





















VOCE NEL SILENZIO – di Anna Meli

E il tempo scorre lento e continuo nel silenzio di casa mia. Tanti spazi vuoti, tanto silenzio da ascoltare e in tutto questo i ricordi si fanno avanti. Sento rumori di piatti in cucina, lo scorrere dell’acqua e la voce di mia madre che canta. E’ confortante e mi dà sicurezza.
Alla mia mamma piaceva molto cantare; in tardissima età ormai ultranovantenne continuava a cantare stornelli, storielline piccanti dei suoi tempi, qualche pezzo della Pia de’ Tolomei e tutto quello che al momento ricordava. Non aveva importanza se la sua voce non era più quella di una volta. C’erano in essa toni più lenti che terminavano spesso con un sospiro per poi riprendere, dopo una breve pausa, con un’altra storiella o un’altra canzone.
Spesso mi sedevo sul divano vicino a lei e le accarezzavo il viso, mentre mi raccontava la sua storia di bambina sfortunata alla quale era mancata la mamma all’età di soli tre anni. La “ spagnola” se l’era portata via quando il suo babbo era in guerra . Una zia si era presa cura di lei e della sorellina di poco più grande.
Quando raccontava mostrava tutta la sua fragilità, la sua voce diventava tremula, sembrava far fatica a venir fuori. Poi lei si calmava, sonnecchiava un po’. Io mi alzavo per fare altre cose in cucina, ma di lì a poco sentivo: “Mamma, solo per te la mia canzone vola….. “Segno che la sua mente, nonostante l’età, era sempre viva e presente. Se ne è andata molto vecchia e improvvisamente; tutt’ora mi mancano le sue storie, i suoi racconti, le sue canzoni, la sua voce e il suo modo semplice di vivere.
Giochi – di Patrizia Fusi

Nel lungo caseggiato che sembra sia stato un convento ci sono delle decorazioni in pietra serena di forma uguale nelle due porte d’ ingresso, all’inizio e al termine dell’edificio; su una di essa una piccola nicchia con una immagine della madonna. Nel tempo questo edificio era stato suddiviso in diciassette appartamenti.
Nelle famiglie che li abitavano c’erano ventidue ragazzi di varie età, ci dividevamo: i grandi non volevano con loro i più piccoli.
Dopo la scuola trascorrevamo le giornate sulla strada lungo il caseggiato dove giocavamo.
Le donne facevano alcuni lavori sedute fuori delle loro abitazioni, noi curiosi ascoltavamo i loro discorsi specialmente quando dicevano (attenti ci sono i tetti bassi) di quello che avevamo sentito ci facevamo le nostre opinioni su come nascevano i bambini e sulle mestruazioni.
Erano pomeriggi sereni, e nell’estate si prolungavano anche dopo cena sotto la luce dell’unico lampione situato all’angolo dell’edificio.
I giochi nostri erano il salto con la corda, da soli, in tre, in quattro , mentre saltavamo ci accompagnavamo con delle canzoncine, quando non avevamo la corda vera prendevamo dalla siepe un tralcio di vitalba e saltavamo con quella ma era meno divertente perché ci poteva saltare solo un bambino per volta.
A nascondino: si sceglieva dove contare, si contava fino a un certo numero e si diceva (ane ane chi c’è sotto ci rimane) se qualcuno non si era nascosto toccava a lui contare, non succedeva mai che noi non ci fossimo nascosti, iniziava la ricerca e appena si vedeva il bambino nascosto si pronunciava il suo nome e correvamo alla porta per fare bomba, se arrivava prima lui si salvava, l’ultimo bambino nascosto se riusciva a non farsi trovare poteva fere (bomba libera tutti) e rimaneva a fare la conto il solito bambino.
Acchiappino: non ricordo molto di questo gioco ricordo che si doveva rimanere in un perimetro e dovevamo correre per non farci prendere
Il gioco della campana disegnata in terra, si doveva tirare una pietra e saltare nel riquadro senza pestare la riga e recuperare il sasso .
La pista modellata con la terra della strada, dove i tappi delle bibite recuperati al bar della casa del popolo diventavano corridori, a noi femmine ci facevano giocare raramente.
Il gioco dell’anello: ci mettevamo in fila con le mani giunte ,un bambino dicendo una filastrocca consegnava l’anello senza farsi vedere dagli altri. Uno di loro doveva poi indovinare chi aveva ricevuto l’anello.
Il gioco (pisto e pistugno di maggio e di giugno la bella luminara sale la scala sale la scala e lo scalone la penna del piccione sei tu bella tira su questa cianteralla) quando con la filastrocca venivano toccate le due gambe venivamo eliminati, vinceva chi rimaneva ultimo
Il gioco individuale con la palla facendola battere contro il muro sempre con filastrocca (pallina dorata).
In un periodo ci capitò anche il cerchio di plastica dell’ ulaop ma con poco successo.
Il gioco ai quattro cantoni: un bambino rimaneva fuori , quando questo indicava un compagno, lui si doveva spostare correndo per non perder il posto.
Il gioco dello sculaccione: ci prendevamo per mano e formavamo un cerchio, un bambino rimaneva fuori e girava all’esterno, dava poi uno sculaccione a uno del cerchio e a chi era toccato doveva correre nel senso opposto all’altro bambino e cercare di tornare al suo posto prima dell’altro. Anche il gioco dell’uovo marcio aveva lo stesso meccanismo solo ad un momento del gioco dovevamo metterci a coccoloni e quello esterno lasciava un fazzoletto e si ripeteva la corsa per il posto.
Il gioco del girotondo il più classico (giro giro tondo casca il mondo casca la terra tutti giù per terra)
I giocare, con l’immaginazione diventavamo quello che ci affascinava di più e potevamo condividerlo con i compagni .
In primavera quando le vitalbe erano fiorite io e altre due amiche andavamo nel viottolone, ci addobbavamo con questi tralci con i fiori bianchi e fantasticavamo di essere delle spose, la fantasia ci faceva volare
Le belle scampagnate alla ricerca dei fiori, per regalare alle nostre maestre .
Non so se ho descritto bene i giochi, la memoria un po’ mi tradisce.
In viaggio – di Luca Miraglia

Dal testo di Stefania:
“A metà strada tra la terra e il cielo, o forse molto meno, solo un po’ sollevata, quanto basta per essere altro, né questo né quello”
Dopo un lunghissimo viaggio in treno (arrivavo dalla Sicilia) è apparsa tra filari infreddoliti e chiazze di neve mista a fango la rocca di San Marino, appollaiata sul monte Titano.
Laggiù il mare, lassù il borgo dominato dalla torre del palazzo del Governo.
Era la fine degli anni sessanta, e tuttavia la sensazione era quella di trovarsi a poggiare i passi in un mondo altro: se non fosse stato per le poche auto parcheggiate fuori le mura o per le “comodità” dell’albergo, si sarebbe ben potuto pensare e dire di trovarsi in una saga medievale.
Classi sociali e umanità – di Daniele Violi

Dal racconto di Patrizia….per ringraziare la popolazione del paese che non aveva fatto la spia, la fattoria donò olio e vino a ogni famiglia e terreno per l’orto.
Un messaggio di grande attenzione e di stima per le persone che con il loro impegno contribuivano a dare benefici sociali ed economici ad una attività agricola che al tempo ancora poteva rientrare tra le attività produttive principali e che poi in grossa percentuale con l’indotto e l’artigianatoha contribuito a risollevare il territorio da un periodo tragico, dove la distruzione della guerra, aveva coinvolto tutto quanto.
Le comunità che si ergevano intorno ad una attività agricola principale, motore dell’economia, rappresentavano talvolta un esempio anche di una rete sociale e solidale, che fruiva dei benefici in un territorio ricco di risorse naturali. Nel racconto si parla di un grande esempio di vicinanza e di eleganza valoriale verso la dignità e la storia di una comunità composta da donne e uomini e non visti soltanto come subalterni o servitori, come concepivano le regole secolari imposte dal latifondismo. Una realtà di decine e centinaia di persone impiegate fino allo sfinimento nel condurre 20, 30 poderi come si strutturavano i territori agricoli con le fattorie, centri nevralgici della vita delle attività agricole. Queste realtà erano disseminate capillarmente fino all’inizio del boom economico che ha poi cambiato lentamente il volto di campagne e città. La Grande attenzione di persone agiate ai bisogni di nuclei familiari poveri riconoscendo loro l’enorme valore del comportamento tenuto per aver dato il contribuito alla giusta causa di salvare una vita umana. Un esempio e se ne conteranno fortunatamente, per la loro umanità che ha reso possibile la convivenza tra strati sociali diversi o classi che poi successivamente hanno fatto parte di una società tutta da ricostruire.
Voce in barattolo – di Simone Bellini

Con un colpo di tosse si schiarì la voce ed iniziò con vocali e consonanti sparati con volume alto e tono secco, proseguendo con modulazioni a diminuire d’intensità e risalire di diaframma, poi di gola, infine di testa, ripetendo il tutto più volte.
Quindi passò alla Erre, da arrotare con altre consonanti ( brr-trr-drr ecc.) per poi leggere ad alta voce un libro con una matita messa per orizzontale tra i denti cercando di scandire bene le lettere.
Ora doveva allenarsi con gli scioglilingua tipo;
– Una rara rana nera sulla rena errò una sera
– Eva dava l’uva ad Ava, Ava dava le uova ad Eva, ora Eva è priva d’uva mentre Ava è priva d’uova
– Li vuoi quei kiwi? E se non vuoi quei kiwi che kiwi vuoi ?
Un po’ di gargarismi tibetani ( ngoo, ngaa, nguu ) e respiri profondi per concentrarsi.
– “ Siamo pronti ?”
-“ Si pronti !”
– “Mi raccomando intensità di emozioni ! Bene, prova di doppiaggio numero uno, VAI ! “
“G.C” SI VA IN SCENA – di Rossella Gallori

…LE TENDE pesanti di velluto bordeaux si aprono lentamente, ad ogni piccolo strappo di corda ondeggia la ricca frangia pesante. Sussulta…trema.
Ai lati preziosi embrasse, pendono inerti su ganci bruniti .
Personaggi: una mamma bellissima, eterea e pesante
Una divisa con dentro un uomo, un padre
Una bimba che finge di non saper piangere
In sala odore di zolfo
Costumi: Como seta/ style
Personaggi minori: un minatore siculo/ toscano
La scena: sulla pedana destra uno specchio gigante, forse mal posizionato riflette il nulla, forse lo confonde.
Sulla quinta di sinistra una gigantografia del vecchio Monti (a Como con la O stretta) datata 1950…piazza Cavour
Il fatto: un racconto lunghissimo, double face, dove i personaggi si rincorrono, sembra che non si incontrino mai, uniti e separati dal proprio ego….nemmeno quando si sfiora la tragedia e qualcuno cade in acqua, per colpa di cane scemo in cerca di coscette morbide.
Una donna bellissima finge vita, seminando polvere, granelli dorati, fastidiosi.
C’è un padre importante, in divisa sempre, anche quando non ce l’ ha.
Aleggia una brutta imitazione del toscano “ notaro” forse senza sapere che usare un latinismo, non è satira, ma cultura.
Attori speciali, tutti, da Oscar, l’ hanno vinto, per la serie: Sospetto e Mistero.
Sentore di bizzarro in giuria.
Note: tra il pubblico, in prima fila, una bimba bellissima, dagli occhi color “noce di Sorrento”. Immensi, aperti a volte spalancati ed increduli, spesso “ chiusi per non sentire”. Ha lunghi capelli color miele di castagno, ben vestita, a sguardi attenti sembra indossare però, una elegante divisa….asciuga lacrime asciutte, con il suo prezioso fazzolettini di lino impalpabile, le iniziali: G e C si intreccia con altre lacrime vere bagnate e nascoste.
Accanto a lei : Pina, Gigliola, Romilda e tante altre, donne sane, protettive, compagne semplici di vita nuova, dove respirare era obbligo, vivere…pure.
Sottotitolo in platea: Semplicità
Alla fine dello spettacolo , un ricco buffet, cibo ottimo, forse il bere è un po’ amaro, elegante, sempre e comunque .
Qualche generale di corpo d’ armata ringrazia sorridendo, il regista per i biglietti omaggio ricevuti…spesso la vita è gratis.
…..Dalla Sicilia, meravigliosi ed immensi cannoli si presentarono alla biglietteria……….profumo di ricotta e cedro candito, piccole briciole di cioccolato e pistacchio di Bronte tracciarono un piccolo sentiero…….
Leggendo Stefania – di Rossella Bonechi

Due sono le frasi del racconto che hanno suscitato in me emozioni e riflessioni conseguenti.
La prima è “DOVEVANO FARSI SENTIRE, AVEVANO TIMORE NON CI FOSSE ALTRO MEZZO, FORSE. COME CON LE GONNE CORTE, PER FARSI CORAGGIO.”
Mi fa pensare che davvero i ragazzi hanno il timore di non essere presi in considerazione, di essere troppo al lato degli adulti, in pratica di contare poco e allora fanno rumore con i motorini truccati o con le minigonne, come a dire ” eccoci, ci siamo, guardateci mentre anche noi prendiamo possesso del tempo e dello spazio”. i ragazzi e le ragazze hanno fatto rumore anche con la musica sparata a palla, con i balli sfrenati, con gli slogan urlati nei megafoni e quella che veniva liquidata come fastidiosa ribellione forse era solo voglia di dire ECCOCI. lo fanno ancora? La musica se la sentono in cuffia, non si chiamano più da muretto a muretto ma usano il tam tam dei loro cellulari, però si scrivono frasi e disegni sul corpo, i capelli non più lunghi sono multicolor e si mobilitano in piazze social. sì, sì i ragazzi e le ragazze gridano ancora e a gran voce anche; è lo spazio che gli si è ristretto intorno e i sordi la fanno da padrone.
La seconda frase è “ERA COSÌ BELLO QUEL CALDO, COSÌ PREZIOSO PERDERE TEMPO, CHE DAVA LA CERTEZZA SAREBBE STATO PER SEMPRE” Tutti noi, a pensarci bene, abbiamo un’isola dentro dove si raccolgono in piazza tutti i MOMENTI PER SEMPRE, che guarda caso erano i più belli, i più esaltanti. Niente è per sempre, lo sappiamo bene, ma se ogni tanto si può trascorrere un po’ di tempo in vacanza su quell’Isola, sul muretto all’ombra di “stitici” cipressi, ci avviciniamo molto al per sempre
La voce che porta – di Vittorio Zappelli

Dove porta la voce ? dove vuole e quando vuole, lasciati portare sulle sue ali a sentirla dove è nata e dove è diventata parte di te anche se assopita e silente .
Allora ti farà planare dall’alto delle mura della città verso la piccola casa “in Lucca fora” con il grande albero di castagno nel giardino in fondo al vialetto di sassi e da li entrerà nella cucina dove risentirai il suo suono mentre la sera ti prepara la cena con latte, burro e mele fritte e poi in camera con te a guardarla mentre si scioglie i lunghi capelli bianchi ed entra nel letto comune a fondere insieme i calori dei corpi nel freddo della casa senza riscaldamento. E’ la stessa che ti consola dalla malinconia per i tuoi genitori che non ci sono in quella casa che se ci pensi ..ti viene da piangere.
E d’estate mentre in città giardino al mare sei sotto l’ombrellone ,te la porterà il vento la sua voce con lei seduta vestita accanto a te sempre al lavoro a sferruzzare e raccontare storie del suo paese alla periferia della citta’ e del suo essere stata giovane madre con 2 figli vedova presto e sarta per tirare avanti. La voce è sempre pacata ma rivestita di coraggio ed è ornata di due occhi piccoli ma penetranti come spilli (per l’appunto di sarta)
Il vento cambia direzione; ora viene dal mare e la voce si fa più arguta e briosa; sorridendo complice ti farà ricordare come l’hai fatta cadere dalla bici in pineta tagliandole la strada e si è fatta anche un po’ male . Questo lei , sempre afflitta dai dolori, non lo ha mai raccontato a nessuno.
Cosi con il sorriso ha reagito nella casa grande del paese quando la voce premurosa chiedeva al ragazzo intento ai suoi giochi “ cosa vuoi da merenda ? e dopo un po’ al silenzio del ragazzo ancora “cosa vuoi da merenda ?” e cosi’ altre volte finché è arrivata la risposta insofferente “pane e culo !”
Il nome della voce: nonna Anna di Lucca
Il cappello marron glasé – di Rossella Gallori

Il cappello marron glacé era il meno brutto della produzione di mia madre, ne ha creati diversi negli ultimi anni di lucidità, con quell’ uncinetto che amava ma, che, a parer mio, non partoriva neonati bellissimi…. coperte pesanti fatte di piccoli morsi di lana grossa dai mille colori, poco calde ed ingombranti… grassi fazzoletti accogligatti che all’epoca non c’ erano e…cappelli, cappelli per me, che amavo il classico Borsalino da uomo o i colbacchi di pelliccia….copricapo coloratissimi mai della misura giusta, dalle forme desuete: a pentola, a vaso da notte, a orfanella, a preservativo gigante, colori ignoranti, sfacciati, nei casi migliori sembravano dei copri teiera…
Spesso li perdevo, volutamente o casualmente, mi cadevano dalle mani, mi abbandonavano senza nemmeno dirmi ciao, poco apprezzati, poco amati….cercavano altre vite.
Stessa sorte l‘ha avuta il cappello color castagna…ricordo bene l’ ultima volta che l’ho indossato, faceva freddo, molto freddo, la giornata si era annunciata noiosa, monotona, quella telefonata: esci?!?, improvvisa mi aveva sorpresa più malandata del solito, capelli scarmigliati senza garbo, vestagliuccia ciancicata, uscire o non uscire, amletico dilemma…
Fu così che in pochi minuti mi preparai, un po’ sfavata come sempre mi ritrovai, con cappotto/ sciarpa/ guanti di fronte ad una scatola di impietosi cappelli, dalla quale cadde lui, lui il copriteiera, l’ ultimo gioiello della collezione di mammà… mi scelse e ed io stranamente, non lo rifiutati.
Confesso che mi sentii subito protetta da lui, ero sola come sempre, ma serena, forte, vera come non mai, ero protetta dalle schegge che spesso non riuscivo a schivare, dal mio non essere mai tutta me, camminavano in tre lungo l’ Arno, amicizia lei, cuorscontento io, ed il magico cappello poco distante da grandi occhiali scuri, dal bavero alzato, dalla sciarpa strangolante…
Guardavamo l’ Arno di là, come un quadro, il caffè e le parole incorniciavano un pomeriggio senza fronzoli…incontrammo gente, io perfino sorrisi, nello scoprire che altri erano amici di miei amici…..in una Firenze così piccola da stare in un cuore…
Ci furono le foto, con un sole che aveva voglia di andare a dormire, ed ancora non era nemmeno ora di cena, foto da ragazzine sotto un ponte, che in altri momenti mi avrebbe fatto paura, ma quel pomeriggio noi tre eravamo invincibili…”moschettieri su i greto” ed il vento arrossava le guance, un racconto nella testa, qualche confidenza, una poesia strappata in tasca e quelle istantanee che forse eran tre o quattro…ma ne è rimasta solo una, graffiata dal vento….Non si è persa lei, come il mio povero cappello, come qualche sogno infranto, è rimasta lì testimone di un giorno che ricordo, del fiume di casa, di un caffè nemmeno speciale, di una me così serena, che non conosco, non riconosco…di quattro piedi, in marcia…
Si quella ero io, sono io……
Lavorare o passeggiare? – di Sandra Conticini

Anche io mi sono dilettata a lavorare a maglia o a uncinetto. Più che altro in gioventù poi con il lavoro, la casa, la famiglia, il tempo non avanzava, ma per fare qualcosa a mia figlia riuscivo a trovarlo. Le facevo golfini, maglioncini lavorati con punti diversi, ma come mi dispiaceva quando, con le lacrime agli occhi, mi diceva: Mamma pizzica!
Io mi alteravo subito, poi cercavo di convincerla che non era possibile, ma lei non demordeva e chiedeva sempre la solita felpa con l’orsetto.
Pensavo al tempo ritagliato per quel lavoro e mi convincevo che sarebbe stato l’ultimo, ma poi ci ricascavo.
Anche ora, che ho più tempo, ogni tanto le ho fatto qualche sciarpa, maglia, chiedendolo prima a lei che, per non farmi dispiacere, ha accettato, ma capisco che sarebbe meglio che quel tempo lo usassi per andare a fare una bella passeggiata sull’Arno.









Foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori, Cecilia Trinci
Eleganza nel giardino – di Carla Faggi

Siamo a fine Febbraio, fa freddo, ed è piovuto molto.
Il mio giardino spontaneo pur sonnecchiando ancora, è già rigoglioso.
Sembra uno spartito musicale, note alte degli steli del tarassaco, chiamato nella mia infanzia Piscialletto, con le loro piccole margherite gialle che sembrano abbracci, non sono molte, perché bisogna aspettare ancora qualche giorno di sole per vedere il giallo fare da padrone nel prato.
Poi ci sono le note basse, piccole erbe di campo che se sapute riconoscere sono anche ottime insalate. Più alte , più basse, più rotonde, più diffuse, sembrano tanti contralti, baritoni, bassi.
Alcune sono femmina, altre maschio. Perché? Non lo so, è così e basta! Forse dipende dai colori, dalla forma delle loro foglie oppure solo dalla mia immaginazione.
Poi c’è l’erba comune, quella che se fosse sola e per fortuna non lo è, formerebbe il cosiddetto freddo prato all’inglese.
Tanti cespugli di malva ancora senza fiori ma importanti con il loro verde intenso. Baritoni per ora, contralti in fioritura.
Poi c’è il crescione con le loro piccole infiorescenze bianche.
E nel sottofondo Lei, la regina ! La borraccina! Di un verde cangiante, in alcune zone più gialla, in altre quasi bruna è senza ogni dubbio la più affascinante perché sembra dipinta per riempire gli spazi vuoti, per creare la sensazione d’insieme, un insieme che è eleganza. Perché l’eleganza è armonia, è spontaneità, è modestia, perché in tutte le cose vere c’è eleganza.
Ombretta detta Omblì – di Cecilia Trinci

L’eleganza di allora era facile. Bastava il cappello di buona qualità, una veletta che rendeva magico qualsiasi volto, scarpe di buona fattura, con il tacco giusto per ogni età. C’erano regole facili da rispettare: il paltò di lana, anche rivoltato dalla sarta, il soprabito ai primi caldi di primavera, il tailleur a vita stretta, camicette con colli stirati e spalle ampie, magari bianca sotto una giacca grigia. Colori timidi, riservati, a parte certi vestiti come quello di seta viola con fiori rosa che adoravo. Non so se lo adoravo per come lei lo portava, muovendosi ondeggiante ma di fretta, come se scappasse in continuazione da qui a là. Oppure perché le occasioni erano quelle belle, allegre, di festa.
Comunque abbondava il castigato marrone, il leopardato accennato nei bordi del cappotto, sul bavero e sui polsini, o sul cappellino vanesio con le punte in cima. Raramente si usciva di pomeriggio senza cappello, quando esisteva ancora l’inverno. Mia nonna ne aveva una collezione. Adoravo le sue velette, piccoli pezzetti di retina che scendevano sul viso o rimanevano accartocciati sul cappello. La guardavo attraverso quei quadretti e mi sembrava trasformata in una fata misteriosa; i nasi di tutte le donne scomparivano e funzionavano solo come leggero appoggio per quel piccolo e fantastico elemento di eleganza.
Mia mamma non la sopportava. I suoi cappelli erano sempre rimaneggiati da forbici impietose e la veletta se ne volava via per prima. Forse, appena scesa sugli occhi, la faceva sentire imprigionata in una rete da pescatori della sua Liguria.
La sua eleganza era nelle pose da sirena che assumeva al mare, in costume, scalza e libera con il vento nei capelli, seduta sulle barche, con lo sguardo verso l’orizzonte, come un gabbiano in punta di zampe, pronta per spiccare il volo. La polena di un bastimento, la statua sul lungomare di una città marinara, sembrava nata in mare e solo lì si placava il suo spirito drammatico.
I suoi gesti più eleganti erano quando si porgeva ad ascoltare sconosciuti infelici. Sulle panchine dei giardini, quando non era ritenuto conveniente dall’etichetta, lei accoglieva e attirava. Forse per lo sguardo marrone intenso, forse per il suo corpo sempre proteso al mondo, forse per la sua ingenua attitudine positiva, chi era diverso si sedeva accanto a lei e si raccontava e lei ascoltava. Entrava nel racconto pienamente e si dimenticava del tempo che passava. Dava importanza nello stesso modo alla signora ex collega di banca incontrata per caso, al mendicante che non aveva casa, alla ragazza in carrozzina rovinata dalla polio, al matto del paese che tutti prendevano in giro, al ragazzo sfigurato dal forcipe che faceva paura a tutti ma non a lei.
Era elegante quando nuotava in mare, che pur non essendo più il suo gli assomigliava per il sapore delle onde. Pochi giorni ogni anno che la facevano risorgere come una pianta assetata sotto la pioggia. Ma anche quando camminava scalza la notte per via Fabbroni, di ritorno dall’opera con mio nonno cantando Puccini .
Era sempre talmente pronta al volo che nella vita non ha saputo rimanere. E’ volata via ragazza, con ancora lo sguardo marrone intenso, con il corpo da sirena e lo scatto veloce nelle gambe.
Racconti nello zaino – di Rossella Bonechi

Per tanti anni ho lavorato in un elegante palazzo storico abbellito da armoniose arcate addolcite da medaglioni di Andrea Della Robbia a dare luce colore e ancora più eleganza. Vivevo come un privilegio potermi affacciare sul portone e trovarmi di fronte la facciata di Santa Maria Novella con il suo equilibrio di forme e colori. L’essenza, per me, dell’eleganza senza tempo. Quella dell’agenzia invece ne aveva risentito e come del passare del tempo ma per me è stata solo un contenitore di incontri e conoscenze. Sono cresciuta lì dentro, ascoltando storie le più disparate, curiosando tra racconti di lontane tradizioni e linguaggi inafferrabili. Oltre ai clienti tradizionali che andavano in vacanza c’era tanto mondo che entrava da quel portone: cinesi arrivati in modo rocambolesco, singalesi che per annuire scuotevano la testa come a dire no, nordafricani caciaroni che pretendevano di portarsi dietro la casa sui traghetti, georgiane con i loro cognomi impronunciabili e poi filippini, pakistani, peruviani, insomma una Babele totale!
Non è vero che chi non parla la stessa lingua non si capisce, a volte basta un’espressione del volto, uno sguardo, una postura per entrare in contatto con qualcuno e ho imparato che se gratto la crosta sotto c’è sempre un umano come me. Era umana come me la ragazzina nigeriana che entrò impaurita e con un occhio nero a chiedere il costo di un biglietto, era umana come me quella bellissima donna che dovette consegnarmi un documento ad occhi bassi con il nome che finiva in O e non in A. Come fai a non imparare a metterti nei panni delle persone quando in lacrime ti supplicano di trovare un posto per andare a verificare se l’onda tremenda che tutto spazza via ha risparmiato o no i propri cari?
Ho tanti ricordi, tante storie nello zaino, una collezione di sorrisi, un assortimento di volti e colori che mi hanno fatto viaggiare fino al mondo e ritorno, che hanno spostato il mio sguardo da dentro a fuori, che mi hanno aperto la testa e le mani; e ora che il turbinío è finito spero di non richiuderli mai più..
Intanto la Loggia e la Chiesa continuano a guardare, dall’alto della loro elegante bellezza che sfida i secoli, tutte quelle formichine che si affannano là sotto.
La signora madre – di Gabriella Crisafulli

Me la ricordo mentre camminavamo lungo via Sparano a Bari.
Era come se si fosse sparsa la voce per tutto il corso. I negozianti si affacciavano per salutarla.
Quando entravamo in un esercizio commerciale il proprietario e i commessi le si avvicinavano ossequiosi. Non sto a dire cosa successe quando ci inoltrammo da Minguzzi che era il tempio del massimo raffinato possibile in città. Scesero persino dai piani alti per venirle incontro: “Buonasera signora L……, benvenuta! Cosa possiamo fare per lei?”
Anche a Firenze una volta che venne a trovarci e andammo dall’ortolano di via della Rondinella, il proprietario nei giorni successivi mi chiese informazioni su quella signora così elegante.
Era bassa, asciutta, il viso magro, le guance scavate, il naso aquilino, i capelli corti, bianchi, naturalmente mossi. Si muoveva con una postura rigida e impettita tenendo la borsetta vicino a sé sul braccio piegato.
Al collo sempre il doppio filo di perle.
La sua presenza unita ad una sicurezza nei gesti, nell’espressione e nel tono di voce imponeva rispetto e trasmetteva determinazione.
Sin da giovane non era stata bella e questa era una caratteristica comune alle donne di famiglia acquisite e non.
Non solo il mio arrivo al seguito del figlio non le fece piacere ma le mise una grande agitazione.
Pur non avendo io una figura sinuosa, lunghi capelli ramati e labbra dipinte, pur non indossando abiti rosso scintillante con spacco alto, scollatura vertiginosa e tacchi a spillo, avevo un’estetica decisamente esagerata rispetto ai canoni della famiglia.
E un’età fuori target.
Questo ha costituito di per sé un elemento di sospetto nei miei confronti che non ci ha consentito di empatizzare.
Ho provato per dieci anni a inserirmi in quel contesto.
Poi mi sono arresa e il mare non fu più Polignano ma la Maremma.
…
Due anni prima di morire la sua eleganza si colorò di sentimento e mi disse che mi ricordava all’arrivo in Puglia con un vestito verde. “Eri una bella ragazza – si lasciò scappare – anche se i piedi, quelli no, erano decisamente brutti.”
Eleganza – di Nadia Peruzzi

Eravamo in un cinema, in coda per il biglietto. A due passi da me Paolo Poli.
Avevo appena letto la sua autobiografia e ad una ad una mi tornarono in mente i lavori teatrali in cui lo avevo visto recitare.
Non sono una che fa le corse per avvicinare le persone famose. Quella volta però non ho resistito.
Gli feci i complimenti per tutto, anche per la sua autobiografia.
Mi rispose col sorriso e quegli occhi che trasmettevano la sua vivacità e la sua grande cultura, la capacità di osare, di ergersi contro gli ipocriti e i retori con i paraocchi.
I gesti e il suo porsi mi colpirono. Era elegante e non solo nel vestire.
Aveva una eleganza innata, ed era dentro il suo essere, lo si percepiva.
Un vero gentlemen nel senso più profondo del termine.
Furono poche frasi, un attimo appena, ma intenso e del tutto privo di barriere.
Eleganza – di Tina Conti

Si muoveva con decisione e discrezione, ascoltava e sorrideva.
Aveva un cuore accogliente, se ne accorgevano subito tutti, lei cercava di non farlo notare, ma era impossibile non accorgersene.
Elegante, nei modi e nelle sue azioni, umile nel condividere e raccontare la vita e gli obiettivi, nell’affrontare il dolore, la gioia, le difficoltà.
Non saprei come fare senza il suo amichevole sostegno che arriva sempre anche da lontano, piccoli segni che come farfalle leggere ti ricordano di lei nei momenti della giornata, segui i suoi passi, mostri i tuoi, legati dal filo della vita che avanza.
Sempre elegante nei suoi contatti, leggera anche nelle difficoltà.
Non saprei come fare senza ROSY, la sento vicina, che ascolta, capisce, coccola con i suoi ritrovi e inviti. eleganza innata nel suo sguardo e nei movimenti, nel suo agire.
Riesce ad accogliere senza annullarsi, ricordo il pranzo fra amiche con la sua mamma anziana e con
Alzahimer vicino a noi che giocava serena con delle statuine e sorrideva prima di andare a letto
elegante nel suo aspetto che si è modificato nel tempo, “voglio solo comodità oggi e molto colore
Borsetta bagaglio per i viaggi, contiene tutto in un pugno, un gioiello fatto ad uncinetto rigorosamenta rosso per Natatale, scialletti intrecciati con le mani per le amiche che così si riconoscono da lontano quando si incontrano.
Sportiva con gare vinte in giro per il mondo, quando l’ho conosciuta, con il suo completo pantalone color avorio e i suoi capelli biondi “spaccava “come dicono adesso i miei nipoti per dire che affascinava con la sua presenza elegante.
La ficaia di Maremma – di Gabriella Crisafulli

Il ritorno a Vacchereccia al tramonto, dopo aver trascorso tutta la giornata in spiaggia, era davvero duro. Riuscivano solo a fare metà salita poi dovevano scendere di bicicletta. Ma lì, alla seconda curva, avvolta da insetti ronzanti, c’era la ficaia che emanava un profumo intenso dall’ombra della sua nicchia. Mentre lei si asciugava il sudore che entrava fin dentro agli occhi, lui si inoltrava in quell’oasi e ne veniva fuori sempre con qualche fico. Li mangiavano lì prima di riprendere a camminare. Dopo la doccia, a cena, li aspettava il cestino colmo di frutti che raccoglievano di prima mattina, a Spergolaia, dalla Romilda.
Li accoglieva sempre soave e grata perché lei, i fichi, non li poteva dare nemmeno ai maiali: “Gli vengono gli scioglimenti” diceva. “E poi, quando cadono, fanno tanto sporco!”
Li mangiavano con il pane, alla maniera dei contadini, mentre lui si soffermava a mostrare la differenza fra un frutto ed un altro a lei che non distingueva un fico da un fiorone!
La narrazione non aveva mai fine e, come in ogni storia che si rispetti, veniva ripetuta sempre uguale, sempre diversa.
C’era il profumo che veniva fuori dalla fornacetta mentre cuocevano gli involtini di foglie di fico che colmavano il trullo di aromi.
C’era la nonnina Anna alle prese con i graticci per l’essiccazione dei frutti, con la capatura delle mandorle per il ripieno, con l’estrazione del succo, con le spase per l’ultima asciugatura in paese, nel forno a legna.
E poi c’erano i fichi per ogni ora del giorno e per ogni occasione: venivano declinati in marmellate, gelatine, vin cotto, mustaccioli, cartellate, rose, sasanelli, panzerotti, przzid, …
Creavano un sottofondo che sapeva di affetti, di legami, di tradizioni: evocano le radici profonde di un mondo perduto.
Elegante naturalezza – di Anna Meli

Eleganza è saper accogliere, saper capire, comprendere la diversità. E’ dare coraggio a chi si sente inutile e saper vedere oltre.
Eleganza è una dote naturale: è nuda e non lo sa, è a suo agio in ogni situazione.
Eleganza non è invadente e non mette distanze; è discreta; chi la possiede non lo sa.
Eleganza è pacata naturalezza.