” Guardi qualcuno che scatta la foto. Tu bambina, sfrontata, forse di 6 o 7 anni, occhi luminosi, sorriso di gioia, abbracci Mino un canino a te simile perchè vispo, pimpante, vivace, energico che è attratto a tua differenza da altro , non da chi scatta . La stampa pare più antica dell’epoca dell’istantanea. Qualcosa in te, bambina bellissima, attira il sentimento non solo per il bella che sei ; il sentimento viene rapito dal futuro nei tuoi occhi, dall’avvenire che ti avvolge, da ciò che troverai, dallo sguardo che va oltre, oltre le mie spalle mentre ti guardo in foto. Mi vien naturale pensare che tu abbia avuto una vita piena, anche non bella, si sa le vite nostre non posson esser solo belle, anche da bambini abbiamo i nostri ossi da rosicchiare, come Mino. Vorrei sapere se i tuoi amori son stati gioiosi, se le tue paure ti hanno bloccata, se la stanchezza a volte ti ha vinto, vorrei sapere tutto di te ma non importa se non arriverò a conoscere il futuro che ti vedo negli occhi e che oggi è passato. Conosco altro di te, so che sei stata capace di amare perchè l’abbraccio a Mino parla da solo. Dio mio quanto sei bella con quei due dentini evidenti, l’anellino all’anulare destro, vestita dal cane e del cane, capelli biondi, setosi, tanti, dietro di te forse un arazzo od un tappeto, qualcosa che rimanda all’antico, ai tuoi avi ad altri occhi che ti han passato la luminosità, la naturalezza, il futuro. Chissà subito dopo la posa ti sarai alzata,il caldo estivo ti avrà fatto sudare e col palmo della piccola mano ti sarai tolta il sudore ed i capelli appiccicati sulla fronte, Mino ti avrà guardata adorante anche se avrai avuto proprio sulla tua luminosa fronte quell’alone di sporco, di manine sporche di polvere e gioco, quello sporco che a volte le mamme di un tempo pulivano col fazzoletto bagnato della loro saliva o della tua quando eri un po’ più grandicello. Avrai bevuto a grandi sorsi tenendo a due mani il bicchiere di acqua fresca , non gelata e l’avidità della sete ti avrà fatto perdere dei rivoli di acqua sugli angoli della bocca troppo piccola rispetto al bicchiere. “Bevi piano, fai piano” qualcuno avrà detto per proteggerti. E la sera a buio sarai rimasta sullo scalino più basso del portoncino, ad immaginare chissà cosa o chissà chi, provando forse un piccolo batticuore che fino ad allora era stato solo per Mino. Seduta su quello scalino avrai guardato le lucciole tutte attorno, nella bella notte di piccoli lampi, nella bella notte di lucciole e stelle, nella bella notte, mai bella quanto te.”
Stamani, come sempre, sveglia all’alba, dormito poco e male, chiamo “ la Mile” che abita vicino a me, mattiniera anche lei, lo xanax ci fa un piffero a tutte e due, la invito a prendere un caffè, cammina maluccio, ma la distanza è poca, per fortuna…un po’ si appoggia un po’ no..
Mi soffermo per una foto bruttacchiola, all’angolo dello “stradone” che poi è una stradina, la mando al gruppone delle Matite, più per sorridere, che altro…
La Mile ha una vita incasinata, moltomolto, un po’ tanto, dico io, per una persona così buona…Non come me, che mi incazzo per nulla e son sempre in guerra con qualcosa e qualcuno, che poi son più che altro IO
Decido di farla ridere, ci riesco, specialmente, quando mi cade il caffè sul pantalone bianco fresco di bucato, non un goccio, tutto….faccio finta di fregarmene mangiamo le sfogliatelle e ridiamo…sono contenta, per lei, per me, un po’ meno per i miei pantaloni…
Ci salutiamo, lei zoppicando io cincischiando. Lei mi ringrazia, io non so di che, ho quasi dimenticato le macchie marroncine.
All’ angolo, dello stradonstradella un giovane alto fruga nei cassonetti, è un po’ sporchino, ma ha un’aria dignitosa, i nostri sguardi si incrociano, quasi un miracolo per me, che son distante…
Ha due occhi azzurri, come il cielo di qualche giorno fa, i riccioli biondi escono da un cappelluccio rosso, sdruciti ma pulito.
Hai fame? Grido
Annuisce
Aspettami torno!
Non mi capisce, faccio un cenno di stop con le mani, essere italiani aiuta sempre, gesticolatori, noi si nasce..
Corro a casa, non ho fatto la spesa, accidenti al non sprecare…prendo una busta…2 mele, tre nespole, una pera, una banana, ci caccio un pezzo di cioccolato fondente anche troppo, una merendina, un succo. Tutto in fretta, sono pessimista nel correre all’ angolo, penso, forse se ne è andato..
Invece è li, cavolo come è bello, avrà al massimo trenta anni, lo zaino militare, la camicia a quadrettoni non abbronzato, cotto dal sole…
Porgo il sacchetto giustificandomi: non avevo altro scusa..
Lui sorride non capisce, ma gli occhi brillano..
Da dove vieni?
Risponde un’altra cosa: vado casa Polonia…va ok ..ed alza la mano verso destra..
Io so solo che a destra c’è il Girone, l’ Anchetta… farfuglio: forse…
Lo guardo, ci guardiamo, siamo a forse 2 metri uno dall’ altro…abbiamo imparato da poco le distanze…
Ci salutiamo senza parole mettendo ognuno sul proprio cuore la mano destra…quella che indicava la Polonia…
Torno a casa, ho anche lasciato la porta aperta, mi cadono le lacrime…e se fosse stato mio figlio, mio nipote, il figlio di un’ amica, uno che si è perso, uno che scappa, uno che muore…uno che uccide…uno che polacco non è.
Ed io ho saputo solo preparare un sacchetto di frutta un po’ matura a fine settimana…e porgerla senza parlare..
E se poi fosse malato… e se poi stanotte lo picchiano…cavolo avevo del pane da toast…e se fosse stato ferito ed io non me ne sono accorta…e se la Polonia è a sinistra invece che a destra…
No, non sono buona ci provo ma faccio casino, come sempre.
Mi tolgo la colpa, mi perdono, asciugandomi le lacrime, colpa del DNA troppa immaginazione, troppe parole…. Poi i miei, le ville, i soldi, da lasciare “ uncelavevano” quindi mi han lasciato quel che avevano…la vita…
Comincia con un brontolio lontano e lampi bianchi che accendono la notte. Il mare non si vede più, avvolto in un grumo nero. I marinai in viaggio devono pregare già e mi sveglio pensando a grandi onde nere. L’albero ondeggia e sembra perdere l’equilibrio ad ogni sventagliata. Poi arriva il rumore di fiume in piena: una cascata d’acqua si scaraventa sul tetto, sulle pareti, contro i vetri. L’acqua si rovescia, si contorce , sbudella piante e terra allagando tutto quello che incontra in pozze tormentose, punteggiate di schizzi malvagi. I lampi illuminano a giorno accompagnati da rimbombi che fanno eco nello stomaco, proprio vicino al cuore. La vallata verso il mare raccoglie e amplifica echi esplosivi. I rami secchi cadono, lo scroscio accompagna i lamenti delle foglie verdi che non vogliono morire. I gatti tacciono, nascosti. Le coperte non bastano a tenere a freno il terrore e neppure il freddo. E se la pioggia entrasse? Se il vento scoperchiasse il tetto? Se entrasse la notte come il lupo dei tre porcellini? Il gatto arriva e si nasconde ma resta vicino. Protegge e si fa proteggere. La pioggia aumenta…sembra un aereo a reazione, un tornado…cresce il vento e ululano anche i muri. Nella notte, fuori, come mille lampioni accesi per attimi infiniti si rischiarano terra e cielo contemporaneamente. Non si regge l’ansia che cresce…anche se sotto sotto si capisce la bellezza della tempesta. Mi affaccio, attraverso i vetri leggeri, su tutte le sfumature di un nero infuriato. Scommetto su quanto potrà durare e per fortuna perdo. All’improvviso, un attimo prima che la paura raggiunga il massimo, mentre un chiarore rosa sale dai monti, il vento smette di colpo e il tuono più forte è anche incredibilmente l’ultimo. La pioggia si fa leggera, diventa piano piano un ticchettio sommesso. Qualche tuono rimbomba ancora in lontananza , ma piano, come un saluto. Sale una fioca luce che sembra dire “buongiorno, nonostante tutto!” . Il ticchettio ora è una ninna nanna sul tetto, che fa compagnia che consola…che dice dormi…dormi…dormi. E piano piano si torna a dormire, cullati, abbracciati dai fiori che bevono.
È una farfalla gialla come l’elicriso, che vola intorno… mi tocca appena, leggera sul ginocchio mentre leggo un libro bellissimo di Saramago: Le intermittenze della Morte.
Appare spesso così, nostro babbo, quando sto sul mare con la mia sorella, ma di solito è un papiglione a strisce gialle e nere, grande, con grandi ali a punta, con una codina nera.
Oggi sono sola. Leggo questa scrittura magica, che scivola giù come burro aromatico e lui, la farfalla, appare dietro l”elicriso…poi sparisce contro il cielo blu. Forse non è lui, penso leggendo e una parola dietro l’altra arrivo in fondo, quando la Morte si innamora del violoncellista e smette di uccidere perché l’amore è più forte.
Penso che è un libro bellissimo scritto da premio Nobel da un premio Nobel vero e guardo il cielo con le nuvole blu.
La farfalla gialla appare, di nuovo, improvvisa. Gialla dietro l’elicriso d’oro. Mi sfiora appena il ginocchio saltella….si avvicina, si allontana….. e scompare. Nel blu.
Ricordate? Abbiamo cominciato così. Con qualche perplessità da parte vostra, con qualche timore perché si parlava, quel giorno, anche di morte. La morte dei genitori, la perdita di un amore….Dove sta la bellezza? avete pensato senza dirlo. Poi piano piano abbiamo capito.
La bellezza sta nella vita che si svolge come un filo silenzioso. Sta nei nostri giorni tristi ma veri, nei rimpianti di giorni “altri” ma nostri, nei resti di amori morti, anche se mai risorti…..
Sta nel sorriso dei bambini con cui abbiamo giocato, in certi attimi rosa come i tramonti sul mare. Sta negli amici che ci conoscono tanto bene da non credere ai nostri abbandoni. Sta nel caffè la mattina che non troviamo coraggio, sta nel cuscino dove ritroviamo vecchi sogni.
Sta qui, la bellezza, nelle nostre piccole cose preziose.
Abbiamo dovuto perdere tutto, tutto insieme per sentirlo davvero.
Ma oggi i nostri tramonti sono più rossi e i canti degli uccelli in giardino più intensi. Più verdi le foglie e i fiori nei vasi…. e più dolci le voci che teniamo nel cuore.
Perché nonostante tutto, davvero……… in tutto c’è stata bellezza
Arriviamo in fondo a questo nostro anno particolare che collocherei a mezza strada fra due titoli di film come “Travolti da un insolito destino“ (nel pieno di una pandemia) e “Un anno vissuto pericolosamente”.
Ancora molto spaesati e consapevoli di non essere sbarcati su un’isola deserta in un mare d’agosto, tantomeno precipitati nelle convulsioni dell’Indonesia del 1965, ma semplicemente in questo meraviglioso e contraddittorio paese, l’Italia, nell’anno di grazia 2020 per di più bisesto.
A tradurlo in funesto oltre al proverbio, ci ha pensato, chissà se per caso, anche un centenario che avremmo evitato proprio volentieri .La maledetta Spagnola è tornata fra noi con altro nome ma con una virulenza altrettanto devastante e globale.
Come le barche su cui ci soffermammo con Cecilia in un bel pomeriggio abbiamo dovuto riposizionare le vele, trovare nuovi ancoraggi e individuare nuove rotte.
Non è stato facile. Per nulla. Eppure abbiamo saputo riadattarci, rigenerarci, andando a cercare fili dorati, spazi di bellezza e di risposta dentro di noi e dentro il nostro gruppo che si sono poi tradotti in racconti, in parole, musiche, suggestioni e atmosfere.
La nottata non è ancora passata, ma averne passata una bella parte in compagnia, in questa compagnia, a me ha fatto bene.
Un sapere che ci siamo che conforta, aiuta, arricchisce e protegge.
La quarantena è stata fattore di ansia ma anche attivazione di contatti diretti, e ricerca di vie per nuove amicizie e incontri.
I nostri pomeriggi comuni pur fra qualche difficoltà tecnica e necessità di aggiustamenti in corso d’opera, hanno significato una svolta che ha ridato vigore e nuovi stimoli.
L’apertura di un tavolo più ampio anche se virtuale ha allargato il confine e messo in contatto due gruppi che in precedenza si sfioravano solo e semplicemente al cambio di orario. Gran merito di Cecilia e della sua ricerca continua delle vie del nostro stare insieme che ci ha fatto attraversare al meglio questo mare tempestoso .
Sbarcati dentro le nuove tecnologie chi ci ferma più??
Il periodo è stato e continua ad essere non facile.
Le Matite con le loro scintille hanno portato più di una luce in un momento che da soli avremmo vissuto molto molto peggio!
Grazie di cuore a tutte le Matite!
UN ABBRACCIO DI CUORE A CECILIA E A TUTTE LE MATITE!
Ci ritrovammo al solito posto, difronte ad un portone immenso e scortecciato, ci aprì il solito signore un po’ stropicciato, l’ aria assonnata gli conferiva un vago senso di mistero, il suo non fu un proprio e vero saluto, un leggero sorriso, nascosto da una barbetta volutamente trascurata, si affacciò sul suo volto, sembrava ospite in casa sua, nessuno o quasi ne ricordava il nome…
Salimmo, chi a piedi, chi nel grande box doccia che poi scoprimmo essere un ascensore, i più agili, optarono per l’ arrampicata, altri ancora andaron sul tetto per calarsi dal camino…le scale erano senza corrimano, fragili e pericolose, per molti di noi.
La stanza era così grande da sembrare una piazza, al centro un tavolo rotondo gigantesco conteneva tutte le nostre anime comodamente sedute, LEI sbucava da un foro centrale, la sua immagine riflessa nel lucido dell’ebano, appariva nitida… delicata e forte al tempo stesso, prese la parola, battendo il piede per terra per avere attenzione…
Tacque anche il silenzio: questa sicuramente sarà la nostra ultima volta, quindi che lo vogliate o no, parliamo d’amore…
Ad ognuno di noi mancò il respiro, il cuore accelerò, qualcuno si asciugò il sudore, due o tre coprirono le lacrime…altri tiraron fuori un sorrisetto cretino
Nonostante il tavolo fosse rotondo non riuscivo a vedere bene in volto i miei compagni…ne percepivo il profumo, indovinavo i loro vestiti : piccole gonne di maglia, morbidi kaftani, camice firmate, pantaloni fantasia a fiori così grandi da vederne solo uno per coscia…un golfino perbene, uno chemisieur troppo sganciato…giacche da lavoro…
Coraggiosamente presi la parola: senza amore non si vive, ho bisogno di amare ed essere amata, che scopo avrebbe la vita?
Incalzò il compagno seduto accanto a me: ho amato troppo…poi si interruppe..svogliatamente
Amo più che altro i miei figli
Ho amato solo lui
Io amo me stessa
Lui se ne è andato, non ho saputo fermarlo.
Credevo lei mi amasse
Speravo tornasse
Il cane è il mio unico amore
Ho sofferto troppo
Ho fatto soffrire
L’ AMORE non esiste
Un’invenzione di Dio
Una maledizione dell’ uomo
Un passatempo
Vivo per i miei amici……
Amore come amicizia
L’amore non è per i vecchi…..
Le parole si inseguirono, senza mai scontrarsi, gridarono, risero, piansero, si sfracellarono al suolo come velivoli in avaria, molte volarono in cielo…
Fuori intanto si faceva buio
Al centro del tavolo LEI non c’era più, in punta di piedi era uscita, molti di noi si accorsero del rosso fiore poggiato al centro , della delicata scia di profumo che riscaldava l’ aria, un po’ mughetto, un po’ limone.
Ci guardammo e ci scoprimmo uguali, un gioco di specchi magici mi rivelò un unico volto, un solo sguardo…forse un unico pensiero…parlammo d’amore mentre scendevamo le scale tenendoci per mano…..il campanile dell’ Antella scandiva 2020 ore…..
Noi siamo discendenti del patriarca, lui ha avuto una vita piena di gratitudine.
Nato Fico dottato di qualità suprema, apprezzato e stimato per le sue doti
A fine maggio regalava i fico-fiori più belli che si potesse immaginare.
In quantità esuberante, si potevano consumare con abbinate le perine o il salame, fare le prime marmellate di stagione, visto che la scorta nella dispensa stava esaurendosi.
Quando le foglie si spandevano sui rami sotto la sua ombra si aveva una sensazione di benessere e pace, il venticello si intrufolava fra i rami provocando un dondolio frusciante.
La produzione vera iniziava a fine luglio, gli amici si informavano e aspettavano i cesti ricolmi in regalo, graditi anche per le feste di matrimonio e compleanni.
Quando la produzione era sovrabbondante, ci si sentiva stufi, poi con le prime piogge, moscerini a non finire, frutti a terra, vicino alle sedute del forno..con l’autunno,si cercavano gli ultimi frutti, piu piccoli e rinsecchiti. Come si gustavano in bocca, assaporando quel piacere che avrebbe dovuto aspettare un anno per farsi risentire!
Un temporale estivo aveva abbattuto un grosso ramo, ma poi era rinvigorito in uno strepitoso risveglio.
Per il solleone con i frutti più belli si preparavano graticci di picce da seccare al sole.
Impacchettati con alloro e finocchio, aspettavano le feste di Natale per primeggiare con quel profumo unico delle cose desiderate e aspettate. Poi, gli ultimi anni, qualche frutto bacato, marciume e alla fine tante infestazioni di cocciniglia.
Si è deciso per una potatura drastica, aspettando che con la primavera ci fosse una rinascita. Invano. Adesso te ne stai scheletrito con rami tristi, neppure un ributto, solo al pedano un piccolo ciuffetto.
E’ vero che ti avevano piantato per l’ombra non pensando che i tuoi frutti avrebbero impiastrato le sedute in pietra, ma ti abbiamo amato nonostante questo.
Oggi che, forse impiegherai anni per rinascere da quel tenue rametto ricordiamo tutte le tue doti.
Che previdenza, aver trovato una buona collocazione a quelle creature che con i tuoi semi, erano nate nei posti più strani: dentro la griglia di scolo del viale, nei vasi dei gerani, fra le pietre delle scale.
I tuoi discendenti si sono riprodotti con esuberanza e oggi vengono bene nella scarpata dove hanno trovato una buona terra.
Sandro, il mio agronomo di fiducia, ultimamente mi ha scioccato con una notizia a cui non voglio credere e con la quale mi confronterò: non ci saranno più piante di fico sul nostro territorio per una infestazione tenace che colpisce le piante al pedano, provocandone la morte.
Racconti di conoscenti mi avevano insospettito, narrando la scomparsa delle loro amate piante, poi, qualche giorno fa, ho saputo di una strategia per evitare questi attacchi: panni di lana avvolti alla base delle piante impregnati in una sostanza arginano la catastrofe.
Ecco, mi sono rasserenata, anche io non potevo accettare che questa pianta così importante, che ha sfamato generazioni di popoli, scomparisse.
Devo sapere ora con esattezza come procedere per il patriarca e i discendenti.
Questa prima parte del 2020 sta sgocciolando verso le ultime battute, almeno per quanto riguarda le nostre “scintille”.
Riprenderemo presto. Intanto vorrei salutarci con l’eco dell’incontro virtuale di ieri, ispirato all’intervento di Chiara Gamberale, registrato in occasione dei “Dialoghi sull’uomo” di Pistoia, tenuto in questi giorni. Il tema era, come lei ama dire, “parlare l’amore“, cioè osservare il linguaggio che gli scrittori (di ogni secolo) usano per parlare dell’innamoramento.
Si cita Natalia Ginzburg, con Lessico Famigliare:
“era necessario scrutare le parole per capire se davvero avessero ancora radici“,
riferendosi alla necessità di adeguare anche il linguaggio secondo le fasi delle relazioni che viviamo, senza cadere, con l’evolversi del rapporto, nella monotonia e nella mancanza di dinamicità, sentimentale e verbale.
Le parole dunque si adeguano inconsapevolmente, dice Chiara, quando viviamo periodi di svolta che sconvolgono le nostre esistenze. Può essere per una nascita, o per una malattia, o meglio ancora, quando ci si innamora.
Innamorarsi significa ascoltarsi al di là delle parole, confidarsi le nostre zone “segrete” e il riferimento va alla finestra di Johari, schema inventato dagli psicologi Joseph Luft e Harry Ingham.
La divisione è apparentemente semplice: ci sono quattro zone, quella conosciuta, quella cieca, quella privata e quella inconscia, ossia, quello che io so di me, quello che io non so di me, quello che gli altri sanno di me, quello che gli altri non sanno di me.
Di Chiara Gamberale è il libro, “La zona cieca”, appunto.
Ma un’altra simpatica citazione è quella riferita al poeta surrealista Gherasim Luca
da La fine del mondo (1969)
prendere corpo
Io tu flora tu io fauna
Io tu pelle io tu porta e finestra tu io osso tu io oceano tu io audacia tu io meteorite
Io tu chiave d’oro io tu straordinario tu io parossismo
Tu io parossismo e paradosso io tu clavicembalo tu io silenziosamente tu io specchio io tu orologio
Tu io miraggio tu io oasi tu io uccello tu io insetto tu io cateratta
Io tu luna tu io nuvola tu io alta marea Io tu trasparente tu io penombra tu io limpido tu io castello vuoto e labirinto Tu io parallasse e parabola tu io in piedi e disteso tu io obliquo
Io tu equinozio io tu poeta tu io danza io tu particolare tu io perpendicolare e soppalco
Tu io visibile tu io silhouette tu io infinitamente tu io indivisibile tu io ironia
Io tu fragile io tu ardente io tu foneticamente tu io geroglifico
Io tu spazio tu io cascata io tu cascata a mia volta ma tu
tu io fluido
tu io stella filante
tu io vulcanico
noi noi polverizzabile
Noi noi scandalosamente giorno e notte noi noi oggi stesso tu io tangente io tu concentrica
Tu io solubile tu io insolubile tu che mi asfissi e io liberatrice tu io pulsante
Tu io vertigine tu io estasi tu io appassionatamente tu io assoluto io tu assente tu io assurdo
(prendere corpo) Io tu narice io tu capigliatura io tu anca tu mi ossessioni io tu petto io busto tu petto poi tu volto io tu corsetto tu io odore tu io vertigine tu scivoli io tu coscia io ti accarezzo io tu fremito tu mi scavalchi tu io insopportabile io tu amazzone io tu gola io tu ventre io tu gonna io tu giarrettiera io tu calze io tu Bach sì io tu Bach per clavicembalo seno e flauto
io tu tremante mi seduci mi assorbi ti contendo ti rischio ti scalo mi sfiori ti navigo ma tu mi agiti mi sfiori mi racchiudi tu io carne cuoio pelle e morso tu io slip nero tu io ballerine rosse e quando tu niente tacchi alti sui miei sensi tu i coccodrilli tu le foche tu le affascini mi copri ti scopro t’invento talvolta ti abbandoni
tu io labbra umide ti libero ti deliro mi deliri e mi seduci io tu spalla io tu vertebra io tu caviglia io tu ciglia e pupille e se io scapola non prima dei polmoni anche lontana tu io ascelle ti respiro giorno e notte ti respiro io tu bocca io tu palato io tu denti io tu unghie io tu vulva io tu palpebre io tu fiato io tu inguine io tu sangue io tu collo io tu polpacci io tu certezza io tu guance e vene
io tu mani io tu sudore io tu lingua io tu nuca io ti navigo io tu ombra io tu corpo e fantasma io tu retina nel mio soffio tu tu iride
Il ritorno a Vacchereccia al tramonto, dopo aver trascorso tutta la giornata in spiaggia, era davvero duro. Riuscivano solo a fare metà salita poi dovevano scendere di bicicletta. Ma lì, alla seconda curva, avvolta da insetti ronzanti, c’era la ficaia che emanava un profumo intenso dall’ombra della sua nicchia. Mentre lei si asciugava il sudore che entrava fin dentro agli occhi, lui si inoltrava in quell’oasi e ne veniva fuori sempre con qualche fico. Li mangiavano lì prima di riprendere a camminare. Dopo la doccia, a cena, li aspettava il cestino colmo di frutti che raccoglievano di prima mattina, a Spergolaia, dalla Romilda.
Li accoglieva sempre soave e grata perché lei, i fichi, non li poteva dare nemmeno ai maiali: “Gli vengono gli scioglimenti” diceva. “E poi, quando cadono, fanno tanto sporco!”
Li mangiavano con il pane, alla maniera dei contadini, mentre lui si soffermava a mostrare la differenza fra un frutto ed un altro a lei che non distingueva un fico da un fiorone!
La narrazione non aveva mai fine e, come in ogni storia che si rispetti, veniva ripetuta sempre uguale, sempre diversa.
C’era il profumo che veniva fuori dalla fornacetta mentre cuocevano gli involtini di foglie di fico che colmavano il trullo di aromi.
C’era la nonnina Anna alle prese con i graticci per l’essiccazione dei frutti, con la capatura delle mandorle per il ripieno, con l’estrazione del succo, con le spase per l’ultima asciugatura in paese, nel forno a legna.
E poi c’erano i fichi per ogni ora del giorno e per ogni occasione: venivano declinati in marmellate, gelatine, vin cotto, mustaccioli, cartellate, rose, sasanelli, panzerotti, przzid, …
Creavano un sottofondo che sapeva di affetti, di legami, di tradizioni: evocano le radici profonde di un mondo perduto.
Tutti continuano a dire che è stato un corto circuito ma la vera storia è questa:
Rufolando tra vecchi manoscritti fra les bouquinistes de la rive gauche de Paris, lui e lei chiusero gli occhi e mano nella mano scelsero a caso uno di questi.
Qui ci sarà il nostro destino, decisero.
Aprirono gli occhi ed esplorarono curiosi, il manoscritto era titolato “La dodicesima scintilla”.
Sulla copertina vi era disegnato un grande fico con delle foglie enormi che sembravano mani.
Lui e lei si guardarono negli occhi entusiasti, decisero che quello era un bel titolo e che lo avrebbero letto e raccolto tutti i suoi saperi e suggerimenti.
Vennero così a sapere che nella Ile de la Citè un tempo c’era un grande fico e sotto quel fico seppellito un tesoro, un grande tesoro! Che tutt’ora era lì.
Dopo aver trovato il posto esatto dove era esistito quel fico bastava creare una grande scintilla luminosa e calda come il fuoco ed il tesoro sarebbe venuto alla luce. Allegato c’era una mappa.
“Partire dal punto più a nord della Ile e quindi continuare…” seguirono tutta la mappa, non fu facile perchè tutto era cambiato, ma ce la fecero e arrivarono al punto prescelto.
Erano all’interno di una grande Chiesa, anzi disse lui, una Cattedrale! Va bè fa lo stesso! Qui ci dovrebbe essere il fico ed il tesoro! E qui faremo la grande scintilla!
Si nascosero e appena soli accesero un focherello. Usarono legno di castagno, perchè quando brucia fa le faville. Tanto fa lo stesso, pensò lei, sembrano scintille!
Non si sa se lui e lei abbiano trovato il tesoro, ma si sa per certo che il 15 aprile 2019 nel tardo pomeriggio la cattedrale di Notre Dame fu devastata da un violento incendio.
Apro la stanza e dò un’occhiata in giro. Eccole lì tutte le mie cose, i miei ricordi. Belli, brutti, avventurosi, malinconici. Ma … chi ha lasciato in giro quei piatti sporchi? Io no di certo, chi può essere stato mi chiedo. “Te lo diciamo noi, carina. Ci hanno lasciati qui i tuoi nipoti l’ultima volta che sono venuti a trovarti. Parliamo di almeno 6 mesi fa” Chi mi sta parlando ? Sento delle vocine ma non vedo nessuno in giro “Siamo noi i piatti lasciati qui su tavolo con tutti i residui e dimenticati come tutti gli altri oggetti” Rimango strabiliata, sconvolta. Cerco di non farci caso, non è possibile che due piatti mi parlino e con questo tono arrogante. Ricordo che mesi fa ho detto alla Cate e a Francy che potevano entrare e dare un’occhiata alla stanza che per loro era molto misteriosa. Non l’avevano mai vista ed erano molto curiosi di andare in avan scoperta. Li avevo lasciati liberi e richiamati solo all’ora del pranzo ma prima di finire mi chiamarono al telefono e loro, evidentemente, sono sgaiattolati su di nuovo. Chissà cosa li ha incuriositi cosi tanto dal farli tornare e addirittura terminare il loro dolce su in quella stanzetta così in disordine e polverosa. “Te lo diciamo noi. Dopo aver gustato il loro dolce ci hanno abbandonati qui sul tavolo e si sono messi a girare intorno toccando ogni oggetto e chiedendosi “”ma che ci farà la zia con questo vecchio giubbotto? E con questa padella? Cate la più grande ha cercato di spiegare al fratello che erano vecchie cose appartenute alla zia ed ora inservibili, infatti non credo se li ricordi più e rivolta al fratello gli ha detto “Guarda Francy questo è il primo zaino che mi regalò la zia quando babbo e mamma ci portarono in montagna per la prima volta. Quante gite ha sopportato. Poi l’ho perso di vista ed ora eccolo qui di nuovo. Vedi ci sono le mie iniziali sopra C.R.. La camicia a quadretti, invece, è la mia me la regalò la nonna diversi anni fa ma come sia finita qui non so proprio. Chissà se ritrovo anche i miei pattini, vedi il caso …Cosi i tuoi nipoti hanno continuato ad esplorare ogni oggetto finché non sono stati richiamati di sotto lasciandoci qui sporchi e solitari per così tanto tempo” Ok penso non credo che due piatti possano parlare, non ci credo proprio, o sono impazzita … ma dato che ci sono li prendo e li porto giù così li lavo e li rimetto a posto. “ Hei bellina….” “lascia stare non polemizzare almeno ci lava e ci rimette insieme agli altri faremo una chiacchierata con loro !!!”
L’ho trovato circa 30 anni fa nel giardino della mia nuova casa. Ce n’erano più di uno in giro ma questo era un albero imponente e maestoso che dimostrava senza vergogna la sua grande età, e sembrava ne andasse molto fiero. Un albero di fico tenace che ha continuato per anni e, ancora continua senza stancarsi, a produrre fichi di una bontà unica. Il fusto e abbarbicato dentro un piccolo muretto sembra senza terra ma è cresciuto come lo avessero rifornito con tanto di quel concime e farmaci da farlo crescere smisuratamente. Eppure nessuno gli ha mai dato nutrimento se non la terra stessa. Lo abbiamo “decapitato” più volte affinché non si allargasse troppo disturbando le piante vicine, ma ogni anno si estende sempre di più e produce fichi instancabilmente. A fine agosto è un piacere mettersi sotto le sue grandi ed ombrose foglie e godere dei suoi frutti. Chiunque capiti da noi nel giusto periodo gode della sua bellezza e bontà, cogli e mangi a sazietà. Mio marito a fine estate si mette sotto la pianta e pazientemente, dopo averli colti, li taglia a metà e li sistema in una grande teglia che poi mette nel vecchio forno a legna appena riscaldato e gli fa prendere il caldo per tutto il giorno. Il mattino seguente li mette nei barattoli di vetro che chiude accuratamente e poi li lascia in forno per giorni finché lo stesso non si raffredda. D’inverno si gode il sapore e la bontà di un fico non troppo secco, morbido e quasi succoso, dolcissimo e con un leggero sapore di fumo dovuto alla cottura nel forno a legna. In questi ultimi anni ha un pò risentito degli effetti del cambiamento climatico come tutta gli altri alberi da frutta ma loro purtroppo non producono più come prima ma sempre di meno ogni anno. Lui invece, è ancora lì bello imponente, grandioso e mi fa pensare al re della foresta il leone. Si proprio il leone della frutta nella sua magnificenza la sua risolutezza e arroganza sembra guardare gli altri “alberelli” con distaccata regalità come si addice ad un re del verde. Anche il mio cane Napoleone lo apprezza sia per mangiare i frutti che per avere ombra nei momenti più caldi. E’ un albero grandioso.
Il cestino pieno di fichi lo vedevo solo in campagna, dalla mia nonna, che un giorno se n’era andata ad abitare a Castelfiorentino, lasciandoci orfane, me e mia sorella piccine, di quella sua costante presenza consolante. D’estate avevamo ottenuto come risarcimento, di stare da lei per diverse settimane e tutto diventava stupore: la vasca da bagno con lo scalino per starci seduti, la veneziana in cucina che la divideva dal tinello, le scale di pietra per andare nell’orto dove le tartarughe andavano in amore e si mettevano a correre tra le dalie.
La spesa la portava a casa un certo “procaccia” con la bicicletta e accanto alla sporta di rafia, infilata sul manubrio, non mancava mai il corbellino dei fichi. Erano avvolti come neonati in fresche foglie grandi, pelose ma morbide, erano frutti soffici, fragilissimi, umidi, con un picciolo spesso e lattiginoso da cui mia nonna li acchiappava, uno dietro l’altro, per mangiarli subito.
Per mangiarli si fa così diceva: lo tieni per il picciolo, da sotto in su e poi lo sbucci, piano piano, partendo dalla piccola apertura che si apre proprio verso di te, lasci cadere la buccia in giù, verso il picciolo, a piccoli lembi, che ti copriranno la manina quasi come veli verdi leggeri….il fico ti apparirà così, tra le dita, bello nudo, con la sua camicina bianca pronto per essere mangiato…. in un solo boccone!
Mia nonna aveva il potere di rendere incredibile qualsiasi cosa fosse commestibile. Dopo un temporale raccoglieva le chiocciole tra i fiori, in certe passeggiate verso la Pieve, le spurgava poi per giorni in un mastello bianco di farina abbondante, dove infilavo continuamente gli occhi per curiosare su cosa mai potesse succedere a quella strana combriccola di antenne e poltiglia. Le cucinava poi con un sugo di cui ricordo il profumo, pieno di spezie, erbe dell’orto e sapori inediti, girando il tutto di frequente, con un mestolo rigorosamente di legno e raccontando ad alta voce quello che dentro si stava tramutando. Apparecchiava sempre come per pranzi regali, riempiva i piatti religiosamente e poi le gustava una ad una come capolavori del creato e della pentola.
Non ho più mangiato chiocciole e non amo particolarmente i fichi, ma mi accorgo ora, pensandoci, che questi piccoli pezzi sono conficcati nelle istantanee virtuali di casa mia. Chiocciole e fichi sono mia nonna, ma sono anche l’eredità di lei, che toccava ogni cosa lentamente, in profondità, osservandole con tutti i sensi, conoscendole nell’essenza. Pensandoci, faceva così con tutto il creato che la circondava.
Pensandoci faceva così anche con le persone. E con le parole.
Giornate sempre uguali, percorse in punta di piedi per non disturbare l’equilibrio incerto di ore piatte come sogliole e inutili, come un coltello senza lama…..
Forse non era uscita di casa con quella idea, era già stanca all’alba, bisogna aver fiato e voglia, per concretizzare pensieri seri, molto seri…eppure si era vestita in fretta…più coperta che vestita, roba vecchia, consumata ma decorosa…ed era uscita, prendendo chiavi e cellulare…
Mi butto, pensò, poche bracciate e mi lascerò andare, nessuno a quest’ora avrà voglia di cercar corpi galleggianti in un Arno melmoso.
Si tolse le scarpe e scese giù per il viottolo, intorno solo silenzio interrotto dal rumore dell’acqua e da qualche uccelluccio assonnato che aveva voglia di farsi sentire…
Doveva decidere se buttarsi dal lato “ comune di Fiesole o di Firenze” dilemma di breve durata dal momento, che l’acqua era scarsa e così bassa da non permettere nemmeno un pediluvio…
Si sedette, più delusa che rassegnata: manco so farla finita….pensò…le uscì quasi un sorriso di compassione per se stessa, un po’ cogliona lo era sempre stata. Non era mai riuscita a guardare oltre a cercare di capire, elaborare, perdonare, già perdonare…come se fosse facile non soffrire…
Quando il suo sguardo si posò sull’ enorme foglia…tra le rocce umidicce fu curiosa ed un pò meravigliata, non era mai stata attratta dal “ verde” la natura era, vento, pioggia, colore, fresco, caldo, fiori, frutta…..immagini. Eppure quella piccola pianta di fico era lì, ospite inattesa di un mondo di papere, rospi, pesci siluro, rifiuti galleggianti ma non troppo, si avvicinò traballante, strano aver paura di cadere, per una che decide di morire ”teatralmente affogata”
Quando scorse il grosso fico, ciondolante, all’ombra della sua mammafoglia, scoppiò in una risata vagamente isterica, che ci faceva li quella pianta? Perchè un frutto così dolce tra le rocce di un fiume indeciso, che gira a gomito, sotto gli occhi distratti dei più….?
Un segno, un regalo, un monito…
Due passi incerti per arrivare a lui, al suo ammiccante “spaccosorriso” che gridava e grondava zucchero…
Lo succhiò, non ebbe il coraggio di morderlo, lo gustò come un dono del cielo…un segno dall’alto…Che forse non seppe interpretare…
Si avviò un po’ più avanti…li l’acqua era più alta…molto più alta…
Riportò la cronaca di Firenze due giorni più tardi: ritrovato corpo di donna, al Girone, l’Arno ha avuto….l’ennesima vittima…l’autopsia ha rilevato…tracce di fico, maldigerito…..
Il fico era lì nel giardinetto dietro casa. Lui amava da sempre quelle larghe e strane foglie con la loro ombra a forma di grandi mani che ogni volta sembravano stringerlo in un abbraccio. Quando il sole era accecante e il caldo più soffocante si stendeva lì sotto, sulla coltre erbosa che ne circondava il tronco quasi a proteggerlo e si lasciava andare alle sue fantasticherie e ai suoi sogni di bambino.
Galleggiavano note in quei sogni.
Molto prima di sapere cosa fossero le vedeva danzare e comporsi in mirabili armonie.
Aveva scoperto presto che la musica era la sua dimensione. La sentiva ovunque si voltasse e qualunque cosa facesse. Quelle note ballerine lo prendevano per mano portandolo lontano.
Le pareti della casa modesta nella quale viveva con i genitori, una delle tante case di ringhiera della Torino operaia degli anni 70, si dissolvevano e così lo sguardo poteva puntare direttamente in alto, verso il cielo, là dove il sogno poteva diventare realtà e tutto poteva diventare possibile.
La musica in quella casa era entrata in modo strano. Non c’erano strumenti, c’era la vita difficile di un lavoratore che stava fuori tutto il giorno e tornava a casa stanco la sera dopo una faticosa giornata di lavoro.
Le note erano entrate prepotenti con le opere che spesso i suoi ascoltavano alla radio, e molto molto prima erano risuonate nei canti partigiani intonati da suo padre e sua madre, con occhi sempre lucidi alle manifestazione del 25 Aprile.
Erano arrivate poi insieme ai canti della lotta e della riscossa operaia della fine degli anni 60 e dei primi anni 70 che avevano visto diventare Torino protagonista di una stagione di cambiamenti.
I primi abbozzi di volontà di dirigere un’orchestra si erano palesati per puro caso. Aveva visto in tv il Coro dell’Armata Rossa e non aveva resistito. Si era alzato in piedi armandosi di una matita e aveva iniziato ad accompagnarlo, ad occhi chiusi, ma con gesti rapidi e decisi quasi si trovasse su quel palco e in mezzo a quella moltitudine.
Era buffo quel bambino col suo ciuffo nero e ribelle, con quegli occhi vivi che bucavano il velo della realtà e puntavano direttamente ad un futuro da conquistare fatto di musica e di note.
La incontrò una mattina, sulle scale mentre se ne tornava a casa sconsolato da scuola insieme a sua madre. Era triste, quel giorno, come non mai.
Al colloquio, una condanna senza appello, che era risuonata quasi come un ergastolo.
La mamma l’aveva tradotta con parole sue, in semplicità, ma suonava crudele come i professori gliel’avevano detta.
“Suo figlio è bravo. Ha un gran carattere. Si impegna molto. Si vede che la musica per lui è vita, ma si renda conto il figlio di un operaio non può aspirare a fare il musicista. Dia retta, lo convinca. È una strada nella quale solo chi ha possibilità economiche e conoscenze può sopravvivere e pensare di andare avanti!”
La musica era roba da ricchi e per i figli di ricchi, insomma, e per lui non c’era alcuna speranza.
Piangeva senza ritegno quando incrociò la signora Amelia, quella del terzo piano. Era una donnina dolce e distinta, che sembrava uscita direttamente da un romanzo di De Amicis. Di solito erano solo dei buongiorno e buonasera, ma quel giorno e di fronte a quelle lacrime disperate lei volle sapere quale ferita le avesse provocate.
Ne rimase schiantata perché a distanza di anni erano la stessa ragione con cui anche lei aveva dovuto fare i conti. Lei, in più, aveva dovuto aggiungerci il carico da 90 negativo di essere pure donna.
Eppure ce l’aveva fatta a diventare primo violino, realizzando il suo sogno di bambina. Si rivide in quelle lacrime, in quella delusione cocente rispetto ad un mondo che escludeva per condizione sociale e non per qualità e capacità. Un mondo che inchiodava alla condizione di nascita e spegneva ogni voglia di cambiamento e ogni sogno se non sorretto da tenacia e volontà incrollabile.
Iniziò così fra loro. Il bambino con il ciuffo ribelle e la vecchia signora che ormai si dedicava ad insegnare musica dopo i lunghi anni passati a suonare nell’orchestra del teatro cittadino.
La maestra mise a disposizione la sua casa, i suoi strumenti, le sue conoscenze e competenze musicali, il bambino ci mise la sua volontà di apprendere tutto il possibile di quel campo cimentandosi col mondo delle note e prendendo man mano confidenza col piano forte cui si era accostato inizialmente, con timore e profonda soggezione.
In breve da quello strumento fantastico era riuscito a trarre accordi e melodie al limite dell’innovativo e dell’ardimentoso. Non era un mero esecutore, era un interprete vero. Quelle sue mani si muovevano a velocità strabiliante sulla tastiera, sembrava che volassero mentre passavano da un adagio a un andante con brio, passando attraverso un allegretto.
Non ci volle molto perché la maestra lo indirizzasse verso luoghi e scuole in cui lui avrebbe potuto consolidare la sua tecnica e sperimentare novità.
Dal piano forte e dai primi concerti fece il grande passo verso lo studio della direzione dell’orchestra. Divenne molto bravo anche in quello.
Con la sua energia e determinazione, la passione per la musica trovava la strada per accompagnare anche ogni componente del gruppo che stava dirigendo proprio lì dove aveva intenzione di trascinarlo. Dentro quel suono assoluto che faceva scomparire il reale e metteva a nudo la perfezione delle note ballerine che lo avevano accompagnato fin dai suoi sogni di bambino.
Pochi cenni bastavano per creare magia.
I successi cominciarono ad arrivare.
Le tv cominciarono ad accorgersi di lui. Anche i giornali che pure citavano con un pizzico di disprezzo quei suoi inizi fanciulli alle prese col Coro dell’Armata Rossa come fossero uno stigma negativo, furono costretti a dedicargli pagine e pagine.
Non se ne curava più di tanto. Gli premeva solo che facessero cassa di risonanza per raccontare quanto la musica fosse vita, quanto fosse in grado di sanare ferite e accompagnare gli amori accendendo la passione, raccontandone alti e bassi, giocando fra scale, acuti, sibemolle e fa diesis.
Le folle impararono ad apprezzarlo. Stravedevano per lui. La sua proverbiale modestia sabauda ne era uscita scalfita. Se ripensava a quanto aveva dovuto penare per arrivare a quel punto non poteva che provare orgoglio e soddisfazione.
Soprattutto pensando ai gran sacrifici che suo padre e sua madre avevano dovuto fare per accompagnarlo in quel percorso. I loro occhi lucidi, la prima volta che erano andati a sentirlo in teatro lo avevano ripagato di tutta la fatica. Quasi intimoriti in quel contesto che non era per loro abituale, quasi persi dentro i velluti delle poltrone della prima fila nei loro vestiti buoni, quelli delle feste, avevano seguito ogni passaggio quasi senza respirare e immobili, come se un loro movimento anche piccolo potesse far svanire quanto stava loro di fronte.
E di fronte avevano il loro ragazzo appassionato, con quel suo ciuffo ribelle, tenace e combattivo che aveva faticato tantissimo per realizzare il suo sogno da bambino.
Le sue radici e la sua storia gli erano sempre state compagne, anzi erano state le ragioni principali della sua perseveranza.
Come quel fico sotto il quale amava nascondersi da bambino per fuggire ai raggi impietosi del sole battente, aveva vinto la sua sfida contro i limiti e le avversità.
Il fico era cresciuto anno dopo anno, aveva fatto i suoi frutti succulenti, nonostante il clima talora inclemente, la poca terra e la scarsa cura che riceveva. Nasceva e rinasceva sempre e ogni volta più forte e sempre più grande.
Lui aveva respirato la forza umile, da combattenti della quotidianità, di suo padre e di sua madre. In quella casa di ringhiera modesta e amorevole aveva sentito aleggiare la voglia di cambiare il mondo e di non piegarsi all’esistente scritto sempre da qualcun altro.
Ogni sera nasceva e rinasceva su ogni palcoscenico su cui si esibiva, sapendo che il suo traguardo era stato raggiunto.
Contro tutto e contro tutti, contro le convenzioni e le convinzioni, contro l’esclusione e la selezione basata sul denaro e sulle origini.
Si, il figlio di un operaio era riuscito a diventare un musicista. Anzi, a quanto si diceva, un grande musicista!