Tutti continuano a dire che è stato un corto circuito ma la vera storia è questa:
Rufolando tra vecchi manoscritti fra les bouquinistes de la rive gauche de Paris, lui e lei chiusero gli occhi e mano nella mano scelsero a caso uno di questi.
Qui ci sarà il nostro destino, decisero.
Aprirono gli occhi ed esplorarono curiosi, il manoscritto era titolato “La dodicesima scintilla”.
Sulla copertina vi era disegnato un grande fico con delle foglie enormi che sembravano mani.
Lui e lei si guardarono negli occhi entusiasti, decisero che quello era un bel titolo e che lo avrebbero letto e raccolto tutti i suoi saperi e suggerimenti.
Vennero così a sapere che nella Ile de la Citè un tempo c’era un grande fico e sotto quel fico seppellito un tesoro, un grande tesoro! Che tutt’ora era lì.
Dopo aver trovato il posto esatto dove era esistito quel fico bastava creare una grande scintilla luminosa e calda come il fuoco ed il tesoro sarebbe venuto alla luce. Allegato c’era una mappa.
“Partire dal punto più a nord della Ile e quindi continuare…” seguirono tutta la mappa, non fu facile perchè tutto era cambiato, ma ce la fecero e arrivarono al punto prescelto.
Erano all’interno di una grande Chiesa, anzi disse lui, una Cattedrale! Va bè fa lo stesso! Qui ci dovrebbe essere il fico ed il tesoro! E qui faremo la grande scintilla!
Si nascosero e appena soli accesero un focherello. Usarono legno di castagno, perchè quando brucia fa le faville. Tanto fa lo stesso, pensò lei, sembrano scintille!
Non si sa se lui e lei abbiano trovato il tesoro, ma si sa per certo che il 15 aprile 2019 nel tardo pomeriggio la cattedrale di Notre Dame fu devastata da un violento incendio.
Apro la stanza e dò un’occhiata in giro. Eccole lì tutte le mie cose, i miei ricordi. Belli, brutti, avventurosi, malinconici. Ma … chi ha lasciato in giro quei piatti sporchi? Io no di certo, chi può essere stato mi chiedo. “Te lo diciamo noi, carina. Ci hanno lasciati qui i tuoi nipoti l’ultima volta che sono venuti a trovarti. Parliamo di almeno 6 mesi fa” Chi mi sta parlando ? Sento delle vocine ma non vedo nessuno in giro “Siamo noi i piatti lasciati qui su tavolo con tutti i residui e dimenticati come tutti gli altri oggetti” Rimango strabiliata, sconvolta. Cerco di non farci caso, non è possibile che due piatti mi parlino e con questo tono arrogante. Ricordo che mesi fa ho detto alla Cate e a Francy che potevano entrare e dare un’occhiata alla stanza che per loro era molto misteriosa. Non l’avevano mai vista ed erano molto curiosi di andare in avan scoperta. Li avevo lasciati liberi e richiamati solo all’ora del pranzo ma prima di finire mi chiamarono al telefono e loro, evidentemente, sono sgaiattolati su di nuovo. Chissà cosa li ha incuriositi cosi tanto dal farli tornare e addirittura terminare il loro dolce su in quella stanzetta così in disordine e polverosa. “Te lo diciamo noi. Dopo aver gustato il loro dolce ci hanno abbandonati qui sul tavolo e si sono messi a girare intorno toccando ogni oggetto e chiedendosi “”ma che ci farà la zia con questo vecchio giubbotto? E con questa padella? Cate la più grande ha cercato di spiegare al fratello che erano vecchie cose appartenute alla zia ed ora inservibili, infatti non credo se li ricordi più e rivolta al fratello gli ha detto “Guarda Francy questo è il primo zaino che mi regalò la zia quando babbo e mamma ci portarono in montagna per la prima volta. Quante gite ha sopportato. Poi l’ho perso di vista ed ora eccolo qui di nuovo. Vedi ci sono le mie iniziali sopra C.R.. La camicia a quadretti, invece, è la mia me la regalò la nonna diversi anni fa ma come sia finita qui non so proprio. Chissà se ritrovo anche i miei pattini, vedi il caso …Cosi i tuoi nipoti hanno continuato ad esplorare ogni oggetto finché non sono stati richiamati di sotto lasciandoci qui sporchi e solitari per così tanto tempo” Ok penso non credo che due piatti possano parlare, non ci credo proprio, o sono impazzita … ma dato che ci sono li prendo e li porto giù così li lavo e li rimetto a posto. “ Hei bellina….” “lascia stare non polemizzare almeno ci lava e ci rimette insieme agli altri faremo una chiacchierata con loro !!!”
L’ho trovato circa 30 anni fa nel giardino della mia nuova casa. Ce n’erano più di uno in giro ma questo era un albero imponente e maestoso che dimostrava senza vergogna la sua grande età, e sembrava ne andasse molto fiero. Un albero di fico tenace che ha continuato per anni e, ancora continua senza stancarsi, a produrre fichi di una bontà unica. Il fusto e abbarbicato dentro un piccolo muretto sembra senza terra ma è cresciuto come lo avessero rifornito con tanto di quel concime e farmaci da farlo crescere smisuratamente. Eppure nessuno gli ha mai dato nutrimento se non la terra stessa. Lo abbiamo “decapitato” più volte affinché non si allargasse troppo disturbando le piante vicine, ma ogni anno si estende sempre di più e produce fichi instancabilmente. A fine agosto è un piacere mettersi sotto le sue grandi ed ombrose foglie e godere dei suoi frutti. Chiunque capiti da noi nel giusto periodo gode della sua bellezza e bontà, cogli e mangi a sazietà. Mio marito a fine estate si mette sotto la pianta e pazientemente, dopo averli colti, li taglia a metà e li sistema in una grande teglia che poi mette nel vecchio forno a legna appena riscaldato e gli fa prendere il caldo per tutto il giorno. Il mattino seguente li mette nei barattoli di vetro che chiude accuratamente e poi li lascia in forno per giorni finché lo stesso non si raffredda. D’inverno si gode il sapore e la bontà di un fico non troppo secco, morbido e quasi succoso, dolcissimo e con un leggero sapore di fumo dovuto alla cottura nel forno a legna. In questi ultimi anni ha un pò risentito degli effetti del cambiamento climatico come tutta gli altri alberi da frutta ma loro purtroppo non producono più come prima ma sempre di meno ogni anno. Lui invece, è ancora lì bello imponente, grandioso e mi fa pensare al re della foresta il leone. Si proprio il leone della frutta nella sua magnificenza la sua risolutezza e arroganza sembra guardare gli altri “alberelli” con distaccata regalità come si addice ad un re del verde. Anche il mio cane Napoleone lo apprezza sia per mangiare i frutti che per avere ombra nei momenti più caldi. E’ un albero grandioso.
Il cestino pieno di fichi lo vedevo solo in campagna, dalla mia nonna, che un giorno se n’era andata ad abitare a Castelfiorentino, lasciandoci orfane, me e mia sorella piccine, di quella sua costante presenza consolante. D’estate avevamo ottenuto come risarcimento, di stare da lei per diverse settimane e tutto diventava stupore: la vasca da bagno con lo scalino per starci seduti, la veneziana in cucina che la divideva dal tinello, le scale di pietra per andare nell’orto dove le tartarughe andavano in amore e si mettevano a correre tra le dalie.
La spesa la portava a casa un certo “procaccia” con la bicicletta e accanto alla sporta di rafia, infilata sul manubrio, non mancava mai il corbellino dei fichi. Erano avvolti come neonati in fresche foglie grandi, pelose ma morbide, erano frutti soffici, fragilissimi, umidi, con un picciolo spesso e lattiginoso da cui mia nonna li acchiappava, uno dietro l’altro, per mangiarli subito.
Per mangiarli si fa così diceva: lo tieni per il picciolo, da sotto in su e poi lo sbucci, piano piano, partendo dalla piccola apertura che si apre proprio verso di te, lasci cadere la buccia in giù, verso il picciolo, a piccoli lembi, che ti copriranno la manina quasi come veli verdi leggeri….il fico ti apparirà così, tra le dita, bello nudo, con la sua camicina bianca pronto per essere mangiato…. in un solo boccone!
Mia nonna aveva il potere di rendere incredibile qualsiasi cosa fosse commestibile. Dopo un temporale raccoglieva le chiocciole tra i fiori, in certe passeggiate verso la Pieve, le spurgava poi per giorni in un mastello bianco di farina abbondante, dove infilavo continuamente gli occhi per curiosare su cosa mai potesse succedere a quella strana combriccola di antenne e poltiglia. Le cucinava poi con un sugo di cui ricordo il profumo, pieno di spezie, erbe dell’orto e sapori inediti, girando il tutto di frequente, con un mestolo rigorosamente di legno e raccontando ad alta voce quello che dentro si stava tramutando. Apparecchiava sempre come per pranzi regali, riempiva i piatti religiosamente e poi le gustava una ad una come capolavori del creato e della pentola.
Non ho più mangiato chiocciole e non amo particolarmente i fichi, ma mi accorgo ora, pensandoci, che questi piccoli pezzi sono conficcati nelle istantanee virtuali di casa mia. Chiocciole e fichi sono mia nonna, ma sono anche l’eredità di lei, che toccava ogni cosa lentamente, in profondità, osservandole con tutti i sensi, conoscendole nell’essenza. Pensandoci, faceva così con tutto il creato che la circondava.
Pensandoci faceva così anche con le persone. E con le parole.
Giornate sempre uguali, percorse in punta di piedi per non disturbare l’equilibrio incerto di ore piatte come sogliole e inutili, come un coltello senza lama…..
Forse non era uscita di casa con quella idea, era già stanca all’alba, bisogna aver fiato e voglia, per concretizzare pensieri seri, molto seri…eppure si era vestita in fretta…più coperta che vestita, roba vecchia, consumata ma decorosa…ed era uscita, prendendo chiavi e cellulare…
Mi butto, pensò, poche bracciate e mi lascerò andare, nessuno a quest’ora avrà voglia di cercar corpi galleggianti in un Arno melmoso.
Si tolse le scarpe e scese giù per il viottolo, intorno solo silenzio interrotto dal rumore dell’acqua e da qualche uccelluccio assonnato che aveva voglia di farsi sentire…
Doveva decidere se buttarsi dal lato “ comune di Fiesole o di Firenze” dilemma di breve durata dal momento, che l’acqua era scarsa e così bassa da non permettere nemmeno un pediluvio…
Si sedette, più delusa che rassegnata: manco so farla finita….pensò…le uscì quasi un sorriso di compassione per se stessa, un po’ cogliona lo era sempre stata. Non era mai riuscita a guardare oltre a cercare di capire, elaborare, perdonare, già perdonare…come se fosse facile non soffrire…
Quando il suo sguardo si posò sull’ enorme foglia…tra le rocce umidicce fu curiosa ed un pò meravigliata, non era mai stata attratta dal “ verde” la natura era, vento, pioggia, colore, fresco, caldo, fiori, frutta…..immagini. Eppure quella piccola pianta di fico era lì, ospite inattesa di un mondo di papere, rospi, pesci siluro, rifiuti galleggianti ma non troppo, si avvicinò traballante, strano aver paura di cadere, per una che decide di morire ”teatralmente affogata”
Quando scorse il grosso fico, ciondolante, all’ombra della sua mammafoglia, scoppiò in una risata vagamente isterica, che ci faceva li quella pianta? Perchè un frutto così dolce tra le rocce di un fiume indeciso, che gira a gomito, sotto gli occhi distratti dei più….?
Un segno, un regalo, un monito…
Due passi incerti per arrivare a lui, al suo ammiccante “spaccosorriso” che gridava e grondava zucchero…
Lo succhiò, non ebbe il coraggio di morderlo, lo gustò come un dono del cielo…un segno dall’alto…Che forse non seppe interpretare…
Si avviò un po’ più avanti…li l’acqua era più alta…molto più alta…
Riportò la cronaca di Firenze due giorni più tardi: ritrovato corpo di donna, al Girone, l’Arno ha avuto….l’ennesima vittima…l’autopsia ha rilevato…tracce di fico, maldigerito…..
Il fico era lì nel giardinetto dietro casa. Lui amava da sempre quelle larghe e strane foglie con la loro ombra a forma di grandi mani che ogni volta sembravano stringerlo in un abbraccio. Quando il sole era accecante e il caldo più soffocante si stendeva lì sotto, sulla coltre erbosa che ne circondava il tronco quasi a proteggerlo e si lasciava andare alle sue fantasticherie e ai suoi sogni di bambino.
Galleggiavano note in quei sogni.
Molto prima di sapere cosa fossero le vedeva danzare e comporsi in mirabili armonie.
Aveva scoperto presto che la musica era la sua dimensione. La sentiva ovunque si voltasse e qualunque cosa facesse. Quelle note ballerine lo prendevano per mano portandolo lontano.
Le pareti della casa modesta nella quale viveva con i genitori, una delle tante case di ringhiera della Torino operaia degli anni 70, si dissolvevano e così lo sguardo poteva puntare direttamente in alto, verso il cielo, là dove il sogno poteva diventare realtà e tutto poteva diventare possibile.
La musica in quella casa era entrata in modo strano. Non c’erano strumenti, c’era la vita difficile di un lavoratore che stava fuori tutto il giorno e tornava a casa stanco la sera dopo una faticosa giornata di lavoro.
Le note erano entrate prepotenti con le opere che spesso i suoi ascoltavano alla radio, e molto molto prima erano risuonate nei canti partigiani intonati da suo padre e sua madre, con occhi sempre lucidi alle manifestazione del 25 Aprile.
Erano arrivate poi insieme ai canti della lotta e della riscossa operaia della fine degli anni 60 e dei primi anni 70 che avevano visto diventare Torino protagonista di una stagione di cambiamenti.
I primi abbozzi di volontà di dirigere un’orchestra si erano palesati per puro caso. Aveva visto in tv il Coro dell’Armata Rossa e non aveva resistito. Si era alzato in piedi armandosi di una matita e aveva iniziato ad accompagnarlo, ad occhi chiusi, ma con gesti rapidi e decisi quasi si trovasse su quel palco e in mezzo a quella moltitudine.
Era buffo quel bambino col suo ciuffo nero e ribelle, con quegli occhi vivi che bucavano il velo della realtà e puntavano direttamente ad un futuro da conquistare fatto di musica e di note.
La incontrò una mattina, sulle scale mentre se ne tornava a casa sconsolato da scuola insieme a sua madre. Era triste, quel giorno, come non mai.
Al colloquio, una condanna senza appello, che era risuonata quasi come un ergastolo.
La mamma l’aveva tradotta con parole sue, in semplicità, ma suonava crudele come i professori gliel’avevano detta.
“Suo figlio è bravo. Ha un gran carattere. Si impegna molto. Si vede che la musica per lui è vita, ma si renda conto il figlio di un operaio non può aspirare a fare il musicista. Dia retta, lo convinca. È una strada nella quale solo chi ha possibilità economiche e conoscenze può sopravvivere e pensare di andare avanti!”
La musica era roba da ricchi e per i figli di ricchi, insomma, e per lui non c’era alcuna speranza.
Piangeva senza ritegno quando incrociò la signora Amelia, quella del terzo piano. Era una donnina dolce e distinta, che sembrava uscita direttamente da un romanzo di De Amicis. Di solito erano solo dei buongiorno e buonasera, ma quel giorno e di fronte a quelle lacrime disperate lei volle sapere quale ferita le avesse provocate.
Ne rimase schiantata perché a distanza di anni erano la stessa ragione con cui anche lei aveva dovuto fare i conti. Lei, in più, aveva dovuto aggiungerci il carico da 90 negativo di essere pure donna.
Eppure ce l’aveva fatta a diventare primo violino, realizzando il suo sogno di bambina. Si rivide in quelle lacrime, in quella delusione cocente rispetto ad un mondo che escludeva per condizione sociale e non per qualità e capacità. Un mondo che inchiodava alla condizione di nascita e spegneva ogni voglia di cambiamento e ogni sogno se non sorretto da tenacia e volontà incrollabile.
Iniziò così fra loro. Il bambino con il ciuffo ribelle e la vecchia signora che ormai si dedicava ad insegnare musica dopo i lunghi anni passati a suonare nell’orchestra del teatro cittadino.
La maestra mise a disposizione la sua casa, i suoi strumenti, le sue conoscenze e competenze musicali, il bambino ci mise la sua volontà di apprendere tutto il possibile di quel campo cimentandosi col mondo delle note e prendendo man mano confidenza col piano forte cui si era accostato inizialmente, con timore e profonda soggezione.
In breve da quello strumento fantastico era riuscito a trarre accordi e melodie al limite dell’innovativo e dell’ardimentoso. Non era un mero esecutore, era un interprete vero. Quelle sue mani si muovevano a velocità strabiliante sulla tastiera, sembrava che volassero mentre passavano da un adagio a un andante con brio, passando attraverso un allegretto.
Non ci volle molto perché la maestra lo indirizzasse verso luoghi e scuole in cui lui avrebbe potuto consolidare la sua tecnica e sperimentare novità.
Dal piano forte e dai primi concerti fece il grande passo verso lo studio della direzione dell’orchestra. Divenne molto bravo anche in quello.
Con la sua energia e determinazione, la passione per la musica trovava la strada per accompagnare anche ogni componente del gruppo che stava dirigendo proprio lì dove aveva intenzione di trascinarlo. Dentro quel suono assoluto che faceva scomparire il reale e metteva a nudo la perfezione delle note ballerine che lo avevano accompagnato fin dai suoi sogni di bambino.
Pochi cenni bastavano per creare magia.
I successi cominciarono ad arrivare.
Le tv cominciarono ad accorgersi di lui. Anche i giornali che pure citavano con un pizzico di disprezzo quei suoi inizi fanciulli alle prese col Coro dell’Armata Rossa come fossero uno stigma negativo, furono costretti a dedicargli pagine e pagine.
Non se ne curava più di tanto. Gli premeva solo che facessero cassa di risonanza per raccontare quanto la musica fosse vita, quanto fosse in grado di sanare ferite e accompagnare gli amori accendendo la passione, raccontandone alti e bassi, giocando fra scale, acuti, sibemolle e fa diesis.
Le folle impararono ad apprezzarlo. Stravedevano per lui. La sua proverbiale modestia sabauda ne era uscita scalfita. Se ripensava a quanto aveva dovuto penare per arrivare a quel punto non poteva che provare orgoglio e soddisfazione.
Soprattutto pensando ai gran sacrifici che suo padre e sua madre avevano dovuto fare per accompagnarlo in quel percorso. I loro occhi lucidi, la prima volta che erano andati a sentirlo in teatro lo avevano ripagato di tutta la fatica. Quasi intimoriti in quel contesto che non era per loro abituale, quasi persi dentro i velluti delle poltrone della prima fila nei loro vestiti buoni, quelli delle feste, avevano seguito ogni passaggio quasi senza respirare e immobili, come se un loro movimento anche piccolo potesse far svanire quanto stava loro di fronte.
E di fronte avevano il loro ragazzo appassionato, con quel suo ciuffo ribelle, tenace e combattivo che aveva faticato tantissimo per realizzare il suo sogno da bambino.
Le sue radici e la sua storia gli erano sempre state compagne, anzi erano state le ragioni principali della sua perseveranza.
Come quel fico sotto il quale amava nascondersi da bambino per fuggire ai raggi impietosi del sole battente, aveva vinto la sua sfida contro i limiti e le avversità.
Il fico era cresciuto anno dopo anno, aveva fatto i suoi frutti succulenti, nonostante il clima talora inclemente, la poca terra e la scarsa cura che riceveva. Nasceva e rinasceva sempre e ogni volta più forte e sempre più grande.
Lui aveva respirato la forza umile, da combattenti della quotidianità, di suo padre e di sua madre. In quella casa di ringhiera modesta e amorevole aveva sentito aleggiare la voglia di cambiare il mondo e di non piegarsi all’esistente scritto sempre da qualcun altro.
Ogni sera nasceva e rinasceva su ogni palcoscenico su cui si esibiva, sapendo che il suo traguardo era stato raggiunto.
Contro tutto e contro tutti, contro le convenzioni e le convinzioni, contro l’esclusione e la selezione basata sul denaro e sulle origini.
Si, il figlio di un operaio era riuscito a diventare un musicista. Anzi, a quanto si diceva, un grande musicista!
Se guardo indietro nel tempo, mi rivedo bambina quando, in compagnia dell’unico nonno che ho conosciuto, muniti di un piccolo paniere e di una specie di pertica ad uncino, andavamo a raccogliere fichi. Quasi tutte le piante erano forti, quasi imponenti direi; io mi sentivo bene sotto l’ombra di quel fogliame fatto da grandi mani aperte a ripararmi dal sole e gustavo volentieri quei frutti morbidi e succosi.
I fichi dottati li raccoglievamo per farli seccare e mangiarli per Natale e, in questo il nonno era un grande maestro, li faceva buonissimi, “grumati” come diceva lui. Prima toglieva a tutti la buccia poi, coperti con un velo di tulle messo a protezione per le vespe golose, li esponeva al sole per vari giorni perché si prosciugassero bene senza però indurirsi troppo. Alcuni li lasciava interi, altri, spaccati in due, servivano per le picce con varianti di noci, mandorle o anici. Una vera prelibatezza!
Mi ricordo che, come tutti i nonni, amava raccontare brevi favole che non sono sui libri perché tramandate di generazione in generazione e una di queste riguarda proprio un fico. La racconto così come la ricordo dopo tanto tempo.
Viveva in un casolare non molto lontano da un paesello, un uomo di nome Biagio. Era solo e anche un po’ scorbutico. Aveva vicino casa, ma non troppo, un bellissimo orto in mezzo al quale troneggiava un grande fico che produceva frutti straordinari. Arrivati a settembre, stagione di raccolta, non riusciva mai a prenderne più di una decina perché i monelli del paese, nottetempo andavano là e facevano man bassa. Decise allora di mettersi di guardia con la finestra aperta munito di fucile da caccia. Avrebbe sparato solo per aria per metterli in fuga difendendo come diceva lui “ la sua roba”.
Per la prima sera tutto andò bene perché, una volta udito il rumore dello sparo, i ladruncoli si dileguarono velocemente pensando però a come poter fare per tornare a far razzia di fichi.
La sera seguente Biagio li aspettò quasi impaziente e fra sé e sé rimuginava “ Ora tu vedi, se riappaiono ancora come li accolgo. Stasera tre spari e vedrai che se la fanno addosso!”…
“ Ma cosa c’è laggiù che avanza dondolando? Sembrano fiaccole accese! Cosa succede?”
I monellacci avevano indossato delle lenzuola bianche e così, simili a fantasmi, procedevano cantilenando e muovendo le torce rese incerte e tremolanti da un leggero venticello.
Biagio tese le orecchie e ascoltò immobile per lo spavento.
“ E quando s’era vivi, si mangiava di questi fichi
E or che siamo morti, si passeggia per quest’orti,
Si va su adagio, adagio a prender l’anima di Biagio”
Lo spavento per Biagio fu tale, che credendole anime del purgatorio venute a prenderlo fuggì in cantina dove rimase nascosto finché quei monellacci, che in fondo in fondo non erano del tutto insensibili, andarono a scovarlo spiegandogli lo scherzo. E lui ci rise così tanto ma così tanto che non la finiva più. Da quel giorno nacque un’amicizia che dura ancor oggi e tutti, proprio tutti mangiarono fichi insieme a Biagio addolcito nel carattere dopo questo spavento.
Con il settembre i contadini preparavano i fichi secchi.
Dopo averli raccolti, li tagliavano per lungo, facendo attenzione a lasciare unite sul fondo le due parti, poi li distendevano per bene sui graticci di canne. Un giorno dopo l’altro il sole di fine estate li asciugava e quando erano pronti facevano le picce, cioè prendevano due fichi tagliati a metà e li appiccicavano facendo combaciare la polpa, non prima però, di averli farciti con noci o semini di anice. E per Natale si cominciava a mangiarli: buoni, morbidi, zuccherini.
Una vera ricchezza che anche i pigionali non volevano perdere e nei primi giorni di settembre, in paese c’erano graticci appoggiati su ogni spazio baciato dal sole, sui davanzali, sui muri che recintavano i campi, su due seggiole addossate all’uscio di casa e perfino sui tetti.
In paese ci si industriava per poter avere un panierino di fichi. C’era chi se li poteva comprare, chi li otteneva in cambio di un qualche lavoretto e chi se li andava a cercare zitto zitto, piano piano in qualche campo dei dintorni.
Bardo Bardi, era uno dei pochi, che non aveva bisogno di chiedere o cercare, lui il fico ce l’aveva nell’orto. Era un albero enorme, frondoso, che ogni anno produceva frutti in abbondanza. Accanto al tronco aveva sistemato una panchina e nei giorni più torridi se stava lì seduto all’ombra con accanto la moglie Derma che rammendava o ricamava.
Dalla fine d’agosto controllava mattina e sera il procedere della maturazione e ai primi di settembre iniziava a raccogliere, tagliare, distendere sui graticci e poi … saranno state quelle finestre dell’ultimo piano mai abbandonate dal sole, sarà stata la qualità del frutto o anche l’attenzione che lui metteva nel prepararli e conservarli, alla fine i suoi fichi secchi risultavano sempre squisiti. I migliori del paese.
Anche all’Alfredina, donna semplice che sbarcava il lunario facendo la garzona, piacevano tanto i fichi secchi. Anche lei distendeva con amore i pochi frutti guadagnati andando ad aiutare i contadini, posizionava i graticci sul muro della strada e li ritirava la sera, prima del tramonto. Ma alla fine i suoi fichi secchi non venivano mai bene. A Natale alcuni erano muffiti, da altri svolazzavano farfalline! E così più della metà finivano nella concimaia!
“Bardo -disse un giorno d’inizio settembre l’Alfredina- a voi i fichi secchi vengono sempre buoni, come fate a farli così!”
“Bisogna tenerli al sole!” le rispose asciutto, continuando a cogliere i pomodori.
“Io ho provato anche l’anno scorso, ma non mi vengono! Mi muffano! Come si fa a mantenerli bene”.
Dovete sapere che Bardo Bardi era un gran burlone, gli piaceva scherzare e il tono lamentoso con cui l’Alfredina aveva pronunciato quelle ultime parole fu per lui come un trampolino di lancio.
Lasciò cadere nel cesto un pomodoro mezzo verde, si mise sull’attenti e con espressione seria disse:
“Signora bisogna saperli fare! Sa cosa ci vuole per non farli ammuffire? Un po’ di naftalina! Ne basta poca, messa bene dentro le picce!”
“Davvero?” Esclamò l’Alfredina spalancando gli occhi.
“Sì, vedrà come le arrivano a Natale!”
Concluse Bardo con voce ancor più ferma e sicura.
La semplice Alfredina se andò quasi convinta.
La naftalina? Certo se ammazza le farfalline della lana … nell’armadio ce ne dev’essere qualche pallina!
Bardo salì in casa ridendo a crepapelle, la Derma, che lo conosceva da più di quarantanni, lo puntò con un’occhiataccia d’interrogazione. Egli, in cinque minuti, le raccontò tutto, sghignazzando alle spalle di quella credulona.
La Derma, moglie buona e paziente, sempre pronta a ridere alle burle del marito, quella volta ebbe uno scatto:
“Ma che sei grullo! Se questa ci mette davvero la naftalina, poi come si fa? Quella roba è veleno!!”
Due giorni dopo si decise, scese al primo piano e bussò alla porta dell’Alfredina:
“O Alfredina il mi’ marito voleva scherzare! I fichi vanno seccati bene e tenuti in un posto asciutto! L’abbia pazienza, non ci vuole la naftalina ci vuole il sole!”
L’Alfredina si rabbuiò in volto, poi piegò la testa, sorrise e si strinse nelle spalle, avanzò in avanti con il busto e stava per aprir bocca … ma non fece in tempo perché la Derma continuava:
“Venga, si va nell’orto a coglierli”
Bardo le aspettava sul pianerottolo con due panieri in mano:
“Ma lei li deve solo mangiare, a Natale quelli secchi glieli do io!”
Scesero e lentamente lo sguardo dell’Alfredina si sciolse in un sorriso.
Quella del fico è una delle prime piante, insieme al diospero, che ho conosciuto, perché erano nel giardino del nonno, ma anche tutti i giardini intorno avevano il suo fico. Dicevano che era dottato e faceva molti frutti buonissimi ma, quando arrivava fine agosto-settembre il nonno diceva che quello era l’ultimo anno che li avremmo mangiati perché lo avrebbe tagliato…quando era il momento lo potava sempre più in basso ma la pianta sembrava rinvigorisse e ricresceva più alta dell’anno precedente. Riuscì a sopravvivere anche alla nafta e alla melma dell’alluvione del 66. Mi ricordo quella mattina quando, mettendomi in piedi sul letto, lo vidi là in fondo all’orto, e sopra un ramo, in bilico, c’era il gatto della mia amica che non riusciva a tornare a casa. E’ una pianta che non muore mai e anche quando credi di averlo ucciso come per miracolo rinasce. E’ considerato umile e semplice, ma forte, perché la trovi sulle rocce, in riva al mare, sotto il sole cocente della Grecia, della Sicilia, ha sempre le sue belle foglie verdi grandi, sembra che dica: – Signori, pensate che io sia deboluccio ma la mia tenacia mi terrà vivo per tanti secoli ancora –
Rappresenta la vita, che da quando si nasce è tutta una lotta fatta di tanti bassi e pochi alti e per viverla ci vuole tenacia ed ogni volta si devono cercare soddisfazioni ed essere positivi per poter andare avanti.
Le campagne toscane hanno tanti alberi di fichi di tutte le qualità e di tutti i tipi e, quando vado in campagna a fine estate, spero sempre di trovare qualche fico sull’albero, perché mi piacciono “colti e mangiati” e se li devo comprare preferisco non mangiarli.
Ai tempi della mia infanzia, durante le elementari, ogni anno venivamo portati a far visita ai “vecchini” (così si diceva allora), ospitati in un convento tenuto dalle “Povere sorelle dei poveri”.
Il grande edificio dava proprio sul retro di quella che allora era la mia casa, il cui muro del giardino confinava proprio col cortile dell’ospizio.
Quindi lo vedevo, immenso e triste, tutti i giorni.
Ma stavo dicendo delle visite che eravamo costretti a fare, anno dopo anno, e ancora adesso mi chiedo perché.
Quei poveri vecchietti ci sembravano, ai nostri occhi di fanciulli, ormai al di là del bene e del male..in un attesa paziente e quasi salvifica dell’inevitabile fine.
Noi ragazzi invece quelle visite ci rattristavano, un sentimento che ora comprendo, ma allora non ne sapevo nulla, per fortuna.
Però quel grigio, muri, tavolini, sedie..tutto di un insopportabile non-colore.
Un limbo, né vita, né morte..tutto sospeso ..fuori del tempo. Dante avrebbe detto: ”La morta gora..” anche se, teologicamente, sembrava che non avesse nulla in comune con l’Inferno.
Mi accorgo di divagare. In realtà, in stridente contrasto, mi sono apparsi, vivi e tenaci come non mai, i due (due!) fichi che crescevano nel giardino, quasi appoggiati al muro di confine.
Uno era un fico “dottato” (e mi chiedo ancora perche’ si chiamasse così). Faceva frutti dolcissimi e rosei all’inizio dell’Estate, esplodendo al sole di Giugno.
L’altro era un fico “verdino”, così detto perché i suoi frutti maturavano verso Ottobre, alla stagione calante, quasi a volerci consolare con quei magnifici fichi rosso sangue della stagione che ci aspettava.
Da quello che precede, non è difficile immaginare che, nel mio immaginario, i due alberi e la sagoma tetra dell’ospizio formassero un tutt’uno, un immenso contrasto che ancora nel mio intimo non ha perso per nulla la sua incredibile forza.
E ora, col senno della mia vecchiaia, posso anche farci un po’ di filosofia.
I due fichi: la vita. L’ospizio: la morte.
Semplice, no?!
Per niente.
Perché anche il fico ti tradisce, a volte, proprio come la vita. E ben lo seppi io quando, per cogliere un frutto particolarmente carnoso, appoggiai il piede su un ramo per alzarmi. E il fico “si scosciò”..si fessurò..ed io caddi di schiena battendo la spina dorsale. Una grande preoccupazione, ma tutto finì bene. Però non prima di sentirmi dire: ”O non lo sai che il fico è traditore?!”.
Ci rimasi male..mi avevano distrutto uno dei miei idoli.
Scoprii più tardi tutte le leggende nere sul fico. La sua maledizione nei vangeli…l’albero a cui s’impiccò Giuda.
Povero fico..ma continuai a gustare dei suoi frutti generosi, e continuai ad essergli grato per il dolce che ci dava.
E poi sono sicuro che, se ritornassi, loro sarebbero là, ad aspettarmi, tenaci e risorti.
Dalla sua casa lei vedeva solo il mare, ed il fico grande, tra la terra e il blu. Il blu si mescolava al verde delle grandi foglie senza spigoli, quando la brezza le faceva vibrare, quasi al ritmo delle onde. Lo sapeva, tutto c’era sempre stato, senza scossoni, immobile. Il fico era forse nato con la terra, ma non c’erano le sue finestre senza l’albero, non c’era quel blu, senza quel verde.
Immobile. Lo scossone lo dette lei. In paese sentirono, quelli che potevano sentire, alte grida e porte sbattute, ma le grida non erano le sue. Lei non sentiva, e non parlava. Chi pensava non capisse, non sapeva di quanto sbagliava. Chi pensava sorridesse perché non soffriva, aveva per se’ problemi mentali. Chi pensava ci fosse di peggio, non si era mai messo nei suoi panni.
Erano i primi anni sessanta, non era facile lasciarsi alle spalle la Sicilia. Scrisse, prego’, batte’ pugni sul tavolo, ando’ a meditare dalla zia suora, in convento, ma torno’, ora si, con le idee più chiare, finalmente. Decise, che sarebbe andata a studiare a Firenze. Fu evidente che la cosa non era trattabile. Il piccolo lascito dei nonni, per il futuro della bambina “sfortunata”, sarebbe servito per l’affitto di una stanza, e per l’università. Non aveva bisogno di altro. Quando fu pronta, si girò perché le rimanesse negli occhi il mare, ed il fico. Tra lei e loro, la sua mamma vestita di nero, con gli occhi lucidi e le mani che nascondevano i grani del rosario.
Fece un viaggio lunghissimo, ed è sempre la prima volta, quando siamo soli per la prima volta. Viaggiò in treno, in traghetto, ancora in treno, poi in mezzi di città. Non perse i bagagli, né fu derubata. Non si erano avverate le previsioni familiari.
Arrivò all’appartamento trovato per lei da un conoscente , e non se lo era immaginato così. Due piccolissime stanze al secondo piano di una casa costruita in verticale, anziché in orizzontale, come a casa sua. Uno dei primi “grattacieli”, ma lì i piani erano tre, e non si grattava proprio nulla, il cielo si vedeva solo sporgendosi dalla finestra e torcendosi all’insu’. Dall’unica finestra, si vedeva solo una striscia di ghiaia che separava quella costruzione da quella simile per forma, ma molto più imponente, proprio davanti, e spostata più In prossimità della strada, così che davvero non si vedesse proprio null’altro che pareti. E di finestre, solo una. Quando era in casa, era sempre davanti alla finestra. Leggeva, mangiava, studiava, viveva, dietro un vetro.
Se ne accorse in un giorno di vento. Vide il vialetto mutare di colore, ombre di foglie grandi disegnavano movimento sulla ghiaia. Era diverso da quello che conosceva, Era giovane e casuale, ma si intuiva testardo e deciso a crescere, a diventare visibile a tutti, forte e coraggioso.
Prese a parlare con l’albero. Era piu’ facile che tentare di farsi capire dalle persone. La mattina, guardandolo, raccontava alle loro anime i suoi pensieri, i sogni della notte, i programmi della giornata, la fatica degli studi, l’invidia per chi la vita ce l’aveva piu’ facile. Leggeva anche le lettere che arrivavano dalla Sicilia. La prima volta fu spiazzata, non se lo aspettava. Poi, divento’ abitudine , diventarono la prima cosa che cercava, nelle buste. C’erano un paio di paginette scritte in bella calligrafia antica dalla sua mamma con notizie sulla salute dei familiari, dei parenti, dei conoscenti, poi pensieri d’affetto e di augurio per la vita della figlia, poi, senza ne’ spiegazioni, ne’ annotazioni, ritagli di giornale. “Ragazza violentata nei giardini dietro la stazione”, e seguivano particolari. “Donna scippata e trascinata dalla moto del rapinatore” “Furto in appartamento di ragazza che vive da sola” “Ragazza investita dal tram, non l’aveva sentito arrivare” e così via, in tutte le lettere. All’inizio fu turbata, le sembro’ non l’aiutassero, che la volessero impaurire, poi cerco’ di capire quello che non c’era scritto. E comincio’ divertita ad aspettare i ritagli di giornale. “Chissa’ oggi cosa mi tocca!!” Rispondeva alle lettere senza mai accennare alle tragedie dei giornali. Raccontava di stare bene, studiare tanto, fare fatica ma con buoni risultati, di andare da tutti gli specialisti dai quali aveva promesso di andare. Grandi nomi, professoroni, tutti al Nord. Cresceva lei, cresceva il fico. Lei in altezza non crebbe molto, sembro’ per sempre una ragazzina, lui nemmeno, sara’ stata la mancanza di cielo, fatto sta che ando’ per largo, si fece spuntare teneri ributti alla base, che lo irrobustirono.
Non fu mai fiorita, lei, e nemmeno lui faceva fiori. I frutti erano fiori, e bisognava cercarli, tra le foglie. A nessuno interessavano fichi nati in mezzo ai fumi di scarico del traffico cittadino. Pero’ erano robusti, tutti e due. Muscoli magri leggeri e guizzanti, che puntavano in alto con fiducia.
Furono anni intensi, ma l’obiettivo era chiaro e luminoso come tutti i sogni.
Vennero dalla Sicilia, per la laurea. Era diventata ingegnere elettronico. Avrebbe lavorato alla realizzazione di impianti di amplificazione e decodifica attraverso speciali cuffie, degli impulsi sonori. Nel frattempo, aveva imparato ad emettere suoni faticosi, ma utili a farsi capire.
Divento’ un professionista importante, fu cercata da industrie tecnologiche, ebbe disponibilità finanziarie.
Comprò una casa comoda ed elegante, per i genitori, che non vennero, fino a che furono capaci di intendere e volere. Continuarono a scrivere. Abitavano già con lei da un po’, quando le arrivo’ l’ultima lettera. La apri’ stranita, sembrava uno strano scherzo del tempo. Strappo’ la busta…casco’ il ritaglio di giornale. “Trovato cadavere di donna che viveva da sola. Si pensa ad un malore. Non era in grado di chiedere aiuto”. Lei all’epoca dirigeva un Impero economico, con sedi all’estero e centinaia di dipendenti. Loro non l’avevano mai presa sul serio. Non era cresciuta, era piccola, e sordomuta, ed era nata in un paesino della Sicilia, in una casa con una finestra dalla quale si vedeva solo il mare, ed il grande fico, davanti.
Il piccolo appartamento di lei studentessa l’aveva comprato. Anzi, a dirla tutta, aveva comprato tutto il “grattacielo”. Poi glielo avevano espropriato. Lei aveva posto una condizione: la costruzione di una grande, riparata, comoda aiuola, intorno al fico.
“Rinasce sempre dalle radici anche quando credi di averlo ucciso”. Questa meravigliosa scintilla di Cecilia è quella che più di tutte le altre è penetrata dentro di me. Sento che mi appartiene. Più volte nella vita mi sono trovata nella situazione di vedermi, anche se molto lentamente, rinascere, dopo essermi sentita “rasa al suolo”. “Vedermi rinascere” con mio stesso stupore…”Come può avvenire questo”? Mi chiedevo, era come se, a mia insaputa, ardesse dentro di me una fiamma inestinguibile. “Istinto di vita” direbbero gli psicologi. “L’aiuto divino per i martiri”spiegherebbero i Cattolici. “Il tempo passa e necessariamente si dimentica”aggiungerebbero i razionalisti. Non lo so, forse sono tutte vere queste interpretazioni. Per quanto mi riguarda posso esprimere soltanto quello che sento. Esiste in me una forza che si rigenera fatalmente in proporzione alla frustrazione ricevuta in egual misura; poi addirittura si accresce, per cui il sacrificio mi restituisce sempre qualcosa in più. Questa percezione mi spaventa un po’ e mi chiedo quando arriverà il momento in cui questo fuoco si esaurirà, perché dovrà arrivare…Mi fermo alla descrizione di ciò che provo, senza addentrarmi in spiegazioni filosofiche che lascerebbero il tempo che trovano. Tanti anni fa, nel giardino in campagna, una persona a me vicina, senza avvisarmi, rase al suolo un delizioso fico al quale io tenevo in modo particolare perché mi ricordava la mia infanzia nel Mugello, quando con delle amichette, mi recavo a bere acqua di sorgente freschissima, ad una antica, rudimentale fonte in pietra che si trovava “in vetta alla salitella”così dicevano. Eravamo stanche e sudate quando si arrivava e ci inebriavamo di quella freschezza, racchiudendo l’acqua nelle foglie di un fico a ridosso della sorgente, creando con queste, coni a mo’di calici. Ricordo perfettamente le sensazioni che provavo nel dissetarmi: sapori selvatici, puri, effervescenti, in quel luogo ombreggiato dalla pianta perenne; odorosi come frutta raccolta da poco, o come fiorellini appena recisi. Pareva di deglutire una brezza profumata che mi rianimava ad ogni sorso. Era proprio una interiorizzazione non solo dell’acqua ma del fico medesimo. Tornando alla spiacevole sorpresa che provai quando mi accorsi che il fico nel mio giardino non esisteva più, ricordo di essermene molto lamentata con il responsabile di simile scempio e pensai che non avrei mai più goduto di quel fico, per me carico di significati e reminescenze. Invece non è stato così, oggi quella pianta è di nuovo grande e bella e, quando non me li rubano, posso godere ancora di quei dolcissimi frutti. La pianta è sopravvissuta anche alla persona che l’aveva divelta, come spinta da una forza nascosta e potente che la natura le ha donato. In ognuno di noi la natura opera miracoli diversi, a me ha donato questa potenzialità di rigenerare me stessa, per cui quando osservo questa pianta posso parlarle in tutta sincerità:” Cara amica mia, ti amo perché mi somigli; non sei una pianta di qualità o di rilievo scientifico ma di forza e tenacia, riesci a ricrearti costantemente ed essere sempre produttiva, proprio come è “toccato” a me.
Pervicacia, come l’albero del fico – di M.Laura Tripodi
La mattina si era manifestata un po’ obliqua. Né primavera, né autunno. Le fioriture dicevano una cosa, la temperatura e la pioggia un’altra.
Le capitava spesso di rimanere a bocca aperta davanti alla finestra chiusa, le braccia conserte a viaggiare per ogni dove. Non vedeva niente, ma quando partiva per questi suoi viaggi aveva sempre bisogno di farlo davanti al vetro di una finestra chiusa.
Cielo plumbeo, vento che soffia e fa arrabbiare le chiome degli alberi. E più in là, in un giardino mai visto ecco sbocciare una rosa, in tempo reale.
Marta tirò su il fiato dilatando i polmoni fino all’inverosimile.
Il balzo del tempo fu immediato.
Dovette sedersi sul dondolo. Certo che quella casa sussurrava di continuo. Era un raccontare simile al movimento del pendolo. Solo che ad ogni oscillazione corrispondeva un’emozione, un ricordo, una sensazione, un profumo.
Un movimento perenne.
Cielo plumbeo, vento che soffia e fa arrabbiare le chiome degli alberi. E più in là, in un giardino mai visto ecco sbocciare una rosa, in tempo reale.
Se ne era andata adolescente, poi era tornata.
Se ne era andata giovane donna con il suo bel vestito bianco di velluto e macramè. Suo padre si era come aggrappato al suo braccio facendo finta di sorreggerla. Lo aveva fatto con pervicacia , dal secondo piano fino al portone e non l’aveva mollata nemmeno quando erano saliti in macchina. Aveva continuato ad aggrapparsi a lei anche lungo la navata della chiesa. Quando poi l’aveva lasciata Marta aveva percepito un sussulto.
Piangeva. Suo padre piangeva.
Asciugò anche lei qualche lacrima in quel presente che la trascinava lungo il fiume delle emozioni.
Controcorrente.
Poi tante cose erano accadute.
Quando era tornata, la casa era immobile e silenziosa.
Dentro di lei povere macerie fumanti, ma le mura si erano come aperte per accogliere la sua paura e trasmetterle un messaggio di speranza Come un invito a ricominciare da lì.
Di nuovo tornò nel tempo presente quella rosa odorosa che sbocciava in tempo reale. Le stanze sembravano respirare e parlare: noi siamo sempre state qui. Ti abbiamo visto bambina obbediente, poi adolescente ribelle, poi giovane donna piene di speranze.
Adesso …….
Adesso le sembrò di udire un leggero movimento alle sue spalle.
Un pensiero si era nascosto nel fruscio appena percepito: lei non era mai andata via, lei era sempre scappata.
Adesso….
Adesso era a casa.
E fuori, quando finalmente volle guardare quello che c’era scorse un albero di fico che era sempre stato lì, ma che lei non aveva mai visto.
C’era prima che fosse costruita la casa e ci sarebbe stato per molto tempo ancora.
Pervicace come la stretta di suo padre prima di lasciarla all’altare.
Avete mai notato l’albero di fico? Così semplice, umile, eppure fortissimo, cresce dappertutto, non teme la siccità, rinasce sempre dalle radici anche quando credi di averlo ucciso.
E’ un albero antichissimo, che viene dall’Asia Minore, ben noto agli Egiziani che lo consideravano segno di immortalità tanto da usarlo per costruire i sarcofagi. I Greci lo consideravano simbolo di fecondità e pensavano fosse sacro a Dioniso.
Diffuso dai Fenici è stato sempre un frutto sacro agli dei e si racconta che Polifemo usava il latticello per cagliare il latte e fare il formaggio.
I Romani lo consideravano un albero sacro a Marte e sembra che la cesta di Romolo e Remo fosse stata trovata……. sotto un fico!
Nel mondo cattolico ha avuto significati negativi e positivi. Secondo una leggenda Giuda si impiccò a un albero di fico dopo aver tradito Gesù, ma la foglia di fico fu usata per pudore da Adamo ed Eva e anche, dopo, per coprire le nudità di opere d’arte …..
Secondo una leggenda Maria e Giuseppe, in fuga dall’Egitto con Gesù, furono nascosti da un albero di fico che coprì la Sacra famiglia con i suoi rami durante la notte. Maria la mattina chiamò il fico “sacro” e lo ringraziò…
Vi lascio come scintille:
tenacia
umiltà
rinascita
ma soprattutto queste parole di Epittèto, filosofo greco del primo secolo dopo Cristo:
“Nessuna cosa grande compare all’improvviso, nemmeno l’uva, nemmeno i fichi. Se ora mi dici: “Voglio un fico” ti rispondo: “Ci vuole tempo”. Lascia innanzitutto che vengano i fiori, poi che si sviluppino i frutti e poi che maturino”…..(Epitteto, Diatribe, 50-135 d.C.)
C’era quella grande casa: quattro piani di sogni in libertà. C’era la voglia di cercare la gioia in ogni cosa, di costruirla momento per momento, malgrado tutto. C’erano libri, tanti libri, che si rincorrevano su e giù per le scale. C’erano i profumi di macis, cardamomo e melograno che si intrecciavano come liane. C’erano le poesie che volavano leggere in un ping pong quotidiano.
C’era la voce suadente di lui che ripeteva la filastrocca: “C’erano tante rose affacciate alla finestra, che ridevano come spose preparate per la festa … “ C’erano lui e lei uniti nella voglia testarda di una gioia perfetta. C’era la forza di trasformare mostri e fantasmi in concime.
Poi il vento è cambiato. All’inizio impercettibilmente. C’era la figlia smarrita. C’era una pena che tarlava il fisico e la mente: perché? C’era il nipote centellinato con il contagocce: erano dovuti andare dal parroco per poterlo vedere. C’era la sorella con un tumore al seno che urlava maledizioni verso la madre. C’era che lui e lei erano gli unici ad andarla a trovare regolarmente. C’era che la sorella le diceva che era cattiva e per questo la figlia non la voleva vedere. C’era che però ancora riuscivano a tenere insieme i mattoni.
Poi ci fu il tracollo. La morte, il tradimento, l’inganno, la beffa, le accuse, i rimproveri, … mentre un fiume della Publiacqua inondava, perfido, le mura di quella casa.Ci furono traslochi, avvocati, periti, muratori, imbianchini, …Ci furono ricoveri, operazioni, letti, stampelle, fisioterapisti, badanti …Ci fu che tutto venne appoggiato a terra perché non poteva camminare, salire le scale, prepararsi da mangiare. Ci fu che viaggiava nel mondo dei vivi alla velocità di un lombrico. Ci fu una nebbia che avvolgeva tutto e impediva di vedere e pensare. Ecco arrivare la foto. È la certificazione dell’orrore e della ripulsa verso il caos. C’era la frase che emergeva dal passato: “Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa.”C’era il rifiuto di fare alcunché. C’era il senso di colpa. C’era la mente che andava in frantumi se pensava di rimediare a quel caos.C’erano libri, camicie, padelle, computer, cuscini, colle, giornali, scarpe, sacchetti di plastica, stoviglie, fogli, tanti fogli… sparsi un po’ ovunque come farfalle morte. C’era Shu Iag Li, austera, ieratica, asettica, muta che la guardava con occhi fermi ed espressione fissa. C’era l’omino con i capelli ricci e i baffi che nascondeva i suoi segreti dietro al volto a righe bianche e rosse. E Samanta? Dov’era Samanta, la bruca che canta? Samanta la bella, verde, con una grande bocca rossa, i capelli lunghi e neri ornati da un fiocco di strass e piume.Sentiva che Samanta la chiamava. Doveva trovarla. Forse poteva ricominciare da lì.
Non aveva chiesto neppure il permesso e non si rendeva conto come fosse accaduto.
Era stato un attimo di distrazione, aveva solo chiuso gli occhi, sotto quel sole di maggio, sulla terrazza, tra la menta e il basilico, con il profumo del gelsomino che saliva da quella spalliera dei vicini che traboccava di piccoli fiori trionfanti.
Un attimo a occhi chiusi e si era ritrovata in quella stanza.
Credeva di aver messo cura nel riporre nello zaino gli asciugamani e i costumi, il pareo, l’abbronzante nella taschina esterna, il repellente per le zanzare, il treeoil per le punture di meduse, gli occhiali e il libro da leggere. L’essenziale. La teglia l’aveva comprata per i piccoli che stavano arrivando. Frittata di patate che piaceva a tutti. L’avrebbero portata sulla spiaggia e mangiata nei piattini biodegradabili. La “pampa” verde era quella dell’anno scorso, portata in spiaggia e poi non usata perché poi sarebbero stati tutti insieme in acqua a sguazzare e a ridere e a dirsi “guarda guarda….guarda cosa so fare!?” La sera, ai primi brividi sulla finestra aperta sul tramonto, avrebbe messo la camicia a quadri e si sarebbe ricordata che era ancora primavera. C’era tempo, tanto ancora da vivere e la luce avrebbe portato via le malinconie dell’inverno. C’era il libro che da anni scriveva e che ogni anno ricominciava da capo. Perché i ricordi si allungavano e i dolori si stendevano sul divano scricchiolando, cantando ogni giorno una nuova canzone che da capo andava riscritta. C’erano i fiori. E i profumi. C’erano le foto.
C’era un computer che la teneva sveglia e mangiava parole, masticandole in silenzio….
Allungò la mano, sul terrazzo, al sole, mentre i merli cantavano pensando solo al proprio nido lassù, tra le frasche del giardino.
Forse fu solo allora che si accorse di essere entrata nella sua testa, quella cosa che a volte pareva vivere per conto proprio e che spesso si scollegava dal collo e partiva per angoli personali…Fu solo allora che si accorse di non volerne uscire e rimase così con gli occhi chiusi immersa nella sua vita di prima, trattenendola, per paura che svanisse, che non fosse davvero mai esistita.
All’appuntamento non era venuto, al cellulare scattava la segreteria. Ma dov’era finito? Forse voleva lasciarla? Non si rassegnava, non era da lui sparire così!
Così si decise e si fiondò a casa sua.
Bussò e ribussò. Niente!
Incazzatissima diede un gran calcio allo zerbino, il quale si scostò con risentimento svelando il suo segreto: la chiave dell’appartamento!
Lei la prese con foga e poi…piano piano aprì la porta d’ingresso.
Il disordine che ci trovò fu incredibile, la grande palla le finì tra le gambe quasi volesse impedirle di proseguire, le sembrò anzi che riducchiasse.
Lo zaino puzzava di sudore come fosse tornato da una recente faticosa avventura.
La felpa fumava come scossa da tremito.
La sedia traballava come presa da una crisi di panico.
Vede una macchia rossa sopra una rivista, sembra che la padella ancora da scartare voglia nasconderla.
Ma è sangue! E quello strano odore sembra polvere da sparo.
Segue le gocce di sangue che ora sembra ci siano ovunque.
Ma gli oggetti della stanza sembrano pararsi davanti a lei. Le vogliono impedire di continuare le indagini. Che hanno combinato? Si chiede, sembra una cospirazione a nascondere qualcosa o qualcuno. Qualcuno? Ma non sarà mica…si precipita nell’altra stanza e…lo vede, disteso nel letto in un lago di sangue! Chiamerò la polizia pensa tornando nella prima stanza! Ma con grande stupore la trovò vuota e con la porta d’ingresso spalancata!. Erano scappati tutti !
“Amore, che scioglie le membra, di nuovo mi sconvolge
Dolce amaro serpente, per cui non c’è difesa”
Questi versi, sublimi, per la verità, il mio amico aveva cominciato a pronunciarli..e poi a ripeterli, come un mantra, come se gli fossero necessari, indispensabili per poter continuare a vivere, a respirare..
Ma andiamo con ordine.
Siamo (o eravamo?) due (quasi) impenitenti scapoli, ancora abbastanza giovani, discreta cultura, buon lavoro, e, per completare supremamente amanti del buon cibo, dei viaggi e..dulcis in fundo, delle leggiadre fanciulle che profumavano la nostra vita.
Un panorama che qualcuno giudicherebbe squallido e oltremodo borghese, ma a noi andava bene così.
Fu una sera d’Estate, mentre sul terrazzo finivamo la serata con l’ultimo bicchierino e l’ultima tirata di un profumato Toscano, che il mio amico, con lo sguardo rivolto al cielo che pareva ardere cadendoci addosso..fu quella sera, dicevo, che cominciò a declamare quei versi.
Anch’io li conoscevo, come si fa a dimenticare l’immortale Saffo..la divina….
Ma non furono i versi in quanto tali che mi fecero impressione..fu l’espressione del mio amico nel citarli.
Rivedo ancora il suo bel profilo stagliato contro il luccichio ardente delle stelle..e il suo sguardo..rapito..mi ricordava il santo rappresentato su una tela in attesa della palma del martirio..
E fu allora che cominciai a preoccuparmi.
Durante il giorno-lavoravamo nello stesso ospedale, ma in reparti differenti-appariva quasi normale, salvo quel salmodiare di quel mantra…che sembrava un’ossessione. E sempre con quell’espressione rapita…
Interpellai anche un nostro collega psichiatra …lo aveva sentito anche lui. Ma si mise a ridere… ”O ha una crisi mistica..o è innamorato…” Questa la diagnosi.
Innamorato?!Come mai non ci avevo pensato prima?!
Quella sera presi di petto la questione. E fui anche quasi brutale.
“Stai a sentire…non ti sarai mica innamorato, per caso?! Sei talmente strano in questo periodo..”
Non cercò di negare, anzi, lo ammise subito.
“Sì..l’hai appena detto..”
“E me lo dici così…potevi farlo prima..o non ti sono più amico?”
Sorrise..”Non volevo dirtelo..sarebbe ….anzi, è perfettamente inutile”.
Ricominciai a preoccuparmi..Che voleva dire?
“Niente, niente..solo che una conclusione normale ..come sarebbe giusto..è al di fuori di ogni possibilità umana..”
Oddio..era davvero matto.., ma lo feci parlare.
“Ah sì?!E chi sarà mai costei…E’ sposata?”
“Questo non vorrebbe dir nulla ….”
Oddio..si sarà mica innamorato di una suora?! Glielo dissi…
“No, no..macchè suora..”
Non ci fu verso di sapere altro, per quella sera.
Nelle serate successive, però, si concesse un po’ di più.
“Mi è bastato vederla..e..e. mi è entrata dentro…”
Madonna, gli innamorati..dicono cose insulse e neanche se ne accorgono..Proprio vero: l’amore è una sospensione della ragione..beh, ma a qualcuno piace….
“E le hai parlato?!”
“Eccome, tutti i giorni..ma del più e del meno..abbiamo dei parenti in comune..”
Era completamente andato.
Decisi di rinunciare..sarebbe passata da s . Ma mi sbagliavo.
Già…una mattina, non lo avevo visto al solito caffè, pensai che magari fosse malato…Andai a casa sua. Avevo le chiavi, naturalmente.
Aprii. Corsi ad aprire la finestra e con la luce del giorno mi colpì l’incredibile disordine di quella stanza..
La sua camicia da casa, il pallone per il suo pilates, il PC, la sedia di traverso..i piatti sporchi, perfino una teglia nuova di zecca..Tutto alla rinfusa…E per lasciare tutto così ci doveva essere una ragione grave, lui era l’ordine personificato..
Quegli oggetti parlavano…se avessi potuto udirli mi avrebbero detto:
La palla verde: ”Mi ha lasciata sola, sono triste, ma felice per lui..”
Il PC: ”Io lo sapevo ..ma mi aveva messo una password e non potevo dir nulla”
Il giornale: ”Anch’io lo sapevo..la stampa sa sempre tutto..”
Il divano: ”Non gli dar retta..il solito giornale sbruffone”
Lo zaino: ”Credevo che mi portasse con sé..invece..nulla”
La teglia nuova: ”Dovevo essere un regalo..e guarda qui..chi mi vorrà ora?”
I piatti: ”E noi, allora..? Finiremo mangiati dai vermi..”
Io questi discorsi non li udii distintamente..ma qualcosa..un sussurro, un’atmosfera..qualcosa confusamente compresi.
E la mia mente andò al mio amico..e alla sua compagna..perchè era con lei..ne sono sicuro.
Voleva dire che il suo amore non era proprio irrealizzabile…ma difficile..questo sì. Doveva esserlo stato.
La fuga precipitosa era testimoniata dal disordine della stanza. Il mio amico non l’avrebbe mai lasciata così, se solo avesse avuto un attimo di tempo..
Richiusi in silenzio la porta..
E mi allontanai col dolce pensiero di Enrico e della sua compagna, liberi di una libertà forse conquistata a caro prezzo.
Non lo seppi mai..come non seppi mai il nome di questa donna tanto amata.