I miei due guanti quotidiani – di Laura Galgani

I primi li infilo ancor prima di uscire dalla porta di casa al mattino presto, come ultimo accessorio del mio complicato abbigliamento da ciclista in inverno: sciarpa, piumino, mantellina di lana, cappellino fatto a mano con sopra il caschetto giallo, infine guanti.
Arrivata giù, afferro saldamente il manubrio della bici e mentre nuvolette di respiro sbuffano dalla mia bocca, mi infilo decisa giù per la piccola discesa che conduce alla via principale.
La luce del mattino, a volte nebbiosa, talora dorata, si riflette sui piccolissimi brillantini incastonati nel tessuto pile color tortora.
Quei riverberi mi fanno compagnia lungo tutto il tragitto da casa al lavoro; sembra quasi vogliano essere un faro, una guida per il mio andare su due ruote.
Se mi fermo al semaforo, in genere alla fine del ponte, me ne tolgo uno in fretta e furia per soffiarmi il naso, che inevitabilmente a quel punto del percorso gocciola già.
Me lo rinfilo mentre scatta il verde compiendo manovre azzardate e per poco non casco giù – magari col guanto ben stretto fra i denti! E continuo la mia corsa inesorabile verso il dovere quotidiano.
Arrivata in vista dell’edificio di cemento armato dagli infissi rossi – quasi degli occhi di brace – nel quale trascorrerò buona parte della giornata, sento il tessuto indurirsi, trasformandosi. I brillantini argentei si allargano, si deformano, si gonfiano, diventano squame di metallo, lucide e affilate ai bordi. E’ questione di attimi: quando arrivo all’alto cancello d’ingresso le punte delle dita sono avvolte da una robusta corazza snodata che mi permette di muoverle agilmente e di stringere ancora il manubrio. Al polso si apre un ventaglio di ferro, freddo e levigato, venato da decori raffinati. Sulle nocche noto dei rinforzi, utili per difendermi in caso d’attacco. Non sento freddo alle mani. Tutt’altro. Sento un calore potente irradiarsi da quelle che sembrano appendici non mie, ma che in realtà ho sempre portato con me. Erano invisibili, prima. Adesso le vedo. Il calore sale, mi invade le braccia, il collo, il volto. La mia testa è un fuoco, mi sento piena di luce.
Sono pronta per affrontare un’altra normale giornata di lavoro.








































