Odore di sapone

Il Lavatoio – di Nadia Peruzzi

IL profumo lo si sentiva a distanza e spesso in inverno arrivava avvolto dentro una densa nuvola di vapore. Ero piccola quando accompagnavo la nonna ai lavatoi di Antella.

Lei portava il catino con i panni, io invece il resto. L’essenziale per fare il bucato: il sapone di  marsiglia, il turchinetto, la lisciva. Ognuno col suo profumo che diventava nelle mie mani uno strano miscuglio che faceva pensare a quello che lenzuola, federe, tovaglie avrebbero restituito dopo,una volta  tornate a casa, dalla pila dei panni asciugati e stirati. Profumo di fresco, di pulito. Di buono.

Ci accoglieva uno stanzone lungo con tante vasche grige e un rumore chioccolante di acqua che con le varie cascatelle si apriva la strada fra una vasca e l’altra. Spesso era il rumore dell’acqua che si prendeva tutta la scena, ma a volte, quando c’erano troppe persone si intrecciava alle risate e alle voci cristalline che arrivavano a sovrastarlo.

In quei casi si doveva pure mettersi da una parte ad aspettare il nostro turno, data la folla! Lo si faceva volentieri, non certo con l’impazienza che avremmo avuto oggi.

C’era calore umano in quello stanzone a contrastare l’acqua gelida,le mani screpolate e arrossate, e i geloni che sarebbero arrivati . Fra una insaponata e l’altra e, mentre si cercava di far venire bianco il grigio col magico turchinetto ,le chiacchiere prendevano il sopravvento . Erano donne giovani e vecchie che parlavano in tutta libertà e in gran confidenza.

Scoprivi i fidanzamenti, anche quelli che ancora non erano dichiarati, i matrimoni che stavano per arrivare, i tradimenti, le nascite e le morti.

L’atto del lavare stava dentro un rito collettivo e ad avere la meglio era il senso di comunità solidale che si respirava in quello stanzone. Se ne usciva con i panni puliti ma non solo con questo. Spesso i momenti passati li si trasformavano in scuole di vita e di trasmissione di esperienze con le giovani che talvolta chiedevano consigli alle più anziane per muoversi nella vita !

Quello che è venuto dopo, la lavatrice in casa e pure la tv pur segnando la linea del progresso necessario, non ha saputo tener in piedi come si sarebbe dovuto la comunanza con cui ci si ritrovava nei luoghi collettivi anche se si trattava di fare insieme i lavori  più umili e pesanti. Rinchiusi nel privato più che guardare girare il cestello della lavatrice, in attesa che finisca il lavaggio, non si può fare! Forse una o più occhiate al cellulare per ingannare il tempo che sembra essere sempre troppo poco.

Mancano le voci, l’allegria che talora diventata tristezza o pianto visto che non tutte le giornate erano uguali .

Anche il vecchio lavatoio non c’e’più , ormai langue rinsecchito da anni dentro le mura di una casetta costruita proprio lì sopra!

Odore pungente

Come il mare – di Luca di Volo

Scorre su, s’insinua potente

  Sveglia e turba la noia

  Anche lui induce il respiro

   Come il mare profondo

   E pungente: respira

   E ci culla, il nostro alito

   Col suo si accorda

   Purezza: mare pulito, fresco, profondo

   Si abbuia negli abissi

  Quest’odore come lui

  Antico pare, porta la vita

Come soleva fare alle damine

 Dell’800 (ma loro sol fingevano)

 E anche lui si fa nel profondo

Misterioso, non più urticante

Ma purificatore, lasciando

nell’anima l’eco del candore

 Perduto. 

Lui, l’odore di aceto.

Odore di fiume

Di cosa è fatto l’odore del fiume – di Stefania Bonanni

Siamo solo una delle curve di un fiume che viene da lontano, e proseguirà. Con l’acqua che scorre, e quell’odore che solo questo pezzo di fiume trasmette, così, e lo moltiplica. Odore d’erba bagnata, di muschio, di un marcio inevitabile. Odore scuro, di spuma marrone, sbatacchiata tra i sassi. Odore di piena, d’inverno, di alberi spogli e rive ricoperte di strappi. Odore che cambia, con il sole d’estate, ma si riconosce nell’ombra, e nelle pietre bagnate. Odore che rimane attaccato ai pescatori.  Odore che si portava a casa il mio babbo, negli stivali, nella canna da pesca, nel retino, nella canottiera. Odore che riconosco sempre, che mi fa sentire casa questo fiume, che è  sempre stato la cornice delle nostre giornate. Andare all’Arno è ripercorrere sentieri già camminati, tirare su con l’aria odori di ore di acqua, di sole, di amici, d’amore, di scorrere e ribollire. Sapere che può  tutto cambiare, finché ci riconosceremo, in questo odore.

Ansiogeno

Attesa da far paura – di Laura Galgani

Era in quella stanza ormai in penombra da un tempo breve, ma le sembrava già infinito. La bottiglietta d’acqua che aveva portato con sé, e che aveva appoggiato sulla tovaglia azzurro cielo a pois bianchi, di quelle fatte di una plastica che vuole assomigliare alla stoffa, rilanciava piccole scintille di luce, appena percepibili al suo sguardo ansioso.

Dalla bottiglietta trasparente, inconsistente solo in apparenza, i suoi occhi si spostavano in continuazione, nervosi, al vaso di terracotta poggiato lì accanto, color terra di Siena con un ramage di foglie d’ulivo dipinte a mano da un artigiano che lei frettolosamente giudicò poco esperto, avendo inciso senza troppa grazia dei solchi grossolani nella creta ancora fresca.

Nervosamente percorreva quei tratti, e ogni foglia le sembrava un presagio di malasorte: i bordi neri si legavano inevitabilmente ai pensieri ansiosi che le prendevano la mente e il cuore. I fiori secchi dentro al vaso, privi di vita ormai da tempo, non facevano che acuire quella sensazione di secchezza che provava nella bocca, quasi dovesse masticarli uno ad uno mentre attendeva il temuto responso…

Insignificante

Un vaso insignificante – di Carmela De Pilla

Eccolo, è lì, con i suoi fianchi sinuosi e morbidi, mi ricordano un po’ quelli di Tecla, la mia Tecla pronta a travolgermi con il suo amore che straboccava dalla sua figura abbondante .

È  un vaso semplice anzi quasi insignificante, realizzato forse da un apprendista inesperto che ha dipinto tralci di rami nel tentativo mal riuscito di renderlo più bello, ma a lui tutto ciò non interessa, gode solo del piacere di accogliere mazzi di fiori  e ogni volta si sente più importante e per un attimo è felice.

Polvere su vaso – di Gabriella Crisafulli

Il vaso trionfava su una marea di pois. Si stagliava all’azzurro della tovaglia a ricordare come tutti quei fiori, ormai secchi, erano lo spunto di mille starnuti che si sarebbe portata dietro tutta la notte.

Il vaso – di Simone Bellini

Non so perchè fosse stato scelto quell’insipido vaso di coccio, dalla misera forma di una povertà assoluta, riempito con dei rami e fiori secchi di una tristezza infinita e per di più appoggiato su un tavolo con una tovaglia celeste a pois bianchi che dava vita ad un orrido contrasto.

Ensemble bruttino e disordinato – di Mimma Caravaggi

La tavola rettangolare, con la sua tovaglietta celeste a pois bianchi stesa malamente oltre ad essere piena di oggetti vari, mi dà un’ansia particolare che non so descrivere. La moltitudine di bottigliette che si ergono a segnalare il posto di ognuno di noi e gli occhiali appoggiati in attesa di essere inforcati per leggere e scrivere, le penne di ognuno così diverse nei colori e nelle scritture mi infastidiscono. Vorrei rimettere tutto in ordine nelle postazioni di ognuno: le penne accanto ai blocchi, le bottiglie sparire nelle borse appoggiate allo schienale della sedia, ben piazzata e squadrata ad accogliere il didietro dal più grande al più piccolo e Il vaso messo al centro con fiori ormai stecchiti, è quello che disturba maggiormente la mia vista e voglia d’ordine, ma è quello che seppur bruttino va a completare quella strana tavola imbandita.

Il tavolo – di Anna Meli

            Sono seduta ad un tavolo coperto con una tovaglia azzurrina a pois bianchi, piuttosto anonima.    Sopra vi sono vari oggetti: una borsa morbida bicolore rosso scuro e marrone, sembrerebbe di pelle, ripiegata su se stessa quasi inchinata, in attesa di una mano che la prenda rendendola utile  a qualcosa.   Accanto un vaso giallognolo con disegnati ramages forse di olivo. Al suo interno fiori secchi di aglio o cipolla di una tonalità di colore un po’ più chiara. La bottiglietta d’acqua lì vicino, in tempi ormai lontani avrebbe potuto servire ad evitarne la fine…forse. Ma ormai è troppo tardi.  Due paia di occhiali seduti sulle lenti sono pronti all’uso. Due bustine porta-oggetti, una a colori vivaci l’altra grigiastra, completano la vista.

            Sembra che tutto sia in attesa di qualcuno o di qualcosa che rompa l’assoluta immobilità della scena.

Occhi color frittata

Il vaso rubato – di Rossella Gallori

Continuavo a ripetere a me stessa, che ero capitata li per caso, o quasi…

Il grande portone cigolò, lo spinsi con tutta me stessa, traballai, sui tacchi “fuori ordinanza”

L’ingresso era poco illuminato, ma caldo ed accogliente, le piccole appliques di cristallo riflettevano un’immagine di me più snella, più giovane, una “ me” più gradevole, che aveva solo fame di sogni …. Avevo ancora in tasca il suo biglietto  diceva: ti aspetto…con l’ora e l’ indirizzo, un cartoncino microscopico di color miele d’acacia…una scrittura così piccola  da esser quasi illeggibile, ai miei occhi astigmatici , quasi…

Salii in fretta le scale, la guida di velluto cremisi, copriva del tutto i vecchi gradini di pietra serena , vantava aste di ottone ben rifinite da piccoli  pomelli a forma di testa di cigno, la lucida piastra  determinava la fine di quel mio lento ed ansioso percorso , inciampai malamente nell’ unica vite sporgente, non bussai, atterrai letteralmente sulla sua porta,  che si spalancò sotto il mio peso….lui era li con i boxer di lino azzurro a pallini bianchi, le giarrettiere sfilacciate sorreggevano calzini semilunghi in filo di scozia grigio polvere…in testa una patetica retina fermacapelli….Sorrise, socchiudendo occhi color frittata di carciofi, ma fu per poco…tolsi le mari jane con il tacco 12….e fugii, soffermandomi un attimo di fronte alla piccola consolle per afferrare e nascondere in borsa una brocca di coccio, con annessi fiori polverosi che a mo’ di pollicino, segnarono il mio percorso sulla guida vetusta ed elegante …. Scansai, per fortuna la vite sporgente, non caddi…..non vacillai

Scintille

Anima nelle cose – di Vanna Bigazzi

Piccole scintille di fuochi gioiosi,

monocolori,

si aprono allo spazio

esplodendo in fili fuggitivi.

Sotto una foresta di sterpi intricati,

impenetrabile e impervia.

Momenti diversi di vita

Raccolti e accolti da un’anfora rosa.

Steli secchi s’innalzano e attendono il cielo.

Io e gli oggetti

Paura – di Carla Faggi

Fiori beige in un vaso beige.

Non è cilindrico, non è bombato, è solo un vaso beige.

Allungo la mano per prenderlo. Mi fermo. Non posso! Ho paura di romperlo.

Mi paralizzo. Sento di odiarlo. Voglio spostarlo ma non posso.

Mi faccio coraggio, allungo di nuovo la mano, lo sfioro appena.

È freddo, scivoloso. Lo odio ancora di più!

Mi guardo attorno, non c’è nessuno! Allora la mia mano lo prende.

Ne godo il possesso, lo guardo dritto nelle palline beige dei fiori beige.

Sospiro e poi lo scaglio nel muro!

Silenzio. Liberazione. Non ho più paura.

Gli oggetti e il conforto

Gli oggetti e il conforto – di Sandra Conticini

Quell’astuccio brillantinoso sulla tovaglia celeste a pallini bianchi con sopra  un paio di occhiali appoggiati al telefono, vicino ad una bottiglia azzurra con un sorso d’acqua, confinante con la penna fucsia che termina  in alto con un fiore verde, mi infondono sicurezza. Se avessi bisogno di vedere ho gli occhiali, come se avessi sete, bisogno di aiuto o di scrivere qualcosa ho tutto ciò che mi puo servire.

Gli oggetti e le parole

Stecchi nel vaso – di Nadia Peruzzi

Stecchi in un vaso. Braccia tese senza vita, senza linfa, senza cuore. La vita che c’era se n’è andata da tempo.

Il vaso vicino alla finestra riflette i bagliori dell’incendio che sta arrivando.

Il secco in breve diventerà nero del tutto. Tizzone ardente in mezzo a mille altri tizzoni e non resterà che cenere. Solo il vaso, forse, si salverà in questo mare di fuoco .

Il terrore attanaglia. È un attimo che sembra eterno. La sirena in lontananza suona un canto di salvezza. Il respiro si distende, è meno teso mentre immagini il vaso con i suoi fiori secchi al suo solito posto davanti alla finestra. 

Gli oggetti e le parole

La tavola color cielo – di Stefania Bonanni

Solo al mattino la tavola mostra nudo il suo rivestimento. La tovaglia color cielo di primavera,  cosparsa di rotonde nuvolette bianche, piano piano, con lo scorrere delle ore, sparisce sotto una miriade di cose lasciate cadere da chi le passa vicino, e appoggia,  o butta, o solo dimentica le cose che in quel momento aveva in mano,  rientrando in casa. Si può capire chi c’è ed anche, ugualmente, chi manca, dalla presenza sulla tavola delle chiavi della  macchina, ed allora il babbo e’rientrato, o della borsa della zia, cenciosa e morbida, una di quelle  che possono contenere il mondo intero, rossa e nera, e significa che lei è  in casa : non sarebbe mai uscita senza. Le bottigliette, sempre dimenticate con ancora qualche sorsata all’interno, le lasciano proprio tutti. Ora chi esce si porta dietro la bottiglietta d’acqua, ma al rientro lascia il contenitore, semplicemente,  in qua è in là.  A questo proposito la tavola con la tovaglia azzurra casca proprio a proposito.

Gli occhiali poi, quelli utili per vedere da lontano, rientrando sono la prima cosa che viene abbandonata. Lo stesso succede per gli occhiali da sole,  per il cellulare, per la borsa della spesa, in definitiva per tutto quello che si tiene in mano. Compaiono pacchetti di fazzolettini di carta, cappelli di lana da inverno, sciarpe, biro, riviste.

Per fortuna, chi si leva le scarpe le lascia per terra, rientrando.

Intermezzo natalizio

alberino di Rossella Gallori

In questa prima parte del nostro cammino abbiamo vissuto intense emozioni. Vi ricordate il sughero e il pizzo? le stoffe di Laura e Rossella? l’incontro con Alessandra? e ….”se una notte d’inverno un viaggiatore….” e la pioggia battente, le pagine lette, le barchette, i diari non scritti, gli abbracci…….?

Se non ricordate rileggetevi! Mai perdere le briciole di questo nostro andare!

Mille auguri speciali!

Barche sull’Oceano

Monologo de La leggenda del pianista sull’Oceano (da Novecento di Alessandro Baricco

Tutta quella città… non si riusciva a vederne la fine…
La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?
Era tutto molto bello, su quella scaletta… e io ero grande con quel bel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi che sarei sceso, non c’era problema. Non è quello che vidi che mi fermò, Max. È quello che non vidi.
Puoi capirlo? Quello che non vidi… In tutta quella sterminata città c’era tutto tranne la fine. C’era tutto. Ma non c’era una fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo. Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace. In questo posso vivere.Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai… Quella tastiera è infinita. Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. E sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio. Cristo, ma le vedevi le strade? Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voialtri laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…Io ci sono nato su questa nave. E vedi, anche qui il mondo passava, ma non più di duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano, ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato a vivere in questo modo. La Terra… è una nave troppo grande per me. È una donna troppo bella. È un viaggio troppo lungo. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare.Non scenderò dalla nave.Al massimo, posso scendere dalla mia vita. In fin dei conti, è come se non fossi mai nato.

Nadia Peruzzi

Ho conosciuto gente semplice che aveva pochi studi ma un cuore grande come l’oceano. Era capace di muoversi fianco a fianco, in avanti,  accettando pure il rischio della sconfitta ma a testa alta.

Aveva come riferimento un orizzonte che si stagliava più netto di quanto non emerga dalle nebbie confuse dell’oggi. Mirava diritta all’infinito osando l’impossibile.

Insieme, in gruppo, la paura di sciogliere gli ormeggi per affrontare il mare aperto la si tiene a bada meglio. Tenendosi stretti stretti, si riesce addirittura a sconfiggerla. Ci si ritrova coraggiosi come non mai. Insieme, fianco a fianco, avanti.

Quella gente semplice, ma decisa, si muoveva così.

Sandra Conticini

Ognuno ha la sua barca e la fa navigare come può, ma tutti in maniera diversa.

Nessuno la vuole cambiare, né prendere la scaletta per scendere, perché ha paura che cambiando succeda qualcosa che non è in grado di gestire.

Antonella Del Vecchia

Conosco delle banche che non sono mai uscite dal porto perché avevano paura delle correnti, piene di sole, ogni giorno affrontano la forza del mare, sono incatenate al porto e non sanno come uscirne, sono arrugginite e non escono per paura di spiegare le vele, hanno paura di affrontare il mare in tempesta…….

Carla Faggi

Potrei andare ma non vado.

Sto qui e mi distendo sul mare.

Mi accoglie e mi coccola.

Mi bagna, mi scalda e mi raffresca.

Col mare vado e viaggio, ma non mi muovo.

Sento i suoi profumi, guardo i suoi colori, godo della sua freschezza.

Non mi muovo ma non sono più qui.

Rossella Gallori

….tra una barca ed un pianista….in un mare che spesso mi spaventa e non è sempre vita…

Salì in silenzio la stretta scala, ottantotto gradini che sembrava non portassero a niente, se non ai suoi sogni.

Dal faro, la citta appariva immensa ed irraggiungibile, una striscia di luce confusa senza fine…si strinse nel suo cappotto , il suo cappotto più bello non la proteggeva abbastanza, tremava mentre guardava miriadi di barche ancorate aveva freddo  lacerata dal vento, graffiata dentro, ondeggiava come una vela di carta velina, le sembrava di udire una musica, un suono stonato ed arrugginito, note ostili quasi la schiaffeggiarono.

Infondo era nata li, non avrebbe rischiato un  passo in più, un vento più forte, un mare più grande…

Si appoggiò alla ringhiera,  per non cadere, i suoi muscoli erano irrigiditi, una tastiera da accordare….

Una sirena la salutò, un po’ pesce un po’ donna, un po’ amore  ed un po’ odio. La sua vita le apparve riflessa nell’ acqua, che sembrava invitarla, doveva solo decidere se sembrare libera o esserlo…..

Carmela De Pilla

Era mio padre quella barca.

Lacerata, ridotta a brandelli, tormentata, ma solida e robusta, tanto robusta da trovare sempre la forza per ritornare nel porto.

Erano gli anni quelli in cui molti faticavano per non essere travolti da quel mare in tempesta che era la miseria, dilagante soprattutto in quei luoghi di un’Italia povera, stanca, privata perfino dell’essenziale.

Fu così che a trentasette anni, nel lontano 1956, decise di lasciare il piccolo paese della Puglia, un porto sicuro per lui, per avventurarsi in quell’oceano immenso e sconosciuto e approdare poi in Germania, solo, spaventato e intimorito da quella nuova vita così diversa.

Ma era solido e robusto mio padre, proprio come quella barca che ritorna nel porto più coraggiosa e più forte, incurante delle fatiche, degli ostacoli e ogni giorno affrontava la sua battaglia con tenacia, con ottimismo, sicuro che ce l’avrebbe fatta, doveva farcela,  per sua moglie e per i suoi figli.

Con i suoi occhi attenti, diligenti e vigili carpiva ogni segreto per potersi dire ogni giorno che la vita è bella nonostante tutto.

Non ho mai visto mio padre triste,  arrabbiato sì, deluso, ma mai triste, sento ancora nell’aria la sua risata fragorosa e contagiosa che ancora  mi fa sorridere.

Ha navigato una vita intera mio padre, ma è ritornato sempre nel porto e ancora oggi, in quel piccolo paese della Puglia, qualcuno tra quelli rimasti lo ricorda con ammirazione e affetto.

Vanna Bigazzi

Inquietante è l’infinito.

Per contemplarlo si parla col mistero.

Strana dimensione, vorrei che fosse mia.

La posso immaginare…

Un punto lontano che la vista non cattura,

un suono bello che ti fa impazzire,

perché sarà incompiuto.

La vita finisce,

e se non finisse?

Continuerebbe in Cielo!

E per chi non crede?

Chi non si slega non può aspirare all’infinito!

Forse non è solo inquietante,

è anche affascinante.

Può essere un sogno, un credo, un ideale:

un Dio dalle lunghe mani

che suona musica eterna

a un pianoforte dai suoni assoluti,

dai tasti illimitati.

Stefania Bonanni

Ho visto barche partire per viaggi tranquilli, aspettare il mare calmo, il vento giusto, aprire vele gigantesche, e spiaccicarsi su scogli insignificanti, che bastava fare attenzione, per riuscire a scansare.

Ho visto barche piccine infilarsi tra il fianco di navi grosse ed il molo, e far parlare di se’ il mondo.

Ho visto navi da crociera, super lusso e tanti conforts, affondare per la stupida arroganza di chi si è  sentito così bravo, da non prestare attenzione,

Ho visto barconi carichi di disperazione. Ho sentito freddo per il mare che attraversavano in inverno, paura per quelle onde immense. Ed erano solo ragazzi, donne,  bambini, umanità in viaggio, alla ricerca di un posto sicuro nel mondo.

Ho visto barche di renaioli, quelle che si governano con solo un remo lungo, volare sull’Arno in piena, su scivoli e pescaie. Sembravano cavalieri antichi, su desideri volanti,  l’incerato gonfio di vento e pioggia, come un mantello magico.

Ho raccontato una volta di una donnina piccina piccina che scivolava sull’acqua su un guscio di noce a metà.  Non le faceva paura l’oceano, poteva essere una fogna, il termine del suo viaggio.

Carla Faggi

È bene essere la barca che siamo.

Sono una barca a vela?

Allora aspetto il vento, con lui mi muovo, me lo faccio amico adattando le mie vele, vado veloce o vado piano a seconda che noi, il vento ed io, ci intendiamo e ci condizioniamo.

Il vento non c’è? Allora resto in porto. Non è tempo perso ma tempo di preparazione perché al viaggio ci si prepara. E poi che senso ha una barca a vela in mare senza vento!

Sono una barca a motore?

Allora preferisco il mare calmo perchè così comando io.

Vado forte, vado piano, mi fermo. Tutto dipende da me. Non cerco il vento perchè ho solo bisogno di carburante, cerco solo la velocità ed un mare adatto.

Ogni barca è quello che è e se cerca ciò che è fatto per lei, può conquistare il mare e anche gli oceani.

Altrimenti è costretta a restare in porto a galleggiare.

Intrecci

Racconto mediterraneo – di Luca Di Volo

Il sole feriva il bosco delle vecchie querce da sughero, trapassava il fogliame dei vecchi tronchi con pozze di luce e macchie nere come le cortecce delle piante secolari. Un luogo santificato da tante religioni, Fenici, Romani, Druidi, e infine i cristiani di S.Efisio, protettore dell’antica Sardinia.

Forse per questa storia magica era divenuto il ritrovo di un piccolo nucleo di briganti e fuorilegge… almeno secondo la legge dei “continentali”. Lo usavano per tenere i contatti con la gente del popolo, che li aiutava e proteggeva.

Quel mezzogiorno, col sole giallo della prima estate, uno di questi briganti ..lo chiameremo Elio, si era recato al solito posto aspettando vivande, munizione e, soprattutto, notizie dal mondo “di fuori”. Avrebbe dovuto venire la vecchia Artemisia, sempre vestita di nero totale…ma quel lampo rosso fuoco intravisto tra i cespugli del pendio gli fece intuire che forse la messaggera era un’altra.. Si sedette col fucile in grembo e fu quasi spaventato colto di sorpresa dallo svolazzio di uno scialle rosso sangue che comparve sbucando dal nulla. Ma più bello di quel pizzo era colei che lo indossava…occhi di giaietto, capelli corvini, labbra di carminio…La guardò meglio, la conosceva , da lontano, sapeva che era la moglie di un suo compare fuorilegge anche lui. E fu per questo motivo che ,finito il primo impeto passionale, il suo contegno divenne più freddo che poté, per lui non doveva essere nemmeno più una donna, anche se in fondo all’oscuro della sua coscienza c’era stata una grossa onda d’urto.

Si salutarono dopo pochi minuti con deferenza e distacco, ma, nel voltarsi con una mossa serpentina un pezzetto dello scialle le rimase impigliato in un cespuglio..lui fece per trattenerla ma lei, agile come gazzella, era già lontana lungo le balze della collina…Non rimase che raccogliere quel lungo filo rimasto appeso ai rami… di lei gli rimaneva solo quello…

Era un lungo filo, che li teneva uniti ma distanti. Lui sapeva di lei da suo marito e nelle lunghe notti davanti al fuoco aveva capito che quel volto così bello aveva su quell’uomo un ben diverso effetto che su di lui. Ne sembrava quasi annoiato.

Ridette uno sguardo a quel filo rosso sangue e ci vide una sorta di traccia del destino: dove l’avrebbe portato quel filo lo attraeva e che sentiva in tensione verso una donna appena intravista?

Da quel momento volle andare sempre lui nel boschetto a tenere i contatti.

La terza volta lei ritornò. Lui aveva un mazzetto di fiori purpurei , glieli porse con gesto timido per il timore di offenderla, ma lei mostrò di gradirlo, spalancando quegli occhioni su cui il sole trasse profondi lampi neri.

Quel bosco esercitava un richiamo assordante che lo portava a ritornare, era una cosa scontata, nessuna domanda e nessuna risposta era possibile.

Divennero amanti, e, come tutti gli amanti, si trovarono un rifugio. Gli era sempre piaciuta quella casa sulla collina, un po’ nascosta tra i tigli. Si scopriva spesso incantato a vederla arrivare dalla finestra del salotto quando arrivava la sera.

Ma arrivò il colpo di mannaia, la tragedia…mentre all’imbrunire era al solito posto ad aspettarla, la vide giungere trafelata..un colpo secco e il suo corpo ruzzolò all’indietro.

Una spiata, un ‘imboscata dei gendarmi..non la vide più.

Ma tutte le sere , quando il sole traeva barbagli dalle foglie delle sughere ,tornava lì, aspettava le stelle, convinto che lei fosse una di loro..e i pensieri erano lenti, molto lenti, non facevano rumore, solo a tratti quando diventavano forti e determinati sembravano sfondare le orecchie. Ma era solo un attimo, poi di nuovo il silenzio.

Intrecci

Sassolini nella testa…. – di Sandra Conticini

Dalla prima volta che l’aveva vista passeggiare a Cordova lungo il mercato colmo di merci e gente frettolosa, non l’aveva più scordata, lei, che sembrava l’unica a fermarsi, calma e tranquilla ad osservare tutto, in particolare quel coso strano. A lui sembrava solo un pezzo di corteccia di sughero che era stato tagliato da un albero. Lei invece lo carezzava, lo baciava, lo odorava e rideva, rideva, rideva. Così si incantò a guardarla e si lasciò attrarre da quella calamita, che erano quegli occhi nocciola così vivi e pieni di scintille.

Disse allora che il sughero per lei era importante, le ricordava il babbo che aveva visto poco, e quando trovava pezzi di sughero più grandi se li coccolava e le sembrava di essere con lui a tagliare gli alberi per guadagnarsi il pane.

In quella vacanza nacque un’amicizia importante.Quando lui partì le promesse si buttarono via ma poi lei sparì nel nulla. Quell’anno si fece forte e decise di tornare a cercarla in quel mercato dove si erano conosciuti.

Era sicuro fosse lì, non sapeva come, ma percepiva la sua presenza. All’improvviso sentì  sullo sterrato che riecheggiavano passi, come se milioni di sassolini avessero cadenzato il ritmo di una clessidra.

La vide, le sembrò più bella di quando l’aveva lasciata, con quel vestito di trina rosso, attillato, con uno scollo profondo e quella rosa rossa tra i capelli neri quasi blu.

La chiamò più di una volta, ma lei non lo riconobbe. O fece finta di non riconoscerlo?  Non era possibile che si fosse scordata di lui…

Sentì un movimento quasi impercettibile alle sue spalle e nell’ oscurità vide un bambino che le correva dietro piangendo….avrà avuto quattro o cinque anni. I lineamenti non assomigliavano a quelli della mamma, non sembrava di origine spagnola..

In testa gli iniziarono a frullare strani pensieri ai quali non riuscì  dare una spiegazione. Avrebbe voluto chiarirsi le idee, domandare, parlare con lei, ma  non riuscì a vederla nei giorni che rimase a Cordova. Così tornò  a casa con più pensieri di quando era partito. 

Intrecci

Ballando in rosso – di Carla Faggi

Manuel uscì di casa quasi correndo, aveva fretta di arrivare.

Lo attendeva una serata tra amici, a casa di Juanito.

Avrebbero festeggiato il ritorno di Carmen dall’Andalusia.

Gli era sempre piaciuta Carmen, una donna di carattere, corpo asciutto ma generoso dove occorreva, occhi neri penetranti, una femmina da perderci la testa e Manuel l’aveva persa.

Era convinto che pure Carmen provasse per lui interesse, sentiva che tra loro c’era un filo che li teneva attratti, una tensione amorosa che li univa.

Carmen aveva promesso che al suo ritorno li avrebbe deliziati di una sua performance di flamenco assieme ad una amica andalusa.

Meno male, pensò Manuel, fosse stato un amico mi sarei preoccupato!

Arrivato davanti all’abitazione di Juanito, si soffermò incantato ad osservarla quella splendida casa sulla collina, sullo sfondo i Pirenei, di lato un piccolo lago.

Gli era sempre piaciuta fin da piccolo, quando assieme a Juanito e Carmen giocavano alla corrida, lui faceva sempre il matador, il toro lo facevano a turno gli altri. Carmen piangeva sempre quando toccava a lei.

Che tenerezza, non vedeva l’ora di incontrarla!

La casa è piena di amici, la festa è iniziata, Carmen danza, la sua amica fa il ballerino.

Il ritmo incalza e la danza e il pizzo rosso della mantilla sui capelli corvini e si beve e si canta e ancora il ritmo e le gambe di Carmen e la gonna che ondeggia e il seno di lei che balla con la musica e eccola è vicina. Si , ora le dico che l’amo.

La musica finisce. Manuel si avvicina entusiasta. Carmen sorridendo si avvicina: “ciao Manuelito, ti presento Lucilla, la mia compagna. Ci siamo conosciute in Andalusia, ci siamo innamorate e oggi voglio gridarlo al mondo! Voglio essere libera, voglio vivere la mia diversità!

Manuel ascolta, annuisce e i suoi pensieri diventano lenti, molto lenti, non fanno rumore, solo a tratti quando diventano determinanti e brevi sembra che sfondino le orecchie. Ma è solo un attimo, poi di nuovo il silenzio, lento.

Intrecci

Trucioli – di Rossella Gallori

Sentì un movimento quasi impercettibile alle sue spalle,di lei non vi era traccia, era, però  sicuro, che fosse lì, non sapeva come, ma percepiva la sua presenza; addirittura sentiva il rumore del suo vestito, quel tulle rosso fuoco, che ad ogni passo emetteva un piccolo sibilo, impossibile ignorarlo, dimenticarlo.

Sullo sterrato riecheggiavano i passi, come se milioni di sassolini avessero cadenzato il ritmo di una clessidra, rumore anche di sabbia, forse.

Non fa male la solitudine, volle pensare, eppure la mattina guardandosi allo specchio, si era visto come  un pezzo di sughero segnato dal tempo, rugoso e cupo, ecco cosa era diventato, per lei, con lei…sempre e solo l e i…non conosceva altro modo di stare al mondo…..Eppure finì, o iniziò tutto nel momento in cui la vide, aveva bisogno di un corpo privo d’anima, notò solo la trasparenza intrigante del tessuto, i suoi seni, i suoi fianchi quasi nudi, stupenda, anche se sembrava sporca, sudata  ed affaccendata in altri pensieri.

Si consumava in lui la lotta tra la razionalitá e l’ istinto, voleva agire abbandonando la strana concretezza dell’ immaginazione.

Doveva e voleva lasciarsi attrarre, da lei, lui così rigido e freddo, da quella calamita dagli occhi color nocciola, che, come cioccolato caldo e speziato, avevano sprigionato: scintille, gioia, risate…il tutto lo aveva catturato, annientato, i sensi lo avevano allagato come un fiume in piena.

Non riusciva a levarsela dalla testa, dalla prima volta che l’ aveva vista, non c’era giorno che non pensasse a lei, non c’era notte che non la cercasse, quando poi il suo soffrire trovava un varco,  ricordava Agata come qualcosa che forse aveva solo immaginato, annusato nell’ aria dei suoi anni…il suo incedere lento e sensuale, il sua passeggiare lungo il mercato colmo di merce, dove la merce più preziosa era lei,  tra gente frettolosa era l’unica a fermarsi, come una pantera color lacca, osservava e sfiorava ogni oggetto, proiettando ombre più lunghe ed occupando spazzi  che non c’erano.

Il vecchio di sughero stanco e rugoso, senti il suo cuore battere più forte… come uno orologio che segna un tempo che non ha, anche il cupo salottino ascoltava quel tonfo leggero.

Ormai era un pensiero che non lo faceva dormire, ne di notte né di giorno, un’ ansia che non riusciva a risolvere, non esisteva farmaco per lenire il suo dolore, per risolvere il suo dolore.

Una lama luccicò nel buio, interrompendo quel silenzio ritmato, tagliando in mille pezzi i ricordi, mille pezzi di tulle volarono volarono come petali, petali rosso sangue  che non toccarono terra…e fu notte per sempre.

Nota del commissario: la scena si presenta macabra ma piena di colore, il corpo è ridotto ad un cumulo di trucioli….3 dicembre 2019 Antella…..

Intrecci

Bellissima – di Chiara Bonechi

Lei era bellissima e un po’ fuori dal tempo, camminava per le strade del paese avvolta in uno scialle di pizzo rosso incurante degli sguardi dei passanti.

Quel pizzo che le copriva in parte i capelli le scivolava lungo il volto, di lato, fino a coprirle il mento; lo teneva appena appoggiato e le conferiva un aspetto davvero regale.

Era molto giovane, poteva avere forse trent’anni e lui, col viso scavato da rughe fitte e sottili di chi di vita ne ha vissuta tanta, la osservava.

Sapeva tutto di lei da suo marito.

C’era qualcosa che l’attraeva, era un lungo filo di seta che li teneva uniti ma distanti.

Dove lo avrebbe portato quel filo che lo attraeva e che sentiva in tensione verso quella donna appena intravista fra lo scialle di pizzo rosso?

Che strana la vita!

Lei abitava nella casa in collina. Gli era sempre piaciuta quella casa un po’ nascosta fra i faggi.

Si scopriva spesso incantato a guardarla dalla finestra del suo salotto soprattutto la sera.

Poi un giorno seppe che in quella casa abitava lei.

E allora il desiderio si fece più intenso, un richiamo quasi assordante lo portava a ritornare alla finestra del suo salotto, sempre più spesso e non più solo la sera.

Non sapeva spiegarsi perché, la donna era bella ma era di un altro ed era tanto, troppo giovane.

Non l’avrebbe mai avuta e neppure forse mai avvicinata ma era semplicemente scontato che a quella finestra ci dovesse andare.

I pensieri sono lenti, molto lenti, non fanno rumore, solo a tratti quando diventano determinati e brevi sembrano che sfondino le orecchie.

Quella donna avvolta nel manto di pizzo rosso, eterea, irraggiungibile, lo stava ossessionando.

Ma fu solo un attimo poi di nuovo il silenzio, lento.

Un sospiro profondo lo risvegliò: “devo uscire” si disse.

Non poteva immaginare!

Procedendo a testa bassa sul marciapiede che costeggia il fiume sentì “buongiorno!”

E alzando gli occhi fu avvolto da una nuvola di tulle rosso.