Le tazze di Carla

Il nido e le nostre tazze – di Carla Faggi

Il nido e le tazze, quanta nostalgia.

Chissà se gli uccellini faranno ancora il nido sulla nostra finestra.

Chissà se ci saranno ancora quegli acquerelli bruttini esposti che noi volevamo sostituire con le nostre scritture.

Com’erano buoni i cioccolatini sempre presenti, specialmente quelli di cioccolata bianca che Cecilia non faceva mai mancare.

Così come le sue calde tisane e le sue tazze colorate.

Tazze che erano tutte diverse tra loro; c’era quella lunga, quella più grassa, la più elegante e anche quella più normale.

Io sceglievo quella più colorata, mi sembra di ricordare arancio di ceramica.

Quelle tazze ci accompagnavano nei nostri giochi, nelle letture, nei nostri viaggi nel mondo della magia.

Accoglievano il tempo che Cecilia ci regalava, le emozioni che ci voleva solleticare, il ruzzo dei nostri giochi.

Noi ne bevevamo a boccate piene.

Poi…poi tutto cambiò.

Fu trovato il modo per stare ancora insieme, fu trovato il modo per rivedersi ancora. Nuovi posti, nuovi stimoli, nuovi noi.

Abbiamo comunque bevuto sempre a boccate piene…ma non più da quelle tazze.

…mi mancano…

La tazza di Rossellina

La tazza capolavoro – di Rossella Bonechi

foto di Rossella Bonechi

Hai ragione Michela: una tazza in sé e per sé non è un oggetto qualunque e a riprova di questo pensiero anche stamani l’ho tirata fuori dal mobile dove se ne sta con le altre razze spaiate. Ho anch’io tazze tutte uguali con i loro piattini, impilate a tre a tre per prendere meno posto e far bella mostra di decori e forme, ma a me piacciono di più quelle scompagnate, di diverse altezze e colori. C’è quella a cono tronco verde e arancione con le pecore che sembrano un fumetto, quella bianca elegante con l’iniziale “G” in blu destinata a Giuliano e quella un po’ puerile con l’orsetto e il manico rincollato, quella grande a ciotola dipinta a mano d’azzurro con i pois blu insieme a quella bianca di arcopal con un bel disegno blu stile ricamo.

E poi c’è lei, la decana, quella che ha più anni di me, sbrecciata e diventata ormai giallina; è la superstite di un servito da sei della nonna che negli anni è diventato da cinque poi da tre da due e ora non è più un servito! Ci sono ancora quattro piattini però loro non fanno testo, solo da contorno. Quella tazza da sola mi fa casa, mi ricorda quando facevo colazione con i cugini e la nonna ci versava il latte dal bricco e ci metteva in tavola le fettone di pane. La nonna aveva sempre fretta, a ragione, e non si curava di sbattere tazze e piattini per fare più in fretta. Da allora il rumore delle stoviglie che sbattono tra loro è per me una specie di Madeleine del risveglio mattutino.

Me la sono trasportata di casa in casa, come il guscio per la chiocciola, perché averla ancora mi ricorda che sono stata bambina tra bambini, che qualcuno ha avuto cura di noi con amore, che la nostalgia è pericolosa ma la testimonianza del bene e del bello no, mai. Ora, quando facciamo colazione insieme, è la tazza di Daniele.

Dono inatteso di Stefania

Marzo – di Stefania Bonanni

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Zitto, piove.

Frizza, l’acqua di marzo, sulla pelle fredda schiaffeggiata dal vento della neve vicina.

Frizza sugli alberi pieni di gemme, combattuti dal trattenersi o dall’,esplodere di fiori. Parte di un mondo cambiato, ormai sconosciuto. Era una grande certezza che dopo l’inverno venisse ia primavera. Certezze non ce ne sono più. Lo sanno le mie rondini, arrivate venerdì con le ali piene di chilometri e di muscoli. Pronte per volare nei nostri cieli, per disegnare le nuvole di note musicali, cerchi magici e parole che non sappiamo leggere. Le abbiamo viste arrivare, e poi più. Speriamo siano nel nido al caldo, che c’è la facciano. O dovremmo impedirne la partenza?

Frizza marzo, con quella zeta dolce ma tagliente, sveglia dal letargo. All’inizio dell’inverno, quando non si sa né come sarà, né quanto durerà, si rimanda a marzo tutto quello che non è urgente. Una specie di mantra: a marzo, a marzo..che significa: se ce la faremo, se lo vorremo ancora fare, se ci sveglieremo, se il principe ci bacerà, se, se, se…… Poi passa l’inverno, e non è cambiato nulla, purtroppo e per fortuna…e ci si affida a quel frizzantino che nonostante tutto entra sotto le gonne, come se il sangue diventasse gassato, gassantino, inutile resistere, inutile mettere sempre e solo pantaloni, inutile tagliare quei rami carichi di gemme, rispunteranno, nasceranno nelle orecchie, e saranno capaci di sentire di più, spunteranno tra i capelli,  saranno fantasie colorate e pensieri d’amore. Saremo di nuovo primavera, a marzo.

Incontro del 2 marzo 2023 alla Carrozza 10: il cestino incantato

con Cecilia Trinci

Foto di Lucia Bettoni, Patrizia Fusi, Rossella Gallori e Cecilia Trinci

Il cestino incantato contiene pezzetti di stoffa e pietre da abbinare. Ognuno ne sceglie una coppia.

Moltissime le suggestioni: il sangue di S. Gennaro, il tavolo verde da gioco con le fiches, le farfalle disegnate dai bambini piccoli, cappelli di gnomi, tortellini, caramelle di menta, un nido per mimetizzarsi al sicuro, fiori che respirano, il ciuccio dei bambini o un diamante entrambi simboli d’amore, due foglie gemelle che si rotolano nell’autunno, un anello con copricapo di ortiche, un amore dei diciotto anni, il mare blu nel verde morbido, il Nilo……..

Siamo in attesa delle pubblicazioni complete….

Un passo nel passato e una scintilla del 2016 che ci fece sognare: rileggiamo insieme la tazza di Michela Murgia:

Già in se e per sé una tazza non è un oggetto qualunque, ma una cosa importante. Costa meno ma fa più cose di un vestito. Ci puoi bere, ti scalda le mani, ti tocca le labbra col bordo, suona se la fai cocciare contro un’altra e se ascolti la sua voce ti dice anche cosa c’è di rotto in lei. Può andare in pezzi, questo è vero, ma non sporcarsi. Le tazze, a differenza dei vestiti, tornano sempre perfettamente linde. E poi una tazza non cambia. Se ingrassi o dimagrisci lei non perde niente, ti nutre sempre, continua a esserci. Un vestito invece non ti segue: ha la sua misura e non la cambia per te. Ha il suo modello, ma poi la moda passa. E se il matrimonio somiglia a quel vestito? E se ci entro  e poi a un certo punto mi accorgo che non ci sto più? Un vestito da sposa….non so se lo voglio davvero quel vestito. Tanto spreco per un solo giorno….

(Da Chirù pag 97 di Michela Murgia)