Per conoscere e creare personaggi e divertirsi pure
https://drive.google.com/file/d/1QfkmS5aiVmVjF1eNohms3hgZwhypPU1e/view?usp=sharing
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SANDRA – di Rossella Gallori
HA SCELTO IL SUO COLORE PREFERITO, CERTA E SICURA DI STARE AL MEGLIO……UN PAPAVERO ROSSO NEL VERDE DELLA SPERANZA
HA SCELTO D’ ISTINTO, IL COLORE DEL CUORE, LA MORBIDEZZA DI UN TESSUTO BRILLANTE….ED UN PO’ IMPERTINENTE…
HA SCELTO, DI ESSERE ANCORA SE STESSA PER AFFERMARE IL SUO ESISTERE…..
MI VEDI?
CI SONO!!!!

Chi dell’altrui si veste, presto si spoglia – di Rossella Gallori
….Indossai qualcosa di tuo, non per vivere la tua vita, non per diventare migliore, e nemmeno, credimi, per sembrare più bella.
Cercavo, forse invano , di diventare migliore, una me con qualcosa di te.
Un profumo diverso, un colore, che fosse arcobaleno, che fosse un po’ più gioia.
Girai con quel caldo mantello, per ore, per giorni, forse.
Poi… nel silenzio dei miei pensieri, tolsi ciò che non era mio e che non lo sarebbe mai stato.
Indossai il mio vecchio cappotto, la sciarpa di sempre, il vecchio cappello, i guanti un po’ scuciti.
Mi guardai, di sfuggita allo specchio, non ebbi sorprese, niente da quasi sempre mi sorprendeva….
Ripresi comunque, ben dritta, più sicura, il mio cammino.

Le giunchiglie fioriscono d’inverno – di Cecilia Trinci
C’è una mattina d’inverno in cui, all’improvviso, fioriscono le giunchiglie. Ogni anno è una sorpresa perché fa ancora freddino e cammini infagottata nella sciarpa sopra il piumino quando lo sguardo cade tra i fossi, sotto le siepi, e vede, appena fuori città, nel solicchio di metà giornata, i lunghi steli che sostengono i pennacchi delle giunchiglie. Bianchissime, profumatissime da mal di testa, danno l’allarme che la primavera è nell’aria, e stanno quasi sempre in gruppo, per farsi compagnia quando pizzica di freddo la brina del mattino. Appena le vedo, scoprendole tra le foglie, dovunque mi trovi, immediatamente compare un’immagine. Mio babbo che torna dalla campagna col giaccone invernale, il cappello pesante, i sacchi dei suoi tesori e le giunchiglie in mano, in un mazzo arruffato, i gambi ad altezze diverse, tanto qualcuno poi le sistemerà nei vasi….Il suo gesto dell’ultimo momento, prima di venire via dal “giardino d’inverno”, piegandosi per cogliere quel pensiero per le sue donne rimaste a casa e per portarsi via tracce di quegli anticipi di primavera, di quella giornata passata in libera uscita, al sole, tra l’erba, con le chiacchiere del vicino, sporcandosi le mani di terra e il cuore di cielo azzurro, come sa essere davvero azzurro a gennaio.

La tavola apparecchiata – di Cecilia Trinci
“Vi invito per una giornata in campagna…non so voi, ma noi usciamo da un periodo così umido che non se ne può più. Abbiamo bisogno di sole, di aria….allora venite! Solo per stare un po’ insieme…non faccio niente … davvero….solo due cosine per mangiare insieme e poi andiamo a camminare al sole! Non portate niente! Venite con le mani in mano! Solo per stare insieme….Vi aspetto”.
Invece, dopo un sabato estivo, la domenica in questione si apre con la pioggia a dirotto e il freddo inaspettato, con l’idea della neve e l’umido freddo che si infila dappertutto.
Comunque andiamo….tanto per stare insieme….! Pioggia …vento e anche neve per la strada provinciale e poi dopo su per i tornanti….arriviamo che batte forte la pioggia e l’ombrello non basta perché tira anche vento.
Appena aperta la porta ci accoglie un bel caminone acceso e … una tavolata riccamente apparecchiata di bianco per ….uno, due, …. nove …… dieci!
– Chi viene? chiedo con cautela, pensando che avevamo capito che saremmo stati in pochissimi
– oh sai……già che c’eravamo abbiamo chiamato i Tizi,… i Cai…..e i Semproni. I Nondetti non possono venire….avevo chiamato anche i Fantasmini ma lui non poteva e lei aveva la mamma anziana a casa….
E così l’idea di quel “non faccio niente…tanto per stare insieme” naufraga miseramente su tutti quei piatti del servito buono. Guardo il camino: nostalgia forte e improvvisa del mio, di casa mia, dei monti miei….ma il fuoco scalda tutto e brucia via tutto. Dalla finestra pioggia pioggia pioggia.
– Ho fatto delle cose semplici, mi devo ancora riconciliare con la cucina toscana….non sono ancora in sintonia con questi mangiari rustici, con queste tradizioni antiche…..mi devo ancora ritrovare…Mi sono avventurata in questa arista che chissà come mi criticherete ……già lo so che avrete da ridire!
Ma perché l’esame di maturità a questa povera arista, che cuoce, lo vedo, in un rotolo immenso, succulento e abbronzato, dentro un forno smagliante?
Alla fine si decidono: mi affidano dei pomodorini tutti uguali, chiedendomi di tagliarli in quattro e mi fanno pure vedere come: – mi raccomando così ….in quattro pezzetti precisi, mi ci vogliono proprio così, vedi, tagli così e poi così, mi raccomando precisi… E io taglio…precisa, attenta a non sgarrare…chissà dove andranno messi ‘sti pomodorini…..
Poi mi chiedono anche di coprire dei quadretti perfetti di pan carré già tagliati con una salsa bianca…. – Non troppo né troppo poco, così, vedi, con un po’ di ricciolo, perché se no sopra non si infilano le fettine di pomodorino (altri o quelli di prima? Mah!). Mi avvio alla prova della tartina e riempio. Altri piatti coloratissimi con gli antipasti vengono aggiunti sul tavolo, dove già è sistemato il servito buono, le candele nei lunghi candelieri, le posate della nonna….Aspettiamo.
Le una……una e mezzo…
– a che ora vengono?
– ora pranzo….(che ora sarà l’ora pranzo?)
Alle due meno dieci eccoli: un gruppetto bagnato e infreddolito si infila nella cucina calda.
– Ciao! OHHH o chi c’è!!! Ma come stai? Ma come state? O voi!? O te!? O ma che bello ma che brava!!!! Ma come! Ma come sei meravigliosa! Ma che casa stupenda!!! Ma che gioiellino! Ma che finestre! …..Quadri! Sembrano proprio quadri! Bello! Ma bello bello bello! Una casa che…..unica!!!! Che particolari perfetti! Guarda qui, guarda là … e questo e quello……!!!
Ci sediamo.
Noccioline, aperitivo e tartine….colorate….pomodorini e salsa bianca…. Lei sparisce a cuocere la pasta. La serve infine in un vassoio di coccio rotondo, condita con un trito di rucola e pomodorini appassiti (i miei! Eccoli finalmente! Ma valeva la pena essere così precisi negli spicchi?) Che ore saranno? Guardo l’orologio: le tre meno un quarto….
– Volete scaldarla col peperoncino? Sì perché nell’olio caldo il peperoncino si esalta e si riscalda e ….riscalda…..!
– Meraviglia!!!!! Che idea!!!! Che genio!!!! ma sei straordinaria!!!!!!!!
– Questa è una ricetta contadina, del popolo! Una ricetta antica! Sapete ma….io mi devo ancora riconciliare con il mio passato, con la mia terra…con i ricordi…..e così dopo tanto ho fatto questo piatto antico, rustico, semplice eppure emozionante!!!!
– Buoooooooono! Ma veramente b u o n o!!!!! e fioccano a raffica i vari altri: Che bontà! Che bravura! Che piatto stupendo, indimenticabile!!!! Buono! Ma buono buono buono!- Ma veramente! Una cosa indicibile!- Ma come sei strepitosamente brava!- Brava! Ma che piatto! Ma che bontà! Ma che delirio di sensi e gusto!
– E che idea questo peperoncino! E l’olio caldo! – Ma come hai fatto? Ma che ci hai messo?????
– Eh ho preso la rucola…..ho tagliato le foglie e le ho messe una per una ad appassire sul fuoco, poi ho aggiunto i pomodorini tagliati a spicchi (ah eccoli i miei pomodorini precisi precisi) e li ho fatto sobbollire un poco e poi girati e poi conditi e poi e poi….(Ah!!! ma perché dovevano essere precisi!!!!!)
E di nuovo fioccano i – Ah ma buono guarda veramente BUONO! – Ma la pasta poi! Ma che pasta è? – Radiatori della Garofalo! – Nooooo! La meglio! Senza dubbio la Garofalo è proprio la meglio in assoluto e poi questi radiatorini……mmmmmmhhh che bontà, che delirio che splendore….
Proseguiamo con la salsiccia di cinta alla brace (ahhh buona! Ma com’è …! ecc ecc) e la famosa arista all’uvetta e spezie, che naturalmente è…..BUONISSIMA!
– Ma com’è fatta questa arista meravigliosa? – con timo, finocchietto, uvetta….. – Ma che spettacolo!
E le patate e gli zucchini tagliati a rondelle fini e limonate….Colori: giallo, verde, marrone, bianco…..…. E vino nero….perdutamente Chianti!
Satolli ci guardiamo finalmente in faccia, ma …ma…..finisce lì……
A salvare la conversazione un vassoio rotondo con petali di pecorino a coronare un cuore verde di baccelli sgusciati.
Arriva infine il dolce: un’enorme ruota di crema e frutta. Gli animi si svegliano nuovamente: – OOOOOOHHHHHH! – Bella buona brava ecc ecc!!!!
Tintinnio di brindisi, caldo da vino….ma i ricordi non vanno oltre il vecchio cineforum dove si andava con poche lire. Prevale invece il presente, i tentativi falliti di “svoltare” mascherati da opportunità sgusciate via dalle tasche bucate del paltò, “peggio per loro! Son loro che hanno perso noi, la nostra unicità, la nostra bravura!” E se si chiede troppo è come toccare una tana di ricci spaventati. Alt, c’è una sottile linea trasparente oltre la quale non si può andare. Viene da chiederci “ma chi siamo?”. Chi siamo stati? Chi siamo diventati? E soprattutto “cosa abbiamo fatto delle nostre vite, delle nostre opportunità, della mano di carte quando toccava a noi sparigliare?”
Ma nessuno lo chiede e ci spostiamo sul divano.
Si potrebbe raccontare dei nostri passi diventati più lenti, delle persone che abbiamo perso, delle paure, anche delle sconfitte. Tra amici si può!….. Ah no? E’ proprio con gli amici che non si può dire ho paura???? Ma come? Da quando? E no! E tanto meno si può dire ho tanto freddo qui, sul lato del cuore…….Ma forse è il camino che si sta spengendo.
Salta su per fortuna il cambio di tappezzeria del divano! Ah si si che bello! Possiamo dirlo che abbiamo rinnovato la cucina e non si riconosce! Ora sì che ci rappresenta…che dice chi siamo noi!
– Verrete a vederla spero!
– Come no?
– C’è il sole. E’ smesso di piovere!
– Via via …..Andiamo a camminare!
Il sole comincia a uscire dalle nuvole strappate, fa capolino dalle finestre-quadro. Gli alberi ritornano fioriti, la grondaia del tetto non butta più acqua. Fuori, sul terrazzino ci sono le pansé. Bagnate, ma piene di colore.
Il cielo si è lacerato in boccoli bianchi, soffici e gonfi. Mi sento che vorrei scappare……Forse lo sentono anche loro perché da quella volta neppure più quel “Venite vi invito per una giornata di primavera! Non portate niente…si fa per stare insieme…..” Occhi sgranati troppo imbarazzanti?….troppo cuore. Aperto. Altro che finestre-quadro!…..Troppo cuore aperto in cerca di parole.
Per “I mercoledì de La Matita per scrivere il cielo” – 24 gennaio Bibliocoop Bagno a Ripoli – tre storie di Luciano Giannelli, Rossella Gallori, Mimma Caravaggi
In ottava rima – La storia del gatto Bartolo(Meo) di Luciano Giannelli
Salendo per le scale come usato
Stanco per l’eccessivo lavorare
Non mi pensavo mi sarei trovato
Un nero gatto cui dover badare
Inver da giorni si era osservato
Di cuccioletti strano passeggiare
Ma non credevo, da persona accorta,
Trovarmi un gatto proprio sulla porta.
Ristava lì, dimesso e mingherlino
E mi guardava con disperazione
Moribondo esemplare di felino
In cerca certo di cibo e padrone.
Mettermi gatto in casa e piccolino
Certo non era nella mia ambizione
Ma per la compassion che ci s’abbatte
Gli diedi mezza ciotola di latte.
Gliela lasciai dinanzi della porta
Ch’entrasse in casa poi non era il caso
Ed io pensavo fosse mossa accorta
Lasciarlo fuori a succhiar dal vaso
Che altra soluzion non s’era scorta
Per un gattin ch’ha lo zerbino invaso.
Di conseguenze la scelta fu foriera
Perché il giorno di poi lui ci riera.
E mi guardava con aria fiduciosa
Pensando aver risolto il suo problema
L’aria che aveva era certo amorosa
Semplice assai lo teneva lo schema
Tranquillo se ne stava in quella posa
Senz’ansia, senza affanno e senza tema.
Era tornato lo scimmione buono
Che di quel latte gli avea fatto dono.
Passato in casa, si dové costatare
Che breve si poneva la questione
Che se alla fame si potea badare
Con quel catarro che tenea bordone
Non si sapeva certo cosa fare
Triste si prospettava soluzione
Per il momento non s’immaginava
Ch’era il rumor del gatto che ronfava.
Ronfava proprio senza soluzione
Tanto felice era il bel gattino
Felice prospettava la stagione
Avea chi gli poteva star vicino.
E non che fosse una sua pretensione
Siccome ch’era tanto piccolino
Che lo badassero era naturale
E lì non si trovava proprio male.
Così Bartolomeo detto Meo
Venne ad allargare la famiglia
Non c’era discussion né piagnisteo
Gatto radagio è di chi se lo piglia.
Sembrò che non avesse neanche il neo
D’esser bastardo oppure ci s’appiglia
Al libro che di saggio ha pretese
Nel dirti che lui è un siamese inglese
Crebbe contento e crebbe assai tranquillo
Senza sortir di casa alcun momento
Pungeva qualche volta col suo spillo
Ed è sicuro che io lo rammento
Poiché m’entrava a letto tutto arzillo
Di certo provocando un gran fermento
Quando restavo oltre la decenza
Destinata m’era questa penitenza.
Dopo d’un tempo cominciò a sortire
Perché era grande e la gatta tirava
Era tutto un tornare e rifuggire
Secondo la gattina lo chiamava
E ritornava stanco per dormire
Distrutto certo da chi lo spompava
Diviso insomma fra bagordi e amori
Viveva bene dentro e bene fuori.
Però non sempre la cosa funziona
Banali eventi posson rovinare
Una vita tranquilla e un po’ sorniona
E tanto accade e tu non sai che fare,
Sovente la tua pace condiziona
Cosa minuta da non considerare.
Se torni a casa ed è chiusa la porta
Non puoi saper dove questo ti porta.
E tanto accadde in una settimana
O anche meno ch’eravamo assenti.
Rimase Meo lì gnaulando in vana
Ricerca dei padroni impenitenti.
Rimase dico alla porta sottana
E pure visto da quei deficienti
Che con noi stavan in buon condominio
Aprir la porta gli parve abominio.
E così ti smarrimmo, o caro Meo
Tristi mirando una tua sorellina
E ricordando, ed era piagnisteo,
Come ammalatasi la nostra bambina
Tu stavi lì e parevi un cicisbeo
Lasciando il letto sol per pisciatina
Fatta di corsa, tornando con pazienza
A porgere la tua piena assistenza.
Né fu che ti perdemmo e ti scordammo
Ché un bel giorno, in una strada ascosa
All’improvviso noi ti ritrovammo
Corresti incontro con aria giojosa
Girarti e rigirarti ti mirammo
Convinti di riaverti, ma una sposa
Ti deve aver chiamato dietro un muro
E ci sparisti dentro un buco scuro.
Fu peggio mesi dopo in un canneto
Ch’era infestato di gatti bianchi e neri
Eri tra loro e neanche in segreto
Vivesti un dramma, ad essere sinceri
La torma ti chiamava nel forteto
Ma noi agitavamo i tuoi pensieri.
A lungo esitasti sul che fare
Però al fin ti decidesti a andare
Anche se per minuti lunghi assai
Intensi gli occhi tuoi ci fissorno
D’allora non t’abbiamo visto mai
E si passava giorno dopo giorno
Dicendo se succede e casomai
La tua sorella l’avevamo intorno
Randagia, né ci siamo accorti
Come né quando voi due siate morti
***
Siria, la mia gatta – di Rossella Gallori
La mia vicina di casa ha sempre avuto un debole per gli animali: conigli bianchissimi, cagnolini biondi e se ben ricordo ha avuto anche un furetto, tutti deceduti per distrazione, riempiti di grande amore ed abbandonati al primo intoppo. Quindi, spariti cani, conigli, furetti e fidanzati vari, la mia vicina decise per un gatto, una gattina grigioazzurra, una certosina dagli occhi verdi, che io vedevo raramente, ma sentivo miagolare spesso.
Ma l’intoppo arrivò, puntuale: il rifacimento delle facciate….e le mia vicina decise di far abituare la gattina a star fuori, Siria ( nel frattempo aveva ottenuto un nome) non ne fu felice: aveva pochi mesi ed il freddo ed il rumore la spaventavano……
Approdò in casa nostra.
Semplicemente ci scelse e basta, non volle più tornare da dove era venuta….appena sentiva la voce di lei scappava, sotto il letto, riusciva a starci anche due giorni….
Siria mi ha scelta, ed io ho scelto lei, non desideravamo essere diverse, ci siamo amate per quello che siamo, pregi e difetti, grandi tristezze, incazzature faraoniche, silenzi improvvisi, voglia di nascondersi, desiderio di graffiare, far male ….farsi male…il nostro modo incompreso di far capire che esistiamo.
Ad ogni mio evento lei c’ era …il diploma di Alice, la laurea di Alice, i fidanzati di Alice….squadrati ed ignorati, da lei ed anche un po’ da me….
Ma sono i momenti più tristi, quelli che mi legano a lei , quando dormivo di giorno dopo le nottate a mia madre e restava immobile aderente al mio corpo per ore …senza lamentarsi se nel mio agitato dormiveglia le schiacciavo la coda….e come leccò le mie lacrime quando la mamma decise di non vivere più.
Siria mi somiglia: sembra forte, indifferente, anche un po’ stronza, ma è fragile, sussulta per un nonnulla, ignora chi non la ama…oppure, proprio come me finge indifferenza per salvare quel poco che le resta da vivere, altrimenti , come me, non ce la potrebbe fare. Mi ha sostenuto nella mia battaglia persa, quella con mio fratello malato, a lei bastava che tornassi, facessi una doccia, indossassi il mio profumo, una scodella io, una ciotola lei…..poi gli altri dicevano la loro…..ma lei con il suo ronfare mi distraeva, mi rincuorava…..
Ha rotto in gioventù qualche soprammobile, mi ha graffiato gambe e braccia, ma sempre e solo per dirmi” OH MA SEI VIVA? .” per ricordarmi di restare con i piedi per terra.
Siria ha diciassette anni, o forse ne ha uno in più e non li nasconde, è scorbutica , mangiona, dorme quando deve star sveglia ,e viceversa. Io son sempre più Siria e lei sempre più Rosy ….si tuffa nelle cose che sanno di me, del mio Paris …..io cerco il suo grigio mantello da accarezzare quando voglio ritrovare un po’ di equilibrio.
Dei gatti si dice che sono opportunisti, menefreghisti….. non so come sono gli altri …., io so come è lei ….la mia gatta….una certosina grigioazzurra ……che come molti dicono, non andrà oltre i ventanni….! Ma poi che ne sa la gente, son tutti veterinari, psicologi ….tuttologi….
Siria starà con me …per sempre… come tutto ciò che si ama…..
***
UNA FAMIGLIA DI …. CONIGLIETTI – di Mimma Caravaggi
Avevo invitati a cena e gli ospiti si presentarono con un regalo al di fuori di ogni regola: ben due coniglietti bianchi soffici e morbidosi che mi fecero sciogliere subito come neve al sole. Piccoli e grassocci. Appena li toccavi l’istinto era di portarseli al viso e affondarlo in quella massa pelosa. Ti rilassavano come un antistress naturale. Mi dimenticai di tutto: della cena e delle pietanze sul fuoco. Non volevo più staccarmi da quei due soffici animaletti. La mia vita cambiò molto. Diventai apprensiva. Oltre ai cani non avevo mai avuto altri animali in casa, questa era una novità. Fortuna volle che, Renata, una cara persona che mi aiutava con le faccende di casa e conosceva gli animali da cortile, mi alleviò la preoccupazione di trovare loro da mangiare visto che non sapevo proprio nulla in proposito. Così i miei coniglietti crebbero belli grassi e contenti. Detti loro un nome: Pippo-pippo al maschietto e Pandora alla femminuccia. Alberto, mio marito, costruì per loro, con tanta passione e maestria, una gabbia di legno bellissima e capiente che mettemmo dentro il vecchio, enorme e non usato caminetto in salotto. Pandora era calma. Se ne stava tranquilla nella sua parte di gabbia, Pippo-Pippo invece prese l’abitudine di troneggiare sopra e di scendere sempre da una lato e risalire dall’altro dopo aver fatto una piccola sosta davanti alla sua bella. Ero felice. La sera dopo il lavoro aprivo la gabbia e anche Pandora usciva e in una di queste sortite successe il “fattaccio”: lei rimase incinta ! Fu una bellissima esperienza che non potrò scordare. La sera prendevo Pandora la tenevo in collo e allentavo tutta la tensione della giornata passata al lavoro. Era di un soffice e così morbida, era un piacere coccolarla e a lei piaceva molto e andava in catalessi non appena la mettevo a pancia in su. Alberto provvide a costruire una grossa scatola di legno con un piccolo ed unico pertugio per entrare e lì Pandora iniziò a preparare la “culla” strappandosi tutto il pelo dell’addome misto a fili d’erba; il tutto di una pulizia meticolosa. Mai usò quel rifugio come lettiera. Dopo soli tre mesi nacquero due piccolissime e meravigliose conigliette a cui detti i nomi di Isotta la più grassoccia e Fraschina la più piccola. Erano un capolavoro. Mai avrei pensato nella mia vita che mi sarei affezionata tanto a dei conigli. Le piccole erano un terremoto. Fuori dalla gabbia erano uno spettacolo : danzavano. Sembravano due piccole ballerine in bianco tutù che saltavano piroettando in aria atterrando poi delicatamente a terra come petali di fiori nell’acqua. Ero incantata. A volte si nascondevano sotto i mobili e le sentivo grattare, così le richiamavo a voce imperiosa per farmi ubbidire e la bellezza era che si fermavano immediatamente, affacciandosi con la sola testina da sotto il mobile. I loro musetti erano uno spettacolo e come due birbe dopo essersi accertate che non c’era nulla di cui preoccuparsi tornavano tranquillamente al loro grattio, ben nascoste. Il gioco si ripeteva per gioia mia e di Alberto. D’estate si trasferivano nella “seconda casa” costruita in giardino dentro un recinto dove scorazzavano tutti liberi e felici per andare a coricarsi nella scatola con quell’unico pertugio che serviva loro come camera da letto e da dove potevano affacciarsi ad ogni rumore curiosi come non mai. Un giorno dei nostri amici mi chiesero di prendere il loro coniglietto, abbandonato dal nipote, e lasciato a volte senza mangiare in una piccola gabbia posta in giardino lontana dalla casa. Fui colpita dalle condizioni in cui riversava quella dolce bestiolina e non riuscii a dire di no. Così portai a casa Peppiniello, di razza diversa e molto più piccolo dei miei. Peppiniello è stato una nuova scoperta. Misi anche lui nel caminetto prima in gabbia poi libero perché non combinava guai era dolcissimo e andava d’accordo con Pippo-pippo. Prese l’abitudine, appena mi presentavo in salotto la mattina, di farsi trovare sull’angolo del caminetto. Io mi chinavo mentre lui si metteva in piedi e con la sua linguetta rosa e rasposa mi dava tanti bacini sulla guancia o sul naso. Io mi commuovevo pensando che a volte gli umani non riescono ad essere così affettuosamente dolci. Erano la mia famiglia!!! La sera tornavo dal lavoro, stanca ma appena li vedevo e mi venivano incontro sul bordo del caminetto tutta la stanchezza passava in un attimo. Poi a volte mi mettevo Pippo-pippo in tasca e lo portavo in giro per casa con me poi facevo un cambio, a volte ne mettevo anche uno per tasca e me li portavo in cucina a preparare la cena. Era bello tornare a casa e trovare questa morbida e calorosa accoglienza. Non potrò mai dimenticarli anche se era faticoso tenere pulita la gabbia e, dargli da mangiare cercando di variare la dieta evitando le stesse cose ed era bellissimo vederli mangiare una mela o una pera o la famosa carota attaccata ad un gancio mentre ci si buttavano sopra voraci e si spintonavano per il posto migliore come due bambini dietro ad un gioco. Pandora e Pippo-pippo sono stati con me cinque anni e sette anni Isotta e Fraschina. Peppiniello fu l’ultimo ad andarsene, era arrivato più tardi e devo dire che ho pianto calde lacrime quando uno alla volta mi hanno lasciata. Per un lungo periodo non volli più nessun animale in casa perché la sofferenza era stata tanta. Ero risoluta nella mia decisione fin quando mamma non arrivò con ……….

Scrittura come soggetto teatrale in:
“Diciassettesimo capitolo”
Scritto e diretto da Alessandro Riccio
Teatro Comunale di Antella dall’11 al 24 gennaio 2018
Intervista di Cecilia Trinci a Alessandro Riccio
Alessandro Riccio – attore, regista e scrittore fiorentino di grande versatilità. Definito “esperto di trasformismo” per “Il lungo studio della relazione espressiva tra corpo e personalità” che gli permette ogni volta di materializzarsi in personaggi diversi, aiutato dall’uso sapiente del trucco e di sontuosi costumi e parrucche, che rendono il suo stile inconfondibile e personale e a cui ricorre per sottolineare l’importanza della fisicità dei caratteri.
Un pubblico attento e innamorato quello che Alessandro Riccio da molti anni coltiva, rispettandolo e ascoltando le emozioni che manifesta in teatro, considerandolo non come indistinta barriera di sagome sedute in poltrona, ma come realtà palpitante e presente.
Un pubblico che nel tempo si è affinato, nel gusto, nella competenza e nella consapevolezza, come lo stesso Riccio descrive e come appare dalle risposte alle domande, a corredo di questa intervista.
“Diciassettesimo capitolo” è uno spettacolo che si allontana per certi aspetti dallo stile inconfondibile di Alessandro e a cui siamo abituati. C’è chi ammette di seguire lui ovunque vada, indipendentemente da ciò che mette in scena, ma una volta visto, il pubblico sa distinguere e giudicare.
“Qual è il segreto di tanta affezione? Il pubblico fiorentino è difficile, esigente, poco incline alla benevolenza.” “ I fiorentini amano la semplicità, l’essenza e capiscono quando nelle cose ci metti l’anima, risponde Alessandro. La mia grande testardaggine, la tenacia è la mia forza. Ho fatto sempre quello che ho amato e ho rispettato il pubblico, i suoi gusti, i suoi tempi. Le persone vengono a teatro e ti fanno un regalo, le devi conquistare, le devi stravolgere, dare uno scossone, ricaricare le loro batterie e allora tornano. Devono sentire che quando escono non sono le stesse di quando sono entrate. Anche lo spazio teatrale si carica dell’entusiasmo che si esprime sul palcoscenico e lo ridistribuisce al pubblico. L’entusiasmo è contagioso. Poi è importante informare. Non si va a vedere un testo per un volantino. Il passa parola è l’unico mezzo efficace. Devi convincere, dare notizie dirette. E’ la fiducia che conta! Oggi i mezzi di comunicazione possono essere infiniti. Il blog funziona molto per il teatro ma ce ne sono pochi ancora. Ho con molti che mi seguono un rapporto anche personale e mi piacerebbe averlo con tutti. Non sono snob e non mi piacciono i formalismi. A Firenze la mancanza di forma trionfa. Siamo semplici, abbiamo bisogno del contatto”.
“Il tuo pubblico è davvero attento, parlando con me hanno motivato il loro appprezzamento e hanno sentito il lavoro che c’era dentro a vari livelli: nella sceneggiatura, nella regia, nella recitazione. Ma tu fai tutto da solo?”. “Studio tantissimo. Dopo tanti anni ci metto meno tempo a realizzare uno spettacolo, ma sono molto preciso. E ho bisogno di lavorare con gli altri. Si sente l’apporto energetico che aggiungono. Prima di un lavoro nuovo facciamo sempre una prova aperta con un gruppo di affezionati e scriviamo tutto quello che ci dicono. Quando vado in scena ho bisogno di sentirmi sicuro, di credere davvero in quello che sto facendo. Ascolto i pareri di tutti, anche di chi non è addetto ai lavori. Ascoltare è il mio segreto. Non molti sono disposti a farlo, a esporsi a critiche, che poi il più delle volte, si rivelano costruttive e intelligenti. Ho seguito spesso indicazioni di signore o di ragazzi che non avevano esperienza specifica. Così la sera della “prima”, abbiamo già passato un vaglio. Non ce la posso fare solo con il mio gusto e visto che io recito nei miei spettacoli potrei perdermi qualcosa dell’insieme, se non ascoltassi tutti i punti di vista e le angolazioni di tutti gli spettatori.” Mettersi in gioco in vari momenti, anche prima dello spettacolo…. è importante per me. Lo fanno in America, qui ancora non molto, ma devi essere sicuro di te, del tuo gusto, del messaggio che vuoi dare e quando porti in scena lo spettacolo deve essere completo, definito. Non si può far pagare il biglietto per un lavoro non ancora completato, per uno “studio”.
“Il pubblico ha apprezzato molto le attrici con cui lavori: questa volta Sabina Cesaroni e Celeste Bueno. Come scegli gli attori con cui lavori?” “ Mi piace cambiare attrici…..impari moltissimo dalle persone diverse. Hai possibilità di capire nuove sensibilità. Vedo molti spettacoli e mi ricordo di chi osservo. Ho una specie di archivio nella testa e so dove andare a cercare secondo le necessità del testo. Non tutti possono fare tutto. Anche nei miei confronti avverto quando mi chiedono di recitare un ruolo che non si adatta a me. In questo caso Sabina era sconosciuta ai più, in veste di attrice. E’ conosciuta più come danzatrice, ma qui è una vera rivelazione, è adattissima a questo ruolo, anche per le sue esperienze personali. Come pure Celeste, l’avevo vista anni fa e mi sono ricordato di lei”.
“Si parla di scrittura in questo testo. Perché?” “Ho pensato a una passione, ma anche a qualcosa che si porta avanti da soli e che dà energia. Lo scrittore scrive in solitudine, si autoalimenta e più scrive più cresce e si appassiona al suo lavoro. Non sempre è così. Per esempio in teatro non ci si può esprimere da soli”.
“La scrittura è un elemento della tua vita”. “Sì è vero, scrivo i miei testi. Mi dedico in modo totale quando accade. Riesco a scrivere una sceneggiatura in due giorni. E’ un’arte che assorbe, che annulla, in cui fai tutto da solo”.
“Il pubblico è stato colpito da questo spettacolo, un po’ diverso dagli altri, più di analisi interiore”. “Credo che il motivo sia la grande intensità emotiva che passa. Si parla di morire, di paura di morire, di non voglia di morire. La vita è piacevole e quando la religione non è più tanto forte con le sue promesse di un al di là appagante, si ha più paura di prima della morte. La passione per qualcosa che scalda l’anima può aiutare a restare vivi fino alla fine. La scrittura è una di queste”.
Si ringrazia per la disponibilità all’incontro: Alessandro Riccio, Sabina Cesaroni, Celeste Bueno la Direzione del Teatro e il pubblico presente alla replica del 21 gennaio 2018 presso il Teatro Comunale di Antella

di Emilia Caravaggi
La mia testa è spesso tra le nuvole e vi dirò che non è che mi dispiaccia molto. Amo le nuvole. Le fotografo spesso, all’alba, al tramonto, nel mezzo di un temporale. Come la neve le trovo attraenti, soffici e bianche. Mi piacerebbe un giorno poter salire su un aereo e farmi depositare lassù in mezzo a loro per guardare dall’alto verso il basso quel caos di terra dove viviamo.

MA NON È BELLA COME TE , QUESTA LUNA – di Rossella Gallori
“tu che mi sorridi verde luna…… “
Me la cantava mio padre…la sua voce bella, impostata….no non era una canzone per una bimba, ma era una delle sue canzoni per me, ed arrivava nel silenzio, ero affascinata dal profumo del suo amore, su quella luna che mi doveva proteggere…e niente era più bello di me, non c’era notte per noi, non c’era buio, solo una canzone, ed una luce, ed una pace…poi si tornava a casa, la 1100 in garage e la luna vera, che non era verde, ma che era comunque nostra.
“BABBO SON PIÙ BELLA IO O LA LUNA”???
“NON È BELLA COME TE QUESTA LUNA” !!!
Chissà cosa voleva dire, chissà!
C’è la stessa luna di allora, stasera, nessuno mi canta canzoni, nessuno da secoli mi dice che son bella…..canto da sola la nostra canzone, senza aprire bocca, senza riprendere fiato, un canto stonato e sommesso che solo il ritmo del cuore interrompe.
“Tu che mi sorridi verde luna……”….

Petali di Margherita – di Aldo Bombaci
Gelido era il lembo di terra che per tre lustri fu dimora,
né freddo, né pioggia né vento
scalfirono allora l’essenza della pianta in fiore.
Bianchi petali di purezza splendevano
al Sole di primavera
in quel luogo di silenzi dove il tempo s’ è fermato,
lá oltre il grande cancello son rimasti gli augelli
ed alti cipressi a scandir le ore del creato.
Nella terra cruda le radici
affondavano
e da quella nutrimento suggevano
allorché rigogliosa divenne
per far della sua ombra protezione del passato.

La danza dei ricordi – di Roberta Morandi
A volte riaffiora…a volte.
Non è usuale, ma può accadere che all’improvviso mi balzi alla mente un vecchio ricordo, anzi una sensazione di ricordo, sì perché non ne sono così cosciente e sicura che sia proprio mio.
Può essere confuso con una forma di desiderio di ricordo: quale è il confine fra ricordo e fantasia, come si legano? C’è un luogo nebuloso, un passaggio non definito, senza contorni dove tutto è grigio e avvolto di nebbia, e qui avanzano e a volte arretrano i ricordi e si mescolano con le fantasie in una danza non ritmica, predisposta per il palcoscenico della mente: è allora che qualcuno balza avanti, si fa spazio e arriva lì, per me, pronto per essere impacchettato e detto.
Ma tutti non ci possono stare, alcuni devono essere cestinati, altri si nascondono per non essere scartati, altri ancora si camufferanno, altri se ne staranno silenti e nascosti e non torneranno mai, o forse solo nell’ultimo istante, insieme al soffio di brezza, ultima carezza di vita e quello sarà il più bello che mi avvolgerà .
Ricordi nascosti, celati, camuffati.
Ricordi appena nati e poi subito spariti
Ricordi che fan capolino in mezzo ad altri che proprio non ci incastrano nulla, eppure sono lì…ma che ci fanno?
Ricordi che non voglio ricordare, ma che arrivano prepotenti, che invadono altri ed io non so più chi è cosa e dove.
Ricordi che non avrei mai creduto di possedere
Ricordi che avrei voluto ricordare di più
Ricordi che paiono futuri e altri che non ricordo più.
Pagina bianca – di Nadia Peruzzi
Pagina bianca che mille pensieri non sanno riempire.
Ti scopri senza forze, confusa, svogliata, come se seguissi il tempo. Uggioso, grigio, altalenante, fra tepore di primavera e freddo dell’inverno. Una vera dannazione per l’organismo che non riesce ad adattarsi in questo slalom quotidiano.
Una patina di inerzia prende campo, in un abbraccio che non conforta.
Non sai come uscirne. Non è’ una malattia che una pillolina rosa o bianca, a ore prefissate, saprebbe debellare.
È’ uno stato d’animo che si infiltra subdolamente, si fa largo a spintoni, fino a prendere il sopravvento. Basta un lieve acciacco a metterti di fronte a ciò che normalmente non senti.
La vecchiaia si fa largo così, prepotente, invasiva, antipaticamente oppressiva.
Non ho mai contato le rughe che man mano hanno preso ad affacciarsi e a creare solchi più o meno profondi.
Quello che impensierisce è il far capolino della voglia di lasciarsi andare. La sindrome del merluzzo che si lascia impacchettare dopo che l’hanno steso ben bene all’aria ad essiccarsi, fino a diventar stoccafisso.
Conforta il fatto che ,malgrado tutto, resta la voglia di provare a riempirlo, bene o male, questo spazio bianco che hai di fronte.
Il lapis corre sul foglio liscio. All’inizio esita, incapace di far ordine, a volte incespica, si ferma, torna indietro a cercar una strada più piana dopo che hai dovuto cancellare tutto quanto .
Il groviglio che dentro di te senti come scarabocchio, prova ad uscire con un senso compiuto, ordinato, placido, tranquillo. Un po’ come un fiume che dopo un ultimo salto di cateratta trova pianura a segnare il suo percorso e con esso la calma e la serenità del suo andare.

Una buona idea! – di Ivana Acciaioli
Una buona idea che sia rara o frequente è una soddisfazione.
Le buone idee sono chiuse, sommerse da quelle inutili o perfino cattive.
Se hai una buona idea hai un tesoro e sei a rischio di furto perché ce n’è penuria.
In ogni campo se si nuota in buone idee riusciamo a prendere boccate di ossigeno e ad andare a grandi bracciate verso il traguardo. Ma attenzione! Le idee maligne cercano sempre di tirarci giù per farci annegare.

Ancora Vera – di Mimma Caravaggi
La chiamavo Vera non mamma. Vera era la persona che mi stava vicina che interveniva in mio favore che mi aiutava nei momenti più critici ma non come volevo, come una mamma, ma più come donna e “amica”, ma sempre presente. Ho contestato molto questa sua peculiarità perché a quell’età volevo una mamma come tutti gli altri adolescenti. Solo maturando e più in là con gli anni ho capito quanto fosse diversa ma preziosa. Non sapeva confortarmi ma era sempre vicina e presente. Nel 71 mi operai per una cisti ovarica e lei arrivò senza che glielo avessi chiesto e passò due notti sveglia a soddisfare le mie richieste poiché l’anestesia mi dette grossi problemi. Una volta dimessa Vera riprese il suo bagaglio e tornò a Roma nella sua casetta di Trastevere anche quella unica nel suo genere, ma non divaghiamo. Lei c’era quando mi sono separata. Venne per passare qualche giorno con me che improvvisamente mi ritrovai sola e avvilita. Le mie sorelle mi telefonavano e cercavano di consolarmi ma lei era lì presente. Mi mandò a 22 anni in Inghilterra per studiare l’inglese. Mi spediva sempre qualche soldino per paura che mi mancassero. Mia sorella più grande, quando tornai dopo più di un anno, aprì la porta e seppe solo dirmi: “mettiti le ciabatte”! Ma Vera mi accolse a braccia aperte pronta a rispedirmi da qualche altra parte, perché era convinta che viaggiare, conoscere il mondo, mi sarebbe servito, anche se per lei sarebbe costato un immenso sacrificio. Vorrei descriverla nella maniera giusta, non penalizzandola, per essere stata una mamma molto intellettuale e politica, era sempre ottimista e allegra pur lavorando e sgobbando molto. La sua giornata iniziava verso le 4 la mattina: preparava la lezione per la classe, verso le 7 andava a prendere il bus che la portava alla stazione per prendere il pullman per uno sconosciuto paesino vicino a Roma, ma prima di salire comprava almeno 4,5 giornali che si leggeva durante il viaggio e poi lasciava all’autista perché leggesse gli articoli che lei aveva evidenziato. Tornava a casa tra le 2 e le 3, si faceva un panino che sbocconcellava procurando un mare di briciole lungo il percorso. Erano la mia croce, le briciole, perché non avendo ore specifiche per mangiare come tutti lei sbriciolava a tutte le ore. Dopo si faceva un breve sonnellino e verso le 4 ripartiva per fare lezioni private e a volte erano tanto lontane che doveva prendere 3, 4 bus. Si portava dietro il sacchetto dell’immondizia che avrebbe dovuto lasciare fuori del portone, ma che regolarmente viaggiava con lei ! Tornava stanca morta la sera dopo le 8 e dopo il solito panino verso le 9,30 crollava sulla poltrona con un libro in mano. Se si svegliava andava a letto, altrimenti passava la notte in poltrona per rialzarsi alle 4 e ricominciare la sua pesante giornata. Era bassa, grassoccina e con le gambe storte ma sapeva ridersi addosso e non veniva mai derisa dopo essere stata ascoltata. Bastava aprisse bocca e tutti pendevano dalle sue labbra. Un giorno fu invitata dalla scrittrice mi sembra si chiamasse Nathalia Ginsburg ad un defilé di moda. Chiese il mio aiuto per rivestirsi un po’ diversa dal solito. La preparai mettendole lo smalto alle unghie che non aveva mai messo, la mandai dal parrucchiere, la vestii con ciò che avevo di meglio un bel golf di cachemire carta da zucchero con il collo alto stirato e pulito, senza neppure una macchia, cosa nuova per lei come pure il defilé, e una bellissima gonna scozzese che mi ero appena comprata. Quando tornò a casa e raccontò la serata si divertì a prendersi in giro spiegando che era l’unica con un golf a collo alto e una gonna scozzese, erano tutti in abito lungo da sera! Sarebbe voluta tornare indietro non appena messo piede nella grande sala, ma la Ginsburg la vide subito e la chiamò a voce alta facendo girare molte teste. Ho immaginato la scena e riso insieme a lei che finì dicendo di essersi seduta e provato ad accavallare le gambe ma che non c’era riuscita perché le restavano a penzoloni. Povera Vera che figura le avevo fatto fare? Non ero mai stata ad una sfilata di moda e vestendola con maglione di cachemire e gonna scozzese puliti e stirati pensavo fosse il non plus ultra. Lei comunque viveva la sua vita come le piaceva senza preoccuparsi affatto del parere degli altri e viveva meglio di me che mi preoccupavo delle brutte figure. Mi piace descrivere Vera e le sue “avventure” me la fanno ricordare come la mia più grande amica sempre pronta ad essermi vicina ma anche come una mamma speciale. La volta che partimmo per il Guatemala per andare da mia sorella Gianna con i due nipoti lei ed io all’aeroporto olandese in attesa di prendere la coincidenza per l’America i nipoti la infilarono dentro un carrello per la spesa e la scorrazzarono per tutto il grande aeroporto fra l’ilarità di tutti . In Guatemala alla veneranda età di oltre ottant’anni volle salire per fare un giro sulla moto di un amico di Gianna. Tornò che sembrava una bambina felice della sua scappatella. Ora mi manca, continua a mancarmi molto forse perché riposa in Turchia e non in Italia e io posso pensarla ma non andare a trovarla. Vera mi manca come il suo ottimismo, la sua gioia di vivere, la sua intelligenza mai invecchiata sempre attuale. Le sue fotografie in casa rispecchiano la sua bellezza interiore che purtroppo ho saputo apprezzare, come molti figli, troppo tardi.

Notte di luna – di Patrizia Fusi
Una luna piena rende la strada e la campagna in torno a me luminosa di una luce bianca, la brina si e già formata su tutto rendendo il paesaggio ancora più brillante, sento l’aria fredda che mi punge il viso, un silenzio magico mi circonda tutto questo mi piace, mi rapisce.
Mi avvicino sempre di più alla mia abitazione, quasi mi dispiace di lasciare questa situazione magica.
La mia famiglia mi accoglie dopo una giornata di lavoro, bello caldo anche questo.

Il termosifone arcobaleno della Carla – di Carla Faggi
Bianco è bianco non c’è dubbio, ma un bianco bigio, lattiginoso con interferenze di rosso rugginoso. Non mi piace! Allora facciamo qualcosa! Giusto! Cominciamo: un po’ di azzurro che poi diventerà celeste. Si trasforma in verde, e poi ancora in giallo. Poi arancio ed infine rosso. E voilà, il mio termosifone è diventato una bella bandiera della pace.

Pesca una frase: UNA BUONA IDEA – di Tina Conti
È la mia? quella migliore fra tutte quelle che sono in circolo?
È giudicata migliore da me e da altri ma, spesso, non lo sono per qualcuno che non la condivide né la ritiene buona altrettanto.
Mettere in dubbio la propria idea,è stato per me un percorso, che ho sperimentato con molta soddisfazione e sofferenza in età adulta .
Ho pensato per tanto tempo che la mia idea fosse buona, la migliore.
Pur avendo sperimentato nella carriera professionale e sociale il lavoro di gruppo e imparato ad avere dubbi sulle mie idee e scelte, per guardare oltre e capire le situazioni altrui ho dovuto fare questo percorso.
L’esercizio di mettere in dubbio la mia buona idea l’ho sperimentato con frequenza nella relazione con i miei figli.
Vederli impegnati e determinati nella ricerca di spazi propri, nel difendere scelte e comportamenti lontani dai miei pensieri e dalla mia realtà ha innescato in me un meccanismo nuovo, caparbio, per entrare in quel territorio, vedere e valutare idee diverse.
Difficile salvare le ancore della propria vita e navigare un mare sconosciuto, scelto da altri e apparentemente non buono ai miei occhi.
Però, come è comodo il letto messo nella posizione scelta da mio figlio che io ho tanto criticato difendendo la mia idea come l’unica soluzione possibile.
Perché sempre lui, non avrà mai voluto che noi entrassimo nella sua esperienza di volontariato? come ci sembrava inopportuno che passasse il Natale nel pulmino in giro per la ex Juguslavia martoriata dei conflitti recenti per portare aiuti alla popolazione insieme a quella Santa donna della mamma di Schon?
Poi abbiamo capito quanto a lui sia servito fare quelle scelte, prendere quelle decisioni impuntandosi senza tante spiegazioni per difendere una sua scelta, una sua idea.
Però poi, abbiamo fatto di testa nostra e siamo andati all’ Elba a conoscere il gruppo e quello che facevano.
Lui è stato contento, noi abbiamo capito più cose e apprezzato comportamenti diversi.
Prendere le distanze da quella che a te sembra una buona idea, lasciarla posare e lievitare se c’è tempo, per poi riprenderla ti fa dire a volte:
ERA PROPRIO UNA BUONA IDEA.

di Rossella Gallori
a ERSILIA
Da due giorni non ci sei più, e da quattro anni non ci vedevamo, quattro anni di telefonate fiume, spesso anche per discutere, litigavamo spesso noi due, cucinavamo in modo diverso, avevamo età diverse, tu tre figli “ grandi grandi “ io una sola…..tu a Como io a Firenze , tu con le tue “O“ strette, io senza “C”…. E quel tuo modo di dire che mi faceva arrabbiare “su da noi ….qui al nord ….” e io che ti rispondevo “oh macché credi… un ci s’ha mica la campanella ai naso noi.!!!.”
Ci siamo conosciute quaranta anni fa nel 78, te lo ricordi? A Tropea ….un giugno bello da morire un villaggio poco affollato, tre roulotte in un prato immenso di un verde improbabile…il mare a due passi: solo una striscia di sabbia separava le nostre abitazioni su ruote da quell’acqua color del cielo….
I tuoi ragazzi giocavano educati, bravi, bambini grandi, venivate da Catania, ma la Sicilia non c ‘ era nel vostro parlare… Dissi a mio marito (ero sposata da pochi anni) “Sieee Sicilia !!!! questi son di su…..”
Tu Ersilia non mi sembravi una mamma classica non mi sembravi insomma la solita mamma siciliana, tutta cibo e coccole…
Bionda, piccola, occhi azzurri …eri ….sei….e sarai sempre cosi ….un po’ firmata, forse un po’ fredda , gelosa marcia ecco quello sì, di quel marito, simpatico e gioviale …..
Tuo figlio, il più piccolo, che ora ha 46 anni, girellava ….l’aria imbronciata e timida….su una bici …ricordo ancora …bianca…
Mi ero ustionata con quell’idea geniale che all‘epoca si chiamava “olio di bergamotto” avevo la febbre alta, chiesi dalla porta della veranda: scusa bambino, puoi chiedere al babbo se ha dell’aspirina…
Fuggì tuo figlio …ho saputo dopo, perché non sapeva cos’era IL BABBO.
E ci siamo conosciuti così, sulla spiaggia da mattina a… sera …tra risate e thai chi al tramonto ….poi la sera quel Giobbe Covatta, allora anonimo animatore che ci mise insieme , noi 7 magnifici, ma non troppo, cotti dal sole e dal sale, poco vestite io e te, perché la gioventù e l’abbronzatura sono complici e ci rendevano sfrontate, vincemmo una caccia al tesoro a tema L’ARMATA BRANCALEONE….tu avevi uno scolapasta in testa, io un vestito fatto con uno scatolone….e quando i tuoi figli dormivano ci siam scolate la bottiglia di champagne …frutto della nostra vittoria. Quanto abbiam riso!
Ma me lo spieghi perché hai deciso di morire …così da sola, spengendo prima il cervello e poi il corpo, te lo avevo detto che non volevo altri dolori …Ersilia Ersilia dispettosa.
E anno dopo anno non ci siamo più lasciate, lontane ma in contatto: ad agosto “su da voi” a gennaio “giù da noi”, i tuoi figli grandi che diventavano i miei nuovi amici, mia figlia la più piccola e coccolata.
Quante cose belle mi hai regalato sempre un po’ strane e moderne, come te, e sempre firmate …come te…
E Bormio….e Chianciano …e La Thuile e….. S .Moritz e…. la Svizzera …e il Monte Bianco…..già il Monte Bianco te lo ricordi Ersilia, vero? Son svenuta sulla funivia ed appena mi sono un po’ ripresa volevo scendere ….ed aravamo fermi nel nulla per un guasto….ricordo la tua faccia , mamma se me la ricordo, avevi paura….. continuavi a parlare ..parlare… per distrarmi , arrivasti anche a blaterare di moda (come facevi spesso) giusto te, a quell’altezza, in quel momento, potevi tirar fuori discorsi come quelli , ma ti ho avuta accanto, ero giovane ma stentavo a riprendermi….
E Peschici? Con il tuo amore per il sud dove hai fatto nascere i tuoi figli Siculo/Comaschi. In quella Catania, che ti ha vista emigrante al contrario per dieci anni.
E quando, per ferragosto ci vestivamo eleganti, una volta ci siam messe anche una piccola corona di fiori in testa. Sciocche, no, giovani, e parole come speranza , futuro, vacanze erano certezze, allora, non utopia, su quel trenino per il Bernina.
Ma me lo spieghi, perché non hai più voluto vedermi, da quando ti sei ammalata??Chiedermi poi di pregare S. Rita, per te, l’ho fatto, ma, lo vedi? non ho ottenuto nulla e sei morta ugualmente.
Poi quella tua figlia sparita al tuo affetto, non hai mai pianto, ma dentro so che urlavi, credo che tutto sia iniziato da lì, con quel bimbo, tuo nipote , che ogni tanto arrivava dalla Turchia dove viveva con il babbo, solo, in aereo….quanto hai sofferto…troppo.
E hai deciso di andartene piano, un pezzettino per volta senza urlare fuori.
E quando e quando e quando, quanti ricordi Ersilia, quanti , qualcuno te l’ ho scritto, altri li sappiamo solo noi ed i segreti son segreti e quando li scrivi non son più tuoi.
Ora ti lascio Ersilia, è un po’ tardi, magari ti chiamo domani…. ……a domani ecco sì….. è meglio…. a domani
la tua “amica di Firenze“