Quell’…..”Ultima Cena”

L’apprendista stregone – di Luca Di Volo

foto di Luca Di Volo

Faceva caldo in quell’Estate del 1965, quando, fresco di laurea, di esame di Stato e di iscrizione all’Ordine degli Ingegneri, mi ritrovai…, com’è naturale…totalmente e tristemente…disoccupato. Non è che Aziende, Enti di Stato e Studi Privati non mi avessero cercato, ma…ahimè. . c’era la barriera del famoso “militesente”. . e io non lo ero per niente. . Forse avrei dovuto “imboscarmi” . . come molti facevano, ma io, tanto per seguire la tradizione di famiglia, avevo partecipato e addirittura vinto il concorso per l’Accademia Aereonautica…. . della serie. . se devi farlo. . allora fallo per bene…

Va beh…però il primo corso a Napoli cominciava il 15 Dicembre. . quindi io ero a spasso…

E tanto per non star lì a ciondolare tutto il giorno…andai a trovare mio padre nel suo Studio. .

Entrai subito in argomento, senza giri di parole. . ”Senti, Babbo, avresti qualcosa da farmi fare qui nello Studio. . ?!”

Mi guardò da sopra gli occhiali…”Se dici sul serio, ti piglio subito…guarda: qui c’è un’Ultima Cena…non è ridotta troppo male. . portala fino al restauro pittorico, se trovi difficoltà, ci penso io. . e potrei anche regalartelo per le tue nozze. . ” Sì. . avrei dovuto sposarmi l’anno successivo…proprio in pieno servizio militare…Che incoscienti…e meno male che ci ha detto bene. . Ma questa è un’altra storia. .

Insomma cominciai a lavorare col babbo, il mio cavalletto accanto al suo. . un po’ discosto dagli altri ragazzi di bottega…ma uguale a loro, per certi versi. .

Non è che fosse una cosa troppo nuova per me, era già diventata un’abitudine che, per un periodo delle vacanze io andassi a fare (questa volta sul serio) il ragazzo di bottega…l’apprendista, insomma. .

Quindi la pulitura, lo stucco, la lisciatura, la rintelatura. . lo stendere la colla per i colori. . non erano grandi misteri. . Il difficile arrivava quando si doveva cominciare a “preparare” il vero e proprio restauro, cosa che consisteva nello stendere, nelle zone mancanti, uno strato di colore che si adattasse al meglio al “presupposto” colore dominante originale. . E qui già ci voleva un certo intuito ed una certa sapienza per il colore e le sue sfumature. . E le volte che il babbo me l’ha fatto rifare la dice lunga…

Poi si arrivava al restauro pittorico vero e proprio. . e allora, tutti fermi. . come in sala operatoria. . arriva il primario. . e comincia ad operare. . gli altri a guardare cercando d’imparare da quelle mani fatate. .

Ma sto divagando…

Quel periodo di pochi mesi, invece, per me era stata una vera e propria “iniziazione”. . non ero più un ragazzo di bottega. . e anche se relegato a compiti non eccelsi, mi trovavo a lavorare col babbo…come dire…da professionista a professionista…diversi ma uguali. .

E capii per la prima volta “chi” era  quell’uomo adorato ma a volte così lontano. . preso dai suoi voli pittorici…perduto in un iperuranio solo suo…

E poi…strano posto quello Studio…ci si poteva trovare di tutto. . dai nomi più illustri del Gotha degli storici e critici d’arte. . agli abilissimi artigiani, incorniciatori, palchettatori. . E tutti impegnati, senza distinzione. . in alate discussioni. . solo in nome dell’arte e della pittura. . Sì. . ho detto anche degli artigiani. . sareste stupiti della profondità delle conoscenze artistiche di quei personaggi. . pensate che ho visto uno di loro dare uno scapaccione ad un garzone dicendogli: Bischero. . t’avevo detto di fare un fiore in stile Napoletano e tu l’hai fatto alla Genovese?!” Pensate a che livello ….

E anch’io. . travolto dall’ambiente. . tentai un’attribuzione per il mio quadro. . ”Tardo manieristico. . forse della scuola di Andrea del Sarto o di Giulio Romano?!”

Il babbo mi guardò severo…poi. . ”Bravo. . anche la Gregori ha fatto una stima simile…. ”

Poi, d’improvviso burbero…”ma promettimi che non ti occuperai mai di queste cose…tu fai l’ingegnere. . e vedrai che starai meglio. . ”

Lì per lì la vissi male…ed ho fatto l’ingegnere…ho seguito il consiglio paterno. .

Ma io mi chiedo sempre se avessi seguito il mio impulso originario…altro che Sgarbi…

Una storia di Carla

dal passato….dal 6 febbraio 2020

“Il cielo più bello non esiste” – di Carla Faggi

foto di Cecilia Trinci

Il castello che si vedeva in lontananza era immenso, aveva tante e tante torri, ponte levatoio e si stagliava contro un cielo stellato stupendo, il più bel cielo che Carla avesse visto.

Le sue amiche le dicevano che per possederlo doveva aspettare un principe azzurro che ce la portasse.

Carla un po’ aspettò, ma era di carattere impaziente e poi gli piaceva fare le cose da sé!

Quindi, dopo aver ascoltato i consigli di sua madre, detta la Fata Morina, per i lunghi capelli scuri, decise: parto da sola e vado a conquistare il castello!

Prese tutto il necessario, scarpe comode, un maglione caldissimo perchè era un po’ freddolosa,e un sacco a pelo.

Chiamò la Fatina Morina e gli disse: non torno per pranzo e forse neppure a dormire. E si incamminò.

Il castello ed il cielo stellato sembravano vicini ed invece erano lontani lontani.

Cammina cammina Carla incontrò tante persone e paesi, anche un principe azzurro sul cavallo bianco da cui accettò un passaggio per arrivare prima al castello, ma poi scoprì che di principe aveva solo il mantello ed il cavallo. Quindi un po’ delusa scese e continuò il cammino da sola.

Avrei dovuto dar retta alla fatina Morina, pensò, mi aveva detto che ero in grado di arrivarci da sola e solo dopo averlo conquistato avrei potuto ospitare il cavaliere che più mi piaceva.

I paesi che incontrò furono tanti, alcuni ballavano e cantavano vestiti con abiti alla moda, altri erano tristi e soli, si sentivano inadeguati e cercavano se stessi.

Incontrò anche paesi che volevano fare la rivoluzione, e rimase un po’ lì con loro. Ci credeva nella rivoluzione, pensava che tutti avrebbero potuto avere un loro castello e tanto, tanto cielo stellato.

I rivoluzionari gli piacevano ma la rivoluzione non le riuscì, allora andò avanti.

Cammina cammina si accorse che camminare era bello, la soddisfaceva, arrivava quasi sempre dove aveva deciso, e quando non ce la faceva continuava l’indomani.

Ogni tanto alzava gli occhi al cielo e cercava quella stella laggiù laggiù che gli sembrava tanto bella. Era sempre lontano lontano, però erano così belline anche quelle stelle sopra di lei che sembravano tanto più vicine.

Infine arrivò vicino ad una quercia e ci si sedette sotto. Che albero stupendo, pensò, si sentiva tranquilla e allo stesso tempo eccitata!

Forte e protettivo, sapeva di casa sua. Rivoluzionario però, le foglie le perde non in autunno ma a fine inverno, per dare generosamente spazio alle gemme.

Gli sembrava che quella quercia fosse un castello e poi sopra, quel cielo era bellissimo anche se non c’era quella stella laggiù laggiù.

Si sentiva proprio bene, cosa era successo? Non sapeva spiegarlo, forse erano stati i paesi in festa che aveva incontrato, o quelli tristi e riflessivi, forse le rivoluzioni, quelle riuscite e quelle fallite. Oppure l’essersi messa in gioco o la fortuna di aver trovato quella quercia, oppure semplicemente perchè sopra di lei c’era un cielo bellissimo.

Fu così che decise di ritornare a casa, tra l’altro aveva anche un po’ di fame.

Arrivò appena in tempo, la fata Morina aveva appena buttato la pasta.

Oggetti di Gabriella

Per ridere ci vuole coraggio – di Gabriella Crisafulli

foto e oggetti di Gabriella Crisafulli

La giornata si presentava nebbiosa: strano il meteo aveva previsto sole e cielo terso.

Non si fece prendere dalla malinconia: non se lo poteva permettere.

Mentre stava traghettando dallo stagno del dolore continuo al lago della pena dolente erano arrivate un paio di notizie che le facevano attraversare notti piene di interrogativi e che le spalancavano gli occhi di prima mattina.

Si alzò e si mise a trafficare, con la solita lentezza certo, ma almeno non rimaneva ferma, paralizzata dalla depressione.

Quello che faceva ogni giorno era un vero e proprio lavoro di testa in cui tentava di impegnarsi con le poche risorse mentali che le rimanevano. Provava a stimolarsi senza essere troppo severa con sé stessa per non creare un’opposizione ribelle a una rassegnazione che le stava stretta.

Veniva da un’infanzia in cui era stata dichiarata la regina del castello che le era stato assegnato ma dove in realtà era prigioniera, mentre i suoi coetanei camminavano nei campi o per i giardini, si arrampicavano sugli alberi o sulle altalene, si rotolavano tra le foglie o sui prati, parlavano, giocavano e litigavano fra loro … Giustamente tutto questo non le era stato concesso essendo lei una regina che doveva essere appartata rispetto agli altri e su un gradino più in alto.

Oggi, ormai vecchia, si sentiva un’analfabeta dei sentimenti e delle relazioni. Così stava facendo un apprendistato autodidatta per guadagnare nuovi territori di relazioni, affetti, amori, … ma era difficile venir fuori e avventurarsi in un mondo con regole e modalità di interazione per lo più sconosciute.

Per fortuna arrivavano le parole di Matite solidali ma spesso le situazioni raccontate le facevano risuonare echi dolorosi.

In una sorta di confronto con gli altri ripensava al gioco con la margherita: “Ce l’ho, ce l’ho, … mi manca”. Purtroppo si ritrovava a dire: “Mi manca, mi manca, … non ce l’ho”.

Allora si metteva a vagliare la sabbia di fiume che era la sua vita alla ricerca delle pepite d’oro con le quali poteva ricomporre il mosaico scompaginato. La sua casa ne era costellata. Alcune lisce e levigate, altre ruvide, acuminate, taglienti. Ne aveva scelta una quel martedì da raccontare on line: un gattino di gesso rannicchiato tra la maschera giapponese e la donna seduta.

Non stava bene adesso quel gattino.

Non si fece prendere dalla malinconia: non se lo poteva permettere.

Spaventapasseri di plastica

Lo spaventapasseri sulla strada di Dresda – di Gabriella Crisafulli

Il cielo era grigio, l’aria pesante e la calura insopportabile.

La strada da Dresda a Berlino non finiva mai.

Ai lati enormi distese di grano sempre uguali, chilometro dopo chilometro.

Il motore del vecchio camper ronzava tutta la sua fatica.

Avevano aperto i finestrini per prendere un po’ di aria ma il vento portava dentro l’abitacolo solo polvere mista a chissà quali pollini e questo provocava violenti attacchi di allergia.

Erano in viaggio senza sosta da molte ore e avevano fame.  

Volevano fare una sosta in un posto di ristoro ma l’unico edificio che venne loro incontro, alto e massiccio, fu un casino.

Alla fine presero la decisione di entrare in un piccolo parcheggio dove fermarsi in modo da fare l’aerosol al cortisone per dare tregua a lacrimazione e sternuti e poi mangiare un panino.

Riuscirono anche a fare due passi al di là del guardrail, lungo quei campi che erano tutta una distesa gialla: volevano sgranchirsi un po’ le gambe.

Non c’era ombra di anima viva.

Incontrarono solo, unico e surreale, uno spaventapasseri piantato nel bel mezzo di un terreno coltivato.

Era fatto con bottiglie di plastica infilate su bastoni e sacchetti che si agitavano al vento. Niente a che vedere con quelli di casa loro. Lui, lo spaventapasseri, era anemico, privo di sangue nelle bottiglie trasparenti, privo di anima e di cervello. Il lungo mantello che indossava, fatto da un grande sacco della spazzatura nero, sventolava la sua lugubre solitudine mentre tutto il fantoccio emanava un suono cupo generato dal vento che entrava nella plastica.

Furono presi da inquietudine quasi che quello fosse un segno premonitore di sventura e se ne tornarono veloci al loro camper.

Oggetto di Luca

Un’altra chitarra – di Luca Di Volo

foto e oggetti di Luca Di Volo

Vecchia chitarra, ascolta:

quando con agili dita

ripiene di giovane sangue

le tue corde toccavo

tu risuonavi lieta

di morbide note riempiendo

l’aria luminosa

allor che di fanciulle danzanti

flessuose ondeggiavano i corpi

con la mano felice sembravo

guidarle nella gioia

di tempi dorati,

ma oggi mia fedele compagna

ti ho visto muta

forse in preghiera inascoltata,

ti ho preso, ti ho stretto

con animo incredulo

ho fatto risuonare

la tua vibrante armonia

sol pochi accordi

ma queste vecchie stanze

come in anni più verdi han risuonato

e son tornate le giovani danzanti

e i canti allegri di giovani voci,

forse un miracolo?

no, si chiama ricordo

e ascoltate voi tutti

il tempo si annulla, abbiate fede

nel potere di melodie incantate

anche se da stanche mani evocate

Ora, mia dolce chitarra

Riposa, presto tornerò a pizzicarti

E torneranno i begli anni

Che insieme vivemmo

E sono veri: si chiamano speranza.

Oggetto di Rossella

Le cose – di Rossella Gallori

foto e oggetto di Rossella Gallori

Nessuna casa e stata mai, abbastanza mia, nemmeno quella dove sono nata, neppure quella dove son vissuta, ancor meno questa dove vivo da quasi sempre che  mi sembra solo un ponte tra ciò che ero e quella che volevo essere, quello che non ho potuto portare con me è rimasto nel cuore, nei polmoni, rallentando i miei battiti, togliendomi spesso il respiro, una perenne salita….

 Quando “ la voce” mi ha detto chiudi gli occhi, l’ ho fatto, più per educazione che per convinzione, come si fa, pensavo, a star davanti ad uno schermo gracchiante e poco nitido ad immaginare, a concretizzare a  dove sei,al tuo oggetto del cuore,  a spiegare perchè hai scelto quella stanza.

“ La voce” da un ritmo al mio essere   zingara nell’ anima, al mio girovagare tra cose che forse non ho mai visto ed altre piccole che ho perso, stupide cose che hanno perso me, senza soffrirne, eppure le amavo…come il pianoforte di mia madre adolescente o le canne da pesca del babbo, i fucili di mio fratello, gli orologi, quel tavolo, quel quadro, quella strada, le stufe elettriche, il servito di piatti tanto buono da non usare, quella sala da pranzo così bella che nessuno ce l’ aveva…

Mi è arrivato tutto addosso, senza accorgermi che “la voce” cercava di difendermi da me stessa, impresa ardua, ma non sempre impossibile.

Affascinata mi rincattucciavo nell’ angolo del tinello tra il divano rosso fuoco, ed un pouf poco ospitale, spaventata da quel che non ho ascoltavo di quadri, d’ autore, di statue piccole e preziose, di affacci niente  male, di matrimoni sulla sabbia,  di conchiglie color luna, tra i colori della lana….mi sembrava di non aver nulla, avevo anche un po’ freddo….

Ho preso la cosa piú piccola che avevo, una piccola pergamena, ricordo di un giorno arcobaleno…

Un luglio 2017 arrivato dopo toppe, quante toppe, aveva smesso di piovere, non solo acqua, aveva fatto freddo fino a  pochi giorni prima, in un estate caldissima….ma io e lo ripeto IO avevo retto: cappello impermeabile cappotto e perchè no ventaglio….perchè  tra gerbere rosse ed una poesia di Frida avevo accolto un amore e ve lo ho raccontato, mentre “ la voce” taceva,  io leggevo, chissà qualcuno ascoltava, altri zuccheravan la tisana, non mi sono fermata nemmeno allo squillo stridulo di un telefono.

       TI MERITI UN AMORE CHE TI VOGLIA SPETTINATA

TI MERITI UN AMORE CHE TI FACCIA SENTIR SICURA.

E tra gerbere rosse ho ritrovato le mie cose perse, quelle mai avute, quelle degli altri di cui poco mi importava, e guidata dalla” voce” mi sono accorta di aver cose belle da mostrare, e nella casa che non è mai mia ho quasi capito..che casa è dove sogno…..

Un oggetto di Sandra

CHITARRA – di Sandra Conticini

foto e chitarra di Sandra Conticini

La stanza che  ho scelto oggi è piena di ricordi, belli e brutti alcuni anche chiusi nei vari sportelli dei mobili. Sarà stato un caso che per l’incontro sono venuta qui, che specilmente in questo periodo, è diventata la stanza principale della casa perchè più luminosa con i divani e un angolo dove ho tutti i miei passatempo.

In un angolino c’è,  chiusa in una custodia la chitarra, che è zitta da troppo tempo, ma se potesse parlare avrebbe molte cose da raccontare. 

Chissà se per lei fu importante quel viaggio dell’agosto 82 quando fu scaraventata a bordo di un Renault 5 a Palinuro e tutte le sere quel gruppo di amici cantavano sulla spiaggia, ma anche il giorno nel campeggio non scherzavano, nonostante i vicini non fossero troppo contenti. Quel gruppo di giovani ragazzi portava l’allegria e la spensieratezza.

Con lei bastavano due note e la vita cambiava colore, perchè la chitarra è una di quelle cose che unisce e  leva i pensieracci dalla testa.

Si ricorderà le serate o le domeniche d’inverno quando il chitarrista strimpellava le canzoni della sua gioventù e gli altri gli andavano dietro e facevano il coro? Che bei ricordi sono quelli.

Ora è li chiusa, si sente abbandondonata,  sperava di poter riprendere vita, ma nessuno ha imparato a suonarla, speriamo in un futuro, perchè anche lei ha un’anima!

La vitalba

La bella “vite bianca”

La foto di Sandra che fuma per gioco le vitalbe………la vitalba dipinta da Antonio Perazzi mandata da Tina……la vitalba fotografata da Lucia

e inoltre i pensieri di…….

Anna: So che prodoce piccoli fiori bianco-panna molto bellini sempre che ce la facciano a fiorire. Da bambine ne facevamo corone da regina o da sposa per giocare

Daniele: Rampicante. Prevarica tra le siepi e simili. Si utilizzano le cime dei ributti. Somiglianza lontana con le cime di asparagi. Gusto simile.

Luca: Io sulla vitalba conosco solo il “risotto alla vitalba”..lo facevano da Artimino..una volta….Mi sembra sia un’erba….e l’avrò vista centinaia di volte ma non saprei certo riconoscerla…

Tina: Una vita di vitalbe , dalla cucina ai giochi, ne ho estirpate due stamani perché sono invadenti

Carla: Vitalba è un fiore di Bach, il fiore di quelli sempre distratti, con la testa tra le nuvole, poco interessati al presente. Nei fiori di Bach si chiama Clematis

Un oggetto di Gigliola

Daria – di Gigliola Franceschini

foto e oggetti di Gigliola Franceschini

Scende la sera e la penombra avvolge la stanza e tutte le sue cose. Gli oggetti perdono i loro contorni e sfumano in un insieme di presenze reali e fantastiche. Non ho bisogno di guardarli per riconoscerli, sono tanti, forse non armonizzati tra di loro , ma ognuno ha la sua storia e il suo significato. So che dietro di me c’è Daria, sul piano della vetrinetta delle piccole collezioni, tende verso di me le sue manine di bisquit  come in una lontana mattina di Agosto quando mi incantai a guardare  la vetrina delle bambole di un negozio  sul corso della citta’ che ci ospitava  per le vacanze. La vidi, chiesi un regalo e la presi con me. Daria e’ un nome troppo serio per una creatura cosi’ gentile, ma e’ il suo nome, disse la signora del negozio, l’artigiano che ha creato questa serie, ha dato ad ognuna il suo certificato e il suo nome. Daria e’ unica come tutte le altre. Pensai allora che il prezzo dovesse essere piuttosto alto, ma ormai lei era mia, il piu’ bel regalo che potessi avere in quel 10 Agosto, il decimo anniversario, una tappa importante. Viaggio’ con noi in treno poi a casa e dal suo posto non e’ stata mai rimossa. Ha conservato i colori gioiosi del volto, appena appannati dal passare del tempo, ma chi non l’ha conosciuta prima, non se ne accorge. Siamo invecchiate insieme, i miei capelli sono diventati bianchi e le trine del suo vestito si sono ricoperte del grigio degli anni, ormai cambiate di consistenza. Ho avuto spesso l’idea di spogliarla e riportare al primo candore la sua acconciatura, ma ho pensato infine che fosse giusto lasciare anche su di lei il segno del nostro  lungo percorso di vita insieme. Negli anni successivi le misi accanto un piccolo paggio della stessa serie, Lorenzino, ma questa e’ un’altra storia!

Il grammofono di Lucia

Il grammofono – di Lucia Bettoni

Foto e oggetti di Lucia Bettoni

Vestite di sorrisi
giovani donne
Con abiti stirati
danzano la gioia

Giovani uomini
Si fanno belli
Con la camicia e
la sigaretta in mano

Amici da sempre
tutti insieme
questa sera saranno ovunque
Questa sera andranno ovunque

Il grammofono suona
guizzi di vita dentro il cuore
Voglia di ballare

Così lontani così vicini
vi abbraccio tutti
ragazzi cari

Il più bello sarà mio padre

Mani che accarezzano

Mani – di Vanna Bigazzi

Foto di Couleur da Pixabay

Un’altra sosta – (poesia di Antonia Pozzi)

Appoggiami la testa sulla spalla:

ch’io ti accarezzi con un gesto lento,

come se la mia mano accompagnasse

una lunga invisibile gugliata.

Non sul tuo capo solo: su ogni fronte

che dolga di tormento e di stanchezza

scendono queste mie carezze cieche,

come foglie ingiallite d’autunno

in una pozza che riflette il cielo.

Mani che accarezzano – (di Vanna Bigazzi)

Le mani offendono, rubano, uccidono, ma anche accarezzano. Questa è una dolcissima Poesia di Antonia Pozzi, Poeta incompresa che morì suicida, molto giovane, a soli ventisei anni perché ostacolata dalla famiglia nelle sue relazioni amorose e  delusa dall’ambiente culturale che all’epoca non valorizzava la sua Poesia, per indifferenza, sminuendo, in genere, l’arte femminile. Siamo negli anni ’30 del ‘900. Visse infatti dal 1912 al 1938. In questa Poesia percepiamo tutto il calore di una carezza e al medesimo tempo la sua vacuità: specchio della delusione della giovanissima Antonia.

In tanti modi può accarezzare una mano: “se appoggi lievemente la testa sulla mia spalla, io ti accarezzo lentamente, faccio scivolare la mia mano, piano, perché possa percepire ogni linea, ogni curva, ogni espressione del tuo volto. Una carezza interminabile lungo un profilo senza fine. Queste carezze eterne e universali, non percorrono solo la tua testa, ma ogni fronte, ogni volto di chi soffre; cieche carezze poiché non volte ad un fine realizzabile. Vagano tristi come foglie ingiallite, d’autunno, che non guardano il cielo ma cadono in una pozzanghera d’acqua, cui è concesso soltanto riflettere il cielo. L’amore sognato e mai realizzato. Solo uno specchio: il riflesso dell’Amore quando non lo si può avere…”.

Questa è solo una mia interpretazione, perché quando Antonia Pozzi scrisse questa Poesia, aveva soltanto diciassette anni ed era rivolta ad una amica. Ho colto, invece, nella tristezza degli ultimi versi, quasi una premonizione di una fine amara e dolorosa che avverrà più tardi, in seguito ad esperienze di amori soffocati e disillusi.   

Lo Spaventapasseri delle Rose

Ho trovato il mio spaventapasseri! – di Laura Galgani

foto di Laura Galgani

Il giardino delle rose stamani è deserto. Strano, stranissimo trovarlo così! Appena entrata dal cancello secondario sulla via delle Rampe ho visto un giardiniere chinato su una pianta. Smuoveva con la vanga la terra intorno alle radici. Mi ha salutata gentilmente con un sorriso che ho intuito sotto la mascherina. Ho girovagato fra i vialetti silenziosi, solo qualche cinguettio ad interrompere il silenzio. I rumori della città arrivano appena, portati via dal vento leggero che li sospinge altrove. Osservo le aiole e i rosi che contengono. Si percepisce la mano sapiente che da poco ne ha potato i vecchi rami ma senza ferirle. Le zolle tutto intorno sono smosse, tagliate in blocchi geometrici con spigoli aguzzi. Immagino che sia per far passare aria e pioggia giù in fondo e mantenere il terreno pieno di vita. Mi volto verso la città e lo sguardo mi si impiglia su una presenza che sapevo essere lì, ma che era sempre rimasta confusa fra le tante persone distese sul prato. Oggi invece è solo, e la sua figura spicca decisa fra le piante basse e senza fiori. Mi avvicino, mi siedo davanti a lui e lo osservo. So che è di Folon, sulla targhetta c’è scritto “L’envol”, l’attimo in cui si prende il volo. E infatti sta sulla punta di un piede e tiene l’altro appena sollevato. Guarda in su, verso il cielo che oggi è perfettamente azzurro. Dimenticando il peso del bronzo raccoglie le braccia vicino al corpo e si prepara a volare. È un perfetto “Spaventapensieri”, ma solo quelli brutti. Quando il prato è pieno di gente lui raccoglie tutti i cattivi pensieri che sente e li lancia verso il cielo. Trasforma preoccupazioni, maldicenze, offese, ingiurie, ansie, in nuvole color pastello, sbuffi di fumo celestino, stelle pallide piccole e grandi, pezzi di cielo rosarancio e viola all’orizzonte. Allora le coppie amoreggiano su plaid a scacchi, i lettori trovano pagine consolanti nei libri che tengono in mano, i padroni dei cani pensano di essere fortunati ad avere un quattrozampe così fedele, i pittori trovano un bello scorcio da dipingere, e chi era in preda al malessere prima di arrivare qui sente ad un tratto che il cuore si è fatto più leggero e può trovare la forza di andare avanti. Grazie, amico. Prendiamo il volo insieme a te.

Oggetti intorno

Conchiglie – di Patrizia Fusi

foto e oggetti di Patrizia Fusi

Tanti oggetti cari intorno a me, libri che mi hanno fatto conoscere, sognare, emozionare.

 Piante di orchidee che vivono con me da diversi anni, che ogni tanto fioriscono con più o meno intensità, e altre piante verdi che mi piace accudire con amore.

Oggetti, ognuno di loro è un ricordo di un luogo, di un evento, o di una persona che l’ha posseduto. Qualcuno di loro non è più fra noi, perché gli oggetti hanno vita più lunga degli esseri umani.

 Mentre sono ad occhi chiusi fra tutto questo, mi sono venuti alla mente i due grossi barattoli di vetro pieni di conchiglie e alcuni fossili, ricordi di vacanze trascorse al mare, da quando avevo le bambine piccole fino a otto anni fa.

 Momenti felici, periodi difficili, momenti di riconciliazione e d’amore, la gioia e la fatica di nonna, momenti dolorosi e di mancanza.

 Nel silenzio della stanza mi è passata davanti a gli occhi una parte della vita, vista attraverso le conchiglie contenute in quei vecchi barattoli di vetro raccolte nel tempo.

Incontro virtuale – 23 febbraio 2021

con Cecilia Trinci

Dopo un’analisi della bella produzione di scritti della scorsa settimana abbiamo ripreso uno dei “nostri” giochi preferiti ad occhi chiusi. Abbiamo pensato alla stanza in cui ognuno si trova, a cosa rappresenta per noi e abbiamo descritto senza guardarlo un oggetto presente che amiamo e che ci viene in mente per primo.

Abbiamo anche parlato di Pedro Cano e del video che avevo condiviso e di due aspetti in particolare di cui parla:

-“con pochi colori mi piace risolvere le cose”

-La bellezza del BEN FARE, cioè l’uso di una buona tecnica che deve accompagnare un bella ispirazione

Due concetti che si adattano bene a qualsiasi forma di arte e anche alla scrittura che in particolare ci riguarda. A questo proposito abbiamo ricordato il valore della sintesi e della tecnica corretta.

Con Tina abbiamo ripreso il tema del bianco nell’acquarello che conferma la bellezza del “non detto”. Un quadro come una pagina è più bella se non è satura di tutto, se lascia spazio alla fantasia di chi legge (o guarda).

Abbiamo analizzato anche la bellezza dell’incontro tra talenti che accade a volte nel gruppo quando si lavora su uno stesso spunto o addirittura quando si lascia che un proprio testo venga arricchito da qualcun altro, come nel caso dello spaventapasseri di Rossella arricchito dal disegno di Lucia.

Altri esempi sono accaduti proprio ieri sera, come la chitarra citata da Sandra come oggetto preferito e la chitarra di Simone che hanno evocato una grande amicizia del passato.

Notevole il valore dei documenti autografi ricercati e raccolti da un tempo lontano.

La settimana ci vedrà attivi sulla ripresa degli appunti (verbali o scritti) presi sull’oggetto che abbiamo descritto a voce.

Psicospaventapasseri

La zia Spaventapasseri – di Nadia Peruzzi

Foto di ToddTrumble da Pixabay


Radunò un cappellaccio di paglia un po’ sformato, una camicia scozzese rossa e gialla, una gonna con pettorina di panno nero .  Per gli stecchi che facevano da gambe scovò dei vecchi calzettoni di lana grossa lavorata a mano che avevano visto molti inverni e fin troppe tarme dati i buchi che li costellavano, e dei vecchi scarponi da lavoro con la suola mezza staccata.   Tutta roba ordinaria che puzzava di naftalina o di muffa e che nemmeno sapeva come fosse finita in quella soffitta e in quel baule.  Per quanto ricordasse non erano dei suoi genitori.  Forse per il cappello qualche dubbio le era venuto, ma il resto doveva essere della zia Jole.  Anzi quella gran megera della zia Jole, la sorella del babbo, quella che viveva in Sudamerica e per fortuna veniva di rado a trovarli. 
Quando capitava, il disastro era assicurato, visto che da sempre lei e sua madre non si potevano soffrire. 
Donna terribile la zia Jole.  Invidiosa di tutto e di tutti, soprattutto della felicità altrui e per questo non faceva altro che mettere zizzania. 
Le rare volte che si presentava da loro sbatteva in faccia a tutti le ricchezze cumulate in Argentina schiavizzando a destra e a manca chi lavorava per lei. 
Una brutta, bruttissima persona davvero. 
Si, decise,  lo spaventapasseri avrebbe indossato gli abiti della Jole, quella che la maltrattava sempre e che lei non sopportava fin da bambina.   La temeva così tanto che appena sentiva la sua voce andava a nascondersi nell’angolo più buio della casa.  Ma la Jole sembrava avesse un radar incorporato nel cervello.  La beccava sempre e appena trovata le dava un pizzicotto a sangue che le lasciava un livido per giorni sulla guancia sfortunata.  Insopportabile quella donna che metteva bocca su tutto.  Risultati a scuola, passioncelle, amiche e non le lasciava passare nulla trovandole mille difetti.  E il taglio dei capelli, e il trucco e i vestiti e il portamento. 
Ogni anno che passava oltretutto peggiorava a vista d’occhio. 
Per fortuna, da dopo che era partita, vuoi per la rarefazione delle visite, vuoi perché cresceva lei, man mano,  si stava emancipando dal terrore viscerale che provava per quella donna. 
Si,  i vestiti della Jole,  penso’, sarebbero stati ottimi per spaventare gli uccelli predatori di fragole, cacciandoli dall’orto. 
Sotto il cappello infilò dei finti capelli fatti con lana grezza di un colore che tendeva al giallo.  Adattissimi visto il color frittata che la Jole aveva in testa l’ultima volta che si era presentata a casa.  Doveva esser di gran moda laggiù nella pampa, ma del tutto improponibile per una qualsiasi parrucchiera alle nostre latitudini. 
La scopa di saggina era già nell’orto e con quella completò la sua opera. 
Bel lavoro, si disse.  Poi pensò anche ad un ultimo tocco.  Per quello più che agli uccelli predatori da scacciare, aveva pensato a sé stessa e alla soddisfazione che voleva trarne tutte le volte che sarebbe entrata nell’orto. 
Andò a rovistare fra le foto di famiglia e la trovò la foto della zia Jole di qualche anno prima. 
Faccia truce senza l’ombra di un sorriso, abito nero, brutta come il peccato, occhi che stillavano cattiveria a un metro di distanza.  Ne fece fare un ingrandimento, la plastificò perché non si sciupasse e rimanesse visibile e la piazzò sotto il cappello per dare a quell’ammasso di cenci anche un volto. 
Gli uccelli si sarebbero tenuti alla larga di sicuro. 
Lei si sarebbe presa le sue belle rivincite a distanza. 
A quella velenosa ogni giorno ne avrebbe cantate minimo minimo quattro o cinque, vendicando man mano ogni angheria, ogni spavento ogni boccone amaro cumulato nel corso degli anni. 
Andò proprio come si aspettava.  Talora le urlava contro.  Quasi meglio che andare a spendere in sedute di psicoterapia,  si diceva ogni volta. 
A seconda dei giorni e dell’umore, delle preoccupazioni da scacciare si portava dietro talora un bersaglio, talora un altro per potergli lanciare freccette vere o metaforiche. 
Un toccasana.  Bastava poco per sentirsi liberata dall’energia negativa con la quale arrivava nell’orto. 
Ci vollero diverso tempo e molte molte freccette per esorcizzare quella bestia di donna. 
Di uccelli predatori di fragole non se ne videro più.  La sua anima si era fatta via via più leggera.  Finalmente i conti con le ferite inflitte da quella virago al suo ego bambino erano stati fatti. 
Ogni pacchianeria arrivata in dono peloso era stata man mano confinata ai piedi dello spaventapasseri e consegnata alle intemperie.  Anche quella gran crosta di pseudo paesaggio Imitazione dei Macchiaioli arrivato in dono per il suo diciottesimo compleanno se ne stava li a perdere colore ogni giorno che passava. 
Quando finì il tempo delle fragole decise di smontare lo spaventapasseri.  Buttò via tutto il ciarpame accumulato ai suoi piedi.  Bruciò la foto della Jole.  Conservò solo il cappello, anche perché si era convinta che fosse appartenuto a suo padre. 
L’anno prossimo, pensò, sarebbe venuto benissimo in testa al nuovo spaventapasseri.  Allegro, si disse.  Il nuovo spaventapasseri sarebbe stato il massimo dell’allegria.  Pieno di colori e buffo quanto mai.  Di paure e di dolori da esorcizzare non ne aveva più.   E tanti saluti alla zia Jole.  .