Giallo

Farfalle – di Vanna Bigazzi

Nel pomeriggio mi sono incontrata con un’amica da sempre. Scambi interessanti. Confidenze. Incontri che lasciano una traccia particolare: uno di quegli appuntamenti dai quali ne esci sempre un pochino modificata: tante parole ma anche pause in un equilibrio di espressione e silenzio. E’ bello parlare, far crescere qualcosa che possa volare. Quando ci sentiamo chiusi nel nostro bozzolo, può darsi che debba venir fuori una farfalla. Il tormento nasconde sempre una metamorfosi e spesso il linguaggio ha questo potere. Bisogna rinascere, se necessario, per questo cercare l’oblio: dimenticarci del passato, per far riaffiorare le farfalle che esistono in noi.

Rosso

PELO E CONTROPELO ovvero: a ognuno il suo verso – di Elisabetta Brunelleschi

Se mi accarezzi in contropelo

io mi irrito,

ma quando vai per il verso giusto

io mi distendo.

Se ti accarezzo in contropelo

io mi pungo,

ma la mano che segue il tuo verso

ne gode la pace.

Nel tuo verso c’è spesso il silenzio

che cerca riposo.

Nel mio verso ci sono i bisogni

di strade sicure.

Insieme andiamo per onde ribelli

per ore,

per giorni.

Insieme andiamo in lisci velluti

per ore

per giorni.

Sete fruscianti presa avvolgente

sempre cercando

il verso più giusto.

Grigio

CONTROPELO – di Nadia Peruzzi

Ci siamo rivisti in una mattina di neve, di grigio e di nebbia da tagliare a fette.

È bastato un attimo e tutto il non detto, il non risolto è tornato ad alzarsi fra noi come un muro invalicabile.

Sei sempre il solito, non sei cambiato.

Non è mai stato facile vivere con uno che prendeva tutto contropelo.

Qualunque cosa dicessi o facessi, sempre lì a spaccare il capello in quattro con ostinazione, supponenza indisponente, insofferenza verso gli altri, me compresa.

Il contropelo mi va stretto ormai.

L’ho superato .

Mi piacciono le stoffe fru fru e clocloanti.

Cerco leggerezza, emozioni positive. Tu non sapresti proprio dove andare a trovarle.

Sono stata fortunata ad accorgermene in tempo.

Istantanea

Corse tra gli agrumi – di Patrizia Fusi

Il cucciolo corre veloce nella viottola fra gli agrumeti, Marco gli corre dietro facendo finta di prenderlo, gettandogli un legno. Dietro di loro c’è nonno Mario che li segue lentamente, magro e curvo come un chiodo usato, si appoggia al bastone; essere in quel campo con suo nipote e Lampo, vederli giocare insieme, sentire l’aria tiepida che avvolge tutto, odorare il profumo degli agrumi in fiore, gli fa pregustare il piacere del miele che verrà e che già   fa sentire in bocca il suo profumo d’oro.

Stoffe come matite

Raccontarsi avvolti di stoffe – di Laura Galgani

Raccontarsi avvolti di stoffe è un sogno che dura una vita.

Le stoffe ti vestono, ti accarezzano, ti danno una forma e dei colori, parlano di te anche quando non vuoi. Ti descrivono direttamente e indirettamente: come Albertine, a cominciare dalle punte dei suoi capelli, più scure della chioma, come un tessuto sfumato in fondo che fa la gonna vagamente zingaresca, e forse nemmeno le piace granché. Ma tant’è, Albertine è lì, coi suoi tessuti ora lisci ed evanescenti come seta, ora corposi come lana, ora ruvidi come il saio di un frate francescano, ora impalpabili come lo strascico di un abito da sera color grigio perla, morbidissimo. Cosa possono raccontare di lei tutte queste stoffe, se non la sua voglia di sognare, di raccontarsi, di stupire…

Anche la sua maestra di cui conservava con cura un netto ricordo, avrebbe voluto stupire e raccontare con le stoffe come faceva coi gessetti, ma non poteva. Il suo mestiere le imponeva di obbedire alla decenza di un’uniforme prestabilita, decisa dal preside e passivamente indossata da tutte le insegnanti: gonna di flanella blu, camicetta bianca dal colletto tondo, golfino grigio di lana che le dava il pizzicore e fiocchino rosso sotto il colletto. Coi gessetti invece creava meraviglie e chiedeva ai suoi bambini di fare altrettanto con le matite. E allora erano paesaggi, fiori, nuvole, case, vestiti, animali a più non posso, e i volti dei bambini ridenti e soddisfatti. Tanto che a ricreazione molti, in cortile, si lasciavano andare ad una corsa senza meta, così, solo per sentire il proprio corpo gioire del movimento sospinto inconsciamente dalla vita che esplodeva nei colori usati in classe con la maestra e i suoi gessetti. 

Se il Principe non bacia più Cenerentola

Dare forma al vuoto – di Gabriella Crisafulli

Amava camminare da sola nelle stradine isolate, alla ricerca di quelle emozioni che all’improvviso donano il caso e la natura.

Un po’ ingobbita, con la pelle plissettata dall’età, il colorito spento dalle troppe medicine e quel corpo che reggeva a fatica un’andatura regolare, si muoveva con la gioia di godere nuovamente del suo passo.

Non era contenta, no, non lo era, ma si sentiva felice: era entrata nel quarto tempo. Doveva coglierlo come un dato di fatto.

È vero, non faceva una corsa da tanto e la bicicletta era un miraggio forse impossibile, ma fermarsi sarebbe stato come cancellare tutto quanto.

Camminare l’accompagnava verso uno stadio di meditazione sempre più profondo in cui la mente si alleggeriva dei ricordi.

Nel terzo tempo aveva raggiunto la nota più alta del pentagramma: era stato allora che il colpo improvviso l’aveva precipitata a terra.

Cadendo si era trascinato dietro il castello di carte costruito negli anni, vivendo sopra le righe.

Era arrivata lassù grazie a lui: l’aveva presa cenerentola e ne aveva fatto una regina. 

Adesso però si trovava a terra, nel fango e non sentiva suonare i campanelli alle briglie dei cavalli che venivano a portarla via. Non c’era nessuna fata cicciottella e bonaria che trasformava la melma in oro zecchino. Non c’erano i topini solerti e chiacchierini che si davano da fare per aiutarla. Era sola: tentava di rialzarsi ma scivolava. Non sapeva come mettere in equilibrio tutti i pezzi sparsi dentro e fuori di lei. 

Le passava davanti agli occhi il film di quella villa del 500 al cui interno due ordini di arcate incorniciavano il salone centrale. A testa in su, aveva ammirato quella corte, girando a tutto tondo. Le prese l’antica vertigine da cui era stata avvolta e trasportata nel mondo dell’inimmaginabile dove tanti sogni diventavano realtà.

… ma era passata dalla fortezza alla reggia. C’era qualche problema, è vero, nel prima e nel dopo: la vita sociale aveva delle regole e dei cerimoniali di cui non si curavano. Credevano di bastare a sé stessi.

Così la realtà aveva presentato un conto pesante: non serviva più dire “Abra- cadabra”.

Nella melma era e nella melma rimaneva.

Il vento d’autunno che si faceva sentire nella stradina stretta e solitaria, con una folata più forte delle altre si portò via quei pensieri sgorgati dal fardello e si sentì più leggera.

Adesso era arrivato il momento di trovare un’idea che l’aiutasse a coniugare i passaggi della sua storia con quella che era adesso. Le ci voleva uno di quei colpi di genio che le avevano risolto tante situazioni di vita pratica e che adesso doveva servire a dare forma al vuoto.

Sentiva aleggiare intorno la figura di quel ragazzo bello, dalle mele sode, che odorava di sottobosco.

Ma era il momento di tornare nella casa abbandonata a intrecciare scuro e chiaro, lana e seta, morbido e ruvido, … per lasciar andar via in pace il suo amore.

Un quadro d’autore

LE RICAMATRICI – di Anna Meli

            Era bellissimo e pittoresco il borgo medievale che si offriva alla vista del visitatore dopo aver percorso quel lunghissimo ponte che lo univa alla “terra ferma”. Non si finiva mai di camminare per arrivare fino a là. Procedendo, si aveva l’impressione che quel gruppo di case attaccate le une alle altre su quella rocca, si spostassero come a dispetto, rimanendo unite in un abbraccio, quasi a difesa di un geloso segreto.

            Lì, fra quelle stradine strette in salita, interrotte da scalette che conducevano alle abitazioni adorne di gerani e bouganville, il tempo sembrava essersi fermato come per magia.

            I giovani avevano preferito la città, più comoda e con più opportunità di lavoro. I pochi artigiani rimasti vivevano principalmente sul turismo e i vecchi non volevano assolutamente saperne di muoversi dalla loro terra.           

            In un angolo riparato da spifferi di vento ed esposto al sole, nelle giornate tiepide, si riunivano le ricamatrici. Erano tre vecchie compagne e quasi ogni giorno si ritrovavano in quel cantuccio a lavorare. Le dita scorrevano veloci sulle stoffe leggere e per incanto davano forma a fiori intagliati, ghirlande variopinte, smerli di rifinitura. E parlavano senza quasi mai alzare la testa raccontandosi storie passate e chiacchiere del paese.

            La signora che tutti chiamavano Nanda, la più brava fra loro, era quella che insegnava. Le capitava spesso di pungersi con l’ago e in quelle occasioni per non macchiare la stoffa si portava il dito alla bocca e succhiava la goccia di sangue; si accertava di non macchiare e riprendeva il lavoro. In quei momenti mostrava il viso in tutta la sua espressività: i capelli divisi sulla testa e raccolti in una treccia ben stretta, magistralmente appuntata dietro, gli occhi scuri piccoli ridenti e furbi segnati da rughe sottili, il naso appuntito e affilato, la bocca con labbra appena accennate in un ovale quasi perfetto. Le altre due lavoravano a testa bassa: sicuramente più giovani  sembravano essere sorelle, ma, di certo, meno espressive e importanti.        

            Il gruppo nel suo insieme, visto sullo sfondo luminoso dai caldi colori settembrini, poteva essere ispirazione per il quadro di un pittore.

Pillole sul comodino

Richiami – di Chiara Bonechi

Ogni tanto partivano, di domenica, da mattina a sera per andare a trovare i parenti di Arezzo, così chiamavano quel gruppo di persone legate da legami diversi, un po’ zii, un po’ cugini, fratelli, nipoti e nonni.

Abitavano in casette vicine, per lo più terra tetti, l’agglomerato in quel piccolo paese nella campagna di Capolona apparteneva praticamente a loro.

Erano molto attesi i due fidanzatini, un diversivo in quella domenica che altrimenti sarebbe stata uguale agli altri giorni.

Il primo parente che incontravano era di solito lo zio Ampelio, lo scorgevano seduto sulla panchina di fronte alla porta di casa lungo la strada.

Era alto e magro, pochi capelli, il volto solcato da profonde rughe dovute agli anni, alle fatiche, al sole, alle troppe pillole che da tempo decoravano il suo comodino, ma la cosa che più colpiva di lui era lo sguardo.

Gli occhi così profondi con le ciglia ancora lunghe da cerbiatto e le sopracciglia folte e scure difficilmente resistono fino a quell’età.

Passavano a salutare da un parente all’altro, li incontravano tutti ed era divertente osservare quei volti dove ritrovare elementi di somiglianze lontane.

Poi il desiderio di vedere la zia Poldina si faceva prepotente, non era necessario suonare il campanello in casa sua, salite le scalette bastava spingere la porta e chiamare, lei appariva.

La tavola apparecchiata e il profumo di pollo arrosto annunciavano che presto tutti si sarebbero seduti per condividere quel pranzo domenicale non prima però di aver incontrato anche lo zio.

Erano questi giovani nipoti a dare un po’ di gioia a quella coppia da tempo afflitta da silenzi e solitudine, erano le loro voci a tirare fuori dalla camera lo zio e a sentire che ancora qualche interesse aveva per la vita.

E la zia era felice, raccontava della sua settimana di lavoro da insegnante in una scuola elementare fuori Arezzo, delle confidenze fra colleghe, di curiosità sugli alunni, poi l’interesse era per lo zio, chiedevano della nuova cura e delle medicine, forse solo lo sport e le corse in bicicletta  lo facevano sorridere e ricordare.

Ed eccoli a tavola, si sedevano ma lo zio non partecipava al pranzo, rientrava in camera, si sentiva stanco, avrebbe mangiato più tardi.

I sorrisi dei due giovani si affievolivano, sulle loro labbra un’ombra di imbarazzo ma la zia Poldina, quella piccola donna dalla grande forza, aveva tessuto trame di seta e lana talmente strette e resistenti che difficilmente si sarebbero sgranate e dopo un sospiro riusciva a servire il pranzo col sorriso.

Ed erano, come le altre domeniche nel tempo, tagliatelle al sugo, pollo arrosto e zuppa inglese.

Pagliuzze dorate

I suoi occhi dorati – di Mimma Caravaggi

Non ricordo il suo nome, ma ricordo lei, i suoi occhi particolari, chiari e brillanti con pagliuzze dorate che ricordavano la coperta country della nonna con tutti i colori vivaci un po’ autunnali e la stoffa liscia come la seta, morbida ma a tratti rugosa, per il merletto applicato. Ricordo il suo carattere altrettanto eclettico ma di persona semplice e gran lavoratrice. Era con noi da tantissimi anni e, guardandola bene, quel giorno fantastico, si vedeva che era ingobbita ma il suo sguardo, i suoi occhi non erano cambiati. La sua dedizione di tanti anni passati con noi non l’avevano resa arida e nervosa o insensibile anzi, il suo carattere seppur fermo si era addolcito e noi eravamo tutti li presenti a festeggiarla e, come al solito, lei ci era molto riconoscente.

L’Omino carbon fossile

L’omino risecchito – di Stefania Bonanni

In quella casa abitavano l’omino e la moglie annuvolata. Sordo lui, sorda lei, avevano smesso di parlare,  tanto era inutile. Rumori però se ne sentivano tanti, grandi sbatacchiamenti di porte e finestre, rotolanti che anziché rotolare franavano sulle serrande, quando venivano chiusi. Smozzichi di bestemmie  biascicate, quando lei spingeva l’omino sulla sedia, in giardino, dove lui rimaneva a giornate intere, con la faccia raggomitolata intorno alle fessure che un tempo erano occhi. Stava lì,  dall’autunno in poi con una copertina sulle gambe, per il resto dell’anno sembrava non sentire ne’ il sole feroce, ne’ quelle pioggerelline  uggiose che a volte duravano giorni, si spostava solo un po’ più sotto la tettoia.

Stava all’angolo della casa, così non gli sfuggiva né  chi passava dalla strada in salita, ne’ chi arrivava da dietro. E a tutti, proprio a tutti, riservava un grugnito, un biascichìo che, anche a non sapere cosa significasse, faceva capire benissimo il senso cattivo e di malaugurio.

I bambini avevavo paura. Tutti giravano la testa dall’altra parte, nella speranza di evitare di incontrare quegli occhi di tartaruga.

Quanti anni avrà avuto? I bambini di sotto dicevano più di cento. Un highlander, a un certo punto era  diventato un sasso, un pezzo di carbon fossile, un immortale. Giravano leggende: che avesse fatto la marcia su Roma era sicuro, ma a farsi prendere un po’ la mano si poteva anche credere avesse fatto le guerre “di’ Risorgimento”.

Occhi grandi

Occhi grandi – di M.Laura Tripodi

Aveva occhi grandi e nerissimi. Il signore del piano di sopra diceva che erano così scuri perché non se li era mai lavati. E lei scoppiava a piangere umiliata.

Seduta davanti alla finestra del salotto si osservava le mani un po’ raggrinzite e percorse da vene violacee.

Adesso i suoi occhi erano piccoli e avevano perso tutta la loro luminosità.

Rifletté che da  giovane erano stati forse la sua unica attrattiva. Peccato non essersene accorta.

Occhi neri, occhi belli che avevano guardato tanto, ma cosa avevano realmente visto?

Si ricordò di sua madre seduta proprio dove era lei in quel momento. Rammendava o cuciva o ricamava e lei si alzava sulla punta dei piedi per guardare fuori, attratta dal  rumore  di qualcosa che strusciava contro l’asfalto. Bimbi si lanciavano urla di sfida rannicchiati su una specie di tavola montata su quattro ruotine. Volava anche qualche parolaccia mentre ognuno di loro cercava di arrivare per primo in fondo alla strada.

I suoi occhi però raggiungevano a mala pena il davanzale e la scena si esauriva in un cerchio ristretto, senza conclusione.

Invece sentiva l’arrivo delle signorine che andavano a prendere il filobus. Sì, le sentiva proprio nel senso che oltre al rumore dei loro tacchi alti le giungeva anche l’aroma del loro profumo.

Era passato tanto tempo. La casa era molto diversa e allo stesso tempo uguale.

Pensò a tutte quelle stagioni trascorse, alle persone che erano salite e scese dal suo treno.

Si sorprese  a preoccuparsi che quegli spazi e quelle cose  dovevano essere sistemati con ordine, per quelli che sarebbero venuti dopo.

Un’ambulanza si annunciò con il suo ululato e lei pensò alla sirena della FIVRE che suonava alle tredici in punto e somigliava stranamente all’urlo sguaiato della signora del piano di sopra che dal balcone richiamava il figlio.

Massimooooooo! Vieni a mangiareeeeeee!

Un giorno dopo l’altro

Un giorno dopo l’altro – di Carla Faggi

Chiamiamolo così: “Pippo”…..e la storia cominciò.

Il Pippolotto peloso si alza dal divano con la solita espressione stanca e annuvolata, si avvia ed esplora. Annusa l’aria, un profumo di polpette gli indica la via, scodinzola veloce e sembra dire: “arrivo!”

E infatti arriva!

C’è Sanà la vicina che sta cucinando le falafel, polpette di ceci, ma qualche decina di quelle prelibatezze sono di carne, e Pippoletto sa che sono per lui.

Con Sanà infatti c’è intesa, lei lo guarda, sorride, difficile indovinare chi fra i due scodinzola di più! Insieme sembrano formare un tappeto di fibre incrociate, seta e lana. Pippetto è la lana.

Poi, dopo gli abbracci, le coccole e la giusta impolpettata, i due, dopo essersi guardati negli occhi come a cercare l’intesa della partenza, scattano in avanti e si tuffano in una corsa liberatoria. Via di corsa verso i prati, gli alberi, i cespugli. Via verso la gioia di una amicizia profonda, verso la spensieratezza e la vita.

Poi la giornata finisce. Pippetto rientra, si sprofonda sul divano. E poi…domani vedremo.

L’ indomani arriva e Pippolo con il suo solito fare annuvolato si alza stancamente dal divano. Annusa l’aria e…latte, biscotti…si! si può fare.

Eccomiiii! La vecchia signora lo accoglie festosa, sembra lo stia aspettando.

Slurp, slurp, tra una leccata al latte (si sente tanto gatto in quel momento) ed una alle mani della signora si prepara alla giornata. I due con tacita intesa si avviano a passeggio. Pippolino per stare al passo usa sempre la scusa di una annusatina ad una aiuola o una demarcazione del territorio.

Reprime la sua curiosità e l’istinto all’esplorazione pur di non staccarsi mai dal fianco della sua signora. Ogni tanto una sosta ad una panchina perchè gli acciacchi (non suoi naturalmente) sono tanti. Ma poi si riparte. Lui lo sa, la vita è fatta così, ogni tanto ci si riposa e poi si riparte.

La vita è una trama di tappeto, e lui oggi si sente più seta che lana.

Anche oggi la giornata finisce, Pippetto si risprofonda sul divano, e poi… domani vedremo a chi toccherà…..

Non mi vedo con niente!

Le brutte figure – di Sandra Conticini

Aveva sempre quella paura: fare brutta figura e non essere all’altezza.

Non era diversa dagli altri. Io glielo ripetevo continuamente, ma non capiva. Ogni volta che invitava qualcuno a casa,  puliva e lucidava sul pulito. Le cose sparivano e non si ritrovavano per giorni, sempre con l’idea di far trovare la casa in ordine. Per non parlare poi  di pranzi o cene. Non sapeva mai cosa preparare e la frase storica era: – Questo sugo è venuto proprio male!

Naturalmente non era vero.

Stessa cosa se doveva andare a trovare amici o dal medico. Pensava di non avere vestiti adeguati,  di dover andare dal parrucchiere, insomma spesso penso passasse da asociale, cosa assolutamente non vera.

Anche quando invecchiando era diventata curva, e sempre di più, perchè la colonna vertebrale aveva ceduto al peso degli anni, il suo pensiero era sempre quello, e diceva: -Ma non posso andare, non mi vedo con niente, non mi sta bene niente e poi ormai, anche i capelli sono tutti bianchi e non ce la faccio ad andare dal parrucchiere, non ho fiato.

Io le dicevo che non si doveva preoccupare, andava bene così. Lei rispondeva sempre nello stesso modo:  – Sapessi quanto è brutto invecchiare!!!

Lasciare le cose a posto

La signora – di Nadia Peruzzi

Tutti la chiamavano “la signora” per quel suo atteggiamento altero e distaccato.

Si aggirava in quella casa spoglia di orpelli, essenziale ma viva.

Era una donna anziana quella che la abitava, eppure la casa trasudava energia e vigore da ragazza, non certo una patina polverosa da storia che si avvicinava alla fine.

Il computer di ultima generazione campeggiava sulla scrivania vicina alla finestra.

I raggi del sole che stava per tramontare colpivano sbiechi una pagina fitta di parole.

Lei attenta rileggeva e si commuoveva per ciò che le era venuto in mente di scrivere.

Era un segreto che si era portata con sé in quel lungo viaggio.

Leggeva con pena, tristezza e forse anche un po’ di vergogna per non aver saputo affrontare le cose nel modo giusto.

Era passato troppo tempo per poter rimediare. Le persone che aveva ferito non c’erano più.

Nel cercare di rimettere in fila e dare un senso ai pensieri e alla sua versione della storia, era doveroso che almeno fosse la verità ad essere centrale nel suo racconto.

Sapeva di non avere molto tempo davanti a sé.

Sapeva che avrebbe dovuto provare a rimettere finalmente le cose a posto.

La colpa è di tua madre

Atterrare sul tappeto – di Rossella Gallori

Ci sono giorni in cui dai la colpa a tua madre, di quasi tutto. Ci sono giorni che per fortuna…passano.

Gocce, sempre solo gocce, quelle della placenta di sua madre, erano fiele, ma non l’ avevano avvelenata… nata ugualmente, così, di notte, un po’ di corsa e per poco non era atterrata su quel tappeto dalla frangia sfilacciata, grasso e morbido, privo di una rete antiscivolo…e pensare che negli anni sarebbe servita, non poco.

Ci sono giorni, in cui credi di ricordare il momento in cui sei nata, avverti anche il profumo delle peonie che entrava dalla finestra, l’odore del pane tostato lasciato sul tavolo e le voci  si le voci vecchie ed arrugginite: proprio ora?

….Uno sparo, uno  scatto  e “ploc”  atterri in un mondo, in una casa che sta in piedi solo perché lo vuole, anche se ha le ossa rotte e scricchiolanti e le pillole occupano tutti i comodini delle camere come centrini di macramè; una casa vecchia ed un po’ puttana aperta a tutti…e la sera si cantava e si contava, perché la strada era quella, ed una volta percorsa, si va avanti anche con il semaforo rosso.

Si ricordava, che era nata, il giorno in cui nessuno si era fermato, nemmeno allo stop…nessuno sapeva, lei, lei si…

Compagni

La pipa del compagno – di Roberta Morandi

Erano amici. O forse solo compagni, ma non solo perché si ritrovavano a giocare a tre sette al Circolo dell’Antella. La scusa erano le carte per sparlare del governo e di politica o forse più il contrario?

Fatto sta che da quando lui fiorentino di nascita e figlio di una “intelighenzia” altolocata era arrivato all’Antella in quella colonica dietro il cimitero e si era saputo, come si sanno le cose nei paesi, che era comunista, fu subito ammesso fra i compagni di carte.

La nebbia spessa e acre del fumo di sigaretta e della sua pipa si tagliava col coltello, tanto era spessa in quella stanza da gioco: al tavolo vicino alla finestra rigorosamente chiusa sedevano tutti e tre a giocare e in attesa del quarto: una donna, l’unica ammessa al tavolo, l’unica che poteva competere con le carte col gruppetto, e l’unica che riusciva a tenere testa alle parole irriverenti e spesso vere dell’archeologo contadino come lui amava definirsi.

Le sue mani anchilosate, per l’età ancora giovane, la sua pelle rosolata dal sole di molte estati e primavere, dal vento e dalla terra, tenevano ben salde quelle carte, mentre le sue labbra serravano ben strette la sua memorabile pipa e fra una bestemmia e un’imprecazione al governo in carica, riusciva a declinare tutti i santi in un grandioso rosario dei tempi moderni.

Per lui fermarsi, anche con le parole, significava cancellare tutto quanto, e questo poteva riferirsi alla politica dell’attuale Partito Comunista, alle carte che stava giocando in quel momento, come al suo lavoro.

E fu per quello, il suo lavoro, che non aveva lasciato le cose per bene, quando per un sasso sdruccioloso e le scarpe poco adatte scivolò nel burrone con la sua pipa poco lontano e l’ultima bestemmia morta sulle labbra.

The e biscottini

Terzo tempo – di Tina Conti

Dopo giorni di pioggia, finalmente il sole da dietro i cespugli illuminava l’orto.
Era rimasta in casa con i suoi animali uggiosi e annoiati per tutto il tempo.
Non si era fermata un attimo però, accesa la stufa per allentare l’umido che penetrava nelle  ossa, aveva preso il cassetto delle foto per riordinarlo.
Di tempo ne era occorso tanto, si fermava sulle foto ascoltando le emozioni e dando il via ai ricordi, a volte non riconosceva  i personaggi e avvicinava le foto agli occhiali per esaminare con più attenzione.
Rivedeva le scuole dei vari paesi dove era stata, le colleghe, alcune amate altre nemmeno considerate era per questo che stentava a riconoscerle.
Anche con le nuove tecnologie aveva voluto confrontarsi e ne era fiera, ora aveva questa finestra sul mondo che le faceva tanta compagnia.
Si dispiaceva che quel suo vecchio computer a volte non rispondesse come lei voleva.
Suo figlio invece ne era contento perché così la poteva pensare appisolata  davanti alla stufa e finalmente a riposo.
Tutta la vita era stata attiva, per anni aveva recitato in teatro, posato come modella  negli studi di scultura e poi per quello che sarebbe diventato suo marito.
Da quando si era trasferita in campagna aveva iniziato a fare l’insegnante.
Poi quello schiaffo, lo ricordava ancora con tanta emozione  sente  sempre un pizzico nelle mani e nel cuore.
Era stato necessario, Ada aveva avuto una crisi isterica dopo che l’insegnante di lettere l’aveva umiliata davanti a tutti, nello sgabuzzino, non riusciva a farla smettere di agitarsi, lo schiaffo fu  il rimedio per farla rientrare in classe  e non rendersi ridicola davanti a quella stupida  donna.
Erano diventate amiche, confidenti il tempo era passato ma l’attesa della sua alunna del cuore  la entusiasmava ancora.
Fra poco sarebbe venuta, che casa in disordine! tutti quei libri ammucchiati, ciotole per il cane e il gatto, le foto sparpagliate sul tavolo.
Non si scoraggiò, con mani tremanti, arrancando sulle sue gambe incerte, sposto’ il tavolino rotondo  vicino alla finestra, mise la tovaglia fiorita con lo sfilato e sopra il centrino di pizzo.
Sistemò le tazze da the di porcellana francese e accomodò nel piattino i biscotti al burro, infilando le forbici nel grembiule da lavoro andò in fondo al giardino  dove scelse le dalie più belle e le zinnie luccicanti di pioggia che finirono in un piccolo vaso.
Si sentiva stanca ma felice, andò in bagno, si passò una spolverata di cipria sul viso, si mise il suo rossetto color prugna.
Le mani che erano sempre il suo problema, furono spazzolate  e ripulite dai residui di terra e piante, guardò il cesto della legna bello pieno che Giuseppe aveva  posato sul tappeto vicino alla stufa.
Le scarpe da tempo non le portava volentieri  ma indossò un bel paio di zoccoli foderati di lana dono di suo figlio.
Ultimo vezzo lo scialle di lana di cammello con i ricami di seta, poi, una spruzzata di profumo di violetta. E attese.

….per concludere …Ti racconto una storia – Tiziano

Gli occhi di Tiziano – di Tina Conti

Era saltato giù dal rimorchio in corsa, andando a sbattere contro qualcosa di molto duro, forse il marciapiede di quella strada buia.
Non ne poteva più di quel l’odore di nafta  mista a guano di pollo.
Dopo tanto sbatacchiare, aveva trovato un varco fra quelle gabbie puzzolenti e sacchi di concime.
Erano giorni che non mangiava, si sentiva debole , non capiva il perché di quel gesto.
Era sempre stato trattato bene, anni di attenzione e affetto, poi, ora buttato fuori come un oggetto; non sapeva dove si trovava, in quei luoghi che non gli dicevano niente.
Sentiva un dolore al collo, sul corpo pesavano come una corazza strati di sporco che non poteva togliere.
Doveva conservare tutte le sue energie per trovare un posto sicuro in cui sistemarsi.
Guardando intorno scorse un isolato di case basse e di aspetto gradevole.
Si avvicinò alla prima, fece un giro intorno, passò vicino alla cuccia del cane che era vuota, al casotto degli arnesi tutto malandato e che faceva pensare non utilizzato da anni , non sentiva nessun rumore e neppure odori familiari.
Rimase sospettoso anche guardando una luce che proveniva da una stanza dove il telefono stava squillando. Vide sotto un ponte in lontananza  qualcuno che se la passava peggio di lui.
Il vecchio gobbo e rinsecchito che veniva strattonato e deriso dai pochi passanti  che come ombre  si affrettavano veloci e lo costringevano a farsi ancora più piccolo ogni volta .
Non doveva darsi per vinto, raccolse tutto il coraggio e le poche energie che aveva, si avvicinò alla finestrella dello scantinato da cui  proveniva un odore invitante.
Avrebbe fatto di tutto  per  mettere qualcosa sotto i denti.
Sembrava odore di cipolla rosolata , forse anche bruciacchiata.
Dall’angolo della casa, scorse seduta mollemente una donna, truccata e ben pettinata, avvolta in una coperta rosa e ocra, appariva distante e imbambolata, stranita.
Lo guardo’ con curiosità, lo salutò con la mano, per fortuna non lo accarezzò, avrebbe subito allontanato la mano.
Dietro una porta si sentiva  una voce dura e incarognita, lei rimase immobile, si guardava i sandali luccicanti a quei suoi piedi piccoli e graziosi, qualcuno diverso dal marito glieli aveva regalati.
Si alzò mollemente e andò a friggere in una cucina buia e affumicata quelle
polpette congelate che aveva comprato di ritorno dal circolo delle carte.
Qualcosa toccherà anche a me disse il gatto, cominciando a miagolare in modo suadente; se mi rimetto in forma, tornerò il bel Tiziano che sono stato una volta.

Ti racconto una storia – Stoffa e cielo

La coperta andina – di Laura Galgani

A quella coperta ocra e rosa era molto affezionata; l’aveva comprata per pochi denari in un villaggio andino dove tutto era a colori: i cappelli degli abitanti – piccoli di statura in confronto a lei, così alta e slanciata – le loro sacche portate su una spalla sola, i camicioni lunghi fino alle ginocchia. In quell’autunno buio e ventoso le piaceva rinvoltarsi in quei colori che la riportavano là, a giorni felici, fatti di nebbie aggrappate alle colline, sorrisi, spezie e grida di bimbi.

Il fuoco del camino le faceva compagnia mentre preparava le polpette piccanti, come gliele aveva insegnate Rosalia, in quel villaggio andino. Usava sempre molta cipolla e naturalmente piangeva mentre l’affettava, sottile sottile. Le piaceva guardare quelle belle fette violacee, rosa, bianche, farsi a tratti trasparenti ma poi, inesorabilmente, bruciare ai bordi immerse nell’olio di arachide che sfrigolava tutto intorno. L’odore che emanava dalla padella di rame, che rifletteva i bagliori del camino, la riportava sempre là, fra le casupole di legno affacciate sulle strade polverose del villaggio andino. Per questo le preparava sempre, quando sapeva di dover ricevere quell’amico speciale.

Quando era sola, invece, non le preparava mai. Rosalia glielo aveva detto con tono perentorio, che non lasciava scelta: se le cucini solo per te, la magia svanisce, e la solitudine diventa sempre più grande e insopportabile. E così dicendo le indicava Josè, seduto su uno sgabello in fondo alla via, proprio all’angolo della chiesa, ocra come la terra là intorno, che ogni giorno pareva rinsecchirsi sempre di più. Era condannato alla solitudine per aver cucinato le magiche polpette solo per sé. Da allora, ogni volta che qualcuno lo interpellava, si faceva più piccolo, curvo, rinsecchito, punito per aver cercato soddisfazione solo per sé, invece di farsi dono per il mondo. L’ultimo giorno lo aveva salutato pensando che Josè sarebbe presto scomparso. Da quando era tornata pensava spesso a ciò che l’aveva spinta a partire: quel giardino deserto, vuoto, intorno alla grande casa, nel quale aveva giocato tanto da piccola e i cui alberi erano cresciuti con lei, ora affondato nel silenzio, non lo poteva sopportare. Nemmeno il cane c’era più, la sua cuccia era rimasta vuota, e lui scappato chissà dove. Il capanno degli attrezzi chiuso a chiave, il tetto mezzo divelto. La finestra del primo piano era aperta, si intravedevano i vestiti buttati qua e là, i libri per terra e il letto, disfatto. Il telefono sulla scrivania suonava, incessantemente, ma nessuno rispondeva. Un’angoscia mordace le salì da dentro, a ripensarci. Dopo il terremoto, che non aveva distrutto la casa, nessuno voleva più vivere lì. Delle crepe profonde la solcavano insidiose, non viste. Nemmeno i suoi genitori volevano più tornarci. Chissà se sua madre, adesso, nella casetta prefabbricata, aveva ancora quell’espressione stanca e annuvolata, che apparentemente la dipingeva come vittima di un marito brontolone ed esigente, o se la scossa violenta, arrivata dalle viscere della terra, aveva cambiato qualcosa anche dentro di lei. Ma non lo poteva sapere: l’orgoglio di figlia ribelle e indomita le impediva di fare un passo verso di loro e andare a trovarli

Ti racconto una storia – La felicità del fritto misto

Felicità di fritto misto – di Patrizia Fusi

Sta finendo l’autunno. I ragazzi giocano nell’aria tiepida lungo la  strada davanti alle case del  borgo

Stefania sì è messa di lato, guarda gli altri giocare, quando in lontananza, nella strada polverosa vede arrivare un omino tutto risecchito e con la schiena piegata che per camminare aveva bisogno del bastone. Si chiede chi può essere, non lo aveva mai visto prima d’ora, nel borgo si conoscevano tutti…L’omino passa davanti al gruppo, loro non lo notano sono intenti nei loro giochi, ma Stefania è curiosa, la più curiosa di tutti e lo segue.

Lo vede entrare nel giardino della villa della signora Emma, la portafinestra del salone è aperta, apparentemente sembra che non ci sia nessuno, l’omino entra e sparisce dentro. La bambina guarda incantata: la porta è aperta si vede nel fondo della grande cucina il camino tutto nero con una bella fiamma guizzante rosso vivo, la massaia con la mantellina di lana sulle spalle di tre colori, avana rosa coi bordi marroni (avanzi di altri lavori).

 In un angolo del camino sta cucinando, su dei tre piedi ha un grossa padella sopra tizzoni rossi incandescenti, dalla porta esce un gradevole odore di fritto che fa venire l’acquolina in bocca.

Questo odore fa affiorare alla mente di Stefania il ricordo delle cene che sua mamma preparava, il fritto di patate, pane in pastella, carciofi, animelle accompagnato da insalata di campo condita con aceto e olio.  E dietro quel sogno si perde….