Verde sottobosco

Sfumature di verde – di Nadia Peruzzi


Il verde me lo ero immaginato brillante. Incastonato come smeraldo e immerso fra rocce di ghiaccio a riflettere la sua luce in un caleidoscopio di raggi verdi capaci di arrivare molto oltre il luogo angusto nel quale era contenuto.
Se ne stava affogato in un bicchiere di gin tonic, sotto la canonica fogliolina di menta. Un amore pretenzioso e arrogante che aveva pensato di poter comprare tutto con un regalo costoso era finito .
Avevo visto perfino il gesto sprezzante della ragazza che l’aveva lanciato in quel bicchiere poggiato sul bancone del bar, mentre il bello di turno restava giustamente a bocca aperta per la sorpresa.
Tutto molto glamour e costruito .
Invece. Un nuovo guizzo di verde mi ha portato lontano e molto vicino al tempo stesso.
È bastato che stamattina prima di scendere dalla macchina dessi un’occhiata allo specchietto per controllare di aver messo bene il cappello.
Con la mascherina su, nera come il cappello solo gli occhi erano visibili.
Ho avuto un colpo al cuore. Erano occhi di una donna vecchia, più di me. Gli occhi di mia mamma.
Così mi son tornati in mente i tempi in cui quegli occhi erano verde sottobosco. Occhi di bionda che col sole brillavano e si facevano più chiari.
Ho rivisto la donna decisa, curiosa, intelligente, combattiva che sei stata. In un lampo si sono accese tutte le cose che mi hai insegnato e trasmesso per farmi diventare quella che sono diventata .
Ho rivisto l’ultimo periodo quando man mano i tuoi occhi si erano velati e fatti più opachi volgendo al grigio.
Ho pianto. Con occhi marroni. Sono i miei, ma molto sono tuoi.

Verde bugia

Verde bugia – di Rossella Gallori

foto di Rossella Gallori e Luigi

Cerchiamo di ricostruire la scena, per quanto sia possibile, sessanta anni non sono un giorno, anche se tutto sembra ieri, tutto tatuato sulla pelle, una pelle che non ha più lo stesso odore, lo stesso colore, uno sguardo  diverso, un modo di raccontare gli incubi, come sogni brutti, di riconoscere gli errori degli altri come impotenza, che non è assenza….è solo: ho fatto del mio meglio….come ho potuto.

La giornata non era delle migliori, il vestito della comunione (la mia) non mi piaceva era semplicissimo di San Gallo bianco, le maniche a sbuffo, senza una  galetta, un nastrino di raso, un fiorelluccio, un fiocchino…niente, al collo mi stringeva, o forse no, ma io mi sentivo soffocare. Troppo alta per la mia età, dicevano, senza un cerchietto tra i capelli, io così diversa dalle altre bimbebomboniera.  Anche le scarpe non mi piacevano, le volevo di pelle lucida, con il laccetto alla caviglia, erano opache e lisce come sacchetti per il pane, più che una comunicanda, sembravo un bianco salame…triste.

La mamma era pronta, i miei fratelli al bar, mio padre a Trespiano da un mese, ci avviamo  in chiesa, lei con il suo unico chemisieur  bleu, io con quel coso, che ad ogni passo dovevo sollevare per non cadere, la strada era poca da via Cesare Guasti alla chiesa dell’ Immacolata….è stato il viaggio più brutto e più lungo della mia vita, il mio treno di bimba era in un tunnel, nessun paesaggio, né alberi verdi di foglie, né cieli azzurri….manco un passerottino.

Della cerimonia ricordo poco, suor Maria Pia, con la voce da cornacchia mi disse: non piangere!

Sinceramente da ridere avevo poco, strinsi i denti, non ascoltai nulla….volevo solo che tutto finisse presto…e finì, bene o male finì.

Fu durante il ritorno, che mia madre tirò fuori il pacchettino, lo ricordo ancora: carta velina bianca ed un nastro sottilissimo verde acqua, di raso, un bollino dorato teneva fermo un amore di fiocco.

Te lo ha comprato il babbo, un anellino per te, c’ è lo smeraldino, il babbo sapeva che cosa ti piaceva….

Lo guardai mi sembrò bellissimo, da grande, del verde che volevo, della forma che desideravo, mi sembrava che avesse un odore speciale…lo baciai e fui felice, lo misi subito al dito agitando la mano, nella speranza che qualcuno  lo vedesse, fu l’ unico momento in cui fui contenta di non avere i guantini, come le altre bamberucole , mia madre li aveva macchiati con il suo rossetto per togliere un filo, ed eran rimasti  nella bacinella con il sapone di Marsiglia….

Tornata a casa ritrovai, il solito silenzio, una ciotolina con i confetti, l’ invito dei signori sul pianerottolo mi distolse, anche loro mi avevano regalato un anellino che trovai meno bello del mio, ma accettai sorridendo, mi sentivo una principessa, triste, ma pur sempre principessa.

A buio rimasi sola, indossai la vestaglina  e riguardai il mio anello, come una trottola i pensieri cominciarono a frullare in testa. Ma come aveva potuto comprare quell’ anello il babbo? E dove, se era in ospedale da mesi? E con quali soldi? Pensavo, pensavo  e più pensavo e più la rabbia diventava bile…

La trovai in cucina, mia madre, sul fuoco la caffettiera sbruciacchiata ed un pentolino dove scioglieva gli avanzi dei rossetti della zia per farne uno per se. Sul muro  verde acqua dietro il fornello qualche schizzo di sugo un po’ datato.

L’ aggredii  me lo ricordo ancora, tolsi l’ anello dal dito lo sbatacchia sul tavolo di marmo di uno strano rossorosa e con tutto il fiato che avevo gridai: è una bugia, è una bugia….lo hai comprato te, cattiva, bugiarda….Non lo può aver comprato il babbo.

Versò con calma nell’imbutino di ferro l’ impasto dei rossetti, mise il tutto in frigo….si sedette mi guardò e disse: ho fatto del mio meglio, come ho potuto!

Si rialzò  ed andò a sciacquare  i guantini, che ormai non servivano più…..mentre l’ incubo della cresima avanzava.

Lo abbiamo sempre chiamato, io e lei, l’ anellino della bugia, ignorando lo smeraldino, la sua delicatezza,  quello verde che dava pace, luce, non parlando mai di quel che era costato, in sacrifici, in lacrime…in abbracci mancati…in parole cattive dette da una bimba grande, che non conosceva  altri modi per difendersi, dal mancato amore…

È qui, ogni tanto lo guardo, non ha perso il suo sguardo verde, non è più una bugia è solo un regalo da lassú….

PS: Ma le bugie di che colore sono?

Verde magia……e molto altro

CAPPELLO MANIA, ROSSETTO FOBIA e VERDE MAGIA – di Mirella Calvelli 

        

                         

Uno passa tutta la vita a migliorarsi (pensa), a crescere (pensa) ad uniformarsi….noooooo!!!

L’imperfezione è bellezza, la pazza genialità ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente normali!!    Il Cappellaio Matto

Pensare, questo mi sta bene, questo è adatto a me, questo non è sfrontato.

Il cappello va saputo portare, il rossetto si mette solo se si è “grandi”, se si hanno le labbra adatte, non troppo fini, non troppo carnose. Il verde si indossa ma non con il marrone.. sembri un albero..non con il celeste ..Contadin che si riveste !!

E che c’è di male a sembrare un albero, a me piacciono gli alberi…e quanto al contadino se poverino si riveste vuol dire che ha finito di lavorare…Motti, aneddoti, aforismi, modi di dire, adagi popolari,

chissà?

Ma a me il cappello piace proprio. Non solo d’inverno per il freddo o la pioggia, ma anche d’estate e non sempre per proteggermi dal sole. Non so se lo so portare, ma lo adoro.

Nel paesello dove vivo, chissà perchè evito di indossare questo accessorio.

Forse per quanto sopra detto, il giudizio e l’uniformarsi. Ma forse non importa niente a nessuno è una mia idea errata sicuramente, che mi ha fatto comparire in questo circondario, normale, anonima,

Nella realtà sono tutt’altro, sappiate che ho un colbacco blù che adoro. E un’infinità di cappelli a tesa larga, in feltro, dei borsalini, come amava mia padre e un Fedora come si chiamava mia madre che altro non è che un borsalino al femminile.

Dei  baschi colorati abbinati alle borse e poi  quelli sportivi tipo baseball, panama , bustine , paglia, Colazione da Tiffany, cowboy evvvaiii!! E per finire quelli da lavoro, neri o bianchi , colorati tipo pittore e altissimi per gli eventi speciali.

Se non avessi cercato di uniformarmi e farmi uniformare avrei goduto di questa gioia. Adesso alle porte dei 60 anni me ne infischio e rispolvererò  questi acquisti per troppo tempo oscurati e segregati dalle ante dell’armadio

Il rossetto è un’altra cosa, mi fa stridere i denti, mi indispone, non lo so proprio accettare.

Chissà cosa c’è di arcano dietro questa fobia!! Ho pensato alla mia zia materna così amante del rossetto, tanto che quando è invecchiata ha ampliato la stesura ai denti…roba da brivido!!

Più è acceso e più mi fa venire l’orticaria, più è pastoso e indelebile e più mi si drizzano i capelli.

Il giorno del mio matrimonio vollero contro la mia volontà mettermi il rossetto, dopo avermi truccata ben bene..Nel bagno della villa l’ho immediatamente tolto e il mio sorriso è tornato a splendere.

 Lo odio così tanto che se mi si avvicina qualcuno per baciarmi (questo prima del covid ovvio) tengo almeno 5 cm di distanza onde evitare lo stampo sulle guance.

La mia femminilità è ben evidente e marcata anche senza il rossetto.

Il verde come molti colori si abbina ad un’infinità di aggettivi e nomi che lo identificano. 

Essendo cresciuta con donne dedite al cucito e al ricamo, ho in mente la cartella colori dei bei fili di seta con nomi come Verde mela, verde menta, verde pistacchio, verde petrolio, verde bottiglia, verde smeraldo, verde oliva, seguiti da una sfilza di numeri simili ad un Iban.

Ma il mio verde è magico, dei miei occhi da rospo smeraldino che cangiano a seconda del tempo, dal verde nei momenti di sole al marrone in quelli di nuvolo

Mi piace che i miei occhi siano camaleontici, mi piacciono le persone che sanno adattarsi, si trasformano.

 Il verde è il colore del cambiamento, ha così tante sfumature soprattutto quando si tuffa nel mare.

Brilla come uno smeraldo nelle acque dell’ Oceano Indiano. Avvolge templi e pagode nella Jungla Birmana. Rincorre fiumi lenti e melmosi nella Foresta Pluviale. Crea riparo a volatili colorati con le sue braccia di mangrovie che spuntano come funghi nell’incrocio fra l’acqua dolce e quella salata.

Chiede spesso ausilio al blù per dare il meglio di sé e crea una nuova cartella colori dai nomi complessi. E’ il tocco magico nelle tele di Monet.

Studia i raggi del sole e i manti della luce per diventare ancora più perfetto, irripetibile. Ma si sa l’unione fa la forza e il misto fra verde, blù e le particelle di luce, creano un mondo fantastico magico.

Viviamo in un mondo magico. Chiediamo l’intervento a creature immaginarie che si muovono a loro agio fra questi colori esaltando la loro stranezza e diversità proprio perchè la cornice ne è all’altezza. Il mio segno zodiacale è l’Acquario e quindi un segno d’aria, volitivo, mai uguale, creativo. Mi pennello di tutti i blu e azzurri del mondo, ma ho bisogno del verde e dell’acqua per concretizzarmi.

Nello Zodiaco Cinese sono una Tigre d’Acqua e di nuovo mi rimescolo in questi elementi.

Questi colori mi appartengono, mi vestono, mi ingioiellano. La scelta di monili orbita sempre sul verde e il blu.

Il verde accarezza il mondo.

Il verde accarezza i primi anni della nostra vita.

 Il verde risveglia la natura.

Il verde ci riempe gli occhi fino a farci rilassare.

Il verde spegne le ansie e ci guida al riposo.

Doroty sapeva benissimo dove andava. Incontrò le Streghe buone e le cattive. Ma continuò imperterrita il suo cammino verso la città dello Smeraldo. Si tuffò in quella beatitudine, ascoltò consigli scontati, ma si risvegliò fra le braccia dell’amore.

Le città invisibili di Calvino, sono qualcosa di surreale. Ma hanno vita grazie a nomi di donna e per la maggior parte sono dipinte di verde e di blù.

Anastasia, per esempio, è bagnata da canali concentrici e sorvolata da aquiloni.

Vi si lavora l’agata, il crisopazio e l’onice e altre varietà di calcedonio dove il colore predominante sono le tonalità del verde e dell’azzurro.

L’entrata e il passpartout del mondo della fantasia e della magia sicuramente è dipinto di verde e di blu. Ci si può incamminare nei cunicoli di una grotta oscura e impervia e incontrare una grande polla di acqua verde smeraldo, illuminata dall’alto da un’apertura circolare, come un cinote messicano.

I colori saranno scintillanti se il sole sarà perpendicolare, scuriranno e si faranno intensi non appena si sposterà di qualche grado. Alzando lo sguardo verso l’alto, verrai risucchiato da una forza sconosciuta che ti farà volteggiare come un fuscello. In quello sbalzo le tue palpabre  si chiuderanno e riuscirai a passare attraverso l’iride dei tuoi occhi verde smeraldino, ti guarderai le mani e si sei proprio tu.

Ispirato a Chandra Livia Candiani

Il Lupo slaccerà i ricordi… di Vanna Bigazzi

Foto di LuisValiente da Pixabay

Commento alla Poesia “Allora senti”

Libera il tuo istinto buono, quello vero, il Lupo che c’è in te. Lasciati andare, non importa neanche fidarsi, quando incontrerai le difficoltà del vivere, perché lui avrà il fiuto necessario per fartele affrontare, tu ne trarrai equilibrio. La verità sta dove c’è fusione, adattamento positivo alla realtà, qualunque sia. Devi soltanto aprirti. L’aprirsi, sia pure all’ignoto, è come la luce che ti permette di vedere. Nell’aprirsi sta la “verità originaria”. La solitudine ne è grande alleata, ci permette di osservare la natura, di vedere veramente noi stessi lontani da costrutti razionali, ci permette di riunirci all’Essenza Primaria. Solo così potrai sentire… Il Lupo slaccerà i ricordi, diverranno fiocchi di neve, eterei e quando vi troverete di fronte al vuoto, alto e profondo, saprai anche accarezzare la morte, solo in questo equilibrio potrai sentire

FATTI VIVO

Chandra Livia Candiani

Allora senti
ci sarà un lupo
e sarà bianco
tu sarai bendata
e gli starai in groppa
in piedi
correrete insieme
slacciàti dalla ragione
legittimi alla velocità dell’aria.
Non ci sarà bisogno di fidarsi
avrà fiuto e tu equilibrio.
Dovrai tener caldo alle parole
tenerle in un orto sotto la camicia
a stretto contatto con la pelle.
Bruceranno e graffieranno.
Lasciati bruciare.
Passerete dalle città
non levarti mai la benda
anche quando sentirai chiamare
lusingare invocare resta dritta
in piedi in groppa al lupo.
La memoria è una fabbrica
che non smette mai
fa i turni di notte e non ha festivi.
Il lupo slaccerà i ricordi
uno per uno ne farà
fiocchi di neve.
Il vuoto sarà vasto
e alto e profondo
lo chiamerai carezza.
Allora senti.
Chandra Livia Candiani
Fatti vivo, Einaudi 2017

Verdino

VERDINO LA SPAVENTAPASSERINO – di Sandra Conticini

I bambini erano cresciuti e quell’anno lo spaventapasseri per il campo di mais lo volevano fare loro. Sarebbe stato il primo anno che  nonno Pio non avrebbe fatto il fantoccio per scacciare gli uccelli e quindi cercava tutte le ragioni per dissuaderli dall’ idea perchè, diciamolo francamente, anche lui si divertiva e ritornava un po’ bambino.

I ragazzi presero due pali di legno, li rivestirono di paglia, con una palla rivestita con delle calze verdi fecero la faccia, al posto degli occhi misero due bottoni gialli e per naso una ciliegia. Lo vestirono con una felpa verde bandiera, un paio di pantaloncini verde militare tutti rattoppati e in testa un bel cappello con la tesa verde smeraldo. Fu battezzato Verdino, ma il nonno non era troppo convinto della sua efficacia, visto il colore dei vestiti.

Invece dovette ricredersi, gli uccelli si fermavano tutti sullo spaventapasseri e spesso era così pieno che il verde dei suoi vestiti non si vedeva, ma si sentiva un gran cinguettio che faceva una bella compagnia.

Quando il mais fu tagliato Verdino rimase in mezzo al campo  tutto sciupacchiato, ma qualche uccellino affezionato lo andava a trovare e lui era contento perchè non era solo. Poi vennero i ragazzi e lo tolsero, ma non lo disfecero, anzi lo restaurarono un po’ e lo misero in cucina al calduccio del camino per ritirarlo fuori l’estate prossima.

Occhi verdi

Occhi verdi – di Sandra Conticini

Bello codesto vestito verde con i giri manica e il cannone davanti bordato con piccole borchie. Come mai hai preso codesto colore così sgargiante, visto che dici sempre che il verde non ti sta bene alla faccia? Devo dirti che con quei sandali bianchi e blu con un po’ di tacco, la giacchina blu corta,  stretta in vita, la borsetta di paglia blue, il foulard di seta verde e blu, sei  veramente elegante,  poi guardo quegli occhi verdi e penso che per me sei proprio la mamma più bella del mondo!

Un cappello per ogni stagione

L’uomo col cappello – di Carmela De Pilla

Era ancora giovane e pieno di energia Enzo Zaccagna tanto che si poteva permettere di dormire quattro o cinque ore e lavorarne venti, senza sosta né fatica, così…come fosse normale.

La sua famiglia, profughi fin dal settecento dall’Albania, si era rifugiata in quel piccolo paese della Puglia settentrionale e col tempo, grandi lavoratori quali erano diventarono ricchi  proprietari terrieri.

Celebre avvocato e ultimo discendente, aveva fatto prosperare il suo già inestimabile patrimonio fino a diventare agli inizi del novecento l’uomo più ricco e più colto della Capitanata.

Il suo fisico robusto e ben piazzato nascondeva un animo generoso e altruista abbastanza insolito nell’alta borghesia del tempo, tutti rimanevano stregati dal suo fascino rupestre e allo stesso tempo aristocratico, i suoi folti baffi neri dal riccio finale fatti crescere secondo la moda del momento erano tenuti sempre ben curati con la cera, ma ciò che lo caratterizzava era senza alcun dubbio il cappello, ne aveva uno per ogni occasione e per ogni stagione.

Quello che amava di più era la coppola, di fresco lino d’estate o di lana d’inverno, la metteva quando si recava in campagna dai suoi contadini “Mi sento uno di loro, li capisco di più e loro non mi vedono come il padrone autoritario e prepotente, ma come un compare” diceva quando sua madre gli faceva notare che non poteva presentarsi ai suoi braccianti come uno zappatore qualunque.

Lui non se ne vergognava anzi ne era fiero, me lo ricordo ancora quando lo accompagnavo col calesse alla masseria, si confondeva tra loro con il vestito di velluto a coste marrone e l’ inseparabile coppola, andava nelle stalle per controllare gli animali o discutere sulla semina del grano.

-Buongiorno don Vincenzino, quest’anno dobbiamo festeggiare, ci sarà un buon raccolto!

 Così lo chiamavano, per loro non era il padrone, era affettuosamente Don Vincenzino.

Fu proprio in quella masseria che conobbe Caterina, quasi coetanei e cresciuti insieme fin da ragazzini scorrazzavano spensierati nei campi, ma col tempo le cose cambiarono, lei era diventata una donna dalla bellezza selvaggia e un po’ maliziosa e i lunghi capelli neri volutamente lasciati sciolti mettevano in luce il suo spirito ribelle.

Con la gonnella dai colori sgargianti e il corpetto allacciato ben stretto sembrava una gitana e quel giorno la vide come fosse la prima volta, con la conca in testa e una mano sul fianco camminava scalza sulla terra rossa mettendo in risalto le sue linee morbide e sinuose e, non si sa come, da quel momento la guardò con occhi diversi.

Era amato e rispettato da tutti Don Vincenzino, gioviale e pronto alla battuta con i suoi contadini, serio e impettito  con i suoi amici dell’alta aristocrazia.

Nel grande salone del suo palazzo allestiva feste con gli uomini più ricchi e potenti del territorio per intrecciare nuove amicizie e proficui affari, impeccabile nella sua redingote grigio antracite, la camicia bianca con il colletto ben inamidato e il papillon nero, non mancava naturalmente il cappello che in queste occasioni era il cilindro.

Sotto il caldo afoso delle lunghe giornate estive amava portare il fresco Panama o la Paglietta fatta venire direttamente da Napoli, seduto davanti al caffè Adriatico con i suoi amici spiccava fra tutti per la sua naturale e raffinata eleganza, composta e mai eccessiva.

Ogni volta sembrava diverso, un’altra persona! Ma la cosa straordinaria era che lui stesso si sentiva diverso e si divertiva a giocare, a creare nuovi personaggi che accentuavano ancora di più il suo fascino e la sua popolarità.

Cappelli verdi ….e molto altro

Cappelli in libertà – di Stefania Bonanni

Non è un racconto, e neanche uno scritto, e forse neanche un pensiero costruito con intenzione. Non ha dignità né di fine, né di senso, è  solo quello che vi avrei detto, fossi stata lì con voi in questi due ultimi martedì. La settimana scorsa è stato il pomeriggio del cappello, e vi ho viste belle e divertite, avete passato ore serene, delle quali mi sono arrivate le onde. Mi è  dispiaciuto non esserci, ma ne sono anche un po’ contenta, perché non so se sarei riuscita a non raccontarvi, dei cappelli, un aspetto che non avete preso in considerazione.  L’anno scorso di questi tempi, ero ossessionata dal pensiero che avrei probabilmente dovuto coprirmi la testa,  se mi avessero rasato i capelli per l’operazione. Poi il chirurgo mi ha promesso che avrebbe tentato di non tagliare i capelli, ed è riuscito a mantenere la promessa. Perché a giro ci sono cappelli che coprono teste che hanno perso i capelli. Cappelli al posto di capelli. Cappelli indimenticabili, come quello che Anna provava una mattina nella quale le facevo compagnia, nel periodo in cui si curava. Provava un cappello stretto sulla testa, e quando se lo è tolto, era completamente foderato dai suoi capelli, che, tutti insieme, erano caduti e rimasti attaccati al cappello. Fu uno schiaffo violento, uno shock di dolore e pudore, mi turbo’ in qualche modo aver turbato un’intimità, essere stata testimone di una profanazione. Lei si disse contenta ci fossi, a farle compagnia in questa nascita da uccellino senza piume. Da quel monento, mise la parrucca, senza lamentarsi e con un pizzico di civetteria, che era vita, coraggio, e speranza. Anna è guarita, anche grazie al tempo passato con noi, sono sicura.

Poi una strana considerazione, suscitata dall’argomento cappello. In realtà,  abbiamo sempre la testa coperta. Dall’ombrello, dal tetto delle nostre case, dall’ombrellone che ci ripara dal sole, dal tettino della macchina. Dall’ombra degli alberi. E, quando siamo liberi, all’aperto, sull’erba, sulla sabbia, cullati dalle onde, abbiamo sulla testa, più di noi ed oltre, il più azzurro, evanescente, nuvoloso, stellato,  magico, mistico, inafferrabile e onnipresente, a volte addirittura attraversato da ponti colorati,  compagno della vita. Abbraccio su cui si può contare, pensiero di certezza misteriosa, cielo che copre ed avvolge, come la copertina di lana tenera che si usa per i bambini piccoli. Presente , ma disposto a farsi materia solo per chi ha bisogno di rivolgersi al suo cielo, mai uguale ad ieri, a volte turbolento,  a volte pauroso, ma sempre lì,  per chi ha bisogno, per chi lo guarda con gli occhi rivolti all’insu’. Per chi sogna con le stelle, fa l’amore con la luna, piange con le sue lacrime di pioggia, si lascia imbiancare i capelli dai suoi fiocchi di gelo, si affida al suo vento, lasciando che trasporti baci e voci, per il mondo, e chissa’, forse anche più in su. Un cappello di cielo e magia, tra i piccoli uomini e l’immensità.

Visto che sono a raccontare i pensieri bislacchi nati dal cappello (che fosse di un prestigiatore?), penso che il cappello sia servito per alzarsi più su della massa. Portava il cappello, chi rappresentava l’autorità.  Nel mio paesino di bambina, solo tre persone avevano il cappello, e tutte e tre abbinato a vestiti neri, come se fosse il nero e l’altezza data dal cappello, a dover subito far impressione. Portava una gran tonaca lunga fino ai piedi e svolazzante, il prete, e sulla testa un cappello bombato che somigliava ad un pentolino. Con un po’ po’ di divisa nera con bottoni d’oro e bande rosse, francamente sproporzionata alla delinquenza locale, con tanto di cappello simile alla feluca di Napoleone, ogni tanto faceva mostra di sé il maresciallo dei carabinieri. Ultimo, come l’eccezione che conferma la regola, ultimo vestito di nero e con il cappello con la visiera bordata d’oro, nientepopodinenoche…Corradino, il postino. Che forse, vista la divisa, si considerava un’autorità, come sicuramente avevano grande considerazione del ruolo di rilievo, gli altri due. Avrebbe forse dovuto pensare che, data la statura, se non fosse stato bardato, non sarebbe stato granche’ visibile.

Avevamo un piccolo cane buonissimo, all’epoca, la Tittina, ed evidentemente non si era capito subito che avesse in gran disprezzo i rappresentanti delle istituzioni. Forse incarnava un animo anarchico, fatto sta che ha rincorso solo tre persone, nella vita: naturalmente, il prete, che era il suo preferito, il maresciallo dei carabinieri, e tutti i giorni, Corradino.

Sempre cappelli, perché hanno tutti il cappello, i personaggi del libro di Pinocchio. Ha il cappello Geppetto, ce l’ha il burattino, ha il cappello la fata, hanno altissimi cappelli i carabinieri, ha il cappello il grillo parlante, ed anche l’Omino del paese dei balocchi, e se lo rimettono Pinocchio e Lucignolo per nascondere le orecchie d’asino. Senza aver pretese di analisi , i personaggi che si capisce subito cattivi, non ce l’hanno. Non ce l’ha Mangiafuoco, non ce l’ha il Pescatore, non mi sembra lo abbiano il Gatto e la Volpe. Come dire: non c’è nulla da nascondere, si sa che sono cattivi. Sono pensieri così,  suggestioni.

Poi penserò anche in verde. Ho le pareti verdi, in casa, il bagno piastrellato di verde, maglie, pantaloni, cappotto verde. Il verde sta bene alle more, mi dicevo quell’anno che fu il colore distintivo di una grande casa di moda. Mi comprai un famoso cappotto verde smeraldo che mi piaceva così tanto, che penso sia in assoluto la cosa più cara che ho comprato nella vita e che ora, chissà, potrei riesumare…in realtà nei miei occhi non è mai morto.

La cosa più bella del verde è che si sente spesso dire: “Ma avete visto come è verde,  quel verde? ” come se non bastasse guardarlo, va proprio impresso,  stampato negli occhi. Come se non fosse verde abbastanza,  Come se potesse essere più verde, come se fosse senpre il prato più verde che si sia mai visto,  l’erba più  brillante, quest’anno più dell’anno scorso, di certo meno dell’anno prossimo.Delle piante si magnifica il verde,  Non siamo disposti a tollerare foglie gialle o marroni, eppure vivono delle stagioni,  Come noi, come tutti. Ma noi le vogliamo verdi, brillanti,  lucide, alla fine, vive. E non ci piace quello che pure è vita, delle piante che si disfanno nella  terra, marciscono. Perché è verde, anche il verde marcio.

Verde chakra

Verde chakra – di Laura Galgani

Verde Chakra
La superficie del lago appena increspata dal vento era scura, di un verde cupo, ma rifletteva la falce di luna e le tremolanti stelle dell’Orsa Maggiore che ancora brillavano fra le cime rocciose spolverate di neve primaverile.
Il cielo stava schiarendo, la semioscurità non si stendeva uniforme sul paesaggio: ad est un vago chiarore lasciava presagire l’aurora e le montagne dirimpetto godevano di scintille di luce provenienti da molto
lontano.
Intorno alla riva alti abeti e larici dai freschi germogli formavano un folto mantello a proteggere il sottobosco lieto della presenza di piccole creature palpitanti.
Con passo lento e leggero un essere di rara bellezza lambiva la sponda del lago e con gesti appena accennati salutava quel mondo sfiorando ogni cosa. Accarezzava con la punta delle dita l’erba verde brillante del sottobosco, bagnandosele di rugiada. Al suo tocco il prato smeraldo gioiva e le rispondeva
regalandole il profumo della ricca terra in cui crescevano le sue radici. Sfiorava le cortecce dei tronchi sentendone i nodi e le asperità sotto i polpastrelli. I freschi germogli accesi di luce e di vita le donavano l’aroma amarognolo di resine ambrate. Si chinava ad immergere le dita sottili nell’acqua del lago che già schiariva nel verde brillante della luce rosata da est. E subito dall’acqua le Ondine la salutavano e liberavano il suo cuore da ogni passato dolore.
E quando il vento che preannunciava il sorgere del sole arrivò, facendole volare i capelli dalla fronte, lei si strinse un momento nello scialle di organza e chiuse gli occhi per respirare forte quel soffio di vita. Poi li riaprì, si lasciò abbracciare dal primo raggio di sole che dal fianco della montagna inondava tutto di luce.
Ogni cosa si mise a cantare all’arrivo del sole: l’acqua del lago si rischiarò e i grandi alberi si stagliarono netti sull’opposta riva specchiando il loro verde lucente sulla superficie dell’acqua. Ogni spicchio di prato ondeggiava appena come sotto la carezza di una mano amorevole. Le poche nubi bianche passando sul lago si specchiavano e si tuffavano nel lago diventando di un verde acqua trasparente. Lei si fermò a contemplare il sole fattosi ormai sfera perfetta.
Dal bosco silenzioso una cerva fece capolino. Si voltò a guardare la dolce creatura con occhi grandi che sapevano d’amore. Anche lei la guardò e sentì che tutto era perfetto. Da quel lago, da quel bosco, da quel cerchio reso ancor più perfetto da 12 piccole insenature che sembravano petali, dall’incontro con gli occhi di cerva stava nascendo l’Amore, l’Amore puro, l’Amore che non trattiene né vuole niente per sé, l’Amore che dona, che dà senza sosta, proprio come il sole, senza chiedersi perché…

Bagno nel verde

Rinascita – di Lucia Bettoni

foto e quadro di Lucia Bettoni

Affondo le mani nella terra
cerco il germoglio del risveglio
la forza della rinascita
Assetata di Nuovo
impasto la terra come pane
Farò il bagno nei prati e nei campi
Gocce di rugiada sgorgheranno
da nuove foglie
Il mio cuore saprà di primavera
profumerà di fiori e
avrà il colore verde
della vita che si rinnova


Cappelli in festa

Fantasia di cappelli – di Patrizia Fusi

foto e disegno del cappello di Simone Bellini

Una cascata gioiosa di cappelli, sbarazzini, femminili, colorati, eleganti, affascinanti, fantasiosi, sportivi, di pelliccia, da lavoro, di lana un’esplosione di creatività.

Cappelli che parlano di chi li indossa.

Quando ero giovane io i cappelli non andavano di moda o io non me ne sono accorta, non ne ho sentito la mancanza, l’ambiente che frequentavo non ne sentiva la necessità.

Il cappello di quelli mostrati che mi poteva far sognare era quello disegnato color crema, ma non avrei saputo dove indossarlo, forse solo ad un matrimonio molto elegante.

In un certo periodo alcuni tipi di cappelli femminili sono stati una distinzione di classe sociale.

Verde piumino

Piumino verde – di Patrizia Fusi

Foto di Pezibear da Pixabay

Un gruppo di genitori fuori del cancello della scuola con i propri bambini, due di loro hanno un cane, quasi uguali per taglia e età, i cani giocano con vivacità , i genitori continuano a parlare fra di loro, un cane è legato al guinzaglio, l’altro è libero, si mordicchiano, si abbracciano, si saltano addosso, è una lotta gioiosa, i bambini la seguono con attenzione, partecipano formando due gruppi scegliendo per quale cane tifare… mi colpisce quello che dice un bambino con un piumino verde, incita il cane che aveva scelto di “spezzare le ossa all’altro canino”.

Nessuno dei genitori sente questa frase che lui ripete più volte, mi chiedo il perché di quelle parole così violente nella bocca di una creatura così piccola, dove le avrà sentite, quanta attenzione dobbiamo fare quando parliamo per non trasmettere quella violenza.

Suona la campanella i bambini entrano a scuola, i genitori si disperdono, i due canini seguono gioiosi i loro padroni.

Verde come uno smeraldo

Colorati di speranza – di Nadia Peruzzi

“Era verde. Verde e gravido. Giaceva supino in un mare di giaietto sibilante, come uno smeraldo suppurante nell’oceano dell’universo. Non ospitava la vita. Sulla sua superficie la vita esplodeva, prorompeva, si moltiplicava e prosperava, al di là di ogni possibilità dell’immaginazione. Da un suolo così ricco che quasi viveva anch’esso, un magma verdeggiante sgorgava per inondare la terra. Ed era verde. Oh, era di un verde così vivo da avere una nicchia tutta sua nella gamma dell’impossibile: un verde invadente, onnipresente, onnipotente. Il mondo di un dio clorofillaceo”.
(Alan Dean Foster)

Non ho mai visto la giungla da vicino, ma se devo pensarla,  la penso così, come lo scrittore descrive questa apoteosi di verde che entra in tutte le cose, le avviluppa, le invade, le sopraffà, le imprigiona.

Mi fa pensare a templi di antiche civiltà che col passare dei secoli sono state conquistate da alberi e da una vegetazione lussureggiante, che ha avuto la meglio su tutto il resto lasciando scoperte, nel migliore dei casi, solo le sommità.

Sollecita un sogno che vorrei si traducesse in realtà. Vorrei un giorno, vagare in un bosco di orchidee, circondata dalle loro foglie carnose e da fiori di ogni colore, anche scontando l’umidità che si fa goccia e cascata, e si insinua pervasiva in quella foresta pluviale, scivolando dolcemente e instancabilmente sulle foglie, lungo i tronchi degli alberi fino ad entrare in ogni anfratto, con un piglio quasi inesorabile. La immagino mentre si fa nebbiolina per effetto del calore, mentre i raggi del sole vi si insinuano quasi come lame, per ingentilirsi e mutarsi poi in fili dorati che lungo il percorso fanno sfavillare le mille tonalità di tutti quei verdi, talora cupi e austeri, per regalare  gocce di smeraldi anche più rilucenti delle gemme vere.

Un mondo verde in cui perdersi, senza scomparire, per ritrovare sé stessi e per rinascere nuovi di zecca, colorati solo di speranza.

Nadia 18 aprile 2018

Incontro virtuale – 9 febbraio 2021

con Cecilia Trinci

Immersi nel verde abbiamo condiviso oggetti da mostrare e pensieri in verde.

Verde speranza o rinnovamento il verde è apparso come colore positivo, rilassante, fresco: il verde della natura e dei paesaggi, il verde di vestiti amati, di gioielli cari, di sciarpe e stoffe molto portabili e portate effettivamente.

Il verde della natura ha prevalso, ma non è mancato il verde cittadino degli arredi o delle piastrelle, il verde dei quadri, il verde dei fiaschi di antica memoria.

E’ apparso il verde del the, del pesto, delle zuppe, ma anche il verde dell’olio e del suo odore “verde” che pervade prepotente quando si lavora e quando esce dalle cannelline appena franto.

E’ apparso il verde della scatola del borotalco come verdi erano le gioiose scatole di metallo antiche.

E’ apparso il verde brillante del chakra del cuore che è amore profondo e puro.

E’ apparso il verde dei prati, della natura, della libertà, il verde del biliardo che non mancava mai nei locali dove gli uomini si riunivano per giocare e stare insieme.

E il verde particolare dei nostri paesaggi che secondo Tina ci hanno dato questa particolare sensibilità italiana per il colore e le sfumature, anche nell‘arte, perché tanti sono i verdi che ci circondano e fanno da sfondo alle nostre emozioni.

Il verde ha la potenza di ricreare, rigenerare, e con questa prospettiva ci avviamo a ripensarlo.

Un amore di cappello

Un amore di cappello – di Simone Bellini

– Tanti auguri amore mio ! – disse porgendomi un pacco viola a righe verdi e gialle! (Solo per questo abbinamento lo avrei volato dalla finestra senza nemmeno aprirlo . Non l’ho fatto perché era solo da tre mesi che ci frequentavamo .)

– Aprilo! Su aprilo, che aspetti !?- disse con occhi ridenti ed un sorriso che arrivava fino agli orecchi, mostrando l’orrendo apparecchio per correggere la bizzarra postura dei suoi denti.

Aprii il pacco con la curiosità di scoprire quali fossero i suoi gusti nei miei confronti ( essendo un amore acerbo non ci conoscevamo ancora a fondo). Nel scoperchiarlo il mio sguardo si pietrificò !

– Un cappellooo per il mio amoreeee !!! – disse battendo le mani .

Ci vollero un paio di minuti per riprendermi dallo shock !

– Che c’è caro, non ti piace ?  -…….Silenzio imbarazzante…..-  Non ti ho mai visto con un cappello, così ho pensato che ti mancasse, insomma, che fosse una buona idea…… originale !!! –

– Ma se non li porto un motivo ci sarà, nooo ! –dissi cercando di controllarmi, mentre il sangue mi ribolliva nel cervello. – Io li odio i cappelli, li perdo sempre, mi piace avere il capo libero, al sole, al vento, alla pioggia pure !- ormai avevo preso il via, il tono della voce diventava sempre più alto e minaccioso – Di questo colore poi….. VERDE !!! Un Borsalino, che di per se è un bel cappello, di colore VERDE SMERALDO guarnito con un gro-grè BIANCO, ci manca solo la tesa rossa per potermelo mettere  il quattro Novembre!!!! –

Ora era lei a guardarmi impietrita a bocca aperta !

– Mi dispiace cara, ma questo mi fa capire che io e te siamo incompatibili. Basta, fra noi è finita !!! – le dissi affondandole il cappello sul capo fino agli occhi.

Il campo verde

Eppure eravamo felici – di Cecilia Trinci

foto di Cecilia Trinci acquarello di Tina Conti

Quando mi occupavo di sport sostenevo spesso che gli obiettivi non hanno un valore particolare di per sé, ma lo hanno per la strada che ci spingono a percorrere. Quando accompagnavo i miei atleti alle gare la cosa più bella erano i giorni di allenamento, le motivazioni che trovavo per noi, la squadra che insieme voleva raggiungere un traguardo. Dicevo sempre “chiunque di voi avrà successo lo avrà non solo per se stesso ma per tutti noi, per il nostro impegno, per la bandiera che insieme portiamo”. Erano belli i giorni di battaglia, di ricerca dei limiti per superarli, il sentirsi migliori di come credevamo di essere tutti quanti. Poi veniva la gara, ma quanto era secondaria! Le foto conservate sono delle gare è vero, ma guardandole anche nel ricordo prendono vita le giornate di allenamento, di fatica, di risate, di complicità. E i viaggi per arrivare ai luoghi, il treno con le cuccette dove nessuno ha dormito per andare a Parigi, l’aereo di cui qualcuno aveva paura per andare a Birmingham e l’autista ubriaco che ha tentato di ucciderci tutti sull’autostrada per portarci all’albergo……E i personaggi strani come la “nonna Abelarda” dei primi meeting, con cui in poche ore, però, si diventava amici speciali.

Risate e risate sono quelle che si ricordano. Risate da star male per un nulla.

 Ma anche  combattere  fino all’ultima freccia e   il coraggio di litigare in una lingua straniera per affermare un nostro principio, per avere giustizia. E ottenerla. Eppure siamo stati felici. Sembra strano pensarci oggi, sotto questa cappa di pensieri funesti, sotto questa coperta di piombo che ci rallenta il pensiero, il progetto, il sogno.

Eppure siamo stati felici.

E anche oggi che racconto storie e le faccio raccontare il percorso è più importante dell’obiettivo. Per preparare una giornata di incontro, per pubblicare racconti rovisto nelle cartelle di fotografie. Matite 2013….Matite 2015….Matite 2017 e 18 e 19……. rivedo foto e vedo occhi, espressioni….eppure contano a volte anche più delle parole, delle storie.

Eppure eravamo felici.

Quante strade abbiamo percorso. E quanto verde abbiamo visto.

Non guardavamo dove puntare, non guardavamo l’arrivo ma il viaggio, i prati verdi, le case, gli alberi, i nostri visi….invecchiavamo insieme senza saperlo, senza volerlo……Ridendo.

Un pensiero sui cappelli

di Cecilia Trinci

Vi ringrazio dello scoppiettio dei vostri cappelli, di come vi siete preparate, mostrate, messe in gioco. Parlo al femminile perché le donne hanno giocato di più, ci hanno creduto, si sono esposte. Come sempre con gioia e coraggio leggero. Grazie dei pensieri che ne sono venuti fuori, alcuni solo detti quel giorno e non scritti, ma che comunque si sono rivelati….

Berretto

Il berretto – di Tina Conti

Non usciva mai senza, sarà perché i capelli erano pochi e perché invecchiando si sentiva consolato da quel caldo copricapo.

Ne aveva uno per la festa e uno per il lavoro, quello da lavoro era spesso ricoperto di polvere di legno, piume di piccione, fili d’erba.

A seconda della giornata e dei lavori  che aveva da fare nel suo  orto\magazzino rientrava con il marchio sulla testa, croce e delizia della mamma che lo bloccava sulla porta di casa per dargli una spolveratina.

Gli ultimi anni, eroicamente vissuti provvedendo a se stesso e donando ancora amore e sostegno ai  nipoti e figli, aveva anche un berrettino da notte .

Nei ricoveri in ospedale esibiva con orgoglio il suo berrettino da notte non curandosi delle risatine, e delle considerazioni del personale e delle infermiere che con fare materno lo  prendevano un po’ in giro.

Ricordandolo, mi è venuto in mente il berrettino bianco che viene messo in ospedale ai bambini appena nati, caldo, tenero, protettivo, come quello del nonno.

Verde smeraldo

“Nonostante gli occhiali verdi, i cinque rimasero ugualmente abbagliati dallo splendore della Città di Smeraldo. Case e palazzi erano di marmo verde incrostato di smeraldi. Di marmo verde erano i marciapiedi e tra un lastrone e l’altro spuntavano altri smeraldi. Le finestre avevano vetri verdi e perfino il cielo e i raggi del sole erano dello stesso colore.”

Questo è ciò che vedono appena arrivati alla CITTA’ DI SMERALDO i protagonisti del romanzo per bambini “Il Meraviglioso Mago di Oz”, scritto da Frank L. Baum, pubblicato nel 1900, che narra le avventure di Dorothy, una ragazzina del Kansas, rapita con il suo cane da un tornado e trasportata in un mondo fantastico. Viaggerà in compagnia di tre personaggi meravigliosi: lo Spaventapasseri, che vuole un cervello, il Boscaiolo di latta che vuole un cuore, e il Leone che vuole il coraggio. Insieme dovranno trovare la Città di Smeraldo e il suo portentoso Mago. Ci riusciranno ma la vera magia la farà la Strega Buona del Sud che insegnerà a Doroty il prodigio delle Scarpette d’argento con queste parole……..

[…] “possono portarti in qualsiasi posto del mondo in soli tre passi e ogni passo avrà la durata di un battito di ciglia. Non devi far altro che battere tre volte i tacchi e comandare alle scarpe di portarti ovunque tu voglia”.

Dorothy seguirà le indicazioni  e dopo diverse peripezie, finalmente, con il suo cane, si ritroverà a casa, stretta fra le braccia della zia Em!

Ma torniamo al nostro VERDE SMERALDO.

Il verde del nuovo, del fresco, della menta, dell’acerbo, delle olive, del pesto, della Liguria, dei prati, dei boschi, dei laghi di montagna, dei parchi,

dell'”essere al verde” e della povertà, dei campi di calcio, di tennis, di golf, delle pietre dure, dei tesori dei pirati, della giada…

Il cappello copriteiera

Copriteiera o cappello? – di Rossella Gallori

Il cappello marron glacé  era il meno brutto della produzione di mia madre, ne ha creati diversi negli ultimi anni di lucidità, con quell’ uncinetto che amava ma, che, a parer mio, non partoriva  neonati bellissimi…. coperte pesanti  fatte di piccoli morsi di lana grossa dai mille colori, poco calde ed ingombranti… grassi fazzoletti accogligatti che all’epoca non c’ erano e…cappelli, cappelli per me, che amavo il classico Borsalino da uomo o i colbacchi di pelliccia….copricapo coloratissimi  mai della misura giusta, dalle forme desuete: a pentola, a vaso da notte, a orfanella, a preservativo gigante, colori ignoranti, sfacciati, nei casi migliori sembravano dei copri teiera…

Spesso li perdevo, volutamente o casualmente, mi cadevano dalle mani, mi abbandonavano senza nemmeno dirmi ciao, poco apprezzati,  poco amati….cercavano altre vite.

 Stessa sorte  l‘ha avuta il cappello color castagna…ricordo bene l’ ultima volta che l’ho indossato, faceva freddo, molto freddo, la giornata si era annunciata noiosa, monotona, quella telefonata: esci?!?, improvvisa mi aveva  sorpresa più malandata del solito, capelli  scarmigliati senza garbo, vestagliuccia ciancicata, uscire o non uscire, amletico dilemma…

Fu così che in pochi minuti mi preparai, un po’ sfavata  come sempre mi ritrovai, con cappotto/ sciarpa/ guanti di fronte  ad una scatola di impietosi cappelli, dalla quale cadde lui, lui il copriteiera, l’ ultimo gioiello della collezione  di mammà… mi scelse e ed io stranamente, non lo rifiutati.

Confesso che mi sentii subito protetta da lui, ero sola come sempre, ma serena, forte, vera come non mai, ero protetta dalle schegge che spesso non riuscivo a schivare, dal mio non essere mai tutta me, camminavano in tre lungo l’ Arno, amicizia lei, cuorscontento io, ed il magico cappello poco distante da grandi occhiali scuri, dal bavero alzato, dalla sciarpa strangolante…

Guardavamo l’ Arno di là, come un quadro, il caffè e le parole incorniciavano un pomeriggio senza fronzoli…incontrammo gente, io perfino sorrisi, nello scoprire che altri erano amici di miei amici…..in una Firenze così piccola da stare in un cuore…

Ci furono le foto, con un sole che aveva voglia di andare a dormire, ed ancora non era nemmeno ora di cena, foto da ragazzine sotto un ponte, che in altri momenti mi avrebbe fatto paura, ma quel pomeriggio noi tre eravamo invincibili…”moschettieri  su i greto”  ed il vento arrossava le guance, un racconto nella testa, qualche confidenza, una poesia strappata in tasca e quelle istantanee che forse eran tre o quattro…ma ne è rimasta solo una, graffiata dal vento….Non si è persa lei, come il mio povero cappello, come qualche sogno infranto, è rimasta lì testimone di un giorno che  ricordo, del fiume di casa, di un caffè nemmeno speciale, di una me così serena, che non conosco, non riconosco…di quattro piedi, in marcia…

Si quella ero io, sono io……