che si spezza senza motivo e ti giri piano, quasi senza respirare, allora vedi il capriolo che saltella, leggero, curioso, infantile, improbabile come un cartone animato, ogni volta ti sembra Bambi e lo segui con lo sguardo, ma la sua cosa più bella è quel galoppo leggero come un cenno e dopo aver fatto rumore con quello schianto che lo annuncia, poi se ne va in punta di zampe, galoppando come se corresse sulle nuvole e guardi allora la nebbia che si alza dalla Chiesa della Madonna del Sasso e ci credi che lì accadono i miracoli e non c’è bisogno di avere una fede speciale. (28/3/2003)