Intermezzo

Il gelato incartato – di Tina Conti

Si poteva finalmente andare in macchina  con il coniuge.

Lui a comprare una nuova stampante, io al negozio di bici aperto il giorno prima per una batteria nuova, avrei avuto cosi la possibilità tanto agognata di sgambettare    e pedalare di nuovo conquistando un po’ di libertà.

Sembravo Alice nel paese delle meraviglie: mentre si scendeva tenevo gli occhi puntati sulle attività commerciali che riconoscevo per vedere a che punto erano, vedevo bandoni abbassati, alzati, con cartelli,con strisce rosso bianche, bolli rossi sul marciapiede, paratie di piante sempreverdi…

Tutto un mondo in movimento  e in fermento, insolito, nuovo.

Molte attività con gli esercenti all’interno, che armeggiavano, prendevano le misure, riimparavano a lavorare.

“Rimanga sulla porta, stavo per chiudere” ci disse il meccanico appena arrivati.

“Per carità, abbiamo fatto un sacco di strada e aspettato questo giorno con trepidazione, veniamo da una zona lontana, mi ha raccomandato il suo negozio una conoscente.

“Ci vorrà una settimana, avrà la sua batteria nuova e potenziata e ricomincerà a muoversi.”

Davanti al negozio ho visto una piccola gelateria, sembra aperta mi sono detta, prendiamoci un gelato ho proposto con l’entusiasmo di un bambino.

È una delle cose che sognavo di fare appena le restrizioni lo avrebbero concesso.

Ci siamo avvicinati, era  proprio una gelateria Cavini, che emozione!

Il desiderio si è fatto ancora più grande, abbiamo allungato il collo sbirciato, e domandato, dalla porta sbarrata da due sedie di traverso, due gelati

“Ve li posso dare, ma incartati” ha risposto l’esercente.

“Basta che siano gelati” abbiamo risposto

Vista questa bella  opportunità abbiamo pensato di prendere anche un tartufo gigante da regalare a nostra figlia per il compleanno  di Niccolo

Il pacchetto è stato subito aperto, io ho gustato volentieri quell’agognato dolce. Mio marito invece ha avuto una lunga telefonata di lavoro e ha potuto bere il suo buon gelato dopo diverso tempo…

Il gioco delle immagini – dodici

Il tavolo – di Cecilia Trinci

Non ci credeva. Si domandava chi avesse potuto fotografare quell’immagine così privata e metterla su un blog pubblico! Passava dalla rabbia più furente alla tristezza più grigia. Inqualificabile!

Cercò prima di tutto di capire chi fosse stato, chi l’avesse tradita. Non poteva essere stato altro che qualcuno che la conosceva bene, il frutto di qualche confidenza fatta alla persona sbagliata.

Sì la prima reazione fu la rabbia e la vendetta. Cercò nei  ricordi dei giorni indietro con chi avesse parlato di  quei particolari. Una serie di nomi le si parò davanti. E tutti si colorarono di rosso, di delusione, di incredula meraviglia. Ma come?  Doveva essere stata lei, si certamente. La rabbia scelse una tra le sue più care amiche. Perché proprio lei? Perché forse qualche segno di inaffidabilità lo aveva pure dato e lei, sì certo, sempre la solita, si era fidata!

E poi già…era qualche giorno che non si faceva sentire….hai visto mai che magari stesse tramando da tempo questo scherzo?

Guardò meglio dentro il video. Prima di farle una scenata doveva essere sicura.

“Eppure è proprio  la foto di casa mia: quel tavolo pieno di cose, di prove, di tentativi….lo riconoscerei tra mile!!! c’è la bottiglietta con il colore da stoffe che ho trovato due mesi fa, c’è pure la polvere di stelle  e il disegno ad acquarello che si è sbavato alle ultime pennellate. Lo so che non so disegnare, ma volevo provare e non mi è riuscito. E pure quel libro c’è. “Se una notte d’inverno un viaggiatore” che ho comprato per il titolo così bello e pieno di sviluppi possibili.”

  Certo il posto suo non sarebbe stato sotto a tutto quel ciarpame…però lo voleva a portata di mano  e si ricordava bene quella volta che aveva messo ordine e non riusciva più a trovare niente!

Il disordine, si sa, ha un suo ordine e se lo cambi è la fine.

“Ti puoi perdere nel labirinto dell’ordine! Eppure eppure…aspetta …..qualcosa si muove……sullo sfondo è apparso il gatto! Ma è il mio gatto e miagola pure…..Noooo ….aspetta…”

Il  tablet in attesa della diretta zoom  ha la telecamera accesa. Il tavolo è nel video. Il SUO tavolo.  Nessun tradimento. Solo la realtà che si specchia nel virtuale.  Il vero che si trasforma in falso e il falso che sembra così vero ….ecco la diretta si avvia:

“Ciao!!! Eccomi! Sono collegata!”

Ecco qua il tavolo suo entra nel meeting …

O è il meeting che si posa sul suo tavolo?

Il gioco delle immagini – undici

Contatto in cinque note – di Laura Galgani

lento / pianissimo:

SOL – LA – FA- FA- DO

presto / sussurrato:

SOL – LA – FA- FA- DO

E nella stanza, fino a quel momento avvolta nel buio e nel silenzio profondo, insieme alle note filtrarono dei bagliori intermittenti e colorati.

allegretto / mezzo forte:

SOL – LA – FA- FA- DO

presto / forte

SOL – LA – FA- FA- DO

ripetuto a piacere

La prima a scuotersi dal torpore fu la palla color verde acqua, che riverberava le misteriose luci: “Ehi, ma che succede?”

“E che ne so, io?” – biascicò la colla “son tutta impastata!”

“Magari, succedesse qualcosa” – bofonchiò qualcos’altro – “son decenni che le mie pagine non si muovono più!”

Come fosse stata sentita, un’improvvisa folata di vento scompigliò le pagine della rivista buttata sul pavimento. La polvere si sollevò dagli oggetti, abbandonati ovunque per la stanza.

Di nuovo quelle stesse note riecheggiarono nella notte, SOL – LA – FA – FA – DO, accompagnate da luci meravigliose.

“Ma non vi ricorda nulla questa musichetta? Mi sembra familiare…” provò a dire la camicia.

“Ecco lei, ma chi si crede d’essere? Fa sempre la sapientona! Solo perché è stata indosso a qualcuno crede di saperne di più degli altri!” borbottò la sedia, verde d’invidia.

“Ma sì, dai” – si fece avanti lo zaino – “anche a me ricorda qualcosa … ma non mi viene …“  e non finì nemmeno la frase, perché stavolta le note furono così forti, le luci così abbaglianti, la folata di vento così impetuosa che le imposte dell’unica finestra di quella stanza si aprirono con violenza, sbattendo sulle pareti esterne della casa, i vetri si spalancarono e uno stranissimo essere, dalle braccia affusolate, il collo lungo e la testa simile ad un gigantesco acino d’uva, senza occhi né bocca, si affacciò nella stanza. 

La musichetta continuava a ripetersi:  SOL – LA – FA – FA – DO … proveniva da quell’essere, che sembrava la canticchiasse nonostante non avesse né bocca né altre aperture visibili. Una luce bianchissima pervase la stanza e inondò gli oggetti uno ad uno.

Da quando gli esseri umani erano scomparsi, a causa di una devastante guerra atomica scoppiata per la crisi economica e le tensioni seguite agli irreversibili cambiamenti climatici e ad una gravissima pandemia, niente aveva più portato un po’ di vita dentro a quelle mura.

La luce invece era calda, ma non troppo, dolce, rassicurante. Ognuno dei tanti oggetti si sentì accarezzato e desiderato come se fosse ancora stretto con simpatia, persino con amore fra le mani di un essere umano.

Le teglia nuova, ancora con la fascetta dell’imballo, ebbe un sussulto: “Ora mi ricordo! Incontri ravvicinati del terzo tipo!” “Sì, è vero!” fece eco lo zaino “proprio quello!” “Ecco dove l’ho sentita, al cinema!” interruppe la camicia “ma allora … se è come nel film … “ – la sua voce era rotta dall’emozione – “vuol dire … vuol dire … “ “E che vuol dire?” fecero eco tutti gli altri oggetti “che qualcuno ha lanciato un messaggio nello spazio, quelle note sono un codice, un richiamo per gli extraterrestri! Vuol dire che almeno un essere umano è sopravvissuto!”

Tutti gli oggetti trattennero il fiato. Ma fu questione di un attimo.

Lo strano essere non era più affacciato alla finestra e la musichetta era diventata una nenia, quasi una ninna nanna. Lentamente la luce si ritirò, i colori sbiadirono, i vetri e le imposte si richiusero.

Gli oggetti tornarono ad essere avvolti dal buio. Dormivano di nuovo, sognavano. Sognavano ognuno il proprio personale, intenso incontro ravvicinato con esseri capaci di ripopolare il Pianeta Terra.

Il gioco delle immagini – dieci

Trasloco – di Nadia Peruzzi

Le ultime cose gettate alla rinfusa sul divano e sul tavolo insieme alla spesa fatta solo mezz’ora prima in tutta fretta.

Era arrivato finalmente il giorno del trasloco, dopo il lockdown, dopo le notizie altalenanti e le incertezze che avevano costellato anche gli ultimissimi giorni.

Tutto fatto. La casa vecchia vuota, tutto nella nuova. Da stasera si dorme lì.

Quelli del trasloco avevano consegnato tutto. C’era solo da far ordine nel caos che gioco forza si era accumulato in questa stanza diventata ricettacolo di tutto.

I bambini dovevano finire di sistemare il pallone che ogni tanto rotolava in mezzo ai piedi di tutti e ora campeggiava sul tavolo del soggiorno.

Era ora di cominciare a far spazio sul tavolo.

La mamma stava mettendo insieme velocemente la cena e urlava a più non posso, dai fornelli, di portar via rapidamente tutto quanto non servisse.

“ Caproni, ma chi ha messo i piatti e le posate pulite in mezzo a tutto quel bailamme? Devo pensare a tutto io? E se mi distraggo voi state a messaggiare sul telefonino, stravaccati sul letto, mentre qui attorno è ancora un vero porcile? Qualcuno mi passa la padella nuova? Mi serve ora e ho le mani impiastricciate di pastella e farei danni a prenderla da sola. Su, via, veloci!”

Dalla camera emerse il figlio più grande .

“Mamma, via, non urlare. Ce la facciamo, piano piano. Non agitarti. Io porto via il pallone e le cose da mettere in camerina. Dico al babbo di venire per il  resto. Ora sta parlando con la zia .Ecco la padella che ti serve”.

“Grazie. Quello sfaticato d’uomo proprio ora si doveva mettere  a parlare con la zia Tina? Non la poteva rimandare a più tardi? Sempre nei momenti meno opportuni, quelli! Piccolo, e te? Sempre fra i piedi, eh? Via vai a giocare che a forza di starmi appiccicato mi fai pure cadere. Possibile tu sia diventato ancora più mammone di prima? Su vai dal babbo, così si scrolla da quel telefono. Anzi, lo chiamo io. Giorgio o che la smetti di stare al telefono con quell’uggiosa della tu’ sorella? Vieni c’è un casino ancora e si deve pure apparecchiare la tavola, forza, pena poco. Eccoti finalmente. O che voleva la tu’ sorella? Non ce la facevi a sganciarti? Siete stati un’ora attaccati a quel telefono. Che c’era bisogno proprio in questo caos di tirarla per le lunghe?”

“ Eh si”, rispose Giorgio. ”O Proprio oggi non ha avuto il benservito anche dal fidanzato che s’è incaponito per la collega squinzia ,di 25 anni più giovane!Una bambina, quasi! E pensa te, come non bastasse, pure licenziata al lavoro per il covid. Una vera tragedia. Come potevo lasciarla a mezzo della telefonata? Piangeva come una fontana. Anzi appena abbiamo finito, guarda se le dai anche tu un colpo di telefono. Essendo donna sei in grado  di darle consigli meglio dei miei.”

“Ti pareva che la tu sorella la un rompesse le scatole anche in una giornata di foco come questa! Che consigli posso dare a una che passa di tragedia in tragedia? Glielo avevo detto che quello prima o poi l’avrebbe fatta ingrullire. Troppo frillino! Le guardava tutte, quando s’andava fuori tutti e quattro, non te lo ricordi? Faceva il simpatico, lui! Un vero galletto, ma lei nulla. Innamorata persa e di segnali non ne vedeva nemmeno mezzo. Se ce la faccio la chiamo, se no si va a domani. Non avrei voglia di tanti piagnistei a quest’ora e dopo questa giornata d’inferno. Via, qui ho quasi finito. Apparecchiate appoggiando il di più sul divano, togliamo via tutto dopo cena.”

Eccoli a tavola.

Finalmente placati e ad assaporare la prima cena a casa nuova.

Come in tutti i traslochi precedenti un po’ in confusione ma dall’indomani le cose si sarebbero sistemate.

Alla prima forchettata, un boato forte li terrorizzò.

Si guardarono a occhi spalancati non capendo cosa stesse succedendo. Lo capirono appena cominciarono a veder dondolare il lampadario sulle loro teste alla seconda scossa, quella ondulatoria.

Si alzarono di scatto, presero dal divano lo zaino, le magliette e le felpe, e via di corsa giù per le scale, mentre gli altri inquilini si affacciavano alle porte di casa pronti a precipitarsi anche loro all’aperto.

Si ritrovarono nella piazza davanti casa. Smarriti e preoccupati, e con la forte consapevolezza che la prima notte agognata nel loro letto nella nuova casa l’avrebbero invece passata sugli scomodi seggiolini di una macchina e all’addiaccio

Il gioco delle immagini – nove

CONFUSIONE – di Sandra Conticini

Matteo tornando da scuola, stanco e affamato, sogna  di potersi riposare sul divano mangiando un hotdog e guardando la serie di cartoni preferiti.

Suona il campanello, ma nessuno apre. Non ci fa caso,  sale le scale e con le chiavi apre la porta, ma in casa non c’è nessuno, solo una gran confusione regna  nel salotto. Lo zaino, usato la domenica precedente,  buttato in terra, la camicia a quadretti blu e verdi insieme ad un foulard giallo lanciati sul divano, la tavola ancora apparecchiata con  piatti, bicchieri e posate della sera prima da rigovernare, la palla verde della mamma per fare pilates in bilico vicino al tavolino,  e  il giornalino delle parole crociate pesticciato e lasciato lì…

Inizia a chiamare, a gridare, ma nessuno riponde, non ha il coraggio di entrare. Ha paura e per la testa gli passano tanti pensieri negativi… Si rivolge al suo amico di giochi paperOtto: – Scusa ma te, con codesto cappello da cuoco, che ti pulisci il becco rosso alla giacca del babbo,  mi sapresti dire cos’è tutta questa confusione?

Stastastamani, doooopooo chhhee eeeraavateee uuuscciiitiii tuuuutttti, èèèèè arrrivataaaa Marietta a puuulireeee, ha iniiiziiiatooo a brooontolaare.. E’ staaancaaa dii troovaareee seeempre spooorcooo eee cooonfusioone. Cosiiii ha iniziaatooo a uuuurlare sbataaaacchiandoooo a deestraaa e siiinistraaaa i pooochi oooggetti che erano al sususuoo pooosto….Poi ha aalzatooo laaa padellaaa nuova, peeensavo volesse tirarmeeelaaa in teeesta, hooo avuuutooo taanta pauura  cheeee meee la sonooo fattaaa addosssooo…. sperooo miii perdooneraiii Matteo! Poi è uscita sbattendo la porta e dicendo che non tornerà piùùù!!! 

Il gioco delle immagini – otto

                                DISORDINE – di Simone Bellini

Sveglia – colazione – lavoro – pranzo – lavoro- cena –  letto

Sveglia – colazione – lavoro – pranzo – lavoro – cena – letto

Sveglia – STOOOP !!!…quarantena………QUARANTEEENAAA ??

Come… quarantena?!? Che faccio adesso ?! No no no io non posso, io non riesco a metabolizzare questa nuova situazione !

CONFUSIONE……ho la mente più confusa di questa stanza trasandata, dove il disordine regna sovrano, trascurato a causa del tran-tran quotidiano.

Piatti lerci accumulati sulla tavola testimoni di stanche cene, tazze sporche di frugali colazioni, padelle nuovissime, mai usate vittime di pranzi veloci nei bar, camice sparse alla rinfusa, zaini, sacchetti, persino un’ingombrante palla da Pilates, mai usata, segno di una remota volontà d’impegno fisico.

-Mio Dio, come ho vissuto fino adesso !

Basta, diamoci una mossa; intanto rigovernerò questi piatti ! –

-Ohh, finalmeentee !-

– Ehh, chi ha parlato ? –

-Era l’ora che ti decidessi a lavarci ! –

– Ahrg ! I piatti parlano – grido facendoli cadere frantumandoli in mille pezzi.

-Ma braavo, guarda cosa hai combinato ! Tanto chi spazza sono io ! – ribatte stizzita la scopa.

– Ma beene, non c’era abbastanza disordine vero !!-Dicono tutti in coro; il divano la palla , la sedia , lo zaino, ecc….

Scappo sbattendo la porta ed esco urlando in strada.

– Fermo, dove va lei, senza mascherina. – mi blocca la ronda della polizia – deve restare a casa !-

– I piatti …ahhh.. ho rotto i piatti….parlano….i piatti, le camicie, il divano, lo zaino,……tutta la casa parla !!! –

– Pantera due a centrale, abbiamo testè fermato un soggetto in evidente stato di alterazione emotiva, che dobbiamo fare ? –

– Se non ha sintomi di corona-virus intimategli di chiudersi in casa. –

Mentre risalgo le scale mi convinco che è colpa dello stress, è lo stress che mi ha giocato questo brutto scherzo!

Mi calmo, tranquillo e sereno entro in casa.

– BENTORNATO !!! – ( tutti in coro )

Il gioco delle immagini – sette

EX GIOVANE – di Rossella Gallori

Il silenzio era interrotto da una finestra che sbatteva, nessuno di loro aveva voglia di parlare, dopo le risate e le pesanti allusioni, era arrivato il silenzio…

Lo zaino era offeso a morte, aveva  passato la vita dentro l’armadio color noisette, nella busta trasparente con la scritta “da usare in montagna” insieme alla palla verde acqua anche lei riposta nell’analogo contenitore, con un’ altra precisa catalogazione “da mare”.

Tutto  noiosamente in ordine, un po’ come lei: capelli né biondi né castani, gonne dritte, camicette ben agganciate, braccialettino tennis, borsa Hermes, tacco largo mai più di 4 cm, calze color miele, anellino riviera, di valore, ma non sfacciato….profumo buono e delicato…l’anticamera della vecchiaia..

Non ne poteva più la colla decise di parlare, di esplodere si era “ seccata” in silenzio, non ne poteva più di aspettare gli altri per aprire il dibattito…

Cosa credeva, la Federica, che bastasse allestire questa messa in scena, par farle capire che era giovane?

Beh il fisico regge ancora bene, senza occhiali, capello sciolto trucco a cianfo, tacco 12 e yeans, era credibile!! O nooooo?

Credibile? Lei a cinquant’anni, con uno di venti? Mi ha comprata e manco scartata, pensava che un paio di uova al bakon e due birre bastassero ad un ragazzotto   come quello per convincerlo a portarsela a letto?

A letto? Macché  lei non è quel tipo, magari avrebbero giocato con me sul prato, lui avrebbe colto una margherita, gliela avrebbe messa tra i capelli…

Margherite, palla turchese, tutte fandonie, di me ne ha fatto una palla, prima di indossarmi, per sembrare easy, balconcino e perizoma  oro, sotto,  si è grattata mezz’ora con me sulla pelle nuda…sono una camicia da montagna, mica una vestaglia di seta…

E noi? Vecchie di due anni, ci han buttate per terra, tra un po’ non serviam più nemmeno per accendere il fuoco….cantilenarono le riviste fuori corso accomodate su un impiantito, che sembrava non esserci  in un disordine, così finto da sembrar vero.

Certo è che mi poteva toglier di mezzo, sono il cardigan di suo marito, non voglio esser  né testimone, né complice, riscaldo un professore di filosofia, mica il primo cialtrone abbordato in un bar…

Non ti dare tante arie, vabbè che son finto, ma sempre fiore sono…

La tovaglia non ne poteva più, sotterrata e soffocata da troppe cose sbottò, facendo traballare il bricco di plastica e non solo: qui si parla, per parlare, come sono andate le cose io lo so, son stata la prima ad esser portata qui!!

Allora racconta! biascicarono in coro le cento cianfrusaglie, sulla  scaffalatura, che manco all’Ikea vendevano più.

Alloooooora, lei aveva litigato con suo marito, se ne era andata con il suo tailleur grigio perla, sbattendo, o quasi, la porta, lui manco l’ aveva rincorsa, tanto sarebbe tornata, prima o poi..

Furiosa era entrata nel primo posto, più perché aveva trovato posteggio che per scelta, da Ginger paninoteca….lo aveva riconosciuto subito, lo vedeva quasi tutti i giorni a scuola, lui nel primo banco, forse un po’ astigmatico, ma carino da morire, lei dietro la cattedra, sempre attenta a non accavallar le gambe.

Guido vuoi venire tu alla lavagna?   Il loro parlare era solo quello:  bravo,  attento, ripeti. Mai una insufficienza, un’assenza..

Ed ora se lo ritrovava lì appollaiato su uno sgabello, dove anche lei si arrampicò…

Un leggero imbarazzo, poi tra il bere ed i sorrisi…la decisione, fu lei a gettare l’amo…lui disse semplicemente: ok, ok…porto da bere.

Ed iniziò la corsa, Lucolena era vicina, bastava aver le chiavi, avevano fissato per le 3, lei aveva ribadito, le 15!!! Ed era corsa lì, si era fermata, solo da Monnalisa a comprar quel completo assurdo e carissimo…

Aveva costruito in fretta una vetrina quasi perfetta, gli oggetti, non si toccavano, più uno studio fotografico, che un arruffio datato e vero, una doccia, fredda come il marmo, un trucco da star, le scarpe taccose del matrimonio di sua cugina, che le facevano male, ma ne valeva la pena, la camicia di suo marito, più di una goccia di Hinterdith, profumo nuovo di pacca, capelli quasi bagnati….in fondo se lo meritava uno così, pensò guardandosi le gambe nude ed incremate…i trenta anni di differenza, non la spaventavano, sarebbe stata la sua unica ed ultima follia…ne era certa..

Il rumore della moto  lo annunciò, il cuore le batteva a mille, volle gustarsi il momento, seminascosta dalla penombra….

Professoressa…professoressaaa Tombolini, sono io Guido Ceccanti, ho portato anche mia madre così, vi fate compagnia.

Non rispose la prof, la moto con i due a bordo si allontanò, le ci volle  tutto il pomeriggio, per rimediare quel caos, ma poi perché aveva pensato, che i giovani amano il disordine, la trasgressione, le avventure facili.

Struccata… E rivestita a modo,  aveva ripreso la strada di casa, prima si era fermata alla  Rosticceria Angelo, suo marito adorava il pollo alla griglia….ed era l’ora di cena….

Nella casa a Lucolena, le cose dormivano un sonno tranquillo, ognuna al proprio posto, posate, riviste, gingilli, lo zaino…un ordine  noioso e banale che poco sapeva d’avventura, la camicia giaceva nel cassonetto,  a Montelfi,  non valeva la pena lavarla, vicino a lei la confezione quasi nuova di quel profumo…come si chiamava?…………

Il gioco delle immagini – sei

Oggetti dimenticati – di Patrizia Fusi

Dieci anni fa ero esposta in uno scaffale di un grande magazzino di articolo sportivi, ero chiusa dentro una scatola con una bella immagine di una giovane donna intenta a fare ginnastica, accanto c’era la mia amica pompa, quel giorno c’erano tante persone che giravano nel negozio si stavano preparando per le vacanze ed erano pronte per gli acquisti.

Allo scaffale dove ero esposta si avvicinano due donne una giovane una più attempata, la più grande mi prende in mano mi guarda con interesse, parla con la più giovane valuta se gli può essere utile per gli esercizi che deve fare per rinforzare la muscolatura della schiena, decide di acquistarmi insieme alla mia amica pompetta finiamo nel carrello, iniziamo il giro con loro, si fermano al reparto giochi, decidono per due set da ping pong , ognuno e composto da due racchette quattro palline e la rete per il tavolo, si dicono che servirà ai bambini per quando sono in casa, si spostano dove sono in mostra i pattini ,scelgono una confezione composta da un caschetto, da dei slava  mani, gomiti, e ginocchi, tutto rosa e per il compleanno della bambina, continuiamo a girare per il negozio comprano altre cose, le sentiamo parlare soddisfatte dei loro acquisti, pagano e usciamo, noi oggetti siamo in due grandi buste un po’ stretti fra noi ci chiediamo in quale abitazione andremo a finire, io e la mia amica pompetta con un set da ping pong andiamo con la signora attempata, appena arrivati veniamo riposti in un armadio.

Le giornate passano lentamente iniziamo ad ambientarci ai rumori agli odori della casa e ai suoi frequentatori, in alcune ore del giorno chiacchiere dei tre bambini e dei loro amici, bello ascoltare i loro giochi, dividere la stanza in piccoli appartamenti, prendere delle coperte e creare delle tende dove ripararsi, adoperare cuscini nei modi più fantasiosi, formare piccoli mercati con scambi di oggetti, sentirli litigare per gli spazi, Il set di ping pog alcune volte è stato adoperato sul tavolo di salotto ma con scarso entusiasmo, durante il giorno rumore di tivù, profumo di mangiare, chiacchierio mentre i commensali consumano il pasto, silenzio del riposo pomeridiano nei pomeriggi caldi, merende con gli amici, a scelta pane e pomodoro o pane e marmellata, sentire  scendere velocemente i ragazzi per le scale, sentirli giocare fuori, rumore di bici o rollio di pattini, o giocare a pallone,  o a nascondino, la voce della nonna che li calma e li controlla, nel tardo pomeriggi altre voci , saluti, racconti, baci, dopo torna il silenzio, io e la mia amica pompette capiamo che la signora attempata ora è sola, noi due chiuse nell’armadio cominciamo a spettegolare anche col set di ping pong, noi due siamo un po’ gelose di lui perché può uscire, ma stiamo bene in sua compagnia, e ci facciamo raccontare tutto delle sue uscite, fino a quando siamo stanchi e decidiamo di dormire.

Gli anni passano noi due siamo fisse nell’armadio, i rumori della casa piano piano sono cambiati come sono cresciuti i ragazzi, ora solo in alcuni giorni della settimana si sentono le voci di tre giovani adolescenti, rumore di giochi scaricati sul telefonino, musica ascoltata, scenette esilaranti tramesse dal cellulare, il bip dei messaggi….

Mi sento invecchiare nella scatola, quando parlo con la mia amica pompetta, viviamo di ricordi e pensiamo che noi rimarremo per sempre nel mondo degli oggetti dimenticati.

Ad un tratto percepiamo un altro strano cambiamento nella casa ancora più silenzio del solito, spariscono tutte le voci e le presenze, rimane costante e continua la presenza della signora: cosa strana, eravamo abituate a sentirla uscire spesso di casa, anche il gatto sembra spaesato da questo cambiamento, ogni tanto miagola e la signora parla con lui, si sente in sottofondo il parlare della tivù e della radio, dalla finestra ora quasi sempre spalancata, nel silenzio che circonda il tutto, entrano solo alcuni suoni, canto di uccelli, l’abbaiare di un cane, il rumore di una falciatrice, il tonfo ritmico di un pallone giocato in solitudine di un bambino, la sua voce che parla con la mamma, i rumori tradizionali sono spariti, lo strisciare del traffico sull’asfalto, il battere metallico della fabbrica vicino a casa, io e la mia amica ci chiediamo cosa sta succedendo non riusciamo a capire.

 Ecco la signora ci guarda con interesse ci scarta, inizia a gonfiarmi con la mia amica pompetta, ora noi siamo uscite dal limbo dagli oggetti dimenticati, siamo felici, entriamo anche noi nella casa.

C’è voluto un piccolo e tremendo virus per farci vivere .

Il gioco delle immagini – cinque

Senza invito – di Anna Meli

            Entrai in quella stanza senza essere invitata o meglio mi trovai lì per caso. Non so se sognavo o se era realtà quell’insieme di cose, le più disparate, messe là senza un ordine né un preciso progetto. Per un attimo mi sembrò di vivere sospesa tra il soffitto e il pavimento, estranea a tutto ciò e nello stesso tempo ben presente. Ma c’era il pavimento? A sì, un pezzettino usciva allo scoperto da tutto quel fantasioso caos.

            Rimanevo là cercando un posticino dove stare per capire meglio. Il mio sguardo cadde casualmente su uno zaino appoggiato là a ridosso del divano. Poco distante una camicia a quadretti bianchi e blu; girando gli occhi osservai anche una felpa color carta-zucchero. Mancavano scarpe e pantaloni per completare il tutto; chissà dove potevano essere nascosti!

            I tre oggetti, comunque riuniti insieme, mi suggerivano che  qualcuno  poteva aver fatto una passeggiata in campagna o forse in montagna in cerca di funghi. Rimasi per un attimo a fissarli, finché come per incanto presero vita indossati da un gran bel giovane alto e robusto che si arrampicava per un sentiero facendosi largo fra la folta vegetazione.

            Mi accorsi che stavo letteralmente sognando e che in quel sogno ci stavo proprio bene, non avevo nessuna intenzione di svegliarmi!

            Il giovane procedeva speditamente. Ogni tanto si fermava per osservare qualcosa in basso vicino ai suoi piedi poi, tolto lo zaino dalle spalle, lo apriva depositando all’interno un fiore o un’erba particolare.

            Camminando sotto il sole di mezza estate il caldo si era fatto sentire, la felpa era finita legata intorno ai fianchi e dalle maniche arricciate della camicia a quadretti, emergevano le braccia abbronzate e muscolose segno di una abituale attività fisica all’aperto.

            Ora, arrivato in cima al crinale si asciugava il sudore dalla fronte, riparando gli occhi dai raggi del sole col palmo della mano. Si guardava intorno soddisfatto da tanta bellezza: un panorama da fiaba con casette bianche in lontananza, oliveti, vigneti e il nastro argenteo di un fiume che scorreva; nel cielo una formazione di anatre in volo. Riprese infine il cammino per una ripida discesa scivolando paurosamente.

            Non è facile nemmeno per me che presa da un’improvvisa paura mi sveglio. Ma io dov’ero? Lui era solo! Ma io ho provato le sue stesse sensazioni! Mistero dei sogni. Spalanco bene gli occhi liberando tutto ciò che la mia mente ha vissuto per far ritorno nella vita reale.                                                                                    

Il gioco delle immagini – quattro

Il ripostiglio – di Stefania Bonanni

Driinn driinn toc..,toc “Nessuno, non c’è nessuno. Meglio, così posso lavorare senza ci sia nessuno tra i piedi. ” “Buongiorno, sto entrando. Sono qui per fare le pulizie.” “Nulla, non c’è nessuno. Madonna, che manicomio! ” “Pronto, Agenzia? Sono entrata nell’appartamento nr. 8 del residence, per le pulizie, ma non c’è nessuno. Comunque, le due ore che mi pagate non bastano per mettere tutto a posto. C’è sporco, vestiti, zaini, libri, tutto in terra. Ho bisogno di quattro ore, minimo. Massimo tre, dite? Ok, farò quello che posso. Cominciò ora.”
Ma guarda te che branco di porci! Camicie, felpe,quaderni, libri, tutto sudicio, sarebbe meglio buttare un fiammifero e bruciare ogni cosa, perlomeno si disinfetterebbe..Che schifo! Saranno di certo studenti, mangiapane a ufo..Gente sempre in ferie, tutta la vita a giro. Sudici, disordinati. In una caverna, starebbero bene. Incivili, sono rimasti all’età della pietra, questi. Incivili, maleducati. Eppure lo sapranno che qualcuno viene a pulire! Anche per rispetto, potevano raccattare la roba di terra. È facile che a casa abbiano la donna di servizio. Sfaticati giramondo!! Ai miei tempi, a vent’anni si metteva su famiglia. un uomo trovava una donnina seria, brava a fare i lavori di casa, si cercavano un buchino dignitoso, e si cominciava a sfornare figlioli. Che però si sono abituati bene: i maschi a fare i maschi, le donne a casa a pulire e cucinare. Poche confidenze e pochi discorsi a vanvera…Questi invece chissà di dove vengono…ci sono cose in tedesco…maledetti anche loro e chi ce li porta…tanto fecero buone cose quando vennero nel 42!! Ora si incontrano ragazzi che vengono da paesi lontani, di sicuro non si capiscono, chissà cosa mangiano…poco, qui ci sono piatti e posate, ma a parte la polvere, non ci sono resti di cibo. Mangiano pizze nel cartone, panini gommoni con salsicce plastificate , insalata dalla busta. Che schifo..cucinare non cucinano, infatti la padella comprata dall’Agenzia, è sempre da rinnovare. Bevono, mi sa che bevono..Avranno portato via i vuoti..e poi penso si droghino! Io, se trovo siringhe o resti strani, chiudo tutto è vo via, e voglio proprio vedere chi mi può dire qualcosa..Ma poi, quelli che erano qua,saranno stati uomini, o donne? mah! Dai vestiti non si capisce..ma tanto oggi gli omini sembran donne, certe donne sembrani maschi, certi non si sa proprio, sono una specie a sé. Dice che ci sono per davvero quelli che non sanno neanche loro icche’ sono. Roba da pazzi! La me lo diceva la mi poera mamma, che questi senza Dio rovinavano il mondo..
Comunque via, ho quasi fatto. E ci ho messo meno di due ore…il mondo non è per i bischeri!
In quest’ora pagata, vo a fare la spesa. Ops, ho dimenticato di guardare nel ripostiglio. Ora non mi metto a pulire, chiudo la porta, e via. Tanto non ci va nessuno, a guardare nel ripostiglio..
“Fermati i rapitori del figlio dell’industriale. Svelano il luogo della detenzione del piccolo. Sono pentiti, l’hanno abbandonato nel ripostiglio di un’abitazione lasciandone la porta aperta, sicuri che la donna delle pulizie l’avrebbe trovato.”

Il gioco con le immagini – tre

Ritorno – di Luca Di Volo

Io in quella stanza non c’ero proprio..o meglio, c’ero rimasto per quei tre microsecondi necessari per posare lo zaino e levarmi un po’ di vestiti prima di fiondarmi sulle scale per il piano di sopra e farmi una doccia. Non badavo ad altro..e infatti non avevo neanche percepito l’immenso disordine che regnava in quell’ambiente.

Tutta colpa della mia partenza precipitosa.

Mi avevano concesso pochi minuti, c’era di mezzo una vita e sembrava che l’essere umano più vicino che poteva salvarla fossi io.

Non immaginavo di essere tanto famoso, ma…insomma..mi aveva anche fatto un po’ piacere..

Perciò ero corso via in un lampo..e Giovanna con me.

S’era lasciato tutto per l’aria…tanto c’era tempo.

Il viaggio però era stato massacrante. Per le restrizioni da covid..per il caldo, per l’impegno, per la fatica. Mi era andata bene..oddio, più al paziente che a me..però…insomma, sotto la doccia tornai a vivere.

E mi giunsero anche i borbottii della stanza di sotto. Loro pensavano che non li sentissi, invece io li capivo benissimo..e, come sempre, mi divertivano un mondo.

Il primo a parlare fu il reggiseno di Giovanna: ”O ragazzi..ma l’avete visto come m’ha lasciato la mì padrona?! M’ha abbandonato qui sul divano..come uno straccio qualsiasi…Ho capito, c’aveva furia.., ma , via, non s’è nemmeno finita di vestire..vuol dire che andare a giro mezza ignuda, per lei l’è naturale..Eh, le donne d’oggi….”

Per prima rispose la palla: ”O non l’avrei a sapere…il nostro dottorino mi massacra col pilates ..per tenersi in forma, se no come farebbe a essere così tartarugato e fare tante conquiste?!”

“Eh eh,”- ridacchiò la seggiola, pettegola come sempre ”e se ne son viste , vai, di storie in questa stanza…eh, diglielo te, divano…o divano..”

Ma il divano, come al solito, dormiva.

“O dico a te poggiaculi che non sei altro..”

Il divano, sbadigliando: ”Io?!..io dormivo..”

“Ah,tu dormivi, eh? Furfante…io dico che tu eri dimolto ma dimolto sveglio..”

Intervenne il PC  “Eh , lo so io che tu eri sveglio, vai..”

“Tu faresti meglio a stare zitto, sai?” rispose, piccato, il divano ”o credi non sappia come ti piaceva vedere tutte le sconcezze che si scambiavano il nostro dottorino e le sue ganze?!”

PC : ”Io?!..e che c’entro io?! Io sono solo un misero esecutore..”

E il giornale, che non poteva stare zitto, come tutti i giornali: ”Alle due di notte, eh?! Lo so sai..se volevi ti potevi mettere in stand-by, invece nulla…ti garbava, vai..”

Ma prepotente si fece sentire lo zaino: ”Oh,ma che discorsi son questi..ma ci volete stare un po’ zitti! Io ho viaggiato per tre giorni, vorrei riposarmi un po’..e voi con le vostre bischerate non mi fate dormire…E non mi avete nemmeno detto chi è quella tegliona culona che si è spaparanzata sul giornale..”

Ma la tegliona si riscosse dal suo aristocratico silenzio: ”Ohè..badate a quel che dite..io qui sono un esemplare unico..sono l’unica ancora lucida e intonsa…e sono un regalo che il dottorino ha voluto fare a Giovanna per preparare le castagne che le piacciono tanto..””

“Se è per quello c’hai ancora la fascia di garanzia..”

Il piatto e la scodella, anche sporchi com’erano, si misero a ridere..si unì poi la tavola e tutto il resto..

Il fracasso era tremendo..finchè lo zaino s’impose: ”Zitti..Dio bono! Ora torna e mette tutto a posto lui, come gli pare, e te, caro giornale, vedrai se non finisci con la tegliona..”

Si fece subito silenzio.

Scendendo le scale, rinfrancato dalla doccia, mi sdraiai sul divano. Che disordine..!

Ma, per la prima volta, non mi disturbava…Anzi mi faceva quasi piacere..un simbolo del mio ritorno a casa..

Però a Giovanna non sarebbe piaciuto..forse..o forse sì..?!

Non c’era che un mezzo per togliersi il dubbio.

In un impeto d’amore afferrai il cellulare…

Intermezzo

Risposta affettuosa a Carla Faggi – di Cecilia Trinci

Erano quasi sempre artigianali,  in copia unica, originali e grandi, a volte eccessive e strane.

Non erano collane fatte per essere ammirate, ma per raccontare la mia gioia di essere con gli altri.

Pensandoci, dopo le parole di Carla, ho capito che le mettevo per me, secondo l’umore, lo stile delle mie parole o il luogo dove ero diretta. Come fossero il titolo di un libro da leggere.

Oppure, come è stato per il grande cuore dorato che ho portato per molti giorni di seguito, erano il ricordo di un bel pomeriggio, di un festoso compleanno, di  certe parole gioiose rimaste dentro incastonate.

O di una stagione, come la stella di mare in alluminio martellato appesa ad un girocollo di caucciù.

Oppure erano regali di persone troppo amate che, conoscendomi, sapevano intercettare i riferimenti preferiti: ametiste viola, malachite a strisce verdi cangianti, turchesi che cambiano colore. Oppure innocui vetri pieni di riflessi intrecciati in modi inaspettati, o palle trasparenti  come bolle di sapone di bambini….

Non uscivo mai senza collana.

Negli ultimi due mesi  non si sono mosse dai loro sostegni sopra il cassettone. Immobili e ignorate come oggetti invisibili. Ho pensato spesso che non le avrei più messe. Che il filtro dell’essenzialità avesse colpito anche loro, relegandole in un angolo tra le scope del pensiero.

Ma oggi una di loro mi ha chiamato, facendomi un occhiolino d’intesa.  E’ solo un  giro multiplo di nodi di seta, viola, che ho portato spesso con le mie Matite…..

Ancora non l’ho messa di nuovo……ma l’ho guardata a lungo e accarezzata e forse…… è un segno viola di un probabile ritorno…..

Il gioco con le immagini – due

Il primo appuntamento – di Vanna Bigazzi

L’intenzione era quella di correre a casa con la padella nuova, acquistata in fretta e furia dai casalinghi, sotto casa, prima di andare a scuola e farsi, al ritorno, delle belle crepes con la nutella per pranzo. Jimmy si sentiva libero, finalmente: genitori fuori città, cane dai nonni perché i suoi non si fidavano a lasciarlo con lui. Mentre rientrava a casa dalla scuola, proprio quando stava varcando la soglia- ecco, il cellulare, cavolo, proprio ora…- Un invito di Matelda, la sua passione e poi- così in fretta, chissà, forse per la gita sul lago, quella del battello delle due…- Jimmy non poteva perdere l’occasione. Veloce cambiò il suo programma, salì in camera sua, dove già regnava un disordine sovrumano – tanto chi se ne frega, loro non ci sono… – Appoggiò sul tavolo la padella nuova, depositò lo zaino a terra, rapidissimamente prese due wurstel, dal frigo, con patatine e tornò di corsa in camera portandosi due piatti. Consumò il tutto velocemente riuscendo anche a vedere in tv quel programmino breve che davano proprio a quell’ora. Non poteva fare attendere Matelda; dopo tanti mesi passati a guardarsi sui banchi di scuola, finalmente si era decisa a chiamarlo e così di furia! Ingurgitate due boccate d’acqua minerale, si cambiò gli abiti sudaticci del mattino abbandonandoli sul divanetto, così come capitava e cercando, in quella confusione, l’orologio che si era scordato di mettere prima di andare a scuola. Fuggì via verso l’amore. Uscito dalla stanza, la palla ingombrante, al lato del divano, esordì: “Chissà dove è andato così di fretta…” Una vocina rispose: “Eh forse, dico forse, io lo posso immaginare…” Dove, dove…” sibilò il giornale soffocato da quell’intrusa della padella, mai vista né conosciuta che si permetteva di stare col suo “fondo” si fa così per dire, per non essere volgari, proprio sopra di lui. La vocina riprese a parlare,   era quella del diario, quel bel diario azzurro dove Jimmy scriveva frasi d’amore. La colla era proprio incollata vicino a lui perché serviva ad appiccicare le pagine venute male. Da uno dei sacchetti sparsi a terra, si sentì ancora: “E’ innamorato…”. “Macchè innamorato!” brontolò la palla: “ha tredici anni, sono infatuazioni…” Eppure era proprio vero, Jimmy aveva perduto la testa per Matelda! Avrebbe rinunciato a tutto pur di stare con lei, anche a leggere il suo giornaletto preferito o ad ascoltare “Das Beste” della sua Rock band preferita. Quando giunse, trafelato, all’abitazione di Matelda, non troppo lontana dalla sua, la trovò in piedi, davanti alla porta che lo aspettava: “Accidenti a te, te lo avevo detto di far presto, i miei non ci sono e io ho trovato il bagno allagato, non sapevo chi chiamare…

Il gioco con le immagini – uno

Un disordine incredibile – di Carla Faggi

Un disordine incredibile, c’è tutto dappertutto! No, no, oggi in casa non ci sto.

-Ciao maison, ti lascio così nel caos, rimetto a posto dopo.

Prepara la mascherina: oggi rossa!

Si veste con l’abitino giallo, i sandali e la borsetta rossi come la mascherina.

-Un tempo ci abbinavo il rossetto e gli orecchini. Ma chi se ne frega, la classe non è acqua e l’abbinamento c’è!

Nella borsetta i guanti, il gel per le mani, tutto riconvertito da un famoso brand della zona.

Decide di andare a fare acquisti.

Nel negozio vicino alla piazza le hanno detto che c’è un nuovo cappellino con visiera in plexiglass che fa tendenza.

Dopo aver fatto la fila a più di due metri di distanza, ha un nuovo orologio che suona se ti avvicini a qualcuno più del dovuto, comodo ma anche molto trend, entra nel negozio.

Sceglie un cappellino arancione con la visiera con disegnato nella parte alta occhiali da sole, molto, molto glamour.

Uscendo si è rispecchiata nella vetrina del negozio e si è sentita molto à la page.

Il dialogo di tre oggetti dell’immagine secondo Carla Faggi

-Credo di non aver lavorato mai così tanto come ora, pilates tre, quattro volte a settimana, mi sembra di essere a cottimo. In questa stanza penso di essere quella che ha lavorato di più, dopo il computer naturalmente.

-Sempre a lamentarti, eh Pallona! allora io che dovrei dire, zoom, skype, wa, mail, sms, messenger!

-Dall’espressione che hai ne sembri orgoglioso!

-Certamente, senza di me tutto sarebbe più drammatico!

-Esagerato, misogino e omofobico!

-Che centra omofobico?

-Così, ci stava bene!

Nmh, pensa la Teglia Nuova, come mi stanno sul manico questi due, credono di essere la soluzione di tutti i mali, invece non sanno che vengono solo usati, io invece sono sognata, immaginata, voluta, comprata. Non usata, perchè io sono l’essenza del benessere, potrei creare cose grandiose, cibi libidinosi, generare orgasmi di piacere. Ma non lo faccio, perchè solo io sono la Teglia Nuova!

Occhi critici

Occhi critici – di Sandra Conticini

Passo davanti allo specchio e mi accorgo che i miei occhi ultimamente  sono diventati  molto critici. Mi dicono che il tempo sta passando anche per me, la mia faccia comincia ad avere qualche ruga in più, il fisico si è appesantito, i vestiti che prima portavo non mi stanno come vorrei, quindi decido che è meglio passare oltre.

Si dice che gli occhi  siano lo specchio dell’anima, ed è vero, perchè sono io che non mi sento a mio agio con me stessa e loro tirano fuori tutto quello che non  riesco ad accettare.

Con il passare del tempo anche loro sono cambiati, sono neri e piccoli ma fino a qualche anno fa erano ridenti, allegri, e pungenti; ora li vedo tristi e  affaticati dal tempo che passa.

Quando  mia figlia era piccola  bastava un’occhiata per farle capire che faceva qualcosa che non doveva, ed anche ora basta  un’occhiata per capire se va tutto bene o c’è  qualcosa che non va.

Le persone che, quando parlano, non mi guardano negli occhi, o muovono continuamente testa e occhi non mi piacciono, le considero viscide e  cerco di evitarle  perchè non riesco ad aver fiducia.

Come esiste il linguaggio dei segni, sono sicura che anche gli occhi abbiano un loro linguaggio, molto difficile da smentire;  possiamo leggere la felicità, il dolore, la tristezza, la disperazione. In questo periodo però  sono meno espressivi, perchè il viso è coperto dalla mascherina, che spesso è tenuta ferma dagli occhiali da sole e capire cosa vorrebbero dire è molto difficoltoso.    

OCCHI DAVANTI AL COMPUTER – di Sandra Conticini

Ero lì davanti al computer per provare la nuova piattaforma di “ZOOM” che in questo momento va per la maggiore. Finalmente entro e trovo quattro ospiti come me  li a spippolare. Chi diceva: io vedo nove persone, io quattro, non vedo…accendi la videocamera, qualcuno ogni tanto spariva…poi riappariva, come fosse un gioco di prestigio…

Ecco, sembra che ci siamo e tutti ci vediamo e sentiamo, ma gli occhi insieme all’espressione del viso parlavano da soli, c’erano occhi sgranati per la meraviglia, sorridenti e allegri perchè erano riusciti troppo facilmente, altri ati e insicuri per la paura di aver sbagliato qualcosa, alcuni un po  misteriosi ma meravigliati perchè, sebbene si ritenessero non tecnologici,  erano entrati nella videochiamata senza confrontarsi con nessuno….       

E viaaaa ora si può partire con questa didattica a distanza come nelle scuole dei bambini!!!

Undicesimo incontro virtuale: immaginazione

Osservate bene questa scena.

Cosa vedete?

Cosa immaginate?

Che cosa è successo?

Chi può esserci?

Immaginate una storia, in cui questa scena possa essere l’inizio o la fine.

Scrivetela.

Scegliete ora tre oggetti a piacere nella scena e fateli parlare. Liberamente………

Fate raccontare da loro ciò che è successo nella vostra storia.

Occhi e nuvole

Tornare – di Carla Faggi

1988 a Marsiglia ad operarmi.

Rimasi in convalescenza per la fisioterapia quasi due mesi.

All’inizio pensavo molto a quello che avevo lasciato a casa, in Italia, la famiglia, gli amici, il lavoro. Per cercare di sopravvivere provai a vivere quei due mesi nel miglior modo possibile.

Eravamo diversi italiani, anche della mia età.

Trovai degli amici, ed anche un fidanzato, un francese.

Andavamo ambedue con le proprie stampelle ad un ristorantino poco fuori il centro di riabilitazione a mangiare le ostriche. Mai più mangiate buone come allora.

Ricordi belli, conditi di riflessioni sul mio mondo italiano che avevo lasciato, di comunanza, la sopravvivenza che sapeva di vita, di emozioni, di bello. Ma soprattutto c’era il socios habere malorum ed il sentirmi fortunata di essere la meno messa male.

Poi fu il momento di rientrare, senza stampelle e pronta alla vecchia ma nuova vita.

Ricordo fortemente la mia paura del rientro, quasi volevo rimanere ancora un po’ lì, dove ero protetta, curata, coccolata. Dove mi relazionavo ad un mondo ristretto.

Dovetti però tornare, ma non fu facile.

Oltre il piacere di rivedere la famiglia e gli amici c’era il dover ricominciare ed io ero diversa.

Significava fare delle scelte, assumersi delle responsabilità, programmare il futuro, lontano dal seguire per forza inerme quei binari fissi del prima.

Uscii con gli amici, ma mi dicevano che ero un po’ assente, strana. Poi tutto passò come per incanto, perchè si sopravvive anche ai cambiamenti.

Nel frattempo qualcuno mi regalò “La cura” di Herman Hesse. Per aiutarmi a capire.

L’ho riletto ieri. Volevo capire l’oggi.

Ho ritrovato tanti spunti, tante correlazioni, però è vero che ogni libro è per quel momento, e per me Hesse era per allora, forse meno per ora.

Comunque ho riascoltato le sue riflessioni ed in alcune mi ci sono ritrovata oggi.

Come il meticoloso interesse per le piccole quotidiane cose…si, proprio quelle a cui si guardava con superiorità morale, troppo presi dal più nobile, dal più evoluto.

Tipo pulire la casa…vedete, per una donna impegnata, presa da mille interessi, che voleva e ancora un po’ vuole fare la rivoluzione, pulire la casa non era da me. Noblesse Oblige.

Eppure io, illuminata ed evoluta donna progressista, ora ho una casa perfetta, una singola briciola di polvere è una rivoluzione da fare.

E trovo la stessa gioia, la stessa meravigliosa felicità, l’appagamento del portare a termine qualcosa di programmato, sia esso nobile o quotidiano, perchè come dice Hesse, nulla è piccolo o sciocco ma tutto è santo e venerabile.

Allora, seguendo il suo consiglio, mi sono guardata attorno e ho sentito la risibilità di tutta questa situazione, ho guardato il cielo e ho visto le nuvole, ho cominciato a ridere, ridere e ancora ridere.

Basta ridere dice Hesse e l’incantesimo si rompe.

Fiduciosa sono andata ad accendere la televisione…chissà se sarà finito tutto…

Occhi di mamma

Occhi di mamma – di Vanna Bigazzi

Cosa dicono i tuoi occhi (quelli della mamma)

Sembra che tu sia qui, ma non ci sei,

tu vivi altrove.

Occhi vaganti, non si fermano al reale:

sembran distratti eppure sono attenti.

Dimensioni diverse van cercando,

certo qualcosa che non si può afferrare…

Occhi incoscienti, occhi di veggente.

Non parli con la voce ma con l’anima e col cuore

e son di un chiaro verde i tuoi smeraldi,

di una freddezza che parla d’amore.

Amor che non si vede ma si sente,

si sente solo se il tuo occhio è attento.

Evanescenti, rubano ogni pensier smarrito,

fievoli, sfuggono in un bramare eterno.

Occhi di smeraldo

Occhi color smeraldo – di Nadia Peruzzi

Se ne andò quasi prosciugata di respiro, col petto che le faceva male dal peso che lo attanagliava.

Gli occhi tristi e vitrei come non mai. Raccolse in fretta le poche cose che aveva portato con sé e uscì prima che lui rientrasse.

Si erano conosciuti in un pomeriggio di sole.

Lei entrava in un negozio del centro a comprare delle cose, lui stava uscendo di corsa dal bar vicino con una bibita  in mano che nello scontro si sparse ovunque e macchiò gli abiti di entrambi.

Occhi infuriati si scontrarono con occhi sbalorditi e incuriositi e vinsero i secondi. Erano così chiari e luminosi e venati di allegria che lei non fu in grado di reggere oltre con la sua arrabbiatura per la camicetta perduta dentro sgorbi di giallo paglierino.

Lui fu gentile. Si scusò più volte e si offrì di ricomprargliela.

Tutto ebbe inizio fra loro con questo incidente di percorso e a causa di un incontro di occhi e di sguardi che dicevano e promettevano molto.

Fu passione vera. Di quelle che non lasciano il tempo di respirare, né di farsi domande.

Laura si sentiva risucchiata dentro un vortice che girava ad una velocità esagerata.

Luigi in breve tempo era diventato il centro assoluto dei suoi interessi. Il resto, la sua vita precedente, sfumata e consegnata ad un passato che sbiadiva ogni giorno di più.

Le conoscenze e gli amici di prima abbandonati uno ad uno. La sua vita aveva un senso solo e se ruotava attorno alle cose che lui decideva dovessero fare insieme.

La colmava di attenzioni e questo la riempiva di gioia.

La inondava di messaggi e di chiamate e lei pensava solo a quanto questo fosse segno dell’amore incondizionato che lui provava per lei.

Per questo quando le propose di trasferirsi da lui, rispose con un sì colmo di attese positive.

Due giorni dopo, mise piede per la prima volta a casa di Luigi.

In tutto quel periodo non era mai successo che lui la invitasse. Si erano incontrati sempre fuori o a casa di lei. La stranezza della cosa la sfiorò solo un istante mentre varcava la soglia.

Si ritrovò in una casa senza cuore e spoglia di vita. Stampe e poster anonimi alle pareti, arredamento tutto sommato dozzinale. Sembrava un motel di terza categoria più che una casa accogliente per un amore nuovo e un progetto di vita.

Aveva poco o nulla a vedere tutto questo con Luigi. Almeno con l’idea che si era fatta di lui frequentandolo in quel periodo. Della sua esuberanza, la sua simpatia, la sua spigliatezza, la sua vivacità lì dentro non c’era assolutamente nulla.

L’unico tocco di vita, e le costò ammetterlo, se lo trovò di fronte quando entrò in camera .

Due occhi femminili la scrutavano come se volessero entrarle dentro. La foto che li conteneva era così grande da occupare tutto lo spazio sopra la testata del letto. Il verde smeraldo con pagliuzze viola risaltava anche nella penombra. Dalle piccole rughe attorno agli occhi si capiva che si trattava di una giovane donna, che stava ridendo e che in tutta evidenza non era lei.

Si aggirò a disagio in quella stanza.

Si sentiva seguita da quello sguardo. Era così vero, così vivo da renderla insicura.

Cominciò a chiedersi se fosse per evitare domande che Luigi non l’aveva mai portata a casa sua e quel giorno non era lì a fare gli onori di casa. 

“Perché ora? Perché così?”. Una stilla di dubbio si insinuò nel quadro tutto rosa, tutto positivo che si era fatta fino al momento in cui la chiave si era messa a girare nella serratura.

Luigi voleva prendere tempo? Voleva aspettare che si fosse sistemata?

Ma sistemata come se i cassetti erano tutti pieni e così maniacalmente ordinati da rendere impossibile anche pensare di poter spostare qualcosa anche solo di un millimetro?

Quello di fondo, una volta aperto, la fece arretrare di un passo. Indumenti femminili vi erano gettati alla rinfusa, senza un criterio, senza attenzione. In alcuni casi appallottolati stretti come se fossero stati pressati in una morsa e poi scagliati con forza rabbiosa e irragionevole dentro il cassetto.

L’armadio non era da meno. Le cose di lui ordinate in modo puntiglioso e persino fastidioso a vederle. Quelli di lei affastellati senza cura, uno sull’altro, spiegazzati e informi .

Perché continuava a tenere quelle cose nell’armadio?

Perché un doppio spazzolino nel bagno ? E l’accappatoio rosa appeso accanto a quello di Luigi, che senso aveva?

Perché costringerla a fare i conti con una presenza femminile a cui Luigi non aveva mai accennato? Veniva dal passato? Quanto remoto poteva essere se ancora la casa era piena di lei?

Laura si sedette sgomenta sul letto.

Si prese la testa fra le mani, la fronte le scottava come se avesse la febbre.

Sentiva quegli occhi immensi pesarle dietro alla schiena   per prendersi gioco di lei.

Una sorella? Una fidanzata? Un’amante?

Quanto aveva contato e contava ancora per Luigi? 

Stille di malessere la coglievano ad ondate, ad ogni domanda che la sua mente riusciva a formulare.

Quei suoi occhi magnetici e pieni di vitalità l’avevano stregata e le erano sembrati un pozzo di trasparenza e sincerità.

Invece la sincerità era stata pari a zero e la trasparenza era annegata nella melma opaca dei tanti non detto.

Che scherzo cinico le stava giocando?

Si rimise in piedi a fatica. Ebbe quasi un capogiro e sbandò andando a colpire la libreria.

Fece cadere alcuni libri e delle foto si sparpagliarono a terra insieme a dei ritagli di giornale.

Foto recenti e articoli di due anni prima. Luigi in compagnia di una bella ragazza, mani intrecciate, abbracci e baci appassionati, sguardi lucidi di felicità.

La cronaca contenuta in quei ritagli raccontava di un delitto. Una giovane donna rinvenuta morta in quella stessa camera, su quello stesso letto, sotto lo sguardo di quegli occhi ridenti.

Che poi erano i suoi stessi occhi. Avevano visto tutto ,ma non potevano raccontare più nulla.

Tutto era rimasto sospeso. Nessun dubbio fugato del tutto.

Il fidanzato era stato indagato e poi prosciolto. La morte ricondotta a cause naturali. Analisi su analisi non avevano evidenziato nulla di innaturale malgrado fosse stato difficile stabilire come una ragazza sana e forte fosse potuta morire all’improvviso.

Il patologo in una intervista si era detto demoralizzato per non essere arrivato a stabilire nulla che avesse un senso. Quella morte non lo convinceva per nulla ma non aveva trovato nessun appiglio per dichiararla qualcosa di diverso da morte naturale.

Nell’ultimo ritaglio la foto di un uomo che scendeva le scale della procura dopo che le indagini erano state definitivamente chiuse.

Era Luigi. Rilassato, composto, tranquillo. La tragedia sembrava non averlo nemmeno sfiorato. Negli occhi l’espressione di chi si fosse liberato di un peso. A ben guardare le sembrò di scorgerci anche un che di trionfo e di scherno che mai aveva visto comparire prima.

Quegli occhi così amati in quella foto le misero apprensione. Laura ci vide lo sguardo di chi sa di averla scampata bella.

La valigia mezza sfatta ai suoi piedi aspettava solo di esser chiusa.

Lo fece con rabbia.

Uscì rapidamente dopo aver guardato per l’ultima volta quei due occhi lampeggianti di smeraldi.

Non si girò indietro nemmeno una volta mentre andava di corsa verso la macchina che l’attendeva poco lontano.