Lo Spaventapasseri resuscitato

Il guardiano del grano – di Carmela De Pilla

Foto di Vien Hoang da Pixabay

Era tutto pronto per la giornata del martedì grasso, già una settimana prima Piero aveva preso dalla cantina lo spaventapasseri, imbronciato per essere stato buttato  in mezzo a mille cianfrusaglie, per lungo tempo dimenticato da tutti.

Era da ringiovanire un po’ così si mise in un angolo del porticato e incominciò il trattamento, prima di tutto lo imbottì di paglia fresca poi gli abbottonò la camicia a quadri gialli e rossi e gli tirò su i pantaloni stretti in vita da una corda, due grandi tappi di sughero dipinti di rosso li mise al posto degli occhi e la bocca ricavata dalla buccia di una zucca la cucì sul viso con il fil di ferro.

Un vecchio cappello di panno verde e un fucile di legno a tracolla completavano l’ opera, si allontanò per osservarlo meglio e soddisfatto  disse a suo nipote Tommaso   – Con quegli occhi di brace e il fucile farà buona guardia al grano, quest’anno tra merli, passeri, gazzelle e cinghiali non ci si salva, sono sicuro che farà il suo dovere!!!

Dovevano preparare ancora i lunghi pennacchi per la “Carbonchiata” e Tommaso che non perdeva di vista nonno Piero lo guardava incuriosito e incantato e si dette un gran da fare, dovevano essere almeno una decina così presero dieci lunghi pali, fecero delle fascine di paglia e rami e li legarono all’estremità, dovevano essere folti perché il fuoco durasse a lungo.

Nella fattoria c’era un gran fermento per il grande evento, Piero portò lo spaventapasseri in mezzo al campo di grano già abbastanza alto e lussureggiante e lo piantò ben saldo, doveva resistere alle piogge primaverili e al vento mentre le donne preparavano al canto del camino gli spiedini per l’arrosto della sera.

Per lo spaventapasseri che tutti chiamavano Grassone era una giornata memorabile quella, finalmente era ritornato in vita, aveva ritrovato se stesso e con il petto in fuori e il suo smisurato pancione si dava grandi arie di “Guardiano del grano”

Ecco giunto il grande momento,  verso l’imbrunire tutti, donne, uomini, ragazzi e bambini si ritrovarono nel campo, erano tanti, almeno una ventina, i ragazzi facevano a gara per portare i lunghi pennacchi, se ne vantavano, voleva dire che stavano diventando grandi mentre gli uomini accendevano le ciocche di paglia.

Come per incanto il cielo s’illuminò, lingue di fuoco danzavano nell’aria tra nuvole di fumo e intorno si spandeva un’atmosfera di mistero e di allegria, tutti applaudivano e all’unisono incominciarono a cantare a squarciagola

“ Carbonchio, carbonchio il grano lascia stare  in quest’ultima sera di carnevale….”

Era importante per loro ripetere tutti gli anni questo rito che si tramandava dalla notte dei tempi, il fuoco, amico da sempre, li rassicurava e li aiutava a sperare che il grano non venisse attaccato dal carbonchio, malattia letale che distruggeva intere coltivazioni e vanificava il duro lavoro di un anno.

Camminavano in fila indiana lungo tutto il perimetro del campo urlando e cantando, c’era anche chi accompagnava con la fisarmonica e fra loro si creava un desiderio di pace e fraternità che li univa ancora di più.

Quando le fiaccole stavano per esaurirsi gli uomini con lunghi coltelli staccavano con un colpo secco i pennacchi dal palo e li lanciavano più in alto che potevano, dieci palle di fuoco si scagliarono nel buio ritornando a terra ormai esauste.

Ci fu un attimo di silenzio interrotto dalla voce di Tommaso che urlò “Grassone, ora tocca a te, sei tu il guardiano del grano! “

Grassone se ne stava lì, aveva seguito con passione la lunga sfilata e aveva sentito la voce del bambino, si riempì di orgoglio per essere utile a quella piccola comunità, era felice della vita ritrovata e gli piaceva credere che quella festa fosse dedicata anche alla sua rinascita.

Il coraggio dell’acquarello

SMERALDINA – di Tina Conti

Ringraziamo Tina per questa pagina che ci permette di incontrare Pedro Cano

“A SMERALDINA, CITTA’ ACQUATICA, UN RETICOLO DI CANALI E UN RETICOLO DI STRADE SI SOVRAPPONGONO E S’INTERSECANO. PER ANDARE  DA UN POSTO ALL’ALTRO HAI SEMPRE LA SCELTA  TRA IL PERCORSO TERRESTRE E QUELLO IN BARCA..E POICHÉ  LA LINEA  PIU BREVE  TRA DUE PUNTI A SMERALDINA NON E’ UNA RETTA  MA UNO ZIG ZAG CHE SI RAMIFICA IN TORTUOSE  VARIANTI,LE VIE CHE S’APRONO A OGNI PASSANTE NON SONO SOLTANTO DUE  MA MOLTE, E ANCORA AUMENTANO PER CHI ALTERNA TRAGHETTI IN BARCA E TRASBORDI ALL’ASCIUTTO.”

foto di Tina Conti

Pedro Cano  a Roma esponeva una serie dei suoi magici acquarelli.

Grandi formati, colori caldi e freddi ,trasparenze, contrasti, immagini da indovinare e altre svelate.

Era il 1984, Italo Calvino si presentò all’esposizione attratto da un’opera raffigurata nel volantino con immagini di ortaggi.

Arrivo’ prima che iniziassero a presentarsi i visitatori, accompagnato da una signora con gli occhi color del mare Chichita,la moglie. Pedro, emozionato e affascinato non trovava parole per dialogare.

Le trovarono Calvino e sua moglie che in spagnolo e italiano con “un’intrigante cadenza argentina” lasciarono un ricordo indelebile  nel pittore.

Chichita rincontrò Pedro  nell’89, il marito era morto, ma aveva completato “Le città invisibili “e dono’ una copia della prima edizione suggerendo di provare a  trarre ispirazione leggendo le parole del testo.

Il libro accompagno’ Pedro per molti anni, le parole lo affascinavano ma faticava a trasferire in immagini quelle suggestioni.

Racconta  di aver visitato ISIDORA; DIOMIRA; DOROTEA; “percorrere questi luoghi attraverso lo scritto  di Calvino e dar loro colore e forma è stato una delle più intense avventure  della mia vita”

Stregata dalla pittura di Cano lo sono stata anche io, prima visitando in una galleria fiorentina  le sue opere, poi, nel 2005, viaggiando nel  mondo fantastico descritto da Calvino e illustrato da Pedro nella nostra bella città. A palazzo Vecchio.

“Non c’è luogo più pertinente di Firenze per esporre i fogli dove Pedro Cano ha 

illustrato le  le CITTA INVISIBILI di Italo Calvino..Perché Firenze avrebbe potuto essere una  di quelle.” Così Antonio Natali presenta il lavoro del pittore.

Visitata la mostra, incantata e emozionata, stupita per quella tecnica  calda, trasparente, sognata, ho chiesto a questo giovane , bello, cordiale e sorridente uomo una dedica sul catalogo, la conservo con affetto e stima, cercando di carpire qualche segreto da queste forme così intriganti e fantastiche.

Due uomini fantastici, che insieme ci fanno sognare. Grazie PEDRO grazie ITALO.

Lo Spaventatasti

LO SPAVENTATASTI di Simone Bellini

Foto di b1-foto da Pixabay

Un Bar. Un bar di periferia. Un bar come tanti, un po’ trasandato, in una stradina anonima, quattro tavoli per accogliere i soliti quattro amici o poco più, un mazzo di carte, i soliti argomenti, le solite ordinazioni, nuvolette di fumo degli accaniti giocatori (in barba alle disposizioni ), un arredamento minimo, senza mai un cambiamento. Da quando Armando aveva comprato il locale, tutto era rimasto come lo aveva lasciato il vecchio proprietario, compreso quel pianoforte verticale che nessuno aveva mai sentito suonare.

Le giornate passavano tutte uguali, fra le solite battute sarcastiche degli amici, che comunque gli garantivano un incasso minimo per portare avanti la sua attività.

– Ehi Armando, da quando hai assunto uno spaventapasseri per il bar ! –

Davanti al grande vetro si era fermato un tizio secco allampanato, alto almeno un metro e novanta, con un volto scavato dalla fame ( si direbbe). Un cappellaccio di paglia dal quale spuntavano ciuffi di capelli di un biondo ormai antico. Indossava un trench avana che aveva conosciuto tempi migliori, sopra dei pantaloni di tela marrone che largheggiavano su quelle gambe ossute ed una camicia a quadri. Uno spaventapasseri in carne e ossa ! Era lì fermo da quasi dieci minuti con lo sguardo fisso all’interno del Bar.

– Senti amico – disse Armando uscendo – o entri o te ne vai, mi stai allontanando la clientela con il tuo aspetto trasandato. –

Traballò un po’ , poi entrò puntando deciso verso il pianoforte. Si soffermò sfiorando la polvere che vi si era depositata con un gesto di rispetto, quasi mistico, poi alzò il coperchio della tastiera lentamente con un’emozione che gli riempiva gli occhi.

– Ehi sai suonare ?-

Non rispose,  preso com’era ad osservare quel reperto musicale, mentre le sue dita simulavano una melodia sfiorando i tasti. Ne toccò qualcuno, forse per capire se l’ accordatura aveva retto al tempo, ne uscirono delle note scollegate e stonate.

Armando e i suoi amici si scambiarono sguardi di scherno.

– Ora il nostro amico Spaventatasti ci delizierà  con Mozart, Beethoven e quant’altro di meglio ! – disse facendo scoppiare una risata generale.

Non riuscì a finire la frase che, dopo averle scrocchiate, le sue mani si avventarono sulla tastiera dando vita ad un turbinio di note, di emozioni, alimentate da un virtuosismo magico. Tutti restarono a bocca aperta e occhi spalancati, increduli di ciò che stavano ascoltando.

Era un fiume di note in piena che inondava tutti gli avventori che, attratti da quelle melodie, stavano man mano riempiendo l’ angusto locale.

Armando, euforico, stava impazzendo nella foga di prendere nuove ordinazioni dei clienti, sistemati con dei tavolini improvvisati, mentre scroscianti applausi salutavano la fine di ogni esibizione.

– Ehi Spaventatasti, puoi tornare qui anche tutte le sere se vuoi suonare. Per te ci sarà sempre un posto per bere e mangiare!

Lo spaventapasseri da orto

LO SPAVENTA PASSERI – di Anna Meli

            Nonno Pietro era un vecchietto arzillo proprietario di un grande orto vicino casa mia. Coltivava di tutto: patate, fagioli, piselli, insalatine e anche fiori come zinnie e dalie ecc..Guardare quel pezzo di terra era una gioia per gli occhi. Al confine dell’orto c’era un grande cipresso che ospitava in gran numero di passerotti che erano la sua disperazione ma forse anche il suo gioco.

            Tutti gli anni costruiva uno spaventapasseri in sostituzione del precedente che non stava più ritto in modo che l’orto non rimaneva mai sguarnito in qualsiasi momento dell’anno. Non so se prendesse per modello se stesso perché se lo faceva molto somigliante. Procedeva così: due pali incrociati ad ics saldamente legati con un rametto di salice costituivano lo scheletro, poi un sacco di iuta riempito di paglia per il corpo dal quale fuoriuscivano le gambe divaricate e ben piantate a terra con su dei vecchi pantaloni stracciati e le braccia infilate in una camicia a quadracci rossi e neri il tutto completato dalla testa rotonda come una palla infilata in un cappellaccio sbertucciato a coprire occhi inesistenti; un fazzoletto blu al collo, che non c’era, e un grembiule anch’esso blu come quello in uso ai contadini  completavano il tutto.

            I passerotti non ci facevano più caso, ormai faceva parte dell’insieme e continuavano a saltellare ora sulla testa, ora sulle braccia alla ricerca di qualche semino di grano rimasto nella paglia e cinguettavano a più non posso. Pietro allora faceva capolino dal capanno in cui si attardava di solito in faccende e, uscendo con una canna in mano gli scacciava con mille versacci mescolati a “porchemarianne”. Era un gioco? Probabilmente sì. Noi ragazzi che giocavamo in uno spazio lì vicino si scoppiava dal ridere e lui se la prendeva anche con noi.

            Allo scender della sera Pietro usciva dal suo capanno per tornare a casa, andava vicino al suo spaventapasseri, gli risistemava il cappellaccio come si fa con un bimbo e proseguiva lentamente. Era il suo modo di rimboccargli le coperte prima di dormire.             Ho sempre pensato che quella sua creatura o meglio creazione lo facesse sentire meno solo visto che era molto in là con gli anni

Il ritorno degli spaventapasseri

Disegnati da Simone Bellini nel 2013

ispirati a:

Spaventapasseri 22/10/2013

Simone: uno spaventapasseri grasso, con un bersaglio per frecce come pancia, con arco e frecce per braccia, allegro e musicale

Elisa: uno spaventapasseri barocco, vestito d’argento e lustrini, in movimento, cigolante, con civette finte sulle mani

Sandra: uno spaventapasseri sereno, all’aria aperta, che non fa niente, in compagnia degli uccellini, biondo, alto, ridente…..con un po’ dei miei capelli rossi…

Patrizia: uno spaventapasseri buffo, allegro, con la faccia tonda e un cappello a cilindro nero

Ema: uno spaventapasseri infelice, con un compito ingrato che non ha scelto, bloccato in un campo che non gli appartiene.

Franca: uno spaventapasseri che atterrisce, l’uomo nero con un mantello nero e una maschera sul volto, che appare sempre di fronte anche quando insegue.

Mimma: uno spaventapasseri protetto dal freddo, pieno di paglia fino a scoppiare, con una sciarpa perché non abbia freddo, non bellissimo ma colorato

Stefania: uno spaventapasseri in casa, sulla pietra del camino, come una nonna capace di ascoltare sempre, con un vestito a fiorellini e la crocchia in una reticella

Laura: uno spaventapasseri vestito da lavoro, con abiti consunti ma dignitosi, che possa spargere semi di condivisione, come i semi del grano

Donatella: il ricordo della mamma, la sua sciarpa e il pensiero dei suoi ultimi anni vissuti insieme

Roberto: il direttore di banca senza anima,vestito grigio e bombetta nera, bastoncino in mano per camminare o per colpire: quello che si rischia di diventare.

Spaventapasseri in giardino

Mio, il mio spaventapasseri – di Rossella Gallori

foto, interpretazione e disegno di Lucia Bettoni

Un agremano dorato? No meglio un gallone,  la giacchettina di velluto rosso fuoco è così  bordata alla perfezione, sotto un gilet di broccato avorio, la camicia di un pizzo macramè delicato, cela un collo rigido, di legno prezioso, intagliato. I pantaloncini riempiti dal nulla,  di velluto nero liscio…oh no ti manca il cappello,  a nascondere lo sguardo un basco piccolo di feltro grigio, una piccola penna azzurra punta verso il cielo…..Mio come sei bello!!

Ti pianterò in giardino, nascosto tra le rose, non ti espongo, non ti ho fatto la bocca, non devi parlar con nessuno, anche gli occhi  ho dimenticato, son rimasti nei miei, il nasino piccolo a patata, ti farà riconoscere il mio profumo sempre, alle mani  guanti di pelle bianca, le dita larghe ben imbottite, come ali corte e solide, il palmo rivolto verso l’alto….un piccolo portatabacco appeso alla cintura, ma non fumare MIO lo sai, ti fa male…

Aspetterò il primo giorno di primavera ed insieme sceglieremo il posto, qui no? Qui forse? Un posto riparato, allora avevo ragione, tra le rose rosse…lo sapevo…abbiamo gli stessi gusti.

 È notte, dal buio di camera mia ti osservo, sei solo in mezzo a quel praticello, che campo non è, sento che vorresti dirmi qualcosa, mi pento sai, Mio, di non averti fatto la bocca, non importava una mezza luna, bastava un cuoricino, quel tanto per parlarmi, per sorridere, respirare…il vento di un maggio tiepido  ti muove appena il capo, non ti ho fatto occhi, era per difenderti, dalle cose brutte, da quello che avrei voluto nasconderti, non so se è stata una buona idea, lascio tutto a metà, mi perdo nei particolari, dimenticando le cose importanti…. Importanti come questi tre o quattro uccelli che ti saltellano intorno, sbeffeggiandoti, sento il loro gracchiare, in un battito d’ ali stupido ed inutile, come il beccar foglie di rose alla faccia tua che non ti puoi muovere, ridono di te, che sembri un damerino d’altri tempi: ti manca solo la cipria sul nasooooo , sibila il merlotordo.

Mi alza di colpo, no, non ti lascio lì, Mio mio, mi vesto in fretta, indosso la vecchia camicia a quadri, la parrucca rossa, una cravatta brutta, trucco malamente il mio viso stanco, il cappellaccio lo recupero tra i rifiuti in partenza, guanti gialli di gomma, pantaloni a righe di chissà chi, transitato e morto da tempo….metterò anche una coda, ho saggina, nel sottotetto…ecco sono pronta, sono MIA la spaventapasseri…

foto e spaventapasseri di Rossella Gallori

Ti sollevo dal tuo incarico, ti sostituisco,  bercio ai poveri pennuti, che scappan più per accondiscendere che per paura…ma chi spaventa più uccelli?  Ma chi tiene alla larga intrusi voraci?

Ti porto in casa, Mio, al riparo da tutto e tutti, ti spolvero un po’, ti disegno occhi  e bocca e ritorno al mio posto, mentre la notte si fa un po’ più buia ed io piantata in terra, con un’unica  gamba di legno, resisto e guardo il cielo… e quella luna che non mi è mai sembrata tanto grande….

Amici immaginari

Amici immaginari – di Vanna Bigazzi


Sono una modalità ideativa e creativa della mente alla quale si deve considerazione e rispetto.
Possono essere bambolotti, oggetti morbidi per i più piccoli, amici ideali con i quali si condividono giochi e confidenze per i più grandicelli. Se si protraggono ulteriormente, amici con i quali si possono scambiare opinioni e confidenze. Una specie di alter-ego positivo. Non necessariamente sono compensazioni di bambini soli, più spesso sono frutto di fervide fantasie che aiutano lo sviluppo cognitivo. In genere sono amici segreti, molto fidati che ci conoscono più di ogni altra persona. Sono specchio di emozioni legate all’amicizia e per dirla con Freud: “una via regia” verso la socializzazione. Spesso sono un mezzo che serve al bambino per adattarsi al mondo difficile degli adulti. Per quanto mi riguarda, ricordo di aver avuto amici immaginari nell’infanzia, sporadicamente nell’adolescenza. Non erano persone ma animali che correvano liberi in una
natura incontaminata di verdi radure o boschi folti percorsi da acque cristalline. Non ho mai analizzato il perché di queste mie fantasie, presumo un bisogno di quiete, di concentrazione su me stessa e di rifugio da situazioni conflittuali, in genere molto sentite dai bambini. Situazioni che non lasciano lo spazio e la libertà necessari ad una mente fanciulla, per esprimersi e far galoppare la
fantasia. Potrebbero, più semplicemente, anche essere state nostalgie per la campagna dove solitamente andavo a trascorrere i mesi estivi. Auguro a tutti di aver avuto compagni immaginari meravigliosi, che siano stati di aiuto alla propria crescita e verso i quali abbiano potuto provare un sentimento puro e disinteressato, utile ad acquisire e sviluppare la futura capacità di amare.

Un documento unico

foto di
Mirella Calvelli

Mirella Calvelli ha approfondito le sue ricerche ed ha scoperto che la lettera attribuita giorni fa a sua nonna, era in realtà una lettera della sorella della bisnonna indirizzata a lei in un momento di dolore. La lettera è del 1921 e in essa si parla della malattia che poi porterà alla morte la sorella, la cosìdetta SPAGNOLA. Altri familiari comuni erano morti in quei giorni per la stessa causa. La bisnonna sopravviverà e avrà ancora tempo per la vita, ma il parallelismo con i fatti che oggi ci angosciano e l’apparente casualità del ritrovamento, rimangono un fatto misterioso e di notevole intensità emotiva. Abbiamo l’occasione, grazie a Mirella, di ricordare quel disastro e quelle persone che allora non ce la fecero…..e trovare comunque un segnale di speranza.

Traduzione

Sorella Carissima

Firenze, 14.11.1921

La tua lettera giuntami ieri l’altro ha destato in me un profondo dolore.

Mi prevedevo però che qualche cosa di nuovo fosse accaduto, non avendo ricevuto da te nessuna notizia , dal giorno che venisti a trovarmi.

Ha dovuto subire un dispiacere, che purtroppo ,(… )   indimenticabile.

Triste il morire, moltopiù lasciare i figli e la moglie che (… )  ha dovuto godersi la loro felicità.

Il destino infame vuole così, e la rassegnazione è ben triste per la famiglia che ha colpita.

Coraggio però qualche buona persona penserà anche alla situazione e del mantenimento della moglie devota e per la innocente creatura che in così tenera età ha dovuto perdere il padre, senza avere i di lui esempi e i di lui baci.

Potevi star ben tu, ed invece  una catena  è venuta a disturbare.

Speriamo però che per l’avvenire tu possa vivere tranquilla, all’amore del tuo caro consorte, cognate e cognati e sopratutto della tua suocera, che dici di aver ritrovata una madre.

Ho piacere che tutti ti vogliano bene e tu medesima a fare il tuo dovere per sapertelo sempre più prevalere.

Anche tu, sei già sistemata e non hai che il pensiero alla famiglia.

Le condizioni mie sono eguali di quando mi lasciasti, nessun miglioramento ho sempre temperatura abbastanza alta che mi tiene molto inquieta.

La stagione anche in cui ci troviamo è rigida quindi influisce ancor più nella nostra mal ferma salute, che una guarigione non lo spero oramai è troppo tempo…..

Carolina, l’autrice, e la sorella, la bisnonna Assunta

A proposito di cucina, di amore e ….di Jorge Amado

Dona Flor e i rimedi contro il mal d’amore

Jorge Amado resta nel cuore per il suo “Dona Flor e i suoi due mariti”, pubblicato nel 1966. Lui stesso dirà che il fatto che il giovane marito di Dona Flor, morto improvvisamente per Carnevale, appaia un giorno nel letto di lei, richiamato dal suo desiderio, è un fatto che è accaduto a Baia e che Amado si limita a raccontare senza cercare spiegazioni.

Magia, amore, cucina si mescolano in questo libro carico di colori e suoni perché Dona Flor, dopo la morte di Vadinho, continua ad amare il primo marito, amerà il secondo e nel mezzo, per cercare consolazione e vita, apre una scuola di cucina in casa sua…….

Spaventapasseri felice

Lo Spaventapasseri felice – di Patrizia Fusi

Una leggera brezza mattutina fa muovere tutto quello che c’è intorno:  le rosse ciliegie fanno capolino muovendosi tra le foglie verdi, il grano si muove dolcemente facendo apparire i papaveri rossi, l’azzurro dei fiordalisi in quella distesa dorata pronta per la raccolta. Anche lo spaventapasseri sente i mille  profumi frizzanti di terra e di tutte le erbe e fiori della campagna che con  l’umidità della notte si sprigionano nell’aria…. Sente che ne è ristorato e anche per lui inizia un nuovo giorno dopo la serenità della notte trascorsa dove si è lasciato andare a tutto quello che lo circondava e questo  non lo ha fatto sentire solo: il canto dei grilli,il fruscio della vita notturna, il volo degli uccelli rapaci,  in lontananza l’ abbaiare dei cani, segno di vita, il cielo luminoso e bellissimo pieno di piccole stelle, la luna piena splendente che fa luce su tutto. Ora inizia un nuovo giorno di lavoro per lui: deve far paura agli uccellini per  allontanarli dalle succose ciliegie lui è stato creato e messo lì per questo, ma a lui non piace far paura quegli animaletti così graziosi che gli svolazzano intorno e gli fanno compagnia; si è fatto conoscere dagli uccellini e loro gli passano sulle grandi braccia aperte senza più paura gli raccontano quello che fanno durante il giorno… Lui è contento e non gli importa se mangiano le ciliegie! da quando ha fatto amicizia con loro è uno spaventapasseri felice

Dal passato: sei anni fa

Girellando nel web, una scrittura di sei anni fa, il 18 febbraio 2015

La cravatta – di Rossella Gallori

Foto di Mira Cosic da Pixabay

Camminavamo piano per ritardare il nostro rientro  casa, eravamo in tre: lui, io e la nostra straordinaria capacità di stare insieme; la sua grande mano, le sue dita forti ed  ahimè, ingiallite dalla nicotina, mi stringevano così forte, che ancor oggi ne avverto il calore.

Le nostre giornate erano lunghe ma mai faticose, partivamo all’alba: lui,il suo profumo, le sue Turmac, la sua valigia di pelle pesante  e la sua bambina con la borraccetta di plastica rossa

Chiudevamo in fretta la porta di casa , salutavamo  la mamma, lui con un bacio ed io con un frettoloso “ ciao “  che non mi so ancora perdonare.

Un’ultima occhiata al campionario “i nostri cencini “… e via per la Toscana

Il rappresentante e la bambina per parafrasare una canzone di Ron.

Spesso entravo anche io nei piccoli laboratori, nelle fabbrichette,  altre volte lo aspettavo fuori in macchina … spesso per ore.. ma per magia non avevo né freddo né caldo né fame né sete ..e mai che mi fosse scappata la pipì; continuavo a parlare con lui anche quando non c’era, gli facevo domande e ricevevo risposte.

Lui  era un acuto osservatore di persone ….di sguardi …di sensazioni e lo aveva insegnato a me, la sua unica eredità .

Ci fermavamo a mangiare dove capitava: una fetta di berlingozzo, un neccio, un panino con la salsiccia, qualche ricciarello a volte i suoi clienti ci invitavano a casa,  un piatto caldo …..non so se questo mi piaceva; troppa gente intorno, ma spesso ci guardavamo: occhi uguali, il labbro superiore appena accennato da peli ondulati che si differenziavano dai miei solo nel colore. Lui la mia matrioska per sempre….Non ci volevamo dimenticare e ci siamo riusciti.

Poi se la stagione lo permetteva fermava la  1100 grigia vicino ad uno spazio verde  stendeva  il plaid scozzese per terra e li “ si ragionava “  come diceva lui ..Strano ripensandoci non abbiamo mai fatto progetti per il futuro; non mi ha insegnato ad essere felice senza di lui, ma non gliene faccio una colpa.

Se faceva freddo ci fermavamo per un caffè , in qualche barretto di campagna, un caffè in due…me ne lasciava un po’ nella grossa tazzina, un sapore come quello non lo sentirò mai più ed è giusto che sia così.

Cresciuta al profumo del Tabacco d’Harar al fumo delle Turmac  ed al sapore del caffè….

Calcolare il rientro era difficile ..ma forse poco ce ne importava; eravamo felici di fare tardi.. insieme
Ma il segnale c’ era, forte e chiaro sempre lo stesso ma mai monotono, capivo immediatamente che la giornata di lavoro era finita: toglieva la cravatta la avvolgeva lentamente intorno alle dita e infilava sempre  nella tasca destra, slacciava il primo bottone della camicia  azzurra; ha sempre avuto camicie celesti e cravatte sul bleu: pois, righe, piccoli quadretti, ma sempre  ed inesorabilmente bleu.

Speravo che “ loro” avessero già mangiato. E so che anche lui se lo augurava; trovavamo nascosta tra 2 piatti la nostra cena freddina ma buona e comunque solo per noi, una grossa fetta di pane: tu la mollica io la crosta…… dicevi  e giù risate, non  ho saputo più ridere così.

La mamma in silenzio ci guardava.. ..non ho mai capito se era gelosa di quel sentimento troppo forte, ma era stanca ..la casa, il lavoro, i figli, una vita che non meritava, ma era ”inutile piangere sulla Mezuzah” diceva quasi ridendo.

Chissà se hai portato in cielo le tue cravatte, i nostri cencini , le nostre canzoni inventate, il ragionare…..il mio non andare a scuola  ed il tuo insegnarmi cosa serve nella vita: dicevi cuore solo cuore cuore …….

Lo spaventapasseri in nero

Racconto interrotto – di Luca Di Volo

“Era una notte buia e tempestosa”….che grandioso inizio per un affascinante romanzo ..Oddìo..forse non troppo originale..

Ma lui quell’incipit lo aveva sempre, come dire..?! Stregato..sì..la parola giusta..: stregato. Incantato, sedotto.. Gli sembrava una degna apertura di un sipario su scene infinite ma tutte immense, evocative..e tenebrose ..quel tanto che bastava per accendere il lettore ..

Peccato però che quella sera, dopo il “tempestosa”, al nostro scrittore non fosse riuscito aggiungere nemmeno una parola…

Si vede che qualcosa gli aveva bloccato il software dei suoi neuroni…un virus?! Ma l’aveva installato un antivirus adatto..?!

Cercò di smettere di pensare fesserie e di concentrarsi sul racconto..che, tra l’altro, doveva consegnare all’editore non più tardi di mezzogiorno….e lui era ancora a “Caro amico..”

Inutile stare a rovinarsi le meningi…per distrarsi si alzò per andare alla finestra.

A quell’epoca i nuovi palazzi abitativi  confinavano ancora con i campi dell’aperta campagna, e molti erano coltivati, se non altro per avere ortaggi freschi…Come quel piccolo podere di proprietà del suo vicino di casa, con quel buffo spaventapasseri in mezzo…Buffo…insomma..mica tanto..Già, nel quartiere (ma un po’ anche in città ), quel fantoccio era il terminale di una leggenda nera arrivata fresca fresca dal più profondo Medioevo..

Pochi sapevano (ma era storicamente vero) che in quella zona..forse proprio nei pressi di quel modesto podere, fino alla fine del diciottesimo secolo (e oltre) si trovava il tristemente famoso “Prato della Giustizia”..un eufemismo per il luogo dove erano eretti vari patiboli e venivano eseguite le sentenze capitali…che non erano come ce le hanno fatte immaginare nei film..un colpo e via..No no..a quei tempi era spettacolo comune lo squartamento dei condannati..l’esibizione di budella messe sul fuoco mentre il disgraziato era ancora vivo..Tutte cose che i cronisti dell’epoca preferivano tacere…e che gli storici moderni hanno poi ricavato scavando negli archivi processuali…

Insomma..Ma cosa aveva a che vedere con questi orrori quella figura sbilenca al chiaro di Luna..?!

Le spiegazioni erano tante..fra tutte però ce n’era una che sembrava abbastanza plausibile…Sembra infatti che, al cessare della pena di morte, (in epoca relativamente recente), la pietà popolare avesse eretto una rozza croce di legno in memoria dei poveri condannati e anche per esorcizzare gli orrori di cui quel luogo era stato testimone…

Col passare del tempo poi..i ricordi si erano affievoliti..nonostante che quei dintorni avessero sempre mantenuto una specie di aura sinistra..tanto che non era raro vedere qualche vecchietta che passando davanti si facesse il segno della croce..

E anche la rozza croce si era trasformata..ed era stata degradata a sostegno di qualche straccio..divenendo così un volgarissimo spaventapasseri…Che, per la verità, il suo mestiere di “spaventare” lo faceva benissimo..

Tutte leggende e superstizioni?!…Forse..fatto sta però che da quel posto tutti se ne tenevano un po’ alla larga…tranne che il proprietario..già…il suo vicino di casa…che anzi coltivava quel pezzetto di terra con grande cura, deridendo con sarcasmo quei creduloni dei suoi concittadini.

Mah..forse aveva ragione lui…

Si sedette di nuovo al computer..sempre davanti  a quell’incipit..Però questa volta gli sembrò di poter andare oltre…dunque….”Era una notte buia e tempestosa…tratta dall’oscurità profonda dalla violenta luce dei fulmini che si susseguivano senza posa, una carrozza nera, trainata al galoppo da quattro cavalli neri come l’Inferno….”Sosta…ma che ne sapeva lui di che colore era l’Inferno?! Boh…tanto non lo sapevano nemmeno i suoi lettori..Allora vada per il nero…sì..poteva andare..

Proprio in quell’istante di incoraggiamento percepì una gran tramestio…botte, schianti..e, alla fine..un lungo urlo straziante..interrotto bruscamente..E senza dubbio proveniva dall’appartamento accanto al suo…cioè dal proprietario di quello strano arnese in forma di spaventapasseri nel suo orticello..

Non poteva far finta di nulla…Aprì la porta e senza esitare bussò alla porta del suo dirimpettaio..

Dovette aspettare un bel po’ prima che uno stridente rumore di catenacci gli rivelasse che qualcuno aveva sentito e sulla soglia si manifestasse l’imponente sagoma del suo vicino…

In controluce, con l’illuminazione da dietro,  sembrava ancora di più somigliare all’orco delle fiabe…non era colpa sua, ma madre natura con lui era stata davvero matrigna..Alto quasi due metri…testa piccola…capelli a ciuffo sul cranio puntuto..torace a barile..pancia extralarge..gambe lunghe ma sottili..E la voce non era da meno…

“Beh..che c’è.?!!”.Un rimbombo amplificato dal corridoio deserto..

“Mi scusi..ho sentito un grido..sembrava da lei..forse qualcuno si sente male..?! Forse potrei essere d’aiuto…”

Una voce acuta..di donna..dall’interno..”Ermanno…chi è a quest’ora..?!”

La vociaccia divenne lievemente più dolce…un miscuglio terribile..”Niente niente ..solo un rompic…ehm..il nostro vicino..dormi dormi”..e a lui : ”No..va tutto bene..”

“Ah…mi scusi per averla dist…” Gli rispose il tonfo dell’uscio che si chiudeva..

Ritornò in casa..si rimise a sedere..e stette lì..in silenzio..senza pensare a nulla…tanto meno al racconto..

Dopo una buona mezz’ora di assenza dall’esistenza..sentì il bisogno di guardare ancora un po’ il mondo di fuori..

Si riaffacciò alla finestra….aspettandosi il solito panorama spettrale…Un’ombra furtiva gli sembrò entrare nell’orto di fronte..

Ohè…che succedeva..?! Un ladro?!..Ma che c’era da rubare lì..al massimo qualche zucchina…e poi bisognava tener conto delle leggende popolari…Tutto molto strano..e lo divenne ancor di più quando l’ombra si rivelò essere, inconfondibile.., quella del suo vicino..

Ma che ci faceva..di notte..al buio. ..in un orto che poi era il suo..?!

Sentì uno strano pizzicore alla nuca..gli succedeva sempre nei momenti di tensione…

Guardò meglio..l’omone stava armeggiando proprio alla base dello spaventapasseri..miseramente divelto e sdraiato a terra….Però…un bel coraggio..E doveva aver trovato qualcosa di grosso…una..una..valigia?! Sembrava..e molto pesante, anche…visto che l’omone barcollava nel portarla..Ma ce la fece..aprì il bagagliaio del suo camioncino e la buttò dentro con ultimo sforzo…

Poi si appoggiò alla carrozzeria per riprendere fiato…

Fu in quel momento che un’altra ombra..più sottile…anch’essa con una valigia..traversò la strada, raggiungendolo…girò intorno al camioncino, aprì la portiera..ed entrò, mettendo la valigia nei sedili posteriori..

L’omone dette un ultimo sguardo intorno con circospezione….e il nostro scrittore si tirò istintivamente dietro la finestra…sapeva che non poteva vederlo, ma, terrorizzato com’era..non si sa mai…

Udì il rumore soffocato del motore che si allontanava..poi..più nulla..silenzio..solo il povero spaventapasseri atterrato..muto testimone di …già..di che cosa..?!

Riaprì la porta di casa e si affacciò di nuovo nel corridoio…

Oddìo…cos’era quella cosa vischiosa..brunastra..che si insinuava dalla fessura in basso di quella porta…spargendosi per il corridoio vuoto..?!

Non ci voleva grande immaginazione per capirlo..

Non potè far altro che telefonare alla Polizia….

E mentre le sirene si avvicinavano ululando nella notte..si rimise davanti al computer..

Dunque…”Era una notte buia e tempestosa….”Cancellò il resto che gli sembrava banale…

Sarebbe rimasto un bel racconto incompiuto…

Lo spaventapasseri gentile

La battaglia di Guerrino – di Gigliola Franceschini

Da generazioni la famiglia Guerrini coltivava quel podere di ottima terra, in una posizione favorevole e Guerrino aveva avuto l’idea di provare in uno dei migliori campi un prodotto nuovo che avrebbe portato altri guadagni. Aveva seminato e ben presto erano affiorati i primi germogli, tanti, un prato verde. Ma una grande quantita’ di passeri  ed altri uccelli di piccola taglia avevano fatto mambassa delle tenere piantine. Doveva fare qualcosa per proteggere quella produzione e penso’ ad uno Spaventapasseri, ma non il solito fantoccio, una cosa grande e fantasiosa capace di mettere in fuga  quegli uccellini che lui definiva bestiacce.  Con l’arguzia tipica dei contadini, scarpe grosse e cervelli fini, penso’ ad un grande fantoccio che portasse da un braccio all’altro una specie di mantella che alle folate del maestrale e del vento di terra, avrebbe messo in fuga gli sgraditi ospiti. Una tela cerata fu utile al suo progetto, riempi’ di paglia e fieno  lo Spaventapasseri  e completo’ l’opera col suo cappellaccio marrone come a dimostrare che lui era  il padrone e  l’ideatore. Lo carico’ sul carretto  e lo porto’ nel campo che voleva difendere, poi lo pianto’ saldamente in terra. Era soddisfatto e fiducioso fino quasi alla certezza. Questo spaventerebbe anche un’aquila , aveva detto alla Nina. La mattina seguente, dopo aver accudito gli animali, prese gli arnesi da lavoro e si avvio’. Passando vicino al campo dello Spaventapasseri, vide sventolare la cerata  come ali, penso’ di aver raggiunto il suo scopo. Ma piu’ da vicino, si accorse che gli uccelli avevano fatto una strage  dei teneri germogli appena spuntati dalle zolle  e invece di aver paura, si erano appollaiati a decine sullo Spaventapasseri per fare in tranquillita’ una serena digestione della pappata mattutina. Guerrino ando’ su tutte le furie, comincio’ a prendere a calci il palo che sorreggeva il fantoccio e lo butto’ a terra. Poi lo calpesto’ fino a distruggerlo completamente , con la zappa lo spezzo’ , cappello compreso. Tirava certi sagrati peggio di quando si scatenava la grandine. Rientro’ a casa per il desinare, la Nina lo vide nero  e si guardo’ bene dal fare domande, gli mise davanti il fiasco del vino  e lui, prima che lei portasse un bicchiere, si attacco’ al fiasco e dette due o tre sorsate  poi disse, tutto inutile  e chiuse l’argomento. Non ne volle parlare piu’, quando qualcuno accennava a quell’episodio, si rabbuiava e cambiava discorso. Non coltivo’ niente in quel campo, solo erba medica per il foraggio degli animali. Continuo’ a lavorare la terra alla sua maniera. Non volle ascoltare i consigli degli amici  che lo esortavano a riprovare. Mai, diceva. Guerrino era fatto cosi’ chiuso nel suo mondo quadrato e un po’ ottuso, non digeri’ nel tempo quella che per lui era stata  una battaglia persa. Niente nuove colture, niente Spaventapasseri, tutto come prima. La sua creativita’ era stata da un sonoro insuccesso e questo era troppo per una testa dura come la sua e poi ci aveva rimesso anche il cappello!

Quasi “Lettera d’amore” di Cecilia

di Cecilia Trinci

La mia pagina scritta a mano è una parte del diario di lavoro del 2013-14 che scrivevo a mano, appunto, per conservare i risultati degli incontri delle Matite. Si può considerare una “lettera d’amore” particolare.

La giornata si riferisce al “gioco” della palla di cristallo portata appositamente per stimolare l’inventiva di ognuno

Traduzione:

Stefania dice che si è vista liquida e trasparente dentro un recipiente anch’esso liquido e trasparente ed è la sua voglia di guardarsi dentro.

Elisa ha rivissuto un reportage notturno su Firenze con un suo amico fotografo. La città si rifletteva con le sue lucine sull’Arno

Roberto ha visto la luna nel pozzo e intorno il cielo stellato e le lucciole

Miria ha visto una stella nel cielo notturno al mare una notte d’estate.

Luca ci ha visto la lampada di Aladino che realizza i desideri e dice “non importa che le cose non vadano come vorremmo, l’importante è desiderare”

Bella la descrizione di Ema che ricorda una serata di ragazzini mandati a letto al buio. Da principio paura, poi racconti a voce alta, prima (racconti) di paura, poi sempre più diversi. La parola illumina il buio e anche qui, tra noi, lei dice che ha cercato la comunicazione

Donatella da principio “concreta” come dice lei, ha visto solo l’arancio del golf di Patrizia, poi si è sciolta e ha scritto del colore dell’estate, l’ombrellone, i fiori del giardino, la tovaglia….molto bello.

Patrizia ha fatto una lunga descrizione dei poli opposti che ha visto della corrente che si forma e che viene attraversata da una persona, un amore, una relazione che poi sparisce e lascia il posto alle lucciole. Bello.

Si discute a luci accese tutti emotivamente presi tanto che la serata finisce un po’ prima del previsto. Serata bella e intensa. Il gruppo ora è più compatto. Anche Patrizia è più presente.

Questo lo scritto di Donatella:

19/11/2013

                                         COLORE ARANCIONE

Come i tramonti che si vedono dalla mia terrazza, come alcuni fiori del giardino che piacciono tanto alle mie tre tartarughe, come una tovaglia che uso solo l’estate quando mangiamo fuori, come l’ombrellone che mi ripara dal sole, come un bellissimo scialle di finissima impalpabile seta con lunghe frange appartenuto alla mia bisnonna; la mia mamma non lo ha mai indossato perché essendo chiara come me, il colore non le donava. Alla sua morte l’ha preso mia sorella, alta e bruna. Arancione come le bucce delle arance e dei mandarini che mettevamo ad essiccare sulla piastra della cucina economica, ancora  ricordo il profumo che sprigionavano.

Arancione come il movimento di protesta in Ucraina.

Arancione come le vesti dei monaci Buddista

Una foglia si stacca da un ramo della quercia, volteggia pigramente, sale, scende pare non voglia finire per terra: è colore arancione..

Arancione colore per tutte le stagioni.

E questo lo scritto di Pat:

Al buio nella palla trasparente ho visto :due luci opposte (polo positivo –polo negativo) scossa elettrica ,nel mezzo una persona .

A cosa mi fa pensare:ad un momento della vita quando sei attratta da una persona,quello che provi,un’emozione e poi …. Tutto svanisce:vedi solo una luce in cielo;è rimasto solo una piccola  lucciola!

A casa distesa  a letto

Cosa succede??!gli occhi sono chiusi,una luce mi abbaglia,cerco di aprirli ma subito li richiudo perché,ecco,un fenomeno strano:è come se vedessi un volto che si avvicina e poi si allontana,è circondato da colori accesi rosso-mattone,giallo. Diventa un gioco, cerco di immaginare persone a me care per confrontarle  e capire a chi può assomigliare questa” immagine”.

A volte sembra un muso di un felino, vedo bene il naso e gli occhi:non ho paura e quindi provo e riprovo a socchiudere gli occhi.

Pat

Questo lo scritto di Stefania

La meraviglia di un oggetto perfetto, liscio, luminoso e trasparente, e….sottilmente ti entra nei pensieri la sensazione di qualcosa che fa affiorare qualcos’altro, e non sempre ricordi teneri e nostalgici, a volte quello che torna a galla fa ancora male come allora, ma di certo e’ parte di te, anzi una parte complicata e fragile, che di sicuro non avresti scelto per te.
Ma tant’è,  senza giudicare, solo sentimenti…….
E potrei ripiombare perfino nel periodo, tanto l’angoscia era una cosa fisica, un mattone pesantissimo all’altezza dello stomaco. 
Dal giorno che, dopo tanto combattere,  furono pronunciate quelle indimenticabili parole: “non c’è più niente da fare”, e da lì il precipizio. Avresti attraversato i monti a piedi, il mare a nuoto,avresti speso , saresti andato ovunque nel mondo, ed invece non serviva più a nulla, niente serviva a nulla.
Poi una “amica” ti dice che potresti sapere se c’è una speranza, andando da una certa signora,  che vede proprio in una palla di cristallo. Sembra incredibile,non è vero?
Io sono una persona disincantata, anche un po’ cinica, forse, se me l’avessero raccontato avrei detto non era possibile. E invece allora mi sembro’ la possibilità di stare meglio.  Non potevo fare nulla di buono, questo però si.
E decisi di provare. Di sicuro non avrebbe fatto male, non peggio.

 Non fu così. 
A parte lo squallore della situazione e della persona,  a parte le banali parole che naturalmente dicevano come fosse troppo tardi, che si doveva andare prima, per più e più volte, ecc, fu affrontare quanto si potesse cadere in basso, che faceva così male.
Fu vedere come si può essere fragili, e facili prede di approfittatori, come ti possono venire in mente cose fasulle a cui attaccarsi, che faceva sprofondare.
La vita va avanti da sé,  anche nel dolore è sempre vita, non ci possono essere scorciatoie,  ma è umano tentennare.
Basta capire che, se si sta per annegare e ti si avvicina qualcuno con la barca, pensi che ti voglia salvare e non piuttosto dare un remo in testa per accelerare l’inabissamento.
Il tempo che resta va speso per dirsi quanto ci si vuole bene, perché solo l’amore fa bene, e solo l’amore resta.

Stefania

e anche Miria:

PALLA DI VETRO

Tutte le volte mi stupisco, eppure è una cosa semplice, che più semplice non si puo!  Ma ci trovo sempre delle difficoltà. E’ risaputo che le cose semplici sono le più difficili da realizzare: forse perché diamo per scontato il successo del risultato oppure non ci impegniamo abbastanza: RICORDARE.

Ricordare momenti piacevoli è facile il difficile è rivivere le emozioni , le sensazioni , i batticuori, la felicità e  gli stati d’animo che abbiamo provato. E ancora più difficile è  riuscire a mantenere dentro di noi tutte queste belle sensazioni.

Una volta ho provato in una stanza al buio a guardare  cosa avrei visto o immaginato dentro una palla di vetro illuminata da una piccola luce esterna.

Nel silenzio e al buio dentro la palla mi è apparso un cielo di notte di colore blu scuro e una stella luminosa brillava ardentemente.

Mi richiama alla mente una sera d’estate al mare,  quando distesa sulla spiaggia ancora calda dai raggi del sole appena tramontato, ammiravo e rimanevo abbagliata dalla forte e chiara luce della stella che brillava  solitaria nel cielo scuro. Era talmente luminosa che  non lasciava spazio alle altre piccole stelle.

Cerco di rivivere quella bella sensazione piena di silenzio di pace e tranquillità interiore, quasi un oblio, ma allo stesso tempo carica di forza di coraggio e di speranza.

e anche Elisa

Firenze by night –  Elisa

Piazzale Michelangelo: è la prima volta che lo vedo vuoto.

Non ci sono turisti, non ci sono innamorati, non ci sono venditori ambulanti.

Ci siamo solo noi, Aron ed io, che un po’ turisti lo siamo, specialmente lui che vuole immortalare con la sua costosa macchina fotografica la bella Firenze di sera.

Ecco perché non c’è nessuno: è una sera fredda, piove e tira vento. E che vento!

Ma che importa. Firenze è sempre bellissima e, silenziosa, si specchia nell’Arno. Ci si immerge con il suo vestito di luci. E Aron la coglie così, bella e vezzosa, mostrandola in un quadro contorto che solo l’obiettivo della sua macchina fotografica può creare.

“Ok, ora andiamo però.” Meno male, sono parole che mi confortano perché, nonostante sembri un momento romantico, io sono completamente bagnata dalla pioggia e batto i denti dal freddo.

A distanza di tanto tempo, ripenso col sorriso a quel giorno.

“Tu Aron ricordi che avventura abbiamo passato insieme?” gli chiedo in chat.

“Hey Elisa!” mi risponde dopo poco (ci dividono tanti chilometri e un fuso orario importante, ma sembra sia qui con il suo entusiasmo). “Che giorno fantastico! Ricordo il momento quando ho fatto la foto al vicolino e quanto è stato eccitante fare la foto che rappresentava per me l’essenza dell’Italia. Quando siamo andati al Piazzale, la tua sfida nel tenermi l’ombrello, il cercare l’angolo giusto e l’essere certi che la macchina non si bagnasse…è stata una vera avventura! Non  avrei potuto viverla senza di te.”

Avventura e ricordi, tutto racchiuso in una palla di cristallo che scruto per far in modo che riemergano ogni qual volta voglio rivivere la magia di quel giorno.

Grazie ragazze e ragazzi……..come vedete niente va perduto quando si scrive!