Intrecci

Velluto e macramè – di M.Laura Tripodi

Di lei non v’era traccia, ma era sicuro che fosse lì. Non sapeva come, ma percepiva la sua presenza.

Sentì un movimento quasi impercettibile alle sue spalle. Con il battito del cuore accelerato si voltò di scatto, certo che l’avrebbe vista, ma lei non c’era. Solo, la chioma dell’albero si era appena mossa e le foglie avevano intonato una canzone.

Sentì prepotente il bisogno di accostarsi a quel tronco rugoso, di toccarlo, di farsi raccontare  le storie di tutte le mani che l’avevano sfiorato, di tutto quel tempo che aveva vissuto, di tutte le cose che aveva visto.

Desiderò fortemente entrare in lui, assorbirne la linfa e godere della sua maestosa immobilità.

Chiuse gli occhi e le sue braccia diventarono rami e le sue gambe radici.

Sullo sterrato riecheggiarono passi, come se milioni di sassolini avessero cadenzato il ritmo di una clessidra.

Ma non tenne conto di quella presenza.

Nel suo cuore si era timidamente affacciato il ricordo di un corpetto di macramè sopra una lunga gonna di velluto bianco. Era un pensiero latente che si insinuava nelle sue notti e lo teneva in uno stato di costante dormiveglia.

Non riusciva a levarsela dalla testa.

L’immagine fluttuava dalla prima volta che l’aveva vista passeggiare lungo il mercato a quel giorno che, nascosto dietro una colonna, l’aveva salutata silenziosamente mentre appariva sul sagrato della chiesa con il suo bel vestito bianco di velluto e macramè.

Non riusciva a liberarsi dell’attrazione che quegli occhi nocciola riuscivano ancora ad avere su di lui.

Non fa male la solitudine se non si conosce altro modo di stare al mondo. Ma lui aveva conosciuto la felicità e l’aveva persa.

In mille modi aveva provato a distruggere l’immagine di lei. Se l’era imposta brutta, sudicia e con addosso l’odore sgradevole del sudore. Ma poi, lei tornava in tutto il suo splendore, riempiendogli la testa e svuotandogli il cuore.

In lui si stava consumando la lotta fra la razionalità e l’istinto.

I rami tornarono braccia e le radici si rifecero gambe.

Sullo sterrato riecheggiarono i suoi passi che tornavano verso casa. 

Intrecci

Incontro – di Stefania Bonanni

Di certo nessuno me lo chiederà mai, ma se dovessi parlare di me, mi paragonerei ad una scorza di albero. Rugosa, spaccata, piena di ferite, ma leggera. All’apparenza, quasi un libro con le pagine un po’ aperte. Ma poco scostate, non si legge neanche una parola, da fuori.  Sono un uomo di cui si sa poco, solo perché  a nessuno è mai interessato davvero chiedere . Così,  sono stato solo, tutta la vita. Solo, a guardare un mondo fatto di gente che non sa stare da sola.

Ma non fa male, la solitudine, se non si conosce un altro modo di stare al mondo.

 Eppure tutto finì,  nel momento esatto in cui la vidi. Non riuscii più  a levarmela dalla testa. Dopo che l’avevo vista passare lungo il mercato colmo di merci e gente frettolosa. Lei, l’unica a fermarsi calma e tranquilla ad osservare oggetti, sorridente e s volazzante. Questo fu l’inizio.  Un pensiero indipendente, autonomo, che mi si affacciava nella mente all’improvviso, e mi costringeva a cercarla, ad uscire sperando di incontrarla. Da lì a cominciare a seguirla, il passo fu breve. Indovinai dove abitava, spiai le sue finestre. Vidi l’intimità dei  suoi gesti domestici.  Affaccendata, sporca, sudata, viva, indimenticabile.  Era una calamità. Erano quegli occhi nocciola, così vivaci e pieni di scintille, di gioia e di risate. Erano quelli che mi avevano catturato in un attimo. In me c’era una lotta continua tra razionalità ed istinto. Fra la voglia di abbandonarsi all’immaginazione, e provare la concretezza di agire.

Sentivo la sua presenza, non so come fosse possibile, anche quando di lei non c’era traccia. Presi a consumare il mio tempo davanti a casa sua, nascosto. Sobbalzando ogni volta che sullo sterrato riecheggiavano passi, come se milioni di sassolini avessero cadenzato il ritmo di una clessidra.

Sentivo che il tempo stava per finire.

Riconobbi subito il giorno fatale. Sentii un movimento impercettibile alle mie spalle. Un’ombra cauta che attraversò la strada di corsa e si infilò nel portone della casa di lei. Vidi aprirsi le imposte della sua camera.  Vidi lei. Un attimo. Non la scorderò. Indossava una sottoveste rossa, di pizzo. Intravedo il rosa della sua carne affacciarsi dai ricami. Vidi anche materializzarsi l’ombra alle sue spalle, lei che si girava e gli buttava le braccia al collo. Poi, come un lampo, uno schizzo di sangue si allargò  sul davanzale, e l’ombra fuggì,  con ancora in mano il coltello.

La ripeto da tanti anni, questa storia, ma tutti i testimoni hanno ricordato di avermi visto dietro di lei, al mercato, e per tanti, tanti giorni, a spiare le sue finestre.

Nero gatto

Coccole in nero – di Patrizia Fusi

Sono lenta e un po’ torta, mi sono appena alzata, telefono a mia figlia per sapere se ha ancora la febbre, ecco arriva la gatta, una pantera nera, anche lei un po’ goffa e grassa, quando sono al telefono viene subito sulla scrivania per farsi fare le coccole.

L’accarezzo, lei si rilassa e anche io, piego il mio corpo accanto a lei, mi annusa, la mia posizione la mette a disagio, scivola via, e va sulla poltrona a dondolo che è accanto alla scrivania.

Voglio stare ancora con lei, mi dirigo verso il salotto battendomi le mani sul petto e la chiamo, lei capisce e mi segue, mi siedo sul divano mi copro con un morbido plaid di pile, lei mi sale sopra il petto e inizia a fare i mostaccini e piano piano delle fusa, rimaniamo così per un piccolo tempo, coccolandoci, finché dopo un po’ scende dalla mia pancia e si sdraia sul divano accanto a me.

Rosa cipria

Un pelo, solo un pelo di Rossella Gallori

L’occhio smise di guardare, un nuvola rossastra mi investì, decisi di fingere, sorridendo stropicciai il malcapitato colpito, sperando che tutto finisse in fretta…niente avvenne, anzi,  per simpatia l’occhio non ferito, iniziò a lacrimare, il trucco si sciolse, l’ombretto “terra normanna” costoso e vistoso arrivò lento e copioso lungo le guance.

Lui mi guardava, non sapeva se ridere o gridare, forse voleva fuggire. D’altronde non era stata, per me, una giornata speciale, nell’ordine mi si erano: smagliate le calze, il tacco 12 aveva ceduto sotto il mio peso, l’orlo della gonna, poco prima di uscire, aveva mostrato il peggio di sé, ciondolando come uno scaricafulmini d’ auto d’epoca , per non parlare poi del profumo esploso sulla mia camicetta nuova di pacca di un rosa  cipria, che più cipria non si può.

Era il primo appuntamento, almeno  con lui, ed il fato mi era stato avverso: il tempo , i contrattempi, la scelta del maschio…e quel pelo, quel pelo contro, che cattivo e maligno aveva ucciso un probabile amore.

Non l’ho rivisto, nel vero senso della parola…

Rosso e Nero

Bella ciao – di Carla Faggi

Ho visto la serie di “ La casa di carta”.

Mi sono emozionata a sentire “bella ciao” cantata dalla BRIGATA di rapinatori protagonisti.

La canzone ha dato un senso alla storia e ne ha creato la morale.

Mi ha ricordato mio padre, la sua lotta partigiana, mia madre e l’emancipazione femminile, me stessa con tutte le mie peripezie rivoluzionarie. I ragazzi di oggi, le cosiddette sardine. Siamo tutti abbracciati dalle note di “bella ciao”. E visto che la storia siamo noi, la nostra è stata colorata dalla musica e dalle parole di una splendida canzone.

Rosa

Il diario per finta – di Tina Conti

Nonna, cosa stai scrivendo? Chiede EMMA  rimandata a casa dalla scuola per un mal di pancia
Un diario per finta!
Non mi sembra per finta perché io vedo le parole sul foglio
Scrivo le cose che mi succedono in un giorno, cose buone e meno buone.
Prova a dettarmi le cose tue, buone e non.
Mi sono portata il libro degli animali e ho scelto il cane che voglio!
Mi scappa da vomitare, questo non è  buono!
Domani non vado a scuola, questo proprio mi piace.
Con la nonna ho dipinto tutta la mattina! Questo è  stato divertente.


Emma poi è andata a riposarsi e si è addormentata, mi aveva fatto una confidenza alla quale ho pensato tanto e il giorno dopo ho scritto questo.

E poi?………
Mi domando  cosa ricorderà lei di noi due, del nostro stare insieme, del nostro  rapporto, delle cose fatte insieme, della casa di tutti i giochi, pensati per stare all’aperto, del mio modo sbrigativo e pratico per le cose della vita.
Poi però con loro, i nipoti so anche essere sensibile, accorta.
Ecco che ho scovato un suggerimento per il suo segreto: un sacchettino magico.
I cuginetti  vi hanno curiosato dimostrando interesse e desiderio per averne uno uguale.
Ho promesso che se necessario lo avranno anche loro.
Appena pronto ho consegnato a Emma il sacchetto e sono andata a portarglielo di persona. Era sotto la doccia….
Nonna, mettilo sotto il letto!
Mentre era nell’acqua, ho ricevuto un bacino tutto molle, era sorpresa per quel piccolo regalo pensato tutto per lei.
Mi rimane  però questa domanda…. E poi?
Tutta la nostra energia, il nostro amore, il pensiero, il genio che è in noi?
Noi cosa siamo? Cosa resta, siamo energia che rimane nel tempo , si muove e rimarrà nell’universo?
Sicuramente un diario vero o per finta ci aiuterà

Indaco

CONTROPELO – di Laura Galgani

In questo periodo mi sembra di vivere contropelo. Non è una bella sensazione. Le giornate si ripetono e mi lasciano tutte, alla sera, una sorta di irritazione sulla pelle. Proprio come se qualcuno, o qualcosa, mi avesse accarezzata con mano pesante, andando sempre contropelo: contro i miei desideri, contro le mie possibilità, contro le mie forze, contro il mio modo di sentire, contro la mia fantasia e contro ciò che vorrei fare delle mie energie.

Quando tiro le somme, alla sera, non posso che dirmi che meglio e di più di ciò che ho fatto non avrei potuto fare. Ho risolto mille problemi e ho raggiunto un bel po’ di obiettivi. Ma di chi erano quegli obiettivi e quei problemi? Non certo miei. E’ per questo che mi sento vissuta contropelo.

Lo so che sarebbe arrivato il momento di dire basta, di vivere per il verso del pelo e di volermi bene davvero. Lo so, ma purtroppo la consapevolezza non basta. E non serve neppure fuggire, perché una volta tornata si ricomincerebbe daccapo. E allora rovescio i termini del problema e mi invento una scappatoia, o meglio, una sfida: amare tutto ciò che faccio, in ogni istante, anche se non è mio, anche se non l’ho scelto né desiderato. Anche questo è un modo per prendersi per il verso del pelo. Aspettando un varco che mi consenta il salto nella mia vera vita.

Verde

Dicembre – di Cecilia Trinci

Ho girato l’ultima pagina del calendario. E’ arrivato dicembre, siamo arrivati in fondo anche quest’anno, veloci come razzi. Eppure se avessi davanti un mare come dico io, anche stamani che fa un po’ freddo, me lo masticherei di passi da cima a fondo ascoltando le onde e spingendomi con lo sguardo fin laggiù,, contro l’azzurro  di un dicembre mite. Invece sono qua a girare il calendario, a cercare foto di questo anno particolarmente speciale che sfugge con gli ultimi sgoccioli, a ricordare gli attimi dei miei bambini. E meno male ho scritto tutto nell’agenda e non potrò dimenticare niente di questo anno dispari, rotondo, pieno…..

 Tra poco sarà Natale.

 Mi sembra di aver riposto solo ieri  l’albero dell’anno scorso. Palline, addobbi e lucine di nuovo tra le mani. E’ una nostalgia bella, una malinconia che brilla. Un verde cupo che promette.

Arancio

Contropelo – di Stefania Bonanni

Ti accarezzo sulla testa, ed i capelli morbidi seguono l’indole delle loro onde, la carezza scivola e si arrende sulla fronte morbida.

Molte carezze, tu ti allenti, ti allunghi. Poi inverto il tragitto: dal naso alla sommità della testa, e quei morbidi riccioli, contropelo, si rizzano in una crestina da gallettino di nuova covata.

E ti parlo, e so qual è il verso giusto del pelo, per farmi ascoltare, per farti ridere. Piccolo lupo, già con un bel contropelo.

Nero

Buio assoluto – di M.Laura Tripodi

La villa del ‘400 era immersa nell’oscurità e nella nebbia.

La strada principale, lontana, rimandava echi confusi di auto frettolose.

Sullo sterrato  riecheggiavano passi,  come se milioni di sassolini avessero cadenzato il ritmo di una clessidra.

La luce fioca di lampioni sudici accompagnava sul viottolo un’ombra ingigantita.

Forse una civetta si stava lamentando, chissà dove.

La costruzione apparve all’improvviso, massiccia e poderosa. Tutto intorno era tenebra, ma i cipressi svettavano verso il cielo con le loro sagome scure, ancora più buie del buio.

Solo una luce in quell’immensa facciata.

Sembrava tremolare sollecitata dal calore di un camino acceso.

Quasi  fugace una sagoma si aggirava nella stanza , dolce e inquietante, come una solitudine insufficiente.

Azzurro

Silenzio – di Carla Faggi

C’è un silenzio incredibile. I pensieri sono lenti, molto lenti, non fanno rumore, solo a tratti quando diventano determinati e brevi sembra che sfondino le orecchie. Ma è solo un attimo, poi di nuovo il silenzio, lento.

Attorno alla casa tutto è ovattato, i passi sono come i suoi pensieri, lenti e silenziosi.

I due grandi faggi sembrano sentinelle. Non si muove una foglia, i rami quasi non respirano, ma sono là, tenebrosi e guardinghi.

La casa è grande, negli innumerevoli spazi i suoi passi sembrano sprofondare morbidi. Si muovono incerti, oscillano. I pensieri li guidano, cercano un abbraccio, un silenzioso abbraccio.

Infatti qua solo la gestualità può rompere la quiete, e allora gli si va incontro, attratti, aspirati.

Poi l’abbraccio arriva e con l’abbraccio anche la luce, il respiro, il suono.

È il pianto di un bambino che nasce!

Trasparente

Trasparente – di Simone Bellini

Sbirciò attraverso le finestre in tutto il perimetro della casa, toccando quelle mura gelide e umide della notte.

Niente ! Non la vedeva ! Di lei non v’era traccia, ma era sicuro fosse lì, non sapeva come , ma percepiva la sua presenza.

Le sue mani affondarono nel muro, lo attraversò con tutto il corpo e stanza per stanza la cercò. Seguendo la sua percezione arrivò nella unica illuminata presentandosi difronte a ser Clifford che, frenetico, rovistava nelle cassette della scrivania cercando di cancellare le tracce di sangue in ogni dove.

Oltre la scrivania il corpo di lei !

La sua anima lo chiamava, era lei che lo cercava per colmare la sua solitudine insufficiente.

Bianco

CONTROPELO – di Anna Meli

            Ero molto piccola. Ricordo con piacere l’unico nonno che conosciuto, persona dall’aspetto severo ma con un carattere dolcissimo.

            A quel tempo, faceva venire una volta alla settimana il barbiere a casa perché gli curasse barba e baffi.             Era un’usanza che si ripeteva ogni volta come un rito. Seduto, fermo come una statua di cera, si faceva mettere intorno al collo un grande asciugamano bianco che lo ricopriva quasi totalmente lasciandogli fuori solo la testa rotonda e piccola. Aspettava senza batter ciglio.

            Il barbiere, tale Giulio, gli insaponava ben bene la faccia, affilava il rasoio e, da consumato artista, iniziava il lavoro con cento mosse studiate e veloci. Io piccola e timorosa avevo il terrore di veder apparire alla superficie della schiuma qualche macchia rossa di sangue. Difficilmente accadeva. Per questa remota possibilità il barbiere aveva a sua disposizione una specie di stick che strofinava in quel punto fino al cessare del sangue. Così poteva riprendere il suo lavoro agitando il rasoio….pelo e contropelo, pelo e contropelo, quasi seguendo il tempo di una musica solo a lui conosciuta.

Bianco e nero

Il diario mai scritto – di Rossella Gallori

…ci sono diari che non  ho saputo scrivere…ed altri che non ho voluto…disegnare…

Marzo 1959 forse i primi giorni di marzo…forse gli ultimi…

È  notte, forse per poco ho anche un po’ paura, il babbo è stato portato via dalla “ misericordia vestita di nero” senza sirena…per non svegliare la bambina…La mamma non si è  accorta che son sveglia ma tengo gli occhi chiusi, strizzati a forza …quando  la porta si chiude mi alzo, il corridoio mi sembra interminabile , mi allontano scalza e spettinata anche nel cervello, davanti alla porta sprangata  della nonna, penso : ma come si fa a dormire quando tuo figlio se ne va …e forse non torna…

Cerco un altro rifugio…  trovo solo un piccolo “ porto” è il letto di mio fratello più grande … mi ci infilo…lui sa di Nazionali senza filtro…mi spinge fuori…d’ altronde non ci voglio stare, voglio il profumo delle Turmac… torno nel lettone, vuoto, abbraccio il cuscino che sa di “ lui”  pianto e moccio sono  una unica lacrima, ho voglia di urlare… non lo faccio, mi metto su un fianco , rannicchio le gambe… a babbuino, penso …o a babbino… non lo so.

25 dicembre 1960

Oggi è Natale, lo so bene, l’ albero è miserello ed è già tanto se c’è, sta ritto per l’appunto, la carta di giornale ficcata a forza nell’orcio, che è un portaombrelli, pende un po’, ho fatto colazione da sola, la mamma è a San Luca, questa storia dura da mesi,  pranzo da quelli di sopra, tanto cibo… nel pomeriggio ascolto la radio, adoro le commedie, quelle voci mi fanno compagnia, mi accoccolo sulla poltrona gigante di “pelle  sbucciata”  ritrovo la mia posizione fetale, ho perso il cordone ombelicale, e forse non l’ ho mai avuto….più che a “babbuino” sono a scimmia persa.

Pasqua  1961

Oggi son riuscita a fare diverse cose, nell’ordine: rompere lo specchio della toilette della mamma…tagliare tutti i capelli alla mia bambola preferita…vomitare…piangere… rifugiarmi nel vecchio tappeto polveroso abbandonato in cantina, mi ci sono arrotolata dentro, ho respirato forte, starnutito tanto, trovato il mio albero che non c è , ed abbracciata a quel tronco immaginario sono   diventata una “ babbuina orfana” più orfana che scimmietta.

1964 un giorno che non so

Oggi quando torna la mamma glielo  dico, giuro che glielo dico: basta lavoretti fatti di buio, con quella raphia che ti taglia le mani…la scuola è finita vado io a lavorare fuori….spero di trovarlo più tardi possibile, mi piace stare allo Stibbert a scribacchiare  appallata sull’ erba….

1968 estate

Sono innamorata, in modo più fisico che mentale adoro abbracciarlo, attaccarmi a lui,  non importa se non vedo il suo viso, sento il suo calore e mi basta annuso la sua nuca, siamo un corpo solo…non importa che sia per sempre.

1974 maggio? Si maggio

 Sono 10 anni che lavoro, ho respirato più polvere qui, il cascame, il fioretto, il kapok han riempito il mio naso spero poco i miei polmoni…ripenso al tappeto sudicio della mia infanzia e forse un po’ lo rimpiango, oggi mangio con la mamma siamo due commesse di corsa, una frittata e nel lettone a babbuino, anche solo per 20 minuti, i sottabiti neri  identici, le gambe nude sotto la coperta di piquet  trapuntato che pesa più di un coltrone…ci accomuna la solitudine, i miei fratelli son sposati da tempo …penso:  domani le dico che mi sposo a settembre, così mi levo di torno.

Comunque l’abbraccio, in fondo  non ha fatto una buona vita, forse senza di me le sarebbe andata meglio, forse.

Aprile 1983

Ho sempre mal di stomaco, vomito spesso, non amo più il caffè,  che è sempre stata la mia passione, ho il viso coperto di bolle…qualcuno mi dice: mica sarai incinta? Chi io? Sieeeeee

Fine aprile

Si sono incinta ! Dopo quasi 10 anni non ci pensavo più, saremo in due su questa barca, pardon in  tre, rifletto: sarà un maschio e lo chiamerò Daniele…

Dicembre 1983

È una femmina!  l’ ho chiamata Alice, nelle numerose ecografie mi voltava le spalle….Speriamo non sia per sempre.

Giallo

Farfalle – di Vanna Bigazzi

Nel pomeriggio mi sono incontrata con un’amica da sempre. Scambi interessanti. Confidenze. Incontri che lasciano una traccia particolare: uno di quegli appuntamenti dai quali ne esci sempre un pochino modificata: tante parole ma anche pause in un equilibrio di espressione e silenzio. E’ bello parlare, far crescere qualcosa che possa volare. Quando ci sentiamo chiusi nel nostro bozzolo, può darsi che debba venir fuori una farfalla. Il tormento nasconde sempre una metamorfosi e spesso il linguaggio ha questo potere. Bisogna rinascere, se necessario, per questo cercare l’oblio: dimenticarci del passato, per far riaffiorare le farfalle che esistono in noi.

Rosso

PELO E CONTROPELO ovvero: a ognuno il suo verso – di Elisabetta Brunelleschi

Se mi accarezzi in contropelo

io mi irrito,

ma quando vai per il verso giusto

io mi distendo.

Se ti accarezzo in contropelo

io mi pungo,

ma la mano che segue il tuo verso

ne gode la pace.

Nel tuo verso c’è spesso il silenzio

che cerca riposo.

Nel mio verso ci sono i bisogni

di strade sicure.

Insieme andiamo per onde ribelli

per ore,

per giorni.

Insieme andiamo in lisci velluti

per ore

per giorni.

Sete fruscianti presa avvolgente

sempre cercando

il verso più giusto.

Grigio

CONTROPELO – di Nadia Peruzzi

Ci siamo rivisti in una mattina di neve, di grigio e di nebbia da tagliare a fette.

È bastato un attimo e tutto il non detto, il non risolto è tornato ad alzarsi fra noi come un muro invalicabile.

Sei sempre il solito, non sei cambiato.

Non è mai stato facile vivere con uno che prendeva tutto contropelo.

Qualunque cosa dicessi o facessi, sempre lì a spaccare il capello in quattro con ostinazione, supponenza indisponente, insofferenza verso gli altri, me compresa.

Il contropelo mi va stretto ormai.

L’ho superato .

Mi piacciono le stoffe fru fru e clocloanti.

Cerco leggerezza, emozioni positive. Tu non sapresti proprio dove andare a trovarle.

Sono stata fortunata ad accorgermene in tempo.

Istantanea

Corse tra gli agrumi – di Patrizia Fusi

Il cucciolo corre veloce nella viottola fra gli agrumeti, Marco gli corre dietro facendo finta di prenderlo, gettandogli un legno. Dietro di loro c’è nonno Mario che li segue lentamente, magro e curvo come un chiodo usato, si appoggia al bastone; essere in quel campo con suo nipote e Lampo, vederli giocare insieme, sentire l’aria tiepida che avvolge tutto, odorare il profumo degli agrumi in fiore, gli fa pregustare il piacere del miele che verrà e che già   fa sentire in bocca il suo profumo d’oro.

Stoffe come matite

Raccontarsi avvolti di stoffe – di Laura Galgani

Raccontarsi avvolti di stoffe è un sogno che dura una vita.

Le stoffe ti vestono, ti accarezzano, ti danno una forma e dei colori, parlano di te anche quando non vuoi. Ti descrivono direttamente e indirettamente: come Albertine, a cominciare dalle punte dei suoi capelli, più scure della chioma, come un tessuto sfumato in fondo che fa la gonna vagamente zingaresca, e forse nemmeno le piace granché. Ma tant’è, Albertine è lì, coi suoi tessuti ora lisci ed evanescenti come seta, ora corposi come lana, ora ruvidi come il saio di un frate francescano, ora impalpabili come lo strascico di un abito da sera color grigio perla, morbidissimo. Cosa possono raccontare di lei tutte queste stoffe, se non la sua voglia di sognare, di raccontarsi, di stupire…

Anche la sua maestra di cui conservava con cura un netto ricordo, avrebbe voluto stupire e raccontare con le stoffe come faceva coi gessetti, ma non poteva. Il suo mestiere le imponeva di obbedire alla decenza di un’uniforme prestabilita, decisa dal preside e passivamente indossata da tutte le insegnanti: gonna di flanella blu, camicetta bianca dal colletto tondo, golfino grigio di lana che le dava il pizzicore e fiocchino rosso sotto il colletto. Coi gessetti invece creava meraviglie e chiedeva ai suoi bambini di fare altrettanto con le matite. E allora erano paesaggi, fiori, nuvole, case, vestiti, animali a più non posso, e i volti dei bambini ridenti e soddisfatti. Tanto che a ricreazione molti, in cortile, si lasciavano andare ad una corsa senza meta, così, solo per sentire il proprio corpo gioire del movimento sospinto inconsciamente dalla vita che esplodeva nei colori usati in classe con la maestra e i suoi gessetti. 

Se il Principe non bacia più Cenerentola

Dare forma al vuoto – di Gabriella Crisafulli

Amava camminare da sola nelle stradine isolate, alla ricerca di quelle emozioni che all’improvviso donano il caso e la natura.

Un po’ ingobbita, con la pelle plissettata dall’età, il colorito spento dalle troppe medicine e quel corpo che reggeva a fatica un’andatura regolare, si muoveva con la gioia di godere nuovamente del suo passo.

Non era contenta, no, non lo era, ma si sentiva felice: era entrata nel quarto tempo. Doveva coglierlo come un dato di fatto.

È vero, non faceva una corsa da tanto e la bicicletta era un miraggio forse impossibile, ma fermarsi sarebbe stato come cancellare tutto quanto.

Camminare l’accompagnava verso uno stadio di meditazione sempre più profondo in cui la mente si alleggeriva dei ricordi.

Nel terzo tempo aveva raggiunto la nota più alta del pentagramma: era stato allora che il colpo improvviso l’aveva precipitata a terra.

Cadendo si era trascinato dietro il castello di carte costruito negli anni, vivendo sopra le righe.

Era arrivata lassù grazie a lui: l’aveva presa cenerentola e ne aveva fatto una regina. 

Adesso però si trovava a terra, nel fango e non sentiva suonare i campanelli alle briglie dei cavalli che venivano a portarla via. Non c’era nessuna fata cicciottella e bonaria che trasformava la melma in oro zecchino. Non c’erano i topini solerti e chiacchierini che si davano da fare per aiutarla. Era sola: tentava di rialzarsi ma scivolava. Non sapeva come mettere in equilibrio tutti i pezzi sparsi dentro e fuori di lei. 

Le passava davanti agli occhi il film di quella villa del 500 al cui interno due ordini di arcate incorniciavano il salone centrale. A testa in su, aveva ammirato quella corte, girando a tutto tondo. Le prese l’antica vertigine da cui era stata avvolta e trasportata nel mondo dell’inimmaginabile dove tanti sogni diventavano realtà.

… ma era passata dalla fortezza alla reggia. C’era qualche problema, è vero, nel prima e nel dopo: la vita sociale aveva delle regole e dei cerimoniali di cui non si curavano. Credevano di bastare a sé stessi.

Così la realtà aveva presentato un conto pesante: non serviva più dire “Abra- cadabra”.

Nella melma era e nella melma rimaneva.

Il vento d’autunno che si faceva sentire nella stradina stretta e solitaria, con una folata più forte delle altre si portò via quei pensieri sgorgati dal fardello e si sentì più leggera.

Adesso era arrivato il momento di trovare un’idea che l’aiutasse a coniugare i passaggi della sua storia con quella che era adesso. Le ci voleva uno di quei colpi di genio che le avevano risolto tante situazioni di vita pratica e che adesso doveva servire a dare forma al vuoto.

Sentiva aleggiare intorno la figura di quel ragazzo bello, dalle mele sode, che odorava di sottobosco.

Ma era il momento di tornare nella casa abbandonata a intrecciare scuro e chiaro, lana e seta, morbido e ruvido, … per lasciar andar via in pace il suo amore.