Rotondo come un sasso: Stefania

L’uovo di pietra e la gallina di ferro – di Stefania Bonanni

Dice che chi nasce tondo, non morirà quadrato. D’altra parte, è  una fortuna che l’uovo sia rotondo, soprattutto guardando la faccenda dalla parte delle galline.

Il mio uovo perfetto, delle dimensioni di uovo di gallina mugellese, è bianco e sembra farinoso, al tatto non è freddo come ci si aspetterebbe una pietra, e forse ha trattenuto un po’ del calore che ho trasmesso le mille volte che l’ho tenuto in mano, e magari l’ho anche così levigato. So che non è  possibile: è un sasso…Però potrebbe anche essere uovo, frutto di pietra partorito da una montagna enorme, consumata da migliaia di secoli di vento e pioggia, montagna che spera nell’uovo del futuro, nella rinascita in altra dimensione. Non è certo idea originale, ma davvero ogni sasso mi fa pensare alla provenienza, alla grande massa che l’ha lasciato andare, senza sgretolarsi,  mantenendo il vuoto dove c’era il sasso, ma restando salda e accogliente.

Ho poi toccato con attenzione anche la mia gallina di ferro, pensando che una gallina  di ferro, potrebbe partorire un uovo di pietra. Potrebbe essere una bella storia. Se non fosse che, per la prima volta dopo anni di  convivenza, mi accorgo che ha i bargigli…È un gallo….

Appuntito come un coltello: Nadia

La mossa del cavallo – di Nadia Peruzzi

foto Pixabay

Il coltello è arrivato da ultimo. Un’idea improvvisa mentre già la scelta di qualcosa di sottile mi aveva indotto a decidere per un foglio di carta.
Mi sono detta sottile è sottile, freddo è freddo, intrigante è intrigante.
Una mossa del cavallo che spiazza e sconvolge i piani e intacca la calma piatta di uno stagno , come quando si getta un sasso e si creano onde sempre più ampie e inarrestabili, può nascere da un coltello.
La pagina bianca può accogliere il racconto di ciò che è stato fatto. Ma il coltello è parte dell’azione e può essere origine e fine di un tutto.
Una caponata non può che avere inizio da un coltello che sbuccia le patate e affetta le verdure.
In un libro giallo e nella stanza buia di un castello la fine di una vita può arrivare dalla lama di un coltello affilato e impietosamente privo di umanità.
A ben pensare questa seconda opzione mi attrae parecchio. Molte storie potrebbero nascere seguendo questa vena noir.
Tanto più che quest’anno , ancora, non mi è capitato di far morire nessuno in uno dei miei racconti.

Rotondo come un piattino: Sandra

Il piattino d’ottone – di Sandra Conticini

La  prima volta che lo appoggiai li, sul cassettone, non pensavo che ci potesse rimanere per così tanto tempo. Lo comprai in Tunisia, sull’isola di Gerba, perchè mi fece tenerezza il bambino che li faceva. Avrà avuto massimo 10 anni, con un paio di pantaloncini ed una maglietta tutta rotta e sporca, i denti davanti rotti, e due occhioni grandi e scuri molto tristi. Fermava i turisti per vendere questi piattini di ottone che, con lo scalpello e il mazzuolo più pesante di lui, scolpiva con immagini di palme, oasi, cammelli molto carini. Parlava  un misto di lingue del mondo che nessuno capiva, ma comunque riusciva a scalfire tutti i nomi  perchè li faceva scrivere  su un foglio e lui riusciva a copiarli molto bene, era davvero bravo e penso fosse anche un ragazzino intelligente, ma sfortunato per essere nato in quella parte di mondo. La povertà ha l’arte di fare arrangiare ed aguzzare l’ingegno.

Il  posto di questo piattino  è lì da 40 anni e funziona come un piccolo svuotatasche dove metto  orologi e collanine.

Sottile come la carta carbone: Tina

Tre oggetti – di Tina Conti

La borsa rotonda

Costruita con abilità e maestria ammirabile, l’ho comprata  in un negozio di oggetti da collezione. Non pensavo di usarla, mi piaceva averla per la sua storia.

Toccandola mi chiedevo come avevano fatto a darle quella rotondità, come l’intreccio avesse resistito nel tempo.cÈ rimasta in bella mostra  vicino a cappelli e berretti sull’attaccapanni poi, sopra una panca usata per contenere i ventagli.cRifinita in pelle marrone, impunturata con cura,cha cerniere in ottone e piccole borchie che la rendono stabile.cI  lacci dei manici si sono lacerati col tempo ma il coperchio rotondo non si è modificato. Devo aver sviluppato col tempo una strana attrazione per le borsette iIntrecciate perché, ad un mercatino di beneficienza ne ho acquistata un’altra che le mie nipoti  hanno scelto per giocare alle signore.

Al doposcuola,  durante la scuola elementare, per la lotteria di Natale, ho comprato una grande quantità di biglietti per avere in premio una borsetta di paglia intrecciata. Quella, era a bauletto, con il manico di bambù, ed era verniciata di bianco.

La carta carbone.

Riordinando la stanza dove io dipingo e i miei nipoti giocano e lavorano, sullo scaffale delle carte, ho ritrovato un piccolo fascicolo di fogli  da copia. Si presentano scivolosi, leggerissimi e sottili come un velo, sopra  la cartella che li contiene c’è l’immagine  di una segretaria attenta alla macchina 

Non so da quanto tempo si trovavano li, amate e odiate da me per le faticose  attività con  la mia vecchia Olivetti. Poco pratica  e insofferente, distraendomi spesso, facevo regolarmente pasticci.

Amavo più usare la penna e in particolare quella stilografica.

Aperto l’inserto, tutti i fogli sono volati via e si sono sparpagliati su pavimento.

Nel raccoglierli, mi sono macchiata le mani, questa è una caratteristica poco piacevole di quel materiale.

Ho pensato  che avrei potuto   proporre una attività  ai nipoti con questa carta

certa del fascino e della magia a loro sconosciuta . 

È stato divertente vederli sperimentare e commentare  su quei fogli neri e rossi.

 Finito il lavoro  stropicciati e scartocciati  sono tornati sulla mensola dalla quale erano venuti.

La scultura a forma di lancia

Piatta, pesante, rugosa, modellata a mano da un artista del territorio di Bagno a Ripoli, lo stesso che ha realizzato la grande struttura per la nostra biblioteca comunale.

Bella da toccare e soppesare, pensata accompagnata da altre, disposte come cipressi nello spazio

Contributo: Vanna

Dove la mancanza diviene concretezza: contributo in differita di Vanna Bigazzi che riesce a seguirci riascoltando il video registrato dei nostri incontri e a lasciare il suo prezioso pensiero.

“Pieno e vuoto nella casa delle assenze” – di Vanna Bigazzi

Mi ha colpito la dinamica del gruppo: oltre le descrizioni spontanee delle forme simboliche suggerite da Cecilia, si e` diffuso, un po` nascostamente, un motivo relativo alla presenza – assenza, solitudine-condivisione, focalizzato poi da Cecilia con il bel brano di Erri De Luca. La realta` dei coltelli del lanciatore, che colpiscono una superficie, la loro incisivita` inconfutabile, creano una figura, all’interno del perimetro inciso, che pur non essendo materializzata dall’incisione stessa, prende forma proprio dalla mancanza della tangibilita`. L’astrattezza, l’incorporeita` si animano come l’immagine in un negativo fotografico o nel bassorilievo. Mi ha convinto ancor piu` di questa mia sensazione l’intervento di Lucia che ha parlato, prima del binario solitudine-creativita`: dal nulla il vero e poi della mancanza delle persone non presenti nel gruppo che, a mio avviso, in quanto mancanti, esprimono la loro presenza. Che dire, come se l’assenza-presenza producesse un completamento: il bianco e il nero che si abbracciano, lo Yin e lo Yang. Ma in questa unione si trova comunque equilibrio: PIENO E VUOTO NELLA CASA DELLE ASSENZE. Anche il discorso di Laura lo ho sentito aderente, come discorso d’insieme, al di la` dei contrari: la realta` nel tutto. Ricordi e volti appaiono e scompaiono e coesistono al medesimo tempo la` dove il paesaggio e` stato paesaggio del cuore.       

Rotondo melagrana: Laura

Regina del campo di olivi – di Laura Galgani

Sentirti sotto i polpastrelli mi porta ad immaginare ciò che si cela sotto la tua buccia a tratti ruvida, tirata come la pelle di un tamburo: le sezioni interne si lasciano percepire e vedo, intuisco, la pellicina giallognola che stringe furiosamente i minuscoli chicchi rosso rubino custoditi nei tuoi tanti scrigni.

Sul lato opposto al picciolo ti stendi e in una protuberanza preziosa che si apre alla fine in una corona dai sette petali. Racchiude all’interno il tuo piccolo seme in fiore.

All’interno del frutto, anche se ormai essiccato, innumerevoli piccole celle si contendono lo spazio.

Peccato tu non sia commestibile. Per qualche ragione che a me sfugge mi sei stata posta nel palmo della mano come “decorativa”, da non mangiare. Avrei affondato volentieri i denti fra quei chicchi, sentendone il fresco in bocca, sulla pelle del palato e delle gengive.

Ti ho adagiata allora su un buffo piatto di ceramica bianca diviso in settori, grandi e piccoli, con altre tue sorelle, insieme a mezzelune d’arancia ormai scura, essiccate da tempo immemore, a formare una composizione autunnale densa d’arancio, rosso scuro, rubino.

Ciò che mi sorprende di più è l’intenso colore rosato e maculato della tua pelle liscia, tesa. Sembra trasudi il succo dei chicchi rimasti intrappolati all’interno.

Non potendoli mangiare è così che si palesano e si donano, ricordandomi giornate di lavoro piene di sole.

Sapore desiderio: Carmela

Un assurdo desiderio – di Carmela De Pilla

Sei un po’ presuntuosa però!

A volte nemmeno tu conosci l’entità dei tuoi sentimenti tanto sono confusi e contraddittori e chiedi agli altri di capire?

Tu pensi che il solo desiderare possa esaudire questa tua necessità, ma non è sufficiente e non è neanche così semplice!

Devi conoscere fino in fondo l’essenza del tuo desiderio per poter chiedere conforto agli altri, devi capirlo, custodirlo per il tempo necessario perché maturi se vuoi che qualcuno possa accoglierlo.

Assapora quel momento, non consumarlo subito, non buttarlo via all’istante, gustalo fino in fondo perché diventi per te un vero tesoro.

Voglio….: Nadia

Un biglietto per Istanbul – di Nadia Peruzzi

Il mio desiderio di oggi…Istanbul .
La prima volta, nella luce rosa di un tramonto da cartolina, apparve come una visione mista di magia e richiami alle Mille e una notte. Ma fu breve, troppo breve e di corsa ad inseguire i monumenti più significativi e concentrati in un fazzoletto di centro.
La seconda è stata una conferma e una scoperta. Organizzai in modo perfetto aiutata da mappe ben organizzate, che propongono segmenti di città da esplorare.
Una conquista palmo a palmo, strada per strada, moschea dopo moschea, quartiere dopo quartiere.
Dal fascino antico delle Mille e una notte al pullulare di vite dovendo fare i conti con uno spazio immenso e a cavallo di due continenti.
Unica al mondo proprio per il suo essere su una linea di confine e per altro e altro ancora.
Il caos delle macchine che sfrecciano, i pescatori sul Ponte di Galata che a centinaia gettano le loro lenze dentro quel mare in cui la storia e le genti si sono incontrate, incrociate, combattute.
Ci regalammo, con la mia amica Sandra,  un viaggio di 9 giorni in quel 2010 e dopo il tanto camminare e vedere, tornammo a casa con la sensazione, che era verità, che mancava ancora tanto da poter assaporare e godere delle bellezze che questa città custodisce .
Ecco perché ormai da qualche tempo sogno la terza volta in quel di Istanbul. Per riassaporare una ad una le cose già viste con nuovi occhi e provare anche a andare oltre, perdendomi anche nella sua parte asiatica. Vedere di notte le silhouettes illuminate di rosso e di blu dei due ponti che attraversano il Bosforo, passeggiare sul lungo mare di Kadikoy e per le strade di Uskudar e da li poter osservare i contorni della possente fortezza di Rumeli Hisari, li considererei i regali più belli da poter sognare per l’anno dei miei 70.

Vorrei….: Laura

Irresistibile desiderio – di Laura Galgani

foto di Laura Galgani

Un irresistibile desiderio di rompere la routine

Perdermi stasera davanti alla luna gigantesca che sorge luminosa e sfacciata dalla mia finestra di cucina.

Cenare sul divano senza remore o sensi di colpa con ciò che di più goloso giace nel mio frigo.

Non mettermi in pigiama e dormire dopo aver guardato la tv fino a notte fonda, sempre sul divano.

Non impostare la sveglia sul cellulare e riaprire gli occhi quando capita.

Fare colazione da sola nel miglior bar del quartiere con cappuccino e tortino di ricotta e Nutella.

Vagare tutto il giorno senza meta divertendomi a calpestare le foglie secche per il gusto di sentire che musica fanno.

Lasciarmi piovere addosso la foglie dorate che ancora cadono giù dagli alberi maestosi del giardino qui accanto.

E poi a sera entrare in un cinema con uno sconosciuto e tenerci per mano per tutto il film, mangiando ogni tanto un po’ di pop corn.

Infine, fermarmi sul fiume a guardare ancora quella stessa luna, sempre più tonda, luminosa, splendente e magnetica, e prometterle tutto d’un fiato che no, non lo farò più.

Domani sarò di nuovo puntuale, efficiente, responsabile, coerente, mangerò cose sane e non tradirò i miei doveri. Ma facendole l’occhiolino prima di voltarmi e tornare a casa.

Volevo….vorrei…: Anna

Lo scrigno dei desideri – di Anna Meli

Desiderare un raggio di sole che ti scalda in una fredda giornata invernale, desiderare compagnia piacevole nella solitudine, dissetarsi con l’acqua fresca di una sorgente di montagna dopo un faticoso se pur piacevole cammino, sono fatti attuabili e ti donano serenità, ma poi se ne vanno come nuvole leggere senza lasciarti niente. Dimentichi, e potrai provarne altri simili ed egualmente leggeri.   

            Altri invece sono più intensi e anche se poi non si avverano lasciano profonda traccia nella tua memoria. Desiderare la guarigione, o anche solo lo star meglio di  una persona vicina che soffre, desiderarlo ardentemente facendo di tutto perché possa avvenire, illudersi ad ogni minimo o forse immaginario segnale di miglioramento per poi arrendersi ad una amara realtà, ti fa ricordare quanta forza ti ha dato il crederlo possibile e che ricordo indelebile ti abbia lasciato.

            Così i miei desideri, quelli più importanti preferisco tenerli come chiusi in una scatola e solo se rimangono lì non si dissolveranno come bolle di sapone e mi daranno forza e voglia di vivere.

Vorrei…..: Sandra

Chiudere la bocca – di Sandra Conticini

Vorrei sentirmi meglio con me stessa. In questo periodo di pandemia forse ho chiuso poco la bocca, anche se il grillo parlante ogni tanto mi diceva: – Non lo fare, poi ti pentirai. Io pensavo: Uffa è possibile passare la vita a non mangiare quello che mi piace!.

Fare il mangiare era un passatempo, ma poi andava mangiato. Ora che ho avuto il coraggio di salire sulla bilancia, ho capito che il danno era stato fatto. Comunque me ne ero già accorta, la schiena è dolorante, il ginocchio fa male, se mi piego non mi rialzo. Ho deciso che bisognerebbe correre ai ripari, e non “per fare la modella” come qualcuno mi dice per prendermi in giro, ma per stare bene. Purtroppo non è così facile perchè la testa non ha voglia.

Ho paura ma vorrei….: Patrizia

Che fine hanno fatto i riflessi della sera – di Patrizia Fusi

Sento il mio corpo che sta cambiando, che dura più fatica a fare tutto, la mente alcune volte mi tradisce e questo mi turba e mi fa paura, sento una leggera malinconia dentro di me, come quando ero piccola e vedevo l’ombra degli alberi nel tardo pomeriggio, io le chiamavo le ombre lunghe, producevano struggimento e malinconia dentro il mio piccolo cuore di bambina, perché voleva dire che il giorno stava finendo e si avvicinava la notte e non si poteva più giocare. Se ero dai miei zii sentivo la mancanza struggente di casa e della mia famiglia,  è la stessa sensazione che provo in questo periodo dentro di me, mi sento nel settembre della mia vita.

Mentre camminavo lungo il borro e facevo queste riflessioni sul mio stato d’animo mi è venuto in mente quel giovane alto e biondo, sempre in compagnia del suo cane: è da questa estate che non li incontro, ho provato il desiderio di sapere dove fossero andati. Questo giovane bello come un arcangelo deve avere dei problemi di comunicazione con le persone, ho notato in varie occasioni strani comportamenti: riesce a comunicare solo con il suo cane.

Lo lascia libero di andare dove il vuole, lui lo segue sempre.

 Il cane si avvicina anche alle abitazioni, lui lo segue, non ho mai visto il giovane salutare o parlare con qualcuno.

Un giorno, mentre camminavo, il cane mi è venuto incontro tranquillo, mi ha annusata, come avesse voluto dire, “guarda come sono affabile io e anche il mio padrone è dolce come me, ma non riesce a comunicarlo te lo dico io per lui”.

Mi sono chiesta dove fossero andati, spero tutto bene per l’arcangelo biondo e per il cane. Sarebbe una gioia rincontrali.

L’altro desiderio che provo in questo periodo è quello di liberarmi di alcuni oggetti che sono in casa, mi sento stretta fra loro, e come mi soffocassero, non hanno più importanza o forse mi rendo conto che non riesco più a tenerli in ordine essendo rallentata nel fare le cose, cerco di scegliere, di dedicare il mio tempo a cose che mi piacciono di più, come quello di stare con le persone.

 Non riesco a gettarli, perché sarebbe come cancellare un po’ del mio vissuto.

Quando riesco a farlo sono sempre piccole quantità.

Se sono oggetti buoni li porto ad alcune associazioni.

Forse è la mia infanzia di ristrettezze che fa capolino.

Non riesco staccarmi dagli oggetti, inconsciamente penso che possono essere ancora utili.

Vorrei….: Mimma

DESIDERIO DIVERSO – di Mimma Caravaggi

foto pixabay

Mi piacerebbe molto volare. Librarmi leggera in aria non troppo in alto ma abbastanza per dare un’occhiata in giro, posandomi su tetti ed alberi per riposarmi e poi ricominciare a volare con la leggerezza di un velo da sposa o con le stupende movenze di una manta. Un grande desiderio, forse per immaginare di alleggerire un po’ tutto questo peso che mi porto addosso da così tanti anni che non riesco più ad immaginarmi normale, eppure lo sono stata a costo di tanti sacrifici per tante diete lungo tutto il percorso della mia vita. Penso di aver iniziato a fare diete fin da quando ero in pancia. Infatti sono nata molto minuta, le mie sorelle insieme ai miei cugini  si divertivano  mettermi nella carrozzina delle bambole, incredibile  vero ? Poi con lo sviluppo e dopo l’operazione delle tonsille, sono cresciuta molto in altezza iniziando però anche ad ingrassare. Per cui, sì, mi piacerebbe molto volar leggera spostandomi in ogni dove visitando posti e paesi senza paure terrene che hanno sempre impedito la mia libertà e sicurezza. Potrei in alternativa visitare qualche bel posto sott’acqua dove la mancanza di peso è esemplare ma è certo più temibile dell’aria.

Vorrei ….: Stefania

Un giorno tutto per me – di Stefania Bonanni

Vorrei un giorno tutto per me, tutte e 24 le ore.  24 ore per stare da sola, e leggere tutto il tempo, senza interruzioni, ed essere capace di leggere tanto, di finire le vicende che ho a metà da un po’, di camminare col pensiero su altre strade, di incontrare sconosciuti di cui so tutto perché l’ho letto, di viaggiare nel Messico di Frida, di sognare ribelli, di partecipare a rivoluzioni, di conoscere Garibaldi a Montevideo, ed anche Anita, di rileggere di Vronsky e di Anna Karenina, e magari salterei la fine. Vorrei vivere di più,  Come succede quando si legge,  e conoscere parole altre, e ricordarmele tutte, e sentirmi riempita di mondo, di storie, di vita

Volevo….: Rossella

Volevo chiamarmi Giordana – di Rossella Gallori

Premesso che quello che desidero davvero non lo direi nemmeno sotto tortura, pensando poi che desiderare quello che non si ha non è peccato, riflettendo, poi, che poteva andarmi peggio…sempre…

Alla mamma l’avevo chiesto per ben nove mesi.

L’ho gridato con il mio megafonino immaginario:

 voglio chiamarmi Giordana

Voglio essere bionda ramata, una massa di riccioli.

Voglio avere gli occhi bleu.

Voglio essere moooolto intelligente.

Mooooolto sorridente.

Moooolto istruita già dalla nascita.

Voglio avere una casa bellissima, grandissima, tutta MIA, solo MIA.

Una ricca da far invidia……

Voglio, voglio…

…forse mi sarei accontentata di chiamarmi, se non Giordana, anche Georgia…

Più che altro non avrei voluto una mamma “sorda”

Una che ha partorito un fagotto piombato di 5kg e mezzo…chiamandola poi ROSSSELLLLAAAA

E ritonfa Via col ventooooo.

Volevo chiamarmi GIORDANAAAAAAAAAAA

Vorrei…..: Lucia

Un desiderio leggero – di Lucia Bettoni

Foto di Lucia Bettoni

Desiderio di leggerezza
un immenso bellissimo desiderio
di leggerezza
Vorrei accompagnare per mano
quella parte di me
che freme per ballare
che freme per volteggiare
come una piuma, come una foglia
con il sorriso più bello sulle labbra
Camminare a un metro da terra
in un ambiente naturale primordiale
Accarezzare un gatto, annusare un fiore
meravigliarmi di ogni bellezza
Incontrare altri esseri umani
che fanno il mio stesso percorso
anch’essi leggeri, con le mani morbide
e i vestiti comodi, con le scarpe senza
tacco per spiccare il volo in una corsa
verso il prato più verde
Vorrei incontrare due occhi e una
bocca bella e sciogliermi in
un bacio dolcissimo e andare avanti
Questa non è la sensazione di un sogno,
è la sensazione di benessere
dove niente ha un prezzo
dove niente si può comprare
Ciò che si può comprare ha sempre
un peso e io non desidero nessun peso

Ti ricordi quando eri in piedi sulla grande pietra in quel bosco così vicino a casa?
Esattamente così mi vorrei sentire:
in piedi sulla grande pietra sulla collina

Avrei voglia….: di M.Laura

Una casa in campagna – di M.Laura Tripodi

Pixabay foto

Avrei voglia di vivere in una casa di campagna.

Vorrei leggere un bel libro seduta su una sedia a dondolo davanti ad un camino acceso.

Vorrei potermi distrarre dalla lettura  per osservare il danzare delle fiamme  e le ombre che si muovono sulle pareti come guidate da una bacchetta magica.

Vorrei guardare l’arrivo del buio che come una marea inarrestabile finisce col  fondersi con il prato che circonda la casa.

Vorrei osservare la neve che cade lenta e avvolge tutto nel suo magico gelo e poi distogliere lo sguardo per farmi accarezzare dalla luce e dal calore del camino.

E’ un’immagine povera a me particolarmente cara perché evoca pace, silenzio, semplicità.

So che non realizzerò mai questo desiderio ma la sua forza è tale che a volte mi sembra di sentire il crepitare delle fiamme e l’odore pungente della legna che brucia.

Suggestione dedicata a Vanna

Il gomitolo – di Cecilia Trinci

Vorrei riavvolgere in un gomitolo solo, sfilacciato dalle giunte e dai nodi, tutta quanta la vita che ho passato. Vanna dice che “bisogna studiare quello che accade nel tempo per capirlo”

Sarebbe un gomitolone goffo, un po’ di filo grosso e un po’ di filo fine, colori a chiazze, dal rosso al verde, passando per pozze grigie e a strisce bianche e blu. Vorrei avvolgere il filo e arrotolarlo, passando dai giorni verdi, con i bambini brutti e belli, i loro sorrisi aperti sui denti nuovi, i pantaloni corti sulle ginocchia rosse, gli “indiani” con le penne di pollo tra i capelli. Rivedrei quella frangia solita. F di frangia e di farfalle, di ferro e fuoco e di follie e falene, fossi e fantasmi.

Rivedrei la suora con gli occhiali, la stufa in classe senza caldo e la mia, in  casa, rossa di fuoco nella cucina piena, mio nonno biondo con grandi mani  tremule, mia nonna che canta mentre cuce.

Il filo corre e struscia sopra i nodi. Chissà se mi vorrei rivedere davvero tutta intera, se il filo potrebbe reggere a rivedere il dolore e la paura. Se avrei il coraggio di salutare ancora la mia mamma e di nuovo di lasciarla andare. Se avrei il coraggio di ritornare indietro.

Chissà di che colore è il filo di quando ho partorito una bambina bella. Un po’ per vivere e un po’ per dimenticare. Non ho pensato a nessuno in quel momento e a niente. Solo a lei e a me che vivevo.

Poi il filo si è sporcato, intrugliato, spezzato. Eppure lo annodo e lo annaspo nel gomitolone grosso come un sacco di iuta da caffè. E giro il filo che diventa blu.

Non sembrava di sentirsi stanchi quando la porta si chiudeva sul palcoscenico dei giorni, la sera, ogni sera, contro la luna piena. Il filo scorreva e diventava fucsia e giallo e argento e viola scuro….

Si fa quasi fatica ora ad annaspare il filo, a girarlo in una palla grezza. Son gli ultimi giri magari, chissà, e prima di finire il filo mi viene voglia di buttare il gomitolo giù, verso il fiume dove vanno a giocare i nipotini……..lanciarlo e lasciarlo rotolare e…. guardarlo correre ….per inseguirlo, sotto un cielo blu.